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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Sunday, July 16, 2017

Dal G20 di Amburgo agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees

Pubblicato su formiche

Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno seppellito i falsi miti su Trump

Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.

Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.

Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.

Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.

Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?

Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.

Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.

Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.

A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.

Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".

Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.

Wednesday, July 05, 2017

Il risveglio dell'Arabia Saudita: perché ora e come cambierà (forse) il Regno

Pubblicato su formiche

Cosa c'è dietro le recenti mosse di Riad, dalla rottura con il Qatar all'ascesa del nuovo principe ereditario Mohammed bin Salman

L'Arabia Saudita è storicamente uno degli attori più cauti nel teatro mediorientale e che più ha resistito alle sirene della modernità dalla sua fondazione nel 1932. Da qualche tempo, tuttavia, sembra aver sostituito la sua proverbiale cautela, quasi immobilismo, con un attivismo senza precedenti e non privo di rischi, da cui trapela un senso di urgenza. In tre settimane, i sauditi hanno concertato con altre nazioni arabe l'isolamento del vicino Qatar, posto le basi per nuovi rapporti con Israele, strigliato il Pakistan, alzato il livello del loro confronto con l'Iran e portato avanti una guerra verbale con la Turchia di Erdogan. Nel frattempo, continuano a bombardare lo Yemen a sostegno dei loro alleati locali nella guerra civile che dilania il Paese. Dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 Riad ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam politico radicale. La storica ambivalenza saudita nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista, sulla base delle affinità con il wahabismo, sembra lasciare il posto alla ragion di Stato, dal momento che i piani di califfato di organizzazioni quali Al Qaeda e Isis, e l'ideologia politica dei Fratelli musulmani, che puntano a rovesciare i regimi arabi, rappresentano una minaccia esistenziale per le monarchie del Golfo.

Il recente attivismo saudita non è rivolto solo all'estero ma anche all'interno del Regno. Un altro segnale che l'Arabia Saudita si sta avviando verso un'epoca di grandi cambiamenti è la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, ministro della difesa, al posto del nipote Mohammed bin Nayef, potente ministro dell'interno che per un decennio ha condotto una lotta spietata contro il terrorismo e il dissenso politico, ma indebolito dal tentativo di assassinio subito nel 2009 per mano di al Qaeda. Non solo un grande salto generazionale, soprattutto una decisa rottura con la tradizione, che vuole la linea di successione saudita passare non di padre in figlio ma da un fratello all'altro, di solito non meno che settantenni, dei numerosi figli del fondatore del Regno, Abdulaziz Ibn Saud. E il Concilio Reale, in cui sono rappresentate tutte le discendenze, avrebbe approvato il passaggio a grande maggioranza, 31 a 3.

Ma cosa c'è dietro questo improvviso attivismo saudita? La paura, secondo uno dei maggiori studiosi di politica estera americani, Walter Russell Mead. Per anni proprio la paura ha reso i sauditi cauti, anche perché fiduciosi nella protezione americana. Ma con Obama è iniziata a Riad "l'età dell'insicurezza". L'apertura della precedente amministrazione Usa all'Iran – e la sua intenzione di ignorare l'approccio aggressivo di Teheran nella regione pur di non compromettere l'accordo sul nucleare – ha lasciato nei sauditi la sensazione del tradimento e dell'isolamento. Con l'egemonia iraniana che si espandeva in Iraq, Siria e Libano, i sauditi hanno concluso che la loro sicurezza non era più considerata a Washington come parte dell'interesse nazionale americano. Con la sua svolta l'amministrazione Trump sta cercando di rassicurare i sauditi che la politica filo-iraniana è finita, ma il senso di insicurezza è ormai profondo a Riad, perché la politica estera americana è diventata meno prevedibile e più incostante. In una parola, inaffidabile, per chi ha fondato la sua strategia di sicurezza nazionale sulla stabilità dell'alleanza con gli Stati Uniti.

Poi c'è il tema del petrolio. Con le sue enormi riserve, l'Arabia Saudita ha sempre usato la sua posizione di forza per mantenere il più possibile la stabilità dei prezzi rispetto ai tentativi di produttori più aggressivi che avevano interesse ad alzarli. Un ruolo particolarmente apprezzato a Washington. L'interesse saudita era quello di impegnare i suoi clienti nel lungo termine ed evitare che gli investimenti prendessero la via di fonti energetiche alternative. Ma la "shale revolution" sta cambiando gli equilibri e Washington e Riad non hanno più interessi così allineati nel mercato petrolifero. Gli estrattori americani, che possono rapidamente aumentare o diminuire la produzione al variare dei prezzi, rappresentano una sfida al ruolo dell'Arabia Saudita come produttore leader. Inoltre, i progressi nell'efficienza energetica e le fonti alternative stanno spostando la curva di domanda di lungo termine degli idrocarburi.

La combinazione tra petrolio meno redditizio e pressione demografica mette a rischio il fragile contratto sociale del Regno basato sui proventi petroliferi: Riad teme che l'oro nero non basti più a sostenere il benessere dei suoi sempre più numerosi (e giovani) sudditi. Insomma, temendo di non poter più contare solo sul petrolio per la propria ricchezza e fidarsi ciecamente di Washington per la propria sicurezza, i sauditi si stanno assumendo dei rischi. L'età e il profilo riformatore del nuovo erede al trono, Mohammed bin Salman, sono il segno dell'accelerazione impressa alla vita politica e sociale del Regno. Il giovane Salman crede che le risposte a queste sfide siano una politica estera assertiva, nel contrapporre all'espansionismo iraniano un fronte sunnita compatto e determinato, e un piano di riforme interne per emanciparsi dalla dipendenza dal petrolio. Come ministro della difesa è stato l'architetto della campagna militare nello Yemen contro i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran e uno dei sostenitori della linea dura nei confronti del Qatar.

Il principe ereditario non è stato istruito all'estero, è popolare tra i giovani sauditi che chiedono più opportunità economiche e meno restrizioni sociali. Il giovane principe Salman è l'artefice di "Vision 2030", il più ampio e ambizioso programma di riforme mai proposto per diversificare l'economia saudita ed espandere il ruolo dell'impresa privata. Al centro del piano l'aumento della quota privata dell'economia dal 40 al 65% entro il 2030 e la riduzione della dipendenza del governo dai proventi del petrolio, ora al 70%. Tra le misure, la parziale privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco e una maggiore partecipazione delle donne alla forza-lavoro (il diritto alla guida sarebbe solo l'inizio). In un paese dove il 45% della popolazione, di 32 milioni, ha meno di 25 anni sarebbe una spinta decisiva alla crescita economica. Ma il nuovo erede al trono è anche un convinto sostenitore di cambiamenti culturali: concerti dal vivo vengono autorizzati e cinema aperti per la prima volta nel Regno. Il che ha già innescato scontri con il potente establishment religioso wahabita. Per gli standard sauditi un programma rivoluzionario, che implica anche un certo grado di separazione tra politica e religione.

Tutto questo, osserva WRM, indica che l'attuale turbolenza nel Golfo sia destinata a durare. Per riportare la stabilità l'amministrazione Trump "dovrebbe pensare ai problemi economici e di sicurezza dell'Arabia Saudita nel loro complesso, e in modo creativo a come questa alleanza, un pilastro della stabilità del Medio Oriente dalla Seconda Guerra Mondiale, possa essere rinnovata". Un'Arabia Saudita moderata e prospera rafforzerebbe la stabilità nel mondo arabo e sarebbe quindi nell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

Tuesday, July 04, 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran

Pubblicato su formiche

Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama

Nelle analisi sul Medio Oriente un fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.

Su Formiche abbiamo già parlato della svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli ayatollah.

L'ex presidente Obama ha pensato che facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad.

Ma l'idea che i problemi del Medio Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

La realtà è che non ci sono partner ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi, tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali. Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?

L'aspetto decisivo è che al contrario degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa, esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera. Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana) contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano come strategica via di collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al mondo.

L'obiezione è che anche l'Arabia Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah, in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.

Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei motivi fondamentali della rottura con Doha.

Oltre al conflitto con gli sciiti, infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la stessa guida islamica.

Questo spiega l'ambivalenza di Riad. Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica, derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una qualche forma di califfato, di unificazione della "umma", la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non solo agli sciiti.

Negli ultimi anni sembra però che a Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.

Le ultime mosse suggeriscono anche che il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico, sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti, socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030" per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.

Monday, July 03, 2017

Italia isolata in Europa sull'emergenza migranti

Hanno ragione Francia, Spagna e Austria, che non sono certo governate da pericolosi estremisti... E torto l'Italia, che sull'emergenza migranti, per lo più autoinflitta, non rispetta leggi e regole, e soprattutto i suoi cittadini

Praticamente, ieri sera al vertice di Parigi sull'emergenza migranti, Francia Germania e Italia hanno adottato il "piano Zuccaro" sulla condotta delle ong. Le prove dovevano essere proprio convincenti...

Se tra i punti dell'intesa sul protocollo di condotta delle ong c'è 1) il divieto di entrare in acque libiche; 2) il divieto di spegnere i trasponder a bordo; e 3) il divieto di lanciare segnali luminosi verso la costa libica, vuol dire che al momento un numero non irrilevante delle navi delle ong fanno esattamente queste tre cose: entrano in acque libiche, spengono i trasponder e lanciano segnali luminosi ai trafficanti. E questo non è soccorso...

Prima, anzi fino a ieri, non c'era nemmeno un'emergenza, era un fenomeno ineluttabile a cui abituarsi, vi dicevano. D'un tratto, nell'arco di un weekend, il fenomeno è diventato "ingestibile", tanto da dover chiudere i porti... E il problema è l'Europa? Qualcosa non torna...

L'emergenza migranti (come il debito pubblico e la nostra interminabile crisi economica) è per lo più autoinflitta, abbiamo incoraggiato il business per anni. Più siamo andati a prenderli vicino alle coste libiche, meno rischi, meno costi, più margini di profitto per i trafficanti, più vittime in mare. Non ci voleva un genio per capirlo... Chiunque dotato di buon senso e onestà intellettuale non può che concludere che le politiche dei governi italiani e l'attività delle ong hanno di fatto incoraggiato il fenomeno (nient'affatto ineludibile, almeno non in queste forme - tratta di essere umani - e in questi numeri), lo hanno reso meno rischioso e più redditizio per i trafficanti, più mortale per i migranti. Anche il New York Times è xenofobo e razzista??

Certo, la crisi generata dal caos libico (grazie Obama, Clinton, Sarkozy, Cameron), ma è stata aggravata dalle politiche dissennate dei governi Letta e Renzi. Profughi una estrema minoranza, sulle nostre coste arrivano da sempre migranti economici, che spesso non fuggono nemmeno da una condizione di miseria assoluta: leggere queste scomode verità. Di quelli nessuno in Europa ne voleva e ne vuole sapere. Abbiamo ancora la nostra sovranità, i nostri confini e gli strumenti per farli rispettare. È una questione di volontà politica nostra, non di chiedere permessi o aiuti a Bruxelles. Tirare in ballo - ora - l'Ue serve solo a cercare di coprire le responsabilità di chi c'è e di chi c'era al governo...

La realtà è che si sono finalmente accorti che la politica dell'accoglienza è alla lunga insostenibile, che sull'immigrazione senza limiti hanno perso consensi (referendum e amministrative), e ora che le politiche sono dietro l'angolo, et voilà, il "blocco" non è più xenofobo, razzista, disumano. Però per giustificare il cambio di linea prendono come alibi presunte inadempienze dell'Ue. Cialtroni. Ipocriti. Codardi.

E' un gioco delle parti. La relocation riguarda i rifugiati, un'estrema minoranza di quanti arrivano in Italia. Al di là delle pacche sulle spalle, la posizione dell'Ue è chiara da tempo (ed è la più ovvia): identificazione e rimpatri (e aiuti in Africa). Se poi il governo italiano vuole accogliere tutti, problemi suoi. Al massimo uno sconticino sul deficit. Il governo italiano lo sa bene, ma continua a lamentarsi con l'Ue che "non ci aiuta" per giustificare all'opinione pubblica la crisi e il cambio di linea. Poi ci sarebbe il tema Libia, ma l'Ue non esiste (per una soluzione bussare a Washington e Mosca), ogni nazione fa i suoi interessi. Anche questa non è una novità...

Il presidente francese Macron ha il merito di aver detto le cose come stanno, mentre dagli altri solo ipocrisia. "La Francia deve fare la sua parte sull'asilo di persone che vogliono rifugio. Poi c'è il problema dei migranti economici, e questo non è un tema nuovo: l'80% dei migranti che arrivano in Italia sono migranti economici (dati Viminale, ndr). Non dobbiamo confondere". E questa è la vera posizione di tutti i paesi. Solo in Italia si è voluto confondere, per confondere i cittadini, e giustificare un'accoglienza indiscriminata. Ora arriva il conto, politico ed economico.

Friday, June 16, 2017

Perché il Qatar ha una sola via d’uscita e il Medio Oriente una chance di pace

Pubblicato su formiche

Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi

L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.

Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".

Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.

Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".

Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.

Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.

A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.

In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.

Friday, June 09, 2017

È MayDay nel Regno Unito

-Prima lezione: non fidarsi mai (MAI!) dei sondaggi quando le elezioni non sono ancora convocate.

-May ha perso il confronto personale con Corbyn. Commessi grossolani errori di comunicazione e grande confusione nelle proposte economico-sociali, ma soprattutto mancò il carisma. Carisma che Corbyn ha.

-Attenzione ai numeri: qualcosa di straordinario è accaduto. Sia May che Corbyn hanno eguagliato nelle percentuali vittorie storiche dei loro partiti. Dal 1979, il partito che ha superato il 40% ha sempre portato a casa maggioranze molto ampie, a volte sopra i 400 seggi (Blair 413 seggi nel 2001 con la percentuale di Corbyn). Nel 2015 Cameron ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi con il 37%, alla May non è bastato il 42. Il 42,4% è lo stesso risultato della Thatcher nel 1983 (396 seggi). Era dal 1970 però che non accadeva che entrambi i partiti superassero il 40%. Probabile quindi che entrambi abbiano fatto il pieno dei propri elettorati potenziali.

-Gli errori della May, più che farle perdere voti tory, hanno aiutato Corbyn a mobilitare l'elettorato più di sinistra. Dal 18 maggio, presentando il manifesto conservatore la May ha spostato la campagna dal tema più importante per gli elettori tory e libdem (la Brexit) ai temi che "scaldano" l'elettorato labour (stato sociale, sanità e assistenza). E poi, tre gravissimi attentati in pochi mesi non aiutano certo chi è al governo, meno che mai chi è stato ministro degli interni o premier negli ultimi sette anni.

-Grande capacità di mobilitazione dimostrata da Corbyn che ha praticamente prosciugato gli altri partiti di opposizione. Ma non è una buona notizia per il Labour: perché il "pieno a sinistra" ti porta (a volte) a percentuali da capogiro, ma non a conquistare il centro e, quindi, la maggioranza dei seggi. Chissà perché il termine "populismo" non viene accostato al Labour di Corbyn... Eppure, con le sue ricette tutto-gratis né è la quintessenza.

-I britannici non hanno cambiato idea sulla Brexit, che nell'ultimo mese (quando il 57% degli elettori che hanno votato Labour ha maturato la propria scelta) non è stata al centro della campagna. Partiti europeisti i grandi sconfitti: libdem e SNP (Ukip per l'esaurirsi della sua funzione storica). Ma certamente il risultato indebolisce il futuro governo nei negoziati con la Ue, per la miope goduria degli europei...

-Incredibile in Scozia: gli elettori puniscono la leader indipendentista Sturgeon e sono decisivi per la tenuta dei tory. Meglio il Regno Unito fuori della Ue che la Scozia fuori dal Regno Unito?

Due pareri opposti sulle conseguenze del voto sulle trattative per la Brexit:
William Hague sul Telegraph:
"Any threat to execute a 'no deal' strategy and take the UK in a lower-tax, lighter regulation direction has lost much of its credibility, so our negotiating position in Europe is weaker."
Daniel Hannan sul Daily Mail:
"This is the most pro-Brexit House of Commons ever elected. More than 90 per cent of MPs have just been returned for parties that are promising to leave the EU, namely the Conservatives, Labour and the Democratic Unionist Party.

That fact is worth remembering as you listen to the excited comments by British Europhiles about stopping Brexit, and the sneering by some in Brussels about the supposed hopelessness of our position now that Theresa May has lost her outright majority."

Thursday, June 08, 2017

Trump ha interferito... con la carriera di Comey...

L'unica cosa che è venuta fuori dall'audizione dell'ex direttore dell'FBI è che Trump ha interferito con la carriera di Comey e Comey non l'ha presa affatto bene...

Ecco i punti salienti della sua testimonianza al Senato. Poco o nulla di nuovo.

-Trump e nessuno dello staff della Casa Bianca gli ha mai chiesto di fermare l'inchiesta sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali.

-Trump non gli ha ordinato di "lasciar correre" su Flynn ("I hope..."), ma lui ha interpretato le parole del presidente come una "direttiva": cosa voleva che facesse. Però non ha fatto presente né al presidente Trump né a qualche consigliere della Casa Bianca quanto fosse "inappropriata" la richiesta. Perché no? "Non lo so, non ho avuto la presenza di spirito". Se è ostruzione alla giustizia o no, non spetta a lui dirlo ma al procuratore speciale.

-Comey ha ammesso di aver passato lui stesso alla stampa, attraverso un amico (professore di legge alla Columbia) i suoi appunti sull'incontro con Trump, pensando che ciò avrebbe favorito la nomina di un procuratore speciale. Perché non lui direttamente? Stava per andare in vacanza... È in grado di recuperare il suo memo e consegnarlo al Congresso? "Potentially".

-Comey ha riferito di aver detto per tre volte al presidente Trump che non è sotto indagine ma di essersi rifiutato di dichiararlo pubblicamente - come gli aveva chiesto Trump - per "rispetto dei protocolli". Sarcastico il senatore Rubio: "L'unica cosa 'never leaked' è che il presidente non è personalmente sotto indagine".

-Comey ha rivelato che Loretta Lynch, il ministro della giustizia dell'amministrazione Obama, gli ha "ordinato" di parlare in pubblico dell'"emailgate" di Hillary Clinton come di una "questione" e non una "indagine". Stesso linguaggio della campagna Clinton.

-"Non ci sono dubbi" che la Russia abbia "interferito" nelle elezioni presidenziali, ma Comey ha confermato che "nessun voto è stato alterato".

-"In the main, it was not true", così Comey ha smentito (quattro mesi dopo, e c'è voluta una testimonianza in Senato...) l'articolo del NYT del 14 febbraio intitolato "Trump Campaign Aides Had Repeated Contacts With Russian Intelligence".

Il resto è veleno e risentimento di Comey verso Trump che l'ha licenziato, opinioni e interpretazioni personali sulla condotta del presidente. In generale, Comey ha dato l'impressione di essere mosso da risentimento e pregiudizio nei confronti di Trump, si è da solo "smascherato" come membro della "resistenza" anti-Trump. E dalle sue stesse parole è chiaramente emerso come si sia mosso, da direttore dell'FBI, con equilibrismo politico sia con Trump sia con la precedente amministrazione per restare al suo posto. Osserva Sean Davis su The Federalist, "Comey makes clear that he was playing a game with Donald Trump, and that Trump called his bluff".

A proposito, cosa troverete di tutto questo sui media italiani? Interviste a Dershowitz ne vedremo?
"I think it is important to put to rest the notion that there was anything criminal about the president exercising his constitutional power to fire Comey and to request - "hope" - that he let go the investigation of General Flynn. Just as the president would have had the constitutional power to pardon Flynn and thus end the criminal investigation of him, he certainly had the authority to request the director of the FBI to end his investigation of Flynn".
 "Can You Obstruct a Fraud?" si chiede McCarthy su National Review. L'unica cosa che Trump ha ostacolato è una falsa narrazione che Comey e le agenzie di intelligence, pur sapendo falsa, si sono rifiutati di correggere pubblicamente, al fine di danneggiare politicamente il presidente.

Tuesday, June 06, 2017

A Notre Dame la resa dell'Europa. Enough is enough

Per la serie "no panico", "non permetteremo che cambino il nostro stile di vita"... è già cambiato tutto.

Per la serie "non cambieranno le nostre vite"... Cristiani sotto assedio a Notre Dame nell'anniversario del DDay. Mani in alto: in un'immagine la resa dell'Europa...

Khuram Butt ennesimo terrorista "già noto" ai servizi di sicurezza. Un tema semplice, persino banale, ma pressoché "censurato". Nemmeno se ne parla... Perché gli estremisti, in termine tecnico li chiamano "radicalizzati" (molti persino di ritorno da zone di guerra, i cosiddetti foreign fighters), anziché tentare di tenerli sotto controllo, non vengono cacciati o rinchiusi? Drive them out. Lock them up. Ci si arriverà prima poi... Ma meglio prima, per evitare aberrazioni.

"Enough is enough", quando è troppo è troppo... La premier britannica Theresa May parla di "estremismo islamista", "le cose devono cambiare", "troppa tolleranza". L'alternativa in Occidente è tra "enough is enough" e "gli attacchi terroristici sono parte integrante della vita in una grande città", come dice il sindaco di Londra Sadiq Khan.

E comunque, scrive Theodore Dalrymple sul Wall Street Journal, i terroristi ci vedono come la società candele-e-orsacchiotti (Candle-and-Teddy-Bear Society): "Noi uccidiamo, voi accendete candele..."
"Another source of comfort for terrorists is that after every new atrocity, the police are able to arrest multiple suspected accomplices. That suggests the police knew the attackers' identities in advance but did nothing - in other words, that most of the time terrorists can act with impunity even if known. Here, then, is further evidence of a society that will not defend itself seriously. This is not just a British problem. The April murder of a policeman on the Champs Elysées in Paris was committed by a man who had already tried to kill three policemen, who was known to have become fanaticized, and who was found with vicious weapons in his home. The authorities waited patiently until he struck."

Sunday, June 04, 2017

Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...

Pubblicato su formiche

E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...

Le due notizie secondo cui la cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente esagerate".

Basti pensare che mentre prendiamo lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi") su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto. Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non vedremmo progressi significativi fino al 2030.

La realtà è che la leadership cinese ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è lontanissima da ciò che predica.

Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale", politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del clima.

Ma le cose stanno molto diversamente. Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino. Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la condivisione della polemica nei confronti di Washington per la decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di Pechino.

Il valore delle acquisizioni di compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015) mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel 2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35 miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa, +77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte europea in Cina, in calo del 23%).

"Il commercio con la Cina dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee dev'essere garantito un "uguale trattamento". La "sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei leader cinesi.

Tuttavia, nonostante le promesse pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle autorità governative è garantito accesso a dati industriali sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano in Cina.

Tutto questo sta alimentando una reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee", lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e sensibili dell'economia.

Insomma, la "nuova via della Seta" annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta più nessuno.

Ed esattamente come il presidente Trump nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade", una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro che parlano di riequilibrio e reciprocità.

Wednesday, May 31, 2017

Quale Europa senza inglesi e americani?

Non c'è dubbio: Brexit e Trump sono argomenti forti a favore di un rafforzamento politico e istituzionale dell'Ue. Però bisogna vedere di che tipo di Europa stiamo parlando e soprattutto, prese le distanze da inglesi e americani, nelle mani di chi finirebbe il nostro destino...

E poi, gli altri membri del club concordano sul fatto che il rinnovato impulso al progetto europeo avvenga a scapito dei rapporti transatlantici, che forse i tedeschi hanno dovuto ingoiare per 70 anni ma altri intrattengono ben volentieri?

Sul Financial Times, Gideon Rachman definisce un "passo falso" quello della Merkel...
"It is baffling that a German leader could stand in a beer-tent in Bavaria and announce a separation from Britain and the US while bracketing those two countries with Russia. The historical resonances should be chilling.
...
some have even proclaimed that the German chancellor is now the true leader of the western world. That title was bestowed prematurely. The sad reality is that Ms Merkel seems to have little interest in fighting to save the western alliance."
Ma attenzione, perché a volte i desideri diventano realtà: la Merkel rischia di dare a Trump esattamente ciò che vuole... che l'Europa diventi responsabile della sua difesa.

E a proposito del ritiro americano dall'accordo di Parigi sul clima... "Since when is a difference of opinion on climate policy a signal of US retreat from Europe?" chiede il Wall Street Journal. Da quando le politiche sul clima sono alla base dell'alleanza transatlantica? Sulla Nato, invece, si direbbe che l'alleato inaffidabile è la Germania... che spende una cifra ridicola nella difesa rispetto alla sua ricchezza e contribuisce pochissimo alle missioni. Però adesso vuole farsi una difesa comune "europea"...

Intanto, sempre sul WSJ il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster e il consigliere economico di Trump, Gary D. Cohn, spiegano che "America First doesn't mean America alone".

Monday, May 29, 2017

Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"

Pubblicato su formiche

La leadership americana è tornata ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?

Terminato il primo viaggio all'estero del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno della leadership americana. Una leadership che però, diversamente dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.

Un altro tema, collegato al primo, è il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati, si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".

Terzo tema, anch'esso collegato agli altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato, dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa, di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica, per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.

Quarto tema: si è ormai affermata a questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine della storia", che era stato edificato a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta, anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di far deragliare anche le istituzioni democratiche.

Quinto e ultimo tema: era già in crisi da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale, Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il ritorno in Occidente della "questione tedesca", un nazionalismo ben travestito da europeismo.

Nelle varie tappe del viaggio del presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina) sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente. Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe. Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e quelle acque.

Ma come è emerso dall'ultima tappa del viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta, lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito: "Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".

Toni molto diversi anche nel riferire la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio", e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in Europa?

L'impressione infatti è che durante il vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di approccio alla distribuzione della ricchezza globale".

Invece che uscire ridimensionato Trump, da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po' isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo, questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà transatlantica può andare in frantumi per una divergenza sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?

Sempre domenica la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo. Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.

La realtà è che di strappo in strappo il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora (altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi dell'Eurozona nel 2010.

La riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue, all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue (senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato.

"Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".

A questo punto bisogna rispondere ad alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania, con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.

Tuesday, May 23, 2017

A Manchester come a Parigi... Drive Them Out

Attacco orribile e vile a Manchester... Non solo i leader arabi, anche quelli europei dovrebbero ascoltare bene: Drive them out!

Anche a Manchester come a Parigi... I terroristi islamici che colpiscono nelle nostre città sono quasi sempre stra-noti ai servizi di sicurezza e schedati. Il problema, dunque, non è di intelligence, ma di decisioni e volontà politiche. L'attuale strategia di sicurezza che si sta seguendo in Europa mostra tutti i suoi limiti. Individuare i soggetti cosiddetti "radicalizzati" e tenerli d'occhio non sempre riesce, bisogna decidere cosa farci: Drive them out or lock them up ("cacciare o rinchiudere gli estremisti").

Delle reti terroristiche in Libia che arruolano e addestrano jihadisti "europei", come Abedi, che poi tornano per colpirci chi dobbiamo ringraziare se non Obama e la signora Hillary Clinton, che tutti volevano presidente?

In Italia, finora immune da attentati dell'Isis o di al Qaeda, il combinato disposto della legge da poco approvata sui minori stranieri non accompagnati e di quella ancora da approvare sulla cittadinanza, che introduce lo "ius soli", è la ricetta giusta, e la più rapida, per avere anche in Italia tanti Salman Abedi. Basta saperlo...

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".