Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si sta ormai consolidando a Palazzo Chigi il vezzo di dare un titolo mediaticamente spendibile ai provvedimenti. Patetici tentativi di supplire all'inadeguatezza, all'insufficienza di contenuti dell'atto che si sta varando con un efficace "spin" comunicativo, enfatizzando effetti taumaturgici che non si verificheranno. Così come non è bastato al governo Monti ribattezzare i suoi decreti "salva-Italia" e "cresci-Italia" per salvare davvero, o far crescere l'Italia, non basterà al governo Letta chiamare il suo prossimo provvedimento "decreto del fare" per convincerci che sta facendo qualcosa di epocale, o che sta aiutando gli italiani a riavviare le attività produttive - quelle del "fare", appunto.
Il voto delle amministrative rafforza il governo Letta, è la lettura "politicista" prevalente, perché non punisce il Pd per essersi piegato alle "larghe intese" con il caimano, anzi sembra premiarlo (ma allora bisognerebbe concludere che per lo stesso motivo punisce severamente il Pdl), e perché bastonando il centrodestra ne raffredda i bollenti spiriti, dissuadendo Berlusconi dal mettere a rischio la tenuta dell'esecutivo. In realtà, il governo Letta può sperare di durare solo se fa, se agisce. E' come andare in bicicletta: se sta fermo, cade. Ma per fare cose davvero utili al paese non basta attribuire l'appellativo "del fare" ad un decreto.
Fino ad oggi, è stato piuttosto il governo del dire e non dire. Tranne la proroga degli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni, su nessun tema - dall'Imu all'aumento dell'Iva, e in generale sulle tasse, passando per la revisione della spesa e la questione del debito pubblico - ha proferito una parola chiara, definitiva, sulla direzione che intende intraprendere. E la sensazione è che tutto si riduca ad un pressing bipartisan (Pd-Pdl) su Bruxelles per ottenere un po' di caro, vecchio deficit spending, senza mettere davvero mano al dissestato "sistema Italia".
Ben vengano, intendiamoci, misure di liberalizzazione, di semplificazione, di defiscalizzazione delle nuove assunzioni, così come il superamento delle rigidità in ingresso sciaguratamente introdotte dalla riforma Fornero sul lavoro. Ma i dati di questi giorni obbligano la politica, il governo e i partiti che lo sostengono, a scelte ben più coraggiose, ad un vero e proprio cambio di passo e di paradigma, innanzitutto in campo fiscale.
La produzione industriale in calo del 4,6% rispetto ad aprile 2012; il Pil nel I trimestre 2013 di un ulteriore 0,6%, con una perdita già acquisita per quest'anno dell'1,6%, ben peggiore delle stime del governo; il total tax rate sulle nostre imprese al 68,3%, oltre 20 punti sopra la soglia media che grava sulle imprese europee concorrenti; una pressione fiscale effettiva del 53,4% del Pil (paghiamo 38 miliardi di tasse in più rispetto ai partner europei!).
Questi dati impietosi testimoniano che non stiamo affatto uscendo dalla crisi, che la nostra economia è nel bel mezzo di un avvitamento, e quindi che non possiamo permetterci di procedere per rinvii di tre o sei mesi, aspettando di intervenire più a fondo con la legge di stabilità del 2014. Bisognerebbe invertire al più presto questa inerzia con un vero e proprio shock, ma purtroppo i provvedimenti ipotizzati al vertice governo-maggioranza di questa mattina, o che filtrano dalle indiscrezioni di stampa, non solo non sembrano contenere cure e terapie adeguate al male italiano, ma non raggiungono nemmeno lo status di aspirine. Somigliano piuttosto a delle semplici tisane.
Non si tratta di dare 3-400 milioni, uno o due miliardi da una parte, magari togliendoli dall'altra. Serve una grande, coraggiosa, operazione di politica fiscale che alleggerisca il carico su tutti i fronti: Iva, Imu, Irap. Tagliando la spesa, dismettendo asset pubblici, e anche - a questo scopo sì, avrebbe senso - ammorbidendo i vincoli europei.
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Tuesday, June 11, 2013
Tuesday, May 14, 2013
L'Imu mette ko il mercato immobiliare
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
Wednesday, March 20, 2013
Perché Napolitano deve scaricare subito Bersani
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
Altro che Renzi, che resta in riva al fiume rischiando di distrarsi troppo. Oggi le due anime del principale partito di sinistra, il Pd, sono rappresentate la prima, quella maggioritaria, dal segretario Bersani, che dietro di sé (almeno per ora, almeno formalmente) ha la quasi unanimità del gruppo dirigente; e l'altra, decisamente minoritaria, da una personalità esterna, il presidente della Repubblica Napolitano, forte del suo ruolo e del sostegno "in sonno" di alcuni esponenti del partito. I due sono arrivati al momento dell'incontro/scontro decisivo. Non è un mistero, infatti, che Bersani punta ad un incarico pieno, senza riserva, per presentarsi in Parlamento con una squadra di governo in grado di sedurre i grillini, ripetendo il successo (parziale) dei nomi di Boldrini e Grasso per la presidenza delle Camere. In caso di insuccesso, riportare il paese alle urne già a giugno, ma al volante di Palazzo Chigi e scaricando la colpa sull'irresponsabilità di Grillo. Non ci sarebbe il tempo per convocare nuove primarie e il candidato sarebbe ancora lui: Bersani. Al contrario, la linea del capo dello Stato è sgonfiare, neutralizzare lo tsunami grillino - non inseguirlo - con almeno un anno di buon governo ("di scopo", di "larghe intese") su pochi punti qualificanti (emergenza economica, costi della politica, legge elettorale), frutto di un compromesso "alto" tra le forze politiche responsabili. Tentare tutte le strade, dunque, per dare al paese un governo stabile, come hanno riferito i presidenti delle Camere Grasso e Boldrini dopo il colloquio con il presidente.
L'Italia infatti non può permettersi di andare avanti "a tentoni", per tentativi (prima Bersani, poi semmai avanti un altro), né di sperimentare le maggioranze variabili o altre assurde formule, per poi alla fine precipitarsi al voto balneare, con un governo per gli affari correnti che avrebbe una conoscenza molto meno approfondita dei dossier rispetto a quello uscente. La crisi morde, gli ultimi sviluppi dell'Euro-delirio fanno temere da un momento all'altro una nuova fase acuta da rischio sistemico, e molti nodi cruciali sono in attesa di essere sciolti da un governo nel pieno delle sue funzioni e sostenuto da forze senza "grilli" per la testa: dall'incombenza di nuove stangate fiscali già previste, come nuova Tares e ulteriore aumento dell'Iva, che bisognerebbe scongiurare, al pagamento dei debiti commerciali della PA nei confronti delle imprese, per non parlare del completamento di alcune riforme troppo timidamente avviate dal governo Monti (Autorità dei trasporti, Strategia energetica nazionale, servizi pubblici locali, piano di dismissioni), ma di fondamentale importanza per attrarre investimenti e far ripartire la nostra economia.
Il guaio è che l'inerzia sembra avvantaggiare Bersani. Perché la linea del presidente abbia qualche chance di riuscita, infatti, si dovrebbe passare dall'oggi al domani dalla fase dei veti incrociati tra le forze politiche ad una fase di ricerca delle possibili convergenze. I numerosi richiami di Napolitano al comune senso di responsabilità, le sue esortazioni ad abbandonare una sterile contrapposizione tra i partiti, non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati scientemente contraddetti dalla linea di sistematica occupazione delle istituzioni (presidenza delle Camere e Quirinale) che sta portando avanti il Pd e da dichiarazioni incendiarie (il sì all'arresto di Berlusconi, che nessuna procura ha ancora richiesto), nonché travolti dall'azione della magistratura contro il leader del Pdl, che ha scatenato la prevedibile reazione scomposta del centrodestra e offerto al Pd un buon pretesto per chiudere ad ogni ipotesi di dialogo con coloro i quali vengono chiamati «impresentabili». Anche da giornalisti del servizio pubblico desiderosi di appuntarsi medagliette in vista di futuri prestigiosi (e ben retribuiti) incarichi.
Alla fine è probabile che Napolitano decida per una via di mezzo: non un incarico, ma un mandato "esplorativo" a Bersani che consenta al governo tecnico uscente di restare in carica per gli affari correnti. Ma se, come ampiamente e platealmente annunciato, il M5S confermerà nelle consultazioni la propria assoluta indisponibilità a votare la fiducia ad un governo Pd, il presidente Napolitano non dovrebbe perdere ulteriore tempo e dovrebbe favorire il passaggio ad una nuova fase semplicemente scaricando Bersani e affidando il mandato esplorativo ad un'altra personalità di sua fiducia. Il Pd saprebbe prenderne atto, non mancano segnali in questo senso, anche se il gruppo dirigente è apparentemente allineato dietro il suo segretario. Bersani, viceversa, pretenderebbe di giocare fino in fondo la carta Grillo, e permetterglielo significa non poter cominciare ad esplorare strade alternative. A quel punto, qualsiasi sia l'esito, si verrebbe a creare una situazione in cui, trascorso altro tempo prezioso, a Napolitano non resterebbe che accelerare la sua successione.
Esattamente il disegno di Bersani: rendere impraticabile, per mancanza di tempo e di clima politico, l'iniziativa del capo dello Stato, eleggere prima possibile il suo successore in modo che possa sciogliere senza ulteriori indugi le Camere, tornando al voto ancora da candidato premier.
Monday, January 21, 2013
Monti un bluff conclamato
Il discusso editoriale di Wolfgang Münchau sul Financial Times va letto innanzitutto in chiave anti-austerità e anti-Merkel. E' in base a tali criteri che giudica le tre principali offerte politiche in Italia, evidenziandone i limiti e giungendo a conclusioni pessimistiche (e purtroppo fondate). A Monti essenzialmente rimprovera di aver «sottovalutato il prevedibile impatto dell'austerità» e di non essersi opposto ad Angela Merkel. Ma questo non deve suonare come un endorsement a favore di Berlusconi. Tutt'altro. All'ex premier riconosce una «buona campagna», all'insegna di un «messaggio anti-austerità», ma non la credibilità necessaria: sono solo slogan. Piuttosto, è a Bersani che Münchau sembra guardare con più indulgenza: di recente il segretario del Pd ha provato a prendere le distanze dalle politiche di austerità e c'è una possibilità leggermente superiore che riesca a tenere testa alla Merkel, «perché in una posizione migliore per fare squadra con Hollande».
Comunque sia, che la vediate "da destra" o "da sinistra", che vi iscriviate alla prima, alla seconda o alla terza delle tre opzioni anti-crisi delineate da Münchau (restare nell'euro e sopportare da soli l'intero peso dell'aggiustamento, fiscale ed economico; restare nell'euro, a condizione di un aggiustamento condiviso e simmetrico tra paesi debitori e creditori; uscire dall'euro), un paio di verità incontestabili e senza attenuanti su Monti emergono: 1) ha solo aumentato le tasse, mentre le timide riforme strutturali che ha cercato di introdurre sono state «annacquate fino all'irrilevanza macroeconomica»; 2) racconta di aver salvato l'Italia dal baratro, ma il calo dello spread e dei rendimenti si deve alle iniziative di un altro Mario - Draghi, presidente della Bce - e gli italiani lo sanno bene.
Che siate acerrimi oppositori delle politiche di austerità imposte da Berlino, come Seminerio, per intenderci, o che invece vi convinca di più la prima opzione (la via "virtuosa" al risanamento attraverso tagli di spesa, debito e tasse - quella di Giannino), da qualsiasi punto di vista, insomma, Monti è stato un fallimento, o un bluff, come scrivo ormai da mesi. Riconoscerlo non significa essere berlusconiani né di sinistra.
Monti non si è opposto alla Merkel - se pensate come Münchau che avrebbe dovuto farlo - né ha realizzato le necessarie riforme strutturali (nemmeno in campagna elettorale, finora, ha proposto qualcosa di concreto). Si è limitato ad alzare le tasse per aggiustare i conti nel breve termine e guadagnare tempo in attesa che la tempesta finisse. Quella che l'editorialista del FT chiama la «quarta opzione», in realtà una falsa pista che presto o tardi riporta alle prime tre opzioni.
Comunque sia, che la vediate "da destra" o "da sinistra", che vi iscriviate alla prima, alla seconda o alla terza delle tre opzioni anti-crisi delineate da Münchau (restare nell'euro e sopportare da soli l'intero peso dell'aggiustamento, fiscale ed economico; restare nell'euro, a condizione di un aggiustamento condiviso e simmetrico tra paesi debitori e creditori; uscire dall'euro), un paio di verità incontestabili e senza attenuanti su Monti emergono: 1) ha solo aumentato le tasse, mentre le timide riforme strutturali che ha cercato di introdurre sono state «annacquate fino all'irrilevanza macroeconomica»; 2) racconta di aver salvato l'Italia dal baratro, ma il calo dello spread e dei rendimenti si deve alle iniziative di un altro Mario - Draghi, presidente della Bce - e gli italiani lo sanno bene.
Che siate acerrimi oppositori delle politiche di austerità imposte da Berlino, come Seminerio, per intenderci, o che invece vi convinca di più la prima opzione (la via "virtuosa" al risanamento attraverso tagli di spesa, debito e tasse - quella di Giannino), da qualsiasi punto di vista, insomma, Monti è stato un fallimento, o un bluff, come scrivo ormai da mesi. Riconoscerlo non significa essere berlusconiani né di sinistra.
Monti non si è opposto alla Merkel - se pensate come Münchau che avrebbe dovuto farlo - né ha realizzato le necessarie riforme strutturali (nemmeno in campagna elettorale, finora, ha proposto qualcosa di concreto). Si è limitato ad alzare le tasse per aggiustare i conti nel breve termine e guadagnare tempo in attesa che la tempesta finisse. Quella che l'editorialista del FT chiama la «quarta opzione», in realtà una falsa pista che presto o tardi riporta alle prime tre opzioni.
Wednesday, December 05, 2012
Mario & Mario: i meriti di Draghi e i tentennaMonti
Anche su L'Opinione
C'è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell'altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest'ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo "inconfessato" desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l'idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.
La realtà è che il "mood", l'umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell'euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d'intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal "buyback" di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell'euro sembra un più lontano.
In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un'apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell'economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l'anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell'avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del "cavallo di troia" degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.
L'economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l'attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l'ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.
Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un'ampia fetta di elettorato; dall'altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un'alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l'ingresso a Palazzo Chigi.
Se Monti rifiuterà di "politicizzarsi", di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l'Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.
C'è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell'altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest'ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo "inconfessato" desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l'idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.
La realtà è che il "mood", l'umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell'euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d'intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal "buyback" di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell'euro sembra un più lontano.
In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un'apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell'economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l'anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell'avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del "cavallo di troia" degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.
L'economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l'attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l'ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.
Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un'ampia fetta di elettorato; dall'altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un'alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l'ingresso a Palazzo Chigi.
Se Monti rifiuterà di "politicizzarsi", di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l'Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.
Thursday, November 29, 2012
Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta
Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.
Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.
Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.
Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.
Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.
Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Tuesday, November 20, 2012
Il marchio Monti in franchising non può bastare
Anche su L'Opinione
Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.
Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?
Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?
Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?
Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.
Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.
Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?
Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?
Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?
Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.
Monday, November 19, 2012
Il ritorno del broker Monti
Monti in versione broker è tornato, con un road show negli stati del Golfo Persico a caccia di acquirenti per i nostri titoli di stato e altri asset. Peccato che in Kuwait, forse tradito da un'eccessiva autostima e dal desiderio di essere richiamato a Palazzo Chigi, sia incorso in una gaffe attutita solo dalla benevolenza di media compiacenti. Affermare che «ora l'Italia è affidabile», mentre interrogato sul dopo elezioni rispondere «non posso garantire per il futuro» è un'uscita davvero molto istituzionalmente scorretta: come si può accettare che un premier, in visita all'estero, metta in dubbio l'affidabilità del suo paese dopo le elezioni che si terranno solo fra pochi mesi? Per altro, dopo aver esortato ad investire in Italia sfruttando le "basse" valutazioni degli asset del paese? E' sembrato quasi un invito a investire e a disinvestire nell'arco dei tre mesi che ci separano dal voto.
Anche se ci fosse del vero, e se pensasse in cuor suo di non poter garantire sull'affidabilità futura del paese, il suo ruolo gli imporrebbe di non dirlo, almeno non all'estero. L'avesse fatto Berlusconi sarebbe stato - giustamente - crocifisso. E il ministro Riccardi, esponente di punta della lista montezemoliana, probabilmente al di là delle sue intenzioni ha peggiorato la gaffe, confermando che l'impossibilità di offrire garanzie sull'affidabilità politica del nostro paese dopo il voto è proprio ciò che il premier «ha percepito» e ha voluto dire, e che sta agli italiani «fare i conti con le loro scelte». Come dire: siete avvertiti, senza Monti l'Italia non è affidabile.
Dal Qatar Monti, da politico accorto, ha poi corretto il tiro dicendosi «certo» che dopo il voto, «qualsiasi cosa accadrà nella politica italiana», «i governi che verranno opereranno per il risanamento e le riforme». Anzi, di più, «faranno ancora meglio per far progredire l'economia italiana». E anche Napolitano si è affrettato a rassicurare i nostri partner: «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Incidente chiuso, insomma, e della gaffe "anti-italiana" non sembra essersi risentito nessuno.
Anche se ci fosse del vero, e se pensasse in cuor suo di non poter garantire sull'affidabilità futura del paese, il suo ruolo gli imporrebbe di non dirlo, almeno non all'estero. L'avesse fatto Berlusconi sarebbe stato - giustamente - crocifisso. E il ministro Riccardi, esponente di punta della lista montezemoliana, probabilmente al di là delle sue intenzioni ha peggiorato la gaffe, confermando che l'impossibilità di offrire garanzie sull'affidabilità politica del nostro paese dopo il voto è proprio ciò che il premier «ha percepito» e ha voluto dire, e che sta agli italiani «fare i conti con le loro scelte». Come dire: siete avvertiti, senza Monti l'Italia non è affidabile.
Dal Qatar Monti, da politico accorto, ha poi corretto il tiro dicendosi «certo» che dopo il voto, «qualsiasi cosa accadrà nella politica italiana», «i governi che verranno opereranno per il risanamento e le riforme». Anzi, di più, «faranno ancora meglio per far progredire l'economia italiana». E anche Napolitano si è affrettato a rassicurare i nostri partner: «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Incidente chiuso, insomma, e della gaffe "anti-italiana" non sembra essersi risentito nessuno.
Thursday, November 15, 2012
In piazza l'ideologia non il disagio
Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Wednesday, November 07, 2012
Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti
A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
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I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
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Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Wednesday, October 03, 2012
Lo dice anche la Corte dei Conti: la cura Monti non basta
Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule "Monti-bis" o "agenda Monti", che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura sfruttando l'inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l'impresentabilità altrui. Se è in campo, non più solo come carta d'emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni. Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta "agenda Monti" non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest'ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, e tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell'Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.
Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
(...)
Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».
E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
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Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».
E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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Thursday, September 27, 2012
Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti
Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.
Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.
Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.
Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Saturday, September 22, 2012
Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate
E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?
Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Tuesday, September 18, 2012
Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare
Anche su L'Opinione
Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.
La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.
L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.
La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.
I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?
Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.
Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.
La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.
L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.
La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.
I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?
Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.
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Wednesday, September 12, 2012
Monti tra verità e contraddizioni
Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.
E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.
Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.
Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.
Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.
Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.
Monday, September 10, 2012
Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre
Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.
Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.
Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.
Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.
Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.
Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.
Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.
Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.
Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.
Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.
Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.
Friday, September 07, 2012
Ma il problema del moral hazard resta
Come prevedibile la stampa nazionale e la politica italiane (nonché i mercati) hanno celebrato enfaticamente il piano Draghi, mentre in Germania sono molto meno contenti. Le polemiche aizzate dalla Bundesbank e da alcune testate sono talmente chiassose e sopra le righe, a tal punto da ignorare gli aspetti del piano che obiettivamente vanno incontro alle preoccupazioni tedesche, da dare l'idea di una vera e propria sollevazione anti-Bce, che a ben vedere non c'è stata. Se il silenzio-assenso da parte del governo Merkel viene criticato dai falchi all'interno della stessa maggioranza, anche il mondo produttivo e la comunità degli economisti sono divisi tra falchi e colombe. Ma non siamo certo noi, con la nostra stampa che titola "IV Reich" o peggio, a poter dare lezioni di sobrietà alla stampa tedesca che parla alla pancia dei suoi lettori.
Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.
Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.
Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.
A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?
Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.
Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.
Draghi ha senz'altro mantenuto fede alle promesse di luglio («faremo tutto quanto necessario per difendere l'euro e, credetemi, sarà abbastanza»). I mercati festeggiano perché forse per la prima volta dall'inizio della crisi si è avuta la dimostrazione concreta della volontà delle istituzioni europee di difendere l'integrità dell'Eurozona. Il combinato disposto di ESM e OTM rappresenta un firewall che quanto meno promette di scongiurare in futuro il caos gestionale della crisi greca. Se altri Paesi entreranno in crisi, da oggi c'è una strada tracciata, una via al commissariamento - più rigido o soft a seconda dei casi, dipenderà dal negoziato politico - che allontana le prospettive di fallimenti traumatici e riduce i rischi di rottura dell'euro.
Ma se è fuori luogo strapparsi i capelli in Germania, lo è altrettanto brindare e darsi ai festeggiamenti in Italia e Spagna, fingendo di ignorare il nodo delle "condizionalità". L'attivazione del programma prevede comunque una forma di commissariamento, anche se soft. Perché il meccanismo messo in piedi da Draghi non regala nulla. Monti ha invocato più volte opportuni «riconoscimenti», in termini di interventi per "calmierare" i rendimenti, dei progressi compiuti nella politica di bilancio e nelle riforme. Ecco, lo scudo Draghi non è nulla di simile. Non è una ricompensa per i "compiti a casa" fatti, né formalmente un aiuto a fronte di condizioni, bensì uno strumento per depurare dallo spread i fattori di rischio estranei alla situazione macroeconomica del singolo Paese. Semplificando si potrebbe dire che lo scudo Draghi è concepito per far rientrare le paure di reversibilità dell'euro piuttosto che per "salvare" Spagna o Italia.
Limitare gli acquisti ai titoli a scadenza da 1 a 3 anni significa monetizzare il meno possibile il debito; evitare di quantificare ex ante i titoli da acquistare e di fissare tetti ai rendimenti vuol dire sì non dare riferimenti agli speculatori, ma anche porre un freno al moral hazard degli Stati. Così come la trasparenza sugli acquisti servirà a mantenere alta la pressione politica su di essi. La «piena sterilizzazione» svuota le critiche tedesche sul rischio inflazione, mentre lo status paritario della Bce nei confronti degli altri creditori rassicura i mercati ma rappresenta dei rischi, che in ultima analisi gravano sulle spalle dei contribuenti europei.
A voler essere onesti, l'accusa alla Bce di mettere i piedi nella politica fiscale non è del tutto infondata, ma lo era di più con il vecchio programma, l'SMP (infatti stoppato dagli euromembri più rigorosi), che con l'OMT. Non solo i tedeschi, anche il Wall Street Journal parla di «giant step into fiscal policy», che «costerà caro all'indipendenza politica della Bce». Diciamo che siamo al limite, a cavallo di un confine molto labile. Se è vera l'interpretazione secondo cui gli spread elevati incorporano distorsioni ormai non tutte dipendenti dalla situazione macroeconomica dei Paesi in difficoltà, allora si pone un problema di efficacia della politica monetaria, che va curato. Oggi sappiamo che in parte è così, ma un domani potremo esserne ugualmente certi?
Di buono c'è che a questo punto la politica non ha più alibi. Il nuovo firewall, se attivato, consentirà ai Paesi in difficoltà di guadagnare tempo per aggiustare il bilancio e approvare le riforme, ma gli acquisti di bond non potranno durare a lungo, perché sarebbe insostenibile politicamente. Ma c'è anche il rischio che, come in passato, il significato dello scudo venga equivocato dalle classi politiche e percepito come una rete di salvataggio pronta a "coprire" il loro moral hazard. La sola prospettiva degli acquisti "calmieranti" potrebbe far calare lo spread "gratuitamente", come in questi due giorni, e allentare quindi la pressione per le riforme e la disciplina di bilancio. In questo caso, i problemi di scarsa crescita e divario di competitività dei Paesi eurodeboli non verrebbero risolti e la rottura dell'euro sarebbe solo rinviata.
Dunque, tornare al business as usual perché tanto la Bce è pronta a soccorrerci sarebbe da pazzi e in caso di richiesta di intervento, che nei prossimi mesi, o settimane, il governo dovrà valutare attentamente, l'ipotesi Monti-bis diventerebbe più che probabile.
Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi
Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.
Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.
Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Wednesday, September 05, 2012
Si tratta ancora sullo scudo anti-spread: il nodo delle condizioni
L'intervento congiunto Esm-Bce dev'essere sollecitato dagli stati in difficoltà e subordinato all'accettazione di severe condizioni, come delineato nelle scorse settimane da Mario Draghi e come si aspetta la cancelliera Merkel, o deve scattare con un certo automatismo sulla base delle autonome valutazioni dell'istituzione di Francoforte? E le eventuali condizioni verrebbero poste dall'Eurogruppo o dalla Bce? Nella conferenza stampa di ieri al termine del loro incontro a Villa Madama il presidente francese Hollande e il premier Mario Monti sono stati piuttosto vaghi su questo punto, lasciando intendere di voler restare fedeli a quanto deciso al Consiglio europeo del 28-29 giugno, nelle cui conclusioni si parlava di memorandum d'intesa ma non di condizioni aggiuntive rispetto agli impegni di bilancio già assunti dai singoli paesi in sede Ue e rispetto alle riforme/manovre in via di attuazione.
(...)
L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
(...)
«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
(...)
Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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L'impressione è che le modalità di attivazione e le condizioni del meccanismo anti-spread siano ancora il tema più dibattuto tra le cancellerie e all’interno del board della Bce. «Fare i compiti a casa è necessario, ma non sufficiente», ha avvertito Monti: «Occorre che via via che una paese realizza progressi nella propria politica economica ci sia un riconoscimento dell'Unione europea affinché non persistano spread privi di riferimento con l'andamento economico e finanziario sottostante». Una frase da cui sembra di capire che il premier italiano auspichi un certo automatismo nelle azioni calmieranti sui rendimenti dei titoli sovrani. La Bce «ha già dato linee guida» sui suoi eventuali interventi e deciderà in «piena autonomia», ha osservato Hollande. Ma nella sua autonomia Draghi sembra aver già deciso che le condizioni ci saranno e saranno severe.
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«Non riusciamo a perseguire la stabilità dei prezzi con l'attuale frammentazione dell'area euro, perché i cambiamenti dei tassi d'interesse si riflettono solo ad uno, o due paesi al massimo», ha spiegato lo stesso Draghi in un'audizione a porte chiuse al Parlamento europeo, secondo le trascrizioni citate da Bloomberg. Nel momento in cui i differenziali, i cui livelli sono in parte ingiustificati, compromettono, se non addirittura annullano, l'efficacia della politica monetaria della Bce, ecco che gli acquisti di bond si rendono necessari, ha avvertito Draghi, hanno a che fare «con il proseguimento dell'esistenza dell'euro».
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Persino i membri più rigidi del board Bce non si oppongono più alla ripresa degli acquisti, essendo ormai ritenuti essenziali per non vanificare la politica monetaria, ma quasi certamente non saranno incondizionati. Le aspettative (sui mercati e in Italia) per la riunione di giovedì del board Bce sono probabilmente eccessive. Anche se fossero messe a punto nel dettaglio le linee guida dei piani di intervento anti-spread, la quantità di titoli da acquistare e i rendimenti ritenuti "equi" per i bond italiani e spagnoli non saranno resi noti. Difficilmente Draghi dirà quando e a quali condizioni la Bce procederà agli acquisti. Perché vorrà valutare caso per caso, a seconda delle situazioni, e perché l'efficacia degli interventi richiede che siano di difficile previsione per i mercati, in modo da non dare vantaggi agli speculatori.
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Tuesday, September 04, 2012
Alternative a Bersani-Vendola cercasi. Fate presto
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D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.
In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.
Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.
Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.
D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.
In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.
Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.
Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.
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