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Tuesday, June 03, 2008

Per parlare di fame, parlare di Fao (e di ogm)

Per parlare seriamente di fame nel mondo dovremmo innanzitutto stilare un bilancio delle attività della più grande organizzazione internazionale che se ne occupa. In altre parole, la Fao dovrebbe innanzitutto parlare di se stessa e rendere conto ai suoi contribuenti. Dei suoi 4 mila funzionari, di cui la metà a Roma, che si godono i loro stipendi da 8 mila euro al mese esentasse; dei suoi 400 milioni di dollari l'anno, gran parte dei quali serve a pagare i dipendenti e le strutture, come documentano un preciso articolo di Emanuela Fontana, su il Giornale, e il solito Mauro Suttora, su Libero:
«I tre quarti dei soldi vengono versati da 11 Paesi (fra i quali non compaiono Cina e Russia, nonostante abbiano diritto di veto). Gli Usa pagano da soli il 25% delle spese, il Giappone il 20. Ma quando si decide come spendere, vale la regola della maggioranza. I membri della Fao sono 191. E il voto di San Marino vale quanto quello degli Usa».
Una situazione che è stata persino certificata, lo scorso settembre, da una inchiesta indipendente disposta dallo stesso direttore della Fao. Nel rapporto si legge che la sua burocrazia è «pesante e costosa», e che ha difficoltà a «identificare le vere priorità». Visti i risultati fallimentari sul campo, sarebbe comunque un bel gesto se chi guida la Fao dal 1993, il senegalese Jacques Diouf, si facesse da parte.

La sensazione è che la Fao sia poco più d'un baraccone che sopravvive organizzando vertici dopo vertici, sempre più pletorici, grazie ai quali periodicamente ricorda alle opinioni pubbliche occidentali, quelle che versano i soldi, che si sta occupando del problema, ma che le difficoltà aumentano e servono più risorse.

Certo la speculazione; certo i biocarburanti; certo l'aumento dei consumi nei paesi emergenti; certamente il protezionismo dei paesi ricchi; certo le speculazioni sui mercati; e ci si mette anche la siccità. Epperò anche la Fao ha le sue responsabilità. Per esempio, pur avendone riconosciuta l'utilità in un rapporto specifico del 2004, non ha promosso l'utilizzo delle biotecnologie, gli ogm, cedendo alle lobby moraliste che pretendono di rappresentare gli interessi dell'ambiente e dei poveri del mondo, in realtà danneggiando l'uno e gli altri.

Secondo Robert Paarlberg, autore di "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa", gli agricoltori africani producono oggi, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970. E' così in quasi tutta l'Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittatori come Mugabe, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall'estero) sono quasi insignificanti. La produzione è ferma, perché non sono arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione.

Wednesday, September 12, 2007

Sarkozy per una nuova Pac

Se non avessero voluto a tutti i costi vedere in Sarkozy l'uomo nero, la minaccia letale per l'Europa, i radicali Pannella e Bonino avrebbero potuto serenamente compiacersi delle parole di ieri del presidente francese, che finalmente ha espresso il parere favorevole della Francia a rivedere una delle politiche europee più infauste: la politica agricola comune (Pac).

Sarkozy vorrebbe avviare una nuova politica comune «per costruire un'agricoltura di primo piano in Francia ed in Europa» e il periodo di presidenza francese dell'Ue, nella seconda metà dell'anno prossimo, sarebbe l'occasione propizia. Non ha intenzione «di abbandonare gli agricoltori che non vogliono essere assistiti», o «vivere di sovvenzioni». Ma appunto, basta assistiti e sovvenzioni. La Pac così com'è non può «rispondere alle sfide del dopo 2013. Tutti lo sanno ma nessuno lo dice».

Anche dal punto di vista ambientale, il presidente francese ha ricordato la necessità di ridurre il ricorso a concimi e pesticidi, auspicando invece un largo uso delle biomasse per una maggior autonomia energetica e una più ampia ricerca nel settore dell'alimentazione, dalla chimica verde e alle biotecnologie.