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Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

Thursday, January 14, 2010

Le risposte un po' omertose della Polverini

Renata Polverini prosegue con le sue risposte reticenti e omertose a chi le chiede delle tessere gonfiate dell'Ugl, sindacato di cui era segretario generale fino a ieri. Ecco cosa risponde oggi a il Riformista:
«Questo Paese ha una regola che vale per tutte le organizzazioni sindacali. La mia ha presentato, come la norma impone, i suoi iscritti al ministero del Lavoro. Non mi pare che gli altri abbiano sistemi di misurazione diversi».
Quando la giornalista le fa notare che «l'obiezione è un'altra», che gli iscritti dichiarati nel settore pubblico sono verificabili e non corrispondono a quelli che risultano all'Inps e all'Aran, cerca di nuovo di spostare il punto:
«Vorrei invitare qualcuno ad andare a prendere i dati della Cisnal prima, e dell'Ugl dopo, senza limitarsi ai miei quattro anni da segretario generale».
Quindi, ci sta dicendo che baravano pure i segretari precedenti?
«Inoltre, vorrei invitare chi mi attacca a citare anche i dati che premiano l'Ugl, nei posti in cui si è votato. Vorrei ricordare che nel fondo dei metalmeccanici abbiamo raccolto il 24.6% dei voti e in quello dei chimici il 17.5%».
Ma queste sono le percentuali dei voti tra coloro che sono andati a votare. Ben diverso il numero di iscritti sul totale dei lavoratori.
«La verità è che bisogna parlare di cose che si conoscono. E, a prescindere, io ho sempre sostenuto che bisogna normare la rappresentanza».
Dunque, quell'«a prescindere» suona come un'ammissione delle irregolarità. «A prescindere» da qualsiasi considerazione, il suo alibi è aver sempre sostenuto che bisogna «normare la rappresentanza», cioè cambiare sistema per impedire trucchi.

La Polverini però tiene a farci sapere che trova di «pessimo gusto, per attaccare me, attaccare un'organizzazione che ha 60 anni. Nessuno - aggiunge - può negare che l'Ugl è cresciuta in questi anni». E ti credo... «e si è seduta a tavoli dove tradizionalmente alcuni sindacati sono andati avanti per anni con diritto di veto su altre organizzazioni. Non capisco perché tutti gli altri numeri sarebbero veri e i nostri no».

Probabilmente tutti i numeri sono falsi, ma ciò non rende veri quelli dell'Ugl. Me l'aspettavo che in qualche modo la sua linea difensiva fosse: così fan tutti. Ma vede, cara Polverini, vada a spiegarlo agli elettori del centrodestra, agli occhi dei quali non credo sia un titolo di merito vantare le stesse pratiche della Cgil. Il problema è che la Polverini ha costruito la sua immagine pubblica su quelle tessere fasulle. Grazie ad esse, e al suo sponsor Gianfranco Fini, ha potuto frequentare i salotti televisivi, facendosi così conoscere al grande pubblico e acquisendo il preziosissimo status di personaggio politico.

Ma cosa rimane dell'immagine della donna seria e competente, che viene dalla società civile, e che in qualche modo pretende di rappresentare una politica nuova e non partitocratica, se viene fuori che tutto è partito da falsi iscritti? Succede che appare finalmente per quella che è: una degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, con annesse tutte le consuetudini di malgoverno e cattiva gestione della cosa pubblica di cui nel nostro Paese i sindacati sono responsabili.

Candidando la Polverini, e ora annunciando che di abbassare le tasse non se ne parla, il Pdl sembra essersi pericolosamente scordato che il "popolo della libertà" non è quello delle tessere sindacali (fasulle) ma quello delle partite Iva. Non quello dei ceti parassitari ma dei ceti produttivi, imprese e lavoratori massacrati di tasse.

Tuesday, March 03, 2009

Sì, è proprietà privata

Oggi su il Riformista:

Caro direttore, innanzitutto la ringrazio per la sua attenzione. Della quale mi permetto di approfittare per una controreplica alla sua risposta di sabato. Una proprietà o è privata o è statale. Ebbene sì, considero la vita una proprietà privata. Ma non perché mi ritenga padrone di farne ciò che voglio. Al contrario, proprio perché so bene che la proprietà privata non è affatto il regno dell'arbitrio. E' invece sottoposta per legge a mille vincoli, nella maggior parte dei casi sensati. A tal punto non sono un “assolutista libertario” che ritengo giusto che, esattamente come una proprietà privata, la mia vita sia sottoposta a vincoli. Ma mi sarei aspettato che fosse lei a paragonare la vita ad una proprietà privata per farmi notare tutti i vincoli cui è soggetta anche nel più liberale degli stati. Pur con tutti i vincoli, però, al proprietario non può essere negato di disfarsi della sua proprietà. Giuridicamente infatti è proprio la facoltà di disfarsene uno degli elementi costitutivi della proprietà privata. Il che non significa che non sia sottoposta a vincoli di altra natura per tutelare altri beni e interessi, individuali o collettivi. Se un giorno mi convincessi del fatto che il mio corpo, la mia vita, non sono di mia proprietà, diventerei il più massimalista dei comunisti. Se neanche della mia vita sono padrone, come posso giustificare la proprietà privata di un qualsiasi bene, che mi deriva in ragione di un rapporto di forza legittimato da una mera convenzione sociale? Quindi, affermare che la vita è un “bene collettivo” può significare solo che generalmente tutti teniamo ad essa e disponiamo che lo Stato la tuteli per quanto possibile. Ma non può significare che la vita sia una specie di bene demaniale. Se così fosse un potere pubblico ne potrebbe disporre come meglio ritiene. Il fatto che lo Stato spenda e investa nella mia salute e nella mia istruzione significa che c'è un interesse collettivo in esse, ma il punto è se la tutela di questo interesse si debba spingere fino al punto di obbligarmi a vegetare. Purtroppo ancora non scorgo le possibili “conseguenze collettive” della mia eventuale scelta di rifiutare le cure e lasciarmi morire.

Friday, February 27, 2009

Ma chi danneggio nel voler scegliere per me?

Oggi su il Riformista:

Caro direttore, mi perdoni la schiettezza, ma la sua "preoccupazione", di "scivolare dal testamento biologico all'eutanasia", anche se in astratto comprensibile, mi sembra davvero fuori luogo qui ed ora. Non siamo in Olanda. Qui, oggi, stiamo correndo il pericolo di una deriva di senso opposto. Sta per essere approvata una legge che costringerebbe un cittadino pienamente capace di intendere e di volere, quindi in grado di esprimere una volontà attuale e consapevole, ad essere alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. E se alimentazione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici, allora non c'è alcun bisogno che siano praticate da medici e in strutture sanitarie. Tra l'altro, se non ci si può rifiutare di essere alimentati e idratati, lo stato non dovrebbe mantenere a sue spese chiunque pur essendo in grado smettesse di procurarsi da sé acqua e cibo? Ma tornando alla sua preoccupazione. Mi permetta, ma né lei né Dahrendorf (dalle parole riportate) avete spiegato quali sarebbero le "conseguenze collettive" di una scelta individuale che riguardi solo se stessi. Nel caso dell'aborto, c'è comunque in gioco una vita nascente. Ma nel porre fine alla propria vita in uno stato terminale irreversibile o in uno stato vegetativo, non riesco a vedere pericoli né danni per gli altri. Ove ce ne fossero, i danneggiati ricorrano alla magistratura. E' così che funziona in uno stato liberale: se c'è un danno, ci dev'essere per forza un danneggiato. Senza danneggiato, non c'è danno. Anche se in talune particolari circostanze, la mia morte fosse una "scelta" e non un "evento", dove esattamente potrebbe entrare in conflitto con la libertà di tutti? Nel suo articolo non trovo la risposta. Grazie.

Wednesday, June 18, 2008

L'obbligatorietà alla base del "caso giustizia" in Italia

C'è da rimanere allibiti da alcune obiezioni sugli emendamenti Vizzini-Berselli sollevate da il Riformista, da alcuni senatori, tra cui ex magistrati, intervistati da Radio Radicale, e dalla vicepresidente del Senato, Emma Bonino, in aula. Si obietta che invece di accelerarli si sospendono i processi, senza tener conto del triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto». Già oggi molti processi rischiano la prescrizione, verranno non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrà senza criteri, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. Una politica giudiziaria significa, invece, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche); e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso. E questo riguarda eccome la sicurezza, rendendo gli emendamenti omogenei alla materia del decreto.

Si protesta per il fatto che il decreto non corrisponde più al testo firmato dal presidente Napolitano. Ma qualsiasi studente di giurisprudenza al primo anno sa che in sede di conversione i decreti diventano legge e il Parlamento ha il potere di emendarli come vuole, mentre il testo già in vigore è quello stesso firmato dal presidente e rimarrà tale, non emendato, fino alla promulgazione della legge di conversione. Toccherà comunque di nuovo a Napolitano promulgare la legge (ed effettuare il controllo di costituzionalità che gli spetta).

Ciò che si propone di fare il legislatore con gli emendamenti Vizzini-Berselli l'hanno fatto a suo tempo Zagrebelsky e Maddalena. Lo stesso procuratore Maddalena racconta a il Giornale della sua discussa circolare con cui due anni fa i procedimenti «azzoppati» dall'indulto venivano messi in coda, dando la precedenza agli altri: «Il vecchio codice, seguito sul punto anche dal nuovo, dava criteri di priorità e assegnava una corsia preferenziale ai processi con detenuti» e su reati di particolare gravità. Dunque, stabilire delle priorità non sarebbe neanche in contrasto con l'obbligatorietà dell'azione penale.

Cosa dovrebbe fare un magistrato, o qualsiasi funzionario pubblico, nel momento in cui si accorgesse che una norma costituzionale è fisicamente, oggettivamente impossibile da rispettare. In attesa che cambi, opta per l'opportuno: «Ho preso atto dell'impossibilità di celebrare tutti i processi».

Il punto è proprio questo. L'obbligatorietà è un assoluto impossibile da rispettare. E' come se la costituzione imponesse l'ubiquità. Attualmente da questo non senso giuridico si esce in due modi. Ci sono magistrati come Maddalena, che responsabilmente danno a se stessi, o alle loro strutture, criteri di opportunità; ci sono magistrati che ci marciano, che approfittano della loro autonomia per trarne profitto per loro stessi o la categoria, senza esserne chiamati a rispondere in prima persona. Per costoro è più comodo pescare dal mazzo l'inchiesta sui paparazzi e le veline, che ti dà notorietà e magari ti fa trovare una bella moglie, piuttosto che rischiare le lupare; è più comodo aspettare che di intercettazione in intercettazione esca fuori il nome di un politico; è più appagante attribuirsi un ruolo politico, difendere il potere della propria corporazione dagli attacchi di un governo che ne minaccia i privilegi.

Wednesday, June 04, 2008

Un modo ipocrita di difendere l'Onu

Dopo aver sottolineato l'importanza della «bella protesta», promossa da il Riformista e dalla comunità ebraica, che si è svolta ieri in Campidoglio contro la presenza a Roma del presidente iraniano Ahmadinejad, Piero Ostellino, sul Corriere, si è soffermato sull'ultimo «tragico esempio di quel "mondo alla rovescia" che sono ormai diventate da tempo le Nazioni Unite». Mentre a Roma, al vertice della Fao, partecipavano affamatori e massacratori del calibro di Mugabe e Ahmadinejad, l'alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Louise Arbour, non trovava di meglio da fare e da dire che accusare l'Italia di razzismo per la decisione - ancora tutta da discutere e da prendere - da parte del Parlamento (non del governo) di introdurre il reato di immigrazione clandestina.

Ma le Nazioni Unite e le sue agenzie principali, la Fao e l'Unesco, si rendono conto del discredito che alimentano intorno a loro ogni qual volta si celebrano questi vertici e vi partecipano «personaggi impresentabili ma capaci di monopolizzare su di sé i riflettori» come Mugabe e Ahmadinejad? Se lo chiede Guido Moltedo, su Europa, introducendo quello che giustamente individua come «un problema più di fondo»: la «tenuta» stessa di organismi come la Fao o l'Onu, da molti ritenuti «carrozzoni costosi e inutili, se non dannosi». Mi iscrivo tra questi «molti», pensando da tempo che l'Onu si sia fatta legare le mani dalle dittature e ormai la sua inazione procuri danno, giorno dopo giorno, ai principi della sua dichiarazione costitutiva, rendendoli carta straccia invece di promuoverli.

Da questo punto in poi, invece, l'editoriale di Moltedo sbanda e finisce fuori strada. Attribuisce ai critici radicali dell'Onu un'«idea fuorviante» dell'Onu stessa, «quasi fosse il governo o il parlamento del pianeta». E' un'idea, questa, che non appartiene affatto ai detrattori dell'Onu, mai vorrebbero che diventasse una cosa del genere. Chi auspica che lo sia, invece, sono i convinti fautori del riformismo onusiano, quelli che non muovono un dito se non l'ha detto l'Onu.

Tuttavia, Moltedo incorre in un altro errore, quando definisce l'Onu «il luogo d'incontro dei 191 paesi, dove discutono e, quando è possibile, affrontano e risolvono i loro problemi»; un mero «specchio del mondo come veramente è, un caleidoscopio di nazioni i cui colori spesso, purtroppo, sono opachi e tutt'altro che allegri», con i suoi Mugabe e i suoi Ahmadinejad. In effetti, l'Onu ad oggi non è nulla più che questa accozzaglia, ma avrebbe dovuto essere ben altro. Almeno, avrebbe dovuto promuovere i principi della sua dichiarazione costitutiva, anziché negarli e non alzare né un dito né una voce mentre i suoi stati membri li negano ogni giorno.

Finché non si arriva alla domanda cruciale: «Vale la pena tenere in piedi questi organismi, con tutte le riforme del caso, starci dentro, oppure – per le democrazie occidentali – conviene crearsi una propria organizzazione e in qualche modo "imporre" al mondo i propri standard con gli strumenti della persuasione o con quelli, se è il caso, dell'intervento e dell'ingerenza?». Non è un mistero che per quanto mi riguarda le democrazie occidentali dovrebbero impegnarsi su questa seconda strada, e ne sono convinti anche autorevoli analisti americani sia di sponda democratica che repubblicana.

Il fatto bizzarro è che Moltedo ritiene invece che ne valga la pena, ma invoca un «cambiamento significativo d'indirizzo». Però poi si scopre che secondo l'editorialista di Europa a cambiare indirizzo non dovrebbe essere l'Onu, magari pretendendo dai suoi stati membri il rispetto dei diritti umani, ma dovrebbero essere gli Stati Uniti. Dovrebbero tornare a «investire nell'Onu, anche finanziariamente» (non sapendo che sono attualmente i maggiori contributori e che altre potenze non pagano quasi nulla), e fare «del dialogo e del confronto la loro arma principale». Cioè, alla fine, i problemi dell'Onu sarebbero risolti se solo fossero gli Usa a cambiare il loro atteggiamento.

Thursday, May 29, 2008

Non ci hanno ancora capito un cazzo

Non vedono la realtà accecati da vecchi pregiudizi ideologici

Veltroni, il ministro ombra dell'Interno Minniti, altri esponenti del Pd, Tg nazionali della Rai e la stampa di partito. Ci sono cascati tutti, per i loro riflessi ideologici condizionati. Tutti a strumentalizzare, a denunciare la «matrice politica», il «raid neonazista», additando il sindaco di Roma Alemanno e il governo di centrodestra come responsabili di un clima di intolleranza e xenofobia che sarebbe improvvisamente comparso all'indomani delle elezioni.

Ebbene, il responsabile della spedizione punitiva contro alcuni negozi di immigrati nel quartire del Pigneto, a Roma, si è costituito. «Non mi sento in colpa per quello che ho fatto perché non ho fatto niente di male. Non sono né di destra né di sinistra, sono per i grandi uomini come Ernesto Che Guevara», ha dichiarato mostrando il tatuaggio del Che che porta fieramente sul braccio, aggiungendo che in quello che ha fatto «il motivo politico non c'entra» e invitando «tutti a non imitarlo».

Una cantonata pazzesca per Veltroni e i vertici di questo Pd, ma soprattutto la conferma che ancora non l'hanno imparata la lezione dalla sconfitta elettorale. Si rafforza la sensazione che le loro categorie di interpretazione della realtà sono ferme a quarant'anni fa, quando la violenza poteva essere inequivocabilmente etichettata, o nera o rossa. Non hanno compreso il fenomeno. Non hanno ancora capito che non sono la destra o la Lega ad aver alimentato il clima di tensione e intolleranza che si vive in quasi tutta Italia, soprattutto in alcuni quartieri. Che, piuttosto, la destra e la Lega quel clima si sono limitate a comprenderlo e a intercettarlo. Ma c'è, non è un invenzione della propaganda o dei tg. Il loro problema è che sono ancora convinti che sia la politica a "creare" il clima, mentre in democrazia la politica dovrebbe umilmente comprendere il clima e trovare soluzioni, non applicare alla realtà di oggi categorie concettuali scadute da decenni.

Bisogna riconoscere che invece Carlo Bonini non ha dato il suo cervello in pasto ai soliti pregiudizi e su la Repubblica, già stamattina, era riuscito a intervistare l'aggressore del Pigneto, sia pure coperto da pseudonimo: «Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...». La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L'avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara. Così si era presentato "Ernesto" al giornalista di Repubblica: «Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera». Sembra Mario Brega in quel film di Verdone: "Fascio a meee?!..."

«Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io». Il seguito è qui ma all'origine di tutto c'è un portafoglio rubato a un'amica da un tunisino "protetto" da uno dei negozianti. Giustizia "fai da te", dove lo Stato è assente.

Un'altra notizia, trapelata solo su il Riformista, ieri e oggi, dovrebbe far suonare il campanello d'allarme. Secondo la ricostruzione della Digos la rissa all'università La Sapienza sarebbe partita dagli studenti dei collettivi. Ma a prescindere da chi sia stato a iniziare, sarebbe interessante capire come mai l'università è in mano a questi gruppi di estrema sinistra che fanno il bello e cattivo tempo, che decidono quali convegni possono tenersi in ateneo, chi può parlare e chi no, che sono in grado di piegare alle loro volontà autorità accademiche ideologicamente compiacenti, che costringono le forze dell'ordine a spostare convegni cui partecipano eminenti scienziati per paura di scontri.

Wednesday, May 28, 2008

Iran e Afghanistan, Frattini porta l'Italia nella giusta direzione

Abbiamo rimproverato al ministro Frattini la stessa distinzione del suo predecessore, D'Alema, tra Hezbollah partito politico e le sue milizie armate. Frattini non ha aderito formalmente, per l'incarico istituzionale che ricopre, all'appello lanciato dal Riformista in occasione dell'arrivo a Roma, per un vertice Fao, del presidente iraniano Ahmadinejad, ma ha espresso la sua «convinta condivisione politica» dei tre punti: no all'ingerenza iraniana negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e al sostegno alle attività di gruppi armati; no al programma nucleare a fini bellici; ripudio di qualsiasi negazione della Shoah e del diritto all'esistenza dello Stato d'Israele. Tre punti che il senatore radicale Perduca ritiene «difficili» da sottoscrivere.

Una «condivisione» informale, ma «convinta» e «politica», che è comunque positivamente irrituale per un ministro degli Esteri. Non ricordiamo "adesioni" simili, oltre alla presa di posizione di Gianfranco Fini, anch'egli da ministro degli Esteri, sempre contro Ahmadinejad e in difesa di Israele, in occasione di una manifestazione promossa da Il Foglio.

Abbiamo criticato Frattini anche quando ha rivelato al Financial Times di non avere intenzione di incontrare il Dalai Lama per non irritare gli «amici cinesi», ma apprezziamo il fatto che abbia escluso qualsiasi incontro tra il premier Berlusconi e il presidente Ahmadinejad, che sarà a Roma dal 3 al 5 giugno per il vertice Fao. Una decisione nient'affatto scontata, vista l'insistenza con la quale gli iraniani stanno cercando di procurare ad Ahmadinejad una passerella romana ricca di photo opportunity in grado di restituire, anche sul fronte interno, l'immagine di un leader pienamente accettato in Occidente.

Proprio ora che l'Italia sta cercando di entrare a far parte del 5 + 1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu + la Germania che intrattengono il dialogo con Teheran sul dossier nucleare), i rapporti con l'Iran entrano in una fase di delicatezza che avrebbe potuto suggerire alla nostra diplomazia di organizzare un cordiale e breve incontro tra i due presidenti, tanto per attenuare le tensioni con qualche sorriso. Non sarà così. La richiesta di un incontro con il presidente del Consiglio c'è stata, ma la Farnesina ha risposto negativamente. Escluso anche un incontro tra lo stesso Frattini e il ministro degli Esteri iraniano Mottaki, mentre rimangono da scongiurare una possibile stretta di mano tra Ahmadinejad e il presidente Napolitano e un incontro con Papa Ratzinger, che sarebbe davvero molto imbarazzante per il Pontefice.

Ci aspettiamo, come Emanuele Ottolenghi, che nemmeno il neoeletto sindaco di Roma apra le porte della città a un incontro ufficiale con Ahmadinejad e che magari prenda l'iniziativa di ribattezzare la strada dove si trova l'ambasciata iraniana con il nome di Nikou-Nesbati, un dissidente iraniano incarcerato.

Nel chiedere che l'Italia faccia parte del 5 + 1, Frattini ha speso confortanti parole di fermezza nei confronti delle ambizioni nucleari iraniane, schierandosi a favore di ulteriori sanzioni nonostante da Teheran in questi giorni siano giunti segnali di velata minaccia. «Ci aspettiamo scelte logiche dai paesi europei, e specialmente da amici come l'Italia», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, che già la settimana scorsa, registrando la svolta "rigorista" di Frattini, aveva raccomandato all'Italia di «non farsi influenzare da altri governi» e di assumere una posizione «più realistica» che non comprometta l'amicizia tra i due Paesi.

Ma Frattini non si è fatto intimidire, si sta muovendo bene sulla questione iraniana, mostrando che l'Italia vuole entrare nel gruppo dei 5 + 1 non in ragione di quanto sia in grado di blandire Teheran, ma assumendo una posizione di maggiore fermezza più in linea, in particolare, con le posizioni di Parigi, Londra e Washington.

Anche sull'altra delicatissima questione di politica estera, la missione in Afghanistan, il governo sta sensibilmente e progressivamente modificando la posizione dell'Italia. Rispondendo finalmente in modo positivo, nella sostanza, agli inviti reiterati dalla Nato, che ci ha subito riconosciuto di dare il «buon esempio», il governo italiano assicura maggiore «flessibilità geografica», caveat e regole di ingaggio più flessibili, in modo che i nostri soldati possano partecipare «temporaneamente» a operazioni militari nel sud dell'Afghanistan, in appoggio ad americani, britannici, canadesi e olandesi. Lo scopo dal punto di vista politico è «allineare l'Italia agli altri grandi partner della Nato», per non farsi scavalcare dalla Francia, che all'ultimo vertice dell'Alleanza ha promesso mille soldati in più, e svolgere un ruolo «al pari dei canadesi».

Thursday, May 08, 2008

Pronti via, senza perdere tempo

Il Governo è fatto, ha già giurato davanti al presidente della Repubblica. La velocità con la quale il Quirinale ha affidato l'incarico, Berlusconi ha accettato senza riserve, ufficializzando subito la lista dei ministri è, come ha fatto notare il nuovo premier, «una riforma che avvicina le istituzioni ai tempi della società». Un «nuovo stile di governo comincia anche da come si riesce a risparmiare tempo», ha osservato Stefano Folli, e di questo va dato atto sia a Berlusconi che al presidente Napolitano, che ha collaborato, non inchiodando il premier incaricato al rispetto di vuoti formalismi e a inutili lungaggini per mero protagonismo quirinalizio. Ci siamo per lo meno risparmiati gli infausti mercanteggiamenti cui diede vita Prodi per accontentare la sua variegata maggioranza, portando al governo veri e propri impresentabili.

A sinistra il Pd e i giornali di riferimento sono ancora disorientati. C'è chi critica la composizione del nuovo governo perché celerebbe in realtà «un uomo solo al comando», cioè Berlusconi; c'è chi la critica per il motivo opposto, perché Berlusconi avrebbe dimostrato di essere già schiavo delle richieste dei partiti della maggioranza; c'è chi addirittura, con una certa faccia tosta, la critica per entrambi i motivi. A noi pare che nel complesso Berlusconi abbia sì tenuto conto delle richieste dei partiti, com'è giusto che sia, ma che sui ruoli chiave abbia deciso lui scegliendo un equilibrato compromesso tra esperienze consolidate e giovani scommesse, competenza e gradi di partito.

Ci sono, quindi, gli affidabili: Tremonti all'economia (ne riconosciamo la competenza e l'esperienza, anche se non condividiamo alcune sue idee); Frattini agli esteri; Maroni agli interni, persona ragionevole e pragmatica, finalmente non il solito democristiano o socialista cui sembra debba essere riservata questa poltrona.

Dispiace per l'esclusione di Lucio Stanca, e An ha qualcosa da rimproverarsi avendo preferito Ronchi alla Poli Bortone. Ma Sacconi al Welfare e Brunetta (un liberista) alla Funzione pubblica sono due ottimi colpi per nulla scontati. Sacconi e Ichino, da sponde opposte, avranno un'occasione forse irripetibile per riformare il diritto del lavoro.

Poi ci sono i volti nuovi. Ben tre "giovani" possono riservare delle piacevoli sorprese: il trentasettenne Angelino Alfano al ministero che scotta, la Giustizia, che nessuno voleva, a riprova di quanto sia minacciosa l'ombra della casta dei magistrati; il leghista Luca Zaia all'agricoltura e Mariastella Gelmini all'istruzione. Delle ben 13 new entry nove hanno meno di quarant'anni. E' diventata ministro a 31 anni Giorgia Meloni (classe 1977). Quattro donne su 21 ministeri. Tra i 12 con portafoglio, solo due; ma d'altronde, anche del ben più voluminoso Governo Prodi facevano parte solo due donne ministro con portafoglio (in dicasteri che oggi risultano accorpati): Turco e Bonino.

In pochi, infine (mi pare solo Il Foglio) si sono accorti che mancano ministri cattolici di formazione nei soliti posti chiave ad essi riservati (istruzione, salute, famiglia). L'Udc di Casini sappiamo che fine ha fatto; i ciellini Formigoni e Lupi sono stati tenuti a debita distanza; gli integralisti Giovanardi e Mantovano sono relegati in seconda fascia.

Il Riformista si lamenta del basso profilo, lo definisce un governo di "colonnelli", non dei "migliori", ma di questi cosiddetti "migliori" nessuno fa i nomi e vedremo tra un paio di giorni quali nomi saprà tirare fuori dal cilindro Veltroni.

«Stavolta non abbiamo più scuse. Ci sono tutte le condizioni per fare. E se non faremo sarà solo colpa nostra. Se non faremo, saremo travolti». Questa ci pare la consapevolezza giusta, per iniziare.