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Thursday, July 27, 2017

EnMarche! Sul cadavere dell'Italia

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

Fine dei giochi, secondo schiaffone all'Italia in tre giorni... Il "liberale" ed "europeista" Macron ha deciso di nazionalizzare STX piuttosto che farla guidare a Fincantieri. Europa? Mercato? Belle parole, poi c'è l'interesse nazionale... "Il nostro obiettivo è difendere gli interessi strategici della Francia", ha spiegato il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire. Non si tratta di cattiveria, ma all'Eliseo evidentemente non si fidano del nostro sistema-Paese. Oppure, sarà colpa del "protezionista" Trump??

Già come Italia non contavamo molto, ma dal 2011, dalla chiamata dello straniero e dai governi di inetti che sono seguiti, ci hanno azzerati completamente, ci stanno massacrando, ma i nostri governi non l'hanno ancora capito e continuano a parlarsi addosso.

O forse l'hanno capito un paio di giorni fa, e sono ancora storditi. Martedì all'Eliseo si sono incontrati i due principali rivali sul futuro della Libia, al-Serraj e Haftar, invitati dal presidente francese Macron, che ha preso in mano le redini del processo dopo aver probabilmente ricevuto via libera da Trump e da Putin (invitati anch'essi a Parigi in rapida successione). Blitz Macron, Italia fuori dai giochi. "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur". La storia di come ci siamo di fatto auto-esclusi è ancora da scrivere. Ma si può azzardare qualche ipotesi... Indecisi a tutto, timidi, siamo andati in crisi con al Sisi cadendo nella trappola Regeni, troppi complessi - che Macron non ha avuto - nel parlare con i "cattivoni" Trump e Putin... eccetera...

E ora il presidente francese annuncia anche gli hotspot in Libia (idea poi parzialmente smentita: non subito), di cui si discute, anzi si chiacchiera da anni in Italia ovviamente senza concludere nulla. Mentre il governo italiano si occupava di migranti come una qualsiasi ONG, Macron ha semplicemente fatto politica. Non è un nostro "nemico", fa gli interessi francesi mentre noi quasi ci vergogniamo di averne.

Non provino nemmeno Gentiloni, Alfano e Renzi: non c'è modo per ridimensionare gli schiaffoni presi da Macron. Possono solo tacere e, se possibile, sparire. Per tentare di parare il colpo ora sono pronti a inviare le navi della marina militare in Libia... Dopo che per anni hanno detto che non si poteva e ridicolizzato chi lo proponeva. Pagliacci!

Sarà chiaro adesso cosa significa EnMarche! Il primo cadavere su cui Macron è passato sopra marciando, cantando la Marsigliese e sventolando la bandiera francese, non quella europea, è quello dell'Italia. Macron ha effettivamente "salvato l'Europa", intesa come burocrazia europea, ma si sta muovendo come se l'Ue non esistesse, agisce senza nemmeno avvertirla. E ha ragione: l'Europa sui temi e le crisi internazionali non esiste. Non esiste un interesse europeo. Esistono interessi francesi, tedeschi, italiani (sebbene non ce ne curiamo). Tutti legittimi.

Sunday, July 16, 2017

Dal G20 di Amburgo agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees

Pubblicato su formiche

Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno seppellito i falsi miti su Trump

Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.

Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.

Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.

Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.

Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?

Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.

Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.

Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.

A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.

Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".

Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.

Sunday, June 04, 2017

Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...

Pubblicato su formiche

E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...

Le due notizie secondo cui la cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente esagerate".

Basti pensare che mentre prendiamo lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi") su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto. Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non vedremmo progressi significativi fino al 2030.

La realtà è che la leadership cinese ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è lontanissima da ciò che predica.

Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale", politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del clima.

Ma le cose stanno molto diversamente. Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino. Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la condivisione della polemica nei confronti di Washington per la decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di Pechino.

Il valore delle acquisizioni di compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015) mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel 2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35 miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa, +77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte europea in Cina, in calo del 23%).

"Il commercio con la Cina dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee dev'essere garantito un "uguale trattamento". La "sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei leader cinesi.

Tuttavia, nonostante le promesse pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle autorità governative è garantito accesso a dati industriali sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano in Cina.

Tutto questo sta alimentando una reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee", lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e sensibili dell'economia.

Insomma, la "nuova via della Seta" annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta più nessuno.

Ed esattamente come il presidente Trump nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade", una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro che parlano di riequilibrio e reciprocità.

Tuesday, January 24, 2017

Trump fa sul serio: i primi ordini esecutivi e il discorso di insediamento

Pubblicato su Ofcs Report

Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica

Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.

La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.

E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).

Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.

Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).

Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.

In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.

Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.

Friday, April 03, 2009

G20, ritorno alla realtà

Tutti contenti al G20 di Londra. Al di là del Fondo monetario internazionale, tra i vincitori ci sono gli Usa. Ok, Obama non ha ottenuto dagli europei un vero e proprio stimolo fiscale (per fortuna), ma attravero il FMI e la Banca mondiale altri mille miliardi di dollari verranno messi in circolo nell'economia mondiale: 500 miliardi di dollari in più al Fondo monetario internazionale, le cui risorse per sostenere le economie in difficoltà passano da 250 a 750 miliardi; 250 miliardi di dollari per sostenere la ripresa del commercio mondiale; e altri 250 miliardi nella linea di credito costituita dai cosiddetti "diritti speciali di prelievo" per le economie dei Paesi in via di sviluppo.

Accontentate anche Francia e Germania, nella loro richiesta di un più rigido controllo sugli hedge funds e nella loro ossessiva guerra ai "paradisi fiscali", che non c'entrano niente con la crisi, ma c'entrano con la necessità tutta politica di rispondere alle pulsioni populiste delle opinioni pubbliche contro il mondo della finanza. «Addio paradisi fiscali», ha potuto annunciare trionfalmente Sarkozy. Compariranno in una "lista nera" compilata dall'Ocse e quelli che non coopereranno saranno oggetto di sanzioni. «L'era della segretezza bancaria è finita», si legge nel comunicato di Londra. Ma è molto meno di quel più grande e più centralizzato sistema di regolazione finanziaria globale che alcuni paesi europei volevano.

Escono sconfitti i top manager, le cui remunerazioni e bonus saranno legati alla performance complessiva e di lungo periodo dell'impresa, i trader e le banche, che saranno sottoposti a requisiti di capitale più severi e a controlli più rigidi della leva finanziaria.

Annunciato anche un approccio comune per ripulire le banche dagli "asset tossici" e un nuovo Consiglio per la stabilità finanziaria globale, per una maggiore cooperazione internazionale nella vigilanza. Infine, la messa all'indice dei paesi che non rispettano le regole internazionali del commercio dovrebbe scongiurare un ritorno al protezionismo, anche se la maggior parte delle nazioni del G20 ha adottato striscianti misure protezionistiche fin dall'inizio della crisi.

Al di là dei toni entusiastici, e di quel numero facile da ricordare - 1000 miliardi - secondo il Wall Street Journal il G20 ha segnato un ritorno alla realtà, ai fatti. Dietro l'altisonante annuncio del «più grande stimolo fiscale e monetario e del più completo programma di sostegno del settore finanziario dei tempi moderni», si intravede, molto meno visibile, nascosto nel mezzo del comunicato finale, un paragrafo sulle "exit strategies" per assicurare la «stabilità dei prezzi». «E' rassicurante», perché «indica che c'è almeno una qualche consapevolezza del fatto che la strategia promossa dagli Usa di stampare migliaia di miliardi di dollari per finanziare lo stimolo globale porta con sé la minaccia di una futura inflazione piuttosto significativa - a meno che le banche centrali non restringano questa politica monetaria espansiva prima che arrivi l'inflazione».

Un'altra prova di realismo è che «la maggior parte degli altri impegni dovranno essere attuati non da un'unica entità chiamata G20, ma da 20 o più singole nazioni sovrane». Anche il proposito di eliminare i "paradisi fiscali" sembra più che altro un «disperato tentativo» da parte di quelle nazioni la cui spesa pubblica ha raggiunto un livello tale che sono disperatamente alla ricerca di introiti fiscali. «Se la vera questione fosse l'"armonizzazione" fiscale attraverso i confini a livelli relativamente alti di tassazione, ci sarebbe da chiedersi dove il mondo troverà gli incentivi per una nuova crescita economica».

«Ciò che è emerso a Londra - conclude il WSJ - suggerisce che questi leader riconoscono di essere mortali e che il loro vero lavoro per la ripresa economica dovrà ricominciare quando i loro aerei li avranno riportati a casa».

Wednesday, April 01, 2009

G20, la crisi è una sfida al potere Usa. Ma anche al regime di Pechino

La maggior parte dei commentatori e degli analisti sono pessimisti riguardo l'esito del G20 che si apre domani a Londra. Il Times parla di «aspettative contenute» e Martin Wolf, sul Financial Times, prevede che «il G20 non affronterà la grande sfida». Si affronteranno due diversi approcci. Il presidente americano Barack Obama (con il premier britannico Brown) è concentrato sulla stabilizzazione del sistema bancario e chiede all'Europa di stimolare di più la crescita attraverso la spesa pubblica, mentre Francia e Germania ritengono di aver già fatto abbastanza e ora mirano a una regolamentazione più severa - da alcuni giudicata persino eccessivamente punitiva - della finanza globale, minacciando di far fallire il vertice.

Sebbene - osserva il Wall Street Journal - Obama ammetta le responsabilità degli Usa in questa crisi e l'inadeguatezza delle regole, e sebbene sembri aver rinunciato all'idea di convincere gli altri paesi ad approvare più ampi pacchetti di stimolo, tuttavia il presidente Usa avverte che «il resto del mondo non può contare esclusivamente sugli Stati Uniti e i suoi consumatori per rilanciare la crescita globale». Non possono essere solo gli Stati Uniti il «motore» della crescita, «tutti devono camminare di pari passo».

Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha spiegato la sua posizione sulle pagine del Washington Post. La priorità ora non è approvare nuove misure anti-crisi, ma «riformare il sistema finanziario internazionale e ricostruire, insieme, una forma meglio regolata di capitalismo, con un maggiore senso di moralità e solidarietà». A suo avviso è questa la «precondizione per mobilitare l'economia globale» e garantire una «crescita sostenibile». «Abbiamo già tenuto alla larga lo spettro del protezionismo», e molte nazioni hanno già provveduto a sostenere le loro economie con «ambiziosi pacchetti di stimolo, accrescendo in modo significativo la spesa per il welfare collegato alla crisi», spiega Sarkozy quasi rispondendo alle richieste dell'amministrazione Usa. Adesso «dobbiamo attribuire la stessa urgenza alla riforma della regolamentazione dei mercati finanziari» e «offrire molto più spazio alle nazioni emergenti» in tutti gli organismi internazionali, soprattutto nelle istituzioni finanziarie internazionali.

Secondo Alvaro Vargas Llosa, nel mezzo di questa crisi l'unica «voce di buon senso» è quella di Angela Merkel, di cui ammira (come alcune settimane fa il Wall Street Journal) la responsabilità fiscale. «Nel mezzo del panico di questi giorni, con i governi che creano, prestano e spendono soldi come marinai ubriachi, la cancelliera tedesca si è rivelata la coscienza critica del mondo sviluppato. Tra tutti i leader è l'unica ad averci ricordato l'origine dei problemi attuali e perché il rimedio preso da quasi tutti i governi è pericoloso: "Stavamo vivendo al di là le nostre possibilità... dopo la crisi asiatica e l'11 settembre, per sostenere la crescita i governi hanno incoraggiato l'assunzione di rischi eccessivi, riversando soldi sempre più a minor costo nel sistema finanziario"», scriveva la Merkel sul Financial Times. «In risposta alle pressioni dell'amministrazione Usa per aumentare la spesa pubblica, quindi, la Merkel ha fatto notare che "questa crisi non si è verificata perché abbiamo emesso troppo poco denaro, ma perché abbiamo creato crescita economica con troppo denaro, e non è stata una crescita sostenibile"».

Poi c'è chi, come Irwin Stelzer, sul Weekly Standard, ritiene che il vero problema non verrà affrontato dal G20, ma da un "G2" Usa-Cina. «La maggior parte delle nazioni respingeranno la richiesta di Obama di adeguarsi al suo pacchetto di stimolo. I britannici lo farebbero, ma Gordon Brown ha speso così tanto in welfare che le sue casse sono vuote». La cancelliera tedesca Angela Merkel non vuole rischiare di alimentare l'inflazione e «la Francia di Sarkozy intende usare misure protezionistiche per mitigare il declino del suo paese, non importa che furono misure simili ad aggravare e a prolungare la Grande Depressione».

I leader del G20, prevede Stelzer, «prometteranno ancora di evitare il protezionismo, daranno qualche aiuto ai paesi in via di sviluppo, aumentando i contributi al Fondo monetario internazionale, e diranno qualcosa sulla necessità che i regolatori finanziari cooperino di più tra di loro. Tuttavia, non concederanno a Obama più che una retorica annacquata circa la necessità che tutti i paesi contribuiscano alla ripresa dell'economia. Mentre Obama respingerà gli appelli franco-tedeschi per una regolamentazione oppressiva del sistema finanziario».

Per capire davvero cosa sta succedendo non bisogna guardare al G20, ma al G2: America e Cina. «La Cina è seduta su oltre mille miliardi di titoli di debito americani», che ha comprato con i dollari guadagnati grazie alle sue esportazioni. «Ora è preoccupata che Obama dovrà finanziare il suo ampio deficit riversando sul mercato altri Bot Usa sotto costo e che il governatore della Fed, Bernanke, ridurrà il valore della sua riserva di dollari quando manterrà la promessa di stamparne altri miliardi».

Ciò che davvero sta accadendo, quindi, osserva Stelzer, è «l'inizio di un accordo tra Cina e Stati Uniti per riequilibrare il sistema mondiale»: «La Cina ha bisogno di investire di più al suo interno per far sì che i suoi consumatori possano acquistare più nostri prodotti, e noi dobbiamo risparmiare e investire di più in modo da non mandare così tanti dollari in Cina. Perché quando i cinesi usano questi dollari per comprare i Buoni del Tesoro Usa, fanno scendere i tassi di interesse e incoraggiano quel tipo di indebitamento che ha portato alla rovina così tante nostre banche e così tanti consumatori». Se bisogna rilanciare l'economia mondiale, conclude Stelzer, «noi abbiamo bisogno della Cina e la Cina di noi». Il resto sono dettagli. «E la Cina non assumerà alcun ruolo finché non gli verrà riconosciuta la posizione che sente di meritare come superpotenza emergente».

Dunque, l'uscita dalla crisi passa inevitabilmente per una sfida all'egemonia americana e occidentale, alla centralità degli Usa nel sistema finanziario internazionale, ma a ben vedere getta le basi anche per una sfida all'autorità del Partito comunista cinese.

Per riequilibrare il sistema, infatti, Pechino dovrà fare qualcosa che guarda caso ha cercato fino ad oggi di ritardare, giocando quasi esclusivamente sull'export: espandere la sua domanda interna, adottare politiche che mettano i suoi cittadini nelle condizioni di acquistare più prodotti e servizi americani (e occidentali) e di godere di una maggiore libertà di piccola-media impresa, diffusa e rivolta al mercato interno. Ciò potrebbe determinare un'apertura senza precedenti, una vera apertura, della Cina al mondo (finora infatti la Cina si è "aperta" al mondo soprattutto tramite le sue esportazioni). Significherebbe l'ingresso nel mercato di una domanda che va ben oltre una relativamente stretta cerchia di uomini d'affari e di establishment che in un modo o nell'altro devono il loro benessere al regime.

Un'apertura che negli anni potrebbe cambiare gli stili di vita e la mentalità di decine, centinaia di milioni di cinesi. Ma soprattutto, assaporando la pluralità e la qualità di un mercato in cui si trovano finalmente nelle condizioni per poter giocare un ruolo da protagonisti, sia sul lato della domanda che dell'offerta, potrebbe mutare radicalmente la loro concezione del rapporto tra stato e cittadino. Il monopartitismo reggerà all'impatto? Saprà rispondere alla crescente domanda di libertà anche politiche? Può darsi, ma è certo che una sfida senza precedenti aspetta anche il regime di Pechino.

Monday, March 02, 2009

Il vento che spira in America rischia di diventare una tempesta in Europa

Il dubbio che «serpeggia» nelle prime valutazioni del piano di Obama è che «il nuovo Presidente possa non rivelarsi all'altezza, che la Presidenza Obama possa un domani, quando verrà il momento dei bilanci, mostrare di avere qualcosa in comune con l'Amministrazione (repubblicana) di Herbert Hoover, la quale, con le sue scelte sbagliate, aggravò la crisi seguita al crollo di Wall Street del 1929».

La «dilatazione della spesa pubblica» che il presidente Obama sembra ben disposto a tollerare per realizzare i suoi ambiziosi progetti «implica un cambiamento epocale, il passaggio a una fase di forte presenza statale nella vita economica e sociale americana». Ma il pericolo maggiore è che i venti dello statalismo, del dirigismo e del protezionismo che spirano forti al di là dell'Atlantico possano diventare una tempesta irresistibile qui da noi, che abbiamo meno anticorpi degli americani per difenderci dall'invadenza del potere statale.

E' probabile che quando gli americani cominceranno a comprendere l'enormità delle ambizioni di Obama e quanto del loro reddito sarà necessario per realizzarle, quando vedranno il loro governo federale avvicinarsi spaventosamente alle dimensioni di una socialdemocrazia europea, avranno una crisi di rigetto. Ma noi? «Se anche l'America "sceglie" lo Stato, il massiccio intervento pubblico, cosa possono fare quelle società che hanno sempre avuto una fiducia assai minore nelle virtù dell'individualismo, nelle benefiche conseguenze collettive della valorizzazione della libertà individuale?» Condividiamo totalmente i timori espressi da Angelo Panebianco nel suo editoriale di sabato scorso sul Corriere.
«Nel momento in cui si radica l'idea secondo cui il mercato è il "Dio che ha fallito", si afferma per ciò stesso la pericolosa illusione che la salvezza possa venire solo dallo Stato. Si dimentica il fatto essenziale che tanto il mercato quanto lo Stato, in quanto istituzioni umane e per ciò imperfette, possono fallire ma che i fallimenti dello Stato sono in genere assai più catastrofici di quelli del mercato. Quando il mercato fallisce provoca grandi, ancorché temporanee, sofferenze (disoccupazione, drastica riduzione del tenore di vita delle persone, povertà). I fallimenti dello Stato, per contro, si chiamano compressione delle libertà (sempre), oppressione politica (spesso) e, nei casi estremi, tirannia e guerre».
Insomma, tira proprio una brutta aria in Europa, e soprattutto in Italia. Si avverte voglia di rivincita negli occhi come ravvivati degli statalisti sulla riva sinistra ma anche sulla riva destra della politica. Finalmente lo «strapotere del mercato» è finito, li sentiamo ripetere come se si liberassero la coscienza da un peso. Il ritorno dello «strapotere dello Stato» è «un'idea attraente per coloro che detestano il mercato... Ma che succede se lo strapotere dello Stato impedisce di rilanciare la crescita, e ci fa precipitare in un mondo di conflitti neo-protezionisti?»

Monday, February 09, 2009

Lo spettro del protezionismo nel pacchetto anti-crisi di Obama

Nonostante il Senato americano abbia ammorbidito la misura Buy American, non si placa il dibattito sullo spettro del protezionismo. La clausola di chiara marca protezionista, inserita dalla Camera dei rappresentanti a maggioranza democratica nel pacchetto di stimolo fiscale proposto dal presidente Obama, stabilisce che nella costruzione delle opere finanziate dal piano anti-crisi debbano essere usati acciaio, ferro e prodotti industriali solo americani.

L'emendamento approvato dai senatori chiede che sia «applicata in modo compatibile con gli obblighi sottoscritti dagli Stati Uniti negli accordi internazionali», ma non è servito a tranquillizzare i maggiori partner commerciali degli Usa: Europa, Canada, Messico e Cina. Respinto, invece, l'emendamento abrogativo di McCain: nella clausola «ci sono echi del disastroso Smoot-Hawley Tariff Act», ha denunciato l'ex candidato alla presidenza. L'intero pacchetto dovrebbe essere approvato domani nella sua versione ridotta (si fa per dire) a 827 miliardi di dollari.

Dure critiche al Buy American sono giunte dall'economista Eswar Prasad, della Brookings Institution, think tank vicino ai Democratici, che accusa la clausola di porre «convenienze politiche di breve termine e gli interessi economici di pochi al di sopra dei benefici molto più ampi che il libero mercato offre ai consumatori» e di «mettere da parte la cooperazione internazionale e il multilateralismo» verso cui si era impegnata la nuova amministrazione. «Erigere barriere potrebbe distruggere il commercio mondiale, se gli altri paesi si vendicassero con delle proprie misure protezioniste. E queste barriere finiranno per assestare un ulteriore colpo all'economia americana e mondiale».

Proteggere le industrie interne dalla competizione estera è una «tentazione istintiva», ma è una scelta che «si ritorcerà contro, se darà avvio a una guerra commerciale con gli altri paesi». Provocherà «più perdite di posti di lavoro, prezzi più alti su molti prodotti e una recessione più prolungata», avverte Prasad. In questo particolare momento di crisi e sfiducia «non possiamo permetterci di scatenare una guerra commerciale». Gli Stati Uniti «dovrebbero essere di esempio, fissando gli standard del libero commercio», e non guidare il mondo «lungo un sentiero di protezionismo autodistruttivo, dandosi la zappa sui piedi».

Di «zappa sui piedi» parla anche Walter Russell Mead, intervistato dal Council on Foreign Relations, che ha posto l'accento sulle ripercussioni in politica estera: «Se in questo momento di crisi sbattiamo la porta in faccia alla Cina, o la Cina pensa che è ciò che noi e gli europei stiamo facendo, sarà un errore di politica estera molto più pericoloso di qualsiasi cosa abbia fatto Bush... la cosa più pericolosa che potremmo fare».

Sul Financial Times, l'economista Jagdish Bhagwati ha criticato il «basso profilo, anzi invisibile», tenuto dal presidente Obama. Fortunatamente, ha reagito al Buy American, «lasciando pochi dubbi sui suoi reali sentimenti e le sue preferenze». A Fox News ha dichiarato che «non possiamo mandare un messaggio protezionista» e a ABC News che non vuole niente nel piano di stimolo «che scateni una guerra commerciale».

Ma il protezionismo è «un pericoloso virus che esige una risposta appassionata», secondo Bhagwati, che con la memoria torna allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, di cui il Buy American sembra l'odierna versione. Se viene approvato, «aspettatevi di veder scoppiare guerre commerciali», avverte. «Nulla impedirebbe a India e Cina di alzare i dazi sui prodotti di esportazione americani». E a quel punto è facile prevedere la «ritorsione» degli «infuriati congressmen americani». Il presidente Obama «non può permettersi che si ripeta questo schema: deve combattere il protezionismo o vedrà il virus diffondersi senza controllo». Dovrebbe porre il veto sul Buy American, se non vuole essere ricordato come Herbert Hoover, ha scritto sul Wall Street Journal Burton G. Malkiel, professore di economia a Princeton.

Monday, November 24, 2008

I rischi del primato della politica

Non mi hanno affatto convinto le argomentazioni, piuttosto deboli a mio avviso, del premio Nobel Paul Samuelson, sul Corriere di domenica. Quanto siano «intollerabili» le disuguaglianze prodotte dal libero mercato dipende dalla sensibilità di ciascuno, ma che insieme alle disuguaglianze il mercato non abbia prodotto anche «un progresso dinamico attraverso innovazioni tecnologiche» mi pare difficile sostenerlo, quando della nostra vita di tutti i giorni entrano a far parte innovazioni ad un ritmo impensabile senza la competizione globale.

Né Samuelson si degna di spiegare perché «le opinioni di Milton Friedman e di Friedrich Hayek» sarebbero «cattivi consigli» e i liberisti gente «tremendamente cinica». Il grande economista ci fa sapere che lui se ne sta al «centro», perché «la ragione e l'esperienza» lo hanno convinto, detto in poche parole, che in medio stat virtus. Eppure, quello «Stato Centrista Limitato» che vagheggia rischia di somigliare più a uno stato centralista molto difficilmente limitabile.

Chi invece diffida del «primato della politica» che molti invocano come risposta alla crisi è Angelo Panebianco, che ricorda come la «rivoluzione liberale» che prese avvio con le vittorie della Thatcher e di Reagan «fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta», i cui benefici ci hanno regalato «una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione... capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano».

Panebianco ricorda a chi oggi rivendica il «primato della politica» e irride il liberismo «qualche insegnamento della storia»: anche dopo il '29 il liberalismo fu accantonato come un vecchio arnese ottocentesco, il primato della politica sfociò nel protezionismo e nello statalismo, e gli intellettuali europei si buttarono a inseguire i miti della «pianificazione», aderendo a nuovi modelli di organizzazione politica delle società che in alcuni casi finirono in tragedie di proporzioni enormi.

Il guaio, osserva Panebianco, è che alla fine «dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni». Tutti la invocano e stupisce «il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l'idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche».
«Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento spontaneo fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l'esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle "mani visibili"».
E' un approccio più laico e umile nei confronti della realtà quello che ci vorrebbe, perché «l'onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte», mentre «solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società», perché «compito del governo non è darci "la felicità" ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità».

Qualcuno potrebbe obiettare che anche l'onnipotenza del mercato è un mito. Ebbene, è un mito solo se riponiamo su di esso aspettative sbagliate. Dal mercato non possiamo aspettarci che realizzi un qualche ideale di «bene comune», né che ci garantisca un benessere economico perpetuo, o che elimini le contraddizioni e le incertezze proprie della realtà umana.

Nell'emergenza, secondo Panebianco, è accettabile un maggiore intervento dello Stato, purché sia temporaneo e venga accolto «a malincuore», non con «entusiasmo». Perché il rischio, in Europa, e soprattutto in Italia, più che in America, non è tanto «il "ritorno dello Stato" della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell'invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi».

Monday, November 17, 2008

Resistere alle tentazioni del protezionismo

Ci sono due messaggi positivi usciti dal G-20 di questo fine settimana. Il primo è che questi summit a 20 sono destinati a ripetersi presumibilmente andando via via a sostituire l'ormai limitato e datato G-8; il secondo è la rinnovata fiducia nel libero mercato e l'impegno - almeno a parole, vedremo se anche nei fatti - a resistere alle tentazioni protezionistiche, a non creare, bensì ad abbattere, le barriere nel commercio e negli investimenti. «Puntiamo ad un accordo quest'anno sul Doha Round», si legge nel comunicato finale. Mentre Mario Draghi, in qualità di presidente dello Stability Forum, spiega che il «sistema finanziario del futuro dovrà avere più capitale, meno debito, più trasparenza e più regole».

Un vigoroso atto di difesa del libero mercato è stato il discorso pronunciato dal presidente americano ormai uscente George W. Bush, giovedì scorso, a New York. Concetti poi ripetuti nei suoi interventi al summit.

Riconoscendo la necessità di mercati finanziari «più trasparenti e adeguatamente regolati», e di istituzioni come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale più aperte alle nazioni in via di sviluppo, «più trasparenti, responsabili ed efficaci», Bush ha però sottolineato che «l'intervento pubblico non è una cura», ricordando come la storia abbia dimostrato che «la più grande minaccia al benessere economico non è troppo poco intervento del governo nel mercato, ma l'eccessivo intervento», come nel caso di Fannie Mae e Freddie Mac.
«C'è una lezione evidente: il nostro scopo non dovrebbe essere più governo, ma un governo più intelligente. Se le riforme nel settore finanziario sono essenziali, la soluzione a lungo temine ai problemi di oggi è una sostenuta crescita economica. E la via più sicura per quella crescita è il libero mercato... La crisi non è stata un fallimento del libero mercato. E la risposta non è tentare di reinventarlo. E' risolvere i problemi, fare le riforme, e andare avanti con i principi del libero mercato che hanno garantito benessere e speranza ai popoli di tutto il mondo.

Il capitalismo non è perfetto. Ma è di gran lunga il più efficiente e giusto modo di organizzare l'economia. Il capitalismo offre alle persone la possibilità di scegliere dove lavorare e cosa fare, di comprare e vendere i prodotti che desiderano, e la dignità che deriva dal trarre guadagni dal proprio talento e dal duro lavoro. Il libero mercato fornisce gli incentivi per lavorare, innovare, risparmiare, investire e creare lavoro. Il libero mercato offre a un marito e a una moglie la possibilità di avviare una loro attività, a un immigrato di aprire un ristorante, a una madre single di tornare al college e costruirsi una carriera migliore. E' ciò che ha permesso alle imprese nella Silicon Valley di cambiare il modo in cui il mondo vende i prodotti e cerca le informazioni. Che ha trasformato l'America da una frontiera rocciosa a una nazione che ha dato al mondo il battello a vapore e l'aereoplano, il computer e la TAC, internet e l'iPod... Le nazioni che hanno perseguito altri modelli hanno conosciuto esiti devastanti... Le prove sono inequivocabili: se vuoi crescita economica, giustizia sociale e dignità umana, il libero mercato è la strada che fa per te».
Anche Bush si è pronunciato contro il protezionismo, sostenendo che «importante come mantenere il libero mercato all'interno degli stati è mantenere la libera circolazione di beni e servizi tra gli stati».
«Tenere i mercati aperti al commercio e agli investimenti è necessario soprattutto durante periodi di crisi economica. Subito dopo il crack finanziario del 1929, il Congresso approvò la "Smoot-Hawley tariff", una misura protezionistica volta a separare l'economia americana dalla competizione globale. Il risultato non fu la sicurezza economica, ma la rovina. I leader mondiali devono tenere a mente questo esempio e respingere la tentazione del protezionismo».

Tuesday, October 14, 2008

Non è ancora il tramonto del secolo americano

Molto si è parlato e si è scritto sulle cause della crisi finanziaria e sui possibili rimedi. A tentare di allungare lo sguardo, cercando di scorgere le possibili conseguenze geopolitiche della crisi, è stato Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di venerdì scorso. E' in atto una «ridistribuzione del potere internazionale», il «definitivo passaggio» dall'odiato «unipolarismo» yankee al più saggio e politically correct «multipolarismo»? La crisi economica e di modello culturale ridimensioneranno l'influenza degli Stati Uniti nel mondo? Assisteremo al tramonto definitivo del cosiddetto «secolo americano»? La globalizzazione reggerà all'urto delle spinte protezioniste e del ritorno all'interventismo statale?

In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.

Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.

Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».

Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».

Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.

Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.

Wednesday, October 08, 2008

Mi spaventano più i politici che i mercati

Sarò un pazzo, un illuso, ma continuo a temere molto più la politica che i mercati. Se intervento statale dev'essere, che non sia un intervento imbecille. I governi dovrebbero intervenire studiando caso per caso per aiutare fusioni e processi di ristutturazione dei punti di maggiore criticità, e non con fondi a pioggia che rischiano di calamitare l'ingordigia degli speculatori, di alimentare una corsa all'aiuto di stato nella quale chi primo "fallisce" meglio alloggia. Tremo al pensiero del Consiglio dei ministri in corso oggi.

Ho l'impressione che i continui annunci e le dichiarazioni in ordine sparso dei capi di governo dei maggiori paesi europei non abbiano fatto altro che alimentare panico e confusione sui mercati. Per fortuna non è passata l'idea di Berlusconi e Sarkozy di un fondo comune europeo per il salvataggio delle banche, su cui sarebbe dovuto confluire addirittura il 3% del Pil, una follia a cui Germania e Gran Bretagna si sono opposte.

Se manca la fiducia, qualsiasi somma stanziata preventivamente rischia di venire bruciata in un giorno; così come il taglio dei tassi deciso dalla Fed e dalla Bce in questo momento potrebbe rivelarsi inutile, visto che le banche non hanno liquidità e non si fidano l'una dell'altra.

Un blogger che in tempi non sospetti aveva messo in guardia sul fatto che l'Europa non fosse affatto al riparo dalla crisi è Phastidio.net, bisogna dargliene atto. Se il Pil non è l'unica grandezza macroeconomica da considerare, qualcosa però ci dice sulla salute dell'economia reale. Il Pil Usa nel secondo trimestre ha rallentato rispetto alle previsioni, ma si mantiene positivo, a +2,8%. E se ciò fosse dovuto essenzialmente alle esportazioni, di questi tempi non bisognerebbe comunque disprezzarlo, visto che negli anni '30 fu il protezionismo di Hoover ad aggravare la crisi. Mi sembra, invece, che l'Europa sia messa peggio (zona euro e i 27 poco al di sopra dell'1%, l'Italia ferma a 0 - zero), che pesino fattori strutturali, oltre alla stretta creditizia causata dalla crisi finanziaria, che potrebbero prolungare la crisi e portare alla recessione.

Un altro piccolo aspetto che Phastidio.net ha colto - e a cui né la stampa né l'opposizione hanno fatto caso - è che «Tremonti cinque anni fa proponeva [nella bozza di Dpef 2003]... di imitare quella finanza "perfida" e figlia della globalizzazione che oggi tanto ama esecrare». In Italia siamo senza dubbio messi male, se pensiamo che l'alternativa è Bersani, l'uomo delle coop.

Fallimento del libero mercato? Nient'affatto, non mi stanco di ripeterlo, stavolta usando le parole di Liberty Soldier... è la «crisi del Keynesianesimo. L'idea delle politiche a debito per favorire investimenti e consumi. L'idea della banca centrale come regolatore dell'indebitamento pubblico e privato. Più specificatamente, la crisi del denaro inventato. Della stampante federale».

... e di Lorenzo Infantino, su Avvenire:
«Un tasso d'interesse spropositatamente basso, per un periodo di tempo spropositatamente esteso, alimenta sempre fenomeni speculativi: perché alimenta una patologica corsa all'indebitamento e la conseguente creazione di piramidi di carta... sono state le pubbliche autorità a fornire alle istituzioni finanziarie i mezzi per realizzare il loro avventurismo... il tasso d'interesse è un prezzo. Tenerlo spropositatamente basso significa privarlo della funzione selettiva nei confronti dei progetti produttivi. E le iniziative meno economiche sottraggono risorse a quelle più competitive».

Thursday, July 31, 2008

Fallisce Doha Round. Le nazioni tornano al protezionismo?

Alla fine il riflesso protezionista sembra aver contagiato Cina e India. E' anche per colpa dei due giganti asiatici, infatti, se il Doha Round si è arenato, come spiega oggi Alberto Mingardi su il Riformista. Un esito paradossale, «con le nazioni che beneficiano di manodopera low cost che temono Paesi tecnologicamente più avanzati» e proteggono i loro mercati dalle importazioni agricole americane.

Sempre il grano. Eppure, proprio l'abolizione dei dazi sul grano nell'Inghilterra del 1848 «fu uno dei pochi punti mai segnati a favore del libero scambio» e si rivelò una delle spinte più formidabili allo sviluppo dell'economia dell'epoca. Anche oggi l'abolizione dei dazi sul grano potrebbe produrre gli stessi benefici effetti, ma stavolta su scala planetaria, aiutando il libero scambio a dare impulso a una crescita economica globale.

Certo, osserva Mingardi, «se le pretese dell'Occidente a vantaggio delle proprie clientele di agricoltori fossero state più leggere, nel 2003 e nel 2005, non saremmo a questo punto. E non avremmo legittimato, col nostro, il protezionismo degli altri».

Il guaio è che i negoziati del Wto non sono guidati dalle valutazioni degli economisti, quanto piuttosto da una casta di "mercantilisti illuminati", come li ha definiti Paul Krugman. «Politica, non mercato». I riflessi protezionistici prevalgono laddove la politica fa valere le sue logiche e non quelle funzionali del mercato.

A questo punto, potrebbe aprirsi lo spazio per l'idea tremontiana di una nuova Bretton Woods. Che sia però nuova, non una Bretton Woods al contrario.

Friday, July 25, 2008

Obama, benefici e rischi dell'abbraccio europeo

C'è da rimanere ammirati dall'imponenza della campagna elettorale di Barack Obama. E' evidente che i suoi viaggi in Medio Oriente e in Europa hanno avuto come obiettivo principale quello di rafforzare il lato su cui l'immagine di Obama è più debole. Di dissipare i dubbi sulla sua inesperienza e inaffidabilità, facendolo apparire sui teatri più caldi del mondo, o nelle capitali più importanti d'Europa, come se fosse già un presidente in carica. Come se avesse già vinto, o come se fosse già stato presidente. Il resto viene in secondo piano. L'importante non è ciò che ha detto, ma il trovarsi lì, a Kabul, a Berlino e a Parigi, acclamato da decine di migliaia di persone, ricevendo l'accoglienza degna di un capo di Stato sia dalla gente che dai leader europei, come Sarkozy, che si dichiara suo «amico». E tutto ciò nonostante i suoi discorsi di politica estera continuino ad essere generici, inducendo il quotidiano Liberal oggi, ma gli stessi commentatori americani, a chiedersi chi abbiano di fronte, se un nuovo Kennedy o un nuovo Carter.

Un evento, quello nella capitale tedesca, organizzato in modo eccellente. Chi si ricorda della visita di John McCain, nel marzo scorso, che pure era venuto con una visione chiara dei rapporti transatlantici e con l'idea della Lega delle democrazie? Anche se il palco non era allestito sotto la porta di Brandeburgo, richiamava alla mente altri storici discorsi di due grandi presidenti Usa, Kennedy e Reagan. E il messaggio lanciato, «Abbattiamo gli ultimi muri», non poteva essere più felice. Richiama il celebre «Mister Gorbacev, abbatta questo muro!», pronunciato da Reagan con la folla in delirio, ma allo stesso tempo dà l'idea di una nuova missione da compiere, di altri muri da abbattere, nuove «frontiere» da conquistare. Insomma, è noto come l'opinione pubblica europea mostri per Obama un gradimento che va oltre l'80%, ma quello di Obama è un messaggio che parla agli americani la lingua dell'unità, all'insegna di Kennedy e Reagan, come se in Obama democratici e repubblicani potessero riconoscere l'uno e l'altro.

Che abbia parlato sotto la colonna della vittoria anziché la porta di Brandeburgo, come ha osservato Bill Kristol per Liberal è un aspetto del tutto secondario. Gli americani hanno visto sopra di lui un bell'angelo dorato, percependolo come uno dei simboli di Berlino ma ignorando il suo valore simbolico militarista e nazionalista. E ormai anche per i cittadini europei quello è molto più l'angelo del film "pacifista" e poetico di Wenders, "Il cielo sopra Berlino", che il simbolo del trionfo prussiano contro Francia, Austria e Danimarca.

L'operazione è riuscita. Obama sembra già presidente. Da presidente viene accolto in Europa, si è voluto far vedere al pubblico americano. E in questo senso si può dire che forse per la prima volta l'opinione pubblica europea entra nella campagna presidenziale Usa. Si ha la sensazione che il calore con il quale è stato accolto Obama a Berlino possa effettivamente avere un peso, sia pure minimo, sull'immagine di Obama negli Stati Uniti.

Attenzione, però, l'effetto potrebbe essere duplice. Da una parte, l'accoglienza ricevuta in Europa dai leader e dalla gente contribuisce senz'altro a renderlo credibile nel ruolo di presidente, lo aiuta a dipanare o almeno ad alleggerire l'aurea dell'inesperto, ma dall'altra c'è da chiedersi se quello europeo non possa rivelarsi alla lunga un abbraccio mortale per Obama.

Presso l'elettorato moderato, patriottico, indipendente americano, l'Europa politica non gode di grande stima. Pare che al comizio di Berlino fossero vietati cartelli e striscioni. Si temeva che potessero «danneggiare l'immagine del candidato al suo ritorno in patria» con slogan dal sapore anti-americano. Infatti, se Obama riscuote tanto successo tra gli europei è perché essi vedono in lui la sconfitta dell'America razzista e guerrafondaia di Bush e Cheney, un americano contrario a tutte le politiche americane più odiate, dalle guerre al libero mercato, fino al diritto a portare armi. Obama è quello che vuole il ritiro dall'Iraq e che vota per aumentare le tasse ai ricchi, quello che vuole difendere i posti di lavoro con il protezionismo contro la globalizzazione.

Naturalmente c'è dell'esagerazione. Obama non è così "pacifista", no global e anti-liberista come gli europei sognano, ma un simile ritratto lo danneggerebbe negli Usa proprio presso quell'elettorato che deve convincere per arrivare alla Casa Bianca. Gli europei lo amano per gli stessi motivi per cui i settori decisivi dell'elettorato americano non lo voterebbero. Vedremo, se l'operazione Berlino si rivelerà un mezzo miracolo o un mezzo boomerang.

Friday, July 18, 2008

Tremonti non dovrebbe somigliare più a Norquist che a Obama?

Ai lettori di Style, Christian Rocca ha fatto notare che negli Stati Uniti i candidati alle presidenziali «più vicini alle posizioni tremontiane sono stati quelli di sinistra liberal, Hillary Clinton e Barack Obama». Entrambi, come Tremonti, se la prendono con la globalizzazione e il "mercatismo".

La linea del candidato repubblicano, John McCain, è più simile a quella indicata da Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, che ha scritto un saggio dal titolo "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives".
«Un manifesto del lasciateci in pace, del giù le mani dello Stato dai nostri soldi, dalle nostre armi e dalle nostre vite. La sua tesi è che l'America e il mondo non soffrano affatto di eccessivo mercatismo o di assenza di protezioni dagli attacchi finanziari globali, come pensa Tremonti. Secondo Norquist, invece, c'è bisogno di ulteriore libertà, di più mercato e di minori regolamentazioni governative. "Leave us alone" è l'esatto opposto del neotremontismo che chiede alla politica, quindi allo Stato, di impegnarsi a promuovere i valori, la famiglia e anche autorità e ordine. Tremonti parla di "identità europea", Norquist invita invece a stare il più alla larga possibile dal declinante modello europeo. In teoria dovrebbe essere Norquist, non Obama, il più credibile modello americano di Tremonti».
I sostenitori del PdL dovrebbero forse cominciare a preoccuparsi, se il ministro dell'Economia del loro governo somiglia più a Obama che a Norquist. Tra l'altro, se la globalizzazione è spietata nel dividere i paesi tra "vincitori" e "vinti", tra quelli che hanno raccolto la sfida e stanno avendo successo nella competizione globale e quelli che, invece, sono rimasti a guardare, un'analisi attenta dei "vincitori" dimostra che le scelte politiche interne contano ancora molto nel determinare la competitività.

Tuesday, June 03, 2008

Per parlare di fame, parlare di Fao (e di ogm)

Per parlare seriamente di fame nel mondo dovremmo innanzitutto stilare un bilancio delle attività della più grande organizzazione internazionale che se ne occupa. In altre parole, la Fao dovrebbe innanzitutto parlare di se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti. Dei suoi 4 mila funzionari, di cui la metà a Roma, che si godono i loro stipendi da 8 mila euro al mese esentasse; dei suoi 400 milioni di dollari l'anno, gran parte dei quali serve a pagare i dipendenti e le strutture, come documentano un preciso articolo di Emanuela Fontana, su il Giornale, e il solito Mauro Suttora, su Libero:
«I tre quarti dei soldi vengono versati da 11 Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa».
Una situazione che è stata persino certificata, lo scorso settembre, da una inchiesta indipendente disposta dallo stesso direttore della Fao. Nel rapporto si legge che la sua burocrazia è «pesante e costosa», e che ha difficoltà a «identificare le vere priorità». Visti i risultati fallimentari sul campo, sarebbe comunque un bel gesto se chi guida la Fao dal 1993, il senegalese Jacques Diouf, si facesse da parte.

La sensazione è che la Fao sia poco più d'un baraccone che sopravvive organizzando vertici dopo vertici, sempre più pletorici, grazie ai quali periodicamente ricorda alle opinioni pubbliche occidentali, quelle che versano i soldi, che si sta occupando del problema, ma che le difficoltà aumentano e servono più risorse.

Certo la speculazione; certo i biocarburanti; certo l'aumento dei consumi nei paesi emergenti; certamente il protezionismo dei paesi ricchi; certo le speculazioni sui mercati; e ci si mette anche la siccità. Epperò anche la Fao ha le sue responsabilità. Per esempio, pur avendone riconosciuta l'utilità in un rapporto specifico del 2004, non ha promosso l'utilizzo delle biotecnologie, gli ogm, cedendo alle lobby moraliste che pretendono di rappresentare gli interessi dell'ambiente e dei poveri del mondo, in realtà danneggiando l'uno e gli altri.

Secondo Robert Paarlberg, autore di "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa", gli agricoltori africani producono oggi, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970. E' così in quasi tutta l'Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittatori come Mugabe, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall'estero) sono quasi insignificanti. La produzione è ferma, perché non sono arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione.

Wednesday, April 30, 2008

Spleen liberista

Malinconico editoriale di Francesco Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, che si interroga sulle difficoltà delle politiche liberiste a convincere (e non solo in Italia).
«Sostengo i benefici della concorrenza e dell'apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità».
E' questa la premessa: il liberismo non come ideologia ma come organizzazione economica che funziona, produce benessere e mobilità sociale.

Tuttavia, dando uno sguardo a ciò che accade nel mondo non sembrano in tanti a pensarla così. «Prezzi e forniture di gas — l'80% dell'energia utilizzata in Italia — sono determinati da un cartello dominato dalla Russia»; la Cina che «non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato»; negli Stati Uniti lo stato che interviene per salvare le banche dalla crisi e i candidati democratici alla presidenza, sia Obama che Hillary Clinton, che parlano con accenti protezionistici; in Francia Sarkozy che solo «a parole (e non sempre) predica il mercato»; in Italia Berlusconi che promette di salvare Alitalia con denaro pubblico, ma nessuno viene visto «sfilare perché le nostre tasse vengono usate per tenere in piedi un'azienda da anni decotta»; a Roma vince un candidato sindaco che «due anni fa aveva manifestato solidarietà per la violenta protesta dei tassisti contro le liberalizzazioni». Giavazzi si interroga su eventuali errori dei liberisti:
«Il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno Stato e più mercato... I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette "protezione" dal vento della concorrenza. Che cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato?»
In questi anni, osserva, l'Italia ha perso «dieci punti rispetto a Francia e Germania, siamo stati raggiunti dalla Spagna e di nuovo superati dalla Gran Bretagna». C'è il rischio di un circolo vizioso che porta al declino: «Quando un Paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha: mentre mercato, merito, concorrenza — i fattori la cui assenza è all'origine della mancata crescita — spaventano. I cittadini preoccupati chiedono protezione, qualcuno la promette e il Paese si avvita».

I liberisti, conclude Giavazzi, dovrebbero porsi «un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l'alternativa al mercato, al merito, alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione, i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità».

«Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l'Italia ammetterlo è fallito» con Prodi, ammette Giavazzi. I «nuovi interlocutori» oggi sono i «protezionisti», che «sbagliano la diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini». Ma «la risposta alla "mobilità planetaria" non può essere il congelamento della mobilità domestica. Una società congelata non solo è ingiusta: si illude di proteggersi, in realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E' un lusso che forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l'Italia sarebbe un suicidio».

Thursday, March 20, 2008

Tremonti come il giovane Anakin

Al libro anti-mercatista di Tremonti, "La paura e la speranza", ha risposto anche Carlo Stagnaro (IBL), con un articolo pubblicato martedì su Il Foglio, contenente anche una piccola punta di ironia niente male sul finale. Spiega che «il maggior limite del suo ragionamento sta nella convinzione che la globalizzazione sia un esperimento di ingegneria sociale, come il comunismo», mentre «il mercato, in quanto istituzione, non può essere programmato»; e che piuttosto «i presunti guasti della mondializzazione dell'economia sono sovente riconducibili all'interventismo pubblico, in assenza del quale i danni potrebbero essere inferiori».

In effetti, come abbiamo avuto modo di osservare, i beni globalizzati sono proprio quelli oggi acquistabili a prezzi generalmente ridotti rispetto a qualche anno fa. Abbigliamento ed elettronica, per esempio. Per questo oggi non soprende una i membri di una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese, quindi ritenuta povera dalle statistiche, possiedano un telefonino. I beni non globalizzati ma protetti invece (guarda un po', quelli alimentari, i più colpevoli del caro-vita lamentato da Tremonti), risentono di un fenomeno inflattivo, certamente dovuto anche, ma non solo, all'emersione dalla povertà di parti importanti di Terzo mondo, che consumano di più e fanno crescere la domanda di materie prime fondamentali come petrolio e grano. Ma perché non apriamo ai prodotti agricoli e alimentari dei Paesi in via di sviluppo?

In realtà, osserva Stagnaro, «l'enfasi di Tremonti sulla necessità di un ritorno allo Stato nega l'orizzonte delle scelte individuali, perché sostituisce l'arbitrio della politica alla libertà del singolo di votare coi piedi e coi soldi».

Poi c'è tutta la parte del libro in cui Tremonti parla di valori e di identità giudaico-cristiana. «Per uscire dal "lato oscuro della globalizzazione" l'ex ministro propone una iniezione di valori, come se la ricchezza ci avesse prosciugato l'anima». Stagnaro si chiede se sia proprio così e fa notare che «il luogo-simbolo della globalizzazione, l'America ricca e consumista, è anche il paese dove il senso religioso è più diffuso, la famiglia è qualcosa di più della reversibilità della pensione, si continuano a fare figli e il valore delle donazioni spontanee raggiunge la mostruosa cifra del 3,5 per cento del reddito. Donazioni, per inciso, attribuibili soprattutto ai molto ricchi e ai molto poveri, non a quel ceto medio spaventato e welfarista a cui si rivolge Tremonti. Su un piano più concreto, Tremonti affianca proposte di grande buonsenso – come la deregulation nell'Ue – a questioni di dubbia efficacia, come la riproposizione del protezionismo (che è una tassa implicita)».

Come già Mingardi su il Riformista, anche Stagnaro coglie l'approccio culturale e lo stato d'animo di Tremonti: la paura, dalla quale è difficile che nasca la speranza: «L'incertezza sul futuro, che è la condizione umana, non dovrebbe portare al panico, perché difficilmente da lì può sorgere la speranza. Come dice Yoda in Guerre Stellari, "la paura è la via che porta al lato oscuro"». Ci vuole ogni tanto un po' di sano... umorismo (?).

Monday, March 17, 2008

Londra è il buon esempio, non Roma

Negli ultimi giorni Tremonti, in interviste e interventi pubblici, sta cercando di mitigare l'accento protezionista delle idee espresse nel suo ultimo libro, "La paura e la speranza". «Il mio - giura - è un libro sul mercato e per il mercato. Il problema che mi sono posto è quello di riportare il mercato in condizioni di equilibrio. Si tratta solo di proteggere la produzione europea con strumenti temporanei per combattere la concorrenza sleale e asimmetrica. E questo è perfettamente compatibile con i princìpi del liberalismo».

Che le misure a cui pensa siano temporanee, e la concorrenza che vuole combattere sia solo quella sleale, è un chiarimento rassicurante, seppure a nostro avviso la concorrenza sleale dall'Asia non va combattuta con dazi e quote, perché inefficaci, ma con pressioni politiche e regole chiare nella cornice del Wto, che a questo serve.

Rimangono però certi giudizi di fondo che ci allarmano, come quello secondo cui la globalizzazione sarebbe responsabile del «carovita». Oppure, quando Tremonti sostiene che «il vero scontro in realtà è fra Londra e Roma. Perché Londra rappresenta l'Europa come semplice area di libero scambio. È un'idea mercantile del Continente. Nella visione giudaico-cristiana domina viceversa l'idea politica dell'Europa».

Una contrapposizione tra l'Europa continentale, giudaico-cristiana, e quella anglosassone, definita «mercantile». Invece di prendere esempio dalla Gran Bretagna, che riesce ad agganciare e a vivere con successo la globalizzazione, ad essere competitiva, Tremonti la demonizza nel nome di quella parte di Europa (Francia, Germania e Italia) che invece è più in difficoltà, è lenta e appesantita dallo statalismo.

Ma in un libro ci sono anche un clima e dei riferimenti culturali e nel suo Tremonti, scrive Piero Ostellino, capovolge l'enciclica "Populorum progressio", nella quale Papa Paolo VI prediceva che «con la globalizzazione, i Paesi più poveri sarebbero diventati sempre più poveri e quelli ricchi sempre più ricchi. Questi si sarebbero appropriati delle loro materie prime, avrebbero chiuso i propri confini alle loro esportazioni di derrate alimentati. Le economie dei Paesi poveri sarebbero state colonizzate dalle multinazionali americane». Non è accaduto, e Tremonti scrive che invece accade il contrario, che «non sono più i Paesi poveri a fare le spese della globalizzazione, bensì quelli ricchi».

Secondo Ostellino, nel libro di Tremonti «riecheggia la caduta tendenziale del saggio di profitto (Karl Marx, ahi, ahi). La sua "speranza" sembra l'autarchica grandeur dell'Ancien Régime (Jean Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV, ahi, ahi). I rimedi a breve, nella convinzione che "a lungo saremo tutti morti", ripropongono il New Deal americano dopo la crisi del '29 John Maynard Keynes, ahi, ahi). Il richiamo ai valori della famiglia, dell'ordine, dell'identità, è la preghiera domenicale dell'Angelus (Papa Benedetto XVI, ahi, ahi). Ma che ne pensa il mondo imprenditoriale, dal quale, in ultima analisi, dipende la crescita del Paese? E' per la "distruzione creativa" del capitalismo, che accantona le aziende invecchiate per liberare capitali e farne nascere nuove; o è con Marx, Colbert, Keynes, col ministro dell'Economia del probabile prossimo governo che si dice (si dice) liberale?».

In un altro recente editoriale, Piero Ostellino affronta alla radice la cultura statalista che abita entrambi i partiti maggiori. In questa campagna elettorale PdL e Pd non stanno sottoponendo alla gente quello che anche a nostro avviso è il problema dei problemi: quello «del potere pubblico e dei suoi limiti». Certo, «non è un prodotto elettoralmente "commerciabile"». Ma il rischio è che gli italiani non saranno mai consapevoli della «differenza fra la società aperta e una chiusa».

Il paradosso, lo abbiamo scritto tante volte, è che espandendo le sue competenze e la spesa pubblica, lo Stato finisce col «non esserci dove dovrebbe esserci — garantire sicurezza, legalità, giustizia, istruzione — e ad esserci dove non deve, producendo illegalità, divieti, vincoli, sanzioni illegittime». Il pregiudizio che i due partiti maggiori, PdL e Pd, condividono è quello di «assegnare allo Stato una finalità etica (per esempio la giustizia sociale)», accrescendo così il potere della classe politica.
«Lo Stato liberale non è produttore di un'"etica pubblica", bensì di un quadro giuridico entro il quale gli individui sviluppano le loro potenzialità. L'economia di mercato dev'essere regolata dalla politica, ma non può essere piegata a un obiettivo "esterno" ai processi che ne presiedono la produzione di ricchezza. Che è neutrale. L'interventismo pubblico nell'economia di mercato è come l'intrusione della polizia nelle libertà politiche dei cittadini. Da noi la legislazione non fissa solo norme di condotta. Vuole modellare l'Uomo. Ma l'enorme produzione di leggi vanifica la certezza del diritto e paralizza la società. Pdl e Pd non capiscono che, per modernizzare il Paese, è vitale una radicale "semplificazione legislativa" che riduca la pletora di leggi vigenti».
Sotto sotto resiste il riflesso di una «mentalità totalitaria: regolamentare tutto affinché tutto sia proibito tranne ciò che è espressamente consentito». Ne consegue che rispettare le regole è praticamente impossibile, quindi si producono illegalità diffusa e falsi criminali, cittadini comuni che cercano, in qualche modo, di cavarsela. E con tutto ciò ha a che fare anche l il libro di Tremonti, con i richiami all'etica e ai valori tradizionali.

Wednesday, March 12, 2008

La crisi c'è, ma il protezionismo ha naso lungo e gambe corte

Pur catalogando le idee economiche di Giulio Tremonti sotto la voce «Horror Economics», Michele Boldrin, del blog-think tank Noisefromamerika, non liquida affatto il ragionamento dell'ex (e probabilmente prossimo) ministro dell'Economia sugli effetti negativi della «competizione asimmetrica» asiatica, quindi della globalizzazione. In un interessante e dettagliato articolo spiega perché «la paura» di cui Tremonti parla nella prima parte del suo nuovo libro trova qualche fondamento anche da un punto di vista economico liberista.

Il libero mercato globalizzato è, «in via di principio, una cosa vantaggiosa per tutti». Nella competizione ci sono vincitori e vinti, ma non è un gioco a somma zero. Per i vinti esistono «temporanei costi di aggiustamento ma, una volta superato lo shock iniziale, tutto funziona per il meglio» e nel medio-lungo termine nel libero mercato tutti vedono migliorare le proprie condizioni di vita. Da liberista Boldrin non mette in discussione la validità di questa formula e l'efficienza del sistema.

Tuttavia, pragmaticamente osserva che «gli ordini di grandezza contano, eccome se contano, in quei processi di aggiustamento». E oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno di apertura dei mercati dalla portata epocale, dove «più di tre miliardi di persone hanno cominciato a produrre, consumare e vendere beni secondo metodi e criteri che prima erano l'appannaggio di un numero più ristretto di persone, i circa 700 milioni che sino a fine degli anni '80 vivevano in Nord America, Europa dell'ovest e Giappone». Il risultato è che pur restando il libero mercato il sistema più efficiente nel produrre effetti benefici generalizzati, i tempi degli aggiustamenti e dei processi di riequilibrio si allungano notevolmente: «La grandezza dell'impatto rende enormi i tempi ed i costi di aggiustamento, lasciando decine di milioni di lavoratori incapaci di aggiustare i propri vantaggi comparati in tempo utile (utile dal loro punto di vista, ossia prima di morire)». Insomma, «il maledetto momento in cui si comincia tutti a guadagnarci dalla globalizzazione liberista sembra non arrivare mai!».

Ma a questo punto la domanda è: sono utili le politiche protezionistiche (dazi, quote e barriere commerciali di altro tipo) ad attutire l'impatto e ad attenuare le sofferenze? Possono funzionare? A giudicare dalle innovazioni, dai processi - e dalla loro vasta portata - che hanno innescato e che sono alla base della globalizzazione (e che Boldrin stesso elenca) si direbbe di no e si dovrebbe facilmente dedurre che contro di essa le politiche di apertura o chiusura dei governi possono ben poco.

Vale la pena ricordare che non consideriamo come politiche protezionistiche la tutela della proprietà intellettuale contro la contraffazione o la richiesta di regole per il corretto funzionamento dei mercati, contro forme di concorrenza sleale. Oltre a dubitare della loro efficacia, le misure protezionistiche per avere un minimo di senso richiedono la loro adozione da parte di comunità sovranazionali come la Ue, in cui convivono interessi e culture economiche molto diverse tra di loro.

Per accorciare i tempi e diminuire i costi di «aggiustamento» di cui ha parlato Boldrin non vediamo altra strada che quella evocata proprio oggi da Mario Monti, sul Corriere della Sera. Per «vivere con successo la globalizzazione» tutti i nostri sforzi dovrebbero essere «rivolti a rendere le nostre economie più competitive». Se in larga misura gli effetti - positivi e negativi - della globalizzazione dipendono da fattori difficilmente quantificabili, non riducibili a modello, e dunque scarsamente controllabili dalla politica, non possiamo che intervenire laddove è in nostro potere. «Ciò che un Paese può fare per diventare più competitivo è in larga misura nelle proprie mani», osserva Monti.

Ciò è particolamente vero nel caso dell'Italia, dove - riconosce lo stesso Boldrin - «la colonna portante dell'economia italiana è stata esposta ad uno shock competitivo cento volte maggiore dei precedenti proprio negli anni in cui il carico fiscale su di essa saliva, la qualità dei servizi pubblici scendeva, la scuola e l'università pubblica si disfacevano e la capacità del sistema Italia di offrire supporto a processi di riconversione, adattamento ed innovazione veniva brutalmente meno». Una situazione di cui i primi responsabili siamo noi e la nostra classe politica.

Dunque, innanzitutto proviamo a recuperare competitività intervenendo laddove possiamo farlo qui e ora, riducendo drasticamente il carico fiscale e il peso dello Stato; eliminando i costi della burocrazia e facendo funzionare la giustizia civile; liberalizzando mercato del lavoro e delle professioni; riformando welfare e sistema educativo, scuole e università, e favorendo gli investimenti nella ricerca.

A Berlusconi, a Tremonti e al PdL basterebbe chiarire che, dazi o non dazi, sono consapevoli che l'Italia ha urgente bisogno di riforme radicali e liberali che rendano comunque la nostra economia più competitiva. Insomma, che la eventuale richiesta di «protezione» a livello europeo non sarà l'alibi per la difesa dello status quo e dell'attuale modello di stato sociale. Sarebbe già tanto.