Anche su Notapolitica
Mai e poi mai associarsi alle campagne giustizialiste di Repubblica e il Fatto quotidiano. Dunque non chiedo, né auspico le dimissioni del ministro Cancellieri per le sue "inopportune" telefonate con la famiglia Ligresti e per il suo intervento "umanitario" a favore di Giulia. Tra l'altro, il caso sembra confezionato appositamente per offrire a tutti i candidati alla segreteria del Pd, Renzi in primis, l'occasione di conseguire il diploma di moralità pubblica rilasciato dalle varie gazzette delle procure e indispensabile, pare, per essere legittimati a guidare la sinistra italiana. E non se la sono lasciata sfuggire: è una gara a chi si mostra più intransigente nel chiedere le dimissioni del ministro, a prescindere dal danno che si rischia di provocare ad un governo pur sempre a guida Pd, e dallo sgarbo al presidente Napolitano. Pare che se non offrano sacrifici umani al dio del giustizialismo ogni volta se ne presenti l'occasione, sotto lo sguardo accigliato dei sacerdoti e della sacerdotesse di Repubblica e Fatto quotidiano, i vecchi e nuovi leader del Pd si sentano come smarriti, senz'anima. Così si sono ridotti: non hanno un giornale di riferimento, è il Pd ad essere il partito di riferimento di Repubblica.
Detto questo, avendo ben presenti le ragioni che ci tengono a distanza di sicurezza da qualsiasi richiesta di dimissioni, dovremmo però avere ben presenti anche le ragioni per le quali reputare la Cancellieri un cattivo ministro. Né più né meno dei suoi colleghi politici di professione. L'ennesima prova, cioè, che il "caso Italia", quell'intricato insieme di tutte le anomalie italiane, chiama in causa non solo la classe politica ma anche quella dei cosiddetti "servitori dello Stato".
Il comportamento del ministro Cancellieri nel preoccuparsi della detenuta Giulia Ligresti, ma anche di un centinaio di casi di comuni cittadini che avrebbe personalmente segnalato al Dap, è emblematico di una realtà non da Stato di diritto. Avrà anche dimostrato grande umanità con i suoi interventi, non lo mettiamo in dubbio, ma ha soprattutto mostrato come in Italia l'unico rapporto possibile con il potere, con l'Autorità, sia da sudditi e non da cittadini, attraverso canali informali più che formali. E' un caso di scuola di come in Italia si possa sperare di veder riconosciuti i propri diritti costituzionali solo come privilegi, per "grazia ricevuta" dal potente di turno. In ogni ambito, dalla giustizia al fisco, passando per tutti gli uffici della pubblica amministrazione, niente ci è dovuto, ma tutto può esserci concesso in ragione della grazia o dell'amicizia del sovrano.
Per quanto a fin di bene non dovremmo accontentarci di una segnalazione privata, o di una nota a margine quasi casuale, confidando nella sua generosità e nella buona sorte. Da un ministro dovremmo pretendere interventi pubblici, alla luce del sole, e soprattutto erga omnes, cioè che valgano per tutti. Se i diritti dei detenuti sono calpestati, se molti di loro non dovrebbero nemmeno starci in carcere in ragione delle loro precarie condizioni di salute, o per l'insussistenza dei presupposti di legge per la carcerazione preventiva, allora, oltre a telefonare e "segnalare", il ministro Cancellieri avrebbe dovuto mandare i suoi ispettori a verificare il corretto operato di procure e magistrati di sorveglianza, interpellare il Csm e le altre istituzioni di garanzia della Repubbblica, coinvolgere il Parlamento. Ha mai posto politicamente e pubblicamente tali questioni, o ha piuttosto cercato di limitare i danni muovendosi "all'italiana"?
Non una parola ci risulta pervenuta dal ministro e dai suoi autorevoli difensori d'ufficio, non un atto politico degno di nota, nemmeno di denuncia dell'abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, e contro certe campagne giustizialiste, quando ad esserne colpiti sono stati ministri e leader di diversa estrazione politica e culturale. Ecco perché ci appare davvero poco difendibile il comportamento del ministro, e insopportabile il doppio standard in cui si esercitano molti di coloro che la difendono.
UPDATE ore 12:20
Su un punto la difesa del ministro Cancellieri, oggi in aula alla Camera, non regge. Se nel caso di Giulia Ligresti, e negli altri 100 casi che dichiara di aver "segnalato" per motivi umanitari, non c'è stato alcun "favoritismo", se quindi Giulia e altre 100 persone erano detenute "ingiustamente" rispetto alle loro condizioni, allora avrebbe dovuto chiamare in causa i magistrati responsabili e porre la questione pubblicamente. Invece oggi si difende rivendicando come un merito proprio il non avere "mai delegittimato l'operato dei magistrati". Già, il punto è che avrebbe dovuto farlo. Se Giulia era detenuta ingiustamente, allora qualche magistrato ha sbagliato. Un "favoritismo" dunque c'è stato: o nei confronti di Giulia o nei confronti di quel magistrato.
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Wednesday, November 20, 2013
Wednesday, July 31, 2013
L'atto di accusa di De Gregori alla sinistra come l'abbiamo conosciuta
Sono numerosi i passaggi dell'intervista a De Gregori oggi sul Corriere che andrebbero scolpiti sul portone di ogni sede del Pd e tatuati sulla fronte di ogni dirigente e militante. Vale quindi la pena riportarne alcuni, però quel «tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi», proprio all'inizio dell'intervista, può permetterselo solo qualcuno che vive di rendita.
Per il resto, quello di De Gregori non è un atto di accusa solo alla sinistra, al Pd, ai suoi dirigenti e a qualche "tipo" umano della "base", ma anche (forse soprattutto) al partito "Repubblica-Espresso", al partito delle procure, ai "Santorini" e ai "Travaglini".
La sinistra
Per il resto, quello di De Gregori non è un atto di accusa solo alla sinistra, al Pd, ai suoi dirigenti e a qualche "tipo" umano della "base", ma anche (forse soprattutto) al partito "Repubblica-Espresso", al partito delle procure, ai "Santorini" e ai "Travaglini".
La sinistra
«È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini».
«Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra».
«Viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa "Dì qualcosa di sinistra". Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l'unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».L'antiberlusconismo
«Ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l'accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull'Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell'etica e dell'estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano": è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere».
«Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».Grillo
«Questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».I due Papi
«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».Viva l'Italia
«"L'Italia che resiste", ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c'entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista "resistere resistere resistere"».
Thursday, March 14, 2013
Omertà di casta anche tra i giornalisti?
Anche su Notapolitica e L'Opinione
I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.
Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?
Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.
Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.
Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?
I cosiddetti retroscena - un genere letterario, più che giornalistico, tipico della stampa italiana in cui si mischiano maliziosamente fatti e opinioni - ricevono smentite più o meno credibili quasi tutti i giorni. E' capitato spesso anche che il Quirinale smentisse la Repubblica, ma il caso di oggi è particolarmente esemplare e merita una riflessione. Giorgio Napolitano, infatti, ha perso la pazienza e firmato personalmente una brutale smentita dell'ennesimo editoriale/retroscena di Massimo Giannini, il vicedirettore del Repubblica, quindi non proprio l'ultimo arrivato, non l'inesperto stagista.
Nella lettera il giornalista viene accusato di aver dato «una versione arbitraria e falsa dell'incontro» tra il presidente della Repubblica e il segretario e i capigruppo uscenti del Pdl tenutosi martedì al Quirinale. E' «falso - tuona Napolitano - che mi siano stati chiesti "provvedimenti punitivi contro la magistratura": nessuna richiesta di impropri interventi nei confronti del potere giudiziario mi è stata rivolta». «Né la delegazione del Pdl - aggiunge - mi ha "annunciato" o prospettato alcun "Aventino della destra"». Con l'aggravante che un comunicato ufficiale del giorno stesso aveva già chiarito tutti questi aspetti. «Comunicato che Giannini - rincara Napolitano - ha ritenuto di poter di fatto scorrettamente smentire sulla base di non si sa quale ascolto o resoconto surrettizio».
Il capo dello Stato imputa a Giannini, in una suprema sintesi dell'essenza dell'antiberlusconismo, una «tendenziosità tale da fare il giuoco di quanti egli intende colpire». E poi la chiusura della lettera, dalla quale ricaviamo l'impressione che per Napolitano i «sediziosi» di cui ha parlato il vicedirettore di Repubblica non militano solo nel campo berlusconiano ma anche in altri campi: nella magistratura, per esempio, nella stampa e nei partiti di sinistra. «Mi auguro che da parte di Giannini, anziché deplorare aggressivamente il Capo dello Stato per non avere manifestato lo "sdegno" e la "forza" che il bravo giornalista avrebbe potuto suggerirgli, ci siano in ogni occasione rigore e zelo nei confronti di tutti i sediziosi, dovunque collocati e comunque manifestatisi». Che Napolitano abbia voluto dare dei «sediziosi» anche ai "bravi" giornalisti di Repubblica è una lettura troppo maliziosa?
Nella sua controreplica Giannini ricorre al più classico rigirare la frittata: «Non dubitiamo», esordisce, che sia andata come dice il presidente, ma anziché dare spiegazioni nel merito della versione «arbitraria e falsa» da lui maliziosamente suggerita nel pezzo incriminato, risponde come se si fosse trattato di una sua semplice analisi politica sulla base di concetti «già espressi pubblicamente» dal Pdl, e che hanno fatto da «sfondo all'incontro», e di sue «impressioni» sul «comunicato dell'altroieri» del Quirinale. In realtà, come chiunque può verificare, nel suo editoriale/retroscena Giannini ha tratto il suo severo giudizio politico fondandolo su precise richieste e assicurazioni formulate tra il presidente e i vertici del Pdl durante l'incontro, da lui riportate come se ne fosse venuto a conoscenza: richieste e assicurazioni che Napolitano ha smentito di aver ricevuto e dato.
Il vicedirettore di Repubblica, colto in fallo, non può cavarsela come se le sue fossero solo deduzioni sulla base di un comunicato, mentre ha surrettiziamente lasciato intendere ai lettori una vera e propria versione dei fatti. Ora, delle due l'una: o Giannini cita una fonte, anche anonima, per confermare la sua versione, oppure bisogna concludere che si è inventato ciò che il Pdl avrebbe chiesto al presidente e ciò che questi avrebbe assicurato.
Cosa dicono i colleghi giornalisti? Se il vicedirettore di Repubblica non dà spiegazioni e resta al suo posto dopo una tale smentita da parte della più alta carica istituzionale del paese e nessuno dice niente, come si può, da quegli stessi pulpiti, fare la morale ai politici? E' così assurdo pensare che Giannini debba dimettersi? O forse inventarsi i pezzi fa parte del mestiere, tanto così fan tutti? Perché nessuno s'indigna e chiede le dimissioni di Giannini, sbugiardato niente meno che da Napolitano? Omertà tra colleghi di casta o semplice assuefazione alle peggiori pratiche della professione?
Wednesday, September 26, 2012
L'Huffa Post, noia assicurata
Quant'è politicamente corretto da 1 a 100 l'Huffington Post sbarcato ieri in Italia? Direi senz'altro oltre la soglia di sopportabilità di chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico e curiosità intellettuale. A scorrere la lista dei blogger in homepage non manca proprio nulla dell'armamentario "de sinistra", dall'antagonismo notav al radical chic, in un tripudio di attenzione al "sociale" e al "morale" (direi al moralistico): giornalisti dell'Espresso e di Repubblica, politici e tecnici (come il sottosegretario Catricalà), ma anche antipolitici (la grillina Montevecchi), sindacalisti (il segretario Fiom Landini), ex ministri noglobal (Tremonti), i notav (il fondatore del centro sociale "marxista-leninista" Askatasuna), i gay (la deputata Pd Concia), e ancora le voci dei disabili, degli attivisti per i diritti umani e antimafia, del disagio giovanile dell'agroalimentare rigorosamente "bio". Manca solo Saviano, ma non disperiamo. Un di tutto e di più che promette di annoiarci a morte. Talmente politicamente corretto che la piattaforma pretende anche di essere pluralista, ospitando, a rappresentare il centrodestra (sic!), Giulio Tremonti e Daniela Santanchè.
Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell'online (nessuno ricorda il flop de "Il Nuovo.it", primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l'HuffPost italiano con un'intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull'Italia (cinema e Colosseo) e con l'elogio del "riposino pomeridiano", esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.
Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c'è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.
Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l'Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l'Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E' un'operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell'area liberale e di centrodestra, dove non solo non c'è l'acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.
Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell'online (nessuno ricorda il flop de "Il Nuovo.it", primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l'HuffPost italiano con un'intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull'Italia (cinema e Colosseo) e con l'elogio del "riposino pomeridiano", esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.
Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c'è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.
Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l'Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l'Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E' un'operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell'area liberale e di centrodestra, dove non solo non c'è l'acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.
Friday, March 30, 2012
La giornata: tregua Monti-partiti, ma nulla sarà come prima
Con una furba lettera al Corriere Monti ha chiuso la lite con i partiti, ma è solo una tregua. Nulla infatti sarà come prima. Ad aprire la nuova fase, la scelta del ddl come veicolo legislativo della riforma del lavoro. Un vistoso rallentamento, un segno di debolezza, per di più accompagnato dalle prime crepe all'interno dello stesso Cdm, con alcuni ministri a giocare di sponda con il Pd. Dal suo tour asiatico Monti ha provato a tirare le redini, ripetendo né più né meno i ragionamenti sui partiti che fa dal giorno dell'investitura. Solo che nel frattempo i partiti hanno cambiato atteggiamento e li recepiscono diversamente. Anche i filo-governativi Corriere e Repubblica stavolta hanno ripreso il premier per le sue esternazioni.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Friday, July 08, 2011
E adesso?
Era nell'aria, i segnali si accumulavano da tempo. E la manovra che contraddice la promessa aurea di non mettere le mani nelle tasche degli italiani è stata, forse, lo spartiacque. Berlusconi annuncia che non si ricandiderà alle politiche del 2013 e affida il suo annuncio al giornale del suo arci nemico De Benedetti: la Repubblica. Quasi ad invocare magnanimità almeno nell'ora del passaggio del testimone, e in qualche modo a riconoscere al suo acerrimo nemico di averlo combattuto in modo anche scorretto e violento, ma a viso aperto, alla luce del sole, al contrario della faziosità infida, perché dissimulata, di altri giornali cosiddetti della "borghesia".
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
Thursday, April 21, 2011
Inchieste alla bufala
Quante puntate di Annozero ci ha dedicato Santoro sulla tv pubblica? Quante paginate quelli di Repubblica e Il Fatto Quotidiano? Quante Procure ci hanno basato le loro inchieste? Addirittura tre (Palermo, Caltanissetta e Firenze)! Ebbene, quel Massimo Ciancimino (figlio del mafioso Vito), che veniva portato in palmo di mano come autentico oracolo e icona dell'antimafia, vera e propria star televisiva, la cui attendibilità non poteva essere messa in discussione pena l'essere additati tra coloro che ostacolano la ricerca della verità sulle stragi di mafia del '92-'93 e sulla presunta trattativa Stato-mafia, è stato fermato oggi con l'accusa di «calunnia aggravata», perché dalle perizie condotte dalla polizia scientifica è emerso che uno dei "pizzini" da lui consegnati è stato volgarmente falsificato.
Non un pizzino qualsiasi, ma quello che avrebbe dovuto inchiodare l'ex capo della Polizia De Gennaro come il "signor Franco", l'agente dei servizi che tramite il padre Vito avrebbe trattato con i boss di Cosa Nostra per conto dello Stato. Ebbene, il nome di De Gennaro risulta essere stato sovrapposto a posteriori su un vecchio documento poi banalmente fotocopiato (e ci voleva la Scientifica per accorgersene!). E questo "pizzino" è l'architrave fondamentale su cui poggia l'intera ricostruzione del Ciancimino jr.
«Noi sempre rigorosi», si giustifica adesso Ingroia (il magistrato che parla ai comizi); con lui «nessun rapporto privilegiato», giura Messineo. Balle, balle, balle. Per anni Ciancimino è stato ritenuto attendibile dai pm, addirittura chiamato a testimoniare in aula, al processo dove sono imputati il generale dei Carabinieri Mori e il colonnello Obinu.
Ma le speranze delle tre procure che pendevano dalle labbra di Ciancimino jr., nonché dai "pizzini" e dai "papelli" da lui fabbricati, andavano ben oltre: collegare in qualche modo Berlusconi e Forza Italia alla mafia e alle stragi. Peccato che fino ad ora l'unico elemento certo emerso sulla presunta trattativa Stato-mafia è che in quegli anni, subito dopo le stragi, fu sospeso il 41 bis a centinaia di boss da un governo di centrosinistra guidato da Ciampi, ministro degli Interni Mancino e presidente della Repubblica Scalfaro.
Adesso è chiaro che per anni questi pm hanno rovistato nella spazzatura, sperperando soldi dei contribuenti, allontanandoci dalla "verità" sulle stragi e probabilmente facendo un grosso favore alla mafia.
Non un pizzino qualsiasi, ma quello che avrebbe dovuto inchiodare l'ex capo della Polizia De Gennaro come il "signor Franco", l'agente dei servizi che tramite il padre Vito avrebbe trattato con i boss di Cosa Nostra per conto dello Stato. Ebbene, il nome di De Gennaro risulta essere stato sovrapposto a posteriori su un vecchio documento poi banalmente fotocopiato (e ci voleva la Scientifica per accorgersene!). E questo "pizzino" è l'architrave fondamentale su cui poggia l'intera ricostruzione del Ciancimino jr.
«Noi sempre rigorosi», si giustifica adesso Ingroia (il magistrato che parla ai comizi); con lui «nessun rapporto privilegiato», giura Messineo. Balle, balle, balle. Per anni Ciancimino è stato ritenuto attendibile dai pm, addirittura chiamato a testimoniare in aula, al processo dove sono imputati il generale dei Carabinieri Mori e il colonnello Obinu.
Ma le speranze delle tre procure che pendevano dalle labbra di Ciancimino jr., nonché dai "pizzini" e dai "papelli" da lui fabbricati, andavano ben oltre: collegare in qualche modo Berlusconi e Forza Italia alla mafia e alle stragi. Peccato che fino ad ora l'unico elemento certo emerso sulla presunta trattativa Stato-mafia è che in quegli anni, subito dopo le stragi, fu sospeso il 41 bis a centinaia di boss da un governo di centrosinistra guidato da Ciampi, ministro degli Interni Mancino e presidente della Repubblica Scalfaro.
Adesso è chiaro che per anni questi pm hanno rovistato nella spazzatura, sperperando soldi dei contribuenti, allontanandoci dalla "verità" sulle stragi e probabilmente facendo un grosso favore alla mafia.
Thursday, March 31, 2011
Circo Italia
Il "presidio democratico" incoraggiato dal Pd, cui si sono uniti i forcaioli dell'Idv e del partito del presidente della Camera, si trasforma in un'aggressione squadrista proprio all'istituzione presieduta da Fini e ai suoi membri, in quel "popolo delle monetine" che quasi vent'anni fa rappresentò la pagina più brutta, incivile e insieme inquietante - perché non del tutto spontanea - del pur giustificato disgusto popolare per la corruzione imperante nella Prima Repubblica. E sono gli stessi: ex Pci, ma anche forcaioli di destra, dell'ex An, oggi divisi tra Idv e futuristi.
Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.
Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.
Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.
Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).
Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.
Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.
Nei Paesi seri il ministro della Difesa quasi non si sente e non si vede. Già le escandescenze televisive di La Russa risultano poco compatibili con il suo incarico, figuriamoci il "vaffa" di ieri all'indirizzo del presidente della Camera. Anche se interpreta l'umore di molti, non è certo un comportamento da ministro, né da coordinatore del primo partito italiano. Così come Fini che tenta di impedire a La Russa di denunciare in aula ciò che sta avvenendo a un metro dall'ingresso di Montecitorio (ancora una volta la rete di protezione di uno dei rami del Parlamento ha fatto cilecca), e che dà del «cocainomane» al ministro della Difesa, dimostra che non può essere presidente della Camera uno che nei confronti di Berlusconi e del Pdl ha gli stessi occhi iniettati di sangue dei manifestanti là fuori.
Che dire poi del Pd, che agita la piazza senza neanche rendersi conto di esserne in realtà prigioniero? Guardare sotto la voce "nullità". Ciò che è in gioco, oggetto dello scontro, come sintetizza efficacemente un titolo su Il Foglio di questa mattina, è il «diritto dei giudici ad abbattere Berlusconi». Un diritto che va negato con una riforma della giustizia rigorosa e senza compromessi che riporti la magistratura sotto controllo. Sì, sotto controllo, come ogni altro potere e ordine dello Stato. Sempre Il Foglio fa notare come la Repubblica inganni i suoi lettori. Nei suoi retroscena attribuisce al presidente Napolitano pensieri e interventi che sembrano delegittimare l'azione del governo e della maggioranza, ma si tratta spesso di pure invenzioni. Peccato che il quotidiano non abbia neanche l'onestà professionale di pubblicare le forti smentite del Quirinale.
Tutto questo mentre la crisi libica, con tutto ciò che comporta per il nostro Paese - interessi, ruolo in Europa e nel mondo, emergenza immigrazione - dovrebbe richiamare la nostra classe politica a ben altre priorità e sfide che non ad una rissa continua e sterile.
Già, la Libia. La defezione del ministro degli Esteri di Gheddafi, ed ex capo dell'intelligence del regime, Koussa è un'ottima notizia per Obama, Sarkozy e Cameron, un risultato delle loro pressioni politiche e militari, ma un po' meno per Roma. L'uomo che avrebbe dovuto tessere la trama negoziale per l'esilio del raìs pensa alla propria pelle e fugge. D'altra parte, tuttavia, l'ipotesi di armare i ribelli, che si sta facendo sempre più strada a Washington, a Parigi, così come a Londra, dimostra l'insufficienza della "strategia" adottata finora ed è la conferma che al di là delle ipocrisie l'obiettivo discriminante per il successo o meno della missione non è solo la protezione dei civili, ma la cacciata di Gheddafi. Se oggi di fatto si va verso un'escalation, è perché sì è agito con colpevole ritardo, in ossequio al ruolo dell'Onu (per ottenere una risoluzione ambigua esattamente come quella che portò alla guerra in Iraq) e al multilateralismo (se così si può chiamare una coalizione di 15 Paesi, mentre sarebbe "unilateralismo" quella di 40 per l'Iraq, ironizza Rumsfeld).
Il ritardo, infatti, ha reso insufficiente la formula della no-fly zone e dei raid aerei. E' probabile che le armi stiano già affluendo ai ribelli da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, magari via Egitto, sicuramente non dalla Nato, e non si possono escludere anche operazioni di appoggio (Obama avrebbe autorizzato la Cia a condurre operazioni segrete in Libia). Come al solito la nostra diplomazia non capisce al volo e si attarda in uno controcanto sterile («non è la soluzione migliore», o «è l'estrema ratio»), dal momento che sarà costretta ad accodarsi alle decisioni altrui tra pochi giorni.
Ma le difficoltà della missione voluta da Usa, Francia e Gran Bretagna, e l'escalation delle armi ai ribelli che sono costretti a valutare, non dovrebbero essere motivi di rivalsa a Roma. Confermano infatti che lo stallo militare sul terreno, con la Tripolitania saldamente nelle mani di Gheddafi e la Cirenaica ai ribelli, è una vittoria per il Colonnello, che può sperare così di sabotare i cingoli della missione internazionale e resistere indefinitamente, e una sciagura innanzitutto per l'Italia. Alla Farnesina continuano a non capire che uno stallo esclude che Gheddafi si rassegni a trattare il suo esilio, anzi sarà lui a chiedere a Obama, Sarkozy e a Berlusconi di andarsene. Non so se armare i ribelli sia l'opzione migliore (è ancora fresco il ricordo dei famosi stinger che gli Usa hanno dovuto ricomprare uno ad uno dai mujaheddin afghani), ma di certo se vuole avere un ruolo con questa carta velleitaria dell'esilio l'Italia deve augurarsi che l'intervento armato riesca a mettere Gheddafi con le spalle al muro, quindi non ha senso non bombardare oppure ostacolare soluzioni per aumentare l'efficacia dell'intervento alleato.
Friday, October 22, 2010
L'ultimo artificio degli idolatri della Costituzione
Di fronte a una legge costituzionale come il nuovo Lodo Alfano non c'è Consulta che tenga. Per questo ai repubblicones, ai guardiani e vari idolatri della Costituzione non resta che una possibilità: che intervenga in qualche modo il presidente Napolitano (ma non so se possa o meno rinviarla alle Camere), ritardandone e complicandone l'approvazione. Si appronta comunque un argomento per pressare ed allarmare il Colle, solo che stavolta il filo da tessere è davvero corto. La tesi è la seguente: poiché non si applica ai ministri, introducendo il Lodo Alfano il premier non è più "primus inter pares", ma "super pares", e attraverso questa innovazione si avvia di fatto «la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale"», equiparata più o meno ad una tirannia.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
La questione era stata sollevata domenica scorsa sul Sole 24 Ore, ripresa in settimana da Giuseppe D'Avanzo e Carlo Galli, e oggi da Massimo Giannini, su la Repubblica. Sarebbe in corso uno «strisciante sovvertimento del nostro ordine costituzionale», è la pulce che si cerca di mettere all'orecchio del capo dello Stato. Il Lodo Alfano, sostiene infatti l'editorialista, «rischia di stravolgere la forma di governo parlamentare, sancita dagli articoli 55-69», di «alterare le prerogative del presidente della Repubblica, fissate dagli articoli 87-91» e di «squilibrare i poteri del governo, disciplinati dagli articoli 92-96». Le nuove norme, denuncia Giannini, «avviano la trasformazione dell'Italia da "Repubblica parlamentare" a "Repubblica presidenziale", attraverso la tappa impropria e intermedia del "premierato elettivo"». Come? Nella seconda versione del lodo, osserva Giannini, «l'esclusione dei ministri dalla copertura processuale, decisa dalla maggioranza il 29 settembre scorso, formalizza e costituzionalizza la "preminenza" del presidente del Consiglio, che lo rende "sovraordinato" rispetto ai suoi ministri (perché eletto dal popolo) e meritevole delle stesse "guarentigie" assegnate al Capo dello Stato». Il premier, dunque, «viene elevato di rango rispetto ai ministri del suo governo (nei cui confronti è "primus" non più "inter", ma "super pares") ed equiparato a tutti gli effetti al presidente della Repubblica», introducendo così a suo avviso «una forma spuria di "dualismo istituzionale" che non ha raffronti in nessun'altra democrazia occidentale, e che altera l'intero meccanismo di formazione e di bilanciamento dei poteri». L'editorialista di Repubblica paventa «l'avvento di un "premierato elettivo"», «l'anticamera - teme - di un presidenzialismo anomalo, in cui convivono e fatalmente confliggono un presidente del Consiglio consacrato dal popolo e un presidente della Repubblica eletto dal Parlamento. E in cui fatalmente, presto o tardi, il primo sostituirà il secondo. O renderà comunque necessario un definitivo e a quel punto forzoso "consolidamento" dei due poteri in uno solo».
Una tesi ardita, anzi campata in aria, perché ci vuole ben altro - purtroppo - per arrivare al presidenzialismo. E' del tutto evidente infatti che di per sé il Lodo Alfano non «stravolge» affatto la forma di governo (articoli 55-69), non si vede come possa «alterare» le prerogative del presidente della Repubblica (articoli 87-91) o aumentare i poteri del governo (articoli 92-96). A ben vedere il Lodo Alfano non introduce una forma di premierato, semmai si può dire che indirettamente conferma un trend in corso da anni, almeno dall'inizio della Seconda Repubblica: il rafforzamento della figura del premier, che già oggi (e non c'è certo bisogno del lodo per accorgersene) non è più "primus inter pares" ma "super pares" rispetto ai suoi ministri. Non siamo però ancora al premierato (bisognerebbe attribuire al premier la facoltà di sciogliere le Camere) e ammesso e non concesso che di premierato si possa parlare, siamo ancor più distanti dal presidenzialismo (bisognerebbe abolire il meccanismo della fiducia parlamentare). Certo, una riforma nell'uno (premierato) o nell'altro senso (presidenzialismo) rimane un esito possibile, ma il Lodo Alfano non lo rende certo inevitabile. E' comico, poi, che proprio chi ha quasi preteso l'esclusione dei ministri dal lodo, adesso si accorga del possibile rafforzamento della figura del premier e quindi la deplori.
Ma nell'articolo la mistificazione agisce in modo più nascosto. Laddove si usano i verbi «stravolgere», «alterare», «squilibrare», si parla di «strisciante sovvertimento» e di «delitto perfetto», e nessuno a fermare il «colpevole», e laddove si fa ricorso esplicito al «complesso del tiranno», si lascia intendere che quella del lodo costituzionale sia un'operazione antidemocratica nel metodo e illegittima, addirittura inconfessabile, nell'obiettivo ultimo: il presidenzialismo. Al contrario, la via è ultra democratica (quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione), mentre l'approvazione del lodo non spalancherebbe affatto le porte al presidenzialismo, che comunque è una forma di governo perfettamente democratica. Alla base di queste reazioni scandalizzate c'è in realtà una vera e propria idolatria della Costituzione, che rifiuta di riconoscere ai cittadini italiani - quelli vivi oggi - gli stessi poteri di quelli di sessant'anni fa, quindi anche la possibilità di cambiarla, e - perché no? - stravolgerla la Carta, purché democraticamente.
Friday, September 24, 2010
Alle comiche finiane/2
Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.
In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".
UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...
Wednesday, September 22, 2010
La cacciata di Profumo. Quanto c'entra la politica?
Per la Repubblica, manco a dirlo, è tutto un complotto Berlusconi-Geronzi. Il primo otterrebbe una «vittoria politica» in vista delle elezioni che avrebbe programmato per il marzo 2011; il secondo una «vittoria finanziaria» in vista della «mossa che, nella sua testa, chiuderà il 'Risiko' dei Poteri Forti: la fusione Generali-Mediobanca», scrive Massimo Giannini. Giavazzi, sul Corriere, ma è in buona compagnia, se la prende invece con la Lega, per aver seguito la strada dei «vecchi democristiani», che «controllavano il territorio (e i voti) attraverso le Casse di risparmio e le municipalizzate» (perché, dove crede che siano quei «vecchi democristiani» ora?). Vero è, purtroppo, che i leghisti fanno di tutto per entrare nel sistema anziché scardinarlo, ma improvvisamente sembra che siano loro gli inventori delle fondazioni e i veri affossatori di Profumo in difesa degli interessi dei loro «feudi locali», mentre sono semmai nient'altro che gli ultimi arrivati al tavolo (e gli ultimi a spingere l'ad). Ma su chi si è seduto prima di loro, e per maggior tempo, a quel tavolo, silenzio. E mi riferisco alle fondazioni guidate da ex democristiani ed ex comunisti che la fanno da padrone in molte regioni italiane. Ovviamente questo sistema andrebbe smantellato, ma è comprensibile che, se quel tavolo resta, una forza politica altamente rappresentativa al nord voglia sedersi e contare anch'essa. Né deve sorprendere che le strategie di una grande banca internazionale interessino eccome la politica.
Può piacere o meno, ma i presunti interessi dei clienti, ammesso che si possano generalizzare e rappresentare, sono diversi da quelli degli azionisti, e a questi ultimi i top manager devono rendere conto. L'aumento della quota libica in Unicredit è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prim'ancora di addentrarsi in una disputa sui massimi sistemi, anche perché non è detto che il progetto di una grande banca multinazionale e "global" debba inevitabilmente passare sul cadavere di azionisti "local", fondamentalmente fondazioni e azionisti tedeschi l'hanno scaricato per gli scarsi utili e dividendi, per le ricapitalizzazioni e per una condotta autocratica. Non avendo sufficienti capitali per finanziare continuamente il tumultuoso sviluppo che era nei grandiosi disegni di Profumo, comprensibilmente gli azionisti temono di perdere quote di potere per effetto sia dell'ingresso, o dell'aumento di quote, di nuovi soci (vedi libici) sia di successive ricapitalizzazioni.
L'abbandono dell'internazionalizzazione e la chiusura in se stessa di Unicredit sarebbe un grave errore, ma non è detto che il progetto di "Banca Unica" debba passare per forza per un unico ad. Ed è un rischio sempre presente quello dei condizionamenti politici nella gestione. Ma in definitiva l'analisi più lucida ed equilibrata (direi indipendente) sull'intera vicenda mi sembra quella di Oscar Giannino, su Chicago-blog. Per Giannino la politica c'entra poco o niente con l'estromissione di Profumo:
«La sostanza - conclude Giannino - è che la caduta di Profumo con la politica non c'entra niente». Profumo paga una conduzione troppo «autoreferenziale», reo di «ignorare» gli azionisti, con «ricapitalizzazioni e tagli a utili e dividendi più dolorosi ai suoi azionisti che a quelli di altre banche italiane».
Può piacere o meno, ma i presunti interessi dei clienti, ammesso che si possano generalizzare e rappresentare, sono diversi da quelli degli azionisti, e a questi ultimi i top manager devono rendere conto. L'aumento della quota libica in Unicredit è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prim'ancora di addentrarsi in una disputa sui massimi sistemi, anche perché non è detto che il progetto di una grande banca multinazionale e "global" debba inevitabilmente passare sul cadavere di azionisti "local", fondamentalmente fondazioni e azionisti tedeschi l'hanno scaricato per gli scarsi utili e dividendi, per le ricapitalizzazioni e per una condotta autocratica. Non avendo sufficienti capitali per finanziare continuamente il tumultuoso sviluppo che era nei grandiosi disegni di Profumo, comprensibilmente gli azionisti temono di perdere quote di potere per effetto sia dell'ingresso, o dell'aumento di quote, di nuovi soci (vedi libici) sia di successive ricapitalizzazioni.
L'abbandono dell'internazionalizzazione e la chiusura in se stessa di Unicredit sarebbe un grave errore, ma non è detto che il progetto di "Banca Unica" debba passare per forza per un unico ad. Ed è un rischio sempre presente quello dei condizionamenti politici nella gestione. Ma in definitiva l'analisi più lucida ed equilibrata (direi indipendente) sull'intera vicenda mi sembra quella di Oscar Giannino, su Chicago-blog. Per Giannino la politica c'entra poco o niente con l'estromissione di Profumo:
«Quando i dividendi agli azionisti scendono a meno della metà rispetto al difficile anno precedente e poi a un quarto o a un quinto degli anni precrisi come nella semestrale 2010 Unicredit, e si è dovuto pure mettere mano al portafoglio per miliardi in aumenti di capitale, lo spazio dei manager si restringe... La piena delega a Profumo si è rotta piano piano, nel corso degli ultimi due anni. E non solo per minori utili e dividendi, accantonamenti e rettifiche per miliardi ulteriori dopo aver rafforzato il capitale per oltre 6 miliardi. Le fondazioni non l'hanno mai voluto, un modello operativo accentrato sul capoazienda, con tre vice e sette proconsoli, come doveva essere l'Unicredit concepita da Profumo».Non la politica, dunque, che secondo Giannino «ha assistito da Roma preoccupata con Tremonti delle conseguenze sistemiche di una dipartirta senza successori pronti». «La pretesa influenza impropria della politica - scrive Giannino su Panorama Economy - è un'ombra cinese agitata con molta malizia e studiata abilità. In realtà, non è stata affatto la politica a mettere zampa nella caduta di Profumo». «Il teatrino politico italiano dirà che è stata la Lega ad entrare a gamba tesa» e, certo, ci sono le dichiarazioni di guerra del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, ma «in realtà - fa notare Giannino - i leghisti dentro la Fondazione CariVerona ancora non sono formalmente neppure entrati, e Tosi è stato semplicemente astuto sui media a invocare più di tutti il ritorno in banca del potere ai territori». «Se non fosse così e fossimo stati in presenza (come sostiene la Repubblica) di uno spietato attacco per allineare la seconda banca italiana al naturalmente famigerato governo Berlusconi, non si capirebbe perché al contrario il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, abbia giocato fino all'ultimo nella vicenda assai più il ruolo del pompiere che quello del piromane».
«La sostanza - conclude Giannino - è che la caduta di Profumo con la politica non c'entra niente». Profumo paga una conduzione troppo «autoreferenziale», reo di «ignorare» gli azionisti, con «ricapitalizzazioni e tagli a utili e dividendi più dolorosi ai suoi azionisti che a quelli di altre banche italiane».
Tuesday, August 10, 2010
Non proprio delle aquile
Come dicevamo, se colpisce gli altri (per mezzo di veline dalle procure, intercettazioni, gossip, pentiti) si chiama libertà di stampa, se sono gli avversari vecchi e nuovi di Berlusconi a incappare in qualche campagna di stampa negativa (non scopiazzata da verbali belli e pronti) si tratta di «manganellate», di «killeraggio e squadrismo mediatico». Ma lo sfogo, oggi su FfWebMagazine, di Filippo Rossi - che se la prende con i giornali «di famiglia», anche se "la famiglia" che fa notizia in questi giorni (e non solo sui giornali di centrodestra) sembra un'altra - mi pare di averlo già letto da qualche parte... Ah, sì, ora mi sovviene: chissà quante altre volte negli ultimi 15 anni hanno scritto cose identiche - ma proprio letteralmente identiche - Massimo Giannini e gli altri di Repubblica.
Può darsi che abbiano avuto fin dall'inizio ragione loro sulla natura oscura del "potere" berlusconiano, che sia davvero Berlusconi la grande anomalia di questo Paese, il "Cavaliere nero". Ma certo, quelli che se ne accorgono solo adesso - dopo che per 15 anni hanno gozzovigliato all'ombra di quel potere, mentre non qualche sconosciuto e silenziato dissidente, ma decine, centinaia tra giornali, trasmissioni tv, partiti, pm, intellettuali, lo gridavano al mondo intero - non ne escono certo come aquile dall'istinto infallibile alle quali accodarsi. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, ma i tanti nuovi "Massimo Giannini" non si illudano: ci sarà da mettersi in fila, e la fila degli antiberlusconiani è già molto lunga.
Può darsi che abbiano avuto fin dall'inizio ragione loro sulla natura oscura del "potere" berlusconiano, che sia davvero Berlusconi la grande anomalia di questo Paese, il "Cavaliere nero". Ma certo, quelli che se ne accorgono solo adesso - dopo che per 15 anni hanno gozzovigliato all'ombra di quel potere, mentre non qualche sconosciuto e silenziato dissidente, ma decine, centinaia tra giornali, trasmissioni tv, partiti, pm, intellettuali, lo gridavano al mondo intero - non ne escono certo come aquile dall'istinto infallibile alle quali accodarsi. Per carità, non è mai troppo tardi per correggersi, ma i tanti nuovi "Massimo Giannini" non si illudano: ci sarà da mettersi in fila, e la fila degli antiberlusconiani è già molto lunga.
Monday, December 14, 2009
Le radici dell'odio
L'aggressione di ieri a Berlusconi è l'ulteriore dimostrazione - ma chi se ne è già accorto non aveva bisogno di conferme e chi si ostina a non riconoscerlo non c'è speranza che lo faccia ora - che in Italia l'unica istituzione "a rischio", cui spesso le altre istituzioni e i partiti di opposizione mancano di «rispetto» (lo stesso che Fini invoca ad ogni occasione per bacchettare il premier), è quella del governo nella figura e nella persona del presidente del Consiglio. Se infatti l'aggressore è risultato uno squilibrato che ha agito presumibilmente in solitudine, tuttavia per sua stessa ammissione è stato mosso da un'ostilità politica e non si può certo ritenere una casualità il fatto che abbia deciso di agire ieri sera, al termine cioè di due settimane in cui il clima di demonizzazione - per mezzo stampa, tv e procure - nei confronti di Berlusconi ha raggiunto forse i livelli più alti di questi ultimi quindici anni.I "cattivi maestri" che avvelenano il clima e negli anni intere generazioni, armando esaltati e squilibrati, o gruppi di facinorosi, fornendo loro coperture politiche e intellettuali, sono da sempre numerosi in Italia. L'anomalia italiana - non ci stancheremo di ripeterlo - non è Berlusconi, ma un'offensiva mediatico-giudiziaria antidemocratica, che trova in Parlamento la sponda di Di Pietro e il tacito e vile assenso del Pd-Pds, volta a delegittimare con ogni mezzo il premier dipingendolo come dittatore e mafioso. Gli artefici di questo clima li conosciamo tutti. Da la Repubblica alle procure di Milano e Palermo; da Il Fatto quotidiano ad Annozero.
Mentre Berlusconi non fa altro che denunciare questo stato di cose, constatare che tre presidenti di sinistra hanno determinato uno squilibrio a sinistra nella Consulta, nei suoi confronti si scatena una delegittimazione e una demonizzazione costante a cui lavorano da anni pezzi di un ordine - non di un potere - dello Stato, sottraendo il loro impegno alla vera lotta alla criminalità organizzata. Il meccanismo è fin troppo evidente: magistrati politicizzati forniscono elementi che si riveleranno falsi o senza alcun riscontro, ma che vengono "lavorati" dal Partito Repubblica, dai Travaglio, dai Santoro, dai Di Pietro, e dati in pasto ad ampi settori, seppur minoritari, di opinione pubblica disposti a crederci. Se in linea teorica è ammissibile, per esempio, cioè può capitare, che un pentito di mafia accusi il premier, è tuttavia inammissibile che un'accusa di questa gravità sia portata in un'aula di tribunale priva di qualsiasi riscontro. Ed è inammissibile che rimanga sospesa per giorni, settimane e mesi senza alcun riscontro, senza che il procuratore che ha deciso di concederle quella tribuna sia chiamato a risponderne.
Su quanti, e perché, sono disposti a crederci, si potrebbe aprire un'indagine psico-sociologica, ma in grandi linee a me pare che si tratti di drogati in cerca di dosi sempre più massicce d'odio per alleviare le loro frustrazioni esistenziali. Per molti di loro l'ossessione per Berlusconi deriva dalla frustrazione di aver visto l'ideologia a cui hanno consacrato tutta la vita crollare come un castello di carte, sostituita solo da vaghe pulsioni anticapitalistiche e moralistiche. Imbevuti di varie dottrine antidemocratiche non riescono ad afferrare e ad accettare il senso più profondo della democrazia. Sono convinti che il governo del Paese spetti di diritto ai moralmente e antropologicamente superiori, cui naturalmente ritengono di far parte. Non riescono quindi a risolvere l'inevitabile contraddizione che si apre, e sempre più si allarga, tra la loro malsana idea di democrazia e la democrazia reale, che conduce sistematicamente a esiti opposti, per loro inconcepibili prim'ancora che inaccettabili. Da qui frustrazione, ossessione e violenza.
Era prevedibile che Di Pietro sostenesse che il premier se l'è cercata. Meno prevedibile, ma non sorprendente, che alle sue parole si associasse in pratica la presidente del Pd, Rosy Bindi. Inutili le prese di distanza dei leader del Pd dall'ex pm, che solo pochi giorni fa evocava la possibilità di un'azione violenta contro Berlusconi. Il problema politico rimane, dal momento che il Pd si ripresenterà dinanzi agli elettori alleato con Di Pietro. Prima il problema era Bertinotti, che costringeva l'Ulivo in una coalizione troppo vicina all'antagonismo no global, dalla politica economica contraddittoria e, quindi, incapace di governare. Veltroni ha sì liberato il Pd da Bertinotti, ma sostituendolo con Di Pietro. Di fatto quindi il Pd continua ad essere schiavo di un alleato incompatibile con il governo del Paese, a cui per altro ha regalato le chiavi dell'opposizione.
Quanti anni passeranno ora prima che il Pd riesca a liberarsi anche di Di Pietro? Non importano i distinguo dei suoi leader. Finché rimarranno alleati di Di Pietro e succubi del Partito Repubblica, finché si consoleranno della loro irrilevanza con i guai giudiziari di Berlusconi, perché tutto sommato servono a tenerlo sotto scacco, rimarranno schiavi del dipietrismo e, ciò che è più grave, dell'antiberlusconismo della loro base e dei loro quadri intermedi.
Inconsapevolmente o meno anche Fini e Casini si sono prestati a questo tipo di operazioni. Il presidente della Camera non perdendo occasione per richiamare il presidente del Consiglio al «rispetto» delle altre istituzioni, anche quando era evidente che da quelle partivano attacchi illegittimi contro il governo; Casini recentemente ha addirittura lanciato la proposta di un fronte democratico contro Berlusconi, sottintendendo l'idea pericolosissima, e falsa, che sia un dittatore da cui liberare l'Italia. C'è da chiedersi se il vero fronte, o piuttosto argine democratico, non sia invece dalla parte di Berlusconi. Qui l'unica dittatura che rischiamo è quella di certe procure che cercano di delegittimare, e quindi far cadere, governi scelti democraticamente. Siamo costantemente sull'orlo del golpe giudiziario, come nel 1994, e ieri sera siamo andati vicini all'eliminazione fisica del presidente del Consiglio voluto dalla maggioranza degli italiani. E' ora di riconoscere dove sono i nemici della democrazia.
Riguardo la falla nel sistema di sicurezza che dovrebbe proteggere il premier mi sembra dica tutto Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera. E d'altra parte, già dalle immagini di ieri in televisione mi era sembrato incredibile che subito dopo l'aggressione l'auto con dentro il premier ferito non sfrecciasse via a sirene spiegate ma rimanesse lì in mezzo alla folla, anzi bloccata dalla folla, con chiunque che poteva tranquillamente sbirciare all'interno. Rivedendo le immagini dell'aggressione si vede distintamente Tartaglia mimare due o tre volte il lancio della statuetta per prendere la mira e darsi lo slancio, ma nessuna delle guardie del corpo lo ha notato, perché tutte erano rivolte verso il premier e non verso la folla, come il buon senso richiederebbe in tali circostanze. Per non parlare del precedente del tiro del treppiedi nel 2004 e del gruppo di violenti contestatori cui ieri era stato permesso di avvicinarsi al premier. Se qualche giornale volesse fare della dietrologia si dovrebbe chiedere come mai ieri sera Berlusconi appariva solo e indifeso in piazza Duomo, e se si sia trattato di semplice dilettantismo o di qualcos'altro di più preoccupante. Se invece di una statuina l'aggressore avesse avuto una pistola, lo avrebbe quasi certamente ucciso. Avrebbe retto la nostra fragile democrazia?
Inconsapevolmente o meno anche Fini e Casini si sono prestati a questo tipo di operazioni. Il presidente della Camera non perdendo occasione per richiamare il presidente del Consiglio al «rispetto» delle altre istituzioni, anche quando era evidente che da quelle partivano attacchi illegittimi contro il governo; Casini recentemente ha addirittura lanciato la proposta di un fronte democratico contro Berlusconi, sottintendendo l'idea pericolosissima, e falsa, che sia un dittatore da cui liberare l'Italia. C'è da chiedersi se il vero fronte, o piuttosto argine democratico, non sia invece dalla parte di Berlusconi. Qui l'unica dittatura che rischiamo è quella di certe procure che cercano di delegittimare, e quindi far cadere, governi scelti democraticamente. Siamo costantemente sull'orlo del golpe giudiziario, come nel 1994, e ieri sera siamo andati vicini all'eliminazione fisica del presidente del Consiglio voluto dalla maggioranza degli italiani. E' ora di riconoscere dove sono i nemici della democrazia.
Riguardo la falla nel sistema di sicurezza che dovrebbe proteggere il premier mi sembra dica tutto Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera. E d'altra parte, già dalle immagini di ieri in televisione mi era sembrato incredibile che subito dopo l'aggressione l'auto con dentro il premier ferito non sfrecciasse via a sirene spiegate ma rimanesse lì in mezzo alla folla, anzi bloccata dalla folla, con chiunque che poteva tranquillamente sbirciare all'interno. Rivedendo le immagini dell'aggressione si vede distintamente Tartaglia mimare due o tre volte il lancio della statuetta per prendere la mira e darsi lo slancio, ma nessuna delle guardie del corpo lo ha notato, perché tutte erano rivolte verso il premier e non verso la folla, come il buon senso richiederebbe in tali circostanze. Per non parlare del precedente del tiro del treppiedi nel 2004 e del gruppo di violenti contestatori cui ieri era stato permesso di avvicinarsi al premier. Se qualche giornale volesse fare della dietrologia si dovrebbe chiedere come mai ieri sera Berlusconi appariva solo e indifeso in piazza Duomo, e se si sia trattato di semplice dilettantismo o di qualcos'altro di più preoccupante. Se invece di una statuina l'aggressore avesse avuto una pistola, lo avrebbe quasi certamente ucciso. Avrebbe retto la nostra fragile democrazia?
Monday, November 02, 2009
No, D'Alema no
Situazione "lose-lose" per Berlusconi
«Si tratta di valutare quale sia l'interesse nazionale prevalente: se per un incarico di così alto prestigio fosse indicato un italiano, Berlusconi ha già detto, e io confermo, che noi sosterremmo questa candidatura». La candidatura è quella di D'Alema ad Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue (l'ex Mr. Pesc, per intenderci) e le parole sono quelle del ministro degli Esteri Frattini. Le ipotesi sono due. Nella prima, il governo sta solo facendo buon viso a cattivo gioco. Visto che ormai D'Alema è stato inserito nella lista dei candidati compilata dai leader socialisti, vuole mostrare un profilo istituzionale e bipartisan, ma in cuor suo spera che le chance di Massimo di farcela rimangano talmente basse da non trovarsi nell'imbarazzo di dover decidere se sostenerlo sul serio o meno. Nella seconda, Berlusconi sarebbe talmente ingenuo da credere che sponsorizzare davvero la candidatura di D'Alema (rinunciando a Tajani commissario - e pazienza - ma anche a Tremonti presidente dell'Eurogruppo o, in alternativa, a Draghi presidente della Bce) contribuirebbe a creare tra maggioranza e Pd un clima collaborativo sulle riforme istituzionali e della giustizia.
Sarebbe un'ingenuità sciagurata. D'Alema lo conosciamo. Se dovesse farcela, si scorderebbe presto dell'aiuto di Berlusconi e, complici la sua arroganza e la stampa "amica", la storia diventerebbe quella del grande statista riconosciuto a livello europeo: era il candidato perfetto... chi altri, se non lui, avrebbe potuto essere designato per quella carica? Se viceversa, come probabile, non dovesse farcela, ciò proverebbe lo scarso peso dell'Italia in Europa.
Ma un eventuale successo contribuirebbe almeno a svelenire il clima interno sulla figura di Berlusconi, favorendo un dialogo costruttivo tra maggioranza e Pd su riforme e giustizia? Nient'affatto, perché il Pd nemmeno con Bersani (e D'Alema) al comando riuscirebbe tornare titolare della guida dell'opposizione reale, che rimarrebbe appaltata a la Repubblica, ai magistrati e a Di Pietro, che continuerebbero imperterriti a intorbidire il clima, per di più accusando D'Alema e il Pd di inciucio. Bersani passerebbe i prossimi anni a convincere la Repubblica che non c'è stato nessun inciucio e addio a ogni possibilità di dialogo.
Tra l'altro, nel merito delle riforme la sinistra è come l'Iran sul nucleare: non ha nessuna intenzione di collaborare davvero, al massimo - se il clima lo consentirà, cosa improbabile - fingerà di essere disponibile a discuterne nelle commissioni, ma in chiave solo ostruzionistica. Il motivo è semplice. Per la sinistra è Berlusconi l'anomalia italiana; per il centrodestra è la magistratura politicizzata - a causa di un assetto squilibrato dei rapporti tra politica e giustizia e della scarsa terzietà e indipendenza del giudice dall'accusa - la vera anomalia. Finché la sinistra non smetterà di credere che sia Berlusconi la principale anomalia, e di voler avvantaggiarsi politicamente (cosa che tra l'altro non gli è quasi mai riuscita dal '94 in poi) dei suoi guai giudiziari, non ci sarà accordo possibile sulla giustizia.
Né c'è alcuna possibilità inoltre che si arrivi a riforme istituzionali approvate dal Parlamento con un quorum tale da evitare il referendum confermativo. Presidenzialismo o premierato rimangono tabù a sinistra e, tra l'altro, rispetto al Pd veltroniano Bersani e D'Alema si oppongono a un sistema tendenzialmente bipartitico, preferendo quello tedesco. Non vedo compromessi possibili. Se questo Paese avrà mai le riforme che aspetta, e di cui si parla da decenni, sarà con voto a maggioranza, confermato per referendum dagli italiani.
Infine - ma per chi legge questo blog è scontato e non ho bisogno di dilungarmi - D'Alema a rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue sarebbe una iattura, a cominciare dai rapporti con Israele e il mondo arabo, e dall'approccio nei confronti del terrorismo islamico.
«Si tratta di valutare quale sia l'interesse nazionale prevalente: se per un incarico di così alto prestigio fosse indicato un italiano, Berlusconi ha già detto, e io confermo, che noi sosterremmo questa candidatura». La candidatura è quella di D'Alema ad Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue (l'ex Mr. Pesc, per intenderci) e le parole sono quelle del ministro degli Esteri Frattini. Le ipotesi sono due. Nella prima, il governo sta solo facendo buon viso a cattivo gioco. Visto che ormai D'Alema è stato inserito nella lista dei candidati compilata dai leader socialisti, vuole mostrare un profilo istituzionale e bipartisan, ma in cuor suo spera che le chance di Massimo di farcela rimangano talmente basse da non trovarsi nell'imbarazzo di dover decidere se sostenerlo sul serio o meno. Nella seconda, Berlusconi sarebbe talmente ingenuo da credere che sponsorizzare davvero la candidatura di D'Alema (rinunciando a Tajani commissario - e pazienza - ma anche a Tremonti presidente dell'Eurogruppo o, in alternativa, a Draghi presidente della Bce) contribuirebbe a creare tra maggioranza e Pd un clima collaborativo sulle riforme istituzionali e della giustizia.
Sarebbe un'ingenuità sciagurata. D'Alema lo conosciamo. Se dovesse farcela, si scorderebbe presto dell'aiuto di Berlusconi e, complici la sua arroganza e la stampa "amica", la storia diventerebbe quella del grande statista riconosciuto a livello europeo: era il candidato perfetto... chi altri, se non lui, avrebbe potuto essere designato per quella carica? Se viceversa, come probabile, non dovesse farcela, ciò proverebbe lo scarso peso dell'Italia in Europa.
Ma un eventuale successo contribuirebbe almeno a svelenire il clima interno sulla figura di Berlusconi, favorendo un dialogo costruttivo tra maggioranza e Pd su riforme e giustizia? Nient'affatto, perché il Pd nemmeno con Bersani (e D'Alema) al comando riuscirebbe tornare titolare della guida dell'opposizione reale, che rimarrebbe appaltata a la Repubblica, ai magistrati e a Di Pietro, che continuerebbero imperterriti a intorbidire il clima, per di più accusando D'Alema e il Pd di inciucio. Bersani passerebbe i prossimi anni a convincere la Repubblica che non c'è stato nessun inciucio e addio a ogni possibilità di dialogo.
Tra l'altro, nel merito delle riforme la sinistra è come l'Iran sul nucleare: non ha nessuna intenzione di collaborare davvero, al massimo - se il clima lo consentirà, cosa improbabile - fingerà di essere disponibile a discuterne nelle commissioni, ma in chiave solo ostruzionistica. Il motivo è semplice. Per la sinistra è Berlusconi l'anomalia italiana; per il centrodestra è la magistratura politicizzata - a causa di un assetto squilibrato dei rapporti tra politica e giustizia e della scarsa terzietà e indipendenza del giudice dall'accusa - la vera anomalia. Finché la sinistra non smetterà di credere che sia Berlusconi la principale anomalia, e di voler avvantaggiarsi politicamente (cosa che tra l'altro non gli è quasi mai riuscita dal '94 in poi) dei suoi guai giudiziari, non ci sarà accordo possibile sulla giustizia.
Né c'è alcuna possibilità inoltre che si arrivi a riforme istituzionali approvate dal Parlamento con un quorum tale da evitare il referendum confermativo. Presidenzialismo o premierato rimangono tabù a sinistra e, tra l'altro, rispetto al Pd veltroniano Bersani e D'Alema si oppongono a un sistema tendenzialmente bipartitico, preferendo quello tedesco. Non vedo compromessi possibili. Se questo Paese avrà mai le riforme che aspetta, e di cui si parla da decenni, sarà con voto a maggioranza, confermato per referendum dagli italiani.
Infine - ma per chi legge questo blog è scontato e non ho bisogno di dilungarmi - D'Alema a rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue sarebbe una iattura, a cominciare dai rapporti con Israele e il mondo arabo, e dall'approccio nei confronti del terrorismo islamico.
Tuesday, October 13, 2009
Non solo Berlusconi. I guai di Obama e Zapatero con i media
Su il Velino
Il presidente Obama ha qualche problema ad accettare che ci siano dei media che non lo osannano. E' questa l'interpretazione che blog e commentatori di orientamento conservatore danno della "guerra" dichiarata dall'amministrazione Obama alla tv Fox News. «Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione». No, non è l'ennesimo sfogo del premier Berlusconi contro la Repubblica, né un comunicato di Bonaiuti o Bondi. Sono parole di Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca. Fox News, ha spiegato, «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano», o come «un'ala del partito repubblicano» tout court. Niente a che vedere con «il modo in cui si comporta un'onesta azienda giornalistica come la CNN».
(...)
L'accusa rivolta a Fox News di essere in sostanza una "tv-partito" non può che richiamare alla mente di noi italiani l'accusa rivolta a la Repubblica di essere un "giornale-partito". Obama con Fox News come Berlusconi con la Repubblica, dunque? Naturalmente il caso americano presenta alcune notevoli differenze rispetto a quello italiano.
LEGGI TUTTO
Il presidente Obama ha qualche problema ad accettare che ci siano dei media che non lo osannano. E' questa l'interpretazione che blog e commentatori di orientamento conservatore danno della "guerra" dichiarata dall'amministrazione Obama alla tv Fox News. «Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione». No, non è l'ennesimo sfogo del premier Berlusconi contro la Repubblica, né un comunicato di Bonaiuti o Bondi. Sono parole di Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca. Fox News, ha spiegato, «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano», o come «un'ala del partito repubblicano» tout court. Niente a che vedere con «il modo in cui si comporta un'onesta azienda giornalistica come la CNN».
(...)
L'accusa rivolta a Fox News di essere in sostanza una "tv-partito" non può che richiamare alla mente di noi italiani l'accusa rivolta a la Repubblica di essere un "giornale-partito". Obama con Fox News come Berlusconi con la Repubblica, dunque? Naturalmente il caso americano presenta alcune notevoli differenze rispetto a quello italiano.
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Friday, September 04, 2009
La lezione del caso Boffo/2 - poi basta
E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.
L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».
Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.
Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.
Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.
L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».
Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.
Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.
Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.
Monday, August 31, 2009
La lezione del caso Boffo
Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Monday, July 13, 2009
Il G8 chiude una pagina?
«... Di Obama mi ha anche colpito l'attenzione e la sensibilità con cui si è riferito alle figure che rappresentano ruoli diversi in Italia: il capo dello Stato e il presidente del Consiglio. Ruoli che, come sappiamo, in America si identificano nella stessa persona, l'inquilino della Casa Bianca, mentre così non è da noi e Obama ha dimostrato di esserne perfettamente consapevole».Così il presidente Napolitano, nel colloquio di ieri con il Corriere della Sera, in cui tra l'altro ha sottolineato come il G8 abbia rappresentato «indubbiamente un riconoscimento e un successo per il presidente del Consiglio, Berlusconi», e chiesto «un clima più civile, corretto e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione». Ma quel passaggio sulla distinzione tra i ruoli istituzionali di presidente della Repubblica e del Consiglio, di cui Obama si è dimostrato «perfettamente consapevole», è la spiegazione autentica di Napolitano dei diversi apprezzamenti rivolti dal presidente Usa a lui e a Berlusconi, in cui alcuni invece ancora una volta hanno voluto vedere una critica "per contrasto" nei confronti del premier.
Se persino Scalfari, su la Repubblica, ha dovuto ammettere il «successo» di Berlusconi, riconoscimenti sono giunti anche da altri giornali stranieri: «Da playboy a uomo di Stato», ha titolato il Financial Times. «Silvio Berlusconi sembra aver vinto la scommessa sul G8. In tre giorni ha zittito i critici e tranquillizzato gli alleati». Esagerato il Die Welt. «L' Italia ha dimostrato ancora di quali capolavori d' improvvisazione sia capace: forse bisogna considerare un cambio di paradigmi sulla sua posizione in Europa». E addirittura: «Se il mondo fosse in mani italiane, dovremmo preoccuparcene poco».
Con il G8 della scorsa settimana dovrebbe essere calato il sipario sia sul Berlusconi "gaffeur" (ce lo auguriamo), sia sulle continue accuse da parte dei suoi nemici di non rappresentare degnamente l'Italia all'estero. Difficile, dopo questo G8, che la politica estera possa essere usata come arma polemica contro Berlusconi, a meno che le critiche non siano saldamente fondate sul merito delle politiche anziché sull'immagine del premier.
Thursday, July 09, 2009
Due schiaffoni a Repubblica (e uno al NYT)
Partiamo da quello al New York Times, che però sarà risuonato anche dalle parti di Largo Fochetti e del Pd. Mario Platero, sul Sole24 Ore di oggi: «Sul piano della cronaca stretta, l'immagine d'insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro della presidenza italiana stridono con le versioni che abbiamo ascoltato da un paio di quotidiani anglosassoni, il Guardian e il New York Times». Ed ecco come David Axelrod, il principale consigliere di Obama, fuga i dubbi di Platero. «Ma tu credi ancora al New York Times?». Boom! Arrivare a dire che l'Italia rischia di essere esclusa dal G8 «non è solo falso», conclude Platero, ma è «hysterical», che «in inglese non vuol dire soltanto isterico, ma anche da morir dal ridere».
Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.
E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...
Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.
E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...
Wednesday, July 08, 2009
Splendida giornata per Berlusconi
Non poteva davvero sperare di meglio Berlusconi, che ha superato gli "scossoni" interni ed esteri di slancio. Il New York Times e il Guardian smentiti dalla Casa Bianca e dal presidente Obama in persona, che riconoscono la leadership del governo italiano. Ieri il giornale inglese aveva definito «terribile» l'organizzazione italiana del summit G8, senza metodo né agenda, arrivando a ipotizzare l'esclusione dell'Italia dal G8. Oggi anche il NYT ha denunciato la «carenza organizzativa» del governo italiano, rimproverando a Berlusconi di aver speso troppe delle sue «energie politiche a cercare di schivare le accuse della stampa». Ma l'editoriale del quotidiano Usa, per lo più scettico sulle possibilità di successo del vertice a causa della «debolezza politica di molti leader che vi partecipano», intendeva spronare Obama a esercitare la sua leadership, «trasformando la fiducia politica che si è guadagnato negli ultimi sei mesi in capitale diplomatico».Ma ogni dubbio sull'organizzazione italiana del vertice è stato spazzato via prima da Mike Froman, lo "sherpa" americano del G8, che in una conferenza stampa a L'Aquila ha definito «splendido» il lavoro del governo italiano: «Gli italiani hanno definito l'agenda del vertice con largo anticipo ed hanno lavorato in modo metodico per svilupparla». Poi sono arrivate le parole di Obama, al termine dell'incontro con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale: «Il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» sui temi del G8, ha riconosciuto.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».
Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».
Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».
Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».
Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.
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