Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nella partita per il Colle è venuto fuori un Renzi che sospettavamo, ma che fino ad ora non avevamo conosciuto: è entrato in gioco con due occhi ben aperti sulle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchia politica. Bersani ha usato l'elezione del capo dello Stato per cercare di entrare a Palazzo Chigi, il sindaco di Firenze l'ha usata per far fuori Bersani. Contribuendo in modo decisivo a bruciare la candidatura di Marini ha forse ha vinto un set, o meglio un singolo game, essendo - forse - riuscito ad abbattere il "cavallo ferito". Ha ripetuto innumerevoli volte di volersi conquistare la leadership nelle primarie, in una competizione all'"americana", a viso aperto, e invece ha fatto ricorso come tutti, come da tradizione italiana, ai giochi di palazzo e alle correnti di partito, a cui aveva giurato di non voler partecipare.
Ma innanzitutto, non è ancora detto che Prodi ce la faccia. Ha bisogno di una manina o dal M5S (che sembra confermare la candidatura Rodotà) o da "Scelta Cinica" (che ha candidato ufficialmente la Cancellieri, anche se il "prodiano" Riccardi si è già attivato...), e non si può escludere che qualcuno nel Pd sia tentato di fare un dispetto sia al professore che al giovane sindaco in un colpo solo.
In ogni caso, sostenendo l'elezione di Prodi al Quirinale Renzi ha dismesso i panni del grande rottamatore e ha vestito quelli del grande restauratore.
Condanna l'Italia a 7 anni di Prodi, che sarebbe un presidente estremamente divisivo, da vera e propria "guerra civile", solo perché convinto che sbarrando la strada a un candidato condiviso tra Pd e Pdl, e quindi ad un governo subito (come lui stesso sembrava invocare per il bene del paese), si tornerà molto presto al voto e potrà essere lui il candidato premier del centrosinistra: 7 anni di Prodi al paese, in cambio della vaga possibilità di una candidatura a premier. A questo punto Renzi sembrerebbe il leader ideale per "Scelta Cinica". Ma il colmo è che il suo calcolo potrebbe essere sbagliato. Imprevedibili, infatti, le mosse di Prodi una volta eletto presidente. Potrebbe persino dare a Bersani (o a qualcun altro del Pd) una chance per andarsi a cercare i voti dei grillini al Senato, o comunque ritardare lo scioglimento delle Camere, o ancora cercare di governare lui stesso dal Quirinale, formando un governo del presidente. D'altra parte, il precedente di Napolitano con Monti è una breccia che si presta ad essere allargata da un professore dall'ego smisurato come Prodi. Insomma, Renzi potrebbe anche non ottenere un ritorno alle urne così ancitipato come vorrebbe.
Ma al di là dei suoi calcoli personali, dire "no" a Marini e "sì" a Prodi significa per Renzi negare l'essenza stessa della sua sfida alla vecchia politica e alle vecchie idee della sinistra. Se appaiono fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato (un candidato che certo non appassiona), gli stessi valgono contro Romano Prodi, che esattamente come Marini corrisponde al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare senza esitazioni. Con la differenza che l'ex premier è già stato rottamato e si tratterebbe di riciclarlo. Due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo, anche lui ultra-settantenne e di estrazione cattolica. Prodi rappresenta forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano? O piuttosto non è, anche lui, un "dispetto", per almeno la metà degli italiani, e un "candidato del secolo scorso"?
L'unica differenza è, appunto, l'antiberlusconismo, che fa di Prodi il presidente ideale per scongiurare qualsiasi formula di intesa tra Pd e Pdl e, dunque, rendere più probabile il ritorno alle urne. Ma anche Prodi rappresenta la vecchia politica e le vecchie contrapposizioni, tutto ciò che della sinistra Renzi ha sempre dichiarato di voler superare, anzi rottamare.
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Friday, April 19, 2013
Thursday, April 18, 2013
Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Wednesday, February 27, 2013
Toccato il fondo, Bersani inizia a scavare
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?
Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.
Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».
Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.
Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?
Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.
Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».
Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.
Wednesday, February 06, 2013
E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.
Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.
Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.
E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.
Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).
Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.
Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».
Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.
Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.
Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.
Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.
Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.
E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.
Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).
Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.
Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».
Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.
Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.
Monday, October 08, 2012
Dove cascano gli asini
Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
Tuesday, November 29, 2011
Il Cencelli ai tempi dei tecnici
Anche su Notapolitica.itFinalmente - con tempi da Prima Repubblica - la squadra di Monti è al completo. Di indubbia competenza, ma i criteri di scelta dei sottosegretari ricalcano quelli usati per i ministri, tutt'altro che tecnici. Se infatti la politica si è rifiutata di metterci la faccia, non è riuscita tuttavia a cancellare le impronte. Si continua nel segno del tecno-ulivismo (e prodismo) e della "larga Intesa". Quel che è peggio non è tanto che risultino così visibili le matrici politiche e i potenziali conflitti di interesse (anzi, meglio alla luce del sole), ma è che ciò oltre a rassicurare i partiti non garantisca alcuna coesione programmatica, il che non promette nulla di buono in termini di coraggio riformatore. Su due snodi fondamentali per la crescita - il lavoro e l'istruzione - il misurino ideologico usato (o subìto) da Monti è sfociato in contraddizioni potenzialmente esplosive: al Welfare dovranno convivere un liberale blariano come Michel Martone e un'accanita oppositrice della flessibilità, editorialista dell'Unità, come Maria Cecilia Guerra; alla scuola Elena Ugolini, cattolica vicina a Cl e regista delle riforme Moratti e Gelmini, e Marco Rossi Doria, tutto scuola pubblica ed egualitarismo.
Dovrà essere Monti in persona, dunque, ad imporre la sua linea. Come certamente dovrà fare anche all'Economia, dove sopravvive il tremontismo con Grilli viceministro (nominato direttore generale del Tesoro da Siniscalco e in carica sia con Padoa Schioppa che con Tremonti) e con Vieri Ceriani sottosegretario, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia e della commissione sulla riforma fiscale istituita dall'ex ministro, ma nel 1996 regista delle riforme di Vincenzo "vampiro" Visco. Tremontismo appena attenuato dall'altro sottosegretario, Gianfranco Polillo, di storia socialista riformista, capo del servizio di bilancio della Camera e responsabile economico della Presidenza del Consiglio tra il 2002 e il 2004. Per i Rapporti con il Parlamento Monti ha lasciato spazio ai partiti e se il Pd ha indicato il prodiano D'Andrea, il Pdl ha preferito il tecnico Malaschini, segretario generale del Senato. Scelte ben bilanciate e "rassicuranti" per tutti anche alla Giustizia, con Mazzamuto, ex consigliere di Alfano, e Zoppini, consigliere di E. Letta sotto il governo Prodi. Dall'ultimo governo Prodi viene anche il sottosegretario allo Sviluppo De Vincenti, membro dei "pensatoi" di Bersani e Bassanini.
Veniamo ai potenziali conflitti di interesse: all'Ambiente Fanelli, consigliere di amministrazione di GRTN; alle Infrastrutture Ciaccia, che proprio di infrastrutture si occupava per banca Intesa; e all'Editoria Malinconico, il presidente degli editori di giornali, tanto per cominciare col piede giusto nei rapporti con la stampa. Chiudono la squadra la dalemiana Marta Dassù, direttore generale dell'Aspen Institute, e l'onusiano Staffan de Mistura, agli Esteri; il ciampiano Peluffo all'Informazione; Magri dell'Udc alla Difesa; e Patroni Griffi, una scelta bipartisan (un po' Bassanini un po' Brunetta), alla Funzione pubblica. Auguri.
Friday, September 02, 2011
Expansion pack: Vampirismo fiscale
Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra
Non c'eravamo illusi dopo il ritiro dell'intervento sull'Irpef dalla manovra. Era chiaro infatti che nubi ancor più minacciose si stavano addensando sul fronte della repressione fiscale. L'incubo dello stato di polizia tributaria si sta materializzando proprio ad opera di quel centrodestra che l'aveva agitato per infiammare l'opinione pubblica contro Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. La peggior nemesi che si potesse immaginare.
Con la possibilità data ai Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line (in realtà l'emendamento rinvia ad un decreto specifico ancora da scrivere, che rende percorribile quindi una marcia indietro) e con l'obbligo di indicare nelle dichiarazioni i propri conti corrente, Tremonti ha superato Visco in vampirismo fiscale. Ma oggi nel far filtrare tutta la sua irritazione il premier ridicolizza se stesso. Che altro poteva aspettarsi da Tremonti e Befera? Possibile che in un momento così delicato per la maggioranza, dopo tutte le accuse al ministro di agire troppo di testa sua, e dopo il gravissimo precedente della riscossione forzata dopo soli 60 giorni dall'avviso di accertamento, lo si lasci a scrivere in completa solitudine gli emendamenti sulla lotta all'evasione? Anche l'idea di "scorta" di aumentare di due punti percentuali l'Iva per soli tre mesi rivela un dilettantismo sconcertante o un rincoglionimento senile, dato che posticipare le fatture di tre mesi sarebbe un gioco da ragazzi.
Ma ciò che mi fa più impazzire di rabbia è che sono riusciti a spostare il dibattito pubblico e l'attenzione dei media e dei cittadini dal vero problema, e cioè l'insostenibilità per lo Stato e per i cittadini di questi livelli di debito e di spesa pubblica, a quella che in realtà è solo una delle tante distorsioni che ne conseguono. Sono riusciti cioè a far passare per la causa, o per una delle cause principali, una delle conseguenze - l'evasione fiscale - dell'enorme spesa pubblica e degli insostenibili livelli di tassazione che richiede.
Tra un piagnisteo e l'altro nessuno dice che a fronte dell'ennesima spremitura dei contribuenti la spesa pubblica continuerà a crescere nei prossimi anni fino a sfiorare i 900 miliardi, perché nessuno dice che i «tagli» riguardano l'aumento tendenziale della spesa e non gli euro sonanti che vengono effettivamente spesi ogni anno.
Non si stanno accorgendo, o fingono di non accorgersene, che il Paese è fiscalmente stremato, che nuovi aumenti di tasse, o l'inasprimento dei controlli, sono misure criminogene, faranno scattare presso i contribuenti ulteriori meccanismi di autodifesa, indurranno molti ad evadere, quindi non produrranno il gettito atteso, oltre a deprimere ulteriormente un'economia già asfittica.
Evasione ed elusione in Italia sono così estese e capillari, così sistemiche, che non può trattarsi di un problema "antropologico" (il nostro scarso senso civico), ma di un problema squisitamente economico. Al netto di furbi e delinquenti, sono forme di autodifesa dalla voracità predatoria dello Stato. Se improvvisamente la cosiddetta "lotta all'evasione" dovesse avere successo, vedremmo precipitare la nostra economia, chiudere migliaia di aziende e la perdita di milioni di posti di lavoro, regolari o in nero che siano. Sì, a livello sistemico l'evasione è l'anticorpo che sviluppa il corpo sociale per rendere ancora possibili, convenienti, le attività produttive, e il sommerso non è che una forma di welfare contro la disoccupazione a cui ci condannerebbe la rigidità del mercato del lavoro legale.
Per descrivere l'avvitamento su stessa della coalizione di governo si presta benissimo la critica che indirizzò McCain al suo partito nel 2008: "Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra". E' questo che è accaduto negli anni e credo che ormai la situazione sia irrecuperabile. Tra l'altro, il nuovo amore del centrodestra per le tasse e per lo stato di polizia tributaria avrà l'effetto di dare la stura ai più bassi istinti statalisti della sinistra, provocando uno slittamento complessivo dello spettro politico verso lo statalismo. Arriveremo al punto in cui la patrimoniale apparirà come la misura più liberale a disposizione.
Non c'eravamo illusi dopo il ritiro dell'intervento sull'Irpef dalla manovra. Era chiaro infatti che nubi ancor più minacciose si stavano addensando sul fronte della repressione fiscale. L'incubo dello stato di polizia tributaria si sta materializzando proprio ad opera di quel centrodestra che l'aveva agitato per infiammare l'opinione pubblica contro Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. La peggior nemesi che si potesse immaginare.
Con la possibilità data ai Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line (in realtà l'emendamento rinvia ad un decreto specifico ancora da scrivere, che rende percorribile quindi una marcia indietro) e con l'obbligo di indicare nelle dichiarazioni i propri conti corrente, Tremonti ha superato Visco in vampirismo fiscale. Ma oggi nel far filtrare tutta la sua irritazione il premier ridicolizza se stesso. Che altro poteva aspettarsi da Tremonti e Befera? Possibile che in un momento così delicato per la maggioranza, dopo tutte le accuse al ministro di agire troppo di testa sua, e dopo il gravissimo precedente della riscossione forzata dopo soli 60 giorni dall'avviso di accertamento, lo si lasci a scrivere in completa solitudine gli emendamenti sulla lotta all'evasione? Anche l'idea di "scorta" di aumentare di due punti percentuali l'Iva per soli tre mesi rivela un dilettantismo sconcertante o un rincoglionimento senile, dato che posticipare le fatture di tre mesi sarebbe un gioco da ragazzi.
Ma ciò che mi fa più impazzire di rabbia è che sono riusciti a spostare il dibattito pubblico e l'attenzione dei media e dei cittadini dal vero problema, e cioè l'insostenibilità per lo Stato e per i cittadini di questi livelli di debito e di spesa pubblica, a quella che in realtà è solo una delle tante distorsioni che ne conseguono. Sono riusciti cioè a far passare per la causa, o per una delle cause principali, una delle conseguenze - l'evasione fiscale - dell'enorme spesa pubblica e degli insostenibili livelli di tassazione che richiede.
Tra un piagnisteo e l'altro nessuno dice che a fronte dell'ennesima spremitura dei contribuenti la spesa pubblica continuerà a crescere nei prossimi anni fino a sfiorare i 900 miliardi, perché nessuno dice che i «tagli» riguardano l'aumento tendenziale della spesa e non gli euro sonanti che vengono effettivamente spesi ogni anno.
Non si stanno accorgendo, o fingono di non accorgersene, che il Paese è fiscalmente stremato, che nuovi aumenti di tasse, o l'inasprimento dei controlli, sono misure criminogene, faranno scattare presso i contribuenti ulteriori meccanismi di autodifesa, indurranno molti ad evadere, quindi non produrranno il gettito atteso, oltre a deprimere ulteriormente un'economia già asfittica.
Evasione ed elusione in Italia sono così estese e capillari, così sistemiche, che non può trattarsi di un problema "antropologico" (il nostro scarso senso civico), ma di un problema squisitamente economico. Al netto di furbi e delinquenti, sono forme di autodifesa dalla voracità predatoria dello Stato. Se improvvisamente la cosiddetta "lotta all'evasione" dovesse avere successo, vedremmo precipitare la nostra economia, chiudere migliaia di aziende e la perdita di milioni di posti di lavoro, regolari o in nero che siano. Sì, a livello sistemico l'evasione è l'anticorpo che sviluppa il corpo sociale per rendere ancora possibili, convenienti, le attività produttive, e il sommerso non è che una forma di welfare contro la disoccupazione a cui ci condannerebbe la rigidità del mercato del lavoro legale.
Per descrivere l'avvitamento su stessa della coalizione di governo si presta benissimo la critica che indirizzò McCain al suo partito nel 2008: "Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra". E' questo che è accaduto negli anni e credo che ormai la situazione sia irrecuperabile. Tra l'altro, il nuovo amore del centrodestra per le tasse e per lo stato di polizia tributaria avrà l'effetto di dare la stura ai più bassi istinti statalisti della sinistra, provocando uno slittamento complessivo dello spettro politico verso lo statalismo. Arriveremo al punto in cui la patrimoniale apparirà come la misura più liberale a disposizione.
Friday, June 24, 2011
Tagliare, non prelevare
Se fosse fondata questa indiscrezione, riportata su Corriere.it da Sergio Rizzo - e sempre ammesso che dalle intenzioni si riesca a passare ai fatti, superando i veti della "casta" - forse non sarebbe un punto di svolta per i conti pubblici, ma certo una piccola grande rivoluzione... "politica" e culturale, questo sì. Soprattutto il «livellamento remunerativo Italia-Europa», che credo avrebbe un valore tutt'altro che simbolico.
Vedremo presto dove Tremonti ha intenzione di incidere con il suo bisturi il corpo vivo della spesa pubblica, ma negli ultimi giorni sui quotidiani sono circolate varie ipotesi, che sarebbero allo studio del Tesoro e del governo. Alcune buone, altre meno buone, altre ancora davvero pessime.
Qui siamo dell'idea che sia per centrare l'obiettivo del pareggio di bilancio, sia per realizzare una riforma del fisco che includa una prima, percepibile limatura delle aliquote, occorra agire tagliando la spesa ed evitando, invece, nuove entrate. Qualsiasi nuova entrata, infatti, rischia di produrre effetti più recessivi dei tagli alla spesa. E soffocare ulteriormente una crescita già stentata potrebbe compromettere l'efficacia della manovra di rientro.
Sia l'aumento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne anche nel settore privato (nel pubblico già è così), sia l'anticipo al 2013 per tutti, uomini e donne, dell'agganciamento automatico dell'età pensionabile alle speranze di vita, conferirebbero solidità e credibilità alla manovra. Auspicabili il disboscamento del sistema di deduzioni e detrazioni, in cui si nascondono inspiegabili privilegi, il prolungamento del blocco dei contratti e del turnover nel pubblico impiego, e ulteriori tagli ai ministeri, ai comuni e agli enti locali. Ricordando poi che le province, se non abolite, potrebbero essere dimezzate nel numero o quasi. Non si vogliono i cosiddetti tagli «lineari»? Allora ci pensino la Conferenza delle Regioni e l'Anci a fissare dei criteri per individuare gli enti più virtuosi cui risparmiare la dieta. Certo è che non ha tutti i torti la Lega quando pone la questione del patto di stabilità interno: a livello sistemico che i comuni con un bilancio in attivo non possano spendere i loro soldi, perché servono a ripianare i debiti altrui, è un incentivo perverso.
Escludendo i Bot, forse sulle rendite finanziarie si può ragionare, facendo attenzione però a mantenere un'aliquota competitiva con quella degli altri Paesi europei. Se per evidenti motivi va tutelato il finanziamento dei titoli di Stato, merita di esserlo anche quello del settore privato (che contribuisce al Pil) tramite il mercato azionario.
Ciò che invece a mio avviso va evitato è un aumento dell'Iva, che in Italia è già alta e altamente evasa. Tra l'altro, un punto percentuale in più potrebbe essere facilmente eroso da ulteriore evasione, nonché fornire un alibi per aumenti ingiustificati dei prezzi. Circoscrivere l'aumento dell'Iva ai beni di lusso è piuttosto demagogico. Da una parte è vero che Briatore non rinuncerebbe a farsi un nuovo yacht per un punto in più di Iva, ma certi beni sono alla portata di molti e c'è da chiedersi: la costruzione di beni di lusso, come barche, a quante persone, e per quanti mesi, dà lavoro?
Ogni ipotesi di aumento dei contributi per i lavoratori parasubordinati, ovvero collaboratori a progetto e partite Iva, già oggi al 26%, rappresenterebbe una vera e propria rapina ai danni dei precari, che hanno poche chance di vedersi restituire i contributi che versano oggi in forma di una pensione decente domani. L'aliquota fu elevata al 26% dal governo Prodi, che prese dalle tasche dei precari (dovrebbero ricordarselo bene, era ministro anche il signor Bersani!) i soldi per abolire lo scalone Maroni, allo scopo di continuare a mandare in pensione i cinquantenni. Allora sostenevano che l'aumento dell'aliquota avrebbe scoraggiato il ricorso al lavoro precario da parte delle imprese a favore di quello a tempo indeterminato. La realtà fu ben diversa: l'aumento contributivo fu per lo più sottratto alle buste paga già leggerissime dei precari, gli stessi precari di cui oggi - dopo averli massacrati - la sinistra si riempie la bocca. Un vero scandalo. Su questo sarebbe demenziale seguire l'esempio di Prodi e Padoa-Schioppa (e di Bersani).
Vedremo presto dove Tremonti ha intenzione di incidere con il suo bisturi il corpo vivo della spesa pubblica, ma negli ultimi giorni sui quotidiani sono circolate varie ipotesi, che sarebbero allo studio del Tesoro e del governo. Alcune buone, altre meno buone, altre ancora davvero pessime.
Qui siamo dell'idea che sia per centrare l'obiettivo del pareggio di bilancio, sia per realizzare una riforma del fisco che includa una prima, percepibile limatura delle aliquote, occorra agire tagliando la spesa ed evitando, invece, nuove entrate. Qualsiasi nuova entrata, infatti, rischia di produrre effetti più recessivi dei tagli alla spesa. E soffocare ulteriormente una crescita già stentata potrebbe compromettere l'efficacia della manovra di rientro.
Sia l'aumento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne anche nel settore privato (nel pubblico già è così), sia l'anticipo al 2013 per tutti, uomini e donne, dell'agganciamento automatico dell'età pensionabile alle speranze di vita, conferirebbero solidità e credibilità alla manovra. Auspicabili il disboscamento del sistema di deduzioni e detrazioni, in cui si nascondono inspiegabili privilegi, il prolungamento del blocco dei contratti e del turnover nel pubblico impiego, e ulteriori tagli ai ministeri, ai comuni e agli enti locali. Ricordando poi che le province, se non abolite, potrebbero essere dimezzate nel numero o quasi. Non si vogliono i cosiddetti tagli «lineari»? Allora ci pensino la Conferenza delle Regioni e l'Anci a fissare dei criteri per individuare gli enti più virtuosi cui risparmiare la dieta. Certo è che non ha tutti i torti la Lega quando pone la questione del patto di stabilità interno: a livello sistemico che i comuni con un bilancio in attivo non possano spendere i loro soldi, perché servono a ripianare i debiti altrui, è un incentivo perverso.
Escludendo i Bot, forse sulle rendite finanziarie si può ragionare, facendo attenzione però a mantenere un'aliquota competitiva con quella degli altri Paesi europei. Se per evidenti motivi va tutelato il finanziamento dei titoli di Stato, merita di esserlo anche quello del settore privato (che contribuisce al Pil) tramite il mercato azionario.
Ciò che invece a mio avviso va evitato è un aumento dell'Iva, che in Italia è già alta e altamente evasa. Tra l'altro, un punto percentuale in più potrebbe essere facilmente eroso da ulteriore evasione, nonché fornire un alibi per aumenti ingiustificati dei prezzi. Circoscrivere l'aumento dell'Iva ai beni di lusso è piuttosto demagogico. Da una parte è vero che Briatore non rinuncerebbe a farsi un nuovo yacht per un punto in più di Iva, ma certi beni sono alla portata di molti e c'è da chiedersi: la costruzione di beni di lusso, come barche, a quante persone, e per quanti mesi, dà lavoro?
Ogni ipotesi di aumento dei contributi per i lavoratori parasubordinati, ovvero collaboratori a progetto e partite Iva, già oggi al 26%, rappresenterebbe una vera e propria rapina ai danni dei precari, che hanno poche chance di vedersi restituire i contributi che versano oggi in forma di una pensione decente domani. L'aliquota fu elevata al 26% dal governo Prodi, che prese dalle tasche dei precari (dovrebbero ricordarselo bene, era ministro anche il signor Bersani!) i soldi per abolire lo scalone Maroni, allo scopo di continuare a mandare in pensione i cinquantenni. Allora sostenevano che l'aumento dell'aliquota avrebbe scoraggiato il ricorso al lavoro precario da parte delle imprese a favore di quello a tempo indeterminato. La realtà fu ben diversa: l'aumento contributivo fu per lo più sottratto alle buste paga già leggerissime dei precari, gli stessi precari di cui oggi - dopo averli massacrati - la sinistra si riempie la bocca. Un vero scandalo. Su questo sarebbe demenziale seguire l'esempio di Prodi e Padoa-Schioppa (e di Bersani).
Wednesday, October 20, 2010
Ecco perché serve la riforma. E che sia "punitiva"
Circa 10 milioni di euro, 150 persone indagate di cui solo 34 rinviate a giudizio, di cui 26 assolte. Ma quel che più conta, smontata l'ipotesi investigativa di una "spectre" di potenti, tra cui l'ex ministro della Giustizia Mastella. Sono i numeri del fiasco dell'inchiesta ("Why Not") con cui De Magistris voleva "spaccare" il mondo e invece è riuscito "solo" a minare alle fondamenta il governo Prodi e a farsi eleggere con l'Italia dei Valori (!). Grave ciò che emerge dalla sentenza del gup: in pratica, De Magistris, invece di accontentarsi di perseguire i reati facilmente addebitabili, ha puntato sempre più in alto, tentando di arrivare ai piani più alti della politica solo per ottenere la pubblicità dei media. Il risultato? Ha edificato un costosissimo (per le casse dello Stato) castello di carte che ha diffamato molti, ha destabilizzato un governo democraticamente eletto portandolo infine alla sua caduta e ha danneggiato l'inchiesta stessa.
Impietose le motivazioni del gup, che parla di «una distorta e infedele rappresentazione dall'esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», ma che soprattutto trasformano De Magistris da accusatore a imputato:
Impietose le motivazioni del gup, che parla di «una distorta e infedele rappresentazione dall'esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», ma che soprattutto trasformano De Magistris da accusatore a imputato:
«Nel corso delle indagini è stato abilmente seppellito da chi aveva interesse a farlo, sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante 'televisiva' realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».Una ipotesi investigativa che «dopo anni di lunghe e costose indagini non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stata sconfessata già nella fase delle indagini preliminari», ed anzi «ha impedito di analizzare con la necessaria obiettività i vari e inconfutabili elementi di prova che emergevano sin da subito». Ecco perché serve una riforma della giustizia. Ed ecco perché dovrebbe essere, in un certo senso, "punitiva".
Thursday, September 02, 2010
Berlusconi "piace" anche a Blair, ma va detto sottovoce
Ci viene giustamente spiegato con dovizia di particolari perché Berlusconi piace a Putin e a Gheddafi - e non è certo titolo di merito. Correttezza professionale imporrebbe però ai giornalisti di spiegarci perché Berlusconi piace a Tony Blair, visto che il suo libro di Memorie è uscito ieri ma pare che in pochi abbiano ritenuto di riportare perché l'ex premier britannico «ammira» Silvio. Per qualcuno "piacere" a Tony Blair non sarà titolo di merito - e non mi dilungo a spiegare perché invece per me lo è - esattamente come non lo è piacere a Putin e a Gheddafi, ma intanto riportiamolo con una certa evidenza, per favore. Quella evidenza che certamente la stampa e i siti internet avrebbero dato se Blair avesse scritto male di Berlusconi. M'immagino le prime pagine: "Silvio? Uno che non mantiene le promesse".
A prescindere dal giudizio di ciascuno su Berlusconi (che certamente le promesse chiave fatte agli italiani finora non le ha mantenute), quello di Blair è stato nascosto dai siti e dalla stampa in molti modi, ieri e ancora oggi. C'è chi ha completamente ignorato la notizia, e c'è chi l'ha riportata con un titolo sotto tono, spiegando come Berlusconi sia stato decisivo per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2012 a Londra, o titolando invece sul giudizio di Blair su Brown, o sull'Iraq (cercando tra l'altro di accreditare l'immagine distorta di un Blair che in qualche modo si scusa).
Invece, il giudizio di Blair su Berlusconi è interessante perché sembra sfidare due luoghi comuni. Primo, viene descritto non come il politico delle "promesse" ma del "fare". L'ex premier britannico riferisce dell'aiuto offerto da Berlusconi a sostegno della candidatura di Londra ad ospitare le Olimpiadi del 2012: «C'è un'ultima persona - ricorda Blair a pagina 650 - senza la quale non avremmo potuto vincere: Silvio Berlusconi. Nell'agosto precedente (2004) gli avevo fatto visita nella sua casa in Sardegna - racconta - per chiedergli aiuto sulla candidatura. L'Italia era uno dei protagonisti fondamentali. Mi aveva domandato fino a che punto fosse importante per noi ottenere le Olimpiadi. "Molto", gli avevo risposto. "Molto?". "Molto". "Sei mio amico", aveva detto Berlusconi, "Non ti prometto niente, ma vedrò cosa posso fare". Questo comportamento è tipico di Silvio ed è per questo che lo ammiro. Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso, aveva agito».
Secondo, la politica berlusconiana definita sprezzantemente in Italia "del cucù", pare funzionare, a detta di Blair, che approfitta dell'aneddoto per spiegare ai lettori quanto, nella politica internazionale, le relazioni personali tra i leader contino più di chissà quali calcoli. «I rapporti personali contano, questo è ovvio - scrive Blair - ma chi pensa siano elaborati stratagemmi e calcoli matematici a determinare le negoziazioni e i compromessi, sembra ignorarlo. A tutti i livelli, ma soprattutto ai vertici, la politica ruota intorno alle persone. Se un leader ti piace - spiega l'ex premier britannico - cerchi di aiutarlo anche se ciò può andare contro i tuoi interessi. Se non ti piace, non lo aiuti. Se prendi le distanze per motivi politici - per esempio perché, come nel caso di Silvio, c'è più di una controversia sul suo conto - va benissimo, ma non illuderti: a perdere è il tuo Paese. Quel leader non è stupido e sa che non sei disposto a pagare un prezzo per avvicinarti a lui. Credi che non ti serbi rancore? Non so come abbiano votato gli italiani, però...».
Berlusconi viene citato anche a pagina 415, tra i pochi leader europei che sentì al telefono subito dopo gli attentati dell'11 settembre e la cui solidarietà agli Stati Uniti fu «totale», e a pagina 417, laddove Blair ricorda di aver contattato nei giorni successivi gli stessi leader, trovandone alcuni, soprattutto il presidente francese Chirac, più «cauti» rispetto alle reazioni da mettere in atto dopo gli attacchi, mentre Berlusconi si mostrava «determinato come sempre nel suo appoggio agli Stati Uniti». A pagina 429 Blair ricorda le polemiche suscitate dal fatto che per descrivere la lotta contro il terrorismo e per la democrazia, sia Bush che Berlusconi avevano usato la parola «crociata». «Era assolutamente ovvio - scrive Blair - che la stessero usando in senso generico, come ci si potrebbe riferire a una crociata contro le droghe o contro il crimine; ed è un termine di uso comune in politica; ma fu travisato per insinuare che la usassero in riferimento alle antiche Crociate». Gli unici altri due leader politici italiani che ad una prima occhiata ho trovato citati sono Romano Prodi, maltrattato a pagina 626, e Massimo D'Alema, che mi sarei aspettato più citato nel capitolo sul Kosovo, e che invece viene piuttosto snobbato nelle due citazioni alle pagine 271 e 282. Anche queste, ovviamente, del tutto ignorate dalla stampa.
Man mano che vado avanti con la lettura del libro di Blair vi riferirò i passaggi più interessanti.
A prescindere dal giudizio di ciascuno su Berlusconi (che certamente le promesse chiave fatte agli italiani finora non le ha mantenute), quello di Blair è stato nascosto dai siti e dalla stampa in molti modi, ieri e ancora oggi. C'è chi ha completamente ignorato la notizia, e c'è chi l'ha riportata con un titolo sotto tono, spiegando come Berlusconi sia stato decisivo per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2012 a Londra, o titolando invece sul giudizio di Blair su Brown, o sull'Iraq (cercando tra l'altro di accreditare l'immagine distorta di un Blair che in qualche modo si scusa).
Invece, il giudizio di Blair su Berlusconi è interessante perché sembra sfidare due luoghi comuni. Primo, viene descritto non come il politico delle "promesse" ma del "fare". L'ex premier britannico riferisce dell'aiuto offerto da Berlusconi a sostegno della candidatura di Londra ad ospitare le Olimpiadi del 2012: «C'è un'ultima persona - ricorda Blair a pagina 650 - senza la quale non avremmo potuto vincere: Silvio Berlusconi. Nell'agosto precedente (2004) gli avevo fatto visita nella sua casa in Sardegna - racconta - per chiedergli aiuto sulla candidatura. L'Italia era uno dei protagonisti fondamentali. Mi aveva domandato fino a che punto fosse importante per noi ottenere le Olimpiadi. "Molto", gli avevo risposto. "Molto?". "Molto". "Sei mio amico", aveva detto Berlusconi, "Non ti prometto niente, ma vedrò cosa posso fare". Questo comportamento è tipico di Silvio ed è per questo che lo ammiro. Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso, aveva agito».
Secondo, la politica berlusconiana definita sprezzantemente in Italia "del cucù", pare funzionare, a detta di Blair, che approfitta dell'aneddoto per spiegare ai lettori quanto, nella politica internazionale, le relazioni personali tra i leader contino più di chissà quali calcoli. «I rapporti personali contano, questo è ovvio - scrive Blair - ma chi pensa siano elaborati stratagemmi e calcoli matematici a determinare le negoziazioni e i compromessi, sembra ignorarlo. A tutti i livelli, ma soprattutto ai vertici, la politica ruota intorno alle persone. Se un leader ti piace - spiega l'ex premier britannico - cerchi di aiutarlo anche se ciò può andare contro i tuoi interessi. Se non ti piace, non lo aiuti. Se prendi le distanze per motivi politici - per esempio perché, come nel caso di Silvio, c'è più di una controversia sul suo conto - va benissimo, ma non illuderti: a perdere è il tuo Paese. Quel leader non è stupido e sa che non sei disposto a pagare un prezzo per avvicinarti a lui. Credi che non ti serbi rancore? Non so come abbiano votato gli italiani, però...».
Berlusconi viene citato anche a pagina 415, tra i pochi leader europei che sentì al telefono subito dopo gli attentati dell'11 settembre e la cui solidarietà agli Stati Uniti fu «totale», e a pagina 417, laddove Blair ricorda di aver contattato nei giorni successivi gli stessi leader, trovandone alcuni, soprattutto il presidente francese Chirac, più «cauti» rispetto alle reazioni da mettere in atto dopo gli attacchi, mentre Berlusconi si mostrava «determinato come sempre nel suo appoggio agli Stati Uniti». A pagina 429 Blair ricorda le polemiche suscitate dal fatto che per descrivere la lotta contro il terrorismo e per la democrazia, sia Bush che Berlusconi avevano usato la parola «crociata». «Era assolutamente ovvio - scrive Blair - che la stessero usando in senso generico, come ci si potrebbe riferire a una crociata contro le droghe o contro il crimine; ed è un termine di uso comune in politica; ma fu travisato per insinuare che la usassero in riferimento alle antiche Crociate». Gli unici altri due leader politici italiani che ad una prima occhiata ho trovato citati sono Romano Prodi, maltrattato a pagina 626, e Massimo D'Alema, che mi sarei aspettato più citato nel capitolo sul Kosovo, e che invece viene piuttosto snobbato nelle due citazioni alle pagine 271 e 282. Anche queste, ovviamente, del tutto ignorate dalla stampa.
Man mano che vado avanti con la lettura del libro di Blair vi riferirò i passaggi più interessanti.
Thursday, August 26, 2010
Un Prodino riscaldato
Alzi la mano chi ha capito un'acca della lettera di Bersani a la Repubblica, scritta in politichese stretto per meri addetti ai lavori. Ecco uno dei passaggi più astrusi:
«... Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell'emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un'altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica... Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l'esperienza dell'Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l'Italia e per l'Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia...»Sembra di capire - dico sembra - che l'alternativa a Berlusconi passi per un «nuovo Ulivo» che includa i partiti di «centro sinistra» (sì, non con il trattino ma con lo spazio, e quali esattamente?) e per un'«Alleanza per la democrazia» che racchiuda il «nuovo Ulivo» e «le forze contrarie al berlusconismo» ma non di sinistra (i finiani e Grillo?). Scusate, ma in tutto questo il Pd? Se non riesce a gestire se stesso, come pensa di gestire un cartello così eterogeneo? Come si fa poi a prendersela se qualcuno semplifica e la chiama «ammucchiata», o un «Prodino riscaldato»?! C'è da dire che Veltroni sarà mieloso, un Moccia della politica, ma almeno è più comprensibile.
Thursday, June 03, 2010
Non cadiamo nel tranello
Berlusconi può essere criticabile per non aver dato seguito, abbassando le tasse, a quel concetto espresso nel 2004 e ripetuto in tante altre occasioni («se lo Stato mi chiede il 50% e passa di tasse è una richiesta scorretta e io mi sento moralmente autorizzato a evadere, per quanto posso»), ma non per essersi contraddetto con la smentita di martedì sera a Ballarò, o con le misure anti-evasione adottate dal suo governo con questa manovra. Interpretare quella smentita come un'abiura di quanto affermato anni fa, oltre che un errore, significherebbe cadere nell'inganno dialettico teso dagli amanti delle tasse, che per delegittimare un argomento sacrosanto ed efficace lo bollano pretestuosamente come incitamento all'evasione.
Quello usato innanzitutto dai liberali - e poi da Berlusconi - non è mai voluto essere un argomento per giustificare l'evasione fiscale, tanto meno per sostenerla, ma una pura constatazione: e cioè che una pressione fiscale avvertita come eccessiva e ingiusta rende moralmente e socialmente più accettabile evadere il fisco. Credo sia una realtà, un sentimento diffuso, di cui abbiamo esperienza nella vita di tutti i giorni. E' un fatto da cui trarre delle conseguenze, non una giustificazione né un incitamento. Nello smentire che lo sia non c'è contraddizione. La contraddizione che si può imputare a Berlusconi, semmai, è di non averne ancora tratto le dovute conseguenze, cioè di non avere ridotto le tasse.
Tasse basse e spese bene accrescono la «morale tributaria», osserva oggi Francesco Forte, su il Giornale. La nostra Costituzione prescrive che «tutti sono tenuti alle spese pubbliche in relazione alla loro capacità contributiva». Ma «una vasta dottrina tributaria afferma che le imposte con aliquote molto alte, che privano sostanzialmente il contribuente del suo diritto di proprietà e di iniziativa o della retribuzione del lavoro, sono incostituzionali».
Sia chiaro, a me non piacciono né la retorica anti-evasione del governo, né la caccia alle streghe praticata in concreto. Primo, perché inasprendo la repressione (magari anche in modo costoso) puoi recuperare qualche spicciolo, ma il più efficace strumento di contrasto dell'evasione rimane uno solo: cominciare a chiedere il giusto (massimo il 33% ai ricconi), dopo di ché sì, puoi pretendere che tutti paghino ed essere duro con chi evade. Secondo, la mia impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine si rischia un effetto depressivo. L'ho già scritto più volte: con l'elevata pressione fiscale e contributiva, i costi occulti dell'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, della rigidità del mercato del lavoro e della scarsa competitività, l'evasione è spesso l'unico modo per fare attività economica, impresa e lavoro. Per questo concordo con Enzo: «Quando per un liberale il problema principale diventa l'evasione fiscale e non l'entità del prelievo, vuol dire che ha già abdicato ai suoi principi».
Non bisogna però scordare che tra la soglia della tracciabilità abbassata a 5 mila euro da Tremonti e quella a 500 o 100 euro di Prodi-Visco c'è (ancora) una grande differenza. E il governo di centrosinistra quando si trovò per le mani il famoso "tesoretto", i soldi recuperati dall'evasione, lo dilapidò in spese improduttive e assistenziali, come accrescere le finestre di pensionamento, abolire lo "scalone" Maroni, assumere in massa i precari della scuola.
Quello usato innanzitutto dai liberali - e poi da Berlusconi - non è mai voluto essere un argomento per giustificare l'evasione fiscale, tanto meno per sostenerla, ma una pura constatazione: e cioè che una pressione fiscale avvertita come eccessiva e ingiusta rende moralmente e socialmente più accettabile evadere il fisco. Credo sia una realtà, un sentimento diffuso, di cui abbiamo esperienza nella vita di tutti i giorni. E' un fatto da cui trarre delle conseguenze, non una giustificazione né un incitamento. Nello smentire che lo sia non c'è contraddizione. La contraddizione che si può imputare a Berlusconi, semmai, è di non averne ancora tratto le dovute conseguenze, cioè di non avere ridotto le tasse.
Tasse basse e spese bene accrescono la «morale tributaria», osserva oggi Francesco Forte, su il Giornale. La nostra Costituzione prescrive che «tutti sono tenuti alle spese pubbliche in relazione alla loro capacità contributiva». Ma «una vasta dottrina tributaria afferma che le imposte con aliquote molto alte, che privano sostanzialmente il contribuente del suo diritto di proprietà e di iniziativa o della retribuzione del lavoro, sono incostituzionali».
Sia chiaro, a me non piacciono né la retorica anti-evasione del governo, né la caccia alle streghe praticata in concreto. Primo, perché inasprendo la repressione (magari anche in modo costoso) puoi recuperare qualche spicciolo, ma il più efficace strumento di contrasto dell'evasione rimane uno solo: cominciare a chiedere il giusto (massimo il 33% ai ricconi), dopo di ché sì, puoi pretendere che tutti paghino ed essere duro con chi evade. Secondo, la mia impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine si rischia un effetto depressivo. L'ho già scritto più volte: con l'elevata pressione fiscale e contributiva, i costi occulti dell'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, della rigidità del mercato del lavoro e della scarsa competitività, l'evasione è spesso l'unico modo per fare attività economica, impresa e lavoro. Per questo concordo con Enzo: «Quando per un liberale il problema principale diventa l'evasione fiscale e non l'entità del prelievo, vuol dire che ha già abdicato ai suoi principi».
Non bisogna però scordare che tra la soglia della tracciabilità abbassata a 5 mila euro da Tremonti e quella a 500 o 100 euro di Prodi-Visco c'è (ancora) una grande differenza. E il governo di centrosinistra quando si trovò per le mani il famoso "tesoretto", i soldi recuperati dall'evasione, lo dilapidò in spese improduttive e assistenziali, come accrescere le finestre di pensionamento, abolire lo "scalone" Maroni, assumere in massa i precari della scuola.
Wednesday, May 26, 2010
Sano rigore, ma senza ambizioni
Molte cose buone nella manovra correttiva varata ieri - alcune sia pure simboliche o poco più (come i tagli agli emolumenti di politici, partiti, magistrati e supermanager), ma autentiche sconosciute nel nostro Paese - e due critiche sostanziali. La prima, la mancanza di coraggio nei tagli. Nella situazione in cui è il nostro Paese, qualsiasi taglio alla spesa pubblica, a prescindere, è cosa buona e giusta, e spesso molto "costosa" politicamente. Tanti piccoli tagli (stretta su enti locali, ministeri, pubblico impiego, invalidità, farmaci, e a grande richiesta soppressione di enti inutili e 10 mini-province) che producono nell'insieme un taglio significativo del deficit (1,6% in due anni), ma non risolutivo. Nel senso che un governo di centrodestra dovrebbe nutrire l'ambizione dell'abbattimento del debito pubblico, almeno di programmarlo, e non del mero contenimento. Per questo, serve intervenire in profondità nei pilastri della spesa, riformandoli radicalmente. Mi riferisco a sanità e pensioni, apparati dello Stato, privatizzazioni.
La riforma Brunetta, per esempio, come abbiamo già osservato, è finalizzata a far funzionare meglio le amministrazioni pubbliche, ed è certo importante e auspicabile introdurre un buon meccanismo di incentivi-disincentivi, ma non mira al dimagrimento dell'apparato statale in termini quantitativi e qualitativi. E' una responsabile impostazione "statalista", di chi crede nei servizi statali e cerca di farli funzionare. All'Italia servirebbe invece, in una qualche misura, uno "smantellamento".
Adesso possiamo ripetere quanto ci apparve chiaro fin dall'inizio: non aver approfittato della crisi per fare le riforme più "costose" politicamente, sostenendo che non si potevano fare proprio a causa della crisi, è stato un errore. Perché ora la crisi del debito ci ha presi in contropiede e nell'urgenza non si sono potute mettere in campo, ammesso che avessero voluto, riforme strutturali che non erano state preparate. Ma nel valutare con occhio critico la manovra tremontiana bisogna sempre tener conto delle direzioni in cui hanno spinto e spingono le forze politiche, interne alla stessa maggioranza o dell'opposizione. Insomma, le alternative politiche concrete (non quelle auspicabili), hic et nunc, a Tremonti. Guardiamoci in faccia: tranne qualche volenteroso blog liberale, chi davvero vuole tagli alla spesa più coraggiosi, e traumatici, di quelli di Tremonti? E quanti, invece, tra i suoi critici, sarebbero pronti a gridare alla "macelleria sociale"?
Al ministro va riconosciuto infatti il merito di aver resistito alle tentazioni interne e alle pressioni esterne, ieri di quanti avrebbero voluto che si rispondesse alla crisi con cospicue misure di stimolo, che gli altri Paesi si sono potuti permettere - sia pure con effetti dubbi - ma che ci avrebbero condannati al destino della Grecia; oggi di chi cerca di salvare il proprio orticello dalla scure della manovra. Ormai note le reiterate richieste di Bersani - addirittura fino a ieri - per «soldi freschi» da mettere in un «vero pacchetto di stimolo». Ma le spinte dall'interno del governo e della maggioranza non sono di segno molto diverso. Come emerge dai resoconti passati, così come di questi giorni, le tensioni e i contrasti con Tremonti sono originati da tentativi di limitare e ammorbidire i tagli, non da richieste di intervenire più in profondità sulla spesa. Fa eccezione Berlusconi, che ha chiesto al ministro di rendere possibile il taglio delle tasse.
Se agisce piuttosto bene sul fronte del deficit, il principale difetto della manovra - e siamo alla seconda critica, e alla seconda mancata ambizione - è sul versante della crescita. Non può sfuggire la fiscalità di vantaggio per il Sud prevista almeno come possibilità - a quanto pare di capire sarà concessa a discrezione delle regioni interessate, che potranno ridurre o azzerare una tassa sostitutiva dell'Irap - ma la manovra interviene sul numeratore del rapporto deficit-Pil, non sul denominatore. Ed è il denominatore la chiave di volta, la bacchetta magica. Quel Pil che non riuscendo più a farlo crescere, qualcuno vorrebbe liquidare come indicatore antiquato. Peccato che i nostri creditori guardino innanzitutto alla nostra capacità di creare ricchezza con i soldi che ci prestano. Se da un lato la situazione dei conti pubblici e la crisi non consentono di ridurre le tasse, dall'altro è anche vero che riducendo le tasse si può rilanciare la crescita, che a sua volta, in modo più indiretto ma persino più efficace, può aiutare la finanza pubblica.
Il problema però è capire come crescere e questo non è affatto scontato. Parlare di crescita è facile, tutti ne parlano, ma bisogna distinguere tra chi propone cosa. Bisogna fare attenzione, perché in Italia coloro che battono sul tasto della crescita si dividono in due tipologie: nella maggioranza dei casi purtroppo il partito della crescita nasconde un partito della spesa, cioè di chi è convinto che una politica per la crescita sia quella dei pacchetti di "stimoli". Soldi che vengono da tagli alla spesa o da nuove entrate per alimentare altra spesa. Questa è redistribuzione, nella migliore delle ipotesi una politica per la crescita dirigista e altamente inefficiente. E non manca chi usa lo slogan delle "riforme strutturali" a vanvera, perché di moda, ma poi sarebbe il primo a parlare di "macelleria sociale" nel caso in cui certe riforme si facessero per davvero.
Il giudizio sulla manovra dipende molto quindi da cosa si deciderà di fare con i 24 miliardi di euro incassati. Se saranno quasi interamente utilizzati per ridurre la spesa e il deficit, bene; se saranno in parte utilizzati per la crescita, ma producendo la solita spesa di "stimolo", male; se saranno investiti almeno in parte in una riforma fiscale anche graduale, o nella riduzione del cuneo fiscale, allora benissimo, perché è il modo "sano" per crescere.
Ultimo appunto, la conversione che Tremonti ha imposto al governo e persino a Berlusconi sulla tracciabilità, un tabù cui eravamo affezionati: tra la soglia dei 5 mila euro e i 500 o i 100 euro di Visco c'è (ancora) una grande differenza, ma diciamo che questo governo fa un ulteriore passetto verso quello «Stato di polizia tributaria» che giustamente si rimproverava alla coppia Prodi-Visco di volere. Personalmente, ho una visione opposta sul problema dell'evasione e dell'economia sommersa. Considerando l'enorme spesa pubblica, e dunque l'incredibile quantità di sprechi e inefficienze, c'è da dubitare che ogni singolo cent recuperato vada a miglior causa (sia in termini morali che di efficienza economica) rispetto a quella cui lo avrebbe destinato l'evasore, sia che lo impiegasse per l'acquisto di un nuovo yacht, sia per mandare avanti la sua azienda (con annessi lavoratori).
Rimane un espediente demagogico, quello della lotta all'evasione, ma evasione e sommerso oggi rendono possibile impresa e lavoro laddove con i costi imposti dallo Stato non sarebbero possibili. Sono in realtà spesso, soprattutto al Sud, una costosa ma forse indispensabile forma di ammortizzatori sociali. E visto l'elevato livello di tassazione, l'impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine avrà un effetto depressivo.
La riforma Brunetta, per esempio, come abbiamo già osservato, è finalizzata a far funzionare meglio le amministrazioni pubbliche, ed è certo importante e auspicabile introdurre un buon meccanismo di incentivi-disincentivi, ma non mira al dimagrimento dell'apparato statale in termini quantitativi e qualitativi. E' una responsabile impostazione "statalista", di chi crede nei servizi statali e cerca di farli funzionare. All'Italia servirebbe invece, in una qualche misura, uno "smantellamento".
Adesso possiamo ripetere quanto ci apparve chiaro fin dall'inizio: non aver approfittato della crisi per fare le riforme più "costose" politicamente, sostenendo che non si potevano fare proprio a causa della crisi, è stato un errore. Perché ora la crisi del debito ci ha presi in contropiede e nell'urgenza non si sono potute mettere in campo, ammesso che avessero voluto, riforme strutturali che non erano state preparate. Ma nel valutare con occhio critico la manovra tremontiana bisogna sempre tener conto delle direzioni in cui hanno spinto e spingono le forze politiche, interne alla stessa maggioranza o dell'opposizione. Insomma, le alternative politiche concrete (non quelle auspicabili), hic et nunc, a Tremonti. Guardiamoci in faccia: tranne qualche volenteroso blog liberale, chi davvero vuole tagli alla spesa più coraggiosi, e traumatici, di quelli di Tremonti? E quanti, invece, tra i suoi critici, sarebbero pronti a gridare alla "macelleria sociale"?
Al ministro va riconosciuto infatti il merito di aver resistito alle tentazioni interne e alle pressioni esterne, ieri di quanti avrebbero voluto che si rispondesse alla crisi con cospicue misure di stimolo, che gli altri Paesi si sono potuti permettere - sia pure con effetti dubbi - ma che ci avrebbero condannati al destino della Grecia; oggi di chi cerca di salvare il proprio orticello dalla scure della manovra. Ormai note le reiterate richieste di Bersani - addirittura fino a ieri - per «soldi freschi» da mettere in un «vero pacchetto di stimolo». Ma le spinte dall'interno del governo e della maggioranza non sono di segno molto diverso. Come emerge dai resoconti passati, così come di questi giorni, le tensioni e i contrasti con Tremonti sono originati da tentativi di limitare e ammorbidire i tagli, non da richieste di intervenire più in profondità sulla spesa. Fa eccezione Berlusconi, che ha chiesto al ministro di rendere possibile il taglio delle tasse.
Se agisce piuttosto bene sul fronte del deficit, il principale difetto della manovra - e siamo alla seconda critica, e alla seconda mancata ambizione - è sul versante della crescita. Non può sfuggire la fiscalità di vantaggio per il Sud prevista almeno come possibilità - a quanto pare di capire sarà concessa a discrezione delle regioni interessate, che potranno ridurre o azzerare una tassa sostitutiva dell'Irap - ma la manovra interviene sul numeratore del rapporto deficit-Pil, non sul denominatore. Ed è il denominatore la chiave di volta, la bacchetta magica. Quel Pil che non riuscendo più a farlo crescere, qualcuno vorrebbe liquidare come indicatore antiquato. Peccato che i nostri creditori guardino innanzitutto alla nostra capacità di creare ricchezza con i soldi che ci prestano. Se da un lato la situazione dei conti pubblici e la crisi non consentono di ridurre le tasse, dall'altro è anche vero che riducendo le tasse si può rilanciare la crescita, che a sua volta, in modo più indiretto ma persino più efficace, può aiutare la finanza pubblica.
Il problema però è capire come crescere e questo non è affatto scontato. Parlare di crescita è facile, tutti ne parlano, ma bisogna distinguere tra chi propone cosa. Bisogna fare attenzione, perché in Italia coloro che battono sul tasto della crescita si dividono in due tipologie: nella maggioranza dei casi purtroppo il partito della crescita nasconde un partito della spesa, cioè di chi è convinto che una politica per la crescita sia quella dei pacchetti di "stimoli". Soldi che vengono da tagli alla spesa o da nuove entrate per alimentare altra spesa. Questa è redistribuzione, nella migliore delle ipotesi una politica per la crescita dirigista e altamente inefficiente. E non manca chi usa lo slogan delle "riforme strutturali" a vanvera, perché di moda, ma poi sarebbe il primo a parlare di "macelleria sociale" nel caso in cui certe riforme si facessero per davvero.
Il giudizio sulla manovra dipende molto quindi da cosa si deciderà di fare con i 24 miliardi di euro incassati. Se saranno quasi interamente utilizzati per ridurre la spesa e il deficit, bene; se saranno in parte utilizzati per la crescita, ma producendo la solita spesa di "stimolo", male; se saranno investiti almeno in parte in una riforma fiscale anche graduale, o nella riduzione del cuneo fiscale, allora benissimo, perché è il modo "sano" per crescere.
Ultimo appunto, la conversione che Tremonti ha imposto al governo e persino a Berlusconi sulla tracciabilità, un tabù cui eravamo affezionati: tra la soglia dei 5 mila euro e i 500 o i 100 euro di Visco c'è (ancora) una grande differenza, ma diciamo che questo governo fa un ulteriore passetto verso quello «Stato di polizia tributaria» che giustamente si rimproverava alla coppia Prodi-Visco di volere. Personalmente, ho una visione opposta sul problema dell'evasione e dell'economia sommersa. Considerando l'enorme spesa pubblica, e dunque l'incredibile quantità di sprechi e inefficienze, c'è da dubitare che ogni singolo cent recuperato vada a miglior causa (sia in termini morali che di efficienza economica) rispetto a quella cui lo avrebbe destinato l'evasore, sia che lo impiegasse per l'acquisto di un nuovo yacht, sia per mandare avanti la sua azienda (con annessi lavoratori).
Rimane un espediente demagogico, quello della lotta all'evasione, ma evasione e sommerso oggi rendono possibile impresa e lavoro laddove con i costi imposti dallo Stato non sarebbero possibili. Sono in realtà spesso, soprattutto al Sud, una costosa ma forse indispensabile forma di ammortizzatori sociali. E visto l'elevato livello di tassazione, l'impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine avrà un effetto depressivo.
Monday, March 01, 2010
Bertolaso temuto dalla cricca
Dalle intercettazioni - per quanto ne so inedite - pubblicate poche ore fa da Franco Bechis sul suo blog emerge che era temutissima dagli appartenenti alla cricca degli appalti la reazione di Bertolaso alle richieste di far lievitare i costi per il G8 alla Maddalena (quello «ci si incula»; «mo' gli dico altri 100 di qua... e lui mi dice... "ma vattene a fare in culo!!"») e che Balducci e Anemone, per mezzo di Piscicelli, riescono a organizzare per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi durante il governo Prodi, ponti, week end e vacanze estive in un lussuosissimo albergo all'Argentario (roba da 20-25 mila euro). Malinconico per la verità ha già dichiarato di aver sempre pagato per i soggiorni al "Pellicano".
Friday, January 22, 2010
Polverini vs Bonino, duello atipico
Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.
Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.
Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.
Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".
Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.
Friday, July 24, 2009
Eppur si muove
Finalmente qualcosa si muove sul piano delle riforme. Poco - non quanto dovrebbe e sarebbe necessario per assicurarci un'uscita di slancio dalla crisi - ma si muove e non era scontato, visto l'immobilismo economico-sociale che contraddistingue la politica nel nostro Paese. «Negli ultimi vent'anni - osservava tempo fa il governatore Draghi - la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Quindi, non basterà aspettare con le mani in mano che la tempesta della crisi passi, «una risposta incisiva all'emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che rialzino la crescita dal basso sentiero degli ultimi decenni».
I sindacati (tutti tranne la Cgil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano ormai favorevoli, o per lo meno possibilisti, all'innalzamento graduale dell'età effettiva di pensionamento, e Confindustria l'ha richiesta a gran voce. Il governo deve aver preso una briciola di coraggio - dalla totale chiusura di poche settimane fa di Tremonti e Sacconi (secondo cui in tempo di crisi non si doveva toccare nulla) - e un passo nella direzione giusta l'ha mosso. Non solo l'aumento graduale dell'età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010 - per il quale il governo ha astutamente aspettato la "copertura" politica della condanna da parte della Corte di Giustizia europea - ma a sorpresa anche un percorso che porterà nel 2015 ad agganciare, in modo parziale, le pensioni alle aspettative di vita media.
Certo, il 2015 è lontano e queste riforme differite nel tempo rischiano di essere revocate dai successivi governi, come accadde con la controriforma del Governo Prodi che abolì lo "scalone" Maroni, diminuendo di fatto l'età di pensionamento e soprattutto caricandone i costi sulle spalle dei lavoratori flessibili, i più indifesi. Ma l'agganciamento delle pensioni alla speranza di vita è una «riforma strutturale fondamentale. Ci porta come sistema delle pensioni alle condizioni di maggiore affidabilità e stabilità in Europa», ha rivendicato Tremonti, per il quale solo poche settimane fa quel sistema andava bene così com'era.
I risparmi economici non saranno dispersi nel mare magnum della spesa pubblica, ma «rimarranno nel circuito del welfare», ha assicurato il ministro evocando proprio quel riequilibrio tra le varie categorie della nostra spesa sociale di cui l'Italia ha bisogno per adeguarsi al livello di servizi e ammortizzatori degli altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna.
L'Italia infatti ha assoluto bisogno che la sua spesa pensionistica pesi di meno in rapporto al PIL. Dagli ultimi dati Eurostat relativi al 2006 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 46,2% del loro budget sociale (il 11,9% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,5% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio ancora maggiore se ci confrontiamo con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: gli ammortizzatori sociali; l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini (anche il doppio o il triplo dell'Italia), come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL).
Manca il capitolo tasse. Nel nostro Paese sopportiamo ancora una delle pressioni fiscali più elevate d'Europa - oltre il 43% - ed è un sistema che continua ad essere iniquo ed evaso, e a costituire un freno per l'economia. E' difficile in tempi di crisi, quando il bilancio statale è sottoposto a uno stress inevitabile a causa della recessione, parlare di tagli alle tasse, ma nell'orizzonte di una legislatura è un tema che dovrà essere affrontato.
Sulle pensioni come su altri temi (l'università, la pubblica amministrazione), il governo muove piccoli passi, troppo piccoli, e con piccole dosi di coraggio, ma nelle giuste direzioni. Qual è stata finora la reazione del Pd a questi piccoli passi? Non quella di incoraggiarlo a fare di più, magari offrendosi di condividere la responsabilità politica di scelte più coraggiose, ma tanti "no" pregiudiziali. Sulle pensioni, tranne isolati e lodevoli casi individuali, il Pd è apparso appiattito sulle posizioni immobiliste della Cgil, contestando persino l'adeguamento dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nella PA, imposto dall'Ue; sulla giustizia insegue l'alleato Di Pietro, dal quale si riesce a distinguere solo quando l'ex pm attacca il capo dello Stato; ha cavalcato la protesta dell'Onda studentesca contro i tentativi della Gelmini di riformare l'università; per non parlare di certi epiteti usati nei confronti del ministro Brunetta.
L'unico fronte su cui il Pd ha incalzato il governo rimproverandogli di non avere coraggio è quello – sbagliato – della spesa pubblica come strategia anti-crisi. Tremonti stavolta ha risposto bene, bisogna dargliene atto: «Se avessimo avuto più coraggio avremmo potuto fare più deficit e debito. Ma avremmo aumentato i rischi e i costi per l'Italia. Non credo sia questo l'interesse del Paese né degli italiani». A parte il deterioramento del bilancio statale, fisiologico per effetto della recessione, l'Italia non sta peggio di altri Paesi che hanno messo in atto enormi piani di spesa pubblica. Non si troverà neanche meglio, ma certamente non peggio. E ciò dovrebbe far riflettere sull'utilità di certi pacchetti di stimolo.
La reazione del Pd spiega perché non possiamo far altro che tenerci stretti i piccoli passi che muove il governo di centrodestra. Se il governo si muove poco ma nella giusta direzione, il Pd andrebbe in senso opposto. Una linea, quella di Tremonti e Sacconi, definita dal Sole 24 Ore «del riformismo nordeuropeo». E' questo uno degli "eccezionalismi" della politica italiana. I socialisti in Italia sono stati per decenni odiati e demonizzati dai comunisti prima e dai post-comunisti poi, egemoni a sinistra. Dopo Tangentopoli, nel corso degli anni, alcuni dalla mentalità più aperta e pragmatica sono passati da sinistra a destra, da dove ora governano la politica economica del Paese con le loro idee (vedi Tremonti, Sacconi, Brunetta e Cazzola).
Abbiamo così in Italia la stranezza di un centrodestra che invece di politiche orientate al libero mercato, ai tagli della spesa e delle tasse, pratica una politica economica e sociale ispirata al riformismo delle socialdemocrazie nordeuropee, moderatamente e responsabilmente statalista (che cerca cioè di far funzionare lo stato, ma non di alleggerirlo); e dall'altra parte un centrosinistra egemonizzato da ex e post-comunisti e da ex Dc di sinistra, che invece di sposare il mercato e il riformismo blairiano è arroccato su una linea immobilista, assistenzialista, tassa & spendi.
I sindacati (tutti tranne la Cgil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano ormai favorevoli, o per lo meno possibilisti, all'innalzamento graduale dell'età effettiva di pensionamento, e Confindustria l'ha richiesta a gran voce. Il governo deve aver preso una briciola di coraggio - dalla totale chiusura di poche settimane fa di Tremonti e Sacconi (secondo cui in tempo di crisi non si doveva toccare nulla) - e un passo nella direzione giusta l'ha mosso. Non solo l'aumento graduale dell'età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010 - per il quale il governo ha astutamente aspettato la "copertura" politica della condanna da parte della Corte di Giustizia europea - ma a sorpresa anche un percorso che porterà nel 2015 ad agganciare, in modo parziale, le pensioni alle aspettative di vita media.
Certo, il 2015 è lontano e queste riforme differite nel tempo rischiano di essere revocate dai successivi governi, come accadde con la controriforma del Governo Prodi che abolì lo "scalone" Maroni, diminuendo di fatto l'età di pensionamento e soprattutto caricandone i costi sulle spalle dei lavoratori flessibili, i più indifesi. Ma l'agganciamento delle pensioni alla speranza di vita è una «riforma strutturale fondamentale. Ci porta come sistema delle pensioni alle condizioni di maggiore affidabilità e stabilità in Europa», ha rivendicato Tremonti, per il quale solo poche settimane fa quel sistema andava bene così com'era.
I risparmi economici non saranno dispersi nel mare magnum della spesa pubblica, ma «rimarranno nel circuito del welfare», ha assicurato il ministro evocando proprio quel riequilibrio tra le varie categorie della nostra spesa sociale di cui l'Italia ha bisogno per adeguarsi al livello di servizi e ammortizzatori degli altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna.
L'Italia infatti ha assoluto bisogno che la sua spesa pensionistica pesi di meno in rapporto al PIL. Dagli ultimi dati Eurostat relativi al 2006 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 46,2% del loro budget sociale (il 11,9% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,5% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio ancora maggiore se ci confrontiamo con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: gli ammortizzatori sociali; l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini (anche il doppio o il triplo dell'Italia), come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL).
Manca il capitolo tasse. Nel nostro Paese sopportiamo ancora una delle pressioni fiscali più elevate d'Europa - oltre il 43% - ed è un sistema che continua ad essere iniquo ed evaso, e a costituire un freno per l'economia. E' difficile in tempi di crisi, quando il bilancio statale è sottoposto a uno stress inevitabile a causa della recessione, parlare di tagli alle tasse, ma nell'orizzonte di una legislatura è un tema che dovrà essere affrontato.
Sulle pensioni come su altri temi (l'università, la pubblica amministrazione), il governo muove piccoli passi, troppo piccoli, e con piccole dosi di coraggio, ma nelle giuste direzioni. Qual è stata finora la reazione del Pd a questi piccoli passi? Non quella di incoraggiarlo a fare di più, magari offrendosi di condividere la responsabilità politica di scelte più coraggiose, ma tanti "no" pregiudiziali. Sulle pensioni, tranne isolati e lodevoli casi individuali, il Pd è apparso appiattito sulle posizioni immobiliste della Cgil, contestando persino l'adeguamento dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nella PA, imposto dall'Ue; sulla giustizia insegue l'alleato Di Pietro, dal quale si riesce a distinguere solo quando l'ex pm attacca il capo dello Stato; ha cavalcato la protesta dell'Onda studentesca contro i tentativi della Gelmini di riformare l'università; per non parlare di certi epiteti usati nei confronti del ministro Brunetta.
L'unico fronte su cui il Pd ha incalzato il governo rimproverandogli di non avere coraggio è quello – sbagliato – della spesa pubblica come strategia anti-crisi. Tremonti stavolta ha risposto bene, bisogna dargliene atto: «Se avessimo avuto più coraggio avremmo potuto fare più deficit e debito. Ma avremmo aumentato i rischi e i costi per l'Italia. Non credo sia questo l'interesse del Paese né degli italiani». A parte il deterioramento del bilancio statale, fisiologico per effetto della recessione, l'Italia non sta peggio di altri Paesi che hanno messo in atto enormi piani di spesa pubblica. Non si troverà neanche meglio, ma certamente non peggio. E ciò dovrebbe far riflettere sull'utilità di certi pacchetti di stimolo.
La reazione del Pd spiega perché non possiamo far altro che tenerci stretti i piccoli passi che muove il governo di centrodestra. Se il governo si muove poco ma nella giusta direzione, il Pd andrebbe in senso opposto. Una linea, quella di Tremonti e Sacconi, definita dal Sole 24 Ore «del riformismo nordeuropeo». E' questo uno degli "eccezionalismi" della politica italiana. I socialisti in Italia sono stati per decenni odiati e demonizzati dai comunisti prima e dai post-comunisti poi, egemoni a sinistra. Dopo Tangentopoli, nel corso degli anni, alcuni dalla mentalità più aperta e pragmatica sono passati da sinistra a destra, da dove ora governano la politica economica del Paese con le loro idee (vedi Tremonti, Sacconi, Brunetta e Cazzola).
Abbiamo così in Italia la stranezza di un centrodestra che invece di politiche orientate al libero mercato, ai tagli della spesa e delle tasse, pratica una politica economica e sociale ispirata al riformismo delle socialdemocrazie nordeuropee, moderatamente e responsabilmente statalista (che cerca cioè di far funzionare lo stato, ma non di alleggerirlo); e dall'altra parte un centrosinistra egemonizzato da ex e post-comunisti e da ex Dc di sinistra, che invece di sposare il mercato e il riformismo blairiano è arroccato su una linea immobilista, assistenzialista, tassa & spendi.
Friday, June 19, 2009
Quanta strada da Campo de' Fiori a Piazza Farnese
Quanta strada ha fatto Emma Bonino da Campo de' Fiori a Piazza Farnese! A poco più di un anno di distanza le poche parole pronunciate in due manifestazioni, quella del 19 marzo 2008 per il Tibet, a Campo de' Fiori, e quella di pochi giorni fa per l'Iran, a Piazza Farnese, sembrano appartenere a due persone diverse. Chi non conosce Roma può pensare che le due piazze siano molto distanti tra di loro, mentre sono a poche decine di metri. Bisogna quindi dedurre che la distanza è quella che c'è dalla poltrona di ministro a leader dell'opposizione. Evidentemente c'è una Bonino di lotta e una di governo. Versione del 17 giugno 2009:
«Ci sono momenti in cui bisogna dire basta», dichiara oggi la Bonino sempre a Piazza Farnese, commentando con un cronista il ministro degli Esteri Frattini, secondo cui «ci sono le condizioni perché l'Iran partecipi alla riunione ministeriale del G8 a Trieste». «Se anche di fronte ad episodi come quelli che stanno avvenendo in Iran in questi giorni non c'è una presa di distanza, è un messaggio grave per i democratici che nella democrazia hanno creduto, anche se siamo in una fase di real politik a tutto spiano».
Adesso è il momento di dire «basta» all'Iran, cancellando una presenza tutto sommato poco significativa - ma qui pensiamo che quel momento sia giunto da molto tempo - ma un anno fa, dopo la repressione in Tibet non era il caso di dire «basta» alla Cina? Non solo la Bonino si opponeva al boicottaggio, forse a ragione, ma in molte occasioni ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi gesto simbolico, a suo avviso utile solo ad alimentare il «cicaleccio» qui in Italia. Pensate a che «messaggio» dev'essere stato per il democratico Wei Jingsheng, iscritto al Partito radicale, Prodi che offriva a Pechino il suo aiuto per la fine dell'embargo europeo sulle armi.
Viene messa giustamente sotto i riflettori la «real politik a tutto spiano» italiana, ma i tanti fan di Obama (e i radicali sono tra questi), tranne poche eccezioni (il Riformista), non aprono bocca sulla real politik dell'amministrazione Obama e magari tornano pure a civettare di regime change, di rovesciare regimi, dopo aver demonizzato Bush.
* Mi pare che la Corea del Nord non sia stata mai affatto isolata ma ricompensata in ogni modo per la sospensione di un programma nucleare che ha poi sempre immancabilmente ripreso.
«... mi rivolgo e vedo molti colleghi parlamentari anche della maggioranza: siamo proprio sicuri che vale la pena di invitare il leader iraniano? [al G8 ministeriale di Trieste, n.d.r.]... Siamo proprio sicuri che non è il caso di ripensarci, che non è il caso semmai di dare un segno? Che non è il segno né dell'isolamento, né dell'ostracismo né del bombardamento ma è un segno che dica ci sono limiti che non intendiamo avallare, ci sono violenze che non intendiamo dimenticare, ci sono repressioni che segnano una differenza, siamo differenti. Lo chiedo perché questa sarebbe un'occasione anche di fare delle cose insieme per il bene e per i diritti civili... già, credo, abbiamo ricevuto fin troppi dittatori con sfarzi degni di migliore causa. Forse non ripetere l'errore potrebbe essere utile a tutti».Una «differenza» che evidentemente la repressione di un anno fa in Tibet non segnava, visto che il 19 marzo 2008 la Bonino con queste parole si dichiarava contraria a qualsiasi minaccia di boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino:
«Probabilmente sarò molto meno applaudita di Bonelli, ma io penso che di fronte a problemi complessi il problema non è a chi le spara più grosse... il problema non è neanche della buona coscienza a buon mercato, soprattutto se la pagano altri. Il problema è forse quello di sostenere con un po' di umiltà non quello che noi pensiamo il meglio, ma intanto quello che il Dalai Lama chiede. E in tutti gli incontri che io ho avuto... mai, mai il Dalai Lama ci ha chiesto di isolare la Cina. Vorrei anche - tanto per non essere applaudita - dirvi che il problema più grosso è non dimenticare. Vedete, tre giorni di emozioni per la Birmania se lo ricorda ancora qualcuno? 24 ore per lo Zimbabwe, qualcuno ha insistito a fare qualcos'altro? Abbiamo isolato la Corea del Nord [*], qualcuno per caso gli punge vaghezza? Il nostro modo migliore, e il più facile, sembra apparentemente quello più netto. Il nostro problema non è punire centinaia di milioni di cinesi che stanno affacciandosi a un minimo di benessere... Non c'è nessuna ricetta miracolistica, c'è da inventare e perseguire nuovi strumenti costosi, anche personalmente».«Tra le cose che il Dalai Lama chiede c'è di essere ricevuto dai governi», chiosava al termine dell'intervento Antonio Polito, facendo notare che il Governo Prodi, di cui la Bonino faceva parte, non l'ha ricevuto. Inoltre, quando durante la visita di un'ampia delegazione governativa italiana in Cina, nel settembre del 2006, Prodi arrivò persino a garantire il suo appoggio alla richiesta cinese di revocare l'embargo europeo sulle armi, in vigore dal massacro di Piazza Tienanmen, la Bonino non fece e non disse nulla, se non difendere anche in Parlamento, nei giorni successivi, la posizione espressa da Prodi sull'embargo.
«Ci sono momenti in cui bisogna dire basta», dichiara oggi la Bonino sempre a Piazza Farnese, commentando con un cronista il ministro degli Esteri Frattini, secondo cui «ci sono le condizioni perché l'Iran partecipi alla riunione ministeriale del G8 a Trieste». «Se anche di fronte ad episodi come quelli che stanno avvenendo in Iran in questi giorni non c'è una presa di distanza, è un messaggio grave per i democratici che nella democrazia hanno creduto, anche se siamo in una fase di real politik a tutto spiano».
Adesso è il momento di dire «basta» all'Iran, cancellando una presenza tutto sommato poco significativa - ma qui pensiamo che quel momento sia giunto da molto tempo - ma un anno fa, dopo la repressione in Tibet non era il caso di dire «basta» alla Cina? Non solo la Bonino si opponeva al boicottaggio, forse a ragione, ma in molte occasioni ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi gesto simbolico, a suo avviso utile solo ad alimentare il «cicaleccio» qui in Italia. Pensate a che «messaggio» dev'essere stato per il democratico Wei Jingsheng, iscritto al Partito radicale, Prodi che offriva a Pechino il suo aiuto per la fine dell'embargo europeo sulle armi.
Viene messa giustamente sotto i riflettori la «real politik a tutto spiano» italiana, ma i tanti fan di Obama (e i radicali sono tra questi), tranne poche eccezioni (il Riformista), non aprono bocca sulla real politik dell'amministrazione Obama e magari tornano pure a civettare di regime change, di rovesciare regimi, dopo aver demonizzato Bush.
* Mi pare che la Corea del Nord non sia stata mai affatto isolata ma ricompensata in ogni modo per la sospensione di un programma nucleare che ha poi sempre immancabilmente ripreso.
Friday, May 29, 2009
Tra Usa e Russia, l'Italia rischia la spaccata/2
L'ipotesi di un «complotto internazionale» contro Berlusconi, evocata oggi su Libero da Fausto Carioti, riprendendo il solito confuso editoriale di Lucia Annunziata, a me pare ridicola, per usare un eufemismo. Se ne parlerà pure tra i «fedelissimi» del premier, ma ai miei occhi resta tale. Un «complotto» che nascerebbe negli Usa, e comunque nel mondo anglosassone in generale.Che alcune nostre politiche, e alcune recenti mosse avventate, infastidiscano i nostri alleati americani è fuor di dubbio. La ricostruzione di Carioti sul fastidio che a Washington provocano le intese tra Eni e Gazprom, l'ultima sul gasdotto South Stream, è ineccepibile. Tuttavia, mi chiedo: la politica dell'Eni sarebbe diversa senza Berlusconi al governo, o addirittura con un governo di centrosinistra? Era forse diversa durante il governo Prodi? A quanto mi risulta, che «l'intesa con la Russia non fosse solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica», era evidente anche con il governo di centrosinistra, quando altri «protagonisti», Prodi e D'Alema, parlavano esplicitamente di «partnership strategica» con Mosca.
Non inganni l'ostentata amicizia tra Berlusconi e Putin. E' reale, ma dietro di essa ci sono politiche rigorosamente bipartisan. Non è "l'Eni di Berlusconi" ad accordarsi con Gazprom, ma è "l'Eni italiana" punto. Nei confronti della Russia (come della Cina), al di là del "feeling" tra Berlusconi e Putin esiste una continuità sufficientemente bipartisan della politica italiana da non giustificare da parte di Washington complotti contro Berlusconi.
Sarà anche vero che a livello europeo si voleva tenere in gioco l'Ucraina e che, almeno a parole, si punta sul gasdotto Nabucco che esclude i russi, ma poi mi pare che tranne Gran Bretagna e Francia (meno dipendenti degli altri dal gas russo), gli altri paesi europei trattino con Mosca come fa l'Italia, ciascuno avendo a cuore il proprio particolare.
Mi sembra inoltre esagerato parlare di «appoggio dato da Berlusconi all'operazione militare russa in Georgia». E' vero che nelle prime ore la reazione del governo italiano apparve fin troppo comprensiva nei confronti di Mosca, ma subito dopo il tiro fu corretto. In questo genere di crisi, e in generale quando si creano tensioni tra Washington e Mosca, Berlusconi è sempre andato alla ricerca di visiblità internazionale, vantando un ruolo di mediazione forse sopravvalutato, forse velleitario, ma appunto di mediazione. Durante la crisi georgiana la nostra posizione inizialmente troppo filorussa e la nostra iniziativa di mediazione furono sfumate e riassorbite nell'alveo di un'iniziativa a livello europeo a guida francese.
Infine, sull'Iran, esclusi dal 5+1, vedo nelle mosse italiane maldestri tentativi per recuperare un posto in prima fila nei negoziati, più che una tentazione "doppiogiochista". Nei confronti dell'Iran, di Hezbollah e su tutta la politica mediorientale, il governo Prodi-D'Alema si è mosso in modo molto più ambiguo e tale da suscitare, quello sì, l'irritazione della Casa Bianca.
Vedremo ora quale sarà l'atteggiamento italiano nei confronti del trasferimento di detenuti di Guantanamo in Europa, un altro tema spinoso. Insomma, c'è senz'altro più d'un motivo di tensione e di freddezza nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, ma non vedo aria di «complotti». Tra l'altro, è poco verosimile che a Washington si siano mossi per rimuovere "l'ostacolo Berlusconi" senza prima individuare una valida e praticabile alternativa, cioè un altro leader politico italiano - di centrodestra o di centrosinistra - in grado sia di ottenere il consenso degli italiani sia di ribaltare la politica dell'Eni. E' difficile in Italia trovare un politico fino a tal punto filo-americano. Fini? Tremonti? D'Alema? Non ne vedo.
Sarei invece più portato a pensare che nei rapporti freddi con la nuova amministrazione Usa Berlusconi paghi semmai l'amicizia con George W. Bush, altrettanto solida e ostentata di quella con Putin. E' più verosimile, a mio avviso, che l'amicizia tra Berlusconi e Bush, cementata dalla posizione italiana durante la crisi irachena, abbia supplito in questi anni alla scarsa rilevanza internazionale di fondo del nostro paese, illudendoci di essere alleati preziosi per Washington, addirittura necessari, mentre oggi, con Obama, siamo tornati a contare poco o nulla, è tornata l'Italia «che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti».
Un'analisi perfetta è quella di Daniele Raineri oggi su Il Foglio. I rapporti tra Usa e Russia stanno peggiorando su tutti i fronti (nonostante il bottone di reset offerto da Obama e H. Clinton ai russi): su tutti Iran (i russi si stanno impegnando a minare la credibilità della deterrenza di un raid aereo contro gli impianti nucleari di Teheran, neanche un succoso do-ut-des li ha indotti a desistere) e Afghanistan (Mosca sogna la disfatta Usa e Nato per recuperare influenza sulla regione). Quindi, con Usa e Russia che si allontanano, come ebbi modo di scrivere mesi fa, l'Italia rischia la spaccata: «Il nostro tradizionale ruolo di cerniera, il Cav. con lo Stetson da cowboy e il Cav. con il colbacco in testa, non è più possibile. O da questa o da quella parte. In attesa di capire che cosa faremo, la Casa Bianca non si fa sentire», conclude Raineri.
Ma purtroppo Berlusconi è sentimentalmente legato allo spirito del vertice Nato-Russia di Pratica di Mare, un'era politica ormai lontana anni luce. L'errore di Berlusconi (e di Frattini) è stato non comprenderlo mesi fa, quando cambiare linea gli sarebbe valso qualche bella figura sulla democrazia e i diritti umani e qualche punto "simpatia" con qualsiasi amministrazione Usa, sia che avesse vinto Obama che avesse vinto McCain. Invece, mi sembra che tuttora il Cav. non si sia accorto che tra Washington e Mosca è cambiata aria.
In tutto questo, però, i complotti lasciamoli ai no global e occupiamoci di politica.
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Wednesday, May 27, 2009
C'è sempre una scusa per rinviare le riforme
Da Luigi La Spina, su La Stampa:
A Il Foglio il ministro Sacconi - che se fosse stato un ministro del governo Prodi sarebbe stato additato dal centrodestra come il peggior esponente del conservatorismo sociale - spiega che a causa della crisi i cinquantenni sono a rischio e che quindi «bisogna evitare di posporre l'età pensionistica». Quando era all'opposizione, Sacconi fu tra quanti definirono «controriforma» l'abolizione dello "scalone Maroni" da parte del governo Prodi. Oggi scopriamo che per Sacconi anticipare l'età pensionabile (come ha fatto il governo Prodi) è solo «discutibile», mentre «posporla sarebbe anche peggio».
Il pre-pensionamento, quindi, come ammortizzatore sociale. Il ministro lo teorizza senza pudore: «Quella discutibile modalità di proteggere i disoccupati con la pensione può, in questo caso, essere oggettivamente utile». Ma in questo modo ammette implicitamente proprio l'urgenza di una riforma del welfare nel senso di ammortizzatori sociali universali, che si potrebbero finanziare alzando l'età pensionabile.
Quando ci saranno le condizioni per alzare l'età pensionabile non è dato sapere, ma il ministro avverte che in ogni caso l'obiettivo del governo sarebbe quello di mandare «in pensione più tardi ma con pensioni più consistenti». Dunque, per Sacconi, i risparmi derivanti da un eventuale innalzamento dell'età pensionabile dovrebbero rimanere nella previdenza. Pazienza se il nostro sistema sociale è terribilmente squilibrato sulla spesa previdenziale mentre le altre voci di un welfare moderno soffrono.
Dai dati Eurostat relativi al 2005 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 45,9% del loro budget sociale (il 12% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,7% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio che emerge negli stessi termini anche dal confronto con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini, come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL); gli ammortizzatori sociali.
Questo governo ha messo su «una rete di protezione del reddito senza limiti di tempo né di tipologie, che potenzialmente può raggiungere tutto il lavoro subordinato», rivendica Sacconi. Ma allora perché - viene da chiedersi - questa paura di dover mandare in pensione i cinquantenni per proteggerli dalla disoccupazione, se esiste già una rete di sicurezza così ampia?
Solo un ministro nell'attuale governo mantiene un approccio se non liberista, almeno riformista, liberale, blariano: è Brunetta, che in un'intervista al settimanale Oggi in edicola mercoledì assicura: «Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie». Peccato che appaia in totale solitudine nella compagine governativa. Eppure, se si facesse un referendum domani tra gli elettori di centrodestra, a grande maggioranza vincerebbero l'innalzamento dell'età pensionabile e il taglio delle tasse subito.
L'appello alla riforma del welfare lanciato da Confindustria e, per la prima volta, non contestato pregiudizialmente da tutti i sindacati, va accolto. Non solo per verificare la possibilità di un'intesa, ma per sgomberare o confermare il sospetto che incomincia a convincere molti: quello di un'ipocrita commedia all'insegna dello slogan "ora le riforme". Perché, in campagna elettorale, è troppo pericoloso impaurire la somma degli interessi costituiti in difesa dell'esistente e perché è più facile, per chi non ha responsabilità di governo, inneggiare al cambiamento.Mai avrei creduto di potermi trovare un giorno, in Italia, di fronte a una situazione in cui proprio i sindacati (soprattutto Cisl e Uil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano sempre più favorevoli, o per lo meno possibilisti, sull'innalzamento dell'età pensionabile e la riforma del welfare, mentre un governo di centrodestra si sta sempre di più caratterizzando per la sua resistenza ad ogni ipotesi di riforma in campo economico e sociale e per il suo immobilismo, nonostante sia evidente che i suoi elettori non si aspettano certo la mera gestione dell'esistente.
La divaricazione tra le due Italie che, in questo momento, fronteggiano la situazione di crisi è davvero insopportabile. Da una parte, i garantiti: coloro che, addetti all'impiego pubblico o semipubblico, non solo non rischiano il posto di lavoro, ma, in un periodo di inflazione moderata, almeno finché durerà, constatano un potere d'acquisto, tutto sommato, non inferiore ai tempi passati. Dall'altra, chi ha visto drammaticamente ridotto il suo salario dalla cassa integrazione o, addirittura, non ha più speranze di una riapertura della sua fabbrica o del suo ufficio. In fondo al secondo girone, quello che potremmo chiamarlo, alla Primo Levi, dei "sommersi", ci sono i precari... Come è possibile sopportare l'ingiustizia di protezioni sociali che così dividono la sorte di tanti italiani? Come è possibile non accettare un innalzamento dell'età pensionabile, di fronte a una molto più lunga aspettativa di vita, per poter estendere a tutti la sicurezza di non essere abbandonati a una perenne precarietà del lavoro? È a questa linea di coraggioso rinnovamento nella politica sociale ed economica che Berlusconi dovrebbe rispondere. Coi fatti.
A Il Foglio il ministro Sacconi - che se fosse stato un ministro del governo Prodi sarebbe stato additato dal centrodestra come il peggior esponente del conservatorismo sociale - spiega che a causa della crisi i cinquantenni sono a rischio e che quindi «bisogna evitare di posporre l'età pensionistica». Quando era all'opposizione, Sacconi fu tra quanti definirono «controriforma» l'abolizione dello "scalone Maroni" da parte del governo Prodi. Oggi scopriamo che per Sacconi anticipare l'età pensionabile (come ha fatto il governo Prodi) è solo «discutibile», mentre «posporla sarebbe anche peggio».
Il pre-pensionamento, quindi, come ammortizzatore sociale. Il ministro lo teorizza senza pudore: «Quella discutibile modalità di proteggere i disoccupati con la pensione può, in questo caso, essere oggettivamente utile». Ma in questo modo ammette implicitamente proprio l'urgenza di una riforma del welfare nel senso di ammortizzatori sociali universali, che si potrebbero finanziare alzando l'età pensionabile.
Quando ci saranno le condizioni per alzare l'età pensionabile non è dato sapere, ma il ministro avverte che in ogni caso l'obiettivo del governo sarebbe quello di mandare «in pensione più tardi ma con pensioni più consistenti». Dunque, per Sacconi, i risparmi derivanti da un eventuale innalzamento dell'età pensionabile dovrebbero rimanere nella previdenza. Pazienza se il nostro sistema sociale è terribilmente squilibrato sulla spesa previdenziale mentre le altre voci di un welfare moderno soffrono.
Dai dati Eurostat relativi al 2005 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 45,9% del loro budget sociale (il 12% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,7% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio che emerge negli stessi termini anche dal confronto con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini, come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL); gli ammortizzatori sociali.
Questo governo ha messo su «una rete di protezione del reddito senza limiti di tempo né di tipologie, che potenzialmente può raggiungere tutto il lavoro subordinato», rivendica Sacconi. Ma allora perché - viene da chiedersi - questa paura di dover mandare in pensione i cinquantenni per proteggerli dalla disoccupazione, se esiste già una rete di sicurezza così ampia?
Solo un ministro nell'attuale governo mantiene un approccio se non liberista, almeno riformista, liberale, blariano: è Brunetta, che in un'intervista al settimanale Oggi in edicola mercoledì assicura: «Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie». Peccato che appaia in totale solitudine nella compagine governativa. Eppure, se si facesse un referendum domani tra gli elettori di centrodestra, a grande maggioranza vincerebbero l'innalzamento dell'età pensionabile e il taglio delle tasse subito.
Friday, April 24, 2009
Per fortuna Silvio c'è, ma manca il dibattito delle idee
Altro che Santoro. La Rai del centrodestra è capace di operazioni di mistificazione ideologica ben più sofisticate e rivestite di rispettabilità. Mentre tutta la vis polemica è concentrata sui soliti noti, ricicciano personaggi della Prima Repubblica con le loro interviste in ginocchio, e piano piano, senza dare nell'occhio, dalla notte inoltrata risalgono le fasce orarie. A Minoli sono bastati pochi minuti. Per chi non avesse visto l'ultima puntata de "La Storia siamo noi", in onda su Raidue tra le unidici e mezzanotte di mercoledì scorso, il video dovrebbe essere disponibile on line tra qualche giorno.
Con l'uso delle tecniche audiovisive e del linguaggio tipico del documentario, Minoli ha offerto ai telespettatori una tesi - legittima ma pur sempre partigiana e ideologica - sulle cause dell'attuale crisi economica, come se fosse una indiscutibile verità storica. Partendo dalla ricostruzione dei trionfi delle coppie Thatcher-Hayek e Reagan-Friedman negli anni '80 e passando direttamente al 2007, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto e nessuno avesse avuto responsabilità di governo, gli sono bastati pochi minuti infarciti di luoghi comuni per addossare le colpe della crisi all'«ultra-liberismo» e al «capitalismo selvaggio», lanciando un attacco suggestivo ma privo di qualsiasi argomentazione al mito thatcheriano e al mito reaganiano.
Lo ripeto. Non è la tesi - ovviamente legittima - ma il metodo che mi scandalizza. Le tecniche del racconto documentaristico sono state usate per attribuire ad una delle tante analisi sulle cause lontane della crisi i toni perentori di una pagina di storia. Possibile che il centrodestra, oggi al governo, debba lasciare ai Minoli la politica culturale della tv di stato? Possibile che non sia in grado di veicolare una sua politica culturale, in senso alto, non certo eliminando gli avversari? Perché, per esempio, non rispondere con un ciclo di interviste agli economisti dalle cui considerazioni è tratto il libro "La crisi ha ucciso il libero mercato?"
Infine - a conferma della natura politica e non storica dell'operazione - l'intervista in ginocchio all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, solenne ed esultante per il ritorno del primato dello stato sul mercato, dell'etica e della giustizia sociale sull'avidità, dell'industria sulla finanza, nonché compiaciuto della evidente sintonia emersa sempre più negli ultimi mesi tra lui e il ministro Tremonti.
D'accordo con Tremonti sugli "Eurobond" («Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa»); Tremonti ha «completamente ragione» anche sul fatto che bisogna tornare a leggera la Bibbia invece di troppi libri di economia. «Ma la cosa non riguarda solo l'oggi. Se avessimo letto un po' più di Bibbia anche negli anni in cui il libero mercato trionfava, oggi non saremmo nella crisi in cui siamo. L'etica era necessaria per i politici, per i finanzieri e lo è anche oggi».
E infine, Prodi spiega che dopo la crisi «tutto sarà diverso, a partire dal potere. Ci saranno nuovi Stati potentissimi e vecchi più deboli. Non ci sarà più questo comando senza controllo della finanza, ci sarà più peso della produzione reale dell'industria e anche più spazio per una maggiore giustizia sociale».
Oggi Prodi è columnist domenicale del quotidiano Il Messaggero. Molti, nei suoi editoriali degli ultimi mesi, i riconoscimenti impliciti alla politica economica di Tremonti. Su tutti quello di metà febbraio scorso sulla necessità di «una nuova Bretton Woods», la «globalizzazione delle regole» oltre che dei mercati. Editoriale che tanti complimenti ha ricevuto da parte dello stesso Tremonti, che il giorno successivo dava atto all'ex premier di aver scritto «un articolo che esprime la cifra della grande politica».
Se la politica cauta di Tremonti in questi frangenti di crisi può a ragione essere definita «immobilismo virtuoso», la sintonia tra i due ci fa tornare in mente i due statalismi nella cui morsa è stretta la politica italiana e nei cui confronti, dall'interno del centrodestra, tranne lodevoli ma minoritarie eccezioni, non si levano voci in difesa del libero mercato. Siamo messi male, insomma, come osservava su Corriere Magazine della settimana scorsa Angelo Panebianco:
Con l'uso delle tecniche audiovisive e del linguaggio tipico del documentario, Minoli ha offerto ai telespettatori una tesi - legittima ma pur sempre partigiana e ideologica - sulle cause dell'attuale crisi economica, come se fosse una indiscutibile verità storica. Partendo dalla ricostruzione dei trionfi delle coppie Thatcher-Hayek e Reagan-Friedman negli anni '80 e passando direttamente al 2007, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto e nessuno avesse avuto responsabilità di governo, gli sono bastati pochi minuti infarciti di luoghi comuni per addossare le colpe della crisi all'«ultra-liberismo» e al «capitalismo selvaggio», lanciando un attacco suggestivo ma privo di qualsiasi argomentazione al mito thatcheriano e al mito reaganiano.
Lo ripeto. Non è la tesi - ovviamente legittima - ma il metodo che mi scandalizza. Le tecniche del racconto documentaristico sono state usate per attribuire ad una delle tante analisi sulle cause lontane della crisi i toni perentori di una pagina di storia. Possibile che il centrodestra, oggi al governo, debba lasciare ai Minoli la politica culturale della tv di stato? Possibile che non sia in grado di veicolare una sua politica culturale, in senso alto, non certo eliminando gli avversari? Perché, per esempio, non rispondere con un ciclo di interviste agli economisti dalle cui considerazioni è tratto il libro "La crisi ha ucciso il libero mercato?"
Infine - a conferma della natura politica e non storica dell'operazione - l'intervista in ginocchio all'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, solenne ed esultante per il ritorno del primato dello stato sul mercato, dell'etica e della giustizia sociale sull'avidità, dell'industria sulla finanza, nonché compiaciuto della evidente sintonia emersa sempre più negli ultimi mesi tra lui e il ministro Tremonti.
D'accordo con Tremonti sugli "Eurobond" («Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa»); Tremonti ha «completamente ragione» anche sul fatto che bisogna tornare a leggera la Bibbia invece di troppi libri di economia. «Ma la cosa non riguarda solo l'oggi. Se avessimo letto un po' più di Bibbia anche negli anni in cui il libero mercato trionfava, oggi non saremmo nella crisi in cui siamo. L'etica era necessaria per i politici, per i finanzieri e lo è anche oggi».
E infine, Prodi spiega che dopo la crisi «tutto sarà diverso, a partire dal potere. Ci saranno nuovi Stati potentissimi e vecchi più deboli. Non ci sarà più questo comando senza controllo della finanza, ci sarà più peso della produzione reale dell'industria e anche più spazio per una maggiore giustizia sociale».
Oggi Prodi è columnist domenicale del quotidiano Il Messaggero. Molti, nei suoi editoriali degli ultimi mesi, i riconoscimenti impliciti alla politica economica di Tremonti. Su tutti quello di metà febbraio scorso sulla necessità di «una nuova Bretton Woods», la «globalizzazione delle regole» oltre che dei mercati. Editoriale che tanti complimenti ha ricevuto da parte dello stesso Tremonti, che il giorno successivo dava atto all'ex premier di aver scritto «un articolo che esprime la cifra della grande politica».
Se la politica cauta di Tremonti in questi frangenti di crisi può a ragione essere definita «immobilismo virtuoso», la sintonia tra i due ci fa tornare in mente i due statalismi nella cui morsa è stretta la politica italiana e nei cui confronti, dall'interno del centrodestra, tranne lodevoli ma minoritarie eccezioni, non si levano voci in difesa del libero mercato. Siamo messi male, insomma, come osservava su Corriere Magazine della settimana scorsa Angelo Panebianco:
Sono tempi grami per i difensori del mercato... particolarmente in Italia: Paese in cui le culture politiche dominanti hanno sempre diffidato del mercato. Che poi questa storica diffidenza sia accompagnata a una forte avversione popolare per i politici, per l'uso che essi fanno delle risorse pubbliche, non implica l'esistenza di una contraddizione. Perché l'avversione per i politici non è quasi mai tradotta nella richiesta generalizzata di meno Stato e di più spazio all'iniziativa privata... In Italia, oggi, non viviamo una fase di "ritorno dello Stato" a causa della crisi, dal momento che lo Stato non se ne è mai davvero andato. Viviamo piuttosto un momento di rivalutazione culturale del suo ruolo... Non c'è dubbio: alla politica (alle sue possibilità di controllo sulla società) conviene che tante persone si convincano che il mercato non è, in tanti campi, una buona soluzione. La maggiore sicurezza che la politica è in grado di offrire nel breve termine si paga poi, in genere, nel medio termine, con meno libertà e meno benessere.Ma come osservava tempo fa Alberto Mingardi, «il problema di Tremonti è quello di tutto il centro destra. La sua stella brilla solo perché il cielo è sgombro. Se va reso merito all'ostinazione con cui ha frenato l'espansione della spesa, entusiasmarsi per il Tremonti-pensiero è difficile. L'immobilismo virtuoso va bene come risposta di breve periodo. Già nel medio, bisogna avere un progetto». Non basta il «curioso minestrone» tremontiano «in cui "legale" e "morale" si rincorrono». Ma per ora quasi tutti nel centrodestra se lo bevono.
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