La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra
Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...
E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.
Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).
RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".
Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.
Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.
CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.
E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.
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Tuesday, February 03, 2015
Friday, January 30, 2015
Da rottamatore a riciclatore
No, la notizia non è la disfatta di Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato ben presto una sòla. Non che non ci fossero ottime ragioni per tentare, ma non allo sbaraglio, non con il solo obiettivo dell'aiutino personale, grazia o grazietta. In questi mesi a Renzi è bastato agitare la carota in lontananza per far ingoiare a Berlusconi di tutto, dalla legge elettorale alle riforme. Con danni devastanti inferti alla prospettiva di una ricostruzione del centrodestra. E molto probabilmente Berlusconi ingoierà, in un modo o nell'altro, anche Mattarella al Colle. Certo, con qualche mal di pancia ma senza strappi. Il voltafaccia di Renzi quindi non è una notizia, può sorprendere solo servi, ingenui e opportunisti alla corte dell'ex Cavaliere.
Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.
In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.
Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.
Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.
E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.
Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...
Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.
In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.
Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.
Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.
E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.
Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...
Thursday, December 05, 2013
La controriforma elettorale della Corte
Anche su Notapolitica
La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.
Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.
Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.
La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.
Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.
Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.
Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.
Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.
La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.
Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.
Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.
La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.
Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.
Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.
Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.
Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.
Monday, September 30, 2013
La crisi e il futuro del centrodestra
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ancora una volta Silvio Berlusconi spiazza tutti, anche molti nel suo partito, e ha contro quasi tutti nei palazzi e nei salotti romani (nelle urne, si vedrà). No, non bluffava. Solo chi è molto ingenuo o propina scadente propaganda può davvero sostenere che il Cavaliere abbia aperto la crisi nel tentativo di evitare che si perfezioni la sua decadenza da senatore e di salvarsi dall'applicazione della sentenza di condanna che ne determina comunque l'incandidabilità per tre o sei anni. Certo, ha cercato di trattare sulla sua "agibilità politica", ma sa bene che non sarà certo la crisi a ritardare la sua esclusione dalle istituzioni e il suo destino giudiziario. Perché la crisi, dunque? E' certamente vero che la mossa è strettamente legata alle sue vicende personali (che qualcuno crede fondatamente abbiano a che fare con la democrazia), ma non nel modo banale che ci viene raccontato. Udite udite: nell'aprire questa crisi Berlusconi non ha alcuna convenienza personale. Ma il problema è proprio questo: è stato messo nelle condizioni di non avere nulla da perdere. E allora, perché assecondare i disegni dei suoi carnefici?
Ancora una volta "L'arte della Guerra" di Sun Tzu si conferma compendio di saggezza senza tempo: accerchia il tuo nemico, ma lascia sempre una via di fuga, si batterà con meno ardore. Invece, un animale ferito e disperato, lotterà con tutte le sue forze e contro qualsiasi pronostico. Chi ha deciso di non concedere nemmeno l'onore delle armi a Berlusconi, di accelerare una decadenza che sarebbe comunque sopraggiunta entro poche settimane, applicando una legge di dubbia costituzionalità e comunque funesta per la nostra democrazia, pur di purificarsi agli occhi del proprio elettorato, e di ignorare la questione giustizia per avere dalla sua parte i magistrati, unici in grado di togliere di mezzo l'avversario politico, ha messo nel conto, accettato, il rischio di questa crisi. E d'altronde, la situazione in cui è venuto a trovarsi Renzi - il Congresso che rischia di essere rinviato, l'ipotesi elezioni con Letta candidato, o un brutto governicchio da sostenere - rivela che le impronte digitali su questa crisi non sono solo quelle di Berlusconi. In tanti hanno tirato la corda.
Due erano gli elementi costitutivi di questo governo: una prospettiva di "pacificazione" e una svolta nella politica economica - senza abbandonare il rigore ma coniugandolo con riforme e tagli alla spesa pubblica e alla pressione fiscale per ridare fiato alla nostra economia. Ma proprio il presidente della Repubblica che nel discorso della sua rielezione sembrava perfettamente consapevole della necessità e urgenza di una pacificazione nazionale, nel momento più critico, quello seguito alla controversa condanna definitiva di Berlusconi (eventualità a cui certamente Napolitano era preparato), non ha saputo, o voluto, rilanciarla. Poteva farlo non necessariamente a scapito dell'applicazione della sentenza della Cassazione, aggirandola con provvedimenti di clemenza o leggi ad personam.
La via della pacificazione sarebbe potuta restare nell'alveo della politica, per esempio attraverso un percorso di riforme costituzionali più celere che portasse alla legittimazione reciproca tra avversari e che includesse anche il tema della giustizia. Non, quindi, un quarto grado di giudizio che assolvesse Berlusconi delegittimando clamorosamente la Cassazione, ma un atto politico che riconoscesse come anomalia da correggere l'accanimento giudiziario nei suoi confronti. Eppure, nemmeno una volta fatto fuori il suo avversario per via giudiziaria il Pd ha mostrato una disponibilità - nemmeno tattica - a mettere finalmente mano alla questione della giustizia ideologizzata e politicizzata, che pure enormi danni sta infliggendo al Paese, anche in sfere diverse da quella strettamente politica (vedi il caso Riva/Ilva). E nemmeno un gesto politico, magari nella forma di un messaggio alle Camere, è arrivato da Napolitano per incoraggiare i suoi "compagni". Qualcosa che potesse, nonostante la sentenza di condanna di Berlusconi, rimettere in moto il processo di pacificazione che sembrava alla portata subito dopo la sua rielezione e la nascita del governo Letta.
Da lì in poi, infatti, le larghe intese nate sotto il segno della pacificazione e della svolta economica si sono rivelate per quello che molti sospettavano: un'operazione di galleggiamento del "relitto Italia", da una parte nell'attesa di mettere fuori gioco Berlusconi, che si compiesse la sua espulsione dalle istituzioni, dall'altra per ritardare il più possibile la candidatura alla premiership di Matteo Renzi. In verità, già scorrendo la lista dei ministri del Pdl si poteva scorgere l'intenzione di dividere i "buoni", disposti al momento opportuno a mollare il vecchio leader e a dar vita all'ennesima operazione centrista (nonostante quella appena fallita di Monti e Casini), da Berlusconi e i "cattivi", che sarebbero stati abbandonati al loro destino.
Ecco, quindi, che l'unico obiettivo del governo sembrava il tirare a campare, per dividere il centrodestra da un lato e sbarrare la strada a Renzi dall'altro. Dai tempi lunghissimi, e le procedure pletoriche, del processo di riforme concepito dal ministro Quagliariello, alle scelte chiave in politica economica continuamente rinviate, rateizzate, anche quando le coperture sembravano alla portata: l'Imu cancellata solo a metà e l'aumento dell'Iva rinviato di tre mesi in tre mesi (per poter scaricare la responsabilità della loro permanenza sul Pdl nel caso in cui avesse staccato la spina), per non parlare della spending review, delle dismissioni e dei costi standard. Anzi, diversi sono stati i decreti di spesa, coperti con nuovi balzelli e accise, di cui anche i ministri Pdl sono stati complici, se non addirittura artefici. Altro che "fortino" e "sentinelle" anti-tasse! I ministri del Pdl in questi mesi hanno avallato, e fino all'ultimo dimostrato che avrebbero continuato ad avallare, qualsiasi nefandezza fiscale pur di tenere in vita il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il pasticcio sull'Iva cucinato tra Saccomanni, Letta e i ministri Pdl, per cui l'aumento veniva rinviato di soli tre mesi aumentando però altre tasse (accise e acconti Ires/Irap). Per qualsiasi motivo e strategia Berlusconi abbia staccato la spina, nessun rimpianto per questo governo dei "Guardiani della Spesa".
Insomma, un film già visto: invece di battere Berlusconi nelle urne, da anni si tenta un "rassemblement" centrista e moderato dopo l'altro per isolarlo nei palazzi della politica. Poi, però, presto o tardi si torna al voto e dalle urne esce un centrino ambiguo e democristiano. E' già capitato a Fini, Casini e Monti. Ora è il turno di Alfano? Il ruolo della sinistra e dei giornali dell'establishment è sempre lo stesso (è scritto a chiare lettere negli editoriali di oggi): allettare i dissidenti di turno (per poi abbandonarli a "funzione" svolta) con la prospettiva di un ambizioso progetto politico - niente meno che un Partito popolare finalmente europeo e liberale - mentre ciò a cui sono veramente interessati è un centro che isoli la destra, docile e remissivo, subalterno, da battere agevolmente o buono al massimo per un governo di coalizione. "Se volete esistere politicamente dopo Berlusconi - ripetono - questo è il momento di farsi avanti". Può darsi, ma esistere come? Come Martinazzoli, Dini e Mastella? Operazione legittima, intendiamoci, com'è legittimo opporsi da parte di chi nel centrodestra ritiene di non voler morire democristiano.
Sta di fatto che le scelte responsabili di Berlusconi a inizio legislatura - la rielezione di Napolitano e le larghe intese - sono state rivoltate contro di lui. Anziché coglierla questa occasione, forse l'ultima, per una pacificazione, una legittimazione reciproca, come premessa per una politica finalmente capace di cambiare il paese, è stata buttata nel cesso, trasformandola nell'ennesimo tentativo di farlo fuori e dividere il centrodestra. Il che c'entra poco o nulla con i richiami alla "stabilità" e alla "responsabilità" di queste ore. In cosa consisterebbero moderazione e responsablità? Nel tenere in vita un governo che si preparava ad aumentare accise e acconti Ires/Irap pur di non trovare nella spesa pubblica il miliardo che serviva. Non in grado, dopo cinque mesi di vita, di muovere un solo passo per tagliare spesa e debito?
La mossa di Berlusconi quindi fa chiarezza anche tra i suoi. Non è solo una questione di fedeltà/tradimento, sono in gioco diverse visioni di centrodestra. Quella centrista delle cosiddette "colombe" a mio modo di vedere porta alla divisione del centrodestra e alla subalternità politica e culturale alla sinistra e al partito della spesa. E' vero però che nemmeno l'alternativa che sembra profilarsi con la nuova Forza Italia appare molto entusiasmante: sarebbe poco lungimirante e perdente se fosse una ridotta di "falchi" interessati a lucrare personalmente da un partito di mera resistenza, senza vocazione maggioritaria e di governo, incapace di recuperare credibilità.
Possibile che il centrodestra italiano sia condannato alla subalternità neo-democristiana o alla marginalità di un nostalgico "Msi" post-berlusconiano? La questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra, o un centrodestra, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte oltre che dagli avversari politici anche da poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro democristiano trasformista, culturalmente subalterno.
Ancora una volta Silvio Berlusconi spiazza tutti, anche molti nel suo partito, e ha contro quasi tutti nei palazzi e nei salotti romani (nelle urne, si vedrà). No, non bluffava. Solo chi è molto ingenuo o propina scadente propaganda può davvero sostenere che il Cavaliere abbia aperto la crisi nel tentativo di evitare che si perfezioni la sua decadenza da senatore e di salvarsi dall'applicazione della sentenza di condanna che ne determina comunque l'incandidabilità per tre o sei anni. Certo, ha cercato di trattare sulla sua "agibilità politica", ma sa bene che non sarà certo la crisi a ritardare la sua esclusione dalle istituzioni e il suo destino giudiziario. Perché la crisi, dunque? E' certamente vero che la mossa è strettamente legata alle sue vicende personali (che qualcuno crede fondatamente abbiano a che fare con la democrazia), ma non nel modo banale che ci viene raccontato. Udite udite: nell'aprire questa crisi Berlusconi non ha alcuna convenienza personale. Ma il problema è proprio questo: è stato messo nelle condizioni di non avere nulla da perdere. E allora, perché assecondare i disegni dei suoi carnefici?
Ancora una volta "L'arte della Guerra" di Sun Tzu si conferma compendio di saggezza senza tempo: accerchia il tuo nemico, ma lascia sempre una via di fuga, si batterà con meno ardore. Invece, un animale ferito e disperato, lotterà con tutte le sue forze e contro qualsiasi pronostico. Chi ha deciso di non concedere nemmeno l'onore delle armi a Berlusconi, di accelerare una decadenza che sarebbe comunque sopraggiunta entro poche settimane, applicando una legge di dubbia costituzionalità e comunque funesta per la nostra democrazia, pur di purificarsi agli occhi del proprio elettorato, e di ignorare la questione giustizia per avere dalla sua parte i magistrati, unici in grado di togliere di mezzo l'avversario politico, ha messo nel conto, accettato, il rischio di questa crisi. E d'altronde, la situazione in cui è venuto a trovarsi Renzi - il Congresso che rischia di essere rinviato, l'ipotesi elezioni con Letta candidato, o un brutto governicchio da sostenere - rivela che le impronte digitali su questa crisi non sono solo quelle di Berlusconi. In tanti hanno tirato la corda.
Due erano gli elementi costitutivi di questo governo: una prospettiva di "pacificazione" e una svolta nella politica economica - senza abbandonare il rigore ma coniugandolo con riforme e tagli alla spesa pubblica e alla pressione fiscale per ridare fiato alla nostra economia. Ma proprio il presidente della Repubblica che nel discorso della sua rielezione sembrava perfettamente consapevole della necessità e urgenza di una pacificazione nazionale, nel momento più critico, quello seguito alla controversa condanna definitiva di Berlusconi (eventualità a cui certamente Napolitano era preparato), non ha saputo, o voluto, rilanciarla. Poteva farlo non necessariamente a scapito dell'applicazione della sentenza della Cassazione, aggirandola con provvedimenti di clemenza o leggi ad personam.
La via della pacificazione sarebbe potuta restare nell'alveo della politica, per esempio attraverso un percorso di riforme costituzionali più celere che portasse alla legittimazione reciproca tra avversari e che includesse anche il tema della giustizia. Non, quindi, un quarto grado di giudizio che assolvesse Berlusconi delegittimando clamorosamente la Cassazione, ma un atto politico che riconoscesse come anomalia da correggere l'accanimento giudiziario nei suoi confronti. Eppure, nemmeno una volta fatto fuori il suo avversario per via giudiziaria il Pd ha mostrato una disponibilità - nemmeno tattica - a mettere finalmente mano alla questione della giustizia ideologizzata e politicizzata, che pure enormi danni sta infliggendo al Paese, anche in sfere diverse da quella strettamente politica (vedi il caso Riva/Ilva). E nemmeno un gesto politico, magari nella forma di un messaggio alle Camere, è arrivato da Napolitano per incoraggiare i suoi "compagni". Qualcosa che potesse, nonostante la sentenza di condanna di Berlusconi, rimettere in moto il processo di pacificazione che sembrava alla portata subito dopo la sua rielezione e la nascita del governo Letta.
Da lì in poi, infatti, le larghe intese nate sotto il segno della pacificazione e della svolta economica si sono rivelate per quello che molti sospettavano: un'operazione di galleggiamento del "relitto Italia", da una parte nell'attesa di mettere fuori gioco Berlusconi, che si compiesse la sua espulsione dalle istituzioni, dall'altra per ritardare il più possibile la candidatura alla premiership di Matteo Renzi. In verità, già scorrendo la lista dei ministri del Pdl si poteva scorgere l'intenzione di dividere i "buoni", disposti al momento opportuno a mollare il vecchio leader e a dar vita all'ennesima operazione centrista (nonostante quella appena fallita di Monti e Casini), da Berlusconi e i "cattivi", che sarebbero stati abbandonati al loro destino.
Ecco, quindi, che l'unico obiettivo del governo sembrava il tirare a campare, per dividere il centrodestra da un lato e sbarrare la strada a Renzi dall'altro. Dai tempi lunghissimi, e le procedure pletoriche, del processo di riforme concepito dal ministro Quagliariello, alle scelte chiave in politica economica continuamente rinviate, rateizzate, anche quando le coperture sembravano alla portata: l'Imu cancellata solo a metà e l'aumento dell'Iva rinviato di tre mesi in tre mesi (per poter scaricare la responsabilità della loro permanenza sul Pdl nel caso in cui avesse staccato la spina), per non parlare della spending review, delle dismissioni e dei costi standard. Anzi, diversi sono stati i decreti di spesa, coperti con nuovi balzelli e accise, di cui anche i ministri Pdl sono stati complici, se non addirittura artefici. Altro che "fortino" e "sentinelle" anti-tasse! I ministri del Pdl in questi mesi hanno avallato, e fino all'ultimo dimostrato che avrebbero continuato ad avallare, qualsiasi nefandezza fiscale pur di tenere in vita il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il pasticcio sull'Iva cucinato tra Saccomanni, Letta e i ministri Pdl, per cui l'aumento veniva rinviato di soli tre mesi aumentando però altre tasse (accise e acconti Ires/Irap). Per qualsiasi motivo e strategia Berlusconi abbia staccato la spina, nessun rimpianto per questo governo dei "Guardiani della Spesa".
Insomma, un film già visto: invece di battere Berlusconi nelle urne, da anni si tenta un "rassemblement" centrista e moderato dopo l'altro per isolarlo nei palazzi della politica. Poi, però, presto o tardi si torna al voto e dalle urne esce un centrino ambiguo e democristiano. E' già capitato a Fini, Casini e Monti. Ora è il turno di Alfano? Il ruolo della sinistra e dei giornali dell'establishment è sempre lo stesso (è scritto a chiare lettere negli editoriali di oggi): allettare i dissidenti di turno (per poi abbandonarli a "funzione" svolta) con la prospettiva di un ambizioso progetto politico - niente meno che un Partito popolare finalmente europeo e liberale - mentre ciò a cui sono veramente interessati è un centro che isoli la destra, docile e remissivo, subalterno, da battere agevolmente o buono al massimo per un governo di coalizione. "Se volete esistere politicamente dopo Berlusconi - ripetono - questo è il momento di farsi avanti". Può darsi, ma esistere come? Come Martinazzoli, Dini e Mastella? Operazione legittima, intendiamoci, com'è legittimo opporsi da parte di chi nel centrodestra ritiene di non voler morire democristiano.
Sta di fatto che le scelte responsabili di Berlusconi a inizio legislatura - la rielezione di Napolitano e le larghe intese - sono state rivoltate contro di lui. Anziché coglierla questa occasione, forse l'ultima, per una pacificazione, una legittimazione reciproca, come premessa per una politica finalmente capace di cambiare il paese, è stata buttata nel cesso, trasformandola nell'ennesimo tentativo di farlo fuori e dividere il centrodestra. Il che c'entra poco o nulla con i richiami alla "stabilità" e alla "responsabilità" di queste ore. In cosa consisterebbero moderazione e responsablità? Nel tenere in vita un governo che si preparava ad aumentare accise e acconti Ires/Irap pur di non trovare nella spesa pubblica il miliardo che serviva. Non in grado, dopo cinque mesi di vita, di muovere un solo passo per tagliare spesa e debito?
La mossa di Berlusconi quindi fa chiarezza anche tra i suoi. Non è solo una questione di fedeltà/tradimento, sono in gioco diverse visioni di centrodestra. Quella centrista delle cosiddette "colombe" a mio modo di vedere porta alla divisione del centrodestra e alla subalternità politica e culturale alla sinistra e al partito della spesa. E' vero però che nemmeno l'alternativa che sembra profilarsi con la nuova Forza Italia appare molto entusiasmante: sarebbe poco lungimirante e perdente se fosse una ridotta di "falchi" interessati a lucrare personalmente da un partito di mera resistenza, senza vocazione maggioritaria e di governo, incapace di recuperare credibilità.
Possibile che il centrodestra italiano sia condannato alla subalternità neo-democristiana o alla marginalità di un nostalgico "Msi" post-berlusconiano? La questione centrale è se questo paese abbia diritto ad avere una destra, o un centrodestra, nei cui confronti non vigano una demonizzazione e una persecuzione permanenti, da parte oltre che dagli avversari politici anche da poteri che dovrebbero essere neutrali se non neutri, o se invece sia condannato ad una non scelta tra una sinistra post-comunista e un centro democristiano trasformista, culturalmente subalterno.
Wednesday, August 07, 2013
The Real Untouchables
Anche su Notapolitica e L'Opinione
L'intervista rilasciata dal giudice Antonio Esposito al Mattino, e l'audio che ha letteralmente e totalmente sbugiardato la sua doppia smentita, sono di una gravità inaudita. 1) Il giudice della Cassazione, presidente della Corte che ha condannato in via definitiva Berlusconi, ha mentito per due volte, nelle due smentite in cui ha negato di aver pronunciato le frasi che poi tutti abbiamo potuto ascoltare nell'audio pubblicato dal quotidiano, e probabilmente ha mentito anche al suo capo, il primo presidente della Cassazione Santacroce, rispondendo alle sue richieste di chiarimento. 2) Nella registrazione audio Esposito sembra fare riferimento proprio alle motivazioni della sentenza di condanna inflitta a Berlusconi: «Noi non andremo a dire "chillo non poteva non sapere", noi potremmo dire nella motivazione, eventualmente, "tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva"... Nunnè che tu nun putev nun sape' pecché eri u cap, pecché pur u capo potrebbe non sapere. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno ditto che te l'hanno riferito, allora è nu poco diverse».
3) Il giudice Esposito cade in contraddizione comunque, sia che si riferisse a Berlusconi sia che parlasse in generale. Se infatti si riferiva alla sentenza Mediaset, è evidente che non ha letto gli atti del processo, dal momento che nessun testimone, nessun "Tizio, Caio e Sempronio" ha mai detto di aver portato a conoscenza di Berlusconi l'elusione fiscale. Anzi, "Tizio, Caio e Sempronio" hanno sempre smentito di averlo informato. Se, invece, parlava in generale, allora la sentenza da lui pronunciata va contro il principio di diritto enunciato nell'intervista, nella quale conferma più volte che non si può condannare qualcuno sull'argomento solo logico, e non giuridico, del "non poteva non sapere", mentre la sentenza che la Cassazione era chiamata a valutare in diritto, senza entrare nel merito, si basava proprio sul "non poteva non sapere", non sul "sapeva".
Nelle sue smentite Esposito denuncia la «manipolazione» dell'intervista, ma qui l'unica manipolazione compiuta dal giornalista del Mattino è la traduzione in italiano delle parole del supremo giudice. In linea teorica, di principio, se un giudice si lascia scappare che l'imputato è stato condannato senza prove - è questo, in pratica, che emerge dall'audio di Esposito - dovrebbe essere possibile revocare anche una sentenza di Cassazione. Ma anche ammesso che l'intervista e l'audio di Esposito non siano elementi sufficienti ad inficiare la sentenza, sono evidentissimi gli estremi per un'azione disciplinare nei suoi confronti. Eppure, mentre scriviamo, a quasi 24 ore dalla pubblicazione dell'audio dell'intervista, che sbugiarda totalmente il giudice, non abbiamo notizie in tal senso, né da parte del Ministero della Giustizia né da parte del Csm. Si badi che l'iniziativa avviata dai consiglieri "laici" del Csm Zanon, Palumbo e Romano, e trasmessa alla I Commissione, è una "pratica a tutela", ben diversa da un procedimento disciplinare ai sensi del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109.
Altro che riforma della giustizia, che qualcuno ingenuamente o ipocritamente evoca come possibile, ora che con la condanna sarebbe caduto l'alibi del favore a Berlusconi. La Cancellieri come ministro della Giustizia e il presidente Napolitano in qualità anche di presidente del Csm potrebbero - quindi dovrebbero - pretendere l'avvio di un'azione disciplinare nei confronti del giudice Esposito. Eppure, né l'una né l'altro sembrano avere la forza nemmeno per chiederla su un caso così conclamato. Figuriamoci una riforma della giustizia! L'amara realtà è che i magistrati nel nostro paese fanno parte dell'unica casta davvero intoccabile, mentre in un paese normale, civile, un Esposito sarebbe stato espulso dalla magistratura e privato della pensione.
L'intervista rilasciata dal giudice Antonio Esposito al Mattino, e l'audio che ha letteralmente e totalmente sbugiardato la sua doppia smentita, sono di una gravità inaudita. 1) Il giudice della Cassazione, presidente della Corte che ha condannato in via definitiva Berlusconi, ha mentito per due volte, nelle due smentite in cui ha negato di aver pronunciato le frasi che poi tutti abbiamo potuto ascoltare nell'audio pubblicato dal quotidiano, e probabilmente ha mentito anche al suo capo, il primo presidente della Cassazione Santacroce, rispondendo alle sue richieste di chiarimento. 2) Nella registrazione audio Esposito sembra fare riferimento proprio alle motivazioni della sentenza di condanna inflitta a Berlusconi: «Noi non andremo a dire "chillo non poteva non sapere", noi potremmo dire nella motivazione, eventualmente, "tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva"... Nunnè che tu nun putev nun sape' pecché eri u cap, pecché pur u capo potrebbe non sapere. Tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno ditto che te l'hanno riferito, allora è nu poco diverse».
3) Il giudice Esposito cade in contraddizione comunque, sia che si riferisse a Berlusconi sia che parlasse in generale. Se infatti si riferiva alla sentenza Mediaset, è evidente che non ha letto gli atti del processo, dal momento che nessun testimone, nessun "Tizio, Caio e Sempronio" ha mai detto di aver portato a conoscenza di Berlusconi l'elusione fiscale. Anzi, "Tizio, Caio e Sempronio" hanno sempre smentito di averlo informato. Se, invece, parlava in generale, allora la sentenza da lui pronunciata va contro il principio di diritto enunciato nell'intervista, nella quale conferma più volte che non si può condannare qualcuno sull'argomento solo logico, e non giuridico, del "non poteva non sapere", mentre la sentenza che la Cassazione era chiamata a valutare in diritto, senza entrare nel merito, si basava proprio sul "non poteva non sapere", non sul "sapeva".
Nelle sue smentite Esposito denuncia la «manipolazione» dell'intervista, ma qui l'unica manipolazione compiuta dal giornalista del Mattino è la traduzione in italiano delle parole del supremo giudice. In linea teorica, di principio, se un giudice si lascia scappare che l'imputato è stato condannato senza prove - è questo, in pratica, che emerge dall'audio di Esposito - dovrebbe essere possibile revocare anche una sentenza di Cassazione. Ma anche ammesso che l'intervista e l'audio di Esposito non siano elementi sufficienti ad inficiare la sentenza, sono evidentissimi gli estremi per un'azione disciplinare nei suoi confronti. Eppure, mentre scriviamo, a quasi 24 ore dalla pubblicazione dell'audio dell'intervista, che sbugiarda totalmente il giudice, non abbiamo notizie in tal senso, né da parte del Ministero della Giustizia né da parte del Csm. Si badi che l'iniziativa avviata dai consiglieri "laici" del Csm Zanon, Palumbo e Romano, e trasmessa alla I Commissione, è una "pratica a tutela", ben diversa da un procedimento disciplinare ai sensi del decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109.
Altro che riforma della giustizia, che qualcuno ingenuamente o ipocritamente evoca come possibile, ora che con la condanna sarebbe caduto l'alibi del favore a Berlusconi. La Cancellieri come ministro della Giustizia e il presidente Napolitano in qualità anche di presidente del Csm potrebbero - quindi dovrebbero - pretendere l'avvio di un'azione disciplinare nei confronti del giudice Esposito. Eppure, né l'una né l'altro sembrano avere la forza nemmeno per chiederla su un caso così conclamato. Figuriamoci una riforma della giustizia! L'amara realtà è che i magistrati nel nostro paese fanno parte dell'unica casta davvero intoccabile, mentre in un paese normale, civile, un Esposito sarebbe stato espulso dalla magistratura e privato della pensione.
Friday, August 02, 2013
Il solito tempismo di Napolitano
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Eh no, caro presidente Napolitano, le sue sono lacrime di coccodrillo. E' il suo solito tempismo! Possibile che ci arriva sempre in ritardo, come su quel maledetto 1956 a Budapest? Anche Lei, come molti illusi (o ipocriti), pensa davvero che solo ora che Berlusconi è condannato in via definitiva sia finalmente possibile riformare la giustizia? E' proprio questo che ha lasciato intendere con la sua nota di giovedì sera: rispetto per la magistratura, ma allo stesso tempo nemmeno Lei vi ripone troppa fiducia, se avverte che "ora" occorre sbrigarsi a ridimensionarla. Ed è grave che Lei abbia tra le righe ammesso che fino ad oggi il Parlamento era interdetto a farlo, non libero di riformare la giustizia, perché sarebbe sembrato un favore a Berlusconi e un dispetto ad alcuni settori influenti della magistratura. E' un'amara verità, quella della politica sotto il ricatto della magistratura, la quale però un presidente della Repubblica, che nel nostro paese è a capo dell'ordinamento giudiziario, aveva il dovere di denunciare apertamente ben prima di giovedì, non tra le righe di un comunicato successivo all'estromissione dalle istituzioni del leader di 10 milioni di italiani.
In quella nota Lei, presidente Napolitano, conferma indirettamente che contro Berlusconi ha agito una giustizia politica. Be', ora è un po' tardi per chiudere la stalla: le condizioni per riformare la giustizia non sono state mai favorevoli, è vero, ma oggi le chance sono pari allo zero. E' impensabile che proprio ora, dopo il maggior successo dei magistrati politicizzati, i partiti trovino la forza per arginare il loro strapotere. Se si azzardano, gli esponenti berlusconiani subiranno lo stesso trattamento del loro capo. E quelli del centrosinistra, che hanno cavalcato le iniziative mediatico-giudiziarie per sconfiggerlo, dal momento che non ci riuscivano politicamente, sono ancor più sotto il ricatto del partito dei giudici e dell'estremismo forcaiolo che essi stessi hanno alimentato. Si tratta di una magistratura che ha rivendicato il potere di selezionare la classe politica. E, complice anche il Suo silenzio, oggi se ne è appropriata. Ormai la magistratura politica ce la tieniamo, con o senza Berlusconi. Tante grazie, presidente.
Eh no, caro presidente Napolitano, le sue sono lacrime di coccodrillo. E' il suo solito tempismo! Possibile che ci arriva sempre in ritardo, come su quel maledetto 1956 a Budapest? Anche Lei, come molti illusi (o ipocriti), pensa davvero che solo ora che Berlusconi è condannato in via definitiva sia finalmente possibile riformare la giustizia? E' proprio questo che ha lasciato intendere con la sua nota di giovedì sera: rispetto per la magistratura, ma allo stesso tempo nemmeno Lei vi ripone troppa fiducia, se avverte che "ora" occorre sbrigarsi a ridimensionarla. Ed è grave che Lei abbia tra le righe ammesso che fino ad oggi il Parlamento era interdetto a farlo, non libero di riformare la giustizia, perché sarebbe sembrato un favore a Berlusconi e un dispetto ad alcuni settori influenti della magistratura. E' un'amara verità, quella della politica sotto il ricatto della magistratura, la quale però un presidente della Repubblica, che nel nostro paese è a capo dell'ordinamento giudiziario, aveva il dovere di denunciare apertamente ben prima di giovedì, non tra le righe di un comunicato successivo all'estromissione dalle istituzioni del leader di 10 milioni di italiani.
In quella nota Lei, presidente Napolitano, conferma indirettamente che contro Berlusconi ha agito una giustizia politica. Be', ora è un po' tardi per chiudere la stalla: le condizioni per riformare la giustizia non sono state mai favorevoli, è vero, ma oggi le chance sono pari allo zero. E' impensabile che proprio ora, dopo il maggior successo dei magistrati politicizzati, i partiti trovino la forza per arginare il loro strapotere. Se si azzardano, gli esponenti berlusconiani subiranno lo stesso trattamento del loro capo. E quelli del centrosinistra, che hanno cavalcato le iniziative mediatico-giudiziarie per sconfiggerlo, dal momento che non ci riuscivano politicamente, sono ancor più sotto il ricatto del partito dei giudici e dell'estremismo forcaiolo che essi stessi hanno alimentato. Si tratta di una magistratura che ha rivendicato il potere di selezionare la classe politica. E, complice anche il Suo silenzio, oggi se ne è appropriata. Ormai la magistratura politica ce la tieniamo, con o senza Berlusconi. Tante grazie, presidente.
Wednesday, April 24, 2013
Incarico a Letta, Pd spalle al muro. E il Pdl prova ad alzare la posta
Anche su Notapolitica e L'Opinione
L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».
IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.
Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.
AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.
Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.
RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».
Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).
L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».
IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.
Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.
AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.
Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.
RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».
Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).
Tuesday, April 23, 2013
Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
CONTINUA su Notapolitica
Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.
Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.
Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.
«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».
Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.
In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Monday, April 22, 2013
Napolitano 2.0 male minore, ma ora il presidenzialismo
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.
Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.
E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.
Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.
Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.
E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.
Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...
La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.
Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.
E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.
Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.
Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.
E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.
Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...
Friday, April 19, 2013
Renzi da rottamatore a riesumatore di salme
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nella partita per il Colle è venuto fuori un Renzi che sospettavamo, ma che fino ad ora non avevamo conosciuto: è entrato in gioco con due occhi ben aperti sulle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchia politica. Bersani ha usato l'elezione del capo dello Stato per cercare di entrare a Palazzo Chigi, il sindaco di Firenze l'ha usata per far fuori Bersani. Contribuendo in modo decisivo a bruciare la candidatura di Marini ha forse ha vinto un set, o meglio un singolo game, essendo - forse - riuscito ad abbattere il "cavallo ferito". Ha ripetuto innumerevoli volte di volersi conquistare la leadership nelle primarie, in una competizione all'"americana", a viso aperto, e invece ha fatto ricorso come tutti, come da tradizione italiana, ai giochi di palazzo e alle correnti di partito, a cui aveva giurato di non voler partecipare.
Ma innanzitutto, non è ancora detto che Prodi ce la faccia. Ha bisogno di una manina o dal M5S (che sembra confermare la candidatura Rodotà) o da "Scelta Cinica" (che ha candidato ufficialmente la Cancellieri, anche se il "prodiano" Riccardi si è già attivato...), e non si può escludere che qualcuno nel Pd sia tentato di fare un dispetto sia al professore che al giovane sindaco in un colpo solo.
In ogni caso, sostenendo l'elezione di Prodi al Quirinale Renzi ha dismesso i panni del grande rottamatore e ha vestito quelli del grande restauratore.
Condanna l'Italia a 7 anni di Prodi, che sarebbe un presidente estremamente divisivo, da vera e propria "guerra civile", solo perché convinto che sbarrando la strada a un candidato condiviso tra Pd e Pdl, e quindi ad un governo subito (come lui stesso sembrava invocare per il bene del paese), si tornerà molto presto al voto e potrà essere lui il candidato premier del centrosinistra: 7 anni di Prodi al paese, in cambio della vaga possibilità di una candidatura a premier. A questo punto Renzi sembrerebbe il leader ideale per "Scelta Cinica". Ma il colmo è che il suo calcolo potrebbe essere sbagliato. Imprevedibili, infatti, le mosse di Prodi una volta eletto presidente. Potrebbe persino dare a Bersani (o a qualcun altro del Pd) una chance per andarsi a cercare i voti dei grillini al Senato, o comunque ritardare lo scioglimento delle Camere, o ancora cercare di governare lui stesso dal Quirinale, formando un governo del presidente. D'altra parte, il precedente di Napolitano con Monti è una breccia che si presta ad essere allargata da un professore dall'ego smisurato come Prodi. Insomma, Renzi potrebbe anche non ottenere un ritorno alle urne così ancitipato come vorrebbe.
Ma al di là dei suoi calcoli personali, dire "no" a Marini e "sì" a Prodi significa per Renzi negare l'essenza stessa della sua sfida alla vecchia politica e alle vecchie idee della sinistra. Se appaiono fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato (un candidato che certo non appassiona), gli stessi valgono contro Romano Prodi, che esattamente come Marini corrisponde al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare senza esitazioni. Con la differenza che l'ex premier è già stato rottamato e si tratterebbe di riciclarlo. Due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo, anche lui ultra-settantenne e di estrazione cattolica. Prodi rappresenta forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano? O piuttosto non è, anche lui, un "dispetto", per almeno la metà degli italiani, e un "candidato del secolo scorso"?
L'unica differenza è, appunto, l'antiberlusconismo, che fa di Prodi il presidente ideale per scongiurare qualsiasi formula di intesa tra Pd e Pdl e, dunque, rendere più probabile il ritorno alle urne. Ma anche Prodi rappresenta la vecchia politica e le vecchie contrapposizioni, tutto ciò che della sinistra Renzi ha sempre dichiarato di voler superare, anzi rottamare.
Nella partita per il Colle è venuto fuori un Renzi che sospettavamo, ma che fino ad ora non avevamo conosciuto: è entrato in gioco con due occhi ben aperti sulle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchia politica. Bersani ha usato l'elezione del capo dello Stato per cercare di entrare a Palazzo Chigi, il sindaco di Firenze l'ha usata per far fuori Bersani. Contribuendo in modo decisivo a bruciare la candidatura di Marini ha forse ha vinto un set, o meglio un singolo game, essendo - forse - riuscito ad abbattere il "cavallo ferito". Ha ripetuto innumerevoli volte di volersi conquistare la leadership nelle primarie, in una competizione all'"americana", a viso aperto, e invece ha fatto ricorso come tutti, come da tradizione italiana, ai giochi di palazzo e alle correnti di partito, a cui aveva giurato di non voler partecipare.
Ma innanzitutto, non è ancora detto che Prodi ce la faccia. Ha bisogno di una manina o dal M5S (che sembra confermare la candidatura Rodotà) o da "Scelta Cinica" (che ha candidato ufficialmente la Cancellieri, anche se il "prodiano" Riccardi si è già attivato...), e non si può escludere che qualcuno nel Pd sia tentato di fare un dispetto sia al professore che al giovane sindaco in un colpo solo.
In ogni caso, sostenendo l'elezione di Prodi al Quirinale Renzi ha dismesso i panni del grande rottamatore e ha vestito quelli del grande restauratore.
Condanna l'Italia a 7 anni di Prodi, che sarebbe un presidente estremamente divisivo, da vera e propria "guerra civile", solo perché convinto che sbarrando la strada a un candidato condiviso tra Pd e Pdl, e quindi ad un governo subito (come lui stesso sembrava invocare per il bene del paese), si tornerà molto presto al voto e potrà essere lui il candidato premier del centrosinistra: 7 anni di Prodi al paese, in cambio della vaga possibilità di una candidatura a premier. A questo punto Renzi sembrerebbe il leader ideale per "Scelta Cinica". Ma il colmo è che il suo calcolo potrebbe essere sbagliato. Imprevedibili, infatti, le mosse di Prodi una volta eletto presidente. Potrebbe persino dare a Bersani (o a qualcun altro del Pd) una chance per andarsi a cercare i voti dei grillini al Senato, o comunque ritardare lo scioglimento delle Camere, o ancora cercare di governare lui stesso dal Quirinale, formando un governo del presidente. D'altra parte, il precedente di Napolitano con Monti è una breccia che si presta ad essere allargata da un professore dall'ego smisurato come Prodi. Insomma, Renzi potrebbe anche non ottenere un ritorno alle urne così ancitipato come vorrebbe.
Ma al di là dei suoi calcoli personali, dire "no" a Marini e "sì" a Prodi significa per Renzi negare l'essenza stessa della sua sfida alla vecchia politica e alle vecchie idee della sinistra. Se appaiono fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato (un candidato che certo non appassiona), gli stessi valgono contro Romano Prodi, che esattamente come Marini corrisponde al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare senza esitazioni. Con la differenza che l'ex premier è già stato rottamato e si tratterebbe di riciclarlo. Due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo, anche lui ultra-settantenne e di estrazione cattolica. Prodi rappresenta forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano? O piuttosto non è, anche lui, un "dispetto", per almeno la metà degli italiani, e un "candidato del secolo scorso"?
L'unica differenza è, appunto, l'antiberlusconismo, che fa di Prodi il presidente ideale per scongiurare qualsiasi formula di intesa tra Pd e Pdl e, dunque, rendere più probabile il ritorno alle urne. Ma anche Prodi rappresenta la vecchia politica e le vecchie contrapposizioni, tutto ciò che della sinistra Renzi ha sempre dichiarato di voler superare, anzi rottamare.
Thursday, April 18, 2013
Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.
«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.
La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.
Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.
E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.
Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.
Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?
No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.
Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.
Wednesday, April 17, 2013
E' ora che gli italiani scelgano da soli il loro presidente
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.
Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.
Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?
Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.
D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".
Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".
Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.
Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.
Thursday, April 04, 2013
Renzi silura la linea para-golpista di Bersani
Ciò che da qualche giorno - da quando è circolata la voce di possibili dimissioni di Napolitano di fronte allo stallo politico e all'incomunicabilità tra i partiti - appare a tutti evidente, e che oggi, nella sua intervista al Corriere, viene definitivamente svelato da Matteo Renzi («Si punta a prendere tempo e a eleggere un capo dello Stato che ci dia più facilmente l'incarico di fare il nuovo governo»), qui l'avete letto in quasi tutti gli articoli a partire da circa un mese fa.
Che fosse questa l'unica linea di Bersani l'avevamo intuito, e scritto fin dall'inizio: la rincorsa a Grillo era disperata, non gli avrebbe mai garantito di avere numeri certi in aula, ma l'importante era perdere tempo, trascinarsi più avanti possibile verso la scadenza del mandato di Napolitano, in modo da ridurre i margini d'iniziativa del presidente, indurlo ad accelerare la sua successione, così da poter eleggere un nuovo capo dello Stato, meno incline a cercare imbarazzanti "larghe intese" con il giaguaro e disponibile, invece, ad incaricare Bersani nonostante non avesse numeri certi al Senato, e a sciogliere subito le Camere in caso di sfiducia. Pur non potendosi dimettere prima, per non esporre il paese a un vuoto di potere che avrebbe spaventato i mercati, Napolitano alla fine si è arreso, non se l'è sentita di mettere in ulteriore difficoltà il suo partito. Di fatto, nominando i dieci saggi si è tirato fuori dalla questione del nuovo governo e l'ha passata al suo successore. Il piano di Bersani stava riuscendo.
Ma non è forse un disegno velatamente "golpista" non rinunciare all'incarico nonostante l'esito negativo dell'esplorazione, indurre il presidente uscente a passare la mano prima del tempo perché si rifiuta di dare l'incarico, eleggersi (con il 29% dei voti sul 72% di quelli espressi) un nuovo capo dello Stato compiacente, disposto a fare ciò che Napolitano non ha voluto fare, ossia mandare Bersani a Palazzo Chigi anche senza una maggioranza certa al Senato? Se avesse concepito e perseguito Berlusconi un simile disegno?
La forza di Renzi, con l'intervista di oggi, è aver detto semplicemente e limpidamente ciò che anche gli italiani di buon senso hanno capito e stanno dicendo in questi giorni: 1) La politica (Napolitano compreso) sta perdendo tempo, quando è chiaro a tutti che o il Pd fa con Berlusconi un «patto costituente da cui nasce la Terza Repubblica», oppure si torna subito alle urne; 2) Bersani si è fatto umiliare dagli arroganti del M5S.
Che fosse questa l'unica linea di Bersani l'avevamo intuito, e scritto fin dall'inizio: la rincorsa a Grillo era disperata, non gli avrebbe mai garantito di avere numeri certi in aula, ma l'importante era perdere tempo, trascinarsi più avanti possibile verso la scadenza del mandato di Napolitano, in modo da ridurre i margini d'iniziativa del presidente, indurlo ad accelerare la sua successione, così da poter eleggere un nuovo capo dello Stato, meno incline a cercare imbarazzanti "larghe intese" con il giaguaro e disponibile, invece, ad incaricare Bersani nonostante non avesse numeri certi al Senato, e a sciogliere subito le Camere in caso di sfiducia. Pur non potendosi dimettere prima, per non esporre il paese a un vuoto di potere che avrebbe spaventato i mercati, Napolitano alla fine si è arreso, non se l'è sentita di mettere in ulteriore difficoltà il suo partito. Di fatto, nominando i dieci saggi si è tirato fuori dalla questione del nuovo governo e l'ha passata al suo successore. Il piano di Bersani stava riuscendo.
Ma non è forse un disegno velatamente "golpista" non rinunciare all'incarico nonostante l'esito negativo dell'esplorazione, indurre il presidente uscente a passare la mano prima del tempo perché si rifiuta di dare l'incarico, eleggersi (con il 29% dei voti sul 72% di quelli espressi) un nuovo capo dello Stato compiacente, disposto a fare ciò che Napolitano non ha voluto fare, ossia mandare Bersani a Palazzo Chigi anche senza una maggioranza certa al Senato? Se avesse concepito e perseguito Berlusconi un simile disegno?
La forza di Renzi, con l'intervista di oggi, è aver detto semplicemente e limpidamente ciò che anche gli italiani di buon senso hanno capito e stanno dicendo in questi giorni: 1) La politica (Napolitano compreso) sta perdendo tempo, quando è chiaro a tutti che o il Pd fa con Berlusconi un «patto costituente da cui nasce la Terza Repubblica», oppure si torna subito alle urne; 2) Bersani si è fatto umiliare dagli arroganti del M5S.
Wednesday, April 03, 2013
La resa pilatesca di Napolitano
L'arbitro che non se l'è sentita di fischiare rigore all'ultimo minuto
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si congela qualcosa per conservarla e poterla utilizzare in un secondo momento, non per gettarla via. In questo senso è corretto sostenere che la decisione del presidente Napolitano di nominare i dieci saggi ha soltanto "congelato" Bersani, senza sancire il suo fallimento. Certo, il segretario del Pd avrebbe di gran lunga preferito ricevere un incarico pieno, per formare il suo governo e farsi eventualmente sfiduciare in aula, entrando comunque a Palazzo Chigi, oppure le dimissioni anticipate del presidente, ma ha "assorbito" con lungimiranza la mossa del Colle, cogliendone la debolezza, persino l'impotenza. Napolitano, infatti, gli ha sì sbarrato la strada verso Palazzo Chigi, ma di fatto, pur non dimettendosi, perché sconsigliato da Draghi, sta passando nelle mani del suo successore la spinosa questione del nuovo esecutivo.
Il favore a Bersani è doppio: perché il presidente non ha attribuito a nessun altro l'incarico di formare un governo, come invece avrebbe voluto la prassi costituzionale alla luce dell'esito negativo della sua esplorazione; e perché ribaltando l'ordine dei fattori dell'ingorgo istituzionale - l'elezione del nuovo presidente della Repubblica è ormai temporalmente prioritaria rispetto alla formazione del nuovo governo (il 18 aprile la prima seduta utile) - aiuta il segretario del Pd a tenere il partito unito sulla prima delle due scadenze.
L'inerzia è di nuovo a vantaggio di Bersani: basta aspettare l'elezione del nuovo inquilino del Colle, che sarà più propenso a conferirgli l'incarico anche senza numeri certi al Senato. Esplicativo il titolo dell'editoriale di Stefano Menichini, direttore di Europa: «Si va al governo passando dal Quirinale». Così come sperava che l'elezione dei presidenti di Camera e Senato potesse favorire le condizioni per ottenere almeno il "non impedimento" alla nascita del suo governo, ora Bersani spera di utilizzare l'elezione del nuovo capo dello Stato per continuare la sua rincorsa a Grillo, per un nuovo tentativo di agganciare i senatori del M5S. Se il nuovo presidente venisse eletto senza i voti del Pdl, ma con qualche voto dei montiani e dei grillini, come avvenuto per Grasso, tramonterebbe definitivamente qualsiasi ipotesi di "larghe intese" tra Pd e Pdl e verrebbe rilanciata, invece, l'idea del governo del "cambiamento" in grado di ottenere almeno la "non sfiducia" dei grillini. O, al peggio, ci sarebbe il voto.
Peccato che il presidente abbia deciso di chiudere il suo settennato con una mossa così dilatoria e pilatesca. Questa volta il compagno Napolitano ha anteposto l'interesse del suo partito alla tutela delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica, che aveva voluto difendere con forza, invece, chiamando in causa la Corte costituzionale sulle intercettazioni che lo riguardavano in possesso della Procura di Palermo. Dei due poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato per risolvere crisi politiche come quella attuale - il potere di nomina del presidente del Consiglio e il potere di scioglimento anticipato delle Camere - gli restava solo il primo, poiché il presidente in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere.
Ebbene, Napolitano ha rinunciato anche a quello. Ha rinunciato al potere di nominare un presidente del Consiglio, quindi a provare a sciogliere con il potere che la Costituzione gli attribuisce l'intricato nodo del governo, inventandosi invece una formula dilatoria - le due commissioni di saggi - che nelle sue intenzioni dovrebbe servire a «spezzare, o magari soltanto allentare, la spirale di incomunicabilità fra partiti che si sentono e si comportano ancora come se fossero in piena campagna elettorale». Ha inteso creare una sorta di camera di decompressione, illudendosi di far emergere in questo modo elementi programmatici condivisi per un eventuale governo di corresponsabilità, più o meno esplicita, tra le forze politiche.
Di fatto, però, più o meno consapevolmente ha regalato al Pd una cospicua rendita di posizione. Mentre prima avrebbe dovuto accettare un nome di garanzia per il Quirinale affinché non fosse preclusa la nascita di un governo Bersani, adesso è nella posizione di pretendere che il centrodestra si pieghi a votare il candidato espresso dalla sinistra, pena l'elezione della personalità più antiberlusconiana possibile. E in ogni caso il nuovo presidente consentirebbe finalmente a Bersani di varare il suo esecutivo "di minoranza" e di insediarsi a Palazzo Chigi. Se una simile manovra presidenziale avesse in tal modo favorito Berlusconi, si sarebbe gridato al golpe per settimane.
La linea di Bersani, di totale chiusura nei confronti del centrodestra, non poteva, e non può, essere messa in discussione all'interno del Pd se non in modo lacerante. Se davvero c'è chi non la condivide, di sicuro stenta a manifestarsi. E stenterà ancor di più, dal momento che la mossa del Colle aiuta Bersani a compattare il partito dietro di sé, essendo l'elezione del nuovo presidente l'obiettivo condiviso su cui ora non ci si può proprio dividere. Al rifiuto del segretario del Pd di rinunciare all'incarico nonostante non fosse riuscito a ottenere le condizioni poste da Napolitano (una maggioranza certa anche al Senato), il presidente avrebbe potuto, e dovuto reagire facendo saltare il tappo, dichiarando formalmente fallito il tentativo di Bersani e nominando un premier incaricato di formare un governo. Era questo l'unico atto di forza che avrebbe potuto dare una scossa al Pd: a quel punto, chi non fosse stato convinto della linea Bersani, avrebbe potuto sfidarla sotto la copertura autorevole del Quirinale, con gli argomenti pressanti di un governo del presidente che sarebbe arrivato di lì a poco a chiedere la fiducia alle Camere.
Napolitano non se l'è sentita di mettere il proprio partito di fronte ad un bivio così lacerante, ma così è uscito dalla sua traiettoria istituzionale proprio all'ultima curva del suo settennato.
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Si congela qualcosa per conservarla e poterla utilizzare in un secondo momento, non per gettarla via. In questo senso è corretto sostenere che la decisione del presidente Napolitano di nominare i dieci saggi ha soltanto "congelato" Bersani, senza sancire il suo fallimento. Certo, il segretario del Pd avrebbe di gran lunga preferito ricevere un incarico pieno, per formare il suo governo e farsi eventualmente sfiduciare in aula, entrando comunque a Palazzo Chigi, oppure le dimissioni anticipate del presidente, ma ha "assorbito" con lungimiranza la mossa del Colle, cogliendone la debolezza, persino l'impotenza. Napolitano, infatti, gli ha sì sbarrato la strada verso Palazzo Chigi, ma di fatto, pur non dimettendosi, perché sconsigliato da Draghi, sta passando nelle mani del suo successore la spinosa questione del nuovo esecutivo.
Il favore a Bersani è doppio: perché il presidente non ha attribuito a nessun altro l'incarico di formare un governo, come invece avrebbe voluto la prassi costituzionale alla luce dell'esito negativo della sua esplorazione; e perché ribaltando l'ordine dei fattori dell'ingorgo istituzionale - l'elezione del nuovo presidente della Repubblica è ormai temporalmente prioritaria rispetto alla formazione del nuovo governo (il 18 aprile la prima seduta utile) - aiuta il segretario del Pd a tenere il partito unito sulla prima delle due scadenze.
L'inerzia è di nuovo a vantaggio di Bersani: basta aspettare l'elezione del nuovo inquilino del Colle, che sarà più propenso a conferirgli l'incarico anche senza numeri certi al Senato. Esplicativo il titolo dell'editoriale di Stefano Menichini, direttore di Europa: «Si va al governo passando dal Quirinale». Così come sperava che l'elezione dei presidenti di Camera e Senato potesse favorire le condizioni per ottenere almeno il "non impedimento" alla nascita del suo governo, ora Bersani spera di utilizzare l'elezione del nuovo capo dello Stato per continuare la sua rincorsa a Grillo, per un nuovo tentativo di agganciare i senatori del M5S. Se il nuovo presidente venisse eletto senza i voti del Pdl, ma con qualche voto dei montiani e dei grillini, come avvenuto per Grasso, tramonterebbe definitivamente qualsiasi ipotesi di "larghe intese" tra Pd e Pdl e verrebbe rilanciata, invece, l'idea del governo del "cambiamento" in grado di ottenere almeno la "non sfiducia" dei grillini. O, al peggio, ci sarebbe il voto.
Peccato che il presidente abbia deciso di chiudere il suo settennato con una mossa così dilatoria e pilatesca. Questa volta il compagno Napolitano ha anteposto l'interesse del suo partito alla tutela delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica, che aveva voluto difendere con forza, invece, chiamando in causa la Corte costituzionale sulle intercettazioni che lo riguardavano in possesso della Procura di Palermo. Dei due poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato per risolvere crisi politiche come quella attuale - il potere di nomina del presidente del Consiglio e il potere di scioglimento anticipato delle Camere - gli restava solo il primo, poiché il presidente in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere.
Ebbene, Napolitano ha rinunciato anche a quello. Ha rinunciato al potere di nominare un presidente del Consiglio, quindi a provare a sciogliere con il potere che la Costituzione gli attribuisce l'intricato nodo del governo, inventandosi invece una formula dilatoria - le due commissioni di saggi - che nelle sue intenzioni dovrebbe servire a «spezzare, o magari soltanto allentare, la spirale di incomunicabilità fra partiti che si sentono e si comportano ancora come se fossero in piena campagna elettorale». Ha inteso creare una sorta di camera di decompressione, illudendosi di far emergere in questo modo elementi programmatici condivisi per un eventuale governo di corresponsabilità, più o meno esplicita, tra le forze politiche.
Di fatto, però, più o meno consapevolmente ha regalato al Pd una cospicua rendita di posizione. Mentre prima avrebbe dovuto accettare un nome di garanzia per il Quirinale affinché non fosse preclusa la nascita di un governo Bersani, adesso è nella posizione di pretendere che il centrodestra si pieghi a votare il candidato espresso dalla sinistra, pena l'elezione della personalità più antiberlusconiana possibile. E in ogni caso il nuovo presidente consentirebbe finalmente a Bersani di varare il suo esecutivo "di minoranza" e di insediarsi a Palazzo Chigi. Se una simile manovra presidenziale avesse in tal modo favorito Berlusconi, si sarebbe gridato al golpe per settimane.
La linea di Bersani, di totale chiusura nei confronti del centrodestra, non poteva, e non può, essere messa in discussione all'interno del Pd se non in modo lacerante. Se davvero c'è chi non la condivide, di sicuro stenta a manifestarsi. E stenterà ancor di più, dal momento che la mossa del Colle aiuta Bersani a compattare il partito dietro di sé, essendo l'elezione del nuovo presidente l'obiettivo condiviso su cui ora non ci si può proprio dividere. Al rifiuto del segretario del Pd di rinunciare all'incarico nonostante non fosse riuscito a ottenere le condizioni poste da Napolitano (una maggioranza certa anche al Senato), il presidente avrebbe potuto, e dovuto reagire facendo saltare il tappo, dichiarando formalmente fallito il tentativo di Bersani e nominando un premier incaricato di formare un governo. Era questo l'unico atto di forza che avrebbe potuto dare una scossa al Pd: a quel punto, chi non fosse stato convinto della linea Bersani, avrebbe potuto sfidarla sotto la copertura autorevole del Quirinale, con gli argomenti pressanti di un governo del presidente che sarebbe arrivato di lì a poco a chiedere la fiducia alle Camere.
Napolitano non se l'è sentita di mettere il proprio partito di fronte ad un bivio così lacerante, ma così è uscito dalla sua traiettoria istituzionale proprio all'ultima curva del suo settennato.
Friday, March 29, 2013
Napolitano fai presto, Pd tentato dallo strappo
Se tentenna, il Pd lo pre-pensiona e si vota
Anche su Notapolitica
Al termine del colloquio con Napolitano, Berlusconi si dice disponibile a un governo politico Pd-Pdl-Lega-SC, anche con Bersani premier, e chiude invece a ipotesi di governo tecnico. Ma togliendo dal tavolo la partita per il prossimo inquilino del Colle («sta nella logica delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, insieme si debba discutere su chi sia il migliore presidente della Repubblica»), toglie al Pd l'alibi delle contropartite improprie e, quindi, inaccettabili. Il cerino torna in mano a Bersani: dopo una così ampia disponibilità da parte del centrodestra, se il governo non si fa la colpa sarà sua. Ma il Pd non può permettersi alcuna forma di corresponsabilità di governo o dialogo istituzionale con Berlusconi (il giaguaro da smacchiare!), pena il rischio di una spaccatura lacerante del partito, sia a livello di gruppo dirigente che di base elettorale. Meglio il voto, e magari perdere, piuttosto.
L'abbiamo scritto fin dall'inizio: la linea che Bersani ha pervicacemente portato avanti in questo mese, chiudendo il Pd in un vicolo cieco, è l'occupazione di tutte le cariche istituzionali (presidenza delle Camere, Palazzo Chigi, Quirinale) con solo il 29% dei voti (sul 72% di quelli espressi) e un distacco dal centrodestra di uno 0,3%. Senza maggioranza al Senato, o la nascita di un governo Pd-Sel tramite il "non impedimento" delle altre forze politiche (offrendo al M5S gli 8 punti del "cambiamento" e a Berlusconi di non essere troppo cattivi nello scegliere il successore di Napolitano), o meglio il voto. Bersani le ha provate tutte, in un vero e proprio braccio di ferro con il capo dello Stato, pur di ottenere l'incarico a formare il governo anche senza avere numeri certi in Parlamento. Perché seppure sfiduciato dal Senato, sarebbe rimasto in carica a Palazzo Chigi durante la successione al Colle e durante la campagna elettorale, mantenendo così la leadership del partito e scaricando le colpe dell'ingovernabilità sull'irresponsabilità altrui.
Per questo avvertivamo che per i suoi obiettivi, quanto più i tempi si fossero allungati, fino ad arrivare sotto la scadenza del settennato, tanto più i margini di Napolitano per "costringere" il Pd ad aprire ad un governo di "larghe intese", o "del presidente" (che però non gli eviterebbe una collaborazione non meno imbarazzante con il Pdl), si sarebbero ristretti. E' quanto sta accadendo. Durante le sue consultazioni, il segretario del Pd non ha mai davvero aperto a tutte le forze politiche, come era stato incaricato a fare da Napolitano. Se scaricare subito Bersani, come suggerivamo, sarebbe stata una mossa al quanto ardita da parte del presidente, dal momento che si trattava pur sempre del leader della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, e dunque una chance gli andava riconosciuta, tuttavia avergli concesso un'intera settimana per consultazioni che sarebbero potute durare 1-2 giorni e, di fronte ad un esito «non risolutivo», rimandare ancora una decisione a dopo un altro giro di consultazioni, è stato un segno di debolezza che potrebbe costare caro al tentativo di Napolitano di dare un governo al paese.
Così come Pdl e Grillo hanno esercitato il loro veto rispetto al governo del "non impedimento", Bersani ora può esercitare il suo veto all'ipotesi di un governo di "grande coalizione" o "del presidente" (anche se a "bassa intensità politica"). Se il Pd s'impunta, è evidente che diventerebbe Napolitano l'elemento di blocco del sistema, non potendo egli sciogliere le Camere poiché in scadenza di mandato. E dunque, verrebbe indotto ad accelerare la propria successione, a dimettersi prima. Il Pd potrebbe finalmente eleggersi più o meno da solo il nuovo capo dello Stato (e scatterebbe la vendetta finale contro Berlusconi: Prodi? Zagrebelski?), il quale permetterebbe a Bersani di entrare a Palazzo Chigi anche senza numeri per poi, di fronte ad una eventuale sfiducia del Senato, sciogliere subito le Camere. Ecco il disegno per il quale il Pd è tentato dallo strappo.
Rispetto a tale piano, Napolitano rischia di tentennare troppo e finire fuori tempo massimo. Per il Pd è inaccettabile una coalizione di governo con Berlusconi. Per quest'ultimo, è inaccettabile concedere il proprio "non impedimento" ad un governo Bersani senza nulla in cambio. L'unica chance che ha di riuscire a dare un governo al paese e di evitare il ritorno al voto già a giugno, è di mettere al più presto le forze politiche di fronte al fatto compiuto del giuramento di un governo "del presidente", di scopo, con pochi e precisi punti all'ordine del giorno. In questo modo, Pd e Pdl non potrebbero scaricare l'uno sull'altro la responsabilità del ritorno al voto, perché se lo bocciano sarebbero entrambi gli irresponsabili.
Anche su Notapolitica
Al termine del colloquio con Napolitano, Berlusconi si dice disponibile a un governo politico Pd-Pdl-Lega-SC, anche con Bersani premier, e chiude invece a ipotesi di governo tecnico. Ma togliendo dal tavolo la partita per il prossimo inquilino del Colle («sta nella logica delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, insieme si debba discutere su chi sia il migliore presidente della Repubblica»), toglie al Pd l'alibi delle contropartite improprie e, quindi, inaccettabili. Il cerino torna in mano a Bersani: dopo una così ampia disponibilità da parte del centrodestra, se il governo non si fa la colpa sarà sua. Ma il Pd non può permettersi alcuna forma di corresponsabilità di governo o dialogo istituzionale con Berlusconi (il giaguaro da smacchiare!), pena il rischio di una spaccatura lacerante del partito, sia a livello di gruppo dirigente che di base elettorale. Meglio il voto, e magari perdere, piuttosto.
L'abbiamo scritto fin dall'inizio: la linea che Bersani ha pervicacemente portato avanti in questo mese, chiudendo il Pd in un vicolo cieco, è l'occupazione di tutte le cariche istituzionali (presidenza delle Camere, Palazzo Chigi, Quirinale) con solo il 29% dei voti (sul 72% di quelli espressi) e un distacco dal centrodestra di uno 0,3%. Senza maggioranza al Senato, o la nascita di un governo Pd-Sel tramite il "non impedimento" delle altre forze politiche (offrendo al M5S gli 8 punti del "cambiamento" e a Berlusconi di non essere troppo cattivi nello scegliere il successore di Napolitano), o meglio il voto. Bersani le ha provate tutte, in un vero e proprio braccio di ferro con il capo dello Stato, pur di ottenere l'incarico a formare il governo anche senza avere numeri certi in Parlamento. Perché seppure sfiduciato dal Senato, sarebbe rimasto in carica a Palazzo Chigi durante la successione al Colle e durante la campagna elettorale, mantenendo così la leadership del partito e scaricando le colpe dell'ingovernabilità sull'irresponsabilità altrui.
Per questo avvertivamo che per i suoi obiettivi, quanto più i tempi si fossero allungati, fino ad arrivare sotto la scadenza del settennato, tanto più i margini di Napolitano per "costringere" il Pd ad aprire ad un governo di "larghe intese", o "del presidente" (che però non gli eviterebbe una collaborazione non meno imbarazzante con il Pdl), si sarebbero ristretti. E' quanto sta accadendo. Durante le sue consultazioni, il segretario del Pd non ha mai davvero aperto a tutte le forze politiche, come era stato incaricato a fare da Napolitano. Se scaricare subito Bersani, come suggerivamo, sarebbe stata una mossa al quanto ardita da parte del presidente, dal momento che si trattava pur sempre del leader della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, e dunque una chance gli andava riconosciuta, tuttavia avergli concesso un'intera settimana per consultazioni che sarebbero potute durare 1-2 giorni e, di fronte ad un esito «non risolutivo», rimandare ancora una decisione a dopo un altro giro di consultazioni, è stato un segno di debolezza che potrebbe costare caro al tentativo di Napolitano di dare un governo al paese.
Così come Pdl e Grillo hanno esercitato il loro veto rispetto al governo del "non impedimento", Bersani ora può esercitare il suo veto all'ipotesi di un governo di "grande coalizione" o "del presidente" (anche se a "bassa intensità politica"). Se il Pd s'impunta, è evidente che diventerebbe Napolitano l'elemento di blocco del sistema, non potendo egli sciogliere le Camere poiché in scadenza di mandato. E dunque, verrebbe indotto ad accelerare la propria successione, a dimettersi prima. Il Pd potrebbe finalmente eleggersi più o meno da solo il nuovo capo dello Stato (e scatterebbe la vendetta finale contro Berlusconi: Prodi? Zagrebelski?), il quale permetterebbe a Bersani di entrare a Palazzo Chigi anche senza numeri per poi, di fronte ad una eventuale sfiducia del Senato, sciogliere subito le Camere. Ecco il disegno per il quale il Pd è tentato dallo strappo.
Rispetto a tale piano, Napolitano rischia di tentennare troppo e finire fuori tempo massimo. Per il Pd è inaccettabile una coalizione di governo con Berlusconi. Per quest'ultimo, è inaccettabile concedere il proprio "non impedimento" ad un governo Bersani senza nulla in cambio. L'unica chance che ha di riuscire a dare un governo al paese e di evitare il ritorno al voto già a giugno, è di mettere al più presto le forze politiche di fronte al fatto compiuto del giuramento di un governo "del presidente", di scopo, con pochi e precisi punti all'ordine del giorno. In questo modo, Pd e Pdl non potrebbero scaricare l'uno sull'altro la responsabilità del ritorno al voto, perché se lo bocciano sarebbero entrambi gli irresponsabili.
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