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Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Thursday, November 29, 2012

Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta

Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.

Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.

Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.

Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Thursday, August 02, 2012

Il difficile equilibrio dello spread

Non ha tutti i torti Mario Monti quando, da Helsinki, avverte che se lo spread dovesse rimanere a questo livello per qualche tempo, rischieremmo di vedere al potere in Italia un governo euroscettico e non orientato alla disciplina di bilancio. Il discorso ha senso economicamente, perché tassi troppo alti rischiano di vanificare l'effetto positivo delle riforme, e politicamente, perché se i cittadini non toccano con mano i frutti dei loro sacrifici, c'è il rischio di una crisi di rigetto della terapia. Però è innegabile l'esistenza di un'altra faccia della medaglia, come ammette lo stesso Monti: solo i tassi di interesse alti, quindi sotto la costante minaccia del default/commissariamento, sembrano costringere i governi a fare le riforme e le opinioni pubbliche ad accettarle. E non è, purtroppo, una storia del passato, come vorrebbe far credere il nostro premier. E' accaduto fino allo scorso marzo. Appena lo spread è calato di un centinaio di punti (per effetto dei presiti della Bce e non delle riforme), rimanendo comunque a livelli tali da non permettere una ripresa dell'economia e quindi l'uscita dalla crisi, il governo e i partiti si sono "rilassati". Da qui, in particolare, il cedimento ai sindacati e al Pd sulla cruciale riforma del mercato del lavoro, pesantemente sanzionato dai mercati e dai media della finanza internazionale.

La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.

La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.

La carta degli stenti e il ritorno del Pds

A leggere con attenzione la "Carta d'intenti" del Pd, presentata martedì scorso da Pierluigi Bersani, viene da augurarsi che non si trasformi in una realtà di "stenti" per gli italiani. Di concreto s'intravede solo la patrimoniale («non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più»), quindi più tasse, sullo sfondo della solita paccottiglia ideologica di paroloni "de sinistra" (uguaglianza, diritti, cittadinanza, partecipazione, pace, cooperazione, accoglienza).

Bisogna riconoscere però che il segretario del Pd si sta muovendo bene sul piano delle alleanze, preparando il suo partito a giocare in una posizione di perno centrale in una coalizione di sinistra-centro. Al netto dei balletti – Vendola scarica Di Pietro, ma anche no; apre all'Udc, ma anche no – la foto di Vasto si conferma l'alleanza elettorale a cui punta il Pd. Bersani ha incassato l'ok di Vendola alla sua carta d’intenti, quello a Di Pietro sembra un ultimo avvertimento (cambi i suoi toni o è fuori) e il veto di Nichi a guardare al centro sembra caduto. No alle politiche liberiste, difesa dell’articolo 18 e riconoscimento delle coppie gay le condizioni poste per un’intesa con Casini. Vendola auspica un "Polo della speranza". Speranza per chi non è chiaro, se per gli italiani, o se la loro di andare a Palazzo Chigi, ma di certo come acronimo è indicativo: Pds.

In particolare alcuni capitoli del "manifesto" sono emblematici dell'arretratezza ideologica a cui la linea Bersani condanna il Pd. La stessa lettura della crisi, colpa di un populismo «alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole», rende bene l'idea di quale sia il distacco dalla realtà degli autori. Si enunciano generici "intenti", come il lavoro «parametro di tutte le politiche», la «dignità del lavoratore da rimettere al centro», il «tasso di occupazione femminile e giovanile il misuratore primo dell’efficacia di tutte le nostre strategie». Per poi passare al concreto: si propone di «alleggerire» il peso fiscale sul lavoro e sull'impresa. Giustissimo, ma le risorse necessarie non si ottengono tagliando la spesa pubblica, riducendo il perimetro dello stato e delle sue articolazioni territoriali, il Pd vuole attingerle «alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Viene teorizzato un nuovo conflitto sociale: tra produttori e rendita finanziaria. Si troverebbero tutti dalla stessa parte, tra i produttori, «il lavoratore precario e l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore e l'impiegato pubblico, il giovane professionista e l'insegnante». Ma di tutta evidenza difficilmente queste categorie di lavoratori potrebbero sentirsi tutelate da una stessa, univoca politica economica. Contrastare la precarietà è uno degli obiettivi, da centrare «rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio». In concreto, quindi, maggiore rigidità del mercato del lavoro, senza superare il dualismo tra outsider e iperprotetti, secondo lo schema Ichino.

Il problema delle diseguaglianze, che pure esistono nella nostra società, va risolto secondo il Pd nell’ottica di una mera «redistribuzione» della ricchezza. Si conferma, dunque, in antitesi con quella che è ormai la visione delle sinistre europee più moderne e liberali, un concetto di uguaglianza sorpassato, ma duro a morire nella sinistra italiana, secondo cui la vera uguaglianza è quella delle posizioni di arrivo, non di partenza: risuona forte la condanna, morale e politica, per «ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà». Così come si coltiva ancora l'illusione che si possa «redistribuire» ancor prima di aver creato ricchezza: «La giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto».

Si scrive «sviluppo sostenibile» ma si legge dirigismo... la proposta è «una politica industriale "integralmente ecologica"». Poco più avanti ecco spiegato cosa si intende per «politica industriale»: è il governo che individua «grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese». Resta da capire come sia conciliabile, dal punto di vista logico prima che politico, ritenere che l’economia abbia bisogno di essere "orientata" e allo stesso tempo che occorre puntare su qualità spiccatamente italiane come «il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività», che hanno invece bisogno del massimo della libertà per esprimersi.

Il capitolo sui cosiddetti «beni comuni» non lascia dubbi: nel Pd il mercato viene ancora vissuto come un intruso molesto. Sanità, istruzione, sicurezza e ambiente sono «beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti». In questi ambiti, pare di capire, non c'è spazio per operatori privati. Maggiore tolleranza per l’iniziativa imprenditoriale in altri settori, ma sempre sotto il rigido e occhiuto controllo statale: «L’energia, l’acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo». E non manca, ovviamente, il richiamo ai «referendum della primavera del 2011» (nucleare e acqua). Per il resto, si parla genericamente di «agganciare la crescita in un quadro di equità», si proclama che «il nostro posto è in Europa». Ma nessun impegno sull'"agenda Monti", che viene brevemente citato per aver avuto «l'autorevolezza di riportarci in Europa».
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Friday, April 27, 2012

Non riuscendo (e non volendo) cambiare l'Italia, Monti tenta la via europea alla crescita

Mario Monti non unirà le sue forze a quelle di Hollande (nel caso uscisse vincitore dal ballottaggio del 6 maggio per l'Eliseo) e a quelle di Madrid (in grave ritardo con i suoi obiettivi di bilancio) allo scopo di «piegare il rigorismo tedesco», come molti in Italia si aspettano. Nonostante le importanti differenze tra Merkel, Monti e Draghi, per diversità di ruoli e di interessi nazionali, la ricetta di Hollande resta diametralmente opposta alla loro.

Monti punta ad una "fase 2" in chiave europea piuttosto che italiana. Convinto di aver fatto i "compiti a casa", si aspetta dall'Ue qualcosa per rilanciare la crescita. In parte perché ha capito che in Italia non c'è spazio per le riforme «più ambiziose» che continua a chiedere Draghi; in parte perché non è mai stata volontà sua e del suo governo avviare l'unico vero cambiamento di paradigma che potrebbe rilanciare la nostra economia, e cioè un taglio della spesa pubblica e delle tasse di 5/6 punti di Pil. Essendo modesto l'impatto delle riforme varate, e per scelta preclusa la possibilità di ridurre il peso dello Stato sull'economia, per Monti la "fase 2" significa percorrere la via europea alla crescita, fatta di investimenti e, possibilmente, rendimenti minori sui titoli di Stato, a fronte di piccoli aggiustamenti in patria.
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Thursday, April 19, 2012

Sull'ottimismo di Monti incombe un armageddon immobiliare

Nel presentare il documento economico e finanziario ieri il premier Mario Monti si compiaceva di aver dato la «prima applicazione» al principio del fiscal compact da parte di un Paese membro dell'Ue. Nonostante la crisi, il governo prevede che l'Italia centrerà già nel 2013 il pareggio di bilancio, sia pure nella versione "politica" accordata in sede Ue. Peccato che le stime su cui si basa tale previsione siano ormai le più ottimistiche in circolazione. Se si discostano solo lievemente da quelle di Bruxelles e della Banca d'Italia, appaiono davvero eccessivamente ottimistiche rispetto alle stime del Fmi.

Nel frattempo, Piazza affari viveva un'altra giornata nera (-2,42%), con lo spread stabile a 385, ma soprattutto giungeva da uno degli istituti di ricerca più autorevoli, il Censis, un inquietante allarme: il possibile crollo del valore degli immobili principalmente a causa dell'Imu.

Se c'era una calamità che l'Italia fino ad oggi era riuscita a schivare era l'esplosione della bolla immobiliare. Ebbene, con l'Imu il governo Monti - i più avvertiti lo avevano segnalato già a dicembre - si è assunto il rischio di sfruculiarla. Si materializzerebbe il peggior incubo se una crisi immobiliare dovesse innestarsi in quella finanziaria ed economica già in atto. Il primo a lanciare l'allarme è stato, ieri, il direttore del Censis, Giuseppe Roma, secondo cui nel 2012 il valore delle case potrebbe crollare del 20%, con punte oltre il 50%.
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Thursday, March 29, 2012

Il paradosso della politica italiana, ostaggio di due sinistre

I siluri che Mario Monti continua a lanciare sui partiti dal suo "roadshow" asiatico dimostrano che il premier non si sente affatto al sicuro. Dopo aver avvertito che non è disponibile a «tirare a campare», che può lasciare anche prima del 2013 se partiti e sindacati non sono «pronti» per le riforme, fa notare che nonostate il calo degli ultimi giorni «questo governo sta godendo di un alto consenso, i partiti no». Si dice «fiducioso» che la riforma del lavoro passerà, che la gente ne percepisce la necessità (convinzione espressa anche da Napolitano), e fissa la scadenza a «prima dell'estate». Ma la fiducia nel Parlamento che la Camusso esprime nelle sue dichiarazioni quotidiane è per lo meno sospetta. E preoccupa anche Bersani che paventi «cazzotti a politici e tecnici» ed evochi «problemi di costituzionalità». Insomma, Monti avverte che si sta allentando la sua presa sui partiti e cerca di recuperarla, aiutato dal capo dello Stato, ma potrebbe essere già troppo tardi. In parte, è la naturale conseguenza del calo dello spread – ed espressioni come «la crisi dell'area euro è quasi finita» non giovano certo al professore nel mantenere il giusto livello di allarme – ma anche dell'approssimarsi delle amministrative e della scelta del ddl, invece del decreto, come veicolo legislativo della riforma.

L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.

Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.

Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.

Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.

Friday, January 27, 2012

Merkel non fa sconti, la riforma del lavoro s'ha da fare

Nell'intervista concessa a ben sei quotidiani europei (Le Monde, Suddeutsche Zeitung, El Paìs, The Guardian, Gazeta e l'italiano La Stampa) la cancelliera tedesca Angela Merkel non fa sconti, non solo sulle misure di austerity, per le quali il rigore tedesco è ormai noto, ma anche sulle riforme per la crescita e l'occupazione: «Altri Paesi, la Germania o l'Europa dell'Est, ad esempio, - fa notare sommessamente Merkel - hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Un messaggio chiaro e sferzante agli altri Paesi, su tutti Spagna e Italia. Da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Una riforma che s'ha da fare, avverte la cancelliera tedesca, se vogliamo in cambio che la governance europea ci aiuti a far calare il costo del nostro debito.

Per promuovere la crescita ci sono modi diversi, spiega Merkel nell'intervista, che «non costano praticamente denaro», rispetto a costosi pacchetti di stimolo: «La legislazione sul lavoro deve diventare più flessibile soprattutto laddove vengono erette barriere troppo alte per i giovani. Non è accettabile che interi comparti professionali siano accessibili solo a un gruppo ristretto di persone. Il settore dei servizi può venire potenziato molto rapidamente. Abbiamo bisogno di più privatizzazione. Vi sono molte possibilità di allentare i freni alla crescita tramite riforme strutturali di questo genere». Avanti con liberalizzazioni e privatizzazioni, dunque.

La cancelliera tedesca ammette implicitamente che all'inizio la crisi è stata sottovalutata dalla leadership europea: si è pensato che «fossimo semplicemente solo le vittime dei cosiddetti speculatori». Poi «abbiamo scoperto le radici dei nostri problemi». «Nell'ultimo anno e mezzo, molti Paesi - riconosce - hanno compiuto sforzi incredibili e riforme dolorose, per le quali hanno tutta la mia stima. Penso che complessivamente abbiamo un buon equilibrio di solidarietà europea e responsabilità nazionale». Altro che speculatori, che nell'arco di minuti vendono e comprano, le preoccupazioni degli investitori sul futuro dell'Ue sono fondate: «E' evidente che i mercati testano la nostra volontà di coesione. Gli investitori di lungo periodo, che investono il denaro di tanta gente, vogliono sapere quale sarà la condizione dell'Europa fra venti anni. La Germania, con le sue trasformazioni demografiche, sarà ancora competitiva? Saremo aperti alle innovazioni?».

Angela Merkel ha parlato chiaramente anche sulla solidarietà tedesca che molti invocano: «Noi aiutiamo i nostri partner europei con l'aspettativa che loro stessi compiano tutti gli sforzi possibili per migliorare la loro situazione... questo è quanto facciamo con l'Esm». «Nessun Paese può farsi carico dei debiti dell'altro», ricorda citando i trattati europei. E poi «non ha senso - avverte - promettere sempre più soldi, senza combattere contro le cause della crisi». Anche perché «con tutti gli aiuti miliardari ed i meccanismi salva-Stati, noi in Germania dobbiamo fare attenzione che alla fine non vengano a mancare anche a noi le forze, perché neanche le nostre possibilità sono infinite, e questo non servirebbe a nessuno in Europa... sono gli altri Paesi - sottolinea infine la cancelliera tedesca - che devono aumentare di nuovo la loro competitività e non la Germania che deve diventare più debole».

Dunque, Merkel ribadisce che «gli eurobond non sono una soluzione», si potrà riflettere su una maggiore condivisione delle responsabilità «solo quando l'Europa avrà raggiunto un'integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi». In questo senso la strada obbligata per la cancelliera è quella «dell'Unione politica»: «L'Europa è politica interna», conclude.

Monday, January 16, 2012

L'Italia in serie B e la caccia ai fantasmi

Anche su Notapolitica

Un Paese, l'Italia, e un continente, l'Europa, in preda allo sconforto, allo psicodramma, che piuttosto che guardare in faccia alle proprie inadeguatezze gridano al complotto. Prima il governo Berlusconi, adesso anche a Bruxelles e nel governo Monti si fa strada la tentazione di parlare di un «attacco politico» alla Ue, all'euro, per mano dei perfidi anglo-americani naturalmente. Fosse mai che chi è al potere preferisce sempre letture autoassolutorie? Con l'euro noi italiani saremmo dovuti diventare sempre più "europei" e invece vediamo come sia l'Europa a imbarcare le cattive abitudini della politica nostrana. Il morbo italiano del cialtronismo economico e dell'indecisionismo politico si diffonde.

AGENZIE DI RATING - E' che proprio quando ci sembrava di aver intrapreso la strada giusta, è arrivata la mazzata di Standard & Poor's, e in molti ci hanno visto un fumus persecutionis. C'è chi festeggia perché il supponente Sarkozy ha perso la sua tripla A, mentre noi scivoliamo meritatamente in serie B. Se non altro questo doppio downgrade dovrebbe far tornare il senno - ma non c'illudiamo affatto - a chi nell'azione delle agenzie di rating vede di volta in volta, a seconda delle proprie preferenze/appartenenze politiche, complotti o bocciature "politiche" in senso stretto. Quando al governo c'era Berlusconi, i suoi amici vi vedevano un complotto ai suoi danni e i suoi nemici una bocciatura personale, tanto che solo le sue dimissioni dovevano valere - stabilmente - chissà quanti punti di spread in meno; oggi i ruoli si sono invertiti e questo spiega perché i primi festeggiano, vedendo il governo Monti raggelato dal doppio declassamento, mentre i secondi si chiudono a riccio a difesa del professore e cominciano ad adombrare ipotesi di complotto, a delegittimare le agenzie di rating laddove prima le usavano come clave contro Berlusconi. Sul Corriere il solito Mucchetti, ma persino sul Sole24Ore fioccano le dietrologie («chi c'è dietro», le «nuove superpotenze», «qualcosa di marcio») e si invoca una riforma per «tagliare» il loro «strapotere». Ovviamente la credibilità di letture dettate dal pregiudizio politico è comunque inferiore a quella delle agenzie di rating. Il problema dell'Italia non era (almeno non principalmente) l'uomo Berlusconi, così come oggi sarebbe idiota sostenere che il grande bocciato sia Monti.

Se alle agenzie di rating si possono muovere delle critiche, queste riguardano le fughe di notizie a mercati aperti, lo stillicidio incontrollato di voci che durano a volte per settimane, e il tempismo delle loro decisioni, che quasi sempre ormai non anticipano le mutate condizioni di rischio, ma giungono quando sono state già scontate dai mercati, contribuendo solo ad aumentare nervosismo e pessimismo. Può darsi, insomma, che questi declassamenti giungano con un ritardo di due mesi, mentre non tengano in debito conto dei miglioramenti in prospettiva. Ma se si limitano a ratificare le sentenze già emesse dai mercati e sono sempre meno capaci di prevedere, di anticipare e quindi in parte influenzare le dinamiche, dov'è il complotto? Giusto quindi mettere in dubbio l'attendibilità delle agenzie di rating, criticare i loro giudizi, ma demonizzarle equivale in realtà a divinizzarle. E soprattutto, da parte dei politici suona come uno scaricabarile.

L'ANALISI DI S&P - Proprio perché in ritardo di un paio di mesi, nel merito l'analisi di S&P sull'Europa, e sull'Italia in particolare, è difficilmente contestabile. Potrebbe sembrare contraddittoria, laddove da un lato rimprovera le istituzioni Ue di riconoscere «soltanto parzialmente la vera causa della crisi, cioè la sregolatezza fiscale alla periferia dell'Eurozona», e dall'altro che la crisi è «altrettanto una conseguenza dei crescenti squilibri esterni e delle divergenze di competitività tra il cuore dell'unità monetaria e la cosiddetta periferia». In realtà è semplicemente il quadro di una realtà complessa, in cui «sregolatezza fiscale» e scarsa competitività sono due facce della stessa medaglia. Da ciò ne deriva che ridotte all'osso le conclusioni di S&P appaiono abbastanza banali: senza la crescita non c'è austerità fiscale che tenga, anzi può rivelarsi persino «controproducente», rendendo possibile l'ulteriore deterioramento delle finanze statali come conseguenza di un contesto macroeconomico maggiormente recessivo.

Alla governance dell'Ue, e alle classi politiche degli Stati membri, si rimprovera di non riconoscere fino in fondo questo rischio, quindi di agire con «un approccio a senso unico che enfatizza l'austerità fiscale senza un forte e consistente programma per aumentare il potenziale di crescita delle economie dell'Eurozona». Ecco perché non si ritiene che il cosiddetto fiscal compact possa bastare a far tornare la fiducia. Tra le riforme necessarie si citano le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei settori dei servizi, che però non sembrano coordinate a livello sovranazionale come dovrebbero. Mentre per alcuni Paesi l'alto debito pubblico è il fattore chiave della crisi, per l'Eurozona nel suo complesso è una crescente divergenza di competitività tra centro e periferia.

L'ITALIA - Purtroppo l'Italia soffre di entrambi i mali, dunque la sua terapia è più problematica. L'analisi di S&P viene accusata di «incoerenza», perché a settembre, viene ricordato dal Corriere della Sera, «gli analisti dell'agenzia motivarono una bocciatura in arrivo con "rischi per gli obiettivi di bilancio", con "incertezze sull'attuazione di misure a favore della crescita" e con il "blocco della situazione politica" che potrebbe "ritardare le risposte alle sfide"». Ma chiediamoci: è proprio vero, come scrive Fubini, che «da allora tutti questi elementi di vulnerabilità sono stati ridotti o eliminati dall'Italia»? No, è falso, persistono tutti. Persistono i "rischi per gli obiettivi di bilancio", dal momento che con i pesanti effetti recessivi di una manovra tutta tasse, e senza ancora riforme per la crescita, il calo del Pil quest'anno sarà molto peggiore di quello previsto (-2% e non -0,5), rendendo l'azzeramento del deficit nel 2013 una chimera. Né al momento appaiono sgombrate le "incertezze sull'attuazione di misure a favore della crescita", visto che siamo sotto schiaffo dei tassisti e i sindacati pare siano riusciti a far uscire l'art. 18 dall'agenda del governo. Insomma, c'è poco o nulla nell'attuale quadro politico italiano che renda ottimisti sulla realizzazione delle liberalizzazioni e di una riforma pro-crescita del mercato del lavoro.

Ciò non contraddice affatto l'apertura di credito che l'agenzia concede al governo Monti, elogiato anziché bocciato. E' indubbio che Monti venga visto come più autorevole e credibile di Berlusconi, e S&P lo riconosce esplicitamente, come mesi fa riconosceva le politiche nella giusta direzione del precedente governo. Riconosce a Monti (e Rajoy) di aver «avviato iniziative per modernizzare l'economia e assicurare la sostenibilità delle finanze pubblice nel lungo periodo»; riconosce che «la gestione politica interna della crisi è notevolmente migliorata in Italia»; e addiritttura che «l'indebolimento del quadro politico europeo viene in sufficiente misura compensato dalla più forte capacità dell'Italia di formulare e implementare politiche anticrisi». Ma era, ed è evidente che ciò non basta, perché come ripetiamo da settimane il problema italiano è un blocco sistemico, che va al di là dei singoli partiti e delle personalità politiche, e i mercati l'hanno ben presente. Avrebbero commesso un grave errore Monti, e con lui tutti i suoi sostenitori, politici e mediatici, se avessero creduto che potesse bastare l'autorevolezza della sua figura per ottenere uno sconto sui tassi d'interesse.

Ricapitolando: 1) S&P non dice che non ci voglia austerità fiscale, ma che "solo" quella sarebbe controproducente. E non è certo Berlino che impedisce agli altri Stati di accompagnare il rigore con riforme strutturali pro-crescita, o di conseguire il pareggio di bilancio tagliando la spesa pubblica improduttiva invece che a suon di tasse, che hanno effetti ben più recessivi; 2) S&P riconosce la diversità da Paese a Paese dei fattori chiave della crisi: ci sono Paesi il cui problema principale è il debito elevato, altri per cui è il gap di competitività. Si dà il caso che per l'Italia siano entrambi. Appare incomprensibile quindi come l'Italia possa sostenere di aver fatto i "compiti a casa" se: 2a) non ha toccato lo stock di debito e pare si rifiuti di farlo; 2b) invece di tagliare la spesa aumenta le tasse accrescendo l'impatto recessivo dell'austerità fiscale; 2c) sulla crescita siamo ancora ai tavoli e alle concertazioni, cioè alle chiacchiere, e non saranno certo i farmaci di fascia C venduti all'Ipercoop a rilanciare il nostro Pil, semmai liberalizzazioni radicali: lavoro, professioni, municipalizzate, reti.

Wednesday, December 21, 2011

I mercati bocciano le tasse di Monti e credono alle promesse di Rajoy

Anche su Notapolitica

C'è un dato di finanza pubblica che ha fatto poco rumore in questi giorni di commenti e deliri sulla prima manovra del governo Monti. Mentre il premier ammetteva candidamente dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato che i suoi primi sforzi si sono concentrati nell'«identificare strutturalmente nuova materia imponibile», anziché spesa da tagliare, nelle stesse aule parlamentari il presidente della Corte dei Conti spiegava come, a causa del forte sbilanciamento sul lato delle entrate delle ultime tre manovre (tremontiane e montiane), «il percorso di riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014 si realizzerebbe, in Italia, in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico. In altri termini, la riduzione del disavanzo programmata nel periodo (circa 75 miliardi) sarebbe conseguita solo per l'aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi) e nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)».

Tradotto, vuol dire che il trend della spesa pubblica continua ad essere crescente. Insomma, mesi e mesi di allarmi default, di “fatepresto”, di demagogia e piagnistei contro i «tagli», più o meno lineari, e scopriamo che in effetti non è stata ridotta la spesa, ma solo rallentata la sua crescita. In Italia, e solo in Italia, il concetto di austerity si traduce solo con nuove tasse e non anche con tagli alla spesa. E' questo il grande illusionismo che i nostri governi, tecnici o politici, fiancheggiati dai mainstream media, stanno tentando: salvare l'Italia non nell'unico modo in cui può essere salvata, cioè imponendo allo Stato di dimagrire, ma salvando lo Stato – e quindi le quote di potere degli “incumbent” politici, economici e sociali – così com'è, con tutte, e di più, le sue spese e le sue entrate. E' un illusionismo molto rischioso, tuttavia, perché salvare uno Stato ipertrofico potrebbe non coincidere con il salvare l'Italia e gli italiani. E questo rischio i mercati l'hanno ben presente e continuano a “prezzarlo”.

Quanto tempo dovremo attendere prima di leggere sul Corriere della Sera o sul Sole24Ore che la manovra Monti è stata sostanzialmente bocciata dai mercati (lo spread btp-bund oscilla ancora tra i 470 e i 500 punti), mentre i soli annunci del nuovo premier spagnolo Rajoy sembrano aver calmierato i rendimenti sui titoli emessi da Madrid? Lo spread bonos-bund è a 311 (-155 rispetto al differenziale sui nostri titoli), ma soprattutto all'asta di ieri i rendimenti dei “bonos” a tre mesi sono crollati dal 5,11% dello scorso 22 novembre all'1,73%, quelli a sei mesi dal 5,22 al 2,43%. Ne sono stati collocati in tutto per 5,64 miliardi, con una richiesta che ha superato di ben quattro volte l'offerta. Forse gli analisti individueranno qualche causa “tecnica”, ma è un fatto che Rajoy nel suo discorso programmatico alla Camera dei deputati spagnola ha annunciato tagli strutturali per 16,5 miliardi di euro al bilancio delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli e su tutte le voci di spesa, senza «nemmeno un euro in più di tasse»; tra le altre cose, la soppressione dei prepensionamenti e della «pratica abusiva» dei pensionamenti anticipati usati come sussidi di disoccupazione.

Da noi, invece, oltre ad una manovra per quasi il 90% di tasse nel 2012, si susseguono segnali inquietanti: il ministro Passera che esclude ulteriori manovre (quindi niente tagli alla spesa derivanti della spending review in corso?); il ministro dell'istruzione Profumo che annuncia concorsi per 12.500 nuovi insegnanti; e infine il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, che sta prendendo una piega assai pericolosa per le casse dello Stato. L'improcrastinabile esigenza di superare un'eccessiva rigidità in uscita, per favorire la crescita dimensionale delle imprese e quindi l'occupazione, sta lasciando la scena al cosiddetto “reddito minimo garantito”. Come spiega Oscar Giannino su Panorama, già il progetto Ichino ha i suoi difetti, se poi la base di partenza, come lasciano intendere alcune dichiarazioni governative, diventa il progetto Boeri-Nerozzi, allora rischiamo un esito paradossale: articolo 18 esteso di fatto a tutti; assenza di contratti a tempo; cassa integrazione universale, ossia salario garantito. Il che vorrebbe dire: Grecia, stiamo arrivando! In Italia l'assegno di disoccupazione non può essere generoso, soprattutto nella sua durata, come nei Paesi nordici, perché lavoro nero e truffe ci farebbero piangere per i prossimi 50 anni.

Se la speculazione finanziaria, come la fortuna, è cieca, i mercati nel loro insieme mostrano invece di vederci benissimo. Non guardano più solo ai saldi di bilancio, ma anche a come i governi li perseguono; non solo alla quantità ma alla qualità di una manovra. Certe misure vengono giustificate con la presunta impazienza dei mercati, che non sarebbero inclini ad aspettare i benefici di lungo termine di una riforma strutturale. Eppure, negli ultimi tempi gli investitori mostrano di non accontentarsi di una tenuta dei conti pubblici nel breve periodo. Al contrario, nella valutazione del rischio di un'obbligazione statale della durata di 5 o 10 anni è probabile che le loro analisi guardino quasi esclusivamente alla presenza o meno di riforme strutturali in grado di produrre effetti duraturi e di lungo termine. Delle manovre italiane hanno capito che non sarà così: se l'agognato azzeramento del deficit si realizzerà, come prevede la Corte dei Conti, solo per l'aumento delle tasse, allora con una spesa pubblica che continua a crescere e un Pil fermo (nella migliore delle ipotesi), il mantenimento del pareggio di bilancio potrà essere garantito solo al prezzo di un ulteriore aumento delle tasse, il che ci condannerebbe ad una spirale recessiva. Senza tagli alla spesa e senza crescita non c'è rientro dal debito sostenibile.

Ogni economista ed editorialista che si rispetti ha una sua ricetta anti-crisi. Va per la maggiore quella di trasformare la Bce in una Fed europea, con il ruolo cioè di prestatore di ultima istanza e stampatore di moneta facile (che per inciso ha portato la Fed americana a contribuire in modo decisivo all'esplosione della crisi dei subprime); c'è chi invoca un maxi-prestito del Fmi per rifinanziare a tassi accettabili parte del debito in scadenza nel 2012; c'è chi propone un deprezzamento dell'euro per aumentare l'export dei Paesi in deficit commerciale, in modo da concedere loro del tempo per realizzare quelle riforme necessarie per ridurre il gap di produttività nei confronti della Germania. Nessuno (o quasi) però nega che l'unica soluzione strutturale della crisi sia meno spesa pubblica e più produttività dei singoli Paesi. Non è che alla spasmodica ricerca di soluzioni “parafulmine” per guadagnare tempo, in realtà abbiamo solo perso del tempo prezioso (due anni ormai dall'esplosione della crisi greca) per fare quelle riforme che tutti ritengono ineluttabili? I tedeschi sembrano gli unici a rifiutare soluzioni tampone – le quali contemplano il rischio che l'euro, nato per dare all'Europa una moneta forte come il marco, possa fare la fine della liretta – e con sangue freddo sotto i colpi dei mercati a insistere per le riforme nei singoli Paesi.

Friday, November 04, 2011

Sorvegliati speciali

Il monitoraggio Fmi sull'implementazione delle riforme su cui il governo si è impegnato con l'Ue e il G20, che sia stato richiesto o imposto, certifica, come d'altronde ha ammesso esplicitamente la direttrice del Fondo, Christine Lagarde, che il problema dell'Italia è «la mancanza di credibilità» delle misure annunciate. I mercati dubitano che verranno mai realizzate. Ma non illudiamoci che dipenda solo dai demeriti, innegabili, del governo. Si tratta di una mancanza di credibilità, come più volte ho ripetuto su questo blog, "di sistema", delle forze politiche, economiche e sociali, e della stessa opinione pubblica, che in grandissima parte si oppongono ai cambiamenti necessari. Da qui consegue che non basterà cambiare governo per risolvere i problemi, come ci ha ricordato ieri un portavoce di Obama.

Le parole della Lagarde però implicano anche che i cosiddetti fondamentali sono solidi, a conferma di quanto il governo non si stanca di ripetere, irriso da media e commentatori. Se sbaglia il governo, sbaglia anche la Lagarde a individuare principalmente nella «credibilità» il nostro problema. Era inevitabile che la Borsa e gli spread sui nostri titoli risentissero del nostro quasi commissariamento sancito dal G20. L'interessamento dell'Fmi è di per sé la conferma che la situazione è molto seria e gli investitori ne traggono le conseguenze, ma credo che nel medio periodo il monitoraggio, meritato oltre che imbarazzante per la nostra politica e lo stesso governo, non possa far altro che bene al nostro Paese, costringendoci a rispettare gli impegni.

Ma un effetto più pesante su Borsa e spread potrebbe averlo provocato a mio avviso l'offerta di fondi da parte dell'Fmi. Non vedo perché questa volta il premier si sarebbe dovuto inventare una cosa del genere. E' probabile che in effetti l'offerta ci sia stata. Ma peggio che bugiardo, scellerato Berlusconi a rivelarlo solo per pavoneggiarsi di aver rifiutato i fondi. Ovvio che per i mercati è di per sé allarmante che siano stati offerti. E infatti più tardi la Lagarde ha dovuto smentire: l'Fmi «non ha offerto fondi» all'Italia, perché l'Italia «non ha bisogno di linee di credito precauzionali». Questa sì una gaffe molto sciagurata.

Comunque, se è lecito ironizzare sul nostro premier quando dichiara che l'attacco ai nostri titoli è una «moda passeggera», per la cronaca sembra echeggiare proprio Berlusconi il presidente Obama quando afferma che «la crisi in molti casi è psicologica» e che «l'Italia è un grande Paese, con un'enorme base industriale, grande ricchezza, grandi risorse». Ma lui è cool, può permettersi di dire qualsiasi cosa, non rischia di essere sbertucciato.

Friday, August 05, 2011

Agosto thriller

Un braccio di ferro, anzi una mano di poker alla texana tra il governo italiano e i mercati. Con il primo che ribadisce la solidità dei fondamentali italiani e lamenta che sono i mercati a sbagliarsi; e con i secondi che continuano a giocare al ribasso sui nostri titoli di Stato, il cui spread su quelli tedeschi ha superato la fatidica soglia di 400 punti (per poi ripiegare poco sotto). E' evidente che uno dei due giocatori al tavolo bluffa e francamente, pur comprendendone le ragioni (mostrandoci deboli in queste circostanze rischiamo solo di farci sbranare prima), temo che sia il governo.

Il discorso di due giorni fa alle Camere il premier poteva risparmiarselo. Non è stato solo deprimente per la mancanza di contenuti, ma persino ridicolmente suicida. I mercati possono talvolta agire irrazionalmente, ma se in questa crisi l'Italia è tra i più vulnerabili lo si deve all'immobilismo degli ultimi anni, all'ostinazione e all'arroganza con cui si è persino teorizzato che durante la crisi non si dovessero fare le riforme di cui da decenni si parla.

Particolarmente suicida quindi è stato alimentare l'attesa per un intervento solenne nella forma quanto del tutto privo di annunci di programma. E che, anzi, proprio per questo agli occhi dei mercati è apparso come una conferma della storica reticenza italiana ad attuare le necessarie riforme strutturali. Le cose da fare le sappiamo tutti, se ne dibatte da anni, ci vuole solo la volontà politica di farle. Invece, si tergiversa con l'ennesimo esercizio di retorica della «coesione» e della «concertazione».

Entro settembre ci sarà un «patto», peccato che intanto ad agosto l'incendio continuerà a divampare. Ma il nostro governo, ormai intronato, ha preferito condividere con le cosiddette "parti sociali" la responsabilità politica delle risposte alla crisi, anziché prendere atto del fallimento della manovra "meno tagli più tasse" e assumere subito due-tre decisioni chiave per tentare di scongiurare l'uscita nelle sale del thriller agostano che avrà come protagonista il nostro debito sovrano.

Lo sappiamo, la crisi è mondiale. Tocca entrambe le sponde dell'Atlantico. Dopo un secolo di progressiva espansione della spesa pubblica e dei debiti nazionali sta emergendo con chiarezza la loro insostenibilità, poiché per ripagarsi richiedono ritmi di crescita ormai impensabili per economie così avanzate, e comunque ostacolati proprio dal fardello pubblico. E' quanto sta accadendo, mentre lentamente ma inesorabilmente la Cina e gli altri grandi Paesi esportatori (Germania compresa), che hanno investito gran parte dei loro surplus commerciali nei debiti sovrani europei e americano, stanno alleggerendo la propria esposizione e diversificando i propri portafogli. Era prevedibile, inoltre, che prima o poi la Bce avrebbe rialzato i tassi d'interesse, di conseguenza spingendo in su anche i rendimenti sui titoli di Stato, italiani e non solo.

Se questo è il quadro generale, non bisogna scordarsi però che c'è una crisi specificamente italiana, che precede e segue la crisi globale. Lo ripeto su questo blog dal 2008: l'Italia entrava nella crisi già in crisi, e siccome quasi nulla è stato toccato per incidere sui fattori interni di questa lunga crisi, l'Italia era destinata ad uscire dalla crisi generale ancora immersa nella sua particolare crisi di debito elevatissimo e crescita asfittica. Solo che nel frattempo il paradigma è cambiato per davvero e i mercati - spinti anche dalla politica tedesca - hanno cominciato a distinguere il premio al rischio dei diversi Paesi dell'area euro. Si è chiuso l'ombrello dei minori interessi sul debito pubblico favoriti dai più bassi tassi di interesse dell'euro, che permetteva di rinviare sine die le riforme necessarie.

Cosa fare, dunque? Incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica introducendo manovre zero-budgeting; innalzare con effetto immediato, già nel 2012, l'età di pensionamento delle donne nel pubblico e nel privato a 65 anni e completare nell'arco di cinque anni l'innalzamento per tutti a 67 anni; liberalizzare il mercato del lavoro, delle professioni e dei servizi; privatizzare i beni immobili (non gli asset strategici) di proprietà dello Stato, delle Regioni e degli enti locali (che ammontano secondo le stime della Commissione Finanze della Camera ad oltre 300 miliardi di euro); tagliare le tasse.

Tuesday, July 19, 2011

Qualcosa di buono. Ma presto!

Venuto meno da parte del governo non solo l'impegno a modernizzare questo Paese in senso liberale, cioè a ridurre il peso dello Stato, ma anche il "minimo sindacale" del non mettere le mani nelle tasche degli italiani, il tempo per fare qualcosa di buono, per tentare di non essere travolti nel 2013 dai propri elettori inferociti, o per salvare almeno la faccia, c'è eccome. Basta volerlo. Ieri, per esempio, il ministro Calderoli ha presentato una buona proposta di riforma costituzionale, molto simile a quella approvata dal centrodestra nel 2005, ma poi bocciata a furor di popolo nel referendum confermativo del 2006; e molto simile anche alla cosiddetta "Bozza Violante", approvata dalla Commissione Affari costituzionali della Camera nella precedente legislatura. Dimezzamento dei parlamentari (un taglio più netto, quasi del 50%); Senato federale, quindi superamento del bicameralismo perfetto; rafforzamento dei poteri del premier; sfiducia costruttiva e anti-ribaltoni. Riforme volte a rendere più snello ed efficiente il processo legislativo, più stabili i governi e le legislature, con un non trascurabile risparmio di denaro pubblico.

Riforme che sarebbero potute essere già in vigore se 5 anni fa non fossero state cancellate dagli italiani che si sono bevuti la propaganda del centrosinistra. Ve li ricordate, privi di qualsiasi senso del ridicolo, paventare i rischi "dittatura" e "secessione"? L'unica cosa che gl'importava era "no pasaran" le riforme del centrodestra, tanto che solo un anno più tardi la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con un Senato federale, persino un lieve rafforzamento dei poteri del premier, sarebbero stati recepiti nella "Bozza Violante" e oggi, almeno a parole, fanno parte di quel pacchetto di riforme cosiddette "condivise".

Per questo la proposta Calderoli rappresenta una sfida anche per le opposizioni. Queste riforme - se ciascuno mantiene la propria parola - si possono approvare davvero in un batter d'occhio, esattamente come la manovra finanziaria (ovviamente rispettando i diversi tempi prescritti dalla Costituzione). Certo, tutto è perfettibile e migliorabile, ma è qualcosa (nella giusta direzione) contro il nulla. Già sarebbe importante che non parta la solita giostra di costituzionalisti militanti arruolati per eccepire ed obiettare, con dotte disquisizioni giuridiche il cui unico vero scopo è quello di far naufragare per l'ennesima volta queste piccole riforme solo per il fatto di essere proposte da un governo di centrodestra. In questo Paese tutti invocano "riforme riforme!", ma poi appena si tocca qualcosa si scoprono tutti per lo status quo. Ok, spacchiamo pure in quattro il capello, però poi non ci lamentiamo se non cambia mai nulla.

Ma in questo scenario - con i mercati pronti a divorarci, l'antipolitica con i suoi buoni motivi per montare come uno tsunami, la magistratura che sente l'odore di un nuovo '92 e il Parlamento che comincia a farsi intimidire - la riforma costituzionale non può bastare. E' l'emergenza economica che va affrontata di petto, ma in questo caso i margini temporali sono ancor più ristretti. Abbiamo circa due-tre settimane per incardinare due-tre riforme economiche chiave, nella speranza di mettere al riparo il nostro futuro. Qualcosa di buono, almeno per salvare la faccia, questo governo può ancora farlo, se solo lo volesse per davvero. Il tempo scarseggia, ma c'è. E' una questione di volontà politica. L'unico che può battere un colpo è lui, Berlusconi, ma la domanda è: è ancora in grado di agire, di riprendere il controllo di un governo ad oggi, de facto, a guida Napolitano-Tremonti?

Friday, July 15, 2011

I "mostri" della crisi non basta vederli...

... bisogna anche saperli abbattere

Tremonti rischia di passare alla storia come il ministro che aveva capito tutto in anticipo ma che ciò nonostante non ha saputo evitare il peggio. Aveva previsto la crisi della finanza e poi il trasferimento di quella crisi sui debiti nazionali, coniando l'efficace metafora della crisi come un videogioco dai "mostri" multiformi. I "mostri" li ha visti in tempo, ma non ha saputo abbatterli. Tremonti per primo ci ha spiegato, e ancora ama ripetere nelle sue lezioncine, che la crisi imponeva un cambiamento di paradigma, eppure lui stesso non ha saputo trarne le dovute conseguenze, sul piano nazionale e per le funzioni che è chiamato a svolgere. Mentre tutto questo accadeva, infatti, Tremonti, insieme al suo compare Sacconi, ci ripeteva che non si potevano fare le riforme durante la crisi.

Quindi avanti così, limitandoci a stringere (giustamente) i cordoni della borsa - ché tanto gli stimoli fiscali, come dimostrano i miliardi di dollari spesi dai contribuenti americani per volere di Obama, sono perfettamente inutili - e con piccoli grandi aggiustamenti contabili, che ci hanno permesso di non sprofondare come la Grecia. Ma adesso sta arrivando il conto di quell'immobilismo e potrebbe essere salatissimo. Il paradigma, nel frattempo, è cambiato davvero, non solo a parole. C'è molta liquidità nei mercati, ma gli investitori sono molto più diffidenti. Che uno Stato indebitato, anche se europeo, possa fallire non è più un'ipotesi così inimmaginabile e allora ecco che ottenere credito costa di più. Soprattutto se non cresci a ritmi tali da poterti permettere di pagare certi interessi. Allora sono guai.

L'Italia entrava nella crisi esattamente in questa situazione: con un debito alto e una crescita anemica. Allora bastava semplicemente restare al di sotto del rapporto deficit/Pil fissato da Maastricht al 3% (ricordate? Sembra passata una vita); ora, ci viene imposto il pareggio di bilancio e un rapporto debito/Pil del 60%. I parametri sono cambiati, quindi se qualcuno pensava che potessimo uscire dalla crisi esattamente come c'eravamo entrati - cioè con debito alto e crescita anemica - be', si sbagliava di grosso. Il fatto che nella nostra debolezza siamo "stabili", che siamo diventati esperti nel gestirla, e quindi per i nostri parametri i "conti sono in ordine", non basta più. E ha ragione Tremonti quando dice che il bilancio si fa per legge, ma la crescita non è nella disponibilità di un governo. Ma proprio per questo riforme strutturali dovevano essere avviate per tempo, mentre adesso rischiamo l'ennesima spremuta di tasse e una nuova svendita di aziende di Stato (con la differenza che stavolta ci sono rimaste solo le migliori).

Non che vada preso per oro colato ciò che scrivono, ma Alesina e Giavazzi, sul Corriere di oggi, spiegano - come anch'io suggerivo nel mio post di ieri - che l'ingresso dell'Italia nel gruppo dei Paesi a rischio, ormai quasi come la Spagna, è principalmente dovuto alla delusione dei mercati per una manovra «troppo sbilanciata sul lato delle entrate e poco sul taglio delle spese», fatta delle solite misure contabili e non di riforme strutturali. Perché altrimenti, non essendo sopravvenute novità nei fondamentali di finanza pubblica e di crescita, gli spread sui titoli italiani avrebbero preso a salire al ritmo di quelli spagnoli solo immediatamente dopo la pubblicazione del decreto?

Gli investitori non si fanno impressionare più solo da cifre roboanti. Valutano la qualità e la credibilità di una manovra. Non si preoccupano più solo del rigore, ma di capire se è in grado di favorire una crescita sostenuta nel lungo periodo. Se, per esempio, ci sono troppe tasse, vuol dire che i soldi in più raccolti oggi verranno presto bruciati e l'attitudine dei politici alla spesa non cambierà di molto. Così come rinviare al 31 dicembre del 2013 non già le privatizzazioni, ma una norma che dovrebbe solo semplificare le procedure di vendita, o addirittura al 2032 l'innalzamento delle pensioni delle donne nel privato, dev'essere apparso una presa in giro, quasi più opportuno non inserirle affatto.

Non che la colpa sia solo di Tremonti. Berlusconi e i partiti di maggioranza conoscevano bene le sue idee quando gli hanno affidato il Tesoro, e non sono stati in grado di sbloccare questo stato di inerzia che tutto sommato faceva comodo anche a loro, perché rinviava negli anni il momento di scelte delicate e politicamente costose. Si è trattato di un deficit di leadership e di convinzioni. E Berlusconi, per motivi anagrafici ma soprattutto per gli attacchi mediatico-giudiziari cui è costretto a far fronte, non pare in grado di rimettersi al timone, di ripuntare l'azione politica del suo governo verso la destinazione promessa agli elettori del centrodestra. Anzi, appare sempre più esautorato, tanto che l'impressione è quella di trovarci già oggi, de facto, sotto un "governo del presidente", cioè del presidente della Repubblica.

L'esperienza di altre crisi finanziarie, avvertono Alesina e Giavazzi, insegna che «la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi», perché «i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate». Abbiamo quindi ancora qualche settimana di tempo per almeno incardinare due-tre riforme strutturali che convincano i mercati che l'Italia sta davvero mutando paradigma sul peso e il perimetro dello Stato.

Thursday, July 14, 2011

Di certo ci sono solo le tasse (e la morte)

Il bivio l'ha indicato in tutta la sua drammaticità l'ormai ex governatore Draghi parlando ieri all'assemblea Abi: o ulteriori tagli alla spesa, o nuove tasse. Tertium non datur. Ebbene, il governo sembra aver già scelto: il rafforzamento della manovra, reso urgente dalla sfiducia manifestata dai mercati sulla prima versione, è quasi tutto basato su nuove tasse e su misure estemporanee da Prima Repubblica, non strutturali. Solo ritocchi cosmetici, insomma, e impegni vaghi per il futuro, mentre è tutt'altro che cosmetico l'aggravio fiscale: 20 miliardi di minori agevolazioni Irpef. La norma scatta subito per il 2013-2014, e non si applica solo se entro il 30 settembre 2013 (sotto un nuovo governo, dunque) verrà esercitata la delega fiscale e assistenziale in modo da rendere gli stessi importi tramite tagli alle spese inutili.

Adesso, a mente fredda, appare sempre più evidente che l'inclusione dell'Italia nel gruppo dei Paesi dell'euro che i mercati percepiscono a rischio default (e ci rimarrà a lungo a prescindere dal sali-scendi quotidiano) è stata principalmente dovuta alla delusione per una manovra anche pesante, ma certo non strutturale, tanto che l'attacco ai titoli di Stato è esploso un minuto dopo la pubblicazione del decreto. Eppure, questa emergenza rappresentava anche una opportunità senza precedenti, ghiottissima, per imporre al Paese una vera rivoluzione fiscale, sia sul lato della spesa che su quello delle tasse, un nuovo paradigma del ruolo dello Stato, insomma la svolta che da 17 anni il centrodestra promette ai suoi elettori senza mai nemmeno provare ad attuarla. Per esempio, passando subito al cosiddetto "zero-based budgeting".

Invece, un'altra, l'ennesima occasione d'oro sperperata. La manovra è una somma di rattoppi, che forse (ma non è neanche certo) rassicura i mercati nel breve termine, ma manca una visione dello Stato, e del suo rapporto con i cittadini, diversa da quella attuale, colpevole dell'alto debito e della crescita anemica che stanno soffocando il nostro Paese. Una parte consistente del risanamento viene addirittura conseguito tramite nuove tasse, due quinti della manovra nel 2013 e oltre un quarto nel 2014, il che rischia di provocare un aumento non lieve della pressione fiscale, già a livelli insopportabili, e quindi di deprimere ancor di più l'economia.

Senza contare che già da lunedì, alla riapertura dei mercati, gli investitori potrebbero ritenere non sufficienti i «rafforzamenti» predisposti. Una bocciatura che potrebbe davvero aprire la strada all'ipotesi preferita - ma per ora velleiteria - delle opposizioni: il governissimo. Che ovviamente è garanzia di ulteriore instabilità e di ulteriori patrimoniali. Si sta scherzando con il fuoco, insomma, perché non si è ancora capito che con la doppia crisi - prima del debito privato, poi dei debiti sovrani - sono mutati profondamente gli standard nella concessione del credito. Gli Stati non vengono più considerati al riparo da fallimenti (persino gli Usa), quindi la fiducia dei mercati va conquistata con i fatti e non con le promesse (questo entro il 2013, quello entro il 2014, l'altro entro il 2020, se non entro il 2050, sono tutte scadenze risibili, che non si beve più nessuno).

Non scandalizzano i ticket per i codici bianchi in pronto soccorso e sugli esami specialistici, strumento che può risultare efficace per responsabilizzare gli utenti rispetto all'inarrestabile ascesa della spesa sanitaria, né la minore rivalutazione sulle pensioni medie e il "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro. Viene rimodulata la patrimoniale sui titoli di Stato, ma resta una patrimoniale e si mettono a bilancio fino al 2014 nuove cospicue entrate sottintendendo che i risparmiatori non reagiranno al salasso chiudendo i loro conti.

Il vero scandalo però sono il rinvio sine die delle riforme strutturali, gli impegni troppo vaghi e lontani nel tempo sulle privatizzioni, sulle liberalizzazioni e sulla riduzione dei costi della politica. Si anticipa al 2013 l'aggancio delle pensioni all'aspettativa di vita, ma perché non dal 2012? Mentre l'innalzamento a 65 anni dell'età pensionabile delle donne anche nel privato viene rinviato di due decenni. Rinviato di fatto alla prossima legislatura anche il ritorno alle privatizzazioni: entro il 31 dicembre 2013 (fra due anni e mezzo!) una legge quadro dovrebbe semplificare il percorso delle dismissioni delle partecipazioni dello Stato e da lì si potrà ragionare su cosa e come dismettere. Ci arriveremo a quella data?

Anche sulle liberalizzazioni, la manovra prevede impegni spostati nel futuro: da qui a otto mesi cosa e come liberalizzare sarà deciso dal governo insieme alle corporazioni. Non si toccano le professioni con l'esame di Stato, il che è come dire che non si tocca nulla, e per le altre saranno le corporazioni stesse che saranno chiamate ad elaborare, in accordo col governo, nuove regole. E vi pare che qualche corporazione sia disposta a liberalizzare se stessa. Sarebbe comprensibile se la ritrosia del centrodestra fosse dovuta alla preoccupazione di salvaguardare la propria "costituency" elettorale? Ma pare non sia solo così. Perché, infatti, non liberalizzare il mercato del lavoro (abolendo l'articolo 18) e il mercato dell'istruzione superiore, abolendo il valore legale della laurea e riformando la casta universitaria?

Wednesday, July 13, 2011

Abbassa la cresta, caro Giulio

Hai ragione, «sono stati persi tre anni». Da voi.

Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.

«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.

E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.

Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.

L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.

E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.

Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.

Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.

E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.

Tuesday, July 12, 2011

Agire in poche ore o perire

Quello che non hanno ancora capito è che la manovra è già superata dai fatti. Non basta più approvarla subito, bisogna tagliare di più e non a partire dal 2020 per il 2030. Annunciare subito: tutti in pensione a 65 anni dal 2012, a 67 dal 2018 (e invece c'è un ministro irresponsabile che ancora ieri si vantava che l'aumento dell'età pensionabile delle donne nel privato era rinviato «all'anno del mai»); che dal 2012 la spesa non crescerà di un solo euro, ma in termini "reali" e non tendenziali; privatizzazioni per un paio di punti di Pil per abbattere il debito; e subito detassazione lavoro-capitale, perché davvero (ma davvero davvero) i mercati non guardano solo al rigore, che dev'esserci con misure strutturali, ma anche alle prospettive di crescita: se non cresci il debito come lo paghi? Sarà banale, ma anche tremendamente vero che il rigore senza crescita non risolve nulla, perché se il Pil aumenta, ogni anno, meno degli interessi, il rapporto debito/Pil aumenta.

No, invece, fermamente no a nuove patrimoniali, misure una tantum che non incidono sulla spesa pubblica, non mutano l'attitudine dei politici a spendere, e le cui entrate vengono sperperate nell'arco di pochi anni in nuove spese. Il segnale forte, come suggerivano giorni fa Perotti e Zingales, dev'essere «il pareggio di bilancio nell'arco diciamo di un anno». Su questo blog è dal giorno di presentazione della manovra che ripeto quanto sia opportuno anticiparlo al 2013 rispetto alle richieste europee (2014). Come? Se lo fai con le entrate, ammazzi l'economia, la crescita, quindi non raggiungi il pareggio e sei daccapo.

È vero che i fondamentali economici del nostro Paese - sia di finanza pubblica (in questi anni abbiamo fatto meno deficit di tutti, se si esclude la Germania; le banche italiane non hanno avuto bisogno di salvataggi pubblici), che di bassa crescita (attorno all'1%) - non sono mutati nelle ultime settimane; è vero che Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna stanno peggio di noi. Cosa, allora, può giustificare un attacco simile? Prendersela con gli speculatori è l'alibi preferito dei politici. Sullo sfondo c'è il contesto europeo e internazionale: la Grecia fallirà e questo rende maggiore il rischio economico sui nostri titoli di Stato e su quelli degli altri "Pigs", rendendo incerte persino le prospettive dell'euro, anche per le indecisioni europee e, soprattutto, tedesche sul da farsi in sua difesa. A ciò si aggiunga il baratro del debito Usa che si sta aprendo e l'interesse di molti, dunque, ad accanirsi sulle debolezze europee.

Se è vero che altri stanno peggio di noi, è anche vero che il valore assoluto del nostro debito è incomparabile al loro, e quindi molto più rischioso per l'intero sistema. Pesano ovviamente anche i fattori nazionali: se si vive per anni sul bordo del precipizio - debito alto e bassa crescita - non importa quanto si possa apparire stabili, capaci equilibristi, prima o poi si può iniziare a scivolare verso il basso anche per uno spiffero d'aria. L'incertezza politica di un governo diviso al suo interno, di un'opposizione irresponsabile che non offre alternative credibili in termini di austerità e crescita, e delle inchieste che lambiscono il ministro del Tesoro fanno il resto, ma sono tutto sommato aspetti marginali.

Effettivamente, i nostri conti pubblici durante la crisi del 2008-2009 sono rimasti in ordine, principalmente per merito di Tremonti che ha resistito sia alle sirene interne di parecchi ministri, sia a quelle di Bersani che chiedeva più soldi - «freschi» - per stimolare l'economia. E tenere i conti in ordine durante la crisi era condizione indispensabile per non finire come la Grecia, ma non sufficiente per ripartire col piede giusto e per restare fuori dalla crisi del debito che ha colpito l'area euro. L'Italia ce l'avrebbe fatta solo a patto di approfittare di questa finestra temporale, di questa maschera ad ossigeno, per realizzare vere riforme. Ciò che il governo - e soprattutto il duo socialista Tremonti-Sacconi, che dall'inizio ha avuto in mano la politica economica teorizzando che durante la crisi non si dovesse toccare nulla - non si è mai convinto a fare, illudendosi invece di poter vivacchiare con correzioni ragionieristiche.

La manovra tanto attesa era l'ultima spiaggia per evitare i colpi che probabilmente i mercati avevano già in canna, ma ha già fallito, perché rinvia i tagli strutturali di vent'anni, continua a botte di patrimoniali e mancano vere "frustate" per la crescita. Ora i nodi stanno venendo al pettine, il Paese sta pagando e continuerà a pagare a caro prezzo l'immobilismo del governo in tema di riforme, che subito dal 2008 abbiamo denunciato, e il tempo è (quasi) scaduto.

Monday, July 11, 2011

Faster, please!

Prendo in prestito un motto di Michael Ledeen per applicarlo alla nostra politica di bilancio. Il 2014 sarà anche il termine-obiettivo fissato dall'Europa, e sul quale ci siamo impegnati, per il pareggio di bilancio. Persino il presidente Napolitano giorni fa certificava, evidentemente rivolto alle opposizioni, che la manovra rispetta in pieno richieste e scadenze di Bruxelles, da cui la concentrazione dei sacrifici maggiori nel biennio 2013-2014 per arrivare all'azzeramento del deficit, appunto, nel 2014. Tuttavia, i mercati fanno inequivocabilmente capire di preferire tempi più rapidi. Forse non ci concederanno tutto il tempo che ci è stato concesso in sede Ue. E, come scrivevo qualche giorno fa, all'indomani della presentazione della manovra, in mancanza di altre grandi riforme "epocali" da poter vantare, un'accelerazione sarebbe nell'interesse più strettamente politico proprio dell'attuale governo.

Il pareggio di bilancio nel 2013 anziché nel 2014, cioè con un anno di anticipo, significherebbe certo fare più di quanto la stessa Europa ci ha chiesto, certamente comporterebbe tagli maggiori nel 2011 e nel 2012, ma forse sorprenderemmo positivamente i mercati, evitando di restare sul filo del rasoio per altri due anni, e sul piano politico la maggioranza uscente potrebbe presentarsi agli italiani con un grande, storico obiettivo centrato prima del voto. Gli italiani hanno capito che è una stangata, gli elettori di centrodestra hanno capito che la promessa di non mettere le mani nelle loro tasche è tradita, e ormai sono delusi. Tanto vale non correre rischi e arrivare al 2013 con un obiettivo concreto - almeno uno - centrato.

Friday, December 03, 2010

Tony, ci manchi/10 - Come si fanno le vere riforme

Una delle lezioni più limpide che si ricava dalla lettura delle memorie di Tony Blair ("A Journey") risulta particolarmente preziosa per i governi che vogliano introdurre delle profonde riforme. Un aiuto molto concreto dall'esperienza maturata da chi delle riforme ha saputo fare il suo tratto politico distintivo. Innanzitutto, il metodo: bisogna essere consapevoli del fatto che senza toccare le strutture non si riusciranno mai ad elevare gli standard qualitativi di un servizio pubblico, quale che sia il settore:
«All'inizio abbiamo governato con un chiaro istinto radicale ma, essendo inesperti, non sapevamo bene dove avrebbe dovuto portarci quell'istinto in termini di specifiche decisioni politiche. In particolare, ritenevamo possibile separare le strutture dagli standard, ovvero, di poter mantenere i parametri del servizio pubblico e al contempo poter trasformare profondamente gli esiti generati da quel sistema. Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico... Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita...»
Ecco, il guaio è che in Italia di solito non riusciamo ad arrivare alla quarta fase.
«Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».
E una lezione particolarmente importante riguarda il sistema universitario, considerando che proprio in questi giorni in Italia ci accapigliamo sulla riforma Gelmini. Ecco l'esperienza di Blair in proposito:
«Giunsi alla conclusione che il futuro delle nazioni sviluppate come la nostra, che fanno molto affidamento sul capitale umano, dipendeva da un sistema di istruzione superiore palpitante, dinamico e di livello mondiale... Diedi un'occhiata alle prime cinquanta università del mondo e vidi che solo alcune erano nel Regno Unito e che quasi nessuna si trovava nell'Europa continentale. L'America stava vincendo la gara, seguita a breve distanza dalla Cina e dall'India. La situazione degli Stati Uniti era particolarmente significativa. Il loro predominio nei primi cinquanta posti - e anche nei primi cento - non era frutto del caso o delle dimensioni geografiche; era evidentemente e innegabilmente dovuto alle tasse. Le università avevano uno spirito più imprenditoriale; corteggiavano gli ex studenti e ricevevano enormi lasciti; il sistema delle borse di studio permetteva di aiutare gli studenti più poveri; la flessibilità finanziaria consentiva di attrarre i docenti migliori. Gli istituti disposti a pagare di più avevano lo staff più prestigioso. Punto e basta. Il nostro insaziabile desiderio di egualitarismo aveva penalizzato anche gli atenei nelle posizioni inferiori...».
Cosa ha fatto, in concreto, Tony Blair? Importanti per l'istruzione in generale sono anche le specialist school, le academy e le trust schoool, oltre al sistema di valutazione degli insegnanti, ma uno degli interventi più controversi è quello sulle rette universitarie, un modo intelligente per aumentare i fondi a disposizione delle università legandoli però alle prospettive concrete di lavoro che sono capaci di offrire ai loro studenti:
«In sintesi, noi volevamo che invece di pagare anticipatamente 1.150 sterline l'anno durante la frequenza dei corsi, gli studenti versassero una tassa variabile fino a 3.000 sterline l'anno, da stabilirsi a discrezione dell'istituto e da rimborsare dopo la laurea in base alle condizioni economiche».
«Le riforme attuate avevano dimostrato inequivocabilmente che maggiore era l'autonomia di scuole e ospedali, maggiore era anche l'innovazione; e che più crescevano la concorrenza e la facoltà di scelta, più alta era la qualità dei risultati. Soprattutto nel caso del sistema sanitario nazionale, l'apertura agli investimenti del settore privato aveva ridotto i tempi di attesa e il denaro era usato sempre più spesso a favore del paziente».
Tony Blair ("A Journey")

Tuesday, November 30, 2010

La migliore (o la meno peggio) riforma possibile

I punti forti e quelli deboli della riforma Gelmini sono indicati con precisione, oggi sul Corriere della Sera, da Francesco Giavazzi, che coglie anche il nodo politico della situazione: «La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica». Perché? Perché tutte le critiche e le opposizioni alla riforma, sia nel Palazzo che nella piazza, sono nel senso della conservazione dell'esistente e non di un'ulteriore e più radicale spinta riformatrice. Nessuno, limitandoci ai tre appunti mossi da Giavazzi, si lamenta perché la riforma non abolisce il valore legale dei titoli di studio, o non fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, o perché non separa medicina dalle altre facoltà. E sbaglia Giavazzi a ritenere che il Partito radicale di oggi sosterrebbe queste tre proposte, quando alla fine dei conti i 6 deputati radicali voteranno esattamente come hanno già votato i 3 senatori, cioè contro la migliore (o la meno peggio) riforma possibile. «Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa», riconosce infatti Giavazzi:
«La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti "in prova per sei anni", e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la "precarizzazione" dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca... innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione... per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati».
E infine, neanche le rimostranze sui tagli hanno più senso ormai: «I fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa». Un dibattito comunque fuorviante, quello sulle risorse, perché possono essere troppe o troppo poche, ma si tratta di una riforma per lo più ordinamentale e di governance, quindi utile a spendere meglio quello che c'è.

Oltre ai tre appunti condivisibili di Giavazzi, da un punto di vista liberale la riforma è criticabile perché troppo timida. Va tenuto presente, però, come fa Giavazzi, che né nella nostra classe politica, e tanto meno nelle piazze, c'è chi assuma questo punto di vista. Altro che privatizzazione e smantellamento dell'università pubblica... Pur cercando di introdurre elementi di merito e di valutazione dei risultati nell'assegnazione dei fondi, e di responsabilità nella gestione dei bilanci (prevedendo pesanti sanzioni in caso di disavanzo), essenzialmente la riforma non tocca le "strutture", non riconosce il mercato come unico vero giudice di meriti e demeriti individuali e collettivi: non vengono spostate risorse rilevanti dal fondo ordinario verso la disponibilità degli utenti; non vengono alzati i tetti delle rette universitarie; non viene modificato lo status delle università come enti 100% statali (seppure si apre alla sperimentazione di «modelli organizzativi diversi», come le fondazioni), né quello del personale docente e non docente come dipendente pubblico.

Sarebbe urgente, invece, attrarre cospicui investimenti privati - gli unici che nel mondo di oggi possono davvero fare la differenza - ma per far questo andrebbe introdotto un sistema di incentivi serio per le donazioni, andrebbero "aperti" i consigli di amministrazione, ma i privati che investono o donano dovrebbero essere messi nella condizione di intervenire sull'offerta sia didattica che scientifica, e di controllare davvero come vengono spese le risorse. Ecco perché, allo stato attuale, pur essendoci la possibilità teorica, nessun privato butta soldi nel calderone pubblico. In poche parole, la riforma Gelmini è un valido tentativo di far funzionare meglio il baraccone statale, mentre andrebbe smantellato almeno nelle strutture che conosciamo oggi.