Poco ma sicuro: nel 2014 aumentano tasse (almeno +4,3 miliardi) e spesa (+2,6 miliardi)
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Quella che pochi giorni fa, all'indomani della conferenza stampa del governo, avevamo definito manovra di galleggiamento, a carte scoperte in Senato rischia di rivelarsi, testo ufficiale alla mano, una manovra di affondamento. Si alza il sipario sui numeri, quelli veri, e si chiude il sipario sul balletto di cifre e sui trucchetti contabili di questi giorni. Dunque vediamoli, i numeri riportati nelle tabelle che delineano gli effetti finanziari della legge di stabilità sul bilancio dello Stato. Per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, nel 2014 la manovra vale complessivamente circa 12,1 miliardi: ben 9,45 miliardi di maggiori spese e solo 2,64 miliardi di minori entrate. Da finanziare con 11,4 miliardi, di cui solo 4,2 miliardi di minori spese e ben 7,2 miliardi di maggiori entrate.
Se si guarda all'indebitamento netto, come riporta il Sole24Ore oggi, il saldo delle entrate indica, sempre nel 2014, un aumento di tasse per 972 milioni di euro (ma al netto della Tasi, come vedremo tra breve) e il saldo delle spese un aumento della spesa pubblica di 2,6 miliardi. Anche qui le maggiori entrate quasi doppiano le minori spese (6,1 miliardi contro 3,6). Quindi, ancora una volta, esattamente come le tanto criticate manovre di Monti e Tremonti, anziché basarsi su coraggiosi tagli alla spesa, il rapporto appare fortemente sbilanciato sul lato delle entrate (anche se come vedremo non si tratta solo di tasse) nella misura di 2/3 delle coperture.
Ma qualche precisazione va fatta: bisogna considerare infatti che non tutte le maggiori entrate sono classificabili come aumenti di tasse, così come non tutte le minori entrate come veri e propri sgravi fiscali. Analizzando voce per voce, però, la sostanza non cambia. Le minori entrate definibili come sgravi fiscali sono pari a circa 4,3 miliardi, mentre quasi il doppio, 7,9 miliardi, sono definibili come vera e propria spesa pubblica. Si tratta dunque di una manovra che aumenta la spesa pubblica per un ammontare quasi doppio rispetto alle risorse liberate a favore di famiglie e imprese. Così come le coperture sono costituite da maggiori entrate per 7,2 miliardi (di cui tasse vere e proprie 2,8, esclusa però la Tasi), un importo quasi doppio rispetto ai reali risparmi di spesa di circa 3,8 miliardi.
Ma cerchiamo di capire quale sarà il saldo reale per i cittadini in termini di tasse. E' confermato l'incremento della detrazione Irpef sui redditi da lavoro dipendente (1,58 miliardi), a cui si aggiunge 1 miliardo trasferito dallo Stato ai Comuni per alleggerire la nuova Service Tax (in pratica l'ammontare della maggiorazione Tares, che verrà abolita), per un totale di 2,6 miliardi di sgravi fiscali. Non va molto meglio alle imprese: tra riduzione dei contributi Inail (1 miliardo), deduzioni Irap per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato (36 milioni), restituzione del contributo Aspi (70 milioni), deducibilità dell'Imu sugli immobili strumentali fino al 20% (475 milioni) e blocco dell'aumento Iva per le cooperative sociali (130 milioni), gli sgravi fiscali nel 2014 ammontano a circa 1,7 miliardi.
A fronte di queste riduzioni, tuttavia, si contano aumenti di tasse per almeno 2,8 miliardi: l'incremento dell'imposta di bollo sul risparmio (940 milioni), la riduzione delle agevolazioni fiscali (500 milioni), il ritorno della tassazione Irpef sugli immobili sfitti o in comodato gratuito ai figli nello stesso Comune (500 milioni), il visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette e Irap (460 milioni), la rivalutazione dei beni di impresa (300 milioni), il contributo di solidarietà dalle pensioni d'oro (21 milioni) e balzelli minori per 75 milioni circa. In questo calcolo non consideriamo i 2,6 miliardi da "svalutazione e perdite sui crediti ai fini Ires-Irap di banche, assicurazioni, altri intermediari finanziari", perché compensati dagli sgravi fiscali negli anni successivi.
A questi 2,8 miliardi di tasse in più, però, bisogna sommare il gettito della nuova Tasi (considerando che nel 2013 non pagheremo le due rate di Imu sulla prima casa), che nelle tabelle ufficiali contenute nel testo depositato al Senato si conferma a tutti gli effetti una Imu mascherata: per l'abolizione dell'Imu, infatti, viene messa a bilancio una perdita di gettito per i Comuni di 3,764 miliardi. Esattamente lo stesso gettito (3,764 miliardi) arriverà dalla Tasi (ad aliquota standard dell'1 per mille, quindi ancora suscettibile di maggiorazioni da parte dei Comuni). Ma con la Tasi aumenterà anche la tassazione sulle abitazioni diverse da quelle principali, per un gettito che stimiamo intorno ai 2 miliardi. Confedilizia, per esempio, ha stimato che tra abitazioni principali e secondarie l'aggravio della Tasi rispetto alla vecchia Imu si collocherà tra i 2,1 miliardi (ad aliquota standard dell'1 per mille) e i 7,5 miliardi (ad aliquota massima del 2,5 per mille).
Dipenderà dai Comuni, ma sommando tutti gli effetti finanziari di queste misure, possiamo già dire oggi che nel 2014, rispetto al 2013, gli italiani pagheranno più tasse (almeno 4,3 miliardi in più), e non meno tasse, e probabilmente qualcosina in più anche rispetto al 2012. Anche perché non va dimenticato l'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22% scattato il primo ottobre: 3 miliardi in più rispetto al 2013 e 4 rispetto al 2012. Insomma, il premier Letta ha fatto bene a ricordare che «14 euro in più in busta paga non c'è scritto da nessuna parte nella manovra». In effetti, è improbabile che ci accorgeremo di un solo euro in più.
Come se non bastasse, sugli anni 2015-2016 incombe il rischio concreto di una doppia stangata: sulla prima casa, perché l'aliquota massima Tasi del 2,5 per mille vale solo per il 2014, mentre dal 2015 l'1 per mille standard potrà sommarsi all'aliquota massima della vecchia Imu (6 per mille), fino ad arrivare al 7 per mille. E sull'Irpef, dal momento che la legge di stabilità contiene una nuova pericolossissima "clausola di salvaguardia" (lo stesso diabolico meccanismo per cui dal primo ottobre è scattato l'ulteriore aumento Iva). Ebbene, se entro il 15 gennaio 2015 la spending review non darà i risultati sperati (e visti i precedenti, non c'è da essere troppo ottimisti), scatteranno tagli alle agevolazioni fiscali di 3 e 7 miliardi.
La massima irresponsabilità al governo: con queste tagliole automatiche si spostano in avanti nel tempo misure politicamente costose come l'aumento di una tassa, in modo che chiunque governi nel momento in cui scattano possa scaricare sui predecessori ogni responsabilità (esattamente come accaduto con l'aumento dell'Iva), al tempo stesso demotivando i governi dal realizzare quelle azioni virtuose, come i tagli alla spesa pubblica, che dovrebbero scongiurare la misura di salvaguardia. In pratica, con l'inganno delle "clausole di salvaguardia" i tagli alla spesa diventano un mero auspicio, mentre gli aumenti di tasse sono la decisione vera, ma rinviata nel tempo per non assumersene la responsabilità politica. Perché non invertire la logica? Se la spending review non produce i risultati sperati, siano tagli alla spesa a scattare in modo lineare, e non aumenti di aliquote e tagli alle agevolazioni fiscali.
Dunque, altro che modifiche purché "a saldi invariati", il problema di questa legge di stabilità sono proprio i saldi. E le "clausole di salvaguardia". Con questa manovra i ministri del Pdl che si proclamano "sentinelle anti-tasse" non hanno alternative: o si dimettono dal governo o si dimettono da sentinelle. Legittimo sostenere il governo Letta-Alfano a qualsiasi prezzo, qualsiasi cosa faccia (o non faccia), in nome della "stabilità". Ma è incontrovertibile che questa legge di stabilità non riduce le tasse, le aumenta. Basta esserne consapevoli e metterci la faccia.
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Wednesday, October 23, 2013
Thursday, October 17, 2013
Manovra di galleggiamento
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.
Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.
Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.
Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.
Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).
Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).
Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.
Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.
A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.
L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.
Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.
Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.
Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.
Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.
Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).
Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).
Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.
Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.
A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.
L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.
Friday, June 28, 2013
Governo di larghi acconti e lunghi rinvii
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Wednesday, November 07, 2012
Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti
A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
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I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
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Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Monday, November 05, 2012
Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti
Anche su L'Opinione
Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.
Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.
Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?
Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.
Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.
Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.
Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.
Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?
Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.
Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.
Thursday, October 18, 2012
Anche Monti, come Berlusconi, fregato da Tesoro e Ragioneria?
Prima la Repubblica, poi il Sole24 Ore, prosegue l'offensiva mediatica del ministro del Tesoro Grilli per difendere la legge di stabilità dalle numerose critiche di queste ore – sulla retroattività del taglio alle agevolazioni fiscali, sulla tentata stangata ai disabili e ai servizi ad essi dedicati, così come sui tagli alla sanità. Ma nel complesso, l'obiettivo comunicativo di cui abbiamo scritto su queste pagine nei giorni scorsi – nascondere un ulteriore aumento di tasse incrociando tra di loro tagli e aumenti di imposte – può dirsi raggiunto. Ancora oggi, infatti, dopo che il testo definitivo è stato finalmente presentato alle Camere, sono oggetto di polemica le singole misure, ma dal dibattito non emerge con sufficiente chiarezza che nonostante il timido intervento sull'Irpef, nel 2013 e negli anni seguenti pagheremo complessivamente più tasse.
Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.
E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.
E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Tuesday, October 16, 2012
L'effetto annuncio per mascherare la nuova stangata
Date a Mario quel che è di Mario. Bisogna riconoscere al premier Monti di essere un politico abile, persino un filino spregiudicato, altro che un tecnico. Grazie ad una stampa mainstream più che compiacente, è riuscito ad assicurare alla legge di stabilità uno "spin" più che favorevole, cioè a presentarla sotto una luce positiva, almeno per quanto riguarda la parte fiscale. Le cortine fumogene non durano, prima o poi si diradano, ma dal punto di vista mediatico spesso è il primo impatto a definire il mood complessivo della narrazione. Il governo è stato furbo a incrociare tagli e aumenti di imposte, ma ora che la polvere alzata si sta depositando, cominciano a distinguersi i contorni di una vera e propria beffa. Depurata dai trucchetti contabili, la relazione tecnica conferma il sospetto che tra aumento dell'Iva, riduzione Irpef, taglio delle agevolazioni fiscali e nuove tasse, il saldo netto non sia zero, ma addirittura positivo per il governo e negativo per i contribuenti.
L'effetto delle misure fiscali nel 2013 sarebbe di minori entrate per 9 miliardi a fronte di circa 6 miliardi di prelievo aggiuntivo. Qualcosina si è tagliato, si direbbe. E invece no, perché per darcela a bere il governo ricorre ad un trucco contabile piuttoso maldestro, per usare un eufemismo: siccome l'incremento di 2 punti delle aliquote Iva era già previsto, considera l'aumento di un solo punto una riduzione delle tasse, quindi iscrive a bilancio un -3,3 miliardi (il secondo punto in più di Iva che manca). Ma sottraendo questi 3,3 dai 9 miliardi di presunte minori entrate e sommando i 3,3 miliardi del punto di Iva che scatterà da luglio ai 6 di prelievo aggiuntivo, ecco che il rapporto si inverte: dovremmo avere, quindi, meno tasse per 5,7 miliardi e più tasse per 9,3, con un aggravio di quasi 4 miliardi.
Ricapitolando, a fronte di una riduzione delle aliquote Irpef di circa 6 miliardi (4,15 nel 2013, 6,5 nel 2014 e 5,85 nel 2015) e di una detassazione dei salari di produttività per 1,2 miliardi nel 2013 (ma di soli 400 milioni negli anni successivi), pagheremo 3,3 miliardi in più di Iva (6,6 a regime dal 2014), a cui vanno aggiunti 1,15 miliardi dalle minori detrazioni e deduzioni fiscali, 1,1 miliardi dall'imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (l'anticipo della Tobin Tax), 500 milioni dalla minore deducibilità delle auto aziendali, 400 milioni dalle assicurazioni (indovinate su chi scaricheranno i costi?), 150 milioni dall'aumento dell'Iva (dal 4 all'11%) sui servizi delle cooperative sociali, 175 milioni dal bollo sui certificati penali, 250 milioni dall'Irpef sulle pensioni di invalidità e di guerra, fino ad oggi esenti, e infine 50 milioni dalla stretta sui permessi della legge 104. Totale: meno tasse 5,4 miliardi e più tasse 7 miliardi. Il rapporto si aggrava negli anni successivi, perché se dal taglio delle aliquote Irpef arriveranno 2 miliardi in più, la detassazione sui salari di produttività si ridurrà da 1,2 miliardi a 400 milioni e avremo sulle spalle l'aumento del punto di Iva su 12 mesi e non solo 6, quindi altri 3,3 miliardi. Totale: meno tasse circa 6,6 miliardi e più tasse circa 10 miliardi.
L'aspettativa non era certo una riduzione della pressione fiscale, ma che restasse almeno invariata, cioè che il governo riuscisse a scongiurare l'aumento di 2 punti dell'Iva già previsto a partire dal luglio 2013. Anziché presentarsi dinanzi all'opinione pubblica dovendo semplicemente ammettere che "no, non ci siamo riusciti e di un punto abbiamo dovuto alzarla", una prospettiva piuttosto deprimente rispetto alle attese, il governo ha preferito mischiare le carte in tavola e attribuirsi il merito di avere almeno iniziato ad abbassare le tasse sul reddito personale.
«Un punto di svolta» che ieri, su la Repubblica, il ministro Grilli ha avuto la faccia tosta di tornare a rivendicare. Che il governo abbia voluto «lanciare un forte segnale al Paese» ci sono pochi dubbi, certamente per «cambiare le aspettative», «ridare speranza», direi puntando al consenso; è sulla corrispondenza tra il messaggio, tra le parole e i fatti che i dubbi abbondano: quando Grilli dice che «il rigore sta dando i suoi frutti, e questi frutti possiamo cominciare a restituirli ai cittadini, avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale», dice una cosa che non c'è nella manovra. C'è sì un piccolo taglio dell'Irpef, ma più che compensato da nuovi prelievi. E' vero che ad alcuni cittadini andrà meglio, e ad altri peggio, ma nel complesso il carico fiscale non diminuisce, aumenta. Se c'è «una scossa forte al Paese», è ancora una volta nel senso di più tasse.
Dunque, Monti ha messo in atto esattamente lo stesso trucco comunicativo, l'effetto annuncio, che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, con la differenza che quest'ultimo, avendo la stampa contro, veniva subito smascherato. E così i media anziché annunciare un fallimento ("Monti non riesce a scongiurare l'aumento dell'Iva"), stanno ancora barcamenandosi per capire se con la legge di stabilità il governo ha davvero diminuito le tasse, se sono rimaste invariate o se le ha aumentate di nuovo.
Nel frattempo Alesina e Giavazzi, sul Corriere, ricordano che storicamente, stando alle manovre di correzione attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati, la composizione opposta - tagli di spesa e minori aggravi fiscali - comporta minori effetti recessivi e riduce più rapidamente il debito. Evidenza confermata anche dal caso italiano: «Le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull'economia in misura trascurabile», mentre «quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un "moltiplicatore" pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil di correzione dei conti l'economia si è contratta, nel giro di un paio d'anni, di un punto e mezzo».
Per questo, superata l'emergenza, i due economisti insistono nel proporre una «fase due» di tagli alla spesa in misura sufficiente (sarebbe possibile risparmiare 80 miliardi senza tagliare la spesa sociale, certo non raschiando qualche milione qua e là, ma ripensando il perimetro dello Stato) a ridurre la pressione fiscale di 10 punti, mentre debbono constatare che «a un anno di distanza non si è neppure riusciti ad evitare un aumento dell'Iva che annullerà i benefici del timido taglio delle aliquote Irpef».
L'effetto delle misure fiscali nel 2013 sarebbe di minori entrate per 9 miliardi a fronte di circa 6 miliardi di prelievo aggiuntivo. Qualcosina si è tagliato, si direbbe. E invece no, perché per darcela a bere il governo ricorre ad un trucco contabile piuttoso maldestro, per usare un eufemismo: siccome l'incremento di 2 punti delle aliquote Iva era già previsto, considera l'aumento di un solo punto una riduzione delle tasse, quindi iscrive a bilancio un -3,3 miliardi (il secondo punto in più di Iva che manca). Ma sottraendo questi 3,3 dai 9 miliardi di presunte minori entrate e sommando i 3,3 miliardi del punto di Iva che scatterà da luglio ai 6 di prelievo aggiuntivo, ecco che il rapporto si inverte: dovremmo avere, quindi, meno tasse per 5,7 miliardi e più tasse per 9,3, con un aggravio di quasi 4 miliardi.
Ricapitolando, a fronte di una riduzione delle aliquote Irpef di circa 6 miliardi (4,15 nel 2013, 6,5 nel 2014 e 5,85 nel 2015) e di una detassazione dei salari di produttività per 1,2 miliardi nel 2013 (ma di soli 400 milioni negli anni successivi), pagheremo 3,3 miliardi in più di Iva (6,6 a regime dal 2014), a cui vanno aggiunti 1,15 miliardi dalle minori detrazioni e deduzioni fiscali, 1,1 miliardi dall'imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (l'anticipo della Tobin Tax), 500 milioni dalla minore deducibilità delle auto aziendali, 400 milioni dalle assicurazioni (indovinate su chi scaricheranno i costi?), 150 milioni dall'aumento dell'Iva (dal 4 all'11%) sui servizi delle cooperative sociali, 175 milioni dal bollo sui certificati penali, 250 milioni dall'Irpef sulle pensioni di invalidità e di guerra, fino ad oggi esenti, e infine 50 milioni dalla stretta sui permessi della legge 104. Totale: meno tasse 5,4 miliardi e più tasse 7 miliardi. Il rapporto si aggrava negli anni successivi, perché se dal taglio delle aliquote Irpef arriveranno 2 miliardi in più, la detassazione sui salari di produttività si ridurrà da 1,2 miliardi a 400 milioni e avremo sulle spalle l'aumento del punto di Iva su 12 mesi e non solo 6, quindi altri 3,3 miliardi. Totale: meno tasse circa 6,6 miliardi e più tasse circa 10 miliardi.
L'aspettativa non era certo una riduzione della pressione fiscale, ma che restasse almeno invariata, cioè che il governo riuscisse a scongiurare l'aumento di 2 punti dell'Iva già previsto a partire dal luglio 2013. Anziché presentarsi dinanzi all'opinione pubblica dovendo semplicemente ammettere che "no, non ci siamo riusciti e di un punto abbiamo dovuto alzarla", una prospettiva piuttosto deprimente rispetto alle attese, il governo ha preferito mischiare le carte in tavola e attribuirsi il merito di avere almeno iniziato ad abbassare le tasse sul reddito personale.
«Un punto di svolta» che ieri, su la Repubblica, il ministro Grilli ha avuto la faccia tosta di tornare a rivendicare. Che il governo abbia voluto «lanciare un forte segnale al Paese» ci sono pochi dubbi, certamente per «cambiare le aspettative», «ridare speranza», direi puntando al consenso; è sulla corrispondenza tra il messaggio, tra le parole e i fatti che i dubbi abbondano: quando Grilli dice che «il rigore sta dando i suoi frutti, e questi frutti possiamo cominciare a restituirli ai cittadini, avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale», dice una cosa che non c'è nella manovra. C'è sì un piccolo taglio dell'Irpef, ma più che compensato da nuovi prelievi. E' vero che ad alcuni cittadini andrà meglio, e ad altri peggio, ma nel complesso il carico fiscale non diminuisce, aumenta. Se c'è «una scossa forte al Paese», è ancora una volta nel senso di più tasse.
Dunque, Monti ha messo in atto esattamente lo stesso trucco comunicativo, l'effetto annuncio, che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, con la differenza che quest'ultimo, avendo la stampa contro, veniva subito smascherato. E così i media anziché annunciare un fallimento ("Monti non riesce a scongiurare l'aumento dell'Iva"), stanno ancora barcamenandosi per capire se con la legge di stabilità il governo ha davvero diminuito le tasse, se sono rimaste invariate o se le ha aumentate di nuovo.
Nel frattempo Alesina e Giavazzi, sul Corriere, ricordano che storicamente, stando alle manovre di correzione attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati, la composizione opposta - tagli di spesa e minori aggravi fiscali - comporta minori effetti recessivi e riduce più rapidamente il debito. Evidenza confermata anche dal caso italiano: «Le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull'economia in misura trascurabile», mentre «quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un "moltiplicatore" pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil di correzione dei conti l'economia si è contratta, nel giro di un paio d'anni, di un punto e mezzo».
Per questo, superata l'emergenza, i due economisti insistono nel proporre una «fase due» di tagli alla spesa in misura sufficiente (sarebbe possibile risparmiare 80 miliardi senza tagliare la spesa sociale, certo non raschiando qualche milione qua e là, ma ripensando il perimetro dello Stato) a ridurre la pressione fiscale di 10 punti, mentre debbono constatare che «a un anno di distanza non si è neppure riusciti ad evitare un aumento dell'Iva che annullerà i benefici del timido taglio delle aliquote Irpef».
Thursday, October 11, 2012
Legge di stabilità "politica": così Monti ribadisce di essere in campo
In modo del tutto inatteso il premier Mario Monti ha tirato fuori dal cilindro della legge di stabilità un mini-taglio delle prime due aliquote Irpef, che passano dal 23 al 22% e dal 27 al 26%. Ma il taglio delle tasse non è che un abile illusionismo, degno di un governo politico alla ricerca di consenso in piena campagna elettorale. La riduzione Irpef dal 2013, infatti, è più che compensata sia dall'aumento di un punto dell'Iva, dal 10 all'11% e dal 21 al 22%, dal prossimo luglio, che dal "riordino" delle agevolazioni fiscali e dall'introduzione dell'Irpef anche sulle pensioni di guerra e d'invalidità. Per non parlare della Tobin Tax, che se entrerà davvero in vigore non colpirà certo i grandi speculatori internazionali, quanto i normali risparmiatori.
Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.
Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.
Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.
Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.
Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Tuesday, April 17, 2012
Delega fiscale, l'ennesimo bluff
Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.
L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Wednesday, April 04, 2012
Dalla Ue warning a Monti: l'Italia rischia
Sembra un film già visto: filtrano indiscrezioni, spesso da Bruxelles, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; Palazzo Chigi smentisce. Il tempo ci dirà se anche stavolta dovremo rassegnarci al solito esito: la manovra alla fine s'ha da fare, ma siccome nell'emergenza – l'alibi è sempre lo stesso – il governo si trova impreparato a tagliare la spesa, aumentano le tasse. Questa volta il ruolo da protagonista tocca al governo Monti.
In effetti, il rapporto citato dal Financial Times non dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito. Ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sulla riforma del lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue. Ci ricorda che il fiscal compact prevede per i Paesi indebitati come il nostro uno sforzo colossale per il rientro dal debito. Insomma, le sfide per l'Italia sono solo all'inizio. Per questo suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbattere velocemente lo stock del debito, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione.
Siamo già in recessione, ma gli aumenti di tasse previsti per quest'anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi. In attesa della stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012, che l'Istat diffonderà a metà maggio, si avvicina il momento della verità. Il rischio che corriamo, a causa di una politica di risanamento di tasse anziché di tagli alla spesa, è un progressivo avvitamento nella spirale "più tasse-recessione-deficit-nuove tasse". E' la via dell'austerità definita da Draghi «cattiva» - politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere «buoni numeri» anche senza tagliare la spesa corrente, solo alzando le tasse - quella fin qui seguita anche dal governo Monti, che in totale continuità con i governi tecnici e politici del passato, e in connubio con i vertici della burocrazia statale, difende la spesa pubblica caricando sul Paese tutti gli oneri del risanamento.
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In effetti, il rapporto citato dal Financial Times non dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito. Ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sulla riforma del lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue. Ci ricorda che il fiscal compact prevede per i Paesi indebitati come il nostro uno sforzo colossale per il rientro dal debito. Insomma, le sfide per l'Italia sono solo all'inizio. Per questo suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbattere velocemente lo stock del debito, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione.
Siamo già in recessione, ma gli aumenti di tasse previsti per quest'anno non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti recessivi. In attesa della stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012, che l'Istat diffonderà a metà maggio, si avvicina il momento della verità. Il rischio che corriamo, a causa di una politica di risanamento di tasse anziché di tagli alla spesa, è un progressivo avvitamento nella spirale "più tasse-recessione-deficit-nuove tasse". E' la via dell'austerità definita da Draghi «cattiva» - politicamente più facile da attuare, perché si possono ottenere «buoni numeri» anche senza tagliare la spesa corrente, solo alzando le tasse - quella fin qui seguita anche dal governo Monti, che in totale continuità con i governi tecnici e politici del passato, e in connubio con i vertici della burocrazia statale, difende la spesa pubblica caricando sul Paese tutti gli oneri del risanamento.
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Tuesday, February 21, 2012
Le promesse molto berlusconiane di Monti
Ah, l'avesse fatto un governo politico di promettere sgravi fiscali per la legislatura successiva. Qualche giornale nei giorni scorsi ha voluto far passare la notizia - smentita oggi - che i proventi della lotta all'evasione sarebbero stati restituiti ai contribuenti sotto forma di un taglio dell'aliquota Irpef minima dal 23 al 20%. Oggi Monti ha smentito: non ci sarà alcuna riduzione delle tasse. Nel decreto fiscale che il governo è in procinto di varare ci saranno solo «semplificazioni». Per carità, importanti anche quelle, ma niente riduzioni.
Il premier ritiene che i «robusti benefici» previsti dalla lotta all'evasione debbano «rifluire in beneficio per la collettività». Ma per «beneficio» intende innanzitutto una finanza pubblica «più sicura e solida», e solo «in parte» un «beneficio quantitativo» per i contribuenti «onesti». Un «beneficio quantitativo» per i contribuenti privati e le imprese è già quello di «un sistema fiscale più semplice». E su questo dovrebbe intervenire il decreto di venerdì. Per quanto riguarda invece «un ristoro e un ristorno quantitativo dei benefici dall'evasione bisogna aspettare un momento».
Per il momento, annuncia Monti, «potremmo, forse, venerdì nel prossimo Consiglio dei ministri, istituire un fondo dove far confluire i ricavi dalla lotta all'evasione, in attesa di verificare la loro entità e la loro destinazione». Un fondo con i proventi anti-evasione del 2012 e del 2013 (a proposito, dove sono finiti gli 11 miliardi recuperati nel 2011?) da usare, eventualmente, a partire dal 2014, ma comunque solo in parte, per sgravi fiscali. Sull'entità d'accordo, ma perché non si può stabilire sin d'ora - che siano un miliardo o 20 miliardi - che vengano tutti destinati a pagare meno tasse? Semplicemente perché lo Stato vuole riservarsi il diritto di usarli per coprire ulteriori buchi di bilancio o nuove spese. Inoltre, si tratterebbe di detrazioni fiscali una tantum, e non potrebbe essere altrimenti, perché sarebbe rischioso mettere a bilancio un recupero di evasione che l'anno successivo potrebbe non verificarsi, e quindi su introiti incerti prevedere un taglio strutturale. Inutile dire che qualche detrazione una tantum non avrebbe alcun effetto in termini di crescita, proprio per la sua natura occasionale e non strutturale.
Insomma, per farla breve: al netto delle semplificazioni Monti ci sta promettendo che forse, ma solo forse, dal 2014 sarà possibile destinare (non automaticamente, ma se il governo così deciderà) «parte» dei proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in detrazioni una tantum. Considerando che gli 11 miliardi raccolti nel 2011 sono già spariti, ora chiedetevi se risponde al vero l'affermazione secondo cui la lotta all'evasione serve a pagare meno tasse.
Il premier ritiene che i «robusti benefici» previsti dalla lotta all'evasione debbano «rifluire in beneficio per la collettività». Ma per «beneficio» intende innanzitutto una finanza pubblica «più sicura e solida», e solo «in parte» un «beneficio quantitativo» per i contribuenti «onesti». Un «beneficio quantitativo» per i contribuenti privati e le imprese è già quello di «un sistema fiscale più semplice». E su questo dovrebbe intervenire il decreto di venerdì. Per quanto riguarda invece «un ristoro e un ristorno quantitativo dei benefici dall'evasione bisogna aspettare un momento».
Per il momento, annuncia Monti, «potremmo, forse, venerdì nel prossimo Consiglio dei ministri, istituire un fondo dove far confluire i ricavi dalla lotta all'evasione, in attesa di verificare la loro entità e la loro destinazione». Un fondo con i proventi anti-evasione del 2012 e del 2013 (a proposito, dove sono finiti gli 11 miliardi recuperati nel 2011?) da usare, eventualmente, a partire dal 2014, ma comunque solo in parte, per sgravi fiscali. Sull'entità d'accordo, ma perché non si può stabilire sin d'ora - che siano un miliardo o 20 miliardi - che vengano tutti destinati a pagare meno tasse? Semplicemente perché lo Stato vuole riservarsi il diritto di usarli per coprire ulteriori buchi di bilancio o nuove spese. Inoltre, si tratterebbe di detrazioni fiscali una tantum, e non potrebbe essere altrimenti, perché sarebbe rischioso mettere a bilancio un recupero di evasione che l'anno successivo potrebbe non verificarsi, e quindi su introiti incerti prevedere un taglio strutturale. Inutile dire che qualche detrazione una tantum non avrebbe alcun effetto in termini di crescita, proprio per la sua natura occasionale e non strutturale.
Insomma, per farla breve: al netto delle semplificazioni Monti ci sta promettendo che forse, ma solo forse, dal 2014 sarà possibile destinare (non automaticamente, ma se il governo così deciderà) «parte» dei proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in detrazioni una tantum. Considerando che gli 11 miliardi raccolti nel 2011 sono già spariti, ora chiedetevi se risponde al vero l'affermazione secondo cui la lotta all'evasione serve a pagare meno tasse.
Friday, December 09, 2011
Troppi furbetti su Ici e Irpef
Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.
Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.
Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.
Wednesday, December 07, 2011
Su 30 miliardi quasi 25 sono nuove tasse
Anche su Notapolitica
Dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il decreto varato domenica sera dal governo si può comprendere con maggiore precisione la reale portata della manovra. In particolare, il rapporto tra nuove tasse e tagli alla spesa sembra molto diverso da quello annunciato dal viceministro Grilli (17-18 miliardi di nuove entrate e 12-13 di tagli). In realtà, sui 30 miliardi complessivi le nuove tasse pesano per 21,6 miliardi, e sfiorano i 25 con la clausola di salvaguardia sull'Iva.
Ma entriamo nel dettaglio. L'anticipazione, che nel decreto viene definita «sperimentale», dell'Imposta municipale propria, la nuova Ici, dovrebbe assicurare un gettito di 11 miliardi di euro l'anno. E' poi prevista una maggiorazione della tassa sui rifiuti di 1 miliardo. L'aumento delle accise sui carburanti porterà nelle casse dell'erario 4,827 miliardi nel 2012. Nello stesso anno l'imposta di bollo sui prodotti finanziari e la tassa sui capitali scudati porteranno rispettivamente 1,043 e 1,095 miliardi. Solo 453 milioni valgono invece le imposte sui beni di lusso (auto, barche e aerei). Siamo già a 19,418 miliardi. Ma la riduzione della compartecipazione Iva destinata al finanziamento del fabbisogno sanitario delle regioni (2,085 miliardi + 130 milioni) non può essere contabilizzata nei tagli alla spesa perché compensata da un aumento dallo 0,9 all'1,23% delle addizionali regionali Irpef. Si tratta di 2,2 miliardi di nuove tasse sui redditi personali, che si applicano a tutti gli scaglioni. Siamo così arrivati alla cifra di 21,633 miliardi nel solo 2012. Sempre che dal primo ottobre non scatti l'aumento dell'Iva previsto dalla clausola di salvaguardia per ulteriori 3,280 miliardi. In questo caso le nuove tasse sfiorerebbero i 25 miliardi.
Tra i tagli alle spese restano i 2,767 miliardi delle disposizioni sulle pensioni (che arrivano tutti dalla deindicizzazione perché la riforma vera e propria comincerà a produrre i suoi benefici nel medio-lungo termine) e 2,785 miliardi di concorso alla manovra da parte degli enti territoriali. Trascurabile il contributo dalla soppressione di enti e organismi, solo 22 milioni nel 2012.
Dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il decreto varato domenica sera dal governo si può comprendere con maggiore precisione la reale portata della manovra. In particolare, il rapporto tra nuove tasse e tagli alla spesa sembra molto diverso da quello annunciato dal viceministro Grilli (17-18 miliardi di nuove entrate e 12-13 di tagli). In realtà, sui 30 miliardi complessivi le nuove tasse pesano per 21,6 miliardi, e sfiorano i 25 con la clausola di salvaguardia sull'Iva.
Ma entriamo nel dettaglio. L'anticipazione, che nel decreto viene definita «sperimentale», dell'Imposta municipale propria, la nuova Ici, dovrebbe assicurare un gettito di 11 miliardi di euro l'anno. E' poi prevista una maggiorazione della tassa sui rifiuti di 1 miliardo. L'aumento delle accise sui carburanti porterà nelle casse dell'erario 4,827 miliardi nel 2012. Nello stesso anno l'imposta di bollo sui prodotti finanziari e la tassa sui capitali scudati porteranno rispettivamente 1,043 e 1,095 miliardi. Solo 453 milioni valgono invece le imposte sui beni di lusso (auto, barche e aerei). Siamo già a 19,418 miliardi. Ma la riduzione della compartecipazione Iva destinata al finanziamento del fabbisogno sanitario delle regioni (2,085 miliardi + 130 milioni) non può essere contabilizzata nei tagli alla spesa perché compensata da un aumento dallo 0,9 all'1,23% delle addizionali regionali Irpef. Si tratta di 2,2 miliardi di nuove tasse sui redditi personali, che si applicano a tutti gli scaglioni. Siamo così arrivati alla cifra di 21,633 miliardi nel solo 2012. Sempre che dal primo ottobre non scatti l'aumento dell'Iva previsto dalla clausola di salvaguardia per ulteriori 3,280 miliardi. In questo caso le nuove tasse sfiorerebbero i 25 miliardi.
Tra i tagli alle spese restano i 2,767 miliardi delle disposizioni sulle pensioni (che arrivano tutti dalla deindicizzazione perché la riforma vera e propria comincerà a produrre i suoi benefici nel medio-lungo termine) e 2,785 miliardi di concorso alla manovra da parte degli enti territoriali. Trascurabile il contributo dalla soppressione di enti e organismi, solo 22 milioni nel 2012.
Tuesday, December 06, 2011
Perseverare è diabolico
I mercati hanno indubbiamente promosso la manovra del governo Monti. La Borsa ieri ha guadagnato tre punti circa e lo spread è calato di 100 punti in due giorni - anche se bisogna annotare che i bonos spagnoli hanno seguito la stessa dinamica dei btp italiani rispetto ai bund tedeschi, sottolineando ancora una volta la forte influenza del contesto europeo sull'andamento dei nostri titoli. Anche le istituzioni e gli osservatori europei hanno espresso apprezzamento. Questo perché bene o male la manovra questa volta è stata concepita puntando su due riforme chiare, comprensibili, e di grande impatto sui conti presenti e futuri: pensioni e Ici. Due grossi arrosti invece dei mille coriandoli di Tremonti.
Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.
Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.
Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».
Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».
Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».
Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.
Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.
Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».
Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».
Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».
Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
«Nei Paesi nei quali si è scelto di tagliare il deficit aumentando le tasse la spesa pubblica è ritornata a crescere rapidamente. Nei Paesi in cui si è ridotta la spesa, le cose sono andate diversamente: le riduzioni di spesa e la parallela riduzione del deficit sono state più durature e hanno consentito l'attuazione di riduzioni di imposta nel corso del tempo».«Per questo - conclude Lavoce - per tenere lontano la sindrome greca, Monti deve includere e dare rapida attuazione da subito all'unica svalutazione oggi alla portata di mano dell'Italia: la riduzione del costo del lavoro».
Monday, December 05, 2011
Patrimoniale, patrimoniale, patrimoniale
Ci sarà tempo per studiare tabelle e saldi, ma dopo una conferenza stampa di una lunghezza, una vaghezza e anche una reticenza francamente irritante sui numeri, ciò che emerge della manovra è un'immensa patrimoniale che colpisce i cittadini, sia sulla casa sia sulle attività finanziarie, mentre il patrimonio dello Stato resta intatto. Chi sta pagando, o dovrà iniziare a pagare, un mutuo sulla prima casa si prepari a versare una 13ma rata allo Stato. A proposito, una domanda chiave: pagheranno l'Ici anche sindacati e Vaticano?Nulla, ma proprio nulla, invece, sulle dismissioni del patrimonio pubblico. Dunque, nessun abbattimento dello stock di debito, che non scenderà certo con la crescita, azzerata almeno per i prossimi due anni, e che resterà il target preferito dei mercati per testare la solidità dell'euro. Le liberalizzazioni riguardano alcuni farmaci e l'orario degli esercizi commerciali, robe già parzialmente liberalizzate, mentre ancora nulla sugli ordini professionali, né risultano norme di enforcement per la privatizzazione delle municipalizzate (sono lì i veri costi della politica). E' vero che la patrimoniale sulla casa, anche sulla prima, e l'aumento dell'Iva erano misure contenute nelle indicazioni dell'Ue, ma si esplicitava che dovessero servire per una riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese, che invece nella manovra non c'è.
Inoltre, pare di capire che una parte cospicua dei 12-13 miliardi contabilizzati come tagli alla spesa, cioè i minori trasferimenti alle regioni per la spesa sanitaria, vengono compensati da un aumento delle addizionali Irpef, e quindi di fatto vengono alzate anche le tasse sui redditi personali. Insomma, il governo dei professori vara l'ennesima manovra per i 2/3, se non i 3/4, di nuove tasse, esattamente la proporzione del precedente governo, mentre mancano ancora la crescita e l'abbattimento del debito.
Il primo colpo del governo Monti purtroppo è un flop. Solo l'autorevolezza del premier, il saldo complessivo e il tanto atteso intervento sulle pensioni ci mettono nelle condizioni di poterci presentare in Europa, di fronte alla Merkel, con i "compiti a casa" fatti, e quindi di chiedere politiche più incisive a difesa del rifinanziamento del nostro debito pubblico. E' ciò che sta determinando gli effetti positivi sui mercati e sullo spread, stamattina tornato sulla soglia dei 400. Ma siamo già in recessione e questa ennesima stretta fiscale avrà effetti ancor più recessivi. La manovra, per centrare l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, è calcolata sulla base di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, ma è probabile che il peggioramento ulteriore della stima richieda un nuovo intervento, e quindi è alto il rischio di avvitarci in una spirale di recessione più accentuata e ulteriori strette fiscali, come la Grecia.
Si dirà che il tempo stringeva e non c'erano alternative, che siamo arrivati a questo punto per responsabilità del precedente governo che non ha voluto/saputo realizzare le riforme necessarie. E ciò è sicuramente vero, senza dimenticare le formidabili opposizioni a quelle riforme. Ma fino a quando la colpa sarà di Berlusconi? Certo non potevamo aspettarci che con un colpo di bacchetta magica venissero realizzate le riforme che mancano da oltre un decennio, ma siamo sicuri che non si potesse (e quindi dovesse) fare di più, e che questa manovra rappresenti almeno un'inversione di tendenza? Oppure che non sia, piuttosto, solo l'ennesimo conto salato presentato agli italiani (come Amato nel 1992) pur di evitare di affondare il bisturi sul vero malato, che è lo Stato? Siamo sicuri che nuove tasse sia il viatico migliore per ridurre il perimetro dello Stato? Se è vero, come scriveva Di Vico qualche giorno fa, che Monti e i suoi hanno «un solo colpo in canna», a me pare che questo colpo oggi sia andato a vuoto. Speriamo ne abbiano altri.
Friday, September 30, 2011
Cavallo di Troia per la patrimoniale?
Abbiamo dato la pagella a governo e opposizione sulla base della lettera di agosto della Bce, pubblicata ieri dal Corriere. Oggi proviamo a dare i voti al documento di Confindustria, che appare innanzitutto costruttivo nel metodo, dunque nessuna invasione di campo ma un contributo trasparente, limpido, seppur tardivo. Finalmente Confindustria si espone e dice chiaramente come la pensa, le misure che vorrebbe venissero varate dal governo. Nel merito è in larga parte condivisibile, diciamo all'80%. Bene i punti 1, 3, 4 e in parte 5. Mentre nel punto 2, quello sulla riforma fiscale, mi pare di aver capito che in sostanza si propone una tassa patrimoniale per pagare crediti d'imposta et similia. Ma vediamo le proposte nel dettaglio.
Alcuni dei dati riportati sono emblematici, soprattutto dovrebbero far riflettere chi si lamenta dei «tagli» e i cittadini che magari si convincono che si sta facendo «macelleria sociale». Dimostrano come la spesa pubblica sia aumentata esponenzialmente nell'ultimo decennio (2000-2010), ben oltre crescita del Pil e inflazione. In particolare, la spesa sanitaria è cresciuta «da 67,5 miliardi a 113,5 miliardi». Eppure non si ricordano terribili pestilenze. Possibile che dieci anni fa il sistema funzionasse in modo più o meno identico ma con il 40% delle risorse in meno? La spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione è salita «da 87,4 a 137 miliardi» (aumento del 56,8% in termini nominali e del 45,7% in termini reali). E sulle pensioni, fa letteralmente rabbrividire che stando agli ultimi dati disponibili, relativi al 2008, paghiamo ben 55 miliardi l'anno a persone con meno di 64 anni di età, e di questi ben 17 miliardi sono erogati a persone fra i 40 e i 59 anni!
Sotto la voce riforma delle pensioni, Confindustria propone di «eliminare rapidamente le pensioni di anzianità», «accelerare l'aumento dell'età di pensionamento di vecchiaia», «equiparare l'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini anche nel settore privato», e «abrogare tutti i regimi speciali». Voto: 10.
Riguardo la riforma fiscale, chiede nuove deduzioni Irap, crediti di imposta per gli investimenti in ricerca e innovazione delle imprese, decontribuzione dei premi produttività e l'«avvio della revisione dell'Irpef». Interventi che costerebbero 6 miliardi, calcola Confindustria, da finanziare interamente con una tassa patrimoniale ordinaria: un prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche ad aliquota contenuta (1,5 per mille) e con una soglia di esenzione (1,5 milioni di euro). In pratica, la proposta Abete. Per combattere l'evasione fiscale le associazioni delle imprese propongono di abbassare a 500 euro il limite per l'utilizzo del contante e di ricorrere a misure di contrasto di interessi, cioè altre detrazioni, come quelle del 36% per gli interventi in edilizia e del 55% per l'efficienza energetica. Voto: 4.
Al punto 3) del documento Confindustria suggerisce privatizzazioni immobiliari e dei servizi pubblici locali. Voto: 10. Al punto 4) la liberalizzazione delle professioni e semplificazioni normative e amministrative. Voto: 10. Infine, il punto 5) è dedicato alle «grandi priorità infrastrutturali» e agli incentivi alle fonti di energia rinnovabili e alle tecnologie per l'efficienza energetica. Voto: 6.
La parte fiscale è quella meno convincente. Se reperire da una vera riforma delle pensioni le risorse per ridurre la pressione fiscale su lavoro e impresa è la cosa giusta da fare, del tutto superflua invece, anzi pericolosa, è una patrimoniale di 6 miliardi che finanziarebbe solo per 1/3 l'«avvio della revisione dell'Irpef» (costo previsto 2 miliardi) e per 2/3 nuovi sgravi Irpef e Irap. E' pur sempre vero che si tratterebbe di finanziare meno tasse su famiglie e imprese, ma sarebbe in realtà una mera redistribuzione del carico fiscale, non una sua riduzione netta. Trovo che anche quei 6 miliardi di nuovi sgravi dovrebbero venire da tagli alla spesa. Considerato l'elevatissimo livello generale di pressione fiscale, soprattutto dopo le ultime due manovre, non un euro in più dovrebbe arrivare da nuove entrate. Anche perché il rischio, con questo Stato rapace, è che una volta introdotta la patrimoniale alla prima occasione se ne faccia un altro uso.
Vista la resistenza tetragona dei sindacati, della Lega e degli altri partiti di opposizione sulle pensioni, e quella degli enti locali e delle corporazioni sulle liberalizzazioni, il punto del documento che rischia di conquistarsi l'attenzione della politica e dei commentatori nei prossimi giorni, anche perché l'unica novità di rilievo nelle posizioni di Confindustria, è l'apertura degli industriali alla tassa patrimoniale. Il ruolo politico che rischia quindi di giocare questo documento - al di là delle intenzioni dei promotori ovviamente - è quello di cavallo di Troia per la patrimoniale e basta. Nonostante ciò, al governo converrebbe comunque farsi forte sia della lettera della Bce, sia del documento di Confindustria, per riproporre riforma delle pensioni e liberalizzazioni. Può prendere atto dei due interventi con fastidio, oppure aggrapparsi ad essi per non lasciarsi sfuggire forse l'ultima occasione per cambiare il Paese.
Alcuni dei dati riportati sono emblematici, soprattutto dovrebbero far riflettere chi si lamenta dei «tagli» e i cittadini che magari si convincono che si sta facendo «macelleria sociale». Dimostrano come la spesa pubblica sia aumentata esponenzialmente nell'ultimo decennio (2000-2010), ben oltre crescita del Pil e inflazione. In particolare, la spesa sanitaria è cresciuta «da 67,5 miliardi a 113,5 miliardi». Eppure non si ricordano terribili pestilenze. Possibile che dieci anni fa il sistema funzionasse in modo più o meno identico ma con il 40% delle risorse in meno? La spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione è salita «da 87,4 a 137 miliardi» (aumento del 56,8% in termini nominali e del 45,7% in termini reali). E sulle pensioni, fa letteralmente rabbrividire che stando agli ultimi dati disponibili, relativi al 2008, paghiamo ben 55 miliardi l'anno a persone con meno di 64 anni di età, e di questi ben 17 miliardi sono erogati a persone fra i 40 e i 59 anni!
Sotto la voce riforma delle pensioni, Confindustria propone di «eliminare rapidamente le pensioni di anzianità», «accelerare l'aumento dell'età di pensionamento di vecchiaia», «equiparare l'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini anche nel settore privato», e «abrogare tutti i regimi speciali». Voto: 10.
Riguardo la riforma fiscale, chiede nuove deduzioni Irap, crediti di imposta per gli investimenti in ricerca e innovazione delle imprese, decontribuzione dei premi produttività e l'«avvio della revisione dell'Irpef». Interventi che costerebbero 6 miliardi, calcola Confindustria, da finanziare interamente con una tassa patrimoniale ordinaria: un prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche ad aliquota contenuta (1,5 per mille) e con una soglia di esenzione (1,5 milioni di euro). In pratica, la proposta Abete. Per combattere l'evasione fiscale le associazioni delle imprese propongono di abbassare a 500 euro il limite per l'utilizzo del contante e di ricorrere a misure di contrasto di interessi, cioè altre detrazioni, come quelle del 36% per gli interventi in edilizia e del 55% per l'efficienza energetica. Voto: 4.
Al punto 3) del documento Confindustria suggerisce privatizzazioni immobiliari e dei servizi pubblici locali. Voto: 10. Al punto 4) la liberalizzazione delle professioni e semplificazioni normative e amministrative. Voto: 10. Infine, il punto 5) è dedicato alle «grandi priorità infrastrutturali» e agli incentivi alle fonti di energia rinnovabili e alle tecnologie per l'efficienza energetica. Voto: 6.
La parte fiscale è quella meno convincente. Se reperire da una vera riforma delle pensioni le risorse per ridurre la pressione fiscale su lavoro e impresa è la cosa giusta da fare, del tutto superflua invece, anzi pericolosa, è una patrimoniale di 6 miliardi che finanziarebbe solo per 1/3 l'«avvio della revisione dell'Irpef» (costo previsto 2 miliardi) e per 2/3 nuovi sgravi Irpef e Irap. E' pur sempre vero che si tratterebbe di finanziare meno tasse su famiglie e imprese, ma sarebbe in realtà una mera redistribuzione del carico fiscale, non una sua riduzione netta. Trovo che anche quei 6 miliardi di nuovi sgravi dovrebbero venire da tagli alla spesa. Considerato l'elevatissimo livello generale di pressione fiscale, soprattutto dopo le ultime due manovre, non un euro in più dovrebbe arrivare da nuove entrate. Anche perché il rischio, con questo Stato rapace, è che una volta introdotta la patrimoniale alla prima occasione se ne faccia un altro uso.
Vista la resistenza tetragona dei sindacati, della Lega e degli altri partiti di opposizione sulle pensioni, e quella degli enti locali e delle corporazioni sulle liberalizzazioni, il punto del documento che rischia di conquistarsi l'attenzione della politica e dei commentatori nei prossimi giorni, anche perché l'unica novità di rilievo nelle posizioni di Confindustria, è l'apertura degli industriali alla tassa patrimoniale. Il ruolo politico che rischia quindi di giocare questo documento - al di là delle intenzioni dei promotori ovviamente - è quello di cavallo di Troia per la patrimoniale e basta. Nonostante ciò, al governo converrebbe comunque farsi forte sia della lettera della Bce, sia del documento di Confindustria, per riproporre riforma delle pensioni e liberalizzazioni. Può prendere atto dei due interventi con fastidio, oppure aggrapparsi ad essi per non lasciarsi sfuggire forse l'ultima occasione per cambiare il Paese.
Tuesday, September 06, 2011
Ballando sul baratro
Ennesima assurda giravolta del governo che reintroduce la super aliquota Irpef (il 3% sopra i 500 mila euro) e ci ripensa sull'Iva, aumentandola dal 20 al 21%, ma con pervicacia si ostina a non adeguare fin da subito a 65 anni l'età di pensionamento delle donne nel settore privato. Un processo di adeguamento ridicolmente spalmato nel tempo, che ai mercati deve suonare come una presa per i fondelli: secondo la prima manovra, quella di luglio, sarebbe dovuto partire addirittura nel 2020 per concludersi nel 2038. Anticipata al 2016 nella manovra ferragostana, ora la partenza viene ulteriormente anticipata al 2014. Ma l'unica cosa ragionevole sarebbe far scattare fin da subito l'adeguamento, già dal primo gennaio 2012, per concluderlo in cinque anni. Ma piuttosto che anticipare una piccola, seria riforma, preferiscono mettere le mani nelle tasche degli italiani e rischiare una nuova recessione.
L'aumento dell'1% dell'Iva è impercettibile sulla carta, ma avrà un percettibilissimo effetto inflazionistico perché legittimerà aumenti di prezzi e tariffe. Si comprerà meno non credo, ma si evaderà di più e la spinta inflazionistica rischia di farci pagare molto più dell'1%. Un'autentica follia. Sul fronte dell'Irpef il danno è già stato fatto. Dopo tutte le ipotesi di queste settimane e con l'incertezza che permane temo che i commercialisti siano stati già allertati a dovere e che si sia perso già più gettito di quello che si pensa di ottenere.
Purtroppo queste nuove misure vanno nella direzione esattamente opposta a quella indicata dalla Bce, dalla Banca d'Italia e dal semplice buon senso, perché accentuano il peso già preponderante delle nuove entrate rispetto ai tagli di spesa, il che aggrava l'effetto depressivo delle due manovre sulla crescita economica, che invece per raggiungere il pareggio di bilancio dovrebbe essere rilanciata. Tasse, tasse, e ancora tasse, pur di evitare poche, semplici riforme strutturali che tutti sanno essere necessarie: innalzamento dell'età pensionabile, privatizzazioni, e perché non una moratoria totale della spesa per cinque anni?
L'aumento dell'1% dell'Iva è impercettibile sulla carta, ma avrà un percettibilissimo effetto inflazionistico perché legittimerà aumenti di prezzi e tariffe. Si comprerà meno non credo, ma si evaderà di più e la spinta inflazionistica rischia di farci pagare molto più dell'1%. Un'autentica follia. Sul fronte dell'Irpef il danno è già stato fatto. Dopo tutte le ipotesi di queste settimane e con l'incertezza che permane temo che i commercialisti siano stati già allertati a dovere e che si sia perso già più gettito di quello che si pensa di ottenere.
Purtroppo queste nuove misure vanno nella direzione esattamente opposta a quella indicata dalla Bce, dalla Banca d'Italia e dal semplice buon senso, perché accentuano il peso già preponderante delle nuove entrate rispetto ai tagli di spesa, il che aggrava l'effetto depressivo delle due manovre sulla crescita economica, che invece per raggiungere il pareggio di bilancio dovrebbe essere rilanciata. Tasse, tasse, e ancora tasse, pur di evitare poche, semplici riforme strutturali che tutti sanno essere necessarie: innalzamento dell'età pensionabile, privatizzazioni, e perché non una moratoria totale della spesa per cinque anni?
Tuesday, August 30, 2011
Manovra 2.0
Un «passo avanti». Per il Pdl, non per il PaeseTutto secondo previsioni. E' stato un agosto thriller, con il governo costretto a varare una seconda pesante manovra in pieno Ferragosto, dopo quella di luglio, per anticipare al 2013 il tentativo di pareggio di bilancio (mossa che su questo blog avevo definito prima opportuna, fin dalla presentazione della prima manovra, poi necessaria, vista la bocciatura dei mercati e la drammatica crisi in cui si stavano avvitando i nostri titoli di Stato). Presi dal panico, ci sono arrivati il 13 agosto, ottenendo così l'ossigeno della Bce. Attaccati ad una maschera ad ossigeno è l'immagine più appropriata per descrivere la situazione dei nostri titoli di Stato. Sbaglieremmo, infatti, a sentirci fuori pericolo.
E' innegabile che dal vertice di ieri ad Arcore la manovra ferragostana sia uscita migliorata, lievemente ma in modo quasi insperabile alla vigilia. Cancellate le due nuove aliquote Irpef (altro che «contributo di solidarietà»!); esclusa la sciagurata ipotesi di un aumento dell'Iva; l'abolizione delle Province - tutte - così come il dimezzamento del numero dei parlamentari inseriti in un ddl costituzionale. Insomma, tolte le parti più scabrose, le misure attraverso le quali in modo solo più vistoso delle altre avrebbero messo le mani nelle nostre tasche, è troppo poco per farci mutare il giudizio complessivo sulle due manovre, che come ha evidenziato il Sole sono basate per il 70% su nuove entrate («nell'ipotesi più ottimistica», secondo la Corte dei Conti, la pressione fiscale sfonderà quota 44% nel 2014: un livello mai raggiunto prima), mentre rinviano alle "calende greche" l'innalzamento dell'età pensionabile (settore in cui una vera riforma potrebbe valere decine di miliardi), agiscono troppo timidamente sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (le norme si prestano a troppe interpretazioni) e mantengono ingessati i mercati delle professioni e dei servizi privati. Bene che si taglino molte poltrone e buona, se verrà confermata, la parte sul lavoro, con il rafforzamento della contrattazione aziendale, che potrà derogare dai contratti nazionali persino su parti dello Statuto dei lavoratori come l'articolo 18.
Dunque, niente aumento dell'Irpef, niente aumento dell'Iva, accontentati i comuni, che subiranno molti meno tagli. Come sarà possibile tutto ciò a saldi invariati? Mancherebbero all'appello circa 4 miliardi e l'impressione è che Tremonti abbia fatto ricorso al jolly di un maggior recupero dall'evasione e dall'elusione fiscale - il che significa che dobbiamo aspettarci nuovi odiosi strumenti di polizia tributaria, dopo che è già stato oltrepassato il "Piave" dell'inversione dell'onere della prova negli accertamenti - e che intenda puntare sulla delega assistenziale e fiscale per tirar fuori i quattrini che servono (con la spada di Damocle di 20 miliardi di minori agevolazioni Irpef). Insomma, le nostre tasche non sono affatto al riparo.
L'unica nota positiva - almeno per militanti e simpatizzanti - è politica: il Pdl ha reagito, non è rimasto alle corde come un pugile suonato, ottenendo almeno di evitare i provvedimenti simbolicamente più sputtananti. Ma purtroppo la sensazione è che il danno sia ormai irreparabile. La politica economica che avrebbe dovuto farci passare indenni o quasi dalla crisi è fallita e non si può neppure dire che non siano state messe le mani nelle tasche degli italiani. Un esempio? L'aumento dell'aliquota Ires di 4 punti percentuali, al 10,5%, sul settore energetico, e gli aumenti già decisi a luglio su banche e assicurazioni, chi credete che li pagherà? E con lo sblocco delle addizionali a chi credete che chiederanno i soldi comuni e regioni, giustificandosi con i tagli subiti? Per non parlare della patrimoniale sui conti titoli introdotta dalla prima manovra. Ed è ben lungi dall'essere una nota di merito l'accingersi solo ora, solo dopo 3 anni e mezzo di legislatura e solo perché ci si è trovati letteralmente con il coltello alla gola, a realizzare due riforme - l'abolizione delle province e il dimezzamento dei parlamentari - scritte nel programma di governo.
Era e resta impensabile aspettarsi a questo punto una rivoluzione di filosofia economica da parte del governo. L'errore è stato commesso all'inizio, da chi teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme e da chi li ha lasciati fare. Dal punto di vista politico è già tanto che siano arrivate correzioni marginali ma simbolicamente importanti. Bene per il Pdl, appunto, non per il Paese.
Le due manovre infatti non invertono il paradigma italiano: in difficoltà, lo Stato preleva nuove entrate anziché incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica adottando un approccio zero-budgeting. Se una manovra di rientro di tale portata ha di per sé un effetto depressivo sull'economia, anche se fosse di soli tagli alla spesa, le due varate in due mesi dal governo, proprio perché costituite quasi per i tre quarti da nuove entrate, che determinano una rilevante compressione dei redditi, rischiano di accentuare ancor di più gli effetti depressivi. Effetti che il governo non si è nemmeno preoccupato di tamponare con vigorose riforme pro-crescita, per esempio quella fiscale e un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni a tappe forzate. Non si tratta solo di una questione di principio, ma di efficacia: una manovra per lo più di nuove entrate, con riforme strutturali troppo timide, quando abbozzate, deprime l'economia più di una di tagli alla spesa e quindi rischia di fallire l'obiettivo del pareggio di bilancio nonostante lo sfoggio di "rigore".
Friday, July 01, 2011
Vince il tremontismo
Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra
E' vero che nessuno ci ha mai chiesto il pareggio di bilancio nel 2011, ed è vero che l'entità della manovra per il 2011 e il 2012, se si sommano gli effetti dei provvedimenti assunti negli anni scorsi, è pressocché identica a quella per il 2013 e 2014, quindi l'accusa di aver scaricato sul successivo governo il peso del risanamento è falsa, posta in questi termini. Lo stesso Tremonti, come ricorda Porro su il Giornale, fece nell'estate del 2008 una manovra da quasi 40 miliardi (quella dei cosiddetti «tagli lineari») che proprio in questi anni sta dispiegando i suoi effetti. Nessuna «bomba a orologeria», dunque. E persino il presidente Napolitano, in quella che è sembrata una replica alle critiche delle opposizioni, l'altro ieri certificava che la concentrazione dei sacrifici nel 2013 e 2014 corrisponde alle richieste europee. Ma in realtà, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe stata nell'interesse proprio dell'attuale governo.
Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, avrebbe significato certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente avrebbe comportato tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse avremmo sorpreso positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente si sarebbe potuta presentare agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Anche la legge delega per la riforma del fisco prevede un arco temporale - tre anni - che scavalca il termine di questa legislatura. Un altro obiettivo, dunque, quello della riduzione delle tasse - ammesso che alle tre nuove aliquote corrisponderanno scaglioni di reddito tali da ridurre effettivamente il carico fiscale - che esce dall'orizzonte dell'attuale legislatura, la seconda di questo centrodestra al governo.
La manovra sì, sembra soddisfare le richieste europee e mettere in sicurezza i conti. Contiene anche buone misure, accanto ad altre dal deciso sapore anti mercato. Ma se dal punto di vista contabile è probabile che raggiunga il suo scopo (il pareggio di bilancio nel 2014) - spero che nessuno sotto sotto, per fare dispetto a Berlusconi e a "Voltremont", auspichi per l'Italia la fine della Grecia - dal punto di vista politico sancisce il tramonto della leadership di Berlusconi (che le cronache riportano letteralmente assopito) e l'apice dell'influenza di Tremonti, il quale però sbaglierebbe ad illudersi di aver cambiato paradigma al Paese, come pure crediamo che nel suo intimo si prefiggesse.
Dopo all'incirca otto anni di gestione del Tesoro ciò che il ministro Tremonti è stato capace di presentare agli italiani è una manutenzione, saggia ma da ragioniere, dell'esistente, mentre era lecito aspettarsi, e ce ne sarebbe stato tutto il tempo in questi ultimi tre anni, una rivoluzione copernicana, in senso liberale, dello Stato. Questa manovra invece non rivoluziona la macchina statale, non dice agli italiani la verità su un modello statalista ormai insostenibile, né libera dalla spesa pubblica risorse sufficienti, in modo da rendere possibile, o da prefigurare un nuovo e diverso paradigma economico e sociale. Quel paradigma che a nostro avviso dovrebbe costituire le fondamenta politiche di una coalizione di centrodestra - e cioè che per spendere occorre produrre, per produrre occorre lavorare e non imboscarsi, e che la ricchezza si produce con meno Stato (leggi meno politica), meno tasse e più mercato.
PENSIONI - L'agganciamento automatico dell'età di pensionamento alle speranze di vita poteva partire già dal 2012, mentre è ridicolo il rinvio di due decenni - non al 2014 ma addirittura al 2032 - dell'equiparazione tra l'età pensionabile degli uomini e quella delle donne. Nel 2032 anche nel settore privato le donne dovranno andare in pensione a 65 anni, come gli uomini, ma è altamente probabile che per quella data dovremo tutti andare in pensione a 70 anni. Gran parte della manovra per fortuna graverà sui bilanci di ministeri ed enti locali (giusto che ai Comuni "virtuosi" sia consentito di spendere), ma non mancano misure da Prima Repubblica per fare cassa, come superbolli e ticket sanitario. Nemmeno sfiorato il capitolo province. Abolirle del tutto non si poteva? Tagliarne qualcuna - per esempio quelle che fanno capo alle grandi metropoli - forse sì, e con qualche risparmio non trascurabile.
COSTI DELLA POLITICA - Potevano rappresentare un cambio di paradigma anche i tagli ai costi della politica, ma il rinvio negli anni rende incerto anche questo capitolo. Se il livellamento delle remunerazioni di tutti gli incarichi politici ai corrispondenti europei (dei sei grandi Paesi dell'area Euro), può rappresentare una piccola rivoluzione dal valore non solo simbolico, bisognerà però aspettare la conclusione dei lavori di una commissione ad hoc, con tutte le incognite del caso. Incoraggiante la stretta su auto e aerei blu, e l'ulteriore decurtazione del 10% del finanziamento ai partiti, così come l'accorpamento delle tornate elettorali (esclusi i referendum), ma sugli stipendi dei parlamentari bisognerà fare i conti con le competenze esclusive di Camera e Senato. E questo non lascia ben sperare.
SVILUPPO, SANITA', STATALI - Certo, non mancano buone misure per favorire lo sviluppo, ma anche su questo fronte manca un cambio di paradigma. Le liberalizzazioni, per esempio, si riducono agli orari di apertura dei negozi (solo in alcune città) e ai servizi di collocamento, mentre il capitolo professioni e ordini rimane blindato, tranne rare eccezioni che scommettiamo il Parlamento renderà non più tali. Molto positiva la tassazione di vantaggio (aliquota del 5% per 5 anni) per le imprese create dai giovani fino a 35 anni e per il nuovo modello contrattuale concordato da sindacati e Confindustria, per incentivare contrattazione decentralizzata e premi di produttività; bene la reintroduzione dei ticket circoscritta agli esami specialistici e ai codici bianchi in pronto soccorso, per responsabilizzare un minimo gli utenti, e la proroga del blocco delle assunzioni e degli aumenti contrattuali nel pubblico impiego, così come la stretta sulle assenze, con la "visita fiscale" che potrà scattare fin dal primo giorno della dichiarata malattia.
FISCO - Se pare accantonata la tassa del 35% sulle operazioni finanziarie delle banche, così come il balzello dello 0,15 per cento sulle transazioni finanziarie, viene però aumentata l'Irap a carico di banche, assicurazioni e società finanziarie, e viene aumentato il bollo sul "dossier titoli", misure il cui peso si trasferirà ovviamente sui clienti e che inspiegabilmente vanno a "punire" chi investe nella crescita del Paese. Passa anche il superbollo per le auto di grossa cilindrata (potenza superiore a 225 kw), mentre su questa follia dei Suv giganteschi vedrei con maggiore favore restrizioni e disincentivi a livello comunale, per occupazione di suolo pubblico. La delega sul fisco è una scatola vuota. Le tre aliquote Irpef ok, ma tutto dipenderà dagli scaglioni di reddito che verranno associati ad esse e da quante risorse per finanziare la riforma verranno dalla spesa pubblica corrente. Probabili l'aumento dell'Iva e la cosiddetta «armonizzazione» della tassazione sulle cosiddette "rendite" finanziarie. Unica aliquota fino al 20%, esclusi i titoli di Stato: saliranno le tasse sulle obbligazioni e scenderanno quelle sui depositi bancari, oggi al 27. Ai piani di risparmio, ai fondi pensione e alle forme di assistenza socio-sanitaria complementare si promettono aliquote inferiori al tetto del 20. A parte il fatto che il risparmio investito è già stato abbondantemente tassato alla fonte, sul reddito, l'orientamento sembra quello di "punire" gli investimenti più rischiosi, il finanziamento delle imprese tramite la Borsa, e premiare il semplice deposito o quelli più "conservativi". Demenziale, ben sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese nell'accesso al credito e nell'attrarre investimenti in Borsa.
E' vero che nessuno ci ha mai chiesto il pareggio di bilancio nel 2011, ed è vero che l'entità della manovra per il 2011 e il 2012, se si sommano gli effetti dei provvedimenti assunti negli anni scorsi, è pressocché identica a quella per il 2013 e 2014, quindi l'accusa di aver scaricato sul successivo governo il peso del risanamento è falsa, posta in questi termini. Lo stesso Tremonti, come ricorda Porro su il Giornale, fece nell'estate del 2008 una manovra da quasi 40 miliardi (quella dei cosiddetti «tagli lineari») che proprio in questi anni sta dispiegando i suoi effetti. Nessuna «bomba a orologeria», dunque. E persino il presidente Napolitano, in quella che è sembrata una replica alle critiche delle opposizioni, l'altro ieri certificava che la concentrazione dei sacrifici nel 2013 e 2014 corrisponde alle richieste europee. Ma in realtà, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe stata nell'interesse proprio dell'attuale governo.
Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, avrebbe significato certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente avrebbe comportato tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse avremmo sorpreso positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente si sarebbe potuta presentare agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Anche la legge delega per la riforma del fisco prevede un arco temporale - tre anni - che scavalca il termine di questa legislatura. Un altro obiettivo, dunque, quello della riduzione delle tasse - ammesso che alle tre nuove aliquote corrisponderanno scaglioni di reddito tali da ridurre effettivamente il carico fiscale - che esce dall'orizzonte dell'attuale legislatura, la seconda di questo centrodestra al governo.
La manovra sì, sembra soddisfare le richieste europee e mettere in sicurezza i conti. Contiene anche buone misure, accanto ad altre dal deciso sapore anti mercato. Ma se dal punto di vista contabile è probabile che raggiunga il suo scopo (il pareggio di bilancio nel 2014) - spero che nessuno sotto sotto, per fare dispetto a Berlusconi e a "Voltremont", auspichi per l'Italia la fine della Grecia - dal punto di vista politico sancisce il tramonto della leadership di Berlusconi (che le cronache riportano letteralmente assopito) e l'apice dell'influenza di Tremonti, il quale però sbaglierebbe ad illudersi di aver cambiato paradigma al Paese, come pure crediamo che nel suo intimo si prefiggesse.
Dopo all'incirca otto anni di gestione del Tesoro ciò che il ministro Tremonti è stato capace di presentare agli italiani è una manutenzione, saggia ma da ragioniere, dell'esistente, mentre era lecito aspettarsi, e ce ne sarebbe stato tutto il tempo in questi ultimi tre anni, una rivoluzione copernicana, in senso liberale, dello Stato. Questa manovra invece non rivoluziona la macchina statale, non dice agli italiani la verità su un modello statalista ormai insostenibile, né libera dalla spesa pubblica risorse sufficienti, in modo da rendere possibile, o da prefigurare un nuovo e diverso paradigma economico e sociale. Quel paradigma che a nostro avviso dovrebbe costituire le fondamenta politiche di una coalizione di centrodestra - e cioè che per spendere occorre produrre, per produrre occorre lavorare e non imboscarsi, e che la ricchezza si produce con meno Stato (leggi meno politica), meno tasse e più mercato.
PENSIONI - L'agganciamento automatico dell'età di pensionamento alle speranze di vita poteva partire già dal 2012, mentre è ridicolo il rinvio di due decenni - non al 2014 ma addirittura al 2032 - dell'equiparazione tra l'età pensionabile degli uomini e quella delle donne. Nel 2032 anche nel settore privato le donne dovranno andare in pensione a 65 anni, come gli uomini, ma è altamente probabile che per quella data dovremo tutti andare in pensione a 70 anni. Gran parte della manovra per fortuna graverà sui bilanci di ministeri ed enti locali (giusto che ai Comuni "virtuosi" sia consentito di spendere), ma non mancano misure da Prima Repubblica per fare cassa, come superbolli e ticket sanitario. Nemmeno sfiorato il capitolo province. Abolirle del tutto non si poteva? Tagliarne qualcuna - per esempio quelle che fanno capo alle grandi metropoli - forse sì, e con qualche risparmio non trascurabile.
COSTI DELLA POLITICA - Potevano rappresentare un cambio di paradigma anche i tagli ai costi della politica, ma il rinvio negli anni rende incerto anche questo capitolo. Se il livellamento delle remunerazioni di tutti gli incarichi politici ai corrispondenti europei (dei sei grandi Paesi dell'area Euro), può rappresentare una piccola rivoluzione dal valore non solo simbolico, bisognerà però aspettare la conclusione dei lavori di una commissione ad hoc, con tutte le incognite del caso. Incoraggiante la stretta su auto e aerei blu, e l'ulteriore decurtazione del 10% del finanziamento ai partiti, così come l'accorpamento delle tornate elettorali (esclusi i referendum), ma sugli stipendi dei parlamentari bisognerà fare i conti con le competenze esclusive di Camera e Senato. E questo non lascia ben sperare.
SVILUPPO, SANITA', STATALI - Certo, non mancano buone misure per favorire lo sviluppo, ma anche su questo fronte manca un cambio di paradigma. Le liberalizzazioni, per esempio, si riducono agli orari di apertura dei negozi (solo in alcune città) e ai servizi di collocamento, mentre il capitolo professioni e ordini rimane blindato, tranne rare eccezioni che scommettiamo il Parlamento renderà non più tali. Molto positiva la tassazione di vantaggio (aliquota del 5% per 5 anni) per le imprese create dai giovani fino a 35 anni e per il nuovo modello contrattuale concordato da sindacati e Confindustria, per incentivare contrattazione decentralizzata e premi di produttività; bene la reintroduzione dei ticket circoscritta agli esami specialistici e ai codici bianchi in pronto soccorso, per responsabilizzare un minimo gli utenti, e la proroga del blocco delle assunzioni e degli aumenti contrattuali nel pubblico impiego, così come la stretta sulle assenze, con la "visita fiscale" che potrà scattare fin dal primo giorno della dichiarata malattia.
FISCO - Se pare accantonata la tassa del 35% sulle operazioni finanziarie delle banche, così come il balzello dello 0,15 per cento sulle transazioni finanziarie, viene però aumentata l'Irap a carico di banche, assicurazioni e società finanziarie, e viene aumentato il bollo sul "dossier titoli", misure il cui peso si trasferirà ovviamente sui clienti e che inspiegabilmente vanno a "punire" chi investe nella crescita del Paese. Passa anche il superbollo per le auto di grossa cilindrata (potenza superiore a 225 kw), mentre su questa follia dei Suv giganteschi vedrei con maggiore favore restrizioni e disincentivi a livello comunale, per occupazione di suolo pubblico. La delega sul fisco è una scatola vuota. Le tre aliquote Irpef ok, ma tutto dipenderà dagli scaglioni di reddito che verranno associati ad esse e da quante risorse per finanziare la riforma verranno dalla spesa pubblica corrente. Probabili l'aumento dell'Iva e la cosiddetta «armonizzazione» della tassazione sulle cosiddette "rendite" finanziarie. Unica aliquota fino al 20%, esclusi i titoli di Stato: saliranno le tasse sulle obbligazioni e scenderanno quelle sui depositi bancari, oggi al 27. Ai piani di risparmio, ai fondi pensione e alle forme di assistenza socio-sanitaria complementare si promettono aliquote inferiori al tetto del 20. A parte il fatto che il risparmio investito è già stato abbondantemente tassato alla fonte, sul reddito, l'orientamento sembra quello di "punire" gli investimenti più rischiosi, il finanziamento delle imprese tramite la Borsa, e premiare il semplice deposito o quelli più "conservativi". Demenziale, ben sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese nell'accesso al credito e nell'attrarre investimenti in Borsa.
Monday, January 11, 2010
Sono 15 anni che aspettiamo. Bene l'annuncio, ma ora i fatti
E' vero che gli anni in cui Berlusconi è stato al governo sono lastricati di promesse non mantenute, soprattutto in tema di riduzione delle tasse, e quindi è saggio non illudersi troppo. L'annuncio di oggi potrebbe essere volto a galvanizzare l'elettorato di centrodestra in vista delle regionali, quindi aspettiamo di vedere che fine faranno le buone intenzioni dopo il voto di marzo. Detto questo, però, fa ben sperare che il premier abbia voluto inaugurare l'anno nuovo e la sua ripresa delle attività dopo l'aggressione di Piazza Duomo rilanciando proprio la riforma fiscale, e ripescando la proposta originaria del '94 e 2001, che molta parte ebbe nei successi elettorali di quegli anni.
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.
Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.
Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?
Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.
Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.
UPDATE ore 18,48
Neanche sul fisco Gianfranco Fini perde occasione per punzecchiare Berlusconi: ricordando che la riduzione delle tasse dev'essere «più incisiva per chi ha redditi medio-bassi e bassi». E avvertendo che se non è ben chiaro quali sono le «coperture», allora si fa solo «propaganda». Proprio quel genere di argomenti con i quali già una volta, nel 2003, ha affossato le due aliquote.UPDATE ore 19,23
«Prima il quoziente familiare, poi le aliquote». Eccolo, ci mancava, il portabandiera dell'altro argomento affossatore delle due aliquote, Pier Ferdinando Casini, leader del partito trasversale dei "quozientisti".
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