Pagine

Showing posts with label articolo 18. Show all posts
Showing posts with label articolo 18. Show all posts

Thursday, January 24, 2013

Più che la Cgil a resistere, fu Monti a calarsi le brache

Lo scaricabarile di Monti sulla riforma del lavoro

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Pochi giorni fa abbiamo ricordato le parole di Draghi per smentire la linea difensiva di Monti sulle tasse, l'idea che per salvare il paese non avesse altra scelta che aumentarle. Oggi bisogna fare un altro piccolo sforzo di memoria, ricostruire i passaggi finali della stesura della riforma del lavoro, per smascherare un nuovo scaricabarile del premier uscente. Il Mario Monti che lo scorso 4 aprile presentava in pompa magna come «storica», una «svolta epocale», la riforma del lavoro, è lo stesso che oggi riconosce che «non è andata avanti abbastanza», scaricando la «colpa» su «un sindacato che ha resistito decisamente al cambiamento e non ha firmato l'accordo che gli altri avevano firmato».

Quella di Monti è una verità molto parziale. E' senz'altro vero che la Cgil è il sindacato più conservatore e regressista, che ha opposto resistenza alla riforma, soprattutto sull'articolo 18 (come anche gli altri sindacati), ma Monti s'è calato le brache prim'ancora che fosse convocato un solo sciopero o una sola manifestazione. Ha tenuto il punto per una decina di giorni, ma la riforma è uscita annacquata già da Palazzo Chigi. Il testo arrivato alle Camere era già un fallimento. Fu un aborto spontaneo del governo.

Più che la Cgil a resistere, quindi, fu Monti a calarsi le brache. Questa la lettura anche dei principali quotidiani del mondo finanziario internazionale, che per la prima volta criticarono duramente il premier proprio per il flop, la sua «resa», sulla riforma più importante per la crescita e l'occupazione.

Il Financial Times parlò di «appeasement», offrendosi allo sfogo di Emma Marcegaglia, che definì la riforma «very bad». Ritenendo «preoccupante» che proprio il premier avesse finito per «annacquarla», il Wall Street Journal fu costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti con la Thatcher, azzardato solo pochi giorni prima, proponendo un'altra analogia "britannica", ma molto meno lusinghiera: quella con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il WSJ aveva bocciato persino la bozza originaria della riforma, quella che non aveva ancora subito il veto della Cgil, perché prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un paese con i problemi economici dell'Italia». Lapidaria, e sarcastica, la conclusione del quotidiano: «Diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». E non a caso, una settimana dopo il varo della riforma assistemmo al primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Borsa giù del 5% e spread di nuovo oltre i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio.

In quel momento, tra marzo e aprile scorsi, la popolarità e l'autorevolezza di Monti erano all'apice. Troppo poco tempo era trascorso dal suo insediamento perché i partiti potessero sfiduciarlo, assumendosi la responsabilità di ri-precipitare il paese nel baratro, e lo spread era calato in modo sensibile. Monti avrebbe quindi potuto imporre alle forze politiche e sociali qualsiasi scelta di politica economica, ma decise di non spendere l'enorme capitale politico personale che aveva accumulato. Perché?

In un primo momento il premier difese la bozza uscita il 23 marzo dal confronto con le parti sociali, dichiarando «chiuso» l'argomento articolo 18. Poi smentì se stesso, accettando il passo indietro. Ma fu davvero così decisivo il veto della Cgil, o furono altre considerazioni, di natura politica, a pesare? Secondo il Financial Times, dalla sua visita in Asia il premier dedusse che a preoccupare gli investitori era più l'instabilità politica che una riforma non proprio incisiva. Nel frattempo, le resistenze della Cgil erano state fatte proprie dal Pd, e probabilmente il Quirinale giocò un ruolo decisivo nell'ammorbidire le posizioni del premier, proprio con l'argomento della stabilità politica della "strana coalizione". Un testo più coraggioso nel superamento dell'articolo 18 rischiava di spaccare il Pd sul sostegno al governo, o quanto meno di pregiudicare l'ipotesi di una collaborazione futura tra il professore e il centrosinistra, scenario caro al capo dello Stato. Il Monti politico prevalse sul Monti economista, anteponendo un disegno politico per il post-elezioni del 2013 all'agenda riformatrice che il suo governo era stato incaricato di attuare.

E' allora che furono poste le basi dei buoni rapporti tra il premier e Bersani che domani, dopo il voto, renderanno possibile un accordo di governo. L'articolo 18, invece, doveva offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata, il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" e un "partito Grecia". Adesso, invece, Monti è obbligato ad accordarsi col "partito Grecia". Peccato che una coalizione tra centristi e un Pd a trazione Cgil può partorire solo topolini come la riforma del lavoro.

Wednesday, January 23, 2013

La svolta sinistra di Bersani (e Monti)

Un Monti che non può permettersi di tirare la corda fino a spezzarla, rischia di venire trascinato se Bersani la tira troppo a sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Che cosa succede quando un'alleanza già squilibrata a sinistra si sposta ancora più a sinistra? Rischia di restarci schiacciata e di trascinare con sé un'operazione centrista che si finge equidistante, ma sa che il suo unico sbocco è proprio a sinistra. L'ossessione del Pd di non avere nessuno alla propria sinistra, se non un alleato (vedi Di Pietro nel 2008, Vendola oggi), sembra dura a morire e in passato è stata causa di pesanti debàcle elettorali o di mezze vittorie. La storia si sta ripetendo. Manifestando l'intenzione di rivedere, per limitarla ulteriormente (è stata già ridotta del 30%), la spesa per gli F-35, Bersani dice una cosa molto "di sinistra", di vecchia sinistra, per tentare di fronteggiare su quel fronte la concorrenza del movimento vetero-comunista di Ingroia, che potrebbe essere determinante in negativo nelle regioni in bilico per il Senato (Lombardia, Campania e Sicilia). Anche perché l'ex magistrato, insieme a Grillo, sta erodendo consensi a Vendola, al quale il Pd aveva "appaltato" il traino degli elettori più a sinistra.

Ma se Bersani può spostarsi a sinistra è perché al centro si sente coperto: da Renzi, la cui presenza in questa fase della campagna dovrebbe ricordare agli elettori che il Pd è anche il partito del giovane e moderno sindaco di Firenze, non solo quindi un covo di ex comunisti costretti a inseguire Ingroia e Ferrero; e da Monti, che non dovrebbe infierire troppo sullo spostamento a sinistra del Pd, limitandosi a polemizzare sul conservatorismo di Vendola e Camusso.

Tutto lascia intendere, infatti, che tra il segretario del Pd e il premier uscente ci sia davvero, se non un accordo di massima per un'alleanza di governo post-voto, almeno una sorta di divisione dei compiti in campagna elettorale: il primo può dedicarsi tranquillamente al suo fronte sinistro, anche perché sa che dal centro non arriveranno bordate tali sfondare lo scafo, al massimo qualche pizzicotto.

Lo sforzo di Monti è quello di presentarsi come alternativo sia alla destra che alla sinistra. Tutti i suoi discorsi sulle riforme ostacolate in Parlamento sia dal Pd che dal Pdl, da cui la necessità di «federare i riformatori», la sua teoria sul superamento delle categorie di destra e sinistra, vanno in questa direzione. Si sta sforzando di non dare l'impressione di essere già pronto ad un accordo con Bersani, insomma di scrollarsi di dosso l'immagine di "stampella" della sinistra. Ma non ci sta riuscendo, i sondaggi mostrano che la sua lista stenta a decollare a destra. Non sorprende, dal momento che un po' per simpatie personali, un po' per realismo politico - perché si rende conto che centro e sinistra sono obbligati ad accordarsi dopo il voto per il governo del paese - non può permettersi strappi né toni troppo aggressivi nei confronti del Pd. Se contro Berlusconi e il centrodestra impugna la roncola, nei confronti del centrosinistra il fioretto: schermaglie con Vendola e sulla Cgil, ma più che conciliante con Bersani. Emblematica la sua ultima intervista a Ballarò: da una parte, Berlusconi è un «manipolatore della realtà», se vince «tanto di cappello, ma sarebbe un disastro per noi italiani»; dall'altra, «il pericolo comunista nel Pd non esiste», Bersani è una «persona seria», sbaglia solo a «immaginare di poter governare con Vendola e Camusso».

L'uscita sugli F-35 è solo un primo passo, la svolta a sinistra del Pd sarà completata, e suggellata, venerdì e sabato a Roma, al Palalottomatica dell'Eur, dove si terrà la presentazione del "Piano del lavoro", il contributo programmatico della Cgil alle forze di sinistra, di cui appare sempre più azionista di maggioranza. Facile immaginare che da quella kermesse uscirà una nuova foto di gruppo dopo quella ormai superata di Vasto. Una foto Bersani-Vendola-Camusso.

L'evento della Cgil si annuncia quindi come un crocevia della campagna elettorale: da come ne usciranno Bersani, e Monti, dipendono gli sviluppi successivi. Con i suoi 40 miliardi di tasse in più all'anno per il finanziamento di un pacchetto di investimenti del tutto dirigistico e il ritorno delle nazionalizzazioni (poste e trasporto pubblico locale), il piano che la Camusso si appresta a lanciare è puro socialismo reale. Bersani non potrà far finta di nulla per mero calcolo elettorale, si dovrà pronunciare su quel programma. E a cascata anche Monti, la cui prospettiva è quella di governare con Bersani, dovrà pronunciarsi sulla relazione speciale Pd-Cgil.

Se si accentua lo sbilanciamento a sinistra, già piuttosto marcato, del Pd e se Monti non riesce a presentarsi come inequivocabile alternativa alla sinistra, dovendo per realismo mantenere buoni rapporti con essa in previsione di un'intesa di governo, si apre per il centrodestra una vera e propria prateria di voti, da cui lo separerebbero solo la delusione, la rabbia e il disgusto del proprio elettorato per la recente fallimentare esperienza di governo, ma nessun concorrente politico.

La riforma del lavoro è un tema sul quale Monti può distinguersi dalla sinistra, ma la polemica può spingersi solo fino ad un certo punto. La flexsecurity di Ichino, infatti, implica la riapertura del conflitto sull'articolo 18, su cui a sinistra la chiusura è totale, e il superamento della riforma Fornero nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Pd e Cgil. Se Bersani si sposta un po' a sinistra, dunque, solo apparentemente il compito del professore diventa più facile, come scrive Stefano Folli sul Sole. Dovrebbe comunque mantenere una certa opacità nella sua proposta politica, per non far esplodere già in campagna elettorale le contraddizioni, probabilmente insanabili, con la sinistra.

Monday, June 25, 2012

L'Italia dei soviet fa fuggire le imprese

Anche su L'Opinione

Prima di commentare una sentenza bisognerebbe leggerla. Ma in questo caso, che i giudici abbiano applicato alla lettera le leggi, oppure si siano lasciati prendere la mano da considerazioni ideologiche, qualche riflessione si può anticipare sulle cause profonde, culturali, di certe distorsioni, in presenza delle quali un’economia semplicemente non può funzionare.

Nei giorni scorsi il Wall Street Journal pubblicava un articolo nel quale con toni sarcastici si dava conto di tutta la selva di oneri fiscali, contributivi e burocratici cui un imprenditore in Italia deve far fronte per "creare" lavoro. Dal che desumeva che la riforma del lavoro, la «boiata» di cui cui però si chiede una rapida approvazione, e il recente decreto sviluppo, di cui va così orgoglioso il ministro Corrado Passera, possono risolvere i problemi dell’economia italiana «solo nel senso che si potrebbe, teoricamente, svuotare il Lago di Como con un mestolo e una cannuccia».

Ebbene, rispetto ai mestoli e alle cannucce del governo Monti la sentenza che condanna la Fiat ad assumere nello stabilimento di Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom rappresenta un diluvio universale. Non c'è riforma, intervista per rassicurare gli "Herr Muller", road show del nostro premier, o curriculum personali che reggano. Una sentenza simile, anche se dovesse essere riformata in appello, spazza via tutto (figuriamoci le timide riforme che sono state fatte). Dimostra al di là di ogni buona intenzione riformatrice che per le imprese l’Italia è sempre più un paese da cui fuggire. Non solo fornisce alla Fiat di Sergio Marchionne ottimi motivi per trasferire tutta la produzione all’estero, ma allontana chiunque, italiano o straniero, volesse investire nel nostro paese.

Si badi bene: non siamo di fronte ad un normale caso di discriminazione, in cui alcuni lavoratori licenziati ingiustamente per la loro affiliazione sindacale vengono reintegrati. In questo caso i giudici obbligano la Fiat ad assumere ex novo 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Dunque, non solo costringono l’azienda ad ampliare l’organico della fabbrica, a prescindere da qualsiasi valutazione di economicità, ma scelgono i nuovi assunti sulla base della loro tessera di iscrizione a un sindacato, quindi prescindendo da qualsiasi criterio di merito, competenze o mansioni.

Ma l'aspetto ancora più assurdo della vicenda è che la prova della discriminazione da parte di Fiat consiste in una simulazione statistica: un professore di Birmingham ha infatti calcolato che le possibilità che su 2.093 assunti a Pomigliano nessuno fosse iscritto alla Fiom risultano meno di una su dieci milioni. Ma com'è possibile che un semplice dato statistico sia accettato come prova decisiva? Bisogna ringraziare uno dei capolavori illiberali che ci ha regalato il governo Berlusconi, oltre al "mostro" Equitalia: l'art. 28 del decreto legislativo 150 del 2011 stabilisce, infatti, che i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro possono essere «desunti anche da dati di carattere statistico», e in questo caso «spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione».

La sentenza quindi stabilisce una rigida regola di proporzionalità: nelle assunzioni va mantenuta la percentuale di iscritti tra i vari sindacati, anche se uno di essi (come la Fiom a Pomigliano) non ha sottoscritto il contratto collettivo aziendale, altrimenti c'è discriminazione. Altro che merito, siamo al manuale Cencelli delle tessere sindacali. Ma se di discriminazione si tratta, che dire di quelle di genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche e orientamento sessuale, esplicitamente vietate dalla nostra Costituzione? Se il criterio da seguire per non discriminare è statistico, le aziende dovranno rispettare le percentuali di uomini e donne, o di musulmani, omosessuali, o di qualsisi minoranza, censiti nella società. E perché non anche delle diverse fedi calcistiche, o del colore dei capelli? E i non iscritti ad alcun sindacato? Vengono tutelati anch'essi, in modo da essere assunti in proporzione al proprio numero rispetto ai colleghi iscritti?

Evidentemente non può funzionare così. Ma purtroppo chi ha un po' d'esperienza diretta del mondo del lavoro sa che per evitare simili problemi sono gli stessi imprenditori che assumono lavoratori indicati dai rappresentanti sindacali e degli ordini professionali. Esistono veri e propri accordi di "precedenza" nelle assunzioni, che penalizzano i non iscritti, non "leccaculo", anche se magari più meritevoli.

In Italia, dunque, sindacati e magistratura non solo decidono chi le aziende possono o non possono licenziare, ma anche chi devono assumere. Si può anche essere convinti che astratti principi di uguaglianza (ammesso e non concesso che di uguaglianza si tratti) debbano sempre e comunque prevalere su qualsiasi criterio di economicità e di mercato. Basta però essere consapevoli che così l’economia semplicemente non funziona, le aziende fuggono all'estero e si cancellano posti di lavoro anziché crearli.

Ma c’è una causa profonda, culturale, per cui in Italia il legislatore e coloro che sono chiamati ad applicare le leggi aprono le porte a delle forme di vero e proprio collettivismo: c'è un gigantesco equivoco sul concetto di proprietà e una radicata e diffusa ignoranza economica. Un'impresa è di proprietà di chi ci mette i soldi. E' spiacevole rammentarlo ma è così. Si può tirare la corda quanto si vuole con i diritti sociali, finché poi si esagera e costui non ci mette più i soldi, chiude la baracca, i lavoratori sono a spasso e il paese si impoverisce. Questa realtà basilare ce la siamo dimenticata. Non riuscirà a liberare e rilanciare la nostra economica nessun governo, nessuna maggioranza politica, che non ne sia consapevole e che non sia disposta ad ingaggiare una dura battaglia ideologica, di piglio thatcheriano, su questi temi. Anche su questo il governo Monti, con il suo patetico compromesso sull’articolo 18, ha fallito.

Friday, April 20, 2012

La giornata: spread a 400 e la politica finisce in burlesque; parte Italo e Montezemolo scende

Solo «volatilità» per il viceministro Grilli (questa l'avevamo già sentita...), intanto lo spread è a 400 - e Moody's dice chiaro che siamo già a livelli insostenibili - mentre Piazza affari arresta la caduta (in mattinata si stava avvicinando alla soglia dei 14.000 punti). Ma al Fmi starebbe per arrivare un paracadute da 400 miliardi di dollari dal G20.

La «resa» sul reintegro nei licenziamenti individuali non è servita a molto, la Camusso conferma che lo sciopero generale si farà, ma soprattutto che sull'articolo 18 «la partita è tuttora aperta» e umilia Monti prendendosi il merito del «primo vero e proprio passo indietro del governo».

Intanto anche il Financial Times, dopo il WSJ, bacchetta Monti: deve fare di più per rilanciare la crescita, altrimenti «i mercati continueranno a chiedersi se il Paese riuscirà mai a ripagare il suo debito». Ok, questo lo sappiamo tutti, ma il FT aggiunge anche il "come": tagliare la spesa per tagliare le tasse. Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro, osserva il quotidiano, «potrebbero avere un effetto sulla crescita ma entrambe non rispondono appieno ai bisogni dell'Italia. Qualsiasi effetto avranno sull'economia si sentirà soltanto a lungo termine». Servono misure immediate: «Il mostruoso settore pubblico italiano e il suo vorace sistema politico consentono risparmi che non andrebbero a colpire la qualità dei servizi pubblici essenziali. Le risorse recuperate potrebbero essere usate per ridurre la pressione fiscale sul Paese, che si prevede toccherà un sorprendente 49% nel 2013». Monti «merita credito» - conclude severamente il FT - «ma la sua agenda economica rischia di rivelarsi non all'altezza».

Sul piano mediatico Berlusconi che si presenta al processo Ruby ruba la scena a tutti gli altri casi: ma sono le battute sulle «gare di burlesque» che campeggiano su tutti i siti, forse per non dover raccontare che i due poliziotti di turno la sera dell'arresto non è che abbiano proprio confermato l'impianto accusatorio della Boccassini, cioè le «pressioni» del premier per rilasciare la ragazza.

Sul piano politico la giornata è dominata dal fumogeno di Casini che ha gettato scompiglio nel campo del Pdl, tanto che ha indotto Alfano a rilanciare promettendo effetti speciali ancora più spettacolari: «Io e Berlusconi annunceremo la più grossa novità che cambierà il corso della politica». Ma dopo la pubblicità...

L'Udc fa sul serio e azzera i vertici. Imbarazzo in Fli e Api per il predellino di Casini (che tanto criticò quello di Berlusconi nel 2007), ma da tempo si sono rassegnati a salirci.

Casini pensa ovviamente ad un contenitore a vocazione "grancoalizionista", promotore o interprete della Grande Coalizione, fiero erede dell'esperienza montiana. Ripete che «Monti non è una parentesi», che «politici e tecnici sono nella stessa barca e devono remare insieme». Per Pd e Pdl «profondo rispetto», per il «senso di responsabilità» dimostrato, ma ora è «auspicabile continuare insieme un percorso di ricostruzione italiana», anche dopo il 2013, perché riformare l'Italia «in profondità» richiederà anni ed è «illusorio pensare che si riapra la fase degli uomini della Provvidenza». «L'operazione-salvataggio» di Monti, ammonisce il leader Udc, «è ancora in corso e nessuno può permettersi di sabotarla». Ci tiene quindi a sottolineare che «la nostra iniziativa e la sua riuscita si misura sulla capacità di rafforzare questo tentativo senza esitazioni». Peccato però che facendo apparire il governo Monti funzionale al suo disegno politico, e i suoi ministri tecnici leader "in sonno" del nuovo partito, rischia di scatenare pericolose tensioni nella maggioranza, di compromettere l'esperienza che si propone di rafforzare e persino di indurre il precipitare verso elezioni a ottobre. Tant'è che il Quirinale non ha mancato di far trapelare la sua irritazione.

Casini è da sempre ossessionato dai contenitori piuttosto che dai contenuti, è il leader del compromesso "a prescindere". La riforma del lavoro esce fuori timida, persino dannosa? Fa niente, l'importante è lo «sforzo collettivo» in sé, la Grande Coalizione, ed esserne il celebrato architetto. Ha intuito le insidie del tecno-centrismo, che qualche ministro tecnico può pensare di giocare una sua partita personale, che nuove offerte politiche (tra cui quella di Montezemolo) possono trovare ampi spazi nel campo dei moderati dopo il passo indietro di Berlusconi. Quindi ha deciso di giocare d'anticipo, di allestire un nuovo carro nel quale è pronto ad accogliere tutti, anche a farsi scudiero. Non ambisce alla premiership (troppo lavoro), ma alle poltrone istituzionali (il Quirinale è il sogno di tutti i democristiani). L'importante è che sia lui al centro di ogni equilibrio e di ogni compromesso.

Ma siamo sicuri che Passera o Montezemolo, o chiunque altro, se e quando scenderanno in campo, vorranno farsi accompagnare da Casini, Fini e Rutelli? A giudicare da un paio di tweet ironici del direttore di Italia Futura, Andrea Romano, almeno il secondo non ci pensa proprio. Il presidente della Ferrari è sfuggente rispetto ai rumors degli ultimi giorni. A chi gli chiede del suo ingresso in politica risponde «non mi parlate di politica, è come se mi parlate della luna, e oggi la luna non c'è». Però durante il primo viaggio del nuovo treno Italo, fa già sapere che una volta «avviato il servizio, tra qualche tempo, lascerò la presidenza e rimarrò azionista».

Paradossalmente Casini può sperare che ministri tecnici, o lo stesso Montezemolo, si convincano a farsi "cooptare" se resta in vigore la legge elettorale che il leader centrista tanto avversa. La riforma di cui si discute, invece, aprirebbe il campo a nuovi giocatori in proprio. Non ci sarebbe da stupirsi se il più appiattito sostenitore di Monti in realtà, in segreto, stesse accarezzando la speranza di votare a ottobre con questa legge, dando chiaramente la colpa agli altri.

Tuesday, April 17, 2012

Missione: salvare la spesa pubblica

Se nel decreto "Salva-Italia" si è fatto ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione non è stato per la necessità, invocata espressamente dal governo Monti, di agire in tempi ristrettissimi nell'emergenza dello scorso novembre. Se il risanamento è «un po' sbilanciato sul lato delle entrate», come osserva eufemisticamente Christine Lagarde nell'intervista di oggi al Sole24Ore, è per una consapevole scelta politica. E' quanto fa intendere lo stesso direttore del Fondo monetario internazionale: evidentemente al Fondo devono aver chiesto spiegazioni di un tale sbilanciamento sul lato tasse piuttosto che sui tagli alla spesa. «E' una scelta politica, ci ha detto Monti, e noi la rispettiamo».

Un particolare dell'intervista passato quasi inosservato ma che a mio avviso conferma i nostri sospetti. Non è un caso, né una necessità o un'impossibilità a fare altrimenti, se il governo aumenta le tasse e non ha in programma nemmeno nei prossimi mesi cospicui tagli di spesa per ridurle, bensì una chiara scelta politica: salvaguardare i livelli attuali di spesa pubblica, ritenuti evidentemente compatibili con l'uscita del Paese dalla crisi finanziaria ed economica.

Il rischio però, come avverte Ricolfi oggi su La Stampa, è che in questo modo dall'alternativa tra «salvare il Paese» e fare la fine della Grecia passiamo all'alternativa molto meno allettante tra fare la fine della Grecia subito o farla tra qualche mese/anno, cioè «semplicemente ritardare il momento del disastro». Al governo Monti anche Ricolfi rimprovera di avere «una visione del problema della crescita non molto dissimile da quella dei governi che lo hanno preceduto», laddove «persevera sul sentiero, battuto fin qui da tutti i governi di destra e di sinistra, della prima e della seconda Repubblica, di affrontare i problemi di bilancio con maggiori tasse anziché con minori spese».

Una cultura «vecchia», inadeguata, che si esprime anche nella «mentalità con cui affronta chi osa non allinearsi al clima di venerazione e gratitudine da cui è circondato».E' vero che non ci sono alternative al governo Monti, ma da qui a paragonare il premier o alcuni suoi ministri alla Thatcher, o a scambiare la mancanza di alternative con una pretesa infallibilità ce ne vuole. Davvero insopportabile (e molto berlusconiano) questo additare - attribuito a Monti nei retroscena ma non smentito - un presunto «fuoco amico» come colpevole della risalita dello spread.

Persino la Lagarde - dalle cui labbra pendono i mercati e che quindi non può permettersi di silurare l'unica speranza di salvezza dell'Eurozona incarnata da Monti - un paio di colpetti al governo tecnico li ha assestati: promosso sulle politiche di risanamento, anche se troppo sbilanciate sulle tasse, ma rimandato sulla riforma del lavoro, di cui segnala diplomaticamente l'arretramento sull'articolo 18.

Monday, April 16, 2012

La giornata: ABC delirano e Monti prepara i suoi ennesimi bluff su fisco e sviluppo

Lavitola, Formigoni e ancora Lega, questi i nomi dei tre cicloni giudiziari che imperversano su giornali e siti internet. Ma qui ci interessa altro:

Piazza affari che consolida... le perdite dei giorni scorsi, lo spread sull'orlo dei 400, sulla scia di quello spagnolo, e i cds da record;

I PARTITI che difendono con le unghie e con i denti il loro tesoretto da 2,7 miliardi in vent'anni contro l'ondata di antipolitica cavalcata da Grillo:
«Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, drasticamente tagliati dalle manovre finanziarie del 2010-2011, sarebbe un errore drammatico, che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
E' quanto si legge nella relazione che accompagna la pdl di ABC sulla trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti. Una spudoratezza ormai oltre ogni limite;

MONTI che 1) rimanda a mercoledì la presentazione del Def con le stime aggiornate dei conti pubblici (spera ancora di limare la previsione del Pil e di trovare un "tesoretto" per non spaventare troppo Bruxelles);

2) difende la sua pessima riforma del lavoro: il ddl è «più ampio ed incisivo» di quello annunciato a novembre. Le misure avrebbero dovuto riguardare solo i nuovi assunti, e a titolo sperimentale, - ricorda il premier - mentre nel nuovo testo «l'intervento è esteso a tutti i lavoratori ed è inserito a titolo definitivo». Meglio una vera cancellazione del reintegro limitata ai nuovi assunti piuttosto che il pastrocchio attuale: sarebbe rimasto il dualismo (che rimarrà comunque), ma almeno avrebbe favorito le assunzioni. Ma al di là della preoccupazione che non appaia come un nuovo cedimento, l'apertura del governo alle richieste delle imprese e del Pdl sulla flessibilità in entrata è più che concreta;

3) sta per varare una delega fiscale tutt'altro che ambiziosa (e i cui decreti attuativi probabilmente non vedranno mai la luce);

4) sta preparando con i suoi ministri economici l'ennesimo pacchetto sviluppo da discutere al vertice di domani sera con ABC, quando il vero pacchetto sviluppo dovrebbe essere il combinato disposto spending review-delega fiscale. In totale continuità con i governi precedenti, anche Monti e i suoi ministri s'illudono di cavarsela con tre-quattro «ideine», come le chiama Bersani, roba marginale, magari sperperando altro denaro pubblico, mentre tutti ormai dovrebbero aver compreso che l'unico vero shock in grado di contrastare la recessione è un abbattimento, graduale ma cospicuo, della spesa corrente per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Qualsiasi "pacchetto" che eludesse questo punto sarebbe poco più che un'arma di distrazione di massa. Nulla di concreto insomma, per il governo più che altro un modo per attenuare il pressing della stampa e di Confindustria e le fibrillazioni dei partiti, tutti additati come i colpevoli della caduta d'immagine del governo all'esterno.

LUNA DI MIELE OFF - L'editoriale di Alesina-Giavazzi - in cui si avverte che proprio la spending review è la «sola carta rimasta da giocare» - e la «resa» ai sindacati e alla sinistra sull'articolo 18 vengono usati ora anche da Reuters per spiegare che Monti «ha perso la sua brillantezza», ha perso il suo "momentum". Tutti sembrano improvvisamente scoprire che «le aspettative non erano realistiche» (ma va?); che a parte le pensioni, su tutti gli altri fronti, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro, tutto è rimasto sostanzialmente invariato; che molto modesti sono i suoi progressi nell'attuare i consigli della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue. E che ora il professore della Bocconi sta pagando con gli interessi le lodi eccessive delle prime settimane.

CONTINUITA' - Per Di Vico «il governo ha sicuramente commesso degli errori», ma si chiede se vi sia «qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi». Ebbene sì, la continuità con i governi precedenti, con la via al risanamento attraverso l'aumento della pressione fiscale per salvare non l'Italia o gli italiani, ma il baraccone-Stato, è talmente smaccata da essere esasperante.

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello. Scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio, il Pdl ha incassato il successo della rateizzazione dell'Imu sulla prima casa e si prepara a incassarne uno analogo sulla flessibilità in entrata.

DELEGA FISCALE - Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'"Ace" furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm varerà questa sera e di cui mentre scrivo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

Niente tagli alle tasse, né dell'Irpef né dell'Irap. Al massimo qualche sgravio dagli introiti della lotta all'evasione, ma il dibattito in seno al governo su come utilizzarli è ancora aperto, e potrebbero anche essere destinati almeno in parte a tappare nuovi buchi o a finanziarie nuove spese, per lo sviluppo s'intende. Dovrebbe essere a saldo invariato, ma la riforma del catasto è roba da far tremare i polsi e non manca l'ennesima tassa che rischia di far schizzare ancora più in alto il prezzo dei carburanti: la cosiddetta "carbon tax". Su tutto l'incertezza dei tempi: nove mesi dall'approvazione della delega per adottare i decreti attuativi, il che significa che li vedremo appena sotto le elezioni del 2013. Chi ci scommette?

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, April 10, 2012

La giornata: martedì nero, mercati scoprono il bluff-Italia

Per tutto il giorno la Borsa perde e lo spread sale, ma i quotidiani online chiacchierano soprattutto di Lega e di cosa dovrebbe o non dovrebbe fare una tale Rosi Mauro. Fino alla fiammata finale: Piazza affari che cede il 5% e lo spread che supera i 400 punti (404, per la precisione). E' il primo martedì nero di Monti e ci hanno provato in tutti i modi a dare la colpa a fattori "esogeni" - che senz'altro hanno avuto un peso, come lo avevano sotto Berlusconi. Ieri era la crisi greca, oggi il «contagio spagnolo», i dati negativi sulla disoccupazione americana e le importazioni cinesi.

Sì sì tutto vero, ma certo la coincidenza con la «resa» del governo sulla riforma dell'articolo 18 è più che sospetta. Nelle scorse settimane lo spread Italia-Germania si era ridotto a tal punto da retrocedere, dopo molti mesi, sotto quello spagnolo, che nel frattempo aumentava. Mentre negli ultimi giorni, proprio in corrispondenza con la «resa», puntualmente registrata dalla stampa finanziaria estera, il nostro spread è tornato a inseguire quello spagnolo. Il Wall Street Journal continua a picchiare duro sulla riforma del lavoro, ritenendo «preoccupante» che Monti abbia finito per «annacquarla». E' una resa che denota la scarsa credibilità del sistema Italia e quindi quel clima di attesa positiva che si era creato su di noi per merito di Monti ha lasciato il posto nuovamente alla sfiducia. Insomma, forse i mercati hanno scoperto il bluff dell'Italia, stanno perdendo la pazienza, riconoscendo in Monti gli stessi difetti dei governi italiani di sempre: annunci, trionfalismi, e poi la tipica montagna che partorisce topolini.

Non solo i rendimenti sui titoli di Stato decennali che si riavvicinano al 6%. Anche le stime del Pil nel 2012, che il governo stesso si starebbe preparando a rivedere al ribasso (da -0,4/0,5% ad un -1,3/1,5%), addirittura di un punto percentuale dopo solo un trimestre, metterebbero a rischio l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Come volevasi dimostrare, anche questi sacrifici - in assenza di tagli cospicui alla spesa, al debito, al perimetro dell'intermediazione statale nell'economia - rischiano di non servire a nulla, come nel '92-'93, ma prima del previsto.

Anzi, il sottosegretario Giarda, oggi su La Stampa, e il viceministro Grilli, la settimana scorsa in Commissione Bilancio, confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica – la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse – né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni. E' la prova definitiva che l'operazione Monti è il "salva-Stato", non il "salva-Italia": salvare lo Stato dalla bancarotta conservando intatto o quasi il suo potere di spesa, anche al costo di distruggere il tessuto produttivo e ridurre alla miseria i suoi cittadini.

E quando in prima pagina sul Financial Times si legge che la Francia «non riesce ad arrestare il suo declino industriale», «ha alti costi del lavoro e bassa innovazione», comprendiamo che il problema non è soltanto italiano, è europeo, e dovrebbe essere chiaro cosa intendesse Draghi quando dalle pagine del WSJ ha dato per «morto» il modello sociale europeo, mentre tutti (da Roma a Berlino, passando per Madrid e Parigi) hanno fatto finta di non capire.

Friday, April 06, 2012

Finita la melassa, WSJ molla Monti

Dopo il Financial Times, che ieri ha dato voce allo sfogo - colpevolmente tardivo ma nel merito ineccepibile, e non solo sulla riforma del lavoro - di Emma Marcegaglia, un altro schiaffone in mondovisione a Monti arriva dal quotidiano finanziario Usa, il Wall Street Journal, costretto a rimangiarsi in tutta fretta lo spericolato paragone di Monti alla Thatcher, azzardato solo pochi giorni fa. Dietrofront: la miglior analogia "britannica" può essere con Ted Heath, lo «sventurato» predecessore conservatore della Lady di ferro. Il che però ci sembra un tantino ottimistico riguardo il successore di Monti.

Ma il WSJ boccia anche la bozza originaria della riforma Monti-Fornero, che prevedeva «una modifica relativamente modesta all'articolo 18», addirittura una «small beer» (robetta da poco, insignificante) «per un Paese con i problemi economici dell'Italia» (tasso di disoccupazione al 9,3%; tasso di occupazione al 56.9%, contro il 64.5% del Portogallo e il 66,8 degli Usa). Ma almeno si muoveva nella «giusta direzione».

La conclusione del quotidiano Usa è lapidaria, e sarcastica: «Gli ottimisti in Italia - sì, ce ne sono alcuni - diranno che una piccola riforma è meglio di niente. Forse. Ma Monti fu chiamato a fare il primo ministro per salvare il proprio Paese dal ciglio dell'abisso greco. La riforma del lavoro è una resa a coloro che lo stanno portando in quell'abisso». La sensazione è che presto, molto presto, ci ritroveremo con il problema della caduta di credibilità di Monti e allora saranno guai, di "tecnici" savatori della patria non se ne vedono più.

Duro anche il direttore del giornale di Confindustria, il Sole24Ore, che accusa Monti di scorrettezze poco da tecnico e molto da politico:
«La regola aurea che il professor Mario Monti non può non conoscere è che un presidente del Consiglio in visita all'estero parla del suo Paese, vende il titolo Italia (lui lo sa fare benissimo, è giusto rendergliene merito), ma non si occupa delle vicende interne, non risponde alle polemiche domestiche, non scrive lettere ai giornali sui rapporti tra governo e partiti. Purtroppo, tutto ciò che non doveva avvenire è successo con la missione in Asia guidata da Monti e ha trovato la sua logica conclusione in un vertice notturno, a Roma, con i segretari dei partiti che lo sostengono».
E' stato Monti a dichiarare «chiuso» l'argomento articolo 18 e poi a rimangiarsi la sua parola. E nel modo peggiore:
«Si sono inventate coperture rozze (che cosa c'entrano i rincari su casa, auto aziendali, biglietti aerei?), si è indebolita la flessibilità in uscita e sono rimasti intatti oneri contributivi e rigidità sui contratti in entrata in una dimensione tale da rischiare di ridurre le occasioni di occupazione per i giovani e i tanti (troppi) quarantenni e cinquantenni che si sono ritrovati dalla sera alla mattina senza un reddito. Non ci resta che una speranza: si rifacciano di giorno i conti maldestramente impostati di notte».
Interessante anche il commento, nel merito della riforma, di Alesina e A. Ichino sul Corriere della Sera. Premessa sugli effetti dannosi dell'art. 18:
«L'aumento dei vincoli alla libertà di impresa, riguardo ai licenziamenti per motivo economico, si riflette in perdite retributive per i lavoratori che in Italia sono state stimate nell'ordine del 5-11%. Altrettanto dimostrato è l'effetto negativo sulle assunzioni (13-15% in meno, ad esempio, nelle piccole imprese in cui la protezione contro i licenziamenti è aumentata nel 1990). Insomma, il sistema basato sull'art. 18 dà sicurezza a chi ne può godere (ormai quasi solo i lavoratori anziani, in maggioranza uomini). Ma tiene in piedi posti di lavoro poco produttivi con una perdita generale di efficienza economica e lascia briciole di precariato ai giovani».
Qual è il rischio con una riforma che si ferma «in mezzo al guado?»
«Le imprese in crisi approfitteranno immediatamente di ogni spiraglio nella diga per liberarsi dei lavoratori improduttivi. Ma quelle che potrebbero espandersi non assumeranno perché non avranno sufficienti garanzie di poter ridurre in futuro l'occupazione se e quando questa eventualità si rendesse necessaria. Il peggio dei due sistemi quindi: licenziamenti senza assunzioni».
Il giudizio quindi è tranchant: «Ci sono riforme che anche se fatte a metà sono comunque un utile passo avanti. Ce ne sono altre che, invece, se fatte a metà peggiorano la situazione e sarebbe meglio non iniziarle nemmeno. La riforma del mercato del lavoro di cui si sta discutendo appartiene a questa seconda categoria».

Riforma sacrificata sull'altare della Grande Coalizione

Meglio non compromettere le premesse di una Grande Coalizione con una rottura sull'articolo 18. Il compromesso al ribasso sulla riforma del lavoro può essere considerato a tutti gli effetti una prova tecnica di GC. Ma se è così, bisogna anche ammettere che l'esito è very bad. Prelude a riforme sempre più sbiadite, inutili, persino dannose. L'idea di una GC in cui diverse forze politiche mettano mano ai nostri problemi strutturali nell'emergenza non è campata in aria. Sarebbe senz'altro possibile se fosse limitata alle forze moderate e riformiste. Bisogna tuttavia fare i conti con quella che è da sempre la grande anomalia del sistema politico italiano. Se si pretende di mettere insieme una coalizione che va dai moderati ad un Pd a trazione Cgil, il rischio è che partorisca topolini rachitici come questa riforma. L'articolo 18, invece, poteva (anzi doveva) offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata – il Pd che fa cadere il governo e tenta la "rivoluzione d'ottobre" – il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" (anche senza Monti) e un "partito Grecia". La gioiosa macchina da guerra di Vasto si sarebbe infranta sul muro di un nuovo, ampio fronte moderato. Uno scenario in cui anche i mercati avrebbero potuto intravedere finalmente una certa chiarezza nella politica italiana.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, April 05, 2012

La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia

La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.

Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.

Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).

E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.

Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.

Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.

Luna di miele finita: Ft e Wsj voltano le spalle a Monti

Per il premier Mario Monti non è finita solo la "luna di miele" con l'opinione pubblica interna, come segnala il Financial Times nel secondo di due articoli consecutivi dedicati alle difficoltà dell'economia italiana e agli effetti nocivi della ricetta Monti; sta finendo anche la "luna di miele" con la grande stampa del mondo finanziario internazionale. Nel breve volgere di pochi giorni, a causa del moltiplicarsi dei segnali che indicano l'abbattersi sul nostro Paese di una recessione più dura del previsto, mentre la stampa nostrana è occupata a linciare la Lega e a speculare sulla "Grande Coalizione", la stampa business sta voltando le spalle a Monti e tornando ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.

Dopo l'articolo del FT in cui si dava conto di un rapporto della Commissione Ue sul rischio che si riveli necessaria una manovra correttiva nei prossimi mesi, a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito, sintomatico è l'articolo di ieri del Wall Street Journal, in prima pagina dell'edizione europea. Proprio il quotidiano che solo pochi giorni prima aveva paragonato Monti alla Thatcher, oggi scrive che l'Italia rappresenta una minaccia per l'economia, proprio come ai tempi dello screditato Berlusconi. E questo a causa delle misure dell'uomo che poche settimane fa veniva indicato dal settimanale Time come salvatore dell'Europa, con grande giubilo del nostro establishment pro-Monti.

«Le misure di austerity in Italia – scrive il WSJ – stanno bloccando l'attività economica nella terza principale economia dell'Eurozona, secondo quanto emerge dai dati economici e di bilancio più recenti, che dimostrano come queste misure siano controproducenti».
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, April 04, 2012

La giornata: reintegrato il reintegro, riforma Bluff-Italia

Al termine della solita chilometrica conferenza stampa più simile ad una lezione universitaria, il governo ha annunciato la capitolazione alle pressioni del Pd e della Cgil (evidentemente non contrastate da Pdl e Terzo polo): l'opzione del reintegro resta in tutti i casi di licenziamento individuale senza giusta causa, anche nei casi di motivo economico. Sarà il giudice a decidere. L'unica novità rispetto al passato è che viene introdotta l'opzione dell'indennizzo (da 12 a 24 mesi), tranne che nei casi di discriminazione. Inoltre - e vista l'irrisolutezza della norma finisce per essere un bene - il nuovo articolo 18 non sarà esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti, quindi resterà il dualismo tra una normativa semplice (al di sotto dei 15) e una complicata e di incerta applicazione (al di sopra), tale da disincentivare, come sempre è stato, il superamento della fatidica soglia.

Non solo il filtro giudiziale non viene abolito, ma la discrezionalità del giudice - e quindi l'indeterminatezza dell'esito della controversia - se possibile risulta persino accresciuta. Per salvare la faccia, infatti, il governo fa ricorso ad un vero e proprio sofisma: nei licenziamenti individuali senza giusta causa per motivo economico il giudice potrà reintegrare se valuta la «manifesta insussistenza» del motivo. Che vuol dire? Se la giusta causa è solamente insussistente, allora si applica l'indennizzo; se è manifestamente insussistente, allora il giudice può optare per il reintegro. Ma la «manifesta insussistenza» non equivale ad una discriminazione (nel qual caso il giudice sarebbe tenuto al reintegro), bensì copre «un'area grigia», ha precisato il ministro Fornero, così ammettendo implicitamente la completa discrezionalità del giudice. In questo la differenza con la bozza del 23 marzo è sottilissima ma sostanziale. Nella prima si prevedeva che per chiedere il reintegro il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare che dietro le inesistenti ragioni economiche addotte dal datore di lavoro si nascondeva un motivo disciplinare o una discriminazione; nella nuova formulazione è sufficiente che il giudice ritenga «manifesta» l'insussistenza della ragione economica, presumendo un altro motivo che non è nemmeno tenuto a specificare. E' come un'inversione dell'onere della prova, quindi è netta la vittoria di Bersani.

Se per la Fornero il nuovo articolo 18 toglie definitivamente alle imprese l'alibi per non investire, secondo Monti questo sistema sarà comunque «più prevedibile» del precedente. Eppure, di fatto la condanna al reintegro sarà sempre possibile: non dipenderà solo dalla percezione personale del giudice - se l'insussistenza della giusta causa la vede manifesta o meno - ma persino dall'umore con il quale si sarà svegliato quella mattina.

In attesa di capire quali concessioni ha ottenuto il Pdl sulla flessibilità in entrata tali da indurlo a cedere sull'articolo 18, e se le associazioni di categoria delle imprese intendono reagire ad una riforma che rischia di alzare costi e rigidità anziché abbassarli, registriamo che dopo il Financial Times anche il Wall Street Journal sembra voltare le spalle a Monti, paragonato solo pochi giorni prima niente meno che alla Thatcher. I due quotidiani finanziari, dopo la sbornia montiana, tornano ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.

E se la luna di miele di Monti con l'opinione pubblica interna, osserva il primo, è finita per via delle stangate fiscali, esacerbate dall'aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell'Imu – da cui scopriamo oggi che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – l'annacquamento della riforma del lavoro rischia di decretare la fine anche della luna di miele con l'opinione internazionale. Fino ad ora Monti ha goduto di un'apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell'economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L'unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l'economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. E ora questo flop sull'articolo 18, che rischia di smascherare il Bluff-Italia.

Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l'instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull'articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finisce esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una "Grande Coalizione" anche dopo le elezioni del 2013, all'agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. L'esito del vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con "Grande Coalizione": non un'eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.

Tuesday, April 03, 2012

La giornata: attacco al cuore della Lega e Monti pronto su art. 18... a cedere

La giornata è senz'altro caratterizzata dalla tempesta giudiziaria che ha travolto la Lega. Tre Procure da nord a sud - Milano, Napoli, Reggio Calabria - colpiscono al cuore il movimento nella persona del tesoriere, Belsito, accusato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, per come sono stati spesi i rimborsi elettorali. Ma anche di riciclaggio, nell'ambito del filone reggino, da cui spuntano "contatti" con la 'ndrangheta. Sembra proprio la traduzione in inchiesta giudiziaria delle accuse che tempo fa Saviano aveva lanciato alla Lega dalla trasmissione televisiva "Vieni via con me", condotta con Fazio.

Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.

Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.

In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.

Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.

Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.

Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».

Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.

Monday, April 02, 2012

La giornata: al suo ritorno Monti troverà la riforma "smontata" dai partiti?

I dati sulla disoccupazione, il tracollo da incubo delle vendite Fiat, il caos sull'Imu e la vera e propria disinformatja sulle dichiarazioni dei redditi per alimentare l'invidia sociale dipendenti-imprenditori. Alesina e Giavazzi che mettono in guardia dalla «trappola delle tasse», ricordando che in un Paese come l'Italia, con una pressione fiscale vicina al 50%, «ridurre deficit e debito aumentando le imposte è inutile, o addirittura controproducente», ma Monti difende gli aumenti delle tasse, anche se «rozzi». Meglio questi che la Grecia, come se non ci fosse una terza via virtuosa.

E' proprio vero: recessione e tasse assediano Monti, il quale dall'Asia continua con il suo temerario ottimismo per attrarre investitori. La crisi dell'Eurozona è «superata» e l'Italia ha imboccato un sentiero «più solido». Quali elementi abbia il premier per esserne così sicuro con lo spread a 327 (rendimenti sopra il 5%) e ciò che sta accadendo a Spagna e Portogallo, non lo sappiamo. Ma il contraltare dell'invito agli investitori asiatici a «rilassarsi» è il rischio che la nostra politica s'addormenti sulle riforme.

E infatti. Bersani cerca di disinnescare la mina dell'articolo 18 prima del 6 maggio, cioè prima delle amministrative («io ci credo»), mettendo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo in Parlamento tra le forze di maggioranza. Mentre fa a chi ce l'ha più grande (il partito) con Alfano, arriva a proporre uno scambio al Pdl: sia il giudice a optare per il reintegro o l'indennizzo in tutti i casi di licenziamento individuale, come in Germania, e in cambio via libera ad alcune richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata», penalizzata dallo schema Fornero.

La notizia è che Alfano non dice di no. «Fare insieme la riforma del lavoro è meglio che farla separati», basta che non si tratti solo di non scontentare la Cgil, basta che l'agenda non la detti il sindacato al posto del governo. Apertura nel metodo, insomma, e nessun paletto di merito, almeno per ora. Con Cazzola che giudica «interessanti» le aperture di Bersani.

Anche Casini è d'accordo di risolvere la questione prima di maggio, ma sul reintegro deve decidere il governo. Al rientro di Monti dall'Asia dovrebbe prendere vita - in pochi giorni fa sapere il capo dello Stato - l'articolato del governo e allora capiremo se la riforma è già morta. Monti-Fornero potrebbero essere scavalcati da un accordo parlamentare, e allora potrebbero ben poco, anche alla luce della stretta di Napolitano sulla fiducia, o essere costretti ad un passo indietro constatando la rigidità del Pd («su alcuni punti non possiamo mollare») e la scarsa voglia di Pdl e Terzo polo di alzare le barricate.

Se per Bersani è l'articolo 18 la mina da disinnescare, per Alfano è la legge elettorale. Domani mattina sul tema è convocata la direzione del Pdl, ma le parole del segretario non potrebbero essere più ambigue: da una parte dev'essere «noto in anticipo chi è il candidato premier», dall'altra osserva che «conseguentemente in Palamento si determina una maggioranza a sostegno del candidato».

Friday, March 30, 2012

La giornata: tregua Monti-partiti, ma nulla sarà come prima

Con una furba lettera al Corriere Monti ha chiuso la lite con i partiti, ma è solo una tregua. Nulla infatti sarà come prima. Ad aprire la nuova fase, la scelta del ddl come veicolo legislativo della riforma del lavoro. Un vistoso rallentamento, un segno di debolezza, per di più accompagnato dalle prime crepe all'interno dello stesso Cdm, con alcuni ministri a giocare di sponda con il Pd. Dal suo tour asiatico Monti ha provato a tirare le redini, ripetendo né più né meno i ragionamenti sui partiti che fa dal giorno dell'investitura. Solo che nel frattempo i partiti hanno cambiato atteggiamento e li recepiscono diversamente. Anche i filo-governativi Corriere e Repubblica stavolta hanno ripreso il premier per le sue esternazioni.

Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!

Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».

Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).

Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.

Partiti e recessione (e spread): Monti sotto assedio

Per il premier Mario Monti la strada si fa sempre più stretta. Complice l'approssimarsi delle amministrative i partiti si stanno risvegliando dal letargo invernale e cominciano a sgomitare. Dopo l'assaggio di marzo sulle buste paga, e il prezzo della benzina alle stelle, sta per arrivare in capo alle famiglie la stangata dell'Imu, che accrescerà il malcontento. Nel frattempo, lo spread torna a salire, ieri fino a 345 punti. A metà maggio il primo esame crescita: l'Istat diffonderà la stima preliminare del Pil nel I trimestre 2012. Ma ieri, in Commissione Bilancio della Camera, il ministro Corrado Passera ha già messo le mani avanti: «Siamo nel pieno di una seconda recessione», che «durerà tutto l'anno». Non solo il "ritorno" dei partiti, anche il Pil potrebbe riservare una brutta sorpresa al professor Monti. L'Ocse prevede un calo del Pil italiano dell'1,6% nel I trimestre del 2012 e dello 0,1% nel II. Mentre tecnici e politici cincischiano sulle riforme, gli italiani sembrano aggrapparsi all'unico "salva-Italia" che conoscono. E' l'economia sommersa che ci "salva", denuncia l'Eurispes nel suo rapporto "L'Italia in nero".
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Thursday, March 29, 2012

La giornata: il ritorno dello spread

Dopo il ritorno dei partiti, oggi è stata la giornata del ritorno dello spread, schizzato di nuovo intorno ai 350 punti. L'industria non riparte affatto, al contrario di quanto affermato per tutta la giornata da Repubblica.it in apertura, e il ministro Passera - confortato dall'Ocse (Pil -1,6% nel I trimestre) - prevede nero: recessione tutto l'anno. Quindi servono riforme veloci. Mentre Befera gongola per i 13 miliardi recuperati dagli evasori nel 2013, la gente comincia a darsi fuoco disperata per il peso del fisco. ABC quasi non hanno parlato oggi, abbassando così i toni della polemica con Monti, tenuta viva invece dalla Camusso, sicura che «la controriforma del lavoro non passerà», e da Vendola, che chiede al Pd di «mandare a casa Monti».

Sui giornali di oggi era tutto un Monti sfida i partiti, lite con i partiti e via dicendo. In realtà, quella del premier a me è sembrata più una scazzottata con Bersani (e ad averla iniziata è il Pd, non Monti). Oggi le acque si sono un po' calmate. Napolitano fa di tutto per far abbassare i toni, ma sta con Monti, non manca di sottolineare che gli italiani capiscono la necessità delle riforme e che non vede «esasperazioni», proprio mentre Bersani parla di «cazzotti».

Sulla legge elettorale ABC potrebbero aver millantato un'intesa più che altro per reagire compatti ai siluri lanciati da Monti dal suo "roadshow "asiatico, insomma per far vedere di essere "tornati" sulla scena. I partiti sgomitano, si avvicinano le amministrative, cercano visibilità. E' chiaro che sono disposti a continuare a sostenere Monti, ma lo saranno sempre meno a pagare il prezzo politico delle sue riforme (e delle sue battute).

Ma il Pd freme più degli altri: si sta ribaltando infatti la prospettiva dei due partiti maggiori. Se prima era il Pdl, scalzato dal posto di comando, a mostrare irritazione nei confronti del professore, mentre il Pd sorridente festeggiava la fine del berlusconismo, ora che gli italiani stanno per avere prova nelle loro tasche dei sacrifici, e ora che è minacciato un tabù della sinistra (e del connubio Pd-Cgil) come l'articolo 18, il Pd teme di pagare a caro prezzo il suo appoggio al governo e che parte dell'elettorato possa anche cominciare a rimpiangere il centrodestra.

Insomma, il Pdl a questo punto non ha certo fretta di votare, meglio far passare un bel po' di tempo tra le promesse non mantenute e le urne, mentre il Pd si sente la gioiosa macchina da guerra del 1994 ma teme che esattamente come allora, dopo la parentesi tecnica del '92-'94, Palazzo Chigi possa sfuggirgli di nuovo. Stamattina Fabio Martini, su La Stampa, evocava la possibilità di un partito di Monti dopo le amministrative. Ci credo poco, ma se il Pd forza la mano sull'articolo 18 e si fa tentare dalla "rivoluzione d'ottobre", allora il partito di Monti potrebbe formarsi naturalmente come blocco moderato contro la foto di Vasto.

Il paradosso della politica italiana, ostaggio di due sinistre

I siluri che Mario Monti continua a lanciare sui partiti dal suo "roadshow" asiatico dimostrano che il premier non si sente affatto al sicuro. Dopo aver avvertito che non è disponibile a «tirare a campare», che può lasciare anche prima del 2013 se partiti e sindacati non sono «pronti» per le riforme, fa notare che nonostate il calo degli ultimi giorni «questo governo sta godendo di un alto consenso, i partiti no». Si dice «fiducioso» che la riforma del lavoro passerà, che la gente ne percepisce la necessità (convinzione espressa anche da Napolitano), e fissa la scadenza a «prima dell'estate». Ma la fiducia nel Parlamento che la Camusso esprime nelle sue dichiarazioni quotidiane è per lo meno sospetta. E preoccupa anche Bersani che paventi «cazzotti a politici e tecnici» ed evochi «problemi di costituzionalità». Insomma, Monti avverte che si sta allentando la sua presa sui partiti e cerca di recuperarla, aiutato dal capo dello Stato, ma potrebbe essere già troppo tardi. In parte, è la naturale conseguenza del calo dello spread – ed espressioni come «la crisi dell'area euro è quasi finita» non giovano certo al professore nel mantenere il giusto livello di allarme – ma anche dell'approssimarsi delle amministrative e della scelta del ddl, invece del decreto, come veicolo legislativo della riforma.

L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.

Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.

Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.

Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.