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Monday, February 11, 2013

Ratzinger secolarizza il Soglio di Pietro

Papa Benedetto XVI si dimette. Pare fossero 6 secoli che non accadeva che un Papa si dimettesse, anche se nessun precedente - dicono - è paragonabile a questo, per contesto e motivazioni. Una decisione che va accolta con profondo rispetto, come un atto di umiltà e responsabilità. Bando alle dietrologie e ai complottoni alla Dan Brown, il fatto che le dimissioni del Papa siano contemplate dal codice non risolve tutte le questioni che si aprono. Il precedente è di grande rilievo, di portata storica per la Chiesa e le sue conseguenze non sono scontate.
«Le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte...
(...)
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'anima, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Queste le motivazioni, così umane, e nelle quali si percepisce un bel po' di razionalismo e di efficientismo tedesco. Qualcuno, infatti, e sembra esserne consapevole lo stesso Pontefice dimissionario, potrebbe obiettare che essere Papa va oltre l'efficiente amministrazione di un "ufficio"... è anche pregare, soffrire, esercitare un'autorità morale, esporre il proprio corpo come valore simbolico. Il cardinale Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, ha ricordato che «dalla croce non si scende», così come un malato non si può liberare di una malattia incurabile e, appunto, Cristo non è sceso dalla croce. E' anche molto verosimile che proprio aver vissuto da vicino gli ultimi giorni del Pontificato di Wojtyla può aver convinto Benedetto XVI a evitare di ripetere quell'esperienza, per il bene della Chiesa. E chissà che la consapevolezza di un certo isolamento politico, e umano, rispetto al suo predecessore non abbia contribuito.

Di sicuro da qualche decennio il lavoro del Papa è divenuto fisicamente e psicologicamente più gravoso, più logorante di quanto lo sia mai stato nella storia. Basti pensare ai viaggi e ai mezzi di comunicazione, ma anche alla varietà delle competenze necessarie per lo svolgimento degli affari correnti e ai ritmi di lavoro richiesti.

In ogni caso, la sensazione è che queste dimissioni avvicinino la figura del Papa a quella di un qualsiasi capo di Stato secolare. E sembra uno strano scherzo del destino che un Papa che si è battuto così strenuamente contro il relativismo, con il suo ultimo atto contribuisca in qualche modo a relativizzare la sua stessa carica, a "secolarizzare" il soglio di Pietro.

Questa decisione, infatti, marca un'implicita distinzione tra il ruolo di Pontefice e la persona che lo ricopre, a questo punto "pro tempore", riproponendo in una certa misura la questione dell'infallibilità. Talmente umano da dimettersi, per il venir meno delle sue forze, un Papa è anche così umano da sbagliare?

Le questioni che si aprono, al di là di codici e dottrina, non sono di poco conto. E' molto probabile che il Papa dimissionario eviterà di pronunciare discorsi o pubblicare libri, per non interferire con il nuovo, ma se in futuro un altro Papa dimissionario ritenesse di farlo? E che succede se un nuovo Papa e quello dimissionario appaiono in contraddizione? Si corre il rischio di un certo smarrimento tra i fedeli? Un atto terreno come le dimissioni basta a "sciogliere" un'investitura in cui c'è qualcosa di "divino"? Lo Spirito Santo interviene nella scelta di dimettersi così come nell'elezione?

E d'ora in poi, proprio perché i tempi moderni richiederanno un lavoro sempre più logorante, le dimissioni dei Papi saranno la regola? E cosa succederà, invece, se un Papa pur venendo meno le sue forze, come Wojtyla, vorrà proseguire? Ci saranno polemiche, pressioni, insistenti richieste di dimissioni per il "bene della Chiesa", richiami al "senso di responsabilità" e agli illustri precedenti? E il fattore età giocherà un ruolo sempre più decisivo nella scelta dei cardinali in conclave?

Tutte questioni delicate che - prevedo - resteranno apertissime per molto tempo.

Friday, November 30, 2012

Perché il voto di ieri all'Onu non è per la pace, ma solo anti-israeliano

Parlamento e Farnesina esautorati: nelle mani di chi è finita la politica mediorientale italiana?

Dunque, come ampiamente previsto l'Assemblea generale ha approvato la risoluzione che sancisce per la "Palestina" all'Onu lo status di «Stato osservatore non membro». Hillary Clinton ha bollato il voto come «controproducente» per il processo di pace. Ancor più duramente ha reagito Israele: «Andando all'Onu i palestinesi hanno violato gli accordi (di Oslo, ndr), agiremo di conseguenza». «Grande delusione» è stata trasmessa dall'ambasciata israeliana a Roma per la scelta dell'Italia. Dalle ricostruzioni di stampa di questa mattina emerge che:
1) più che dalla presunzione di rilanciare il processo di pace, la scelta del governo italiano di votare "sì" è stata dovuta alla preoccupazione di non restare indietro rispetto agli altri Paesi europei del Mediterraneo nei «buoni rapporti» con i Paesi arabi. Altro che pace e questione palestinese, una scelta d'amicizia!
1a) ha giocato un ruolo anche l'idea di indebolire il premier israeliano Netanyahu in vista delle prossime elezioni politiche. Ma la mia sensazione è che, invece, alla lunga questo voto lo rafforzerà e radicalizzerà le posizioni dell'opinione pubblica israeliana. E' comunque scandaloso che Netanyahu venga equiparato ad Hamas come ostacolo alla pace.
2) gli Stati Uniti avevano chiesto all'Italia di votare "no", ma Obama non si è speso personalmente per convincere gli alleati europei. E per il fatto che non ci sono stati «contatti ai massimi livelli», il nostro sì «non si è trasformato in una questione di vita o di morte». Un altro successone di Obama, insomma.
3) il governo italiano, come conferma anche stamattina il ministro Terzi, ha concesso il suo sì all'Anp a tre condizioni: accettare che il riconoscimento dello Stato palestinese può arrivare «solo ed esclusivamente» attraverso il negoziato e l'intesa diretta tra le parti; non sfruttare il nuovo status per adire la Corte penale internazionale; impegnarsi a riaprire «immediatamente» il negoziato con Israele «senza pre-condizioni». Le stesse condizioni erano state poste da altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che però si è astenuta, perché l'Anp non ha accolto, almeno ufficialmente, nessuna di queste tre condizioni. E anzi, è evidente anche ai più sprovveduti osservatori che l'insistenza dei palestinesi per ottenere il nuovo status all'Onu è dovuta precisamente all'obiettivo di usarlo per esercitare ulteriore pressione giuridica e politica su Israele, anche ricorrendo alla Corte penale internazionale.
4) ed emergono, infine, inquietanti risvolti dal punto di vista istituzionale: se è vero che Napolitano ha avuto un peso determinante sulla decisione del governo, allora siamo fuori - per l'ennesima volta - dal dettato costituzionale: o l'attuale e i futuri presidenti della Repubblica rientrano nel ruolo previsto dalla Costituzione, oppure diventa urgente cambiare la loro legittimazione prevedendo l'elezione diretta e popolare del capo dello Stato. Ed è accettabile che il governo abbia ribaltato la politica mediorientale senza il pronunciamento del Parlamento che l'aveva espressa, non 10 anni fa ma in questa legislatura? Sarebbe interessante, inoltre, capire se c'è anche il ministro Riccardi dietro questa scelta: la Farnesina è stata esautorata dal Vaticano e dal Ministero degli esteri di Trastevere, la Comunità di Sant'Egidio, da sempre filo-araba e filo-islamica?

Ma veniamo ai principali argomenti a sostegno del sì alla risoluzione:
1) la soluzione dei "due stati per due popoli" alla base della posizione favorevole di molti degli stati europei non è stata nemmeno citata da Abbas nel suo discorso all'Onu.
2) si concede questo riconoscimento ad Abbas perché "moderato", ma nel frattempo Israele resta oggetto del lancio dei missili da Gaza? E' pensabile far compiere passi avanti ad un processo di pace in questo modo? Servirebbe l'impegno di tutte le fazioni palestinesi - Hamas compresa - non solo quello (solo presunto) dell'Anp. Come ho cercato di spiegare nel post di ieri, al di là delle migliori (o peggiori) intezioni, l'effetto di questo voto non è sganciare la causa palestinese da quella di Hamas. L'unica cosa che si sgancia è la questione - su cui non sono affatto contrario in linea di principio - della statualità, di uno Stato palestinese, dalla questione sicurezza ed esistenza di Israele. Se la prima viene affrontata, muove passi avanti, al di fuori della bilateralità, e "gratis", senza che tutte le fazioni palestinesi si impegnino ad assicurare a Israele sicurezza e diritto all'esistenza, si priva Israele dell'unica arma negoziale al di fuori della sua forza militare. A me sembra chiaro e lapalissiano, ma mi sento sempre più un pazzo nel deserto.

Monday, May 28, 2012

La giornata: calcioscommesse, giustizia spettacolo, caccia alle streghe. C'è del marcio in Italia

Lo scandalo calcioscommesse, la giustizia spettacolo, la caccia alle streghe, la purga vaticana, la casta politica e i tecnici bluff. C'è del marcio in Italia, e sembra tenersi tutto insieme. Arresti e indagati eccellenti macchiano il mondo del calcio, sfiorando anche la Nazionale alla vigilia dell'Europeo. Il danno d'immagine è enorme. Da romanista, scandalizzato vero (ma non sorpreso), resto garantista. Bisogna dirlo: alcune perquisizioni francamente ridicole, che sanno di pura spettacolarizzazione, non depongono a favore della credibilità dell'inchiesta.

D'altra parte, ci resta la sensazione che il calcio italiano sia fasullo. Viviamo in un Paese in cui il capitano della Nazionale non si limita a prendere atto senza ipocrisia delle partite truccate, del "biscotto" quando a entrambe le squadre conviene il pareggio, ma in qualche modo le giustifica. E tutto va bene, nessuno dice niente. Fascia da capitano, inno e via in campo. E in cui al di là del fatto penale, sugli illeciti puramente sportivi le autorità calcistiche non indagano, per esempio su quella scandalosa Lazio-Inter di qualche anno fa. E tutto va bene, nessuno dice niente.

Da Rignano Flaminio arriva un'altra ordinaria storia di un Paese fallito. Tutti assolti gli imputati per abusi sessuali nei confronti dei bambini di un asilo. Assolti perché «il fatto non sussiste». Cioè, gli abusi non ci sono proprio stati. Questa la verità giudiziaria. Certo, strano che dal nulla, neanche una piccola molestia, sia potuto scaturire un caso del genere, ma la totale assenza di riscontri era evidente fin dall'inizio. Di certo ci restano arresti illegittimi, senza uno straccio di prova, un magistrato incapace che ha rovinato un'indagine dall'inizio, distruggendo per sempre le sue possibili prove, e una caccia alle streghe nazionale a mezzo stampa e tv.

Nel week end il ministro Giarda aveva di nuovo giocato con le parole sulla spending review, ripetendo la sua stima dei 100 miliardi di spesa «sotto attenzione specifica, potenzialmente aggredibile», che i media zelanti hanno subito trasformato in «tagli». Le cose ovviamente stanno molto diversamente. Di 100 miliardi è la spesa che si può mettere subito sotto esame. La notizia, quindi, è che gli altri 700 miliardi non si "rivedono", almeno non a breve. E stando al «cronoprogramma» presentato oggi dal commissario Bondi, i tagli dovrebbero ammontare a 4,3 miliardi. Alla fine, su 800 miliardi di spesa sono «aggredibili» solo 100 miliardi; e sui 100 «aggredibili», ne saranno tagliati in tutto 4: q-u-a-t-t-r-o! Lo 0,5% del totale.

Anche sull'inchiesta vatileaks, sui «corvi» in Vaticano, c'è più marcio che altro. Trasparenza zero, il sistema giudiziario del Vaticano è credibile come quello iraniano, o cinese, o di un qualsiasi regime dispotico del centroafrica. Il processo non sarà pubblico, le accuse e le prove dell'accusa ovviamente sì. Semplicemente lo Stato Città del Vaticano non è una democrazia, non è uno stato di diritto, ma i media riportano le notizie come se si trattasse di una normale vicenda giudiziaria, in realtà facendosi portavoce di quello che vogliono farci sapere, senza alcun controllo delle fonti. Sembra più una purga, o una faida; o tutte e due?

Thursday, February 16, 2012

Esenzioni Imu, ambiguità rientrano dalla finestra?

Il governo ha annunciato un emendamento per chiarire, si spera una volta per tutte, l'area di esenzione dall'Imu riservata a tutti gli enti non commerciali, una questione che si tende a ridurre alle attività e ai privilegi della Chiesa ma che in realtà riguarda anche sindacati, partiti e in generale il settore no-profit. E' senz'altro un passo nella direzione giusta, che si deve anche alla disponibilità della Chiesa in un contesto economico che ha richiesto sacrifici da parte di tutti gli italiani, ma che forse dimostra anche come negli anni scorsi siano mancati interventi chiarificatori più per la sudditanza dei politici, ansiosi di accreditarsi oltretevere, che per l'intransigenza delle gerarchie ecclesiastiche nel rifiutare di affrontare il problema.

Detto questo, siccome pare che a Monti le cose basti annunciarle e tutti le danno per fatte, mi sono chiesto: i criteri indicati consentono davvero di risolvere in modo definitivo la questione? Sarò prevenuto, ma l'ambiguità rischia solo di spostarsi dall'infelice dizione di «attività non esclusivamente commerciale» al «rapporto proporzionale» che dovrà essere individuato tra attività commerciali e non all'interno di uno stesso immobile. Il comunicato del governo specifica che «l'esenzione fa riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale», dunque stabilisce «l'abrogazione di norme che prevedono l'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente». E fin qui sarebbe perfetto: l'attività non commerciale dev'essere esclusiva per godere dell'esenzione sull'immobile. Se non fosse che si introducono altri due criteri che rischiano di contraddire i primi e di far rientrare dalla finestra la suddetta ambiguità. E cioè che se nello stesso immobile si svolgono attività sia commerciali che non, l'esenzione è «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale». Dunque, si rende necessario un meccanismo di «individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all'interno di uno stesso immobile».

Poniamo il caso di un immobile di 100 mq dove si svolgano sia attività commerciali che non. Ebbene, si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come verrà calcolata, e soprattutto chi dovrà calcolarla? Mi pare che nel comunicato si parli di una «dichiarazione» del proprietario «vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministero dell'economia e delle finanze». Aspettiamo quindi di leggere il testo dell'emendamento.

Friday, December 09, 2011

Troppi furbetti su Ici e Irpef

Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.

Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.

Wednesday, November 16, 2011

Tecno-ulivismo al potere con il partito di Todi

Anche su Notapolitica

Se per "tecnici" si intendono figure non solo competenti nel loro settore, ma anche distanti dalla politica, ebbene il nuovo esecutivo guidato da Mario Monti non è poi così tecnico. Sono pochi, forse un paio, i nuovi ministri di cui ad un primo sguardo non si riesce a scorgere alcuna traccia di una qualsiasi collocazione, mentre abbondano i tecnici la cui area, e in qualche caso esperienza politica, è ben marcata. Studiando le biografie e scorrendo le prime reazioni, sembra piuttosto un tecno-Ulivo, nemmeno troppo dissimulato (ma va bene anche la definizione di Osvaldo Napoli: «tecno-prodismo»). La componente cattolica però questa volta non è limitata ai cattolici democratici, ma è forse la prima espressione di quel rinnovato impegno dei cattolici in politica teorizzato a Todi, e quindi è allargata ad esponenti di un mondo cattolico che non ha mai fatto parte dell'ulivismo. Mondo cattolico che per la prima volta dai tempi della Dc si trova riunito in una esperienza di governo: dai big dell'Università Cattolica favoriti in Vaticano (Ornaghi) fino all'associazionismo, alla galassia della solidarietà e del terzo settore (Riccardi).

Insomma, più che un governo d'emergenza che quasi casualmente imbarca dai più disparati ambienti le migliori menti di un Paese, sembra di intravedere un nucleo, se non compatto almeno coerente, pronto ad aprire una nuova stagione politica di centro-centrosinistra. E persino, al fianco di Monti, che potrà puntare al Quirinale nel 2013, un leader in pectore, un nuovo Prodi, che risponde al nome di Corrado Passera, vero e proprio super ministro per la crescita economica. O davvero si può pensare che l'ad di una banca come Intesa Sanpaolo abbia deciso di lasciare il suo posto per una parentesi politica di poco più di un anno? Qualificanti saranno ora i sottosegretari scelti da Monti per il suo dicastero, ma è soprattutto dalle prime misure concrete che vedremo quale tasso di riformismo saprà esprimere questo tecno-Ulivo con autorevoli apporti bocconiani e cattolici. Il gusto per la concertazione e i calorosi attestati di stima con i quali i nuovi ministri sono stati accolti da sindacati e corporazioni varie (la Fornero, ad esempio, diversamente da Ichino sembra raccogliere la stima della Camusso e di Cesare Damiano) non fanno presagire molto di buono. All'orizzonte non si scorge nessuna rivoluzione liberale, come la figura di Monti poteva indurre a sperare, nessuna rottamazione del baraccone pubblico, ma l'idea innanzitutto di riprenderne il controllo, poi di riossigenarlo con alcune minime e ineluttabili riforme. E il Pdl? Sembra fare buon viso a cattivo gioco, con la sua componente cattolica forse consapevole che si è aperta la gara per l'egemonia dell'area moderata nell'era del post-berlusconismo. Insomma, ci sono tutte le premesse per la liquidazione del bipolarismo.

Nella nuova compagine governativa sono ben rappresentati i cosiddetti "poteri forti", il Vaticano e le banche (molta Intesa e una spruzzata di Unicredit), e l'establishment culturale, università (Bocconi, Cattolica, Politecnico di Torino) e grandi giornali (Corriere e Sole24Ore).
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Friday, June 10, 2011

Laici, dove siete?

Strano: questa volta non mi risulta che qualcuno abbia denunciato "ingerenze" da parte della Chiesa nella campagna referendaria. Eppure, la mobilitazione delle gerarchie ecclesiastiche a tutti i livelli, non solo delle singole diocesi, è senza precedenti, persino maggiore di quella in difesa della legge 40 nel 2005. Ogni giorno una dichiarazione, si sono espressi preti, vescovi di importanti province, cardinali, i parroci non si contano, bandiere sugli altari. Persino il Papa in persona. Eppure, dove sono finiti i laici "indignados" che nel 2005 chiedevano persino l'arresto dei preti?

A fare campagna non è solo il folcloristico padre Zanotelli, o lo sconosciuto De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, secondo cui addirittura «chi decide che l'acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla Chiesa». Come nel 2005 le parrocchie sono invase di volantini, ma contrariamente al 2005 la Cei ha invitato ad andare a votare, così come Avvenire e L'Osservatore Romano (organo del Vaticano). Si sono espressi esplicitamente monsignor Crociata, segretario generale della Cei; i vescovi di Reggio Emilia, Chieti, Locri, Nola e diversi altri; il cardinale vicario della diocesi del Papa, Agostino Vallini; oggi il cardinale Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quindi un ministro dello Stato Città del Vaticano, formalmente uno Stato estero. Ma chissà perché i sedicenti "laici" non si scandalizzano più... ma potete ancora guardarvi allo specchio senza sputarvi in faccia?

Wednesday, April 14, 2010

La Chiesa non può ignorare la giustizia degli uomini

Avranno imparato la lezione?

Il bubbone pedofilia, che da anni si stava gonfiando, è finalmente scoppiato e la Chiesa corre ai giusti ripari, segno che al di là di smentite e difese d'ufficio, sa bene d'avere torto e di aver sbagliato, e che non si tratta di un oscuro complotto mediatico anti-cattolico organizzato dai massoni, come tenta di far credere ai suoi fedeli. Meglio tardi che mai, si direbbe. Tra incredibili gaffe e errori comunicativi praticamente ogni giorno (il parallelo con la Shoah e l'equiparazione omosessuale-pedofilo), arriva infatti, sull'onda e per effetto degli scandali, e nel panico totale di una gerarchia che sembra non sapere più che pesci pigliare, la nuova direttiva: nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti "si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità".

E' quanto recita la "guida" della Congregazione per la dottrina della Fede pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi e accertati, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico. Per la prima volta si fa riferimento esplicito alla denuncia alle autorità civili, quando fino ad oggi le direttive suggerivano (neanche troppo velatamente) - se non intimavano fino alla scomunica - il silenzio e la discrezione.

Anche nei confronti della Chiesa, come ricorda oggi Ostellino, va applicata «la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato». Ma la Chiesa non si è limitata a condannare il peccato e a perdonare il peccatore pentito. Distinguere non significa nascondere, insabbiare.

Con la nuova direttiva - di tutta evidenza non "motu proprio" ma "obtorto collo" - la Chiesa mostra di aver compreso che ciò che ha più scandalizzato, irritato, sconcertato l'opinione pubblica, anche cattolica, non è tanto l'enorme quantità di abusi sessuali di membri del clero sui minori, quanto piuttosto l'anacronistica e criminale pretesa della Chiesa cattolica di considerare la propria giurisdizione al di sopra di quella civile, sostitutiva rispetto ad essa, e quindi di sottrarre i suoi appartenenti alla legge, rivelando così la sua propensione a riprendersi piccoli spazi del suo perduto potere temporale. Mi spiego: se anche fosse stata severissima al suo interno con i preti che si sono macchiati di abusi, non avrebbe dovuto dar luogo a comportamenti reticenti e a coperture che sanno di favoreggiamento. Mi sembra di vederli lo sbigottimento e l'incredulità negli occhi del Papa e dei cardinali: crolla oggi una pretesa superiorità della loro giurisdizione in cui hanno davvero creduto. Non riescono proprio a capacitarsi delle bizzarre pretese della "giustizia degli uomini". Sarà un altro "peccato" di cui scusarsi tra qualche decennio.

All'attuale Papa non si può affatto riconoscere «il merito di aver fatto opera di trasparenza», come sostiene Ostellino, in quanto lui stesso uno dei maggiori responsabili, da capo della Congregazione per la dottrina della Fede per un ventennio, di quel sistema di "copertura" e insabbiamento del fenomeno degli abusi concepito e posto in essere dal Vaticano, qui a Roma. Se oggi si muove nella direzione opposta, distinguendo gli ambiti del diritto canonico da quelli del codice penale, si può legittimamente ritenere che agisca così perché vi è stato costretto dall'incalzare degli eventi e dal montare dello scandalo, e forse alla fine anche per convinzione - almeno speriamo - ma certo fuori tempo massimo.

Rischia giustamente, quindi a mio avviso, di «passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti». Semmai, a parziale attenuante, si può dire che la giusta critica nei confronti della Chiesa cattolica non si riduca alla demonizzazione dell'attuale Papa solo perché "antipatico", quando di tutta evidenza si tratta di un sistema e di una mentalità omertosa che coinvolge le gerarchie ecclesiastiche nel loro complesso, e che vede tra i responsabili anche i Papi precedenti. Insomma, non si può crocifiggere Ratzinger e salvare Wojtyla, solo perché più simpatico, sarei il primo a rifiutare questa logica.

Thursday, March 25, 2010

Un boomerang le intimazioni vaticane

Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.

Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.

L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).

Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.

Tuesday, March 23, 2010

L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio

Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.

Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.

Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.

La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.

Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.

Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

Friday, September 04, 2009

La lezione del caso Boffo/2 - poi basta

E' finita come non poteva non finire: con le dimissioni. Quella di Boffo è la fine di ogni "moralizzatore" e non merita che si straccino tutte le vesti che vengono stracciate in queste ore. Il suo piccolo e veniale infortunio giudiziario (mica tanto, poi, dopo l'approvazione della legge sullo stalking), non lo avrebbe costretto alle dimissioni se non avesse preteso di giudicare la vita privata altrui e se il giornale che dirigeva non sostenesse le posizioni che sostiene sull'omosessualità.

L'unica "intimidazione" in questa vicenda è aver ricordato a chi pretende di fare la morale agli altri, che deve aspettarsi che qualcun altro prima o poi si prenda la briga di farla a lui. Tutto qui, come torna a spiegare oggi Feltri su il Giornale: «Ci premeva soltanto dimostrare che le sue prediche erano in contrasto con il suo stile di vita privata; e che, poiché certe critiche mosse dal quotidiano dei vescovi concernevano il comportamento (vero o presunto) pure privato del premier, il pulpito da cui provenivano non era idoneo».

Quella di Feltri è stata una campagna non contro la persona di Boffo o contro chiunque critichi Berlusconi, né tanto meno anti-gay, ma una meritoria e assolutamente necessaria campagna contro il doppiopesismo di certa stampa. Non si può francamente pretendere che solo certa stampa - quella di sinistra e antiberlusconiana per intenderci - abbia il diritto di assestare colpi bassi, e che invece quella vicina al centrodestra rimanga impassibile. Chiunque assesta colpi bassi, si aspetti di riceverne. Su Boffo è venuto fuori quel che è venuto fuori (e, per dirla tutta, è davvero strano che sia l'unico procedimento in Italia i cui atti rimangono segreti), ma anche il direttore de la Repubblica, Ezio Mauro, ha avuto il suo, con la dimostrata evasione-elusione fiscale. Si è ficcato il naso sotto le lenzuola di Berlusconi, ma là fuori - tra i suoi avversari - è pieno di storie piccanti e compromettenti. Molti ne sono a conoscenza e se non esce niente è per quel briciolo di pudore che evidentemente da qualche parte ancora esiste.

Protagonista di questa vicenda però è stato senz'altro il Vaticano. C'è da ritenere che sia partita dal suo interno la controversa informativa su Boffo, di cui da tempo, almeno tre mesi, centinaia di vescovi erano a conoscenza. Il ministro Maroni in persona ha assicurato a Bagnasco che quell'informativa non esiste e pare quindi credibile l'ipotesi che a ottenerla possa essere stata la gendarmeria vaticana. Può la gendarmeria vaticana, al pari di una qualunque questura, chiedere e ottenere un documento del genere? Non saprei, ma mi sembra verosimile. Quanto, poi, al foglio che l'accompagna, l'espressione "riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza", il goffo tentativo di utilizzare un lessico burocratico e i diversi errori fanno presumere che non sia stato redatto da funzionari di polizia o giudiziari, ma da qualcuno che non ha molta dimestichezza con la lingua italiana, e forse persino di origine straniera.

Fatto sta che l'iniziativa di Feltri ha dato modo alla segreteria di Stato vaticana, da sempre in concorrenza con l'episcopato italiano nella gestione dei rapporti con il governo, di assestare un bel colpo ai danni della Cei e in particolare di Bagnasco. Il fronte a difesa di Boffo infatti non è stato affatto compatto come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. Lo ripeto: questa vicenda dimostra che più la Chiesa - direttamente e con i suoi giornali - pretenderà di gettarsi nella mischia politica, più si troverà divisa al suo interno su questioni ben poco dottrinali e ben più immanenti, al minimo attacco che la riguardi esposta a pericolosi sbandamenti.

Monday, April 20, 2009

Lo show di Ahmadinejad, con la complicità occidentale

Come volevasi dimostrare, Ahmadinejad ha sfruttato la tribuna internazionale offertagli dall'Onu per aggredire verbalmente Israele. I paesi dell'Ue che hanno deciso di non boicottare la conferenza sul razzismo hanno avuto torto. I loro delegati hanno dovuto prendere atto delle parole pronunciate dal presidente iraniano ed abbandonare i lavori. Incredibilmente la Francia di Sarkozy e Kouchner (Kouchner!) è incappata nell'errore di legittimare con la sua presenza, insieme a molti, troppi paesi europei, l'assise in cui ha preso la parola Ahmadinejad. Siamo lieti di constatare che per una volta l'Italia ha fatto una figura migliore. Sarkozy e Brown si sono sbrigati a condannare con estrema durezza le parole di Ahmadinejad, non riuscendo però a cancellare del tutto l'imbarazzo per aver reso i loro paesi complici della trappola propagandistica tesa contro Israele.

Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
«Se l'Occidente si divide, coloro che puntano a usare le istituzioni internazionali in chiave antioccidentale hanno facile gioco... I Paesi europei che, insieme al Vaticano, hanno scelto comunque di andare alla Conferenza forse riusciranno a impedire che essa si risolva in una Durban bis ma corrono anche un rischio: il rischio che la loro presenza contribuisca a dare legittimazione internazionale a regimi politici che fanno quotidianamente strage di diritti umani a casa loro e che non hanno le carte in regola neppure in materia di razzismo essendo noti campioni di propaganda antisemita...

I diritti umani non possono essere facilmente separati dal contesto culturale occidentale che li ha generati... altri, con alle spalle altre e diverse tradizioni culturali, si impadroniscono di quelle istituzioni, e del connesso linguaggio dei diritti umani, cambiandone radicalmente l'ispira­zione e il significato. E' proprio in nome dei "diritti umani" (nel senso che essi danno a queste parole) che i Paesi islamici cercano oggi di imporre a tutto l'Occidente una drastica limitazione della libertà di parola e della libertà di stampa, erigendo barriere giuridiche che rendano la religione islamica non criticabile.

L'impossibilità di separare diritti umani e politica. A Ginevra "si fa" e "si farà" politica, ossia la questione del razzismo e dei diritti umani verrà usata come arma propagandistica ai fini della competizione di potenza e delle connesse negoziazioni politiche».
E' rimasto letteralmente sbigottito Natan Sharansky nell'apprendere dall'intervistatore di la Repubblica che il Papa era intervenuto per "benedire" la conferenza: «Il Papa? Sul serio?». Sì, sul serio.
«Dunque, le ipotesi sono due. O il pontefice semplicemente non capisce il contenuto della conferenza, ed è un conto. O invece è a conoscenza di che cosa si parlerà a Ginevra e con chi. E se fosse vera l'ultima ipotesi, allora questo potrebbe essere motivo per noi di grande preoccupazione. Anche in vista del suo prossimo viaggio qui in Israele. Possiamo meglio comprendere il potere della Chiesa e i tanti comportamenti espressi in passato dal Vaticano».

Vergogna Vaticano

Non c'è niente da fare. Sotto Benedetto XVI tra Santa Sede e Israele (e mondo ebraico) proprio non c'è sintonia. Ieri, esprimendo tutto il suo appoggio alla conferenza dell'Onu sul razzismo, il Papa ha pronunciato parole ovvie e condivisibili contro ogni discriminazione razziale e intolleranza, ma è impensabile che Ratzinger stesso e i suoi uffici in Vaticano ignorassero le polemiche che circondano l'iniziativa di Durban I e II.

Stati Uniti, Italia, Germania, Israele, Australia, Canada, Olanda e Svezia boicotteranno l'appuntamento, perché la dichiarazione della conferenza, che dovrebbe essere contro il razzismo, paradossalmente trabocca di antisemitismo. Com'è noto infatti, la conferenza - così come il Consiglio dell'Onu sui diritti umani - è in mano alle dittature e ai paesi islamici, che la usano principalmente come pulpito da cui levare davanti all'opinione pubblica mondiale, sfruttando la credibilità dell'Onu (quella poca che gli è rimasta), la loro inappellabile sentenza di condanna nei confronti di Israele. Un'altra parte inaccettabile della dichiarazione è quella sulla cosiddetta «diffamazione religiosa», che i paesi islamici hanno introdotto per giustificare la censura e i limiti alla libertà d'espressione.

Il Vaticano avrebbe potuto partecipare alla conferenza mantenendo un basso profilo, come faranno tanti altri stati. Invece, non casualmente bisogna dedurre, Ratzinger ha voluto onorare la ben poco raccomandabile conferenza con una vera e propria benedizione urbi et orbi. Non dico che il Vaticano doveva boicottarla, ma almeno Ratzinger poteva fare a meno di "benedirla" così platealmente. Ma ormai ci ha abituati a queste gaffe. Evidentemente la Santa Sede non vuole perdere occasione per dimostrarsi più interessata a mantenere buoni rapporti con i paesi islamici piuttosto che con Israele e il mondo ebraico.

Tuesday, March 31, 2009

In Tibet si muore. E Charta '08 continua a fare proseliti

In Tibet continuano, sia pure isolate, le proteste, ma ogni minima protesta viene stroncata e spesso chi protesta muore. La polizia cinese - riporta Asianews - ha picchiato a morte un monaco di 27 anni che distribuiva volantini in cui si invitavano i contadini a non coltivare la terra per protesta contro la persecuzione cinese e a pregare per i tibetani uccisi nelle proteste del 2008. «All'arrivo della polizia è fuggito, ma lo hanno preso e picchiato fino ad ucciderlo sul posto. Poi hanno gettato il corpo in un burrone, per nasconderlo. I monaci hanno recuperato il corpo e lo hanno portato alla polizia per sporgere denuncia, ma la polizia non ha voluto riceverla. Le autorità parlano di suicidio o di caduta accidentale».

Non va meglio ai cattolici. Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Hebei), è stato sequestrato ieri pomeriggio (alle 16 ore locali) dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. «Da anni Mons. Jia - scrive Bernardo Cervellera - subisce sequestri e isolamenti che lo tengono lontano per mesi dalla sua comunità. Durante questi periodi la polizia cerca di indottrinarlo sulla politica religiosa del Partito e lo spinge ad aderire all'Associazione patriottica». Il nuovo sequestro avviene mentre in Vaticano si riunisce la Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina.

Ma qualcosa continua a muoversi in Cina, nonostante tutto. Sono trascorsi quattro mesi dal lancio del manifesto Charta '08 e il regime vorrebbe far pensare al mondo che il movimento è già morto. «E' vero il contrario», scrive oggi il Wall Street Journal. Dal dicembre scorso oltre 8.500 cittadini cinesi hanno sottoscritto l'appello per una democrazia multipartitica. Ci vuole coraggio, dal momento che almeno 100 firmatari sarebbero stati arrestati, interrogati o intimiditi. Uno dei promotori, Liu Xiaobo, è detenuto in un luogo sconosciuto dall'8 dicembre. Tuttavia, l'iniziativa non perde il suo slancio e, anzi, ha aperto un sottile varco per le voci del dissenso, incentivando altre petizioni.

Tra di esse, una lettera aperta in cui importanti membri del Partito comunista chiedono più trasparenza e la petizione "Citizens' Oversight Group Appeal", in cui si chiede maggiore trasparenza da parte del governo. Il promotore, Guo Yongfeng, sostiene che oltre 10 mila persone l'hanno sottoscritta e che è stato tenuto agli arresti per due settimane mentre l'Assemblea del Popolo a Pechino era in sessione. «E' improbabile che queste petizioni portino a cambiamenti politici nel breve termine, ma come gli eventi dei mesi scorsi hanno dimostrato, non sono neanche inutili», commenta il Wall Street Journal. Charta '08 sta ancora circolando - soprattutto per email - e continua a fare proseliti. «E' segno che i suoi effetti continueranno a manifestarsi e che il giorno dei democratici verrà», conclude ottimisticamente il WSJ.

Friday, March 13, 2009

Un Papa ferito e tradito che dimentica Tocqueville

Oggi facciamo un po' di ingerenza, perché c'è questa lettera del Papa davvero notevole. Una lettera in cui in qualche modo ammette i suoi errori ma appare come un agnellino in mezzo a un branco di lupi («ci si morde e divora», nella Chiesa), situazione nella quale rivela tutta la sua angoscia, l'amarezza e lo sconforto.

«Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica». Il Papa riconosce che bastava consultare internet per chiarirsi le idee («seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema») e aggiunge «ne traggo la lezione che in futuro nella Santa sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie». Non c'è motivo di non credere alla sua buona fede, sul caso Williamson, visto che anche il mondo ebraico sembra aver creduto alle sue spiegazioni.

Chissà, davvero in fondo questo Papa non è che un ingenuo agnellino in mezzo ai lupi. Di certo le contestazioni per la remissione della scomunica ai lefebvriani e per il caso Williamson devono essere state durissime per indurre il Pontefice ad aprire in questo modo il suo cuore. Non credo che nella Curia sia sempre rose e fiori. Anzi, forse il clima di scontro e veleni è più frequente di quanto possiamo immaginare. Ma proprio per questo ha più valore la lettera del Papa, il candore con il quale mette a nudo i suoi sentimenti, sebbene non si possa certo definirli arrendevoli.

Ma Ratzinger parla come colui che si sente tradito. Sembra essere conscio del fatto che il caso Williamson rivela «ferite risalenti al di là del momento»; che quei cattolici che hanno protestato «con un'ostilità pronta all'attacco» si muovono contro di lui animati da un rancore e una disapprovazione generale. Che sia in corso un lavoro di delegittimazione del Papa dall'interno della Chiesa? Può darsi, ma diciamo che il Papa riesce benissimo da sé a delegittimarsi.

Le ragioni della protesta sembra esserci tutte. Il punto è semplice: possibile che un pugno di integralisti sia per lui più importante di milioni di fedeli che si allontanano da una Chiesa rigida, che demonizza la cultura e gli stili di vita moderni, e sempre più incapace di comprensione?

E così torniamo alla missione in cui questo Papa crede di doversi impegnare, che dall'inizio del suo pontificato mi sembra essere quella di preservare intatta la purezza di una dottrina morale e sociale, costi quel che costi in termini di popolarità e di numeri. In un mondo che si allontana da Dio, Ratzinger non crede che compito della Chiesa sia quello di trovare Dio in quel mondo, ma di erigere una fortezza ben difesa dagli attacchi della modernità: meglio un manipolo di duri e puri che un gran numero di credenti dalla fede debole e squassata dai venti delle nuove dottrine. Dai pochi ma buoni si può ripartire per riconquistare il mondo, non da una massa di smidollati. In fondo, è un'ammissione di sconfitta, una ritirata tattica rancorosa che spiega in parte la virulenza degli attacchi e dell'ingerenza politica su quasi tutti i temi, quelli etici come quelli economico-sociali.

Piazza San Pietro ogni domenica appare sempre più vuota rispetto ai tempi di Papa Wojtyla. E non è solo questione di abilità comunicativa. Secondo alcuni calcoli negli ultimi due anni gli incontri pubblici del Papa hanno visto partecipare due milioni di fedeli in meno. Per il secondo anno consecutivo il Vaticano ha chiuso i suoi conti in rosso. Certo che il Papa, la Chiesa ufficiale, non devono piegare i loro valori ai gusti del pubblico del momento; ma neanche possono sottrarsi del tutto dal misurarsi con il sentire della gente comune, della Chiesa comunità.

Non è solo una crisi di immagine, è una crisi di messaggio. Papa Ratzinger sente il dovere di tracciare dei confini di appartenenza al "popolo di Dio" tanto più efficaci, per preservare la Chiesa e le sue verità, quanto più stretti e stringenti. Ma anche i fedeli più umili ormai stanno intuendo che dietro alcune prese di posizione soprendentemente nette, veri e propri anatemi al limite del cinismo, su temi controversi per le coscienze di tutti non c'è alcuna verità di fede o valore "irrinunciabile" da difendere, ma solo l'ostinata difesa di sovrastrutture culturali, se non di vere e proprie rendite di potere.

Se la totale chiusura nell'ambito della morale sessuale e familiare era la cifra anche del pontificato di Wojtyla, la vera differenza è che dai piani alti dei principi oggi si rasentano i bassifondi della politica. Il sempre più accentuato attivismo politico per vedere quei principi trasformati in obblighi e divieti dello stato cui tutti, anche i non credenti, sono chiamati a uniformarsi è fonte di discredito per la Chiesa e confusione tra gli stessi fedeli.

Soprattutto in Italia, Ratzinger rischia di dimenticare la lezione di Tocqueville: legando la propria autorevolezza alle leggi che regolano la convivenza civile, la Chiesa «sacrifica l'avvenire in vista del presente e, ottenendo un potere che non le spetta, mette a repentaglio il suo potere legittimo» sulle anime; «aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti», di «aspirare all'universalità» e di poter «sfidare il tempo». Quando la religione «vuole appoggiarsi agli interessi mondani, essa diviene fragile come tutte le potenze terrene. Legata a poteri effimeri, segue la loro sorte e cade spesso insieme alle passioni passeggere che li sostengono».

«Una religione che si prende cura dell'anima degli uomini può conquistare i loro cuori, quella che urta le idee generalmente condivise e gli interessi permanenti nella massa si farà molti nemici». La Chiesa cattolica rischia così di dissipare il vantaggio che lo stesso Tocqueville gli ha attribuito nei confronti, per esempio, dell'Islam.
«In questi secoli le religioni devono mantenersi più discretamente nei loro limiti senza cercare di uscirne poiché volendo estendere il loro potere al di fuori del campo strettamente religioso, rischiano di non essere credute in alcun campo. (...) Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e penali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e di democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in quei secoli come in tutti gli altri».
E' ancora così, o la seconda si avvia a commettere gli stessi errori della prima?

Thursday, February 26, 2009

Un rapporto che non corregge la linea di H. Clinton

L'annuale rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato Usa non «corregge» affatto, come titola qualche giornale, la linea adottata da H. Clinton nella sua visita in Cina. Il rapporto dice molto più della precedente amministrazione, essendo stato redatto ben prima dell'insediamento di Obama, che della nuova. E non ci si poteva nemmeno aspettare che la Clinton ammorbidisse o edulcorasse il rapporto sulla Cina. Il fatto che lo abbia firmato senza modificarlo non significa nulla. Un suo intervento a lavoro ormai chiuso avrebbe suscitato troppo clamore, sarebbe apparso censorio. E inutilmente, visto che il nuovo segretario potrà impostare come meglio crede i prossimi rapporti senza bruschi interventi ex post che per forza di cose danno troppo nell'occhio.

Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.

Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.

Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.

Monday, February 09, 2009

Ciao Eluana, scusaci di tutto

Eluana Englaro si è spenta. Come se avesse presagito i fantasmi che la stavano rincorrendo per imprigionarla di nuovo. Pochi giorni dopo la sospensione delle cure. Si diceva che senza nutrizione e idratazione potesse sopravvivere anche due settimane, ma così non è stato. Non sono un medico, ma evidentemente a tenerla in vita erano altri farmaci, piuttosto che quella nutrizione e idratazione artificiali su cui ci siamo accapigliati. Ma può essere stata persino una fatalità, senza alcun legame con la sospensione dei trattamenti. O forse, un qualche Dio misericordioso ha voluto dare un segno della sua presenza.

Da registrare la strana furia ideologica di un ministro, Sacconi, che per giorni ha messo in giro voci false su presunte irregolarità della clinica "La Quiete". Ebbene, proprio pochi minuti prima della morte di Eluana è stato smentito sia dalla Regione Friuli (di centrodestra), sia dalla Procura di Udine.

Dagli accertamenti eseguiti su disposizione della Regione Friuli Venezia Giulia non sono emersi elementi tali da indurre a un intervento sulla struttura, hanno concluso il presidente Renzo Tondo, gli assessori regionali Kosic (Sanità) e Seganti (Autonomie Locali), e i dirigenti del settore sanitario.

«Al momento non abbiamo alcun elemento che ci faccia convincere che la sentenza debba essere interrotta. Eseguire la sentenza è un obbligo di legge», dichiarava il procuratore generale della Corte d'Appello di Trieste, Deidda. «Allo stato non abbiamo notizia di alcuna irregolarità, e la sentenza va eseguita», precisava. Mentre anche i carabinieri dei Nas smentivano l'ipotesi di un sequestro cautelativo delle stanze in cui era ospitata Eluana.

Dà ancora una volta il peggio di sé il Vaticano, come con Welby. Le prime parole non sono per l'anima di Eluana, per il dolore dei famigliari, ma contro chi si è reso colpevole solo di averne rispettato la volontà: «Dio li perdoni», tuona il cardinale Barragan.

Ed Eluana perdoni la Chiesa e lo Stato, se può.

Saturday, February 07, 2009

Il teatrino della politica sul corpo di Eluana

Si era capito già ieri dal susseguirsi degli eventi e delle dichiarazioni. La lettera di Napolitano non ha aiutato. Ha irrigidito la posizione del governo. Ma soprattutto non ha aiutato i pochi ministri che sia pure timidamente in quel consiglio dei ministri avrebbero potuto esprimere le loro preplessità sul decreto.

Dai retroscena di oggi sui giornali troviamo conferme. Con il no preventivo di Napolitano nero su bianco, la natura del dibattito in Cdm è cambiata: dal caso Englaro e dal diritto alla vita alla difesa delle prerogative del governo, che soprassedendo avrebbe avvalorato una sorta di controllo preventivo del capo dello Stato in materia di decretazione. Una pretesa che traspare dalla lettera di Napolitano e di cui non c'è ombra nella carta costituzionale. Anzi, non è neanche pacifico che il presidente possa negare la firma su un atto come il decreto, che la costituzione pone "sotto la responsabilità" del governo. In questo caso la firma, come quella del guardasigilli sui provvedimenti di grazia del presidente, sarebbe un "atto dovuto", notarile.

E' vero anche che era stato il governo, tramite il solito Letta, a insistere per avere un parere preventivo del capo dello Stato. E visto che non sembrava accontentarsi di un parere più volte comunicato telefonicamente, Napolitano ha con le migliori intenzioni, ma imprudentemente, deciso per la lettera, personale e riservata a Berlusconi. Che fosse una trappola o meno non è possibile dirlo con certezza, ma è certo che Berlusconi ha deciso di usare la lettera come arma per pretendere dai suoi ministri più scettici non più tanto o solo un sì al decreto, ma soprattutto la totale fedeltà all'esecutivo. Ciò non costituisce comunque un alibi per quei pochi ministri che in questi giorni non hanno avuto il coraggio di contrastare con la stessa forza le pressioni di Sacconi e del Vaticano sul premier.

Il presidente Napolitano è rimasto vittima delle insidie che si nascondono dietro ogni dinamica di Palazzo informale e non alla luce del sole. Meglio avrebbe fatto a limitarsi a far trapelare le sue perplessità, ma senza anticipare che non avrebbe firmato. Probabilmente il governo avrebbe approvato comunque il decreto, ma forse non all'unanimità, e oggi le divisioni al suo interno sarebbero potute emergere.

La cosa più triste è che nonostante la delicatezza del caso su cui doveva decidere, il governo non ha rinunciato ai calcoli e ai tatticismi politici, ad astuzie meschine, al solo fine di scaricare su Napolitano (e poi sulle Camere) addirittura la responsabilità della morte di Eluana. L'impressione disgustosa che si ha, infatti, è che Berlusconi abbia fatto bene i suoi calcoli, potendo contare con certezza sul rifiuto della firma da parte del presidente. In ogni caso, né il decreto (che non sarebbe stato emanato) né il ddl (che non sarà approvato in tempo) sarebbero intervenuti sul caso Englaro. Il governo avrà in ogni caso accontentato il Vaticano e assunto una posizione-manifesto per il diritto alla vita, scaricando su Napolitano prima, che ha negato la sua firma al decreto, sulle Camere poi, che non avranno approvato in tempo utile il ddl, la responsabilità della morte di Eluana. Ed è probabile che, se la morte di Eluana sopraggiungerà prima della conclusione dell'iter del ddl, le Camere decidano di tornare all'esame di una legge organica in Commissione.