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Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

Pubblicato su formiche

Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Wednesday, March 22, 2017

Trump e la sua squadra "sorvegliati" dall'amministrazione Obama, ma per sbaglio...

Pubblicato su L'Intraprendente

Boom! Le comunicazioni del team Trump, e presumibilmente dello stesso Trump, sono state intercettate da agenzie di intelligence durante l'amministrazione Obama. E' quanto risulta al presidente della Commissione Intelligence della Camera, Devin Nunes, che lo ha riferito alla stampa leggendo una dichiarazione. Ecco quanto risulta a Nunes.

1) Tale sorveglianza sarebbe stata "legalmente autorizzata", ma non nell'ambito dell'indagine dell'FBI sulle interferenze russe nelle elezioni, bensì sulla base di un mandato FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) evidentemente richiesto da altre agenzie di intelligence federali. Ne avevamo parlato qui un paio di settimane fa.

2) E' "possibile" che alcune delle comunicazioni dello stesso Trump siano state intercettate.

3) Le comunicazioni sarebbero state intercettate "accidentalmente" (ma "in numerose occasioni"), nel senso che Trump e i suoi collaboratori non sarebbero stati l'oggetto del mandato di sorveglianza. Il che può accadere quando una persona comunica con un obiettivo della sorveglianza FISA. In tali casi, l'identità dei cittadini americani coinvolti dovrebbe rimanere segreta, ma può essere rivelata da funzionari di intelligence in alcune circostanze... In questo caso è stata rivelata, e comunicata alla stampa (!), anche se...

4) Le informazioni raccolte durante il monitoraggio erano secondo Nunes di scarso, o nessun valore di intelligence, ma sono state "ampiamente disseminate nella comunità di intelligence". Si tratta di "molte informazioni sul presidente eletto, il suo transition team, e su cosa stavano facendo".

5) Oltre all'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, l'identità di altri membri del transition team intercettati è stata rivelata nei rapporti di intelligence.

Le informazioni raccolte da Nunes – pur avendo, per la carica che ricopre, una certa credibilità – andranno comunque confermate, ma tutto questo somiglia terribilmente a quanto denunciato dallo stesso Trump nei suoi tweet e a quanto avevamo ipotizzato un paio di settimane fa.

E se lo saranno, qualcuno dovrà spiegare chi ha richiesto il mandato FISA, nei confronti di quali agenti esteri, e per quali motivi. E soprattutto come è potuto accadere che le informazioni raccolte dalle comunicazioni del team Trump intercettate siano finite alla stampa anziché essere distrutte, se irrilevanti.

La cosa surreale di tutta questa vicenda, se confermata, è che si poteva in realtà desumere dalle decine di articoli pubblicati in questi mesi da NYT, WaPo e BBC, sui "contatti" tra il team Trump e la Russia. Certi "leaks" da loro riportati infatti non possono che essere il frutto di un'attività di sorveglianza. Che nelle "cuffie" delle agenzie federali guidate da Obama le comunicazioni di Trump e dei suoi collaboratori siano finite per caso, "accidentalmente", si può dubitare. Nel senso che con un po' di malizia si può sospettare che le finalità del mandato FISA siano state strumentalizzate per mettere sotto controllo il nuovo presidente e usare le informazioni raccolte per delegittimarlo, com'è poi avvenuto. Ma a questo punto poco importa, perché ammesso che tutto sia avvenuto legalmente e accidentalmente, la diffusione delle informazioni così raccolte prima all'intera comunità di intelligence e da qui alla stampa è sicuramente illegale e presenta tutti i caratteri di una cospirazione politica ai danni dell'amministrazione Trump a cui avrebbero partecipato figure di primo piano del sottogoverno di Obama.

Tuesday, March 21, 2017

Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump

Pubblicato su formiche

Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.

Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).

L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".

Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.

Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.

E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".

Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.

Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".

Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".

Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"

"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".

Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?

Thursday, March 16, 2017

Da Mark Rutte una lezione ai nostri europeisti "liberali"

Pubblicato su L'Intraprendente

Good news dalle elezioni politiche in Olanda. Affluenza record. La destra liberale del primo ministro uscente Mark Rutte "tiene" (pur scendendo a 33 seggi dai 41 del 2012), mentre il temuto partito di Geert Wilders avanza, arriva secondo (da 15 a 20 seggi), ma non sfonda. I laburisti, che erano al governo con Rutte, sprofondano. Euroburocrati ed europeisti tirano un sospiro di sollievo, ma i brindisi che si vedono e leggono sui social e sulla stampa sono del tutto fuori luogo... Non hanno ancora capito niente se pensano che in Europa si possa continuare così. Rutte ha "tenuto" proprio perché è tra i pochi che lo hanno compreso.

I temi di Wilders sono stati al centro della campagna elettorale e non sono stati affatto respinti dagli elettori, né emarginati dalle altre forze politiche. Non solo, infatti, il suo partito ha guadagnato seggi, ma se il premier Rutte ha potuto limitare le perdite, riconquistando la maggioranza relativa, è proprio perché li ha in qualche modo fatti propri, non negati. La spinta impressa da Wilders al dibattito politico in Olanda ha comunque determinato un radicale cambiamento del quadro partitico, spostando a destra il partito di Rutte e l'asse del prossimo governo.

Qualcuno avverta i "compagni col trolley", stamattina esultanti, che Rutte ha frenato Wilders perché di destra e perché liberale. Entrambe le cose. E' un liberista, i suoi riferimenti sono Margaret Thatcher e Ronald Reagan. E la precondizione che gli ha permesso di reggere è uno stato dell'economia pressoché perfetto: disoccupazione ai minimi, Pil in crescita del 2%, conti pubblici da "tripla A". Questa volta, anziché una grande coalizione con i laburisti, usciti asfaltati dalle urne, farà un governo di centrodestra. E sarà interprete in Europa di posizioni più intransigenti e nazionaliste, sia sui bilanci che sull'immigrazione.

Rutte ha accettato di confrontarsi con Wilders sul suo campo, senza negare l'evidenza di alcuni problemi, e per certi versi con le sue stesse armi. A gennaio ha inviato ai giornali una lettera aperta il cui messaggio a tutti gli immigrati era molto chiaro: rispettate le nostre regole e aderite ai nostri valori tradizionali, o andatevene. E' stato anche fortunato e abile a sfruttare la crisi con la Turchia per dimostrarsi leader forte e nazionalista, respingendo l'assurda pretesa dei ministri del governo turco di tenere comizi in Olanda a sostegno del referendum costituzionale per la riforma presidenzialista voluta da Erdogan.

Insomma, l'argine contro la destra nazionalista e anti-islamica di Wilders ("ultradestra xenofoba" sono termini che lasciamo volentieri al giornalista collettivo) non è stata la sinistra, ma una destra liberale e conservatrice che non ha avuto complessi nel dare risposte chiare ai cittadini su temi quali l'immigrazione, la sicurezza e la sovranità.

Anche i nostri europeisti "liberali" di "Forza Europa" avrebbero molto da imparare da Mark Rutte, che invece di negare i temi posti da Wilders (e dalla realtà) li ha fatti propri. Wilders è stato frenato non proponendo più accoglienza e "più Europa", ma parlando di nazione e confini. Rutte non ha una visione federalista dell'Ue, non crede nell'esercito comune e nel controllo condiviso dei confini, è contrario alla condivisione del debito e realista sull'immigrazione. "L'idea stessa di un'Europa sempre più unita è morta e sepolta", ha detto Rutte al World Economic Forum, lo scorso 19 gennaio, avvertendo che "il modo più veloce per smantellare l'Ue è continuare a parlare della creazione passo dopo passo di una sorta di superstato europeo". Il miglior modo per difendere l'Ue è rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, non snobbarle trincerandosi dietro un europeismo di maniera.

Friday, March 10, 2017

Dal Russia-gate al Watergate di Obama

La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore

Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.

Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).

Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.

A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.

Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".

Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?

Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.

La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".

Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).

Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".

Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Tuesday, February 28, 2017

Puppet o fuffa?

No, l'annunciato aumento del budget della difesa, e dell'arsenale nucleare Usa, da parte del presidente Trump, non è piaciuto a Mosca. Non l'hanno presa affatto bene.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.

O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...

E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.

Friday, February 24, 2017

La "sveglia" di Trump alla Nato e all'Europa

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Rassicurazioni sull'impegno Usa nella Nato e i rapporti con la Russia, ma il vice presidente Pence e il segretario alla difesa Mattis "suonano la sveglia" agli alleati. "Americans cannot care more for your children's security than you do"

La realtà ha già cominciato a smentire le previsioni apocalittiche sulla presidenza Trump e gli "esperti" non sanno ancora decidersi se criticarlo quando "attenta" all'ordine e alle istituzioni internazionali del dopoguerra, o quando adotta una linea più convenzionale, apparentemente tornando sui suoi passi e contraddicendo se stesso. Non hanno capito nulla di Trump prima, durante e dopo... E ora si arrampicano sugli specchi per spiegarci come mai le prime, ragionevoli mosse della nuova amministrazione Usa non sembrano coerenti con i loro scenari catastrofici.

I suoi critici "a prescindere" non accetteranno mai di vederla, ma c'è una logica nella politica estera dell'amministrazione Trump, che ha appena cominciato a prendere forma. Innanzitutto, l'idea secondo cui allo slogan trumpiano "America First" debba corrispondere un'America chiusa in se stessa che abbandona gli alleati al loro destino si sta sempre più scontrando con la realtà dei primi passi dell'amministrazione, come dimostrano le calorose accoglienze riservate da Trump ai premier di Regno Unito e Giappone a Washington e i recenti tour in Europa del vicepresidente Mike Pence (alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco e a Bruxelles), del segretario alla difesa Jim Mattis (al vertice Nato e alla conferenza di Monaco) e del segretario di Stato Rex Tillerson (al G20 di Bonn). E' chiaro: se si sono prese alla lettera, ma non sul serio, le parole di Trump in campagna elettorale, rivolte all'elettore medio americano, allora le parole dei suoi uomini oggi, prese altrettanto alla lettera, possono apparire distanti, persino divergenti. Ma se, con uno sforzo di onestà intellettuale, si prendono sul serio le une e le altre, si vedrà che i concetti espressi coincidono, che pur nelle diverse sensibilità prevale la sintonia, non un presidente "sotto tutela" come qualcuno insinua.

I suoi critici sono disorientati, ma un filo logico nella politica estera di Trump sta emergendo, ha scritto sul WSJ lo studioso dell'American Enterprise Institute Michael Auslin. Sulle questioni di politica estera che hanno un impatto diretto sul fronte interno, come gli accordi commerciali e la globalizzazione, persegue un cambiamento radicale; sulle questioni di pura politica estera, come i rapporti con gli alleati, la Russia o la Cina, sta adottando un approccio più tradizionale. "Almeno finora, Trump è stato molto coerente. I critici da sinistra e da destra dovrebbero accettare che i prossimi quattro anni di politica estera americana saranno definiti da un mix di tradizionalismo e di radicalismo". In una parola: pragmatismo, gli interessi dell'America al primo posto.

Il candidato Trump ha suscitato scandalo quando ha posto, in modo a volte provocatorio, il tema del giusto contributo degli alleati ai costi della difesa comune, e quando ha parlato di un'alleanza "obsoleta", perché non a sufficienza rivolta a contrastare la minaccia del terrorismo islamico, e di migliori rapporti con la Russia. Su questi tre fronti non potevano certo esprimersi come il candidato Trump, ma sia il vicepresidente Mike Pence sia il segretario alla difesa Mattis hanno "suonato la sveglia" agli alleati della Nato e all'Europa, recando il messaggio del presidente nel modo più chiaro, esplicito e ultimativo possibile (anche se, chiusi nella loro bolla e nei loro pregiudizi, gli europei fanno sapere di restare disorientati sulle reali intenzioni della Casa Bianca). Washington non intende abbandonare a se stessa la Nato - ma pretende giustamente che gli alleati contribuiscano alla sicurezza comune almeno quanto pattuito - né fare regali alla Russia, con la quale cercherà un "terreno comune" di cooperazione, ma al tempo stesso richiamandola alle sue responsabilità.

Naturalmente i media europei hanno evidenziato le rassicurazioni di Pence e Mattis sull'impegno americano, lasciando persino intendere che stessero correggendo il loro presidente o in qualche modo ridimensionando le sue dichiarazioni (nonostante entrambi abbiano esplicitamente, più volte, premesso di parlare a suo nome), mentre molto meno rilievo è stato dato alle parti dei loro discorsi in cui recavano le richieste della nuova amministrazione Usa.

Il segretario alla difesa Mattis ha assicurato che la Nato resta un "pilastro fondamentale" per gli Stati Uniti, l'impegno per l'articolo 5 dell'Alleanza atlantica resta "solido come una roccia", ma ha anche detto chiaro e tondo che se gli alleati non aumenteranno la loro spesa militare, gli Stati Uniti non potranno che "moderare" il loro impegno nella Nato. Un vero e proprio "warning". E la notizia semmai è che, almeno a parole, la Nato abbia acconsentito alla richiesta di Trump, che in fondo è la stessa dei suoi predecessori alla Casa Bianca. "Americans cannot care more for your children's security than you do". Mattis è stato franco e diretto, il suo ragionamento non fa una piega: "Devo a tutti voi chiarezza sulla realtà politica negli Stati Uniti e porre la giusta richiesta da parte della gente del mio Paese in termini concreti... L'America terrà fede alle sue responsabilità, ma se le vostre nazioni non vogliono vedere l'America moderare il suo impegno per l'alleanza, ciascuna delle vostre capitali dovrà mostrare il suo sostegno per la nostra difesa comune". "Il contribuente americano non può più sopportare una quota sproporzionata della difesa dei valori occidentali. Gli americani non possono preoccuparsi per la sicurezza dei vostri figli più di quanto facciate voi stessi. Il disprezzo per la preparazione militare dimostra una mancanza di rispetto per noi stessi, per l'Alleanza e per le libertà che abbiamo ereditato, che sono ora chiaramente minacciate". Quindi, una sorta di ultimatum: "Dobbiamo garantire che alla fine dell'anno non saremo nella stessa situazione di oggi". Gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati adottino quest'anno dei "piani", con "date e scadenze precise", che assicurino "progressi costanti" verso il raggiungimento della quota del 2% del Pil di spesa militare, come pattuito. La ricca Germania, per esempio, spende solo l'1,19%...

Riguardo la necessità di rinnovare la "mission" dell'Alleanza, sempre Mattis ha spiegato che per rimanere credibile la Nato deve adattarsi ai nuovi scenari geopolitici. I Paesi membri "non possono più negare la realtà" del terrorismo islamico e degli altri rischi geopolitici e devono essere "unificati da queste crescenti minacce alle nostre democrazie". E' esattamente la questione posta da Trump quando ha parlato di Nato "obsoleta": modernizzare una proiezione dell'alleanza fossilizzata sull'inevitabilità della minaccia proveniente da est, dalla Russia, come ai tempi della Guerra Fredda. La correzione chiesta dal presidente Trump è ragionevole e non diversa da quella di cui già da tempo si discute e verso la quale spingono soprattutto i membri del fronte sud dell'Alleanza: riorientare la Nato verso le minacce provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Come sugli oneri della difesa, anche su questo l'iniziativa della nuova amministrazione Usa sembra aver accelerato processi già in corso: i 28 hanno dato il via libera al cosiddetto "hub per il Sud", all'interno del Joint Force Command di Napoli, e approvato un generale riorientamento strategico verso sud, per meglio affrontare le minacce che arrivano, appunto, dal Medio Oriente e dal Nord Africa (Libia compresa, essendo giunta dal governo al-Sarraj la richiesta formale di un supporto Nato).

Quanto ai rapporti con la Russia, nessuno a Washington ha intenzione di abbandonare gli alleati dell'Europa orientale, né di cedere alle ambizioni putiniane, né di tradire i valori dell'Occidente. La Russia resta tra le principali sfide alla sicurezza transatlantica, ma si tratta di guardare con realismo al ruolo che può giocare Mosca su altri fronti. Se la Nato è "essenziale", ha spiegato infatti il segretario Mattis, nel "bloccare gli sforzi russi tesi all'indebolimento delle democrazie", lo è anche nel "contrastare l'estremismo islamico e rispondere a una Cina più assertiva". Certo, ha avvertito, "bilanciare collaborazione e confronto è certamente una sgradevole equazione strategica". Se da una parte Mattis ha confermato l'apertura del presidente Trump "alle opportunità di restaurare una relazione cooperativa con Mosca, allo stesso tempo - ha aggiunto - restiamo realisti nelle nostre aspettative e raccomandiamo ai nostri diplomatici di negoziare da una posizione di forza". Ciò significa, ha assicurato, che "non siamo disposti ad abbandonare i valori di questa alleanza, né a lasciare che la Russia, attraverso le sue azioni, parli con voce più alta di chiunque in questa stanza".

E se Mosca, tramite il suo ministro alla difesa, si dice "pronta per ristabilire la cooperazione con il Pentagono", il capo del Pentagono dice che no, "in questo momento" gli Stati Uniti non sono pronti per una collaborazione militare con la Russia. Prima di una collaborazione con gli Stati Uniti e la Nato, la Russia deve "dimostrare" di voler rispettare le leggi internazionali, ha spiegato Mattis parlando a Bruxelles. "In questo momento non siamo nella posizione di collaborare a un livello militare con la Russia, ma i nostri leader politici si incontreranno e cercheranno di trovare un terreno comune o una via d'uscita".

Della ricerca di un "terreno comune" con Mosca ha parlato anche il segretario di Stato Rex Tillerson in una breve dichiarazione alla stampa dopo l'incontro con il ministro degli affari esteri russo Lavrov a margine del G20 di Bonn. Ma gli Stati Uniti si aspettano che la Russia "onori gli impegni presi con gli accordi di Minsk e lavori per una de-escalation della violenza in Ucraina". Usa e Russia devono lavorare insieme laddove i loro interessi siano coincidenti, concordano Tillerson e Lavrov. Anche se nell'esprimere lo stesso concetto il segretario Tillerson ha usato parole un po' diverse: "Come ho già detto nella mia audizione di conferma al Senato, gli Stati Uniti considereranno la possibilità di lavorare con la Russia quando sarà possibile trovare aree di cooperazione pratica che potranno portare beneficio agli americani". In ogni caso, la nuova amministrazione Trump, ha chiarito, "non prevede di andare contro gli interessi e i valori dell'America e dei suoi alleati".

Sulla Russia i vertici dell'amministrazione Trump parlano con una voce sola e "terreno comune" è l'espressione ricorrente. Mentre gli Stati Uniti, ha spiegato il vicepresidente Pence, "continueranno a ritenere la Russia responsabile e ad esigere che rispetti gli accordi di Minsk cominciando a diminuire la violenza nell'Ucraina orientale, seguendo le direttive del presidente Trump tenteremo anche in nuovi modi di trovare con la Russia un terreno comune". Fermo restando, ha aggiunto, che "alla luce dello sforzo della Russia di ridisegnare i confini dei Paesi con la forza, noi continueremo a sostenere la Polonia e gli Stati baltici attraverso la presenza avanzata rafforzata della Nato" in quei Paesi.

A conferma di tutto ciò, gli Stati Uniti stanno mobilitando unità corazzate nei Paesi baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria, per "sostenere e integrare l'impegno Nato a favore della deterrenza" nei confronti di Mosca. Via libera dall'amministrazione Trump anche al rafforzamento della presenza navale Nato nel Mar Nero, annunciato dal segretario Stoltenberg, "per addestramento avanzato, esercitazioni e consapevolezza situazionale". Una mossa che, ha assicurato, "sarà misurata, di natura difensiva, in nessun modo volta a provocare un conflitto né ad alimentare le tensioni".

Anche del discorso del vicepresidente Mike Pence a Monaco è stato dato maggiore rilievo alle rassicurazioni, ma nei confronti degli alleati il suo monito è stato ancor più duro. "Il presidente mi ha chiesto di essere qui oggi per trasmettere il messaggio che gli Stati Uniti sostengono fortemente la Nato e che noi saremo incrollabili nel nostro impegno verso l'Alleanza atlantica", ha detto Pence. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, saranno "più forti di quanto non siano mai stati" sotto la presidenza Trump, che ha intenzione di "ripristinare l'arsenale della democrazia". Così come, a Bruxelles, Pence ha riferito, sempre a nome del presidente Trump, "il forte impegno degli Stati Uniti ad una continua cooperazione e partnership con l'Unione europea". Ma la seconda parte del messaggio è che il popolo americano potrebbe perdere la pazienza (che "non durerà per sempre") con i membri della Nato se questi non condividono i costi della difesa comune. Oggi "non pagano la loro giusta parte" e questa mancanza "corrode le fondamenta della nostra alleanza". "E' venuto il tempo di fare di più... It is time for actions, not words", ha detto prendendo in prestito uno slogan dal discorso di insediamento del suo presidente. Anche da Pence una sorta di ultimatum: il presidente Trump si aspetta "progressi reali entro la fine del 2017" da parte degli alleati che non rispettano l'impegno a investire il 2% del Pil in spesa militare.

E nel caso qualcuno ancora non avesse compreso il messaggio, Pence ha esortato i Paesi Nato che non spendono il 2% del loro Pil nella difesa ad accelerare i loro piani per arrivarci: "E se non avete un piano, datevene uno". Ad essere onesti, la realtà è che l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha già impresso una positiva accelerazione nel dibattito sulla e nella Nato. E nonostante mugugni, piagnistei e moti di sdegno un po' ipocriti, l'Alleanza sta facendo l'unica cosa possibile: allinearsi.

P.S.
La questione è semplice: pare che per qualcuno la difesa ce la debbano assicurare i contribuenti americani (e il debito i contribuenti tedeschi...). Troppo comodo, no? Se si crede nella Nato, si è coerenti e si contribuisce (almeno) quanto pattuito. Se si crede nell'Unione europea, si taglia il debito prima di chiederne la mutualizzazione. Altrimenti, la figura dei soliti furbastri e inaffidabili è assicurata.