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Friday, June 09, 2017

È MayDay nel Regno Unito

-Prima lezione: non fidarsi mai (MAI!) dei sondaggi quando le elezioni non sono ancora convocate.

-May ha perso il confronto personale con Corbyn. Commessi grossolani errori di comunicazione e grande confusione nelle proposte economico-sociali, ma soprattutto mancò il carisma. Carisma che Corbyn ha.

-Attenzione ai numeri: qualcosa di straordinario è accaduto. Sia May che Corbyn hanno eguagliato nelle percentuali vittorie storiche dei loro partiti. Dal 1979, il partito che ha superato il 40% ha sempre portato a casa maggioranze molto ampie, a volte sopra i 400 seggi (Blair 413 seggi nel 2001 con la percentuale di Corbyn). Nel 2015 Cameron ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi con il 37%, alla May non è bastato il 42. Il 42,4% è lo stesso risultato della Thatcher nel 1983 (396 seggi). Era dal 1970 però che non accadeva che entrambi i partiti superassero il 40%. Probabile quindi che entrambi abbiano fatto il pieno dei propri elettorati potenziali.

-Gli errori della May, più che farle perdere voti tory, hanno aiutato Corbyn a mobilitare l'elettorato più di sinistra. Dal 18 maggio, presentando il manifesto conservatore la May ha spostato la campagna dal tema più importante per gli elettori tory e libdem (la Brexit) ai temi che "scaldano" l'elettorato labour (stato sociale, sanità e assistenza). E poi, tre gravissimi attentati in pochi mesi non aiutano certo chi è al governo, meno che mai chi è stato ministro degli interni o premier negli ultimi sette anni.

-Grande capacità di mobilitazione dimostrata da Corbyn che ha praticamente prosciugato gli altri partiti di opposizione. Ma non è una buona notizia per il Labour: perché il "pieno a sinistra" ti porta (a volte) a percentuali da capogiro, ma non a conquistare il centro e, quindi, la maggioranza dei seggi. Chissà perché il termine "populismo" non viene accostato al Labour di Corbyn... Eppure, con le sue ricette tutto-gratis né è la quintessenza.

-I britannici non hanno cambiato idea sulla Brexit, che nell'ultimo mese (quando il 57% degli elettori che hanno votato Labour ha maturato la propria scelta) non è stata al centro della campagna. Partiti europeisti i grandi sconfitti: libdem e SNP (Ukip per l'esaurirsi della sua funzione storica). Ma certamente il risultato indebolisce il futuro governo nei negoziati con la Ue, per la miope goduria degli europei...

-Incredibile in Scozia: gli elettori puniscono la leader indipendentista Sturgeon e sono decisivi per la tenuta dei tory. Meglio il Regno Unito fuori della Ue che la Scozia fuori dal Regno Unito?

Due pareri opposti sulle conseguenze del voto sulle trattative per la Brexit:
William Hague sul Telegraph:
"Any threat to execute a 'no deal' strategy and take the UK in a lower-tax, lighter regulation direction has lost much of its credibility, so our negotiating position in Europe is weaker."
Daniel Hannan sul Daily Mail:
"This is the most pro-Brexit House of Commons ever elected. More than 90 per cent of MPs have just been returned for parties that are promising to leave the EU, namely the Conservatives, Labour and the Democratic Unionist Party.

That fact is worth remembering as you listen to the excited comments by British Europhiles about stopping Brexit, and the sneering by some in Brussels about the supposed hopelessness of our position now that Theresa May has lost her outright majority."

Tuesday, February 21, 2017

Renzi impaludato nel Vietnam Pd... E potrebbe essere tardi per uscirne

Sull'altare di un animale mitologico, l'unità della sinistra, Renzi ha buttato via riforme istituzionali, economiche e legge elettorale. Senza nemmeno riuscire a mantenerla, l'unità... Ora una corposa scissione è la sua unica, ultima possibilità di cambiare davvero il Pd (ammesso che sia ancora possibile...) e sperare di giocarsi tutto con una campagna elettorale che guardi all'elettorato che può permettergli di superare il 30%... L'unico problema, semmai, è che potrebbe essere già troppo tardi. Il Pd così com'è, chiuso nel suo recinto ideologico, anche guidato da Renzi (quello attuale), non supera il 25%. E quando si vota, se subito o nel 2018, è ininfluente se Renzi non capisce il vento che spira dall'Atlantico e che con quel partito non supera il 25%.

Sunday, December 11, 2016

Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%

Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.

I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).

Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...

Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.

Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.

IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.

Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.

Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.

Monday, May 26, 2014

L'anno zero del Pd e del centrodestra

Anche su Notapolitica

IL PD - Le Europee del 2014 rappresentano probabilmente un anno zero sia per il Pd che per il centrodestra, ovviamente per motivi diversi. Grazie a Renzi il Pd diventa finalmente un partito a vocazione maggioritaria e post-ideologico, ciò che avrebbe dovuto essere fin dalla sua nascita ma che fino ad oggi non era mai stato. In attesa delle più autorevoli analisi dei flussi elettorali, azzardiamo che Renzi non solo riporta a casa molti dei suoi dopo la sbandata grillina del 2013, ma attrae voto moderato cannabilizzando l'ex "Scelta cinica" (2,8 milioni di voti nel 2013) e, cosa più importante, convincendo quel nord parte più dinamica e produttiva del paese che sembrava tabù per la sinistra e territorio del centrodestra.

Il Pd (soprattutto il vecchio Pd) dovrà capire quanto prima che i voti della straordinaria vittoria di oggi li ha presi Renzi, non il Pd. Renzi ha conquistato voti di altre persone, 2,5 milioni, che senza di lui non avrebbero mai votato Pd. Voti che senza Renzi sarebbero rimasti dov'erano, cioè a Grillo o a casa. Se Letta fosse rimasto ancora al governo, forse avrebbe preso ancora meno voti di Bersani l'anno scorso. E il risultato di oggi autorizza a ritenere che se all'ex sindaco di Firenze non fosse stata sbarrata la strada alle primarie contro Bersani, forse questo successo il Pd l'avrebbe ottenuto alle politiche del 2013 e avremmo tutti risparmiato un anno di risse e immobilismo.

Attenzione però ai facili entusiasmi: non sono elezioni politiche e la percentuale del 41% è gonfiata dalla ridotta affluenza alle urne (solo il 58%). In termini di voti reali Renzi ha riportato il Pd su livelli vicini ma ancora leggermente al di sotto (di 1 milione circa) delle sue migliori performance (circa 12 milioni di voti alle politiche del 2008 e del 2006). Tuttavia, ciò che rende il suo un risultato epocale, al contrario dei precedenti, è che per la prima volta il Pd riesce a vincere non facendo il pieno a sinistra ma conquistando il centro politico dell'elettorato, insomma c'è stato uno "shift" verso il centro: se i numeri somigliano a quelli del 2008, l'elettorato in realtà è molto diverso, e in un certo senso ha un peso specifico maggiore. E' un elettorato che ti permette di vincere e di governare da solo o quasi.

Certo, Renzi è stato anche favorito da alcune circostanze molto contingenti: sia Grillo con i suoi toni aggressivi e minacciosi, il suo "vinceremonoi", sia i sondaggi che stavolta per non sbagliare hanno sovrastimato il M5S, hanno posto l'elettorato di fronte all'eventualità di una vera e propria vittoria di Grillo, del sorpasso finale ai danni del Pd, e non solo di un forte vento di protesta. Molti elettori si sono mobilitati per scongiurare tale scenario. Urlatori e odiatori seriali ma inconcludenti hanno evidentemente cominciato a infastidire: soffiando sulla rabbia si possono prendere molti voti, ma suscitando paure e non speranze, presagendo sventure, non si vince.

Renzi da parte sua non ha sbagliato nemmeno un colpo: più che il gap tra annunci e fatti, più che gli 80 euro, hanno contato la sua energia, la sua voglia e il suo senso si urgenza nel cercare di cominciare subito a "cambiare verso" al paese. Finalmente qualcuno che ci prova sul serio, che vuole procedere a passo di carica e non felpato. E' bastato questo filo di speranza a convincere l'elettorato che valesse la pena mobilitarsi per impedire che venisse spezzato sul nascere dalla furia distruttiva del M5S. Dunque, davvero, si è votato non tanto sull'Europa, quanto sull'Italia: un referendum tra rabbia e speranza rispetto al nostro futuro, esattamente i termini in cui abilmente Renzi ha saputo, con l'aiuto di Grillo, impostare l'intera narrazione della campagna. La mia personale impressione è che la ciliegina sulla torta, il momento decisivo, sia stato lo scontro con Floris a Ballarò sui 150 milioni di tagli alla Rai. In quel momento più di qualche elettore moderato ma anche di sinistra deve aver pensato: oh, finalmente qualcuno fa sul serio. Gasparri e Romani che nel frattempo si esprimevano in difesa della tv pubblica davano la misura del suicidio in atto da anni nel centrodestra.

Adesso però si presenta a Renzi un'occasione storica: la vecchia sinistra è alle corde, è chiaro a tutti che è lui l'unico futuro del Pd, o capitalizza la vittoria e riforma il paese davvero, sfidando fino in fondo la Cgil e tutte le altre realtà più retrograde della sinistra e dell'establishment, senza guardare in faccia nessuno, o perde tutto con la stessa velocità con cui l'ha conquistato. Anche perché la prossima volta probabilmente non ci sarà il pericolo Grillo a mobilitare l'elettorato in suo favore.

IL CENTRODESTRA - Ma si tratta di un anno zero anche per il centrodestra, sia pure per motivi opposti. Frantumato, litigioso e senza leadership sembra aver toccato il fondo. E sembra un suicidio collettivo meticolosamente preparato dagli ex Pdl (al netto degli inevitabili esiti delle manovre interne ed esterne del 2011): allarmanti non sono tanto le percentuali, quanto la tipologia dell'elettorato perduto dopo due decenni, la parte più dinamica e produttiva del paese.

Sembra prefigurarsi un sistema tripolare ma di fatto bloccato, con un partito di centrosinistra e di governo pienamente legittimato, com'era la Dc (oggi il Pd), un partito anti-sistema (Grillo), che raccoglie frustrazioni e residui ideologici di sinistra e destra, e una galassia litigiosa e rancorosa di resti del centrodestra berlusconiano, in cui Forza Italia rappresenta un perno ancora rilevante elettoralmente ma sul filo della marginalità politica. In questo schema, avvantaggiandosi della frantumazione del centrodestra e del "pericolo Grillo", il Pd potrebbe ritrovarsi sempre al governo, sia che l'elettorato si sposti a sinistra, ovviamente, sia che si sposti a destra (conservando la maggioranza relativa e aprendo agli spezzoni del centro "presentabili").

Esiste ancora un centrodestra italiano? Se non esiste più elettoralmente, ma solo come una pluralità di realtà sociali e culturali nel paese, allora non avrebbe senso esercitarsi nella somma delle cifre elettorali dei partiti rimasti. Quella somma, il 31%, è il segno di una sconfitta netta ed inequivocabile, ma bisogna chiedersi se può essere o meno una base da cui ripartire. Di cosa è fatta? Di un generoso voto di testimonianza confermato a Silvio Berlusconi (quasi il 17%); di un voto altrettanto generoso, ma identitario, per Fratelli d'Italia; e di un progetto presuntuoso e velleitario, Ncd, che pur potendo contare su 4 ministeri pesanti non è riuscito ad andare oltre il 2,5% (l'1,8 almeno bisognerà riconoscerglielo a Casini!), e si avvia verso la stessa mesta sorte dei finiani.

Ci sono, d'altra parte, 7 milioni di astenuti in più rispetto alle politiche del 2013, 10 milioni rispetto a quelle del 2008, e quasi 4 milioni rispetto alle europee del 2009. Insomma, sembra esserci un popolo di centrodestra che aspetta una nuova offerta e una nuova leadership. Il centrodestra italiano esiste proprio perché non è una somma di percentuali elettorali. Il *nuovo centrodestra*, tutto da costruire elettoralmente, sta nelle ragioni di chi è rimasto a casa, non nelle frattaglie di ceto politico da 3/4%. E il fusionismo va senz'altro coltivato, ma non tra quelle frattaglie che non rappresentano più nessuno. Sarebbe un errore reagire demonizzando Renzi come per due decenni la sinistra ha demonizzato Berlusconi, e sarebbe un errore anche tentare di rimettere insieme le frattaglie di un ceto politico dal 3/4%, come per troppo tempo ha fatto anche l'Ulivo/Pd anziché cercare una vocazione maggioritaria.

Ci sono alcune condizioni, riguardanti sia l'assetto del sistema politico sia l'identità, alle quali può ancora esistere un centrodestra in Italia: bipolarismo/presidenzialismo, approccio fusionista, centralità di temi come tasse e giustizia, europeismo critico. Oltre che di contenuti, ovviamente il problema è di credibilità e ricambio di leadership, se si vuole recuperare la parte economicamente e socialmente più dinamica del paese. Puoi pure dire le cose più giuste, ma sei sempre quello che soprattutto durante l'esperienza di governo 2008-2011, con la politica economico-sociale affidata al duo Tremonti-Sacconi, ha tradito le promesse di rivoluzione liberale. Primo passo, quindi, riconoscere l'errore, segnare una cesura netta con quell'esperienza e rinnovare in modo aperto la leadership.

GRILLO - Quanto a Grillo, non c'era migliore occasione per fare il pieno di voti di un'elezione in cui non era in gioco la guida del governo e che si presentava come un enorme sfogatoio collettivo contro l'Europa. Ma l'ha mancata. Il popolo di Grillo è in gran parte il popolo di moralizzatori e odiatori seriali allevato da Repubblica/Unità/Fatto quotidiano/Santoro. Solo che questi sapevano di dire un sacco di cazzate pur di abbattere l'avversario del momento, invece i loro lettori/spettatori ci sono cresciuti e ora ci credono. Chi ha seminato per decenni (dalle monetine a Craxi) tutto questo odio, disprezzo per l'avversario, questo analfabetismo economico e complottismo, ora ne ha perso il controllo: in certi attacchi grillini al Pd sembra di risentire quelli della schiera Pd/Repubblica/Travaglio a Berlusconi. Il giustizialismo, la questione morale, il mito della decrescita, del "tutto pubblico", le bufale ambientaliste e complottiste, l'antimilitarismo, arrivano tutti da sinistra. In misura minore il popolo di Grillo è anche di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti arrabbiati e delusi da centrodestra e Lega.

La principale contraddizione del M5S però è che da una parte scagliano il loro "vaffa" alla casta, ai politici, dall'altra vogliono il "tutto pubblico". Ma quando tutto è pubblico si allargano, non si riducono gli spazi di influenza, il potere della casta. Non serve a nulla sostenere che i politici devono essere onesti: è persino ovvio, ma l'esperienza ci insegna che più ampio è il controllo pubblico, più margini ci sono per disonesti e corrotti. E' una legge fisica, e statistica.

NO-EURO - Uscita molto ridimensionata da queste elezioni è anche la posizione no-euro. L'occasione era propizia, il vento antieuropeista soffiava forte, le schede elettorali erano piene di offerte politiche no-euro, ce n'erano per tutti i gusti, dalle più hard alle più soft... In altri paesi hanno fatto il pieno di voti, in Italia no. Renzi non ha dovuto mettere sul piatto l'uscita dall'euro per raggiungere il 40%, e ben il 42% degli elettori ha preferito astenersi piuttosto che aderire in massa alle proposte no-euro. Ovvio, non è che l'euro vada bene così com'è, ma gli italiani devono aver percepito puzza di sòla all'idea di uscire dalla moneta unica.

In generale, la critica all'Europa andrebbe mossa a partire da quel pensiero unico economico – che sembra accomunare PSE e PPE – secondo cui la crescita si fa con gli investimenti pubblici e i fondi europei, cioè con la spesa, e il rigore si fa con le tasse. A cui si aggiunge quella logica contabile delle coperture, per cui non viene nemmeno ipotizzato come credibile l'effetto espansivo di un taglio fiscale, mentre sono accettate come moneta corrente le supposte nuove entrate derivanti da un aumento di tasse. Anche se poi, alla prova dei fatti, quell'aumento avrà un effetto recessivo, e quindi avrà generato un gettito inferiore alle attese.

Tuesday, January 21, 2014

Ma l'anima nera del porcellum sopravvive

L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.

Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.

Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.

Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).

Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).

Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.

Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.

Thursday, December 05, 2013

La controriforma elettorale della Corte

Anche su Notapolitica

La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.

Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.

Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.

La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.

Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.

Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.

Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.

Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.

Friday, September 06, 2013

Una pericolosa ferita al diritto di voto

Anche su Notapolitica

La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.

Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.

Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.

Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.

E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?

E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.

Wednesday, May 22, 2013

Verso il porcellone

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Come spesso accade in Italia, non c'è nulla di più definitivo del transitorio. Quindi, se entro il 31 luglio verranno apportate le correzioni minime al "porcellum" annunciate oggi, è probabile che ci troveremo di fronte alla legge elettorale con la quale voteremo alle prossime elezioni. La situazione è, come al solito, piuttosto contorta, quasi in corto circuito, ed è più o meno la seguente.

Da una parte, la scelta di una mera manutenzione del "porcellum" mette in tempi rapidi in sicurezza la legge rispetto a possibili profili di incostituzionalità, e mette al riparo il governo dalle tensioni di un confronto totale tra le forze politiche sul sistema di voto. Dall'altra, però, proprio superando le cause di inadeguatezza, e forse anche incostituzionalità del "porcellum", il ritorno alle urne non sarà più politicamente impraticabile se il governo non funziona e vivacchia. Anzi, proprio per l'aprirsi dell'opzione voto, aumenteranno veti e pretese da una parte e dall'altra e, quindi, il rischio di paralisi della sua attività (già non particolarmente frenetica).

Ma su questo fronte molto dipenderà dalla soglia minima per far scattare il premio di maggioranza. Se bassa (35%), si riducono le possibilità di pareggio, e di un nuovo stallo. Quindi ottimo: si salvaguarda la governabilità. Ma non il governo Letta, perché crescerebbe la tentazione di staccare la spina al minimo incidente, essendo il premio a portata di coalizione. Quindi la legge elettorale sarebbe ok, ma di nuovo addio riforme costituzionali. E non è nemmeno detto che una soglia bassa dissolva i dubbi di incostituzionalità. Se alta (40-45%), difficile che il premio possa scattare: si tratterebbe di un proporzionale pressoché puro. Una pessima legge, quindi, che non salvaguarda la governabilità. Ma disincentivate le forze politiche dal rischio "palude", quindi dalla prospettiva di dover formare di nuovo un governo di "larghe intese", salvaguarda il governo Letta, la durata della legislatura, e paradossalmente accresce le chance del percorso di riforme di arrivare a conclusione.

E' ovvio, in questa situazione, che Berlusconi e il Pd spingano per correzioni minime che offrano se non la certezza almeno buone probabilità di non replicare un pareggio elettorale (il primo una soglia bassa, sia alla Camera che al Senato; il secondo per il ritorno al "mattarellum"), così da poter staccare la spina al governo quando diventi troppo dannosa la loro compartecipazione. Al contrario, il premier e i ministri ("colombe" ed ex Dc di Pd e Pdl) spingono per una soglia alta, un proporzionale quasi puro. Innanzitutto, come assicurazione sulla vita del governo, ma nel peggiore dei casi - il ritorno alle urne - un sistema che non produrrebbe una maggioranza in Parlamento, e renderebbe quindi inevitabile un nuovo governo di "larghe intese", favorendo l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il sempre più definitivo superamento del bipolarismo.

Friday, May 10, 2013

Non una Convenzione, ma servono convinzioni per le riforme

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nel suo discorso per la fiducia il premier Enrico Letta aveva addirittura evocato le sue dimissioni, nel caso in cui dopo 18 mesi avesse constatato uno stallo dei lavori della Convenzione per le riforme. Ebbene, la Convenzione potrebbe non nascere nemmeno, stando alle ultime indiscrezioni. D'altra parte, perché correre il rischio di avvitarsi sul nome di chi dovrebbe presiederla? Quagliariello già vede crescere esponenzialmente la centralità del suo ministero, che senza Convenzione diventerebbe il vero e proprio motore del processo di riforme, naturalmente in collegamento con le commissioni parlamentari competenti.

Ma più importante della sede e delle formule è la volontà politica. Più che una "Convenzione", per le riforme servono convinzioni salde. Convinzione della necessità di fare sul serio, stavolta, volontà di cambiare il sistema, di superare inefficienze e farraginosità dei meccanismi decisionali; e convinzioni su dove, verso quale forma di governo si vuole approdare.

Il governo Letta, partito con i fattori di debolezza di cui abbiamo scritto qualche giorno fa, ha un solo modo per durare: fare cose. Se si ferma, se si limita a chiacchierare delle cose da fare, è destinato a cadere. E' ancora presto per parlare di inconcludenza dopo il rinvio alla prossima settimana del decreto su Imu e Cig in deroga - in fondo qualche giorno per un approfondimento tecnico ci sta tutto - ma certo restano tutte le incognite di un esecutivo che sembra nato più per scongiurare il ritorno alle urne a giugno, e per non fare uno sgarbo al presidente Napolitano appena rieletto, che sulla base di un accordo politico - nel senso di politiche da attuare - tra Pd e Pdl.

Non importa che sia un governo di legislatura, ma da alcuni segnali - il "mini-rinvio" della rata Imu, la Convenzione già tramontata, la ricerca delle coperture finanziarie nelle pieghe del bilancio anziché lavorare ad una vera e propria svolta di politica fiscale - si intuisce un programma troppo poco ambizioso e, di conseguenza, un orizzonte temporale ristretto. Ancora non è intellegibile la vera natura del governo Letta: se balneare, giusto il tempo di passare l'estate, o se davvero di "larghe intese". Più probabilmente la verità è che la sua identità è in fieri. Nessuno dei due principali azionisti della strana maggioranza - Pd e Pdl - ha ancora le idee chiare sulla sua missione e, quindi, la sua durata, ma nemmeno si pongono limiti a priori. Uno spazio di manovra che Letta e i suoi ministri non dovrebbero esitare a sfruttare.

Il Pd è la chiave di tutto: perché se il Cav non avrebbe dubbi a sostenere un processo riformatore, ripagato dalla legittimazione da parte dei suoi avversari e dell'establishment, e dal ruolo alla De Gaulle italiano che potrebbe vantare, più incerto è se il Pd sia davvero disposto a legittimarlo, se sia sincera in Letta, e condivisa nel suo partito, la volontà di pacificazione, o se invece si punta semplicemente a superare l'estate, magari incassando una riformicchia elettorale prima di tornare al voto, come suggerito da D'Alema nei giorni scorsi.

Se la via delle riforme costituzionali verrà seriamente intrapresa, allora la legge elettorale non potrà che arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Pretendere, invece, di cominciare dalla riforma del sistema di voto può voler dire che si ha in mente un governo semi-balneare e non di "larghe intese", una tregua e non una vera pacificazione. Peccato che, parafrasando le parole attribuite a Kissinger sull'Europa, in questo momento a voler parlare con il Pd non si sa nemmeno chi chiamare. Mancano interlocutori attendibili, in grado di assumere impegni ai quali tutto il partito si senta vincolato.

Dunque, in queste prime settimane in cui Pd e Pdl sembrano più che altro studiarsi a vicenda, sta a Letta incardinare la rotta delle riforme, economiche e costituzionali, impegnare i gruppi parlamentari, e occupare il dibattito politico, sui contenuti. Se tergiversa, se temporeggia, rischia di soccombere al ritorno dei rispettivi tatticismi. Deve rendere al più presto visibile, a portata di mano, la prospettiva di vere, sostanziali riforme, così da rendere il più possibile costoso politicamente affossarla in nome del ritorno alla logica dello scontro e della demonizzazione dell'avversario. Ma ciò implica, naturalmente, che il Pd decida definitivamente cosa vuol essere: se una forza di governo aperta a ricevere la fiducia della maggioranza degli italiani, o se un'incattivita forza identitaria chiusa nel recinto ideologico e lamentoso di un 20% di cittadini.

Wednesday, April 24, 2013

Incarico a Letta, Pd spalle al muro. E il Pdl prova ad alzare la posta

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'hanno pregato di accettare la rielezione al Quirinale per sbloccare l'impasse da loro provocato, e ora Napolitano inchioda i partiti - Pd in primis - alle loro responsabilità. Niente governi tecnici, né "del presidente" (con sole figure istituzionali a risparmiargli l'imbarazzo di dover collaborare con il "nemico"), né formule ambigue, tipo "a bassa intensità politica". Con l'incarico di formare il nuovo governo a Enrico Letta, e non ad altre personalità (come per esempio Giuliano Amato), il Pd è costretto al "governissimo", cioè un governo con ministri politici, i suoi esponenti insieme a quelli di Pdl e Scelta civica, l'ipotesi che all'indomani delle elezioni, nonostante la realtà impietosa dei numeri, la direzione del partito aveva categoricamente escluso per ben due volte. Ebbene, il presidente ha chiarito che quella delle larghe intese, che si apre oggi, è la «sola prospettiva possibile», che «non ha alternativa» (se non il voto subito). Per questo, confida nel successo del tentativo di Letta - chi dovesse affossarlo si assumerebbe una grave responsabilità dinanzi al paese - e confida che tutte le forze politiche, ma anche i mezzi di informazione, «cooperino per favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni».

IL PDL - Ma anche per il Pdl l'incarico a Letta rappresenta una sfida non da poco. Berlusconi ha fin dall'inizio, all'indomani del voto, chiesto con forza un governo politico, forte, duraturo, non un governicchio «semibalneare», utile solo al Pd per riprendersi dalle ultime batoste e dalla crisi interna. E' questo, ora, il rischio maggiore per il Pdl: trovarsi costretto a concedere ai suoi avversari una tregua, una sorta di tempi supplementari, in vista degli esami di riparazione, senza ottenere in cambio risultati politici concreti (l'abolizione dell'Imu, per esempio, cavallo di battaglia elettorale, o il presidenzialismo). Nell'autunno del 2011 Napolitano ha ritenuto a tal punto rischioso per il paese il ritorno alle urne, e talmente impreparato il centrosinistra a governare, da costruire l'ipotesi Monti, ma di fatto preparando la strada per una vittoria dell'alleanza guidata da Bersani e per una scontata successione al Colle. E' andata molto diversamente, e tutti sappiamo cosa non ha funzionato, ma in fondo il governo Letta può essere visto come un secondo tentativo, sebbene in altre forme, di rianimare il centrosinistra, di costringerlo a risolvere le proprie contraddizioni preparandolo al governo del paese.

Letta nelle sue prime dichiarazioni ha parlato di un governo «di servizio al paese», di provvedimenti per il lavoro e l'impresa, e di riforme costituzionali: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale. «O si ritrova credibilità tutti, e tutti insieme, o non si trovano strumenti per risolvere i problemi», è stato il suo appello alle forze politiche. «Parleremo con tutti, Pdl in primis. Ma questo governo non nascerà a tutti i costi, nascerà solo se ci saranno le condizioni». E le condizioni del Pdl, ancor prima dell'ufficializzazione dell'incarico, le ha ricordate Alfano, lanciando un vero e proprio avvertimento: «Non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile». Dunque, ministri Pd-Pdl insieme, ma che siano nomi di peso, i "big", e contenuti «irrinunciabili». Il Pdl alza la posta, cerca di rendere più costosa possibile per il Pd un'eventuale esperienza di governo di larghe intese, con un occhio ai sondaggi che danno il centrodestra in crescita e in netto vantaggio, quindi con la tentazione del voto. Ma è anche vero che sarà difficile, a questo punto, dopo aver rieletto Napolitano, smarcarsi dal tentativo Letta, almeno quanto difficile però per il Pd irrigidirsi, rischiando il ritorno al voto e, quindi, un bagno di sangue, per ritrovarsi poi nella stessa prospettiva di oggi, solo senza premio di maggioranza alla Camera.

AMATO - Il presidente Napolitano ha spiegato di aver scelto Letta perché è «giovane - molto per gli standard italiani - ma ha già accumulato esperienza parlamentare, di governo, e internazionale». Amato era probabilmente la personalità che giudicava più idonea per competenza, esperienza parlamentare e istituzionale, doti da mediatore e notorietà in contesti internazionali, ma non mancavano controindicazioni politiche che il presidente aveva ben presenti e che nel calcolo costi-benefici hanno finito per prevalere. Innanzitutto, la sua nomina sarebbe apparsa come un dito in entrambi gli occhi dell'opinione pubblica (di centrosinistra ma anche - e forse più - di centrodestra), un ritorno al passato (al '92, quando Amato fu premier e Napolitano presidente della Camera), e infine avrebbe dato al nuovo governo un profilo troppo simile al precedente, sonoramente bocciato dagli elettori. Troppo tecnico, troppo bassa la "densità politica", mentre ad avviso di Napolitano (in questo in sintonia con Berlusconi), stavolta serve il pieno coinvolgimento della politica, dei partiti.

Meno "divisivo" dovrebbe essere per il Pd (ma il condizionale è d'obbligo) il nome di Letta, a favore del quale ha giocato anche il fattore generazionale: dopo la conferma di un 88enne al Quirinale, almeno con la nomina del premier il presidente ha voluto mandare un messaggio di freschezza (anagraficamente, s'intende). Corretti i ragionamenti che il quirinalista del Corriere Marzio Breda ha attribuito a Napolitano, descritto come «travagliato tra la necessità di avere esperienza e competenza e il bisogno di dare un segnale di novità e cambiamento al paese», sbagliate tuttavia le sue conclusioni («ormai tutto sembra chiaro: si va verso un incarico pieno a Giuliano Amato»), dettate forse da una preferenza del suo giornale.

RENZI - Quanto all'ipotesi Renzi, non è mai decollata oltre la bolla mediatica innescata da Orfini con una dichiarazione televisiva, nemmeno reiterata in direzione. La sua candidatura solo «un'effimera creazione politico-mediatica», l'ha definita Breda. Dunque, se anche Berlusconi non avesse visto di buon occhio Renzi a Palazzo Chigi, non ha avuto bisogno di porre veti. L'ipotesi non è mai davvero arrivata sul tavolo di Napolitano. Ora Renzi cercherà di avvalorare la tesi del veto di Berlusconi per usarlo strumentalmente nella lotta interna al partito: «Per la prima volta gran parte del Pd si è ricompattata sul mio nome. Non era mai successo», ha dichiarato al Corriere (ma non sarebbe, piuttosto, un segnale di cui preoccuparsi?). «La sensazione - ha aggiunto - è che sia Berlusconi a non volermi. E questo forse aiuta a chiarire l'equivoco una volta per tutte».

Preferenze sono state senz'altro espresse al capo dello Stato (Berlusconi avrebbe dato il suo ok sia su Amato che su Letta), così come Napolitano le ha senz'altro valutate, ma parlare di veri e propri "veti" e "candidature" da parte dei partiti in questa fase è fuori luogo. L'abbiamo sentito tutti il discorso di insediamento del presidente. Le sue parole che lasciavano spazio a veti o pretese sui nomi. Ha deciso lui, e pregandolo di accettare la rielezione i partiti si sono consegnati alle sue decisioni. Napolitano non ha sul serio considerato Renzi: perché a digiuno di esperienze di governo, ma soprattutto perché porta su di sé una carica politica esplosiva. Essendo uno dei leader che saranno direttamente impegnati nella futura, forse molto prossima campagna elettorale, avrebbe calamitato su di sé e sull'esecutivo tutte le tensioni interne al Pd, trasferendo sull'azione di governo il dibattito congressuale, un po' come accaduto per l'elezione del capo dello Stato. E anche in Berlusconi e nel Pdl, la sua nomina avrebbe accentuato la tendenza già forte a valutare l'azione di governo in termini di mera convenienza elettorale (avvantaggia o no Renzi?).

Tuesday, April 23, 2013

Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.

Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.

Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.

«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».

Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Monday, April 22, 2013

Napolitano 2.0 male minore, ma ora il presidenzialismo

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.

Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.

E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.

Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.

Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.

E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.

Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...

Friday, April 19, 2013

Renzi da rottamatore a riesumatore di salme

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nella partita per il Colle è venuto fuori un Renzi che sospettavamo, ma che fino ad ora non avevamo conosciuto: è entrato in gioco con due occhi ben aperti sulle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchia politica. Bersani ha usato l'elezione del capo dello Stato per cercare di entrare a Palazzo Chigi, il sindaco di Firenze l'ha usata per far fuori Bersani. Contribuendo in modo decisivo a bruciare la candidatura di Marini ha forse ha vinto un set, o meglio un singolo game, essendo - forse - riuscito ad abbattere il "cavallo ferito". Ha ripetuto innumerevoli volte di volersi conquistare la leadership nelle primarie, in una competizione all'"americana", a viso aperto, e invece ha fatto ricorso come tutti, come da tradizione italiana, ai giochi di palazzo e alle correnti di partito, a cui aveva giurato di non voler partecipare.

Ma innanzitutto, non è ancora detto che Prodi ce la faccia. Ha bisogno di una manina o dal M5S (che sembra confermare la candidatura Rodotà) o da "Scelta Cinica" (che ha candidato ufficialmente la Cancellieri, anche se il "prodiano" Riccardi si è già attivato...), e non si può escludere che qualcuno nel Pd sia tentato di fare un dispetto sia al professore che al giovane sindaco in un colpo solo.

In ogni caso, sostenendo l'elezione di Prodi al Quirinale Renzi ha dismesso i panni del grande rottamatore e ha vestito quelli del grande restauratore.

Condanna l'Italia a 7 anni di Prodi, che sarebbe un presidente estremamente divisivo, da vera e propria "guerra civile", solo perché convinto che sbarrando la strada a un candidato condiviso tra Pd e Pdl, e quindi ad un governo subito (come lui stesso sembrava invocare per il bene del paese), si tornerà molto presto al voto e potrà essere lui il candidato premier del centrosinistra: 7 anni di Prodi al paese, in cambio della vaga possibilità di una candidatura a premier. A questo punto Renzi sembrerebbe il leader ideale per "Scelta Cinica". Ma il colmo è che il suo calcolo potrebbe essere sbagliato. Imprevedibili, infatti, le mosse di Prodi una volta eletto presidente. Potrebbe persino dare a Bersani (o a qualcun altro del Pd) una chance per andarsi a cercare i voti dei grillini al Senato, o comunque ritardare lo scioglimento delle Camere, o ancora cercare di governare lui stesso dal Quirinale, formando un governo del presidente. D'altra parte, il precedente di Napolitano con Monti è una breccia che si presta ad essere allargata da un professore dall'ego smisurato come Prodi. Insomma, Renzi potrebbe anche non ottenere un ritorno alle urne così ancitipato come vorrebbe.

Ma al di là dei suoi calcoli personali, dire "no" a Marini e "sì" a Prodi significa per Renzi negare l'essenza stessa della sua sfida alla vecchia politica e alle vecchie idee della sinistra. Se appaiono fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato (un candidato che certo non appassiona), gli stessi valgono contro Romano Prodi, che esattamente come Marini corrisponde al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare senza esitazioni. Con la differenza che l'ex premier è già stato rottamato e si tratterebbe di riciclarlo. Due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo, anche lui ultra-settantenne e di estrazione cattolica. Prodi rappresenta forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano? O piuttosto non è, anche lui, un "dispetto", per almeno la metà degli italiani, e un "candidato del secolo scorso"?

L'unica differenza è, appunto, l'antiberlusconismo, che fa di Prodi il presidente ideale per scongiurare qualsiasi formula di intesa tra Pd e Pdl e, dunque, rendere più probabile il ritorno alle urne. Ma anche Prodi rappresenta la vecchia politica e le vecchie contrapposizioni, tutto ciò che della sinistra Renzi ha sempre dichiarato di voler superare, anzi rottamare.

Thursday, April 18, 2013

Dopo aver seminato vento, il Pd raccoglie la sua tempesta

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l'unico pensiero che scalda il cuore è "smacchiare il giaguaro", è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli "impresentabili", come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.

«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all'indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l'ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent'anni di antiberlusconismo, l'eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti.

La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd. Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell'avversario, ai danni dell'immagine stessa del paese, e l'insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente "impolitici", per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare - anche quando è l'unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia - e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall'elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un'idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi.

E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un'elezione rapida e largamente condivisa, con i 2/3 dell'assemblea alla prima votazione. Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l'altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504.

Dall'inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l'unico scopo che ha guidato l'azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall'elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz'altro Renzi, che dall'inizio ha sparato ad alzo zero sull'ipotesi Marini. Fondati i suoi argomenti contro l'ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili.

Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c'era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d'oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la "visione di paese" che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di "cambiamento" che gli italiani aspettano?

No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico. Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L'elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch'essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L'importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l'immagine di cripto-berlusconiano disponibile all'inciucio. Anche il Renzi del "fate presto", insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l'elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani.

Un'altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l'elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani. Chi vuole un presidente "del popolo" abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L'impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un'avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.

Wednesday, April 03, 2013

La resa pilatesca di Napolitano

L'arbitro che non se l'è sentita di fischiare rigore all'ultimo minuto

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si congela qualcosa per conservarla e poterla utilizzare in un secondo momento, non per gettarla via. In questo senso è corretto sostenere che la decisione del presidente Napolitano di nominare i dieci saggi ha soltanto "congelato" Bersani, senza sancire il suo fallimento. Certo, il segretario del Pd avrebbe di gran lunga preferito ricevere un incarico pieno, per formare il suo governo e farsi eventualmente sfiduciare in aula, entrando comunque a Palazzo Chigi, oppure le dimissioni anticipate del presidente, ma ha "assorbito" con lungimiranza la mossa del Colle, cogliendone la debolezza, persino l'impotenza. Napolitano, infatti, gli ha sì sbarrato la strada verso Palazzo Chigi, ma di fatto, pur non dimettendosi, perché sconsigliato da Draghi, sta passando nelle mani del suo successore la spinosa questione del nuovo esecutivo.

Il favore a Bersani è doppio: perché il presidente non ha attribuito a nessun altro l'incarico di formare un governo, come invece avrebbe voluto la prassi costituzionale alla luce dell'esito negativo della sua esplorazione; e perché ribaltando l'ordine dei fattori dell'ingorgo istituzionale - l'elezione del nuovo presidente della Repubblica è ormai temporalmente prioritaria rispetto alla formazione del nuovo governo (il 18 aprile la prima seduta utile) - aiuta il segretario del Pd a tenere il partito unito sulla prima delle due scadenze.

L'inerzia è di nuovo a vantaggio di Bersani: basta aspettare l'elezione del nuovo inquilino del Colle, che sarà più propenso a conferirgli l'incarico anche senza numeri certi al Senato. Esplicativo il titolo dell'editoriale di Stefano Menichini, direttore di Europa: «Si va al governo passando dal Quirinale». Così come sperava che l'elezione dei presidenti di Camera e Senato potesse favorire le condizioni per ottenere almeno il "non impedimento" alla nascita del suo governo, ora Bersani spera di utilizzare l'elezione del nuovo capo dello Stato per continuare la sua rincorsa a Grillo, per un nuovo tentativo di agganciare i senatori del M5S. Se il nuovo presidente venisse eletto senza i voti del Pdl, ma con qualche voto dei montiani e dei grillini, come avvenuto per Grasso, tramonterebbe definitivamente qualsiasi ipotesi di "larghe intese" tra Pd e Pdl e verrebbe rilanciata, invece, l'idea del governo del "cambiamento" in grado di ottenere almeno la "non sfiducia" dei grillini. O, al peggio, ci sarebbe il voto.

Peccato che il presidente abbia deciso di chiudere il suo settennato con una mossa così dilatoria e pilatesca. Questa volta il compagno Napolitano ha anteposto l'interesse del suo partito alla tutela delle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica, che aveva voluto difendere con forza, invece, chiamando in causa la Corte costituzionale sulle intercettazioni che lo riguardavano in possesso della Procura di Palermo. Dei due poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato per risolvere crisi politiche come quella attuale - il potere di nomina del presidente del Consiglio e il potere di scioglimento anticipato delle Camere - gli restava solo il primo, poiché il presidente in scadenza di mandato non può sciogliere anticipatamente le Camere.

Ebbene, Napolitano ha rinunciato anche a quello. Ha rinunciato al potere di nominare un presidente del Consiglio, quindi a provare a sciogliere con il potere che la Costituzione gli attribuisce l'intricato nodo del governo, inventandosi invece una formula dilatoria - le due commissioni di saggi - che nelle sue intenzioni dovrebbe servire a «spezzare, o magari soltanto allentare, la spirale di incomunicabilità fra partiti che si sentono e si comportano ancora come se fossero in piena campagna elettorale». Ha inteso creare una sorta di camera di decompressione, illudendosi di far emergere in questo modo elementi programmatici condivisi per un eventuale governo di corresponsabilità, più o meno esplicita, tra le forze politiche.

Di fatto, però, più o meno consapevolmente ha regalato al Pd una cospicua rendita di posizione. Mentre prima avrebbe dovuto accettare un nome di garanzia per il Quirinale affinché non fosse preclusa la nascita di un governo Bersani, adesso è nella posizione di pretendere che il centrodestra si pieghi a votare il candidato espresso dalla sinistra, pena l'elezione della personalità più antiberlusconiana possibile. E in ogni caso il nuovo presidente consentirebbe finalmente a Bersani di varare il suo esecutivo "di minoranza" e di insediarsi a Palazzo Chigi. Se una simile manovra presidenziale avesse in tal modo favorito Berlusconi, si sarebbe gridato al golpe per settimane.

La linea di Bersani, di totale chiusura nei confronti del centrodestra, non poteva, e non può, essere messa in discussione all'interno del Pd se non in modo lacerante. Se davvero c'è chi non la condivide, di sicuro stenta a manifestarsi. E stenterà ancor di più, dal momento che la mossa del Colle aiuta Bersani a compattare il partito dietro di sé, essendo l'elezione del nuovo presidente l'obiettivo condiviso su cui ora non ci si può proprio dividere. Al rifiuto del segretario del Pd di rinunciare all'incarico nonostante non fosse riuscito a ottenere le condizioni poste da Napolitano (una maggioranza certa anche al Senato), il presidente avrebbe potuto, e dovuto reagire facendo saltare il tappo, dichiarando formalmente fallito il tentativo di Bersani e nominando un premier incaricato di formare un governo. Era questo l'unico atto di forza che avrebbe potuto dare una scossa al Pd: a quel punto, chi non fosse stato convinto della linea Bersani, avrebbe potuto sfidarla sotto la copertura autorevole del Quirinale, con gli argomenti pressanti di un governo del presidente che sarebbe arrivato di lì a poco a chiedere la fiducia alle Camere.

Napolitano non se l'è sentita di mettere il proprio partito di fronte ad un bivio così lacerante, ma così è uscito dalla sua traiettoria istituzionale proprio all'ultima curva del suo settennato.

Friday, March 29, 2013

Napolitano fai presto, Pd tentato dallo strappo

Se tentenna, il Pd lo pre-pensiona e si vota

Anche su Notapolitica

Al termine del colloquio con Napolitano, Berlusconi si dice disponibile a un governo politico Pd-Pdl-Lega-SC, anche con Bersani premier, e chiude invece a ipotesi di governo tecnico. Ma togliendo dal tavolo la partita per il prossimo inquilino del Colle («sta nella logica delle cose che, se si fa un governo di coalizione insieme, insieme si debba discutere su chi sia il migliore presidente della Repubblica»), toglie al Pd l'alibi delle contropartite improprie e, quindi, inaccettabili. Il cerino torna in mano a Bersani: dopo una così ampia disponibilità da parte del centrodestra, se il governo non si fa la colpa sarà sua. Ma il Pd non può permettersi alcuna forma di corresponsabilità di governo o dialogo istituzionale con Berlusconi (il giaguaro da smacchiare!), pena il rischio di una spaccatura lacerante del partito, sia a livello di gruppo dirigente che di base elettorale. Meglio il voto, e magari perdere, piuttosto.

L'abbiamo scritto fin dall'inizio: la linea che Bersani ha pervicacemente portato avanti in questo mese, chiudendo il Pd in un vicolo cieco, è l'occupazione di tutte le cariche istituzionali (presidenza delle Camere, Palazzo Chigi, Quirinale) con solo il 29% dei voti (sul 72% di quelli espressi) e un distacco dal centrodestra di uno 0,3%. Senza maggioranza al Senato, o la nascita di un governo Pd-Sel tramite il "non impedimento" delle altre forze politiche (offrendo al M5S gli 8 punti del "cambiamento" e a Berlusconi di non essere troppo cattivi nello scegliere il successore di Napolitano), o meglio il voto. Bersani le ha provate tutte, in un vero e proprio braccio di ferro con il capo dello Stato, pur di ottenere l'incarico a formare il governo anche senza avere numeri certi in Parlamento. Perché seppure sfiduciato dal Senato, sarebbe rimasto in carica a Palazzo Chigi durante la successione al Colle e durante la campagna elettorale, mantenendo così la leadership del partito e scaricando le colpe dell'ingovernabilità sull'irresponsabilità altrui.

Per questo avvertivamo che per i suoi obiettivi, quanto più i tempi si fossero allungati, fino ad arrivare sotto la scadenza del settennato, tanto più i margini di Napolitano per "costringere" il Pd ad aprire ad un governo di "larghe intese", o "del presidente" (che però non gli eviterebbe una collaborazione non meno imbarazzante con il Pdl), si sarebbero ristretti. E' quanto sta accadendo. Durante le sue consultazioni, il segretario del Pd non ha mai davvero aperto a tutte le forze politiche, come era stato incaricato a fare da Napolitano. Se scaricare subito Bersani, come suggerivamo, sarebbe stata una mossa al quanto ardita da parte del presidente, dal momento che si trattava pur sempre del leader della coalizione con la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e quella relativa al Senato, e dunque una chance gli andava riconosciuta, tuttavia avergli concesso un'intera settimana per consultazioni che sarebbero potute durare 1-2 giorni e, di fronte ad un esito «non risolutivo», rimandare ancora una decisione a dopo un altro giro di consultazioni, è stato un segno di debolezza che potrebbe costare caro al tentativo di Napolitano di dare un governo al paese.

Così come Pdl e Grillo hanno esercitato il loro veto rispetto al governo del "non impedimento", Bersani ora può esercitare il suo veto all'ipotesi di un governo di "grande coalizione" o "del presidente" (anche se a "bassa intensità politica"). Se il Pd s'impunta, è evidente che diventerebbe Napolitano l'elemento di blocco del sistema, non potendo egli sciogliere le Camere poiché in scadenza di mandato. E dunque, verrebbe indotto ad accelerare la propria successione, a dimettersi prima. Il Pd potrebbe finalmente eleggersi più o meno da solo il nuovo capo dello Stato (e scatterebbe la vendetta finale contro Berlusconi: Prodi? Zagrebelski?), il quale permetterebbe a Bersani di entrare a Palazzo Chigi anche senza numeri per poi, di fronte ad una eventuale sfiducia del Senato, sciogliere subito le Camere. Ecco il disegno per il quale il Pd è tentato dallo strappo.

Rispetto a tale piano, Napolitano rischia di tentennare troppo e finire fuori tempo massimo. Per il Pd è inaccettabile una coalizione di governo con Berlusconi. Per quest'ultimo, è inaccettabile concedere il proprio "non impedimento" ad un governo Bersani senza nulla in cambio. L'unica chance che ha di riuscire a dare un governo al paese e di evitare il ritorno al voto già a giugno, è di mettere al più presto le forze politiche di fronte al fatto compiuto del giuramento di un governo "del presidente", di scopo, con pochi e precisi punti all'ordine del giorno. In questo modo, Pd e Pdl non potrebbero scaricare l'uno sull'altro la responsabilità del ritorno al voto, perché se lo bocciano sarebbero entrambi gli irresponsabili.