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Sunday, September 11, 2011

10 anni dopo, l'Occidente al bivio

«In quel momento di assoluta nitidezza, possiamo cogliere con l'occhio della mente il profondo significato di un evento. Col passare del tempo, non è che il ricordo sbiadisca; ma la sua luce si attenua, perde forza, e la nostra attenzione si sposta altrove. Ricordiamo l'evento, ma non come ci sentivamo in quel momento. L'impatto emotivo è rimpiazzato da un sentimento che, essendo più pacato, ci sembra più razionale. Eppure, paradossalmente, può esserlo di meno, perché la calma non è il risultato di una ulteriore analisi, ma del semplice trascorrere del tempo».
Tony Blair

Oggi sono trascorsi dieci anni esatti. C'è una generazione 11 settembre che conserva con assoluta nitidezza la comprensione emotiva di quell'evento, ma nella gran parte della gente e degli uomini di potere è subentrata la «calma» di cui parla Blair nelle sue memorie, che non sempre è il risultato di analisi più razionali. Sapevamo fin dall'inizio che non si sarebbe trattato di una guerra convenzionale, con stati ed eserciti schierati l'uno contro l'altro. Non basta uccidere Hitler, devastare la Germania e il Giappone, per porre fine alle ostilità. Bin Laden è stato ucciso, al Qaeda indebolita, ma la lotta tra l'aspirazione alla libertà e la tirannia del fondamentalismo islamico è ancora in corso, perché è una guerra prima di tutto ideologica, che si combatte, certo, anche nelle nostre società (ed è vitale non abbassare la guardia e riaffermare i nostri valori), ma il cui esito dipenderà dall'evoluzione delle società islamiche. E' in corso in modo decisivo in Medio Oriente, dove i moti di questo 2011 sono stati generati da quell'aspirazione, ma rischiano di essere travolti dall'estremismo. Ne abbiamo avuta vivida dimostrazione l'altro ieri al Cairo.

I successi sul campo sono indubbi. Due dittature sanguinarie non ci sono più (in Afghanistan e in Iraq), esperimenti e primi vagiti democratici sono in corso, anche se non ancora irreversibili. Il fallimento di Bin Laden è sotto gli occhi almeno dei musulmani non del tutto accecati dal fanatismo: la presenza militare americana nei Paesi islamici è aumentata e le masse arabe si sono ribellate non agli Usa, non ai loro governanti "riformisti", ma ai loro tiranni, anche laddove tutto sembrava calmo e piatto: in Egitto, in Libia, persino in Siria e in Iran. Anche un presidente "realista" come Barack Obama si è dovuto piegare all'evidenza della storia, con tutti i limiti che comporta doversi piegare a convinzioni che non si sentono proprie. Come ha ricordato Christian Rocca in questi giorni, Obama non ha smantellato né in patria né all'estero l'architettura della guerra al terrorismo messa in piedi dal suo predecessore, nonostante avesse promesso di farlo in campagna elettorale, e in Medio Oriente è dovuto venire a patti con l'unica strategia che resta valida, quella elaborata all'indomani dell'11 settembre dagli odiati Bush e Blair: «Sostituire lo status quo con la promozione della democrazia». Si possono affinare i metodi e calibrare i tempi, ma quella è.

Dopo dieci anni dall'11 settembre, l'Occidente non se la passa bene, afflitto da una crisi economica e politica forse senza precedenti, ma le società che si ispirano ai principi islamici appaiono in una crisi profonda (l'unica area del mondo non occidentale a non aver agganciato il tumultuoso sviluppo di Cina, India e Brasile), e l'islamizzazione è una risposta che non sembra convincere le masse, anche se la partita è ancora aperta.

C'è la tendenza a spiegare il momento di crisi degli Stati Uniti e dell'Occidente con la reazione eccessiva e troppo costosa, militarmente ed economicamente, all'11 settembre, ma Charles Krauthammer ha brillantemente respinto queste teorie:
«Our current difficulties and gloom are almost entirely economic in origin, the bitter fruit of misguided fiscal, regulatory and monetary policies that had nothing to do with 9/11. America's current demoralization is not a result of the war on terror. On the contrary. The denigration of the war on terror is the result of our current demoralization, of retroactively reading today's malaise into the real - and successful - history of our 9/11 response».
L'unico motivo di pessimismo in questo decimo anniversario è proprio lo stato di torpore e sfiducia in se stesso in cui sembra essere piombato l'Occidente. Che non sembra più credere nei valori che lo hanno reso grande, dominante, e che si riassumono nelle sei killer application descritte da Niall Ferguson nel suo "Civilization". E' dentro di noi in quanto individui e in quanto società ciò che può farci perdere la guerra al fondamentalismo islamico e che può condannarci al declino dinanzi all'ascesa dei giganti asiatici. Abbiamo ingabbiato noi stessi la vitalità dei nostri sistemi politici ed economici, cedendo alle lusinghe dello statalismo, alle false sicurezze «dalla culla alla tomba». Chi più chi meno, in Europa e negli Stati Uniti, tutti condividiamo le stesse storture: spesa pubblica eccessiva, debiti insostenibili, politica monetaria facile, rigidità dei mercati, politici incapaci di prendere decisioni. Ciò significa un'allocazione inefficiente e distorta delle risorse umane e materiali, corruzione e sprechi, immobilismo. In questo modo non riusciamo più a sfruttare al meglio le killer apps che noi stessi abbiamo inventato.

Dieci anni dopo l'11 settembre, l'Occidente è al bivio, ma non sotto i colpi dei terroristi. O si lascia alle spalle il Novecento e riesce ad autoriformarsi, ritrovando se stesso, o è perduto.

Concludo quindi questo post-anniversario con un pensiero alle vittime, ai loro famigliari, e a tutti coloro che in questi dieci anni hanno dedicato e talvolta sacrificato le loro vite nella guerra al terrorismo, e ancora con le parole di uno di loro, Tony Blair:
«... credo che all'estero dovremo proiettare un senso di forza e determinazione, non di debolezza o esitazione; ritengo che sia arrivato il momento di attuare più riforme governative, non meno... siamo diventati troppo umili, troppo fiacchi, troppo inibiti, attanagliati da troppi dubbi, e ci mancano obiettivi chiari. Il nostro stile di vita, i valori, che ci hanno resi grandi, rimangono per noi in quanto nazioni non solo come testamento, ma come messaggeri del progresso umano; non sono i ruderi di una politica un tempo gloriosa, bensì lo spirito vitale di una visione ottimista della storia umana. Non ci resta che tornare ad applicarli alle circostanze in mutamento anziché accantonarli considerandoli ormai inutili».

Thursday, June 17, 2010

La Turchia che prende il largo

Un bel contributo al dibattito sulla politica estera turca, che dopo gli ultimi eventi si sta imponendo alla nostra attenzione, lo dà oggi Christian Rocca con questo articolo sul Sole:
«Tutto il mondo si chiede se ci siamo persi la Turchia, dopo gli ammiccamenti ad Hamas, gli accordi con l'Iran degli ayatollah, le accuse feroci a Israele, il no alle sanzioni Onu sul nucleare di Teheran, gli schiaffi agli Stati Uniti... Erdogan guarda oltre l'Europa. Cerca nuove sponde. Si tiene le mani libere. Chiede di entrare nell'Unione europea e ha ottenuto lo status di osservatore nell'Unione africana. Discute iniziative comuni con la Lega araba ed è più attivo che mai nell'Organizzazione della conferenza islamica. La settimana scorsa ha convocato Siria, Libano e Giordania per costruire l'Unione mediorientale di libero scambio, su modello e in alternativa all'Unione europea. Fa accordi bilaterali commerciali con i paesi limitrofi, apre ambasciate in Africa, punta ai mercati dell'area turcofona che si estende fino alla Cina, agisce da mediatore nei Balcani, va a braccetto con i russi, prova a ritagliarsi il ruolo di paciere con l'Iran e a scalzare Egitto e Arabia saudita come guida della regione. Cerca, infine, di sfruttare la posizione geostrategica della Turchia e di farne il crocevia obbligato delle rotte energetiche che collegano i paesi produttori di petrolio e gas ai consumatori europei. Questo neogollismo turco ha consolidato i pregiudizi europei, ingigantito le preoccupazioni israeliane ed evidenziato l'imbambolamento di Barack Obama che un anno fa è andato in Turchia a parlare di "partnership modello" tra Washington e Ankara».
L'impressione è che la Turchia sia sempre più un «soggetto politico autonomo nello scacchiere internazionale, molto disinvolto, parecchio arrogante, forse ingenuo nel credere di poter guardare sia a est sia a ovest senza creare guai innanzitutto a se stesso, magari capace di dissimulare i piani più o meno segreti di smantellamento della laicità della repubblica e di islamizzazione del paese, certamente campione di una nuova retorica pan-musulmana, populista e con velleità neo-ottomane».

Friday, April 30, 2010

Pannella se ne faccia una ragione

Christian Rocca torna a smontare la tesi assurda pannelliana secondo cui sarebbero stati Bush e Blair ad impedire l'esilio di Saddam Hussein perché volevano a tutti i costi la guerra e segnala un articolo del New York Times in cui si riporta che nella sua autobiografia Laura Bush si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l'esilio («if one of them could have persuaded Saddam to go into exile, if they could have conveyed that the United States was not bluffing»). A conferma, ancora una volta, che gli americani l'esilio lo volevano, anzi l'avevano ideata loro la proposta, e che era Saddam a non volerlo perché francesi, tedeschi (e russi) ebbero un ruolo determinante nel far credere al dittatore che sarebbero stati capaci di fermare gli americani.

Sono anni che lo scriviamo. Tesi confermata da diplomatici, dal numero due del regime iracheno (Tarek Aziz), ma evidente a tutti anche tra quel febbraio e quel marzo del 2003. Così André Glucksmann, in un'intervista a La Stampa: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Non ci voleva la Cia per accorgersene. Lo ripetiamo per l'ennesima volta. Non è che Francia, Germania e Russia non volevano la guerra. Volevano che Saddam restasse dov'era e hanno agito di conseguenza. Punto.

Tuesday, November 03, 2009

Perché l'Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?

«Alla tavola europea, nel ruolo di guida della politica estera, non ci dovrebbe essere posto per chi passeggia a braccetto con i ministri di Hezbollah sulle macerie di Beirut per denunciare i crimini di guerra israeliani», scrive oggi Christian Rocca in un articolo su Il Foglio in cui ricorda le posizioni di D'Alema sulla questione palestinese, sugli ebrei, su Hezbollah e su Hamas, spiegando perché non è l'uomo giusto per quella «specie di ministro degli Esteri dotato di un corpo diplomatico autonomo e destinato a diventare la figura più importante dell'Unione, specie se il presidente non sarà Tony Blair, ma un grigio euroburocrate».

Chi si oppone alla candidatura di Blair obietta che «l'Europa ha bisogno di un amico di Obama, non di Bush», ma «chi non è amico di Obama sulle questioni decisive della politica estera, cioè su chi sono gli amici e chi i nemici, è D'Alema». Eppure, per un breve periodo, quando è stato presidente del Consiglio, è esistito un D'Alema diverso, ricorda Rocca. «In nome degli stessi valori di democrazia e libertà che oggi giudica un finto pretesto per chissà quali misfatti, il premier D'Alema liberava con le bombe e senza l'Onu il Kosovo, abbracciava Clinton e fondava centri studi con Blair. Quel D'Alema è durato lo spazio breve del governo con Cossiga e Mastella. Guido Rossi di quel D'Alema disse che aveva trasformato Palazzo Chigi in una "merchant bank che non parla inglese". Oggi D'Alema sa bene l'inglese, ma perché l'Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?».

Tuesday, September 22, 2009

Il presidente degli appelli tentenna sull'Afghanistan

Sogni di realpolitik

Appelli, appelli, appelli. Appelli per il clima; per la pace in Medio Oriente; per il dialogo con l'Iran. Barack Obama è il presidente degli appelli, ma anche se non si può certo trarre un bilancio, nemmeno parziale, della sua politica estera, non si può non notare come fino ad oggi abbia raccolto pochissimo, direi quasi nulla, dalle aperture che ha disseminato per il mondo, al prezzo di qualche incrinatura nei rapporti con gli storici alleati dell'America, dall'Estremo Oriente all'Europa dell'Est, passando per Israele.

Ma è in particolare sull'Afghanistan che la sua credibilità come comandante in capo è messa a dura prova in questi giorni, soprattutto dopo la rivelazione del rapporto del generale McChrystal. Un rapporto pronto dal 30 agosto, ma che l'amministrazione - qualcuno pensa per motivi di politica interna - ha deciso di non prendere in esame fino a pochi giorni fa. Un rapporto nel quale si avverte senza mezzi termini che senza ulteriori rinforzi in Afghanistan si va incontro al fallimento. Obama dice che prima di mandare altri uomini vuole avere chiara la strategia; certo, la strategia conta, ma le truppe combattenti ad oggi impegnate sono talmente esigue che a mio avviso si può iniziare a parlare di strategia solo dopo aver riconsiderato i numeri.

Oggi il Washington Post (a Woodward si deve lo scoop - l'ennesimo - del rapporto McChrystal) è uscito allo scoperto accusando esplicitamente il presidente di essere troppo «esitante» e «dubbioso» sull'Afghanistan in un «momento cruciale» per la campagna. Un editoriale lo rimprovera di «aver dimenticato le sue stesse parole a favore di una campagna contro l'insurrezione», come «se avesse un ripensamento» rispetto a quanto affermava soltanto cinque mesi fa: «Che cosa è cambiato dallo scorso marzo?», si chiede il WP. E le innumerevoli apparizioni tv di Obama in questi giorni rischiano di trasformarsi in un boomerang, perché le sue risposte rafforzano l'impressione della sua indecisione su un fondamentale tema di sicurezza nazionale come l'Afghanistan.

Tra l'altro, ad aggravare la situazione c'è anche la denuncia nient'affatto sorprendente del generale McChrystal, che nel suo rapporto, rivela oggi il Los Angeles Times, accusa i servizi segreti pakistani e iraniani di sostenere i talebani. Un'accusa molto verosimile. «L'insorgenza afghana è chiaramente sostenuta dal Pakistan», scrive il generale. I leader talebani «sono assistiti da alcuni elementi dell'Isi», mentre per quanto riguarda l'Iran, «le forze al Quds stanno addestrando combattenti per alcuni gruppi talebani e fornendo altre forme di assistenza militare agli insorti».

Della rinuncia allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica ceca ho già scritto - e c'è davvero da sperare che Obama abbia ricevuto almeno qualcosa in cambio dai russi, almeno un "sì" a nuove e più dure sanzioni nei confronti di Teheran - ma anche quella decisione, almeno nel modo in cui è stata gestita, questa settimana viene criticata su Newsweek da Fareed Zakaria, proprio per il significato politico che ormai lo scudo aveva assunto per russi, polacchi e cechi. «Di questi tempi - ha commentato il Wall Street Journal - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che l'America sta lavorando sodo per creare avversari laddove in precedenza aveva amici».

E così non posso che condividere l'analisi di Christian Rocca, qualche giorno fa su Il Foglio, secondo cui in questo momento «l'approccio» di Obama sembra «costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un'assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un'alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell'unilateralismo di George W. Bush». Cosa farà Obama se iraniani, russi e nordcoreani respingeranno le sue aperture? C'è da cominciare a temere che esiterà sul da farsi come sull'Afghanistan, invece di riconoscere che l'atteggiamento ostile dei nemici degli Stati Uniti non era provocato dall'"unilateralismo" di Bush, ma da deliberate scelte politiche di quei regimi che nessuna mano tesa e realpolitik può ammorbidire. E se a un certo punto bisognerà riconoscere che non era Bush il "cattivo", e che l'"Asse del Male" esiste per davvero? Verrà il tempo di smettere di sognare a occhi aperti e mani tese?

Tuesday, August 25, 2009

Obama scivola sulla sicurezza

Obama aveva promesso che nessuno sarebbe stato processato per aver praticato le tecniche di interrogatorio autorizzate dalla precedente amministrazione. Adesso la decisione del ministro della Giustizia Eric Holder di nominare un «procuratore speciale» per indagare su una dozzina di casi di presunte torture praticate da agenti Cia - che comunque la si pensi non facevano altro che servire la nazione - appare per quella che è: una mossa demagogica per soddisfare gli appetiti vendicativi e la furia ideologica dell'ala sinistra del partito. E rischia di rivelarsi un boomerang per Obama, come spiega il Wall Street Journal. Si tratta infatti di quel tipo di decisioni che convincono gli americani del fatto che il Partito democratico è propenso a prendere decisioni con un occhio più alla lotta politica interna che non alla sicurezza della nazione. Per non parlare della frattura che questa decisione avrà certamente provocato all'interno dell'amministrazione, e in particolare tra chi si occupa di sicurezza nazionale.

Il rischio, infatti, come ha ben spiegato il solo Maurizio Molinari, su La Stampa, è di «una sollevazione interna capace di paralizzare le numerose operazioni quotidiane di lotta ad al Qaeda: il numero dei super-agenti a disposizione di Langley non è molto esteso e incriminarne alcuni significherebbe creare uno scompiglio tale nei ranghi da mettere in pericolo le numerose missioni ad alto rischio in corso in Iraq, Afghanistan e altrove. Quando un solo agente è minacciato di processo per aver fatto ciò che gli è stato chiesto l'intera Cia è a rischio: per questo Robert Baer, ex capo del Medio Oriente, assicura "ho lavorato per ventun anni e nessuno ha mai praticato alcun tipo di tortura"».

UPDATE 26 agosto: L'articolo di Rocca sulla vicenda.

Thursday, July 09, 2009

Due schiaffoni a Repubblica (e uno al NYT)

Partiamo da quello al New York Times, che però sarà risuonato anche dalle parti di Largo Fochetti e del Pd. Mario Platero, sul Sole24 Ore di oggi: «Sul piano della cronaca stretta, l'immagine d'insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro della presidenza italiana stridono con le versioni che abbiamo ascoltato da un paio di quotidiani anglosassoni, il Guardian e il New York Times». Ed ecco come David Axelrod, il principale consigliere di Obama, fuga i dubbi di Platero. «Ma tu credi ancora al New York Times?». Boom! Arrivare a dire che l'Italia rischia di essere esclusa dal G8 «non è solo falso», conclude Platero, ma è «hysterical», che «in inglese non vuol dire soltanto isterico, ma anche da morir dal ridere».

Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.

E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...

Wednesday, June 10, 2009

Vera svolta o solo minacce a mezzo stampa?

Sulla Corea del Nord, all'interno dell'amministrazione Obama, scrive oggi Christian Rocca su Il Foglio, sarebbe in corso una «svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell'Iran». In pratica, alla luce delle recenti provocazioni da parte di Pyongyang (i test nucleari e missilistici e la condanna ai lavori forzati di due giornaliste americane), la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono «sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona». Addirittura, nell'amministrazione si sentono usare toni alla Bolton e «gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di cambio di regime», mentre H. Clinton ha detto che sta studiando l'ipotesi di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati sponsor del terrorismo internazionale.

Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».

Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
«Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare. Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare».
E «questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio», avrebbe detto al NYT un altro consigliere per la sicurezza nazionale.

Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.

Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.

«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.

Il WSJ si ricrede: altro che Freedom Agenda

Era stato proprio il Wall Street Journal, all'indomani del discorso del presidente Obama al Cairo, a titolare "Barack Hussein Bush", sostenendo, in un editoriale che mi aveva lasciato perplesso, che ciò che stava offrendo al mondo musulmano non era né più né meno che la Freedom Agenda di Bush. E proprio il WSJ poche ore dopo si è dovuto ricredere, scoprendo che l'amministrazione sta tagliando i fondi destinati alla promozione della democrazia.

In Egitto i soldi a disposizione dei programmi sono stati ridotti da 50 a 20 milioni di dollari, a meno della metà. I fondi stanziati per i gruppi indipendenti del 70% e oltre, «nonostante la spesa record su quasi tutte le altre voci di bilancio». Lo scorso mese l'ambasciatore in Egitto ha tagliato 11 milioni ai programmi destinati alla società civile. «Da ora in poi solo i gruppi approvati dal regime di Mubarak potranno accedere a questi "fondi per il sostegno economico" - sostanzialmente un potere di veto del Cairo sugli aiuti americani».

«La bassa priorità assegnata alla promozione della democrazia è evidente in tutta l'amministrazione», dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, dove nessuno si occupa direttamente di democrazia e diritti umani, inglobati sotto la voce "istituzioni multilaterali e sviluppo"; al Dipartimento di Stato, dove «il posto di assistente del segretario per la democrazia e i diritti umani rimane vuoto».

Nella sua prima visita in Cina, ricorda il WSJ, H. Clinton ha «eluso» il tema dei diritti umani. Il «reset» nelle relazioni con il Cremlino limita il dialogo «al controllo degli armamenti e alla difesa missilistica», sorvolando sulla «tormentata società civile» russa e sulle «minacce» alle giovani democrazie confinanti. Parlando di Afghanistan, il segretario alla Difesa Gates ha minimizzato l'obiettivo di creare una società libera.

«Queste scelte - osserva il quotidiano - riflettono l'emergere di una politica estera neo-realista... Se può consolare, Bush si fermò nel suo sostegno ai dissidenti nei paesi del Medio Oriente come l'Egitto e si accorse in ritardo del lato oscuro del regime di Putin». Ma il «migliore argomento» in favore della promozione della democrazia, come ha ricordato lo stesso Obama al Cairo, è che «le democrazie sono in definitiva più stabili, riuscite e sicure». Per questo «è nell'interesse dell'America vedere la libertà diffondersi nel mondo» e la difesa della democrazia «appartiene a una lunga tradizione bipartisan».

Sul discorso di Obama al Cairo aveva visto giusto David Brooks, che proprio sul tema della democrazia aveva notato una «grande ritirata verso il realismo»: «Una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente infatti non aveva veramente difeso le istituzioni democratiche. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.

Oggi il Wall Street Journal nota che forse l'amministrazione Obama, viste le recenti provocazioni da parte della Corea del Nord, sta riconsiderando la politica tenuta dalle amministrazioni Clinton e G. W. Bush nei confronti di Pyongyang: H. Clinton ha ipotizzato di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati terroristi. «Sarebbe l'inizio del buon senso se Obama e il suo segretario di Stato capissero che la Corea del Nord è uno stato che semplicemente non può essere comprato con gesti e dialogo». Anche Christian Rocca, su Il Foglio, vede importanti segnali di un cambio di rotta. Addirittura, nell'amministrazione Usa qualcuno comincia a parlare di regime change e a usare i toni di Bolton.

Tuesday, February 03, 2009

Da non perdere

Christian Rocca torna a trattare la complessa questione giuridica stato di diritto-sicurezza nazionale. L'aveva già fatto, ma è sempre utile tornarci, per i pochi - ahimé - interessati a capire e a non accontentarsi delle banalità che si sentono e si leggono sui mainstream media.

Il problema della detenzione dei terroristi non nasce con l'11 settembre, né per la cattiveria di Bush, anche se dopo l'11 settembre e con Bush ha assunto una enorme visibilità. E' un problema giuridico complesso, perché ai terroristi è difficilmente applicabile lo status di belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra. Una «convenzione» sulla quale - come dice il nome stesso - tutte le parti in conflitto (gli stati) devono convenire.

Enzo Reale torna su Charta 08, l'appello per le riforme democratiche in Cina sottoscritto da migliaia di cittadini cinesi, sia famosi dissidenti che gente comune.
«Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente... per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare».
E il regime studia le tattiche migliori per reprimere il fenomeno sul nascere. Ne è un esempio il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino. Su 1972.

Friday, September 05, 2008

Dall'Alaska con furore

L'uragano Palin sta portando nuovo slancio alla campagna di McCain, offuscata dall'astro nascente di Obama e da tanta obamamania. Dal grande freddo irrompe nella politica nazionale Usa una donna dal temperamento caldo. Su Il Foglio di oggi trovate alcune interessanti riflessioni sulla candidata vice di McCain, governatrice dell'Alaska, Sarah Palin.
«Obama e Palin sono la quintessenza dell'America, della stessa America. Sono entrambi una perfetta miscela energetica di sogno e progresso, di ottimismo e spiritualità, di mito e di riforma, di umiltà e compassione. Sono Bob Dylan e Erin Brockovich, entrambi distillati del medesimo spirito americano, anche se uno si presenta con forme elitarie e di sinistra e l'altra con un aspetto provinciale e conservatore. L'americanità soffice di Obama piace ai giornali e agli europei, quella ruvida di Palin alla working class e alla gente di frontiera, ma non sono prodotti di due Americhe diverse, una buona e una cattiva. L'America è soltanto una e Obama-Palin sono figli della stessa cultura, della stessa era, dello stesso sogno».
(Christian Rocca)

«Il discorso è stato così efficace perché è stato fatto da qualcuno che allo stesso tempo è: una persona relativamente sconosciuta, un amministratore e non un legislatore, un grande riformatore, un americano medio che ce l'ha fatta da solo, un outsider che è stato accolto con ostilità dall'establishment di Washington e, sì, una donna».
Bill Kristol

«... è la cosa più vicina a un libertario che sia mai arrivata a un soffio dal potere vero dai tempi di Ronald Reagan... La Barracuda interpreta in modo spontaneo l'agenda della leave-us-alone-coalition... La sua retorica è quella con cui la destra conservatrice-libertaria va a nozze. Il governo sì, però small; le tasse sì, però low; la regolazione pubblica sì, però sound e science-based... la sua battaglia è contro l'establishment, le rendite, i politici in senso lato, non ha nascosto le sue simpatie per la corsa pazza di Ron Paul... Dalle parti di Reason hanno apprezzato la sua ragionevolezza sulla guerra alla droga... Sulla questione dell'aborto, non è una militante pro life di maniera... E poi, ultima ma non meno importante, c'è la "nostra prima libertà", quella di detenere e portare armi».
Carlo Stagnaro

«Miss Congeniality, l'autenticità in persona, un campione femminile e postfemminista di energia sessuale riproduttiva, una social conservative di classe mondiale, una cacciatrice di caribù e una perforatrice di sottosuolo alla ricerca di petrolio, una schiaffeggiatrice di vecchi leoni e politicanti corrotti, una talentuosa e anche un po' surreale superwoman intrisa di valori familisti potenti e disordinati, di cultura amministrativa della piccola città, di anticentralismo al limite del separatismo, di orgoglio antisnobistico e antipolitico».
(Giuliano Ferrara)
Non ne so molto di Sarah Palin, quindi più che esprimere giudizi su di lei cerco di riportarne di interessanti di chi ne sa più di me, ma ricordo che il ticket McCain-Palin ha qualche chance di vittoria solo se riuscirà nell'impresa di presentarsi come una rottura rispetto alla presidenza Bush e all'immagine un po' ingrigita del partito, di dimostrarsi quindi capace di scelte indipendenti, senza per questo demotivare la base. Palin può senz'altro portare più freschezza ed energia alla campagna di McCain, ma attenzione: troppo radicalismo conservatore rischia di intaccare la capacità di McCain di attrarre voti dal centro e persino dallo schieramento avversario. Ci vuole un giusto mix di Palin, Giuliani e Lieberman.

Tuesday, September 02, 2008

Il punto su "Iraq libero"

Riporto integralmente questo articolo di Christian Rocca su Style perché credo che chiuda l'argomento. L'ho scritto innumerevoli volte anche su questo blog: la proposta "Iraq libero", l'esilio di Saddam Hussein, non aveva alcuna possibilità di realizzarsi. Non perché Bush voleva a tutti i costi la guerra (nella telefonata con Aznar dice espressamente che preferirebbe non sparare un colpo), ma perché Francia, Germania, Russia e le piazze pacifiste erano dalla parte di Saddam, nel senso che lo volevano al potere, e gli hanno fatto credere di poter fermare gli Stati Uniti.
Marco Pannella da anni parla di una sua fantasmagorica proposta "Iraq Libero", ovvero di una soluzione politica della crisi irachena che, con l'esilio di Saddam, avrebbe evitato la guerra. Se Pannella leggesse il libro di Douglas Feith, "War and decision", appena uscito in America, potrebbe liberarsi di questa storia e passare prontamente ad altro.

I fatti: Pannella aveva lanciato la sua campagna il 20 gennaio 2003, un giorno dopo che La Repubblica aveva titolato in prima pagina che a Washington stavano lavorando all'ipotesi di "un esilio dorato" per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, mica di Marco Cappato). Col tempo, Pannella si è dimenticato che "Iraq Libero" era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli dei radicali e anche che la meravigliosa idea di sbarazzarsi di Saddam senza guerra non è andata in porto per il piccolo particolare che il medesimo Saddam, forte delle rassicurazioni del presidente francese Jacques Chirac e del valoroso popolo della pace, pensava di farla franca. Qualche tempo fa i giornali hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata tra George W. Bush e l'ex premier spagnolo Jose Maria Aznar precedente la guerra. La lettura di quel testo conferma tutto, malgrado Pannella l'abbia interpretato come la prova che Bush (cioè l'autore originale della proposta di Pannella) non volesse l'esilio di Saddam.

Nel marzo del 2003, pochi giorni prima dell'intervento armato, gli americani offrirono ancora una volta a Saddam la possibilità di lasciare l'Iraq in 48 ore. La risposta ufficiale del suo ministro degli Esteri, Naji Sabri, è stata questa: "L'unica strada per evitare la guerra è che se ne vada il primo guerrafondaio del mondo". Intendeva Bush, più o meno la stessa posizione odierna di Pannella, il quale addirittura cerca una sponda politica in Dennis Kucinich, una specie di Giulietto Chiesa dell'Ohio, noto per aver visto gli Ufo nel giardino dell'attrice Shirley McLaine e per aver mandato in bancarotta, da sindaco, la città di Cleveland.

Ora Pannella chiede al Congresso americano di indagare su "Iraq libero". In realtà non ce n'è bisogno, perché il libro di Feith spiega tutto. Feith era il vice di Rumsfeld al Pentagono ed è ovviamente di parte. Ma il suo libro è inconfutabile, perché si basa sui documenti ufficiali dell'Amministrazione, opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica. Feith ha anche aperto un sito, waranddecision.com, dove ha messo decine di altri documenti. A pagina 539 del libro c'è un memo del Pentagono, datato 23 agosto 2002, dal titolo "Amnistia e cambio di regime" con l'elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l'esilio a Saddam. Sul sito, invece, si trovano le dettagliatissime 4 pagine "Strategia dell'ultimatum, esilio come alternativa alla guerra" (4 marzo 2003) con il piano diplomatico per l'esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e 13 suoi parenti e sodali l'immunità per i loro crimini. Saddam preferì di no. Urge campagna: "Pannella libero".
Aggiungo solo una nota e una osservazione. Il piano di esilio che Saddam sarebbe stato pronto ad accettare (secondo Gheddafi che lo avrebbe detto a Berlusconi!?) prevedeva che l'ex dittatore portasse con sé mille uomini (10 mila secondo un'altra versione), un miliardo di dollari e tutte le informazioni sulle armi di distruzione di massa (che anche lui fosse convinto di averle?). Praticamente uno stato intero, quasi una provocazione, se fosse vera. Inoltre, l'esilio di Saddam era solo la prima parte della proposta di Pannella. La seconda, l'amministrazione controllata dell'Iraq da parte dell'Onu, sarebbe stata un disastro alla luce della guerra terroristica che è stata scatenata da al Qaeda e da altri gruppi dopo la caduta del regime. Un protettorato Onu non avrebbe retto una settimana.

Friday, July 18, 2008

Tremonti non dovrebbe somigliare più a Norquist che a Obama?

Ai lettori di Style, Christian Rocca ha fatto notare che negli Stati Uniti i candidati alle presidenziali «più vicini alle posizioni tremontiane sono stati quelli di sinistra liberal, Hillary Clinton e Barack Obama». Entrambi, come Tremonti, se la prendono con la globalizzazione e il "mercatismo".

La linea del candidato repubblicano, John McCain, è più simile a quella indicata da Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, che ha scritto un saggio dal titolo "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives".
«Un manifesto del lasciateci in pace, del giù le mani dello Stato dai nostri soldi, dalle nostre armi e dalle nostre vite. La sua tesi è che l'America e il mondo non soffrano affatto di eccessivo mercatismo o di assenza di protezioni dagli attacchi finanziari globali, come pensa Tremonti. Secondo Norquist, invece, c'è bisogno di ulteriore libertà, di più mercato e di minori regolamentazioni governative. "Leave us alone" è l'esatto opposto del neotremontismo che chiede alla politica, quindi allo Stato, di impegnarsi a promuovere i valori, la famiglia e anche autorità e ordine. Tremonti parla di "identità europea", Norquist invita invece a stare il più alla larga possibile dal declinante modello europeo. In teoria dovrebbe essere Norquist, non Obama, il più credibile modello americano di Tremonti».
I sostenitori del PdL dovrebbero forse cominciare a preoccuparsi, se il ministro dell'Economia del loro governo somiglia più a Obama che a Norquist. Tra l'altro, se la globalizzazione è spietata nel dividere i paesi tra "vincitori" e "vinti", tra quelli che hanno raccolto la sfida e stanno avendo successo nella competizione globale e quelli che, invece, sono rimasti a guardare, un'analisi attenta dei "vincitori" dimostra che le scelte politiche interne contano ancora molto nel determinare la competitività.

Thursday, June 05, 2008

Hillary è battuta, ma Obama deve tornare sui suoi passi

Adesso che Obama ha vinto la nomination democratica per la corsa alla Casa Bianca qualcuno scoprirà che l'America è sessista. Naturalmente, se avesse vinto l'ex first lady, si sarebbe scoperto che è ancora razzista. Ma la verità è che è stato uno spettacolare testa-a-testa, che entrambi i candidati avevano tutte le carte in regole per farcela e che probabilmente se Obama ha prevalso è stato per un migliore sforzo organizzativo e per un maggiore carisma personale, per gli errori del clan Clinton, che ha sottovalutato il concorrente.

Per McCain non sarà facile. In nessun caso, se dovesse farcela, sarebbero fondati gli inevitabili editoriali sull'America ancora razzista. Obama se la giocherà alla pari con il senatore dell'Arizona, ma dovrà rivedere il suo profilo politico se vorrà aumentare le sue chance. In qualche modo dovrà tornare agli inizi, come ha spiegato oggi Christian Rocca, su Il Foglio. A quando «faceva sognare sinistra e destra, liberal e conservatori, aspirava a unire il paese e a chiudere l'era delle guerre culturali, razziali e partigiane». Mentre oggi Obama appare ridefinito dal processo delle Primarie, trasformato «nel solito candidato elitario, intellettuale, troppo di sinistra e incapace di connettersi col paese reale». Oggi è in difficoltà con la working class, i poveri, gli ispanici, i cattolici, gli anziani, le donne, gli ebrei e «da qualsiasi categoria sociale e razziale a cui non appartengano afroamericani, studenti, intellettuali, miliardari, divi di Hollywood e fighetti».

Hillary non sarà la candidata di Obama alla vicepresidenza, perché la conflittualità è stata troppo accentuata nelle Primarie e perché sarebbe come ammettere che il govane senatore nero per la sua inesperienza ha bisogno di una "badante". Sarebbe un regalo per McCain.

Thursday, March 13, 2008

Quelli che vogliono fare da soli

E' «l'indiretta risposta americana alle preoccupazioni di Giulio Tremonti sulla crisi globale del liberismo». Si tratta del nuovo libro di Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, di cui parla oggi Christian Rocca su Il Foglio.

Il saggio del «guru del movimento antitasse» si intitola "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives" ed è il «manifesto del lasciateci in pace, del giù le mani del governo dai nostri soldi, dalle nostre armi e dalle nostre vite». Se pensate che l'America «soffra di troppo liberismo, di eccessivo mercatismo e di assenza di una sufficiente protezione dagli attacchi finanziari globali, come scrive Tremonti dell'Europa, Norquist spiega invece che è vero il contrario e che anche gli iperliberisti Stati Uniti hanno bisogno di ulteriore libertà, di più mercato e di meno regolamentazioni statali». Il motto "Leave us alone" è l'esatto opposto del neotremontismo che, invece, «chiede alla politica, quindi allo stato, di impegnarsi a promuovere i valori, la famiglia e addirittura, con la responsabilità e il federalismo, anche l'autorità e l'ordine». Altro che "identità europea", Norquist invita a «stare il più alla larga possibile dal declinante modello europeo dove la gente "dipende dal governo per le pensioni, la sanità, l'istruzione dei figli e per molti dei posti di lavoro".

Secondo Norquist, «la vera distinzione in politica non è tra destra e sinistra, ma tra la coalizione del lasciateci in pace contrapposta a quella di chi crede che il ruolo dello stato debba essere di prendere soldi, beni, potere e controllo da un gruppo di persone per andare incontro alle esigenze di qualcun altro», di chi vorrebbe «usare la propria forza politica per costringere gli altri a vivere secondo i propri stili di vita».

Insomma, Norquist teorizza la non ingerenza dei governi e della politica nella vita dei cittadini, mentre qui in Italia purtroppo amiamo essere "rassicurati" dalla politica.

Altre due segnalazioni. Una riguarda l'articolo, oggi su Liberal, in cui Carlo Lottieri si chiede sconsolato: «Il popolo c'è, ma la libertà?». Non c'è da farsi illusioni su un PdL «in cui le voci liberali – soprattutto sui temi economici – tendono a farsi sempre più fioche» e in cui prevalgono le tesi dell'ex ministro Tremonti, che «propone un progetto culturale statocentrico fondato sulla paura, e quindi sulla chiusura in se stessi». E che intorno a temi quali l'autorità, la protezione dei ceti medi, l'avversione per il modello sociale americano, e via dicendo, ha saputo edificare «una sorta di punto d'equilibrio tra le varie anime politiche (cattolica, nazionale, leghista, ecc.) che compongono la nuova alleanza politica». Certo, c'è anche «qualche ragione di ottimismo», ma nessuna «rivoluzione reaganiana» è in vista, «ed è un peccato».

Infine, Ugo Arrigo, che su Liberalizzazioni.it prova a rintracciare «i sette mali del Paese e la loro unica causa», per cui l'Italia «non funziona». La risposta sta forse in ciò che intendeva il primo ministro Cavour quando disse «L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Ecco, osserva Arrigo, «centocinquant'anni dopo, infatti, gli italiani, se li intendiamo come soggetti capaci di partecipare, rispettando regole, a giochi cooperativi reciprocamente vantaggiosi, non ci sono ancora».

Il problema è «l'incapacità a cooperare tra estranei». La cooperazione tra estranei è reciprocamente vantaggiosa, ma «noi italiani cooperiamo solo con chi conosciamo, con chi è omogeneo e coerente con le nostre caratteristiche e idee. In questo caso garantiamo di solito lealtà e, se più potente di noi, persino fedeltà acritica; chi non conosciamo e non è omogeneo rispetto a noi, invece, non è un possibile partner cooperativo ma solo qualcuno che può darci delle fregature o che è normale bidonare». Da qui provengono i «sette fenomeni negativi, classificabili come mali dell'Italia». Da leggere.

Friday, March 07, 2008

Tremonti protezionista come Obama, McCain è global

Tremonti risponde oggi all'editoriale di qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, di Giavazzi, critico nei confronti della «tentazione protezionistica» che ravvisa nel programma del PdL, laddove si proclama l'intenzione di «difendere la nostra produzione contro la concorrenza asimmetrica che viene dall'Asia», specificando, con «dazi e quote».

«Forse è il caso di avvertire Obama e McCain che anche sui loro programmi elettorali — e non solo su quello del PdL — sta per abbattersi la scomunica» di protezionismo, ironizza Tremonti. Ebbene, si sbaglia di grosso. Forse, ma solo forse, le sue politiche commerciali sono simili a quelle di Obama (e di questo avremmo - lui e noi - di che preoccuparci), ma di certo non a quelle di McCain, come dimostra questa pagina che ci segnala Christian Rocca sul suo blog.

L'ex ministro inoltre ricorda che a dazi e quote l'Ue ha già fatto ricorso, «su pressione — tra l'altro — dell'industria e del governo italiani» (tra gli artefici la "ex liberista" Emma Bonino). Ebbene, non so se Tremonti si renda conto, ma dopo essersi paragonato ad Obama sta dicendo di voler prendere esempio dal Governo Prodi. E comunque sì, è vero, il dibattito su dazi e quote non è una novità in Europa, il punto è capire se le politiche protezionistiche siano vantaggiose per le nostre imprese e la nostra economia.

Da accogliere positivamente, invece, il chiarimento di Tremonti: «Ridurre la regolamentazione comunitaria» si riferisce a quella «regolamentazione eccessiva» di tipo burocratico (anche ai sussidi previsti dalla Pac?) e non ai vincoli e ai controlli europei per il rispetto della concorrenza.

«Parlare di beni di prima necessità, di Comuni e di volontariato, in definitiva di povertà, può essere dibattuto e controverso e certo anche criticato», ma non ci si può ridere sopra, lamenta infine Tremonti. Certo, ma bisogna vedere quali sono le ricette: se assistenzialismo o riforme liberali.

A Tremonti risponde indirettamente questo articolo di Fabrizio Onida, sul Sole 24 Ore, sul «fascino illusorio dei dazi contro la Cina». Il rischio dei dazi è «di ottenere in pratica risultati nulli se non controproducenti». Ormai l'interdipendenza economica è tale che non c'è un singolo prodotto sul quale aumentare i costi d'importazione introducendo i dazi non danneggerebbe anche le imprese e/o i consumatori.

I dazi e le quote «su prodotti intermedi (destinati a usi industriali, non all'utilizzatore finale) che le imprese importano da fornitori cinesi o dalle loro stesse affiliate in Cina e altri Paesi asiatici aumentano i costi dei prodotti finali, danneggiando la competitivita dei produttori a valle: parliamo di componenti metallurgiche, chimiche e plastiche, moltissime parti e componenti meccaniche elettriche ed elettroniche», e così via...

Inoltre, la globalizzazione rende possibile l'arrivo sui nostri mercati di «prodotti finali di consumo a basso prezzo, realizzando ricchi margini di guadagno, ma pur sempre fornendo un servizio gradito alle (purtroppo numerose) famiglie di consumatori a basso reddito. Va da sé che non parliamo di prodotti illegalmente contraffatti o nocivi alla salute, contro cui è legittimo e doveroso agire con misure restrittive».

Dunque, osserva Onida, «queste misure di disperata difesa contro la concorrenza dal basso rischiano di allentare la pressione sulle aziende e sulle istituzioni per mettere in atto l'unica strategia di vera sopravvivenza nel mercato globale e di valorizzazione del capitale umano del Paese, oggi a rischio di degrado. Non potendo invocare implausibili abbassamenti dei salari e degli standard di lavoro in casa nostra... per competere con i giganti emergenti (come Cina, India, Vietnam, Brasile) occorre puntare su aumenti significativi e continui della produttività. Aumenti che vengono conquistati tramite innovazione tecnologica nei processi, innovazione e creatività nella qualità...», che i governi europei dovrebbero rendere meno costosi alle proprie imprese.

«Più che difenderci dalla nuova prorompente concorrenza con precarie e spesso dannose misure protezionistiche del mercato interno, conta mantenere aperti i nostri mercati internazionali di sbocco, puntare sull'appetibilità dei nostri prodotti e tecnologie presso una platea crescente di clienti negli altri Paesi». Anche perché si calcola che entro il 2010 «vi saranno una classe media di oltre 80 milioni di famiglie nella sola Cina e 40 milioni in India, un mercato più grande di quello paragonabile di Francia, Germania e Spagna messe insieme».

A Tremonti e al suo nuovo libro ("La paura e la speranza") rispondono anche intellettuali liberali come De Nicola, Antiseri e Mingardi.


«Da sessantottino che era in gioventù, Tremonti è diventato un conservatore ottocentesco. Assomiglia a certi aristocratici inglesi, che consideravano la rivoluzione industriale una sciagura... Ma la storia parla chiaro: l'apertura economica e culturale ha sempre generato pace e sviluppo, mentre la chiusura ha regolarmente prodotto la stagnazione e la guerra».
Alessandro De Nicola (Adam Smith Society)

«L'unico modo di fronteggiare la concorrenza internazionale è rendersi competitivi, puntando su specializzazione e innovazione. Non si può rinunciare ai benefici del libero scambio...»
Dario Antiseri
Ma l'analisi più appronfondita ed efficace del libro di Tremonti è quella di Alberto Mingardi, su il Riformista di oggi. Tremonti, scrive, «non si distanzia poi molto da una tradizione "di destra", piuttosto comune nell'Europa continentale... In Francia e in Germania "di destra" sono l'ordine e una media ponderata degli interessi rilevanti: non la spiazzante promessa di abbattere l'intermediazione politica».

«Nel tentare di ricostruire una destra d'ordine, capace di aggregare consenso attorno a una rivalutazione dell'idea di autorità, non diversamente da tanti conservatori prima di lui», Tremonti «identifica nel mercato un agente disgregante»: denuncia quindi la globalizzazione e, in questo «non lontano dai teorici della sinistra no global», il suo sistema di valori, ovvero un «liberismo impersonale e materialista, corresponsabile della deflagrazione dei buoni valori dei padri».

Tremonti lamenta il «caro-vita» mondiale, perché i Paesi emergenti fanno crescere la domanda di materie prime come petrolio e grano, ma egli stesso cita i jeans cinesi a 5 euro e i voli low cost, che hanno permesso alla nostra generazione di viaggiare come e quanto i nostri padri non hanno potuto. In realtà, ricorda Mingardi, «laddove ci sono mercati aperti i prezzi tendono comunque a ridursi». Siamo sicuri che il «caro-vita» in Italia dipenda dalla «concorrenza globale» e non dai salari più bassi d'Europa, dai più alti costi d'impresa d'Europa, dalla bolletta energetica più alta d'Europa, delle mancate liberalizzazioni e da molto altro ancora? Le merci che vengono dalla Cina (quelle contraffatte e illegali vanno naturalmente combattute) «hanno calmierato molti beni, a beneficio soprattutto dei meno abbienti».

Sulle «qualità morali del libero scambio» come minaccia all'ordine morale e sociale dell'Europa, anche qui Tremonti è in buona compagnia: «Un'ampia famiglia di reazionari e comunitaristi ha sempre pensato che locale e globale, comunità e mercato, dovessero essere coppie antinomiche». L'esperienza dimostra il contrario, se la Coca Cola «non ammazza» affato il Barolo, «il mercato globale è una costellazione di nicchie». Ma qui c'è il salto di qualità di Mingardi, che coglie l'atteggiamento culturale di fondo in cui si muove il ragionare tremontiano: «Per i socialisti e per gli artistocratici (aggiungerei, per i cattolici, n.d.r.), lo scambio è volgare prima d'essere ingiusto», e per questo l'arricchito con il commercio una figura disprezzabile.

Certo, «l'internazionalizzazione "imbastardisce" le culture», ma «in una prospettiva liberale, questo è una ricchezza, non un problema. Ma solo perché il liberalismo è naturalmente cosmopolita. Se agli individui lontani da noi migliaia di miglia riconosciamo la stessa dignità d'individui del nostro vicino di casa, l'oggetto del saggio di Tremonti diventa inconcepibile».

Thursday, February 07, 2008

Sì, lo so. Non è più Il Foglio di una volta

Non scopriamo certo oggi che Il Foglio da qualche anno ha intrapreso dalle sue pagine e non solo una "battaglia culturale" sui temi etici. Alcuni lettori saranno rimasti soddisfatti da questa svolta editoriale, altri, delusi e rassegnati, la definirebbero "clericale" o "reazionaria". Ma a prescindere dal nuovo orientamento, dato ormai acquisito, devo dire che mi ha fatto un certo effetto sfogliarlo stamattina.

Oggi è il primo giorno utile, per i quotidiani, per commentare il Super-Tuesday delle primarie Usa. Ebbene, trovare solo un articolo di Christian Rocca, seppure in prima pagina, mi ha riportato alla mente com'era Il Foglio qualche anno fa, che alle primarie Usa avrebbe dedicato interessantissime paginone che non avrebbero trovato paragoni negli altri grandi giornali. Mi è salita una punta di tristezza, confesso.

Per carità, gli articoli di Rocca sono preziosi nel panorama di una stampa nazionale che tranne poche eccezioni tende a guardare gli Stati Uniti con la lente del pregiudizio; ha un modo unico di raccontare la politica americana, ma mi sembra sempre più come quel centravanti lasciato solo in attacco.

Rimanendo in tema quotidiani, nota di merito per il Corriere della Sera, che ha aperto ai lettori i suoi archivi dal 1992 ad oggi, ora consultabili gratuitamente.

Thursday, January 31, 2008

Peccato per Giuliani, ora con MacCain

Le Primarie per le presidenziali Usa stanno riservando parecchie sorprese e oggi ne parlano, con approcci diversi ma entrambi interessanti, Christian Rocca, su Il Foglio, e Alberto Alesina, su Il Sole 24 Ore.

Una di queste sorprese mi ha provocato una profonda delusione. Rudy Giuliani ha perso in Florida, stato da cui aveva deciso di far partire la sua corsa verso la Casa Bianca, e si è ritirato. «Aveva il Paese in mano», secondo tutti i sondaggi prima che iniziassero le primarie, ma l'ha perso adottando una strategia suicida, che l'ha portato a snobbare la campagna nei primi piccoli stati, come Iowa e New Hampshire, puntando tutto sulla Florida come trampolino di lancio.

Scommetteva sul fatto che nessuno degli altri candidati repubblicani si sarebbe aggiudicato tutti gli staterelli insidiando la sua "pole position" e divenendo così il suo antagonista. Ciò in parte è avvenuto, ma è successo anche che Huckabee si è dimostrato più debole del previsto, Romney si è mantenuto competitivo, seppure a fatica, e McCain, dato per spacciato, è praticamente risorto dal nulla. Così, in Florida, Giuliani si è trovato di fronte due candidati già rodati che l'hanno sorpassato di slancio.

Una grave perdita per i Repubblicani, perché Giuliani, il Sindaco d'America, pur non essendo molto amato nel partito e palesemente odiato dai social conservative e dalla destra religiosa, perché troppo liberal e newyorchese, con il suo seguito negli stati dell'Est sembrava il candidato più adatto a contendere la presidenza a Hillary o ad Obama, sospinti dal vento democratico che spira negli Usa.

La lezione che si può trarre dalla sua sconfitta è che negli Stati Uniti nulla si deve mai dare per scontato. Si può venire sconfitti pur partendo da favoriti, per cui bisogna sempre giocarsela, dall'inizio, senza supponenza, e fino in fondo.

Annunciando il suo ritiro Giuliani ha subito espresso il suo appoggio a John MacCain: «Dio ti benedica John». Adesso speriamo che John ricambi e gli offra la vicepresidenza, ma un ticket del genere rischierebbe di alienargli le già tiepide simpatie dei social conservative. Un altro endorsement che potrebbe rivelarsi chiave per il senatore dell'Arizona è quello giunto dal governatore della California, Schwarzenegger, che forse avrebbe appoggiato Giuliani se non fosse uscito sconfitto dalle primarie in Florida.

Ancor di più di Giuliani McCain è odiato dall'establishment del partito per il suo spirito indipendente e bipartisan, anche se rispetto all'ex sindaco gode di una maggiore indulgenza da parte di social conservative e destra religiosa. I libertari come Ed Crane, del Cato Institute, e gli "anti-tasse" come Grover Norquist si fidano poco e lo considerano piuttosto un avversario. Anche McCain però, come Giuliani, è capace di esercitare una certa attrazione sugli elettori indipendenti e i democratici moderati, come il suo amico Lieberman, e quindi potrebbe avere qualche chance contro Hillary e soprattutto Obama.

Ecco il ritratto che ne fa Christian Rocca: «E' accusato di non essere un vero repubblicano, ma dall'aborto alla sicurezza nazionale, dalla politica fiscale alla limitazione della spesa pubblica è quanto di più repubblicano possa esistere. A differenza dei colleghi di partito, però, McCain crede che il surriscaldamento terrestre sia un vero problema, che la raccolta dei fondi elettorali debba essere regolata, che l'America debba restare un paese aperto all'immigrazione, che i giudici federali non possano essere ideologi, che i bilanci debbano tendere al pareggio e che spesso i leader della destra religiosa si comportino da "agenti di intolleranza"».

A poco a poco McCain sta conquistando la fiducia di «pezzi dell'establishment» e, sul fronte intellettuale, lo sostengono i neoconservatori del Weekly Standard, a cominciare da Bill Kristol che lo aveva sostenuto anche nel 2000 contro Bush. Bush, appunto, «il suo antico avversario». Il rapporto tra i due, ci informa Rocca, «ora è buono»: «McCain è stato l'unico alleato di Bush, quando il presidente ha deciso di mandare Petraeus in Iraq per cambiare rotta. Alle primarie Bush non si schiera, ma il suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione, pronunciato lunedì sera al Congresso e centrato su tutti i temi cari al senatore dell'Arizona (Iraq, veterani, spesa pubblica e immigrazione), a leggerlo bene è stato un semi endorsement per McCain».

Seppure a malincuore per l'uscita di scena di Giuliani, anche il mio irrilevante sostegno va ora a McCain.

Friday, January 11, 2008

Obama, un sermone agli assetati

Di Barack Obama, del suo essere afro-americano, o americano-afro, quindi del fattore colore della pelle nella corsa alla Casa Bianca, ha parlato Christian Rocca conversando con Franco Zerlenga, sessantacinquenne ex professore della New York University, italo-americano di Torre del Greco, liberal convinto e registrato al Partito democratico, prossimo convinto elettore di Obama. Considerazioni interessanti, degne di nota, quelle del prof. Zerlenga, anche in relazione al mio post di questa mattina sull'ascesa di Obama e il mito dell'America "razzista".

«Obama è il classico "white liberal guy" che si interessa dei problemi e dei bisogni dei negri». La sua straordinaria forza, dice Zerlenga, consiste proprio in questo curriculum tipico del bianco di sinistra: a Chicago prima lavorando in una comunità afroamericana, poi avvocato dei diritti civili, «militanze che tradizionalmente hanno sempre fatto i bianchi di sinistra, molto spesso ebrei».

La novità di Obama rispetto agli altri politici neri, dice Zerlenga, è che si presenta prima come americano e poi come nero e, inoltre, il primo che non invoca aiuto per i neri in quanto neri, ma per i poveri, bianchi o neri che siano. «Obama è l'opposto dei relitti storici come Jesse Jackson e Al Sharpton che si sono inventati questa etichetta di afro-americani, prima africani e poi americani».

Non solo: secondo Zerlenga, il fenomeno Obama è merito di George W. Bush, «e lo dico io che sono democratico». Bush, ricorda, «a noi democratici ci ha schiaffato in faccia due segretari di stato negri, uno Colin Powell e l'altro non solo negro, ma anche donna, Condoleezza Rice. Neanche Billy Clinton ha avuto lo stesso coraggio». E' stato Bush ad abbattere l'ultimo residuo di razzismo istituzionale. Se non si capisce questo, e non si comprende quanto sia mutato il contesto storico e sociale americano, dice Zerlenga, non si spiega perché «la mia amica 72enne repubblicana del New Jersey voterà Obama».

E non si capisce che Obama ha sì buone possibilità di ottenere la nomination democratica, ed eventualmente anche di finire alla Casa Bianca, ma che ci sono molti motivi, che non hanno nulla a che fare con il colore della sua pelle, per i quali può perdere l'una e l'altra.

Ad essersi convinto della probabile vittoria di Obama è David Horowitz. Premettendo che in questa campagna è un azzardo, da pazzi, prevedere cosa accadrà, secondo Horowitz, Obama «può battere Hillary» e ottenere la nomination. «Mentre sa bene che deve andare a sinistra per battere Hillary, ha già predisposto notevoli indicatori centristi per il futuro. Ma la vera ragione per cui penso che possa conquistare i cuori e le menti della maggioranza democratica è che parla all'anima religiosa del suo partito in toni a cui i credenti non possono resistere. A molti sfugge una cosa ovvia: mentre i Repubblicani hanno un'ala religiosa, i Democratici sono un partito religioso».

E' un oratore «eloquente e ispirato», mentre Hillary appare «sgraziata, calcolatrice e meccanica». Obama ha «la medicina di cui ai Democratici sembra di non poter fare a meno». Il tema di queste elezioni per la sinistra è «cambiare». Ovvio, per chi è all'opposizione. Ma «che tipo di cambiamento? Oppure, trasformazione è la parola giusta? Una fuga miracolosa dal brutto mondo dei talebani e di Al Qaeda, degli iraniani e dei pakistani, della Russia di Putin e del Venezuela di Chavez. L'America ha bisogno solo di tornarsene a casa e tutto sarà ok. Così potremo tornare all'obiettivo di dare a tutti l'assistenza sanitaria, sfamare gli affamati, aprire i nostri confini ai nostri bisognosi e comprensivi nemici globali, "rifare l'America e riparare il mondo"», come ripete Obama.

«Ciò che Obama ha da offrire è un sermone agli assetati spiritualmente» e a quanto sembra ad Horowitz, «ce ne sono a sufficienza nel Partito democratico da far vincere Obama».

Certo, forse queste sono le qualità che permetteranno a Obama di battere Hillary, ma anche quei difetti che gli impediranno di arrivare alla Casa Bianca, molto più del colore della sua pelle.

Friday, January 04, 2008

Primarie Usa. Esordio amaro per Hillary

Se sono esatte le sue parole riportate oggi sul Corriere da Ennio Caretto, spesso impreciso, Bill Kristol ha centrato in pieno il pronostico delle primarie democratiche in Iowa. «Hillary ha ammonito gli elettori dell'Iowa che il mondo li guarda. Ebbene, forse oggi il mondo la vedrà sconfitta. Potrebbe finire terza non soltanto dietro Obama, ma anche dietro Edwards. Ha perso slancio... Hillary non è neppure la seconda scelta degli elettori democratici: alla fine, si schiereranno o per Obama o per Edwards». Ebbene, così è andata. Nel campo repubblicano ha trionfato Huckabee.

Per un bilancio di questo primo round vi segnalo un commento di Daniele Capezzone per Il Velino; Christian Rocca si sofferma sulla strategia controcorrente di Rudy Giuliani (il nostro favorito); chi rimane incollato alle ultimissime da oltreoceano, sempre pronto a riportare i sondaggi appena sfornati, è naturalmente The Right Nation, ideale per chi volesse seguire passo passo. Martedì si replica, sarà la volta del New Hempshire.