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Monday, October 30, 2006

Il velo è un simbolo di segregazione: va proibito

Velo islamicoUn'opinione che ho maturato nelle ultime settimane e che ho affidato all'VIII numero di LibMagazine, pubblicato proprio oggi e pieno come sempre di altri contributi interessanti

Dopo la Francia e la Gran Bretagna, e alcuni paesi del Maghreb, la battaglia sul velo islamico investe anche l'Italia. A dare fuoco alle polveri un acceso dibattito televisivo tra Daniela Santanchè, deputato di An, e l'imam di Segrate, Ali Abu Shwaima. Sulla questione è intervenuto, con una lettera al Corriere della Sera, il 25 ottobre scorso, Gianfranco Fini, incorrendo tuttavia in una serie di gravi imprecisioni.

Al leader di An, che già su altri temi ha saputo differenziarsi da molti suoi "colonnelli", bisogna riconoscere di aver adottato un approccio liberale al tema del multiculturalismo, affermando che "solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, ma mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di diritti collettivi determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo". Il problema è applicare questo principio nelle politiche dell'integrazione.

Per quanto riguarda il velo, invece, Fini ha sostenuto che "andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti". Se è proibito andare in giro con il volto coperto, per esempio con un casco o un passamontagna, si direbbe che non è importante quale sia l'oggetto che lo copre. Dunque, anche veli islamici che coprono interamente il viso (il niqab) e il corpo (il burka) dovrebbero essere già proibiti dalla legge italiana in quanto impediscono il riconoscimento della persona.

Tuttavia, se andiamo a prendere il testo della legge in questione, la 152/1975 sulla tutela dell'ordine pubblico, ci accorgiamo che questa sua interpretazione estensiva non regge: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". Il "giustificato motivo" nel caso del velo c'è tutto. Si tratta di motivi religiosi e culturali, come riconosce una sentenza della Cassazione del 2004: "La religione musulmana impone alle credenti di portare il velo".

Il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre scorso, ha confermato che la legge 152/1975 è inapplicabile al velo indossato dalle donne musulmane e conclude che "... un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi". Anche l'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, il 23 agosto 2004 aveva espresso il medesimo parere sull'inapplicabilità di tale norma al velo.

Dunque, che il Corano ne disponga o meno l'obbligo, il velo è permesso dallo Stato italiano, o quanto meno ha argomenti più che fondati chi sostiene che lo sia.

Con la mal riposta certezza di aver risolto il problema dei veli più radicali, come il niqab o il burqa, Fini chiarisce che a suo avviso "vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato" e richiama l'articolo 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il quale sancisce "la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti".

Ma il velo è davvero un simbolo religioso? La questione è quanto meno controversa, ma si direbbe di no. Solo le più fondamentaliste e recenti visioni dell'islam, che si basano sul rispetto letterale dei testi sacri, ritengono che indossare il velo sia un obbligo prescritto dal Corano, e che sia, quindi, legge immutabile di Dio. Per secoli, come dimostra anche l'iconografia araba medioevale, le donne musulmane, soprattutto del Maghreb e della Persia, hanno vissuto senza velo o, quanto meno, senza l'obbligo di indossarlo. Non è quindi, come fa intendere Fini, la libertà di culto in gioco, né la libertà di vestirsi come si crede.

Di recente Re Mohamed VI sembra aver impresso una svolta "kemalista" al Marocco. Nelle scuole e nelle università, negli uffici pubblici, in polizia e nelle linee aeree, non si potrà più indossare l'hijab, che sparirà anche dalle raffigurazioni dei libri di testo. Il problema è che anche l'hijab, infatti, che copre solo i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. "La faccenda – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir – non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica".

Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si è detta "entusiasta". Sappiamo, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale, che quel velo è portato con violenza, è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina". Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa inoltre notare.

Sempre sul Corriere, il 24 ottobre scorso, Magdi Allam ci ha spiegato la strategia internazionale messa a punto dai Fratelli Musulmani, ufficializzata in un'assemblea del 12 luglio 2004, per la protezione del hijab: sostenere a livello europeo e internazionale la legittimità del velo islamico rivendicando il diritto alla "libertà religiosa", consapevoli che gli occidentali sono ad essa sensibili, e incaricando dei comitati pro-hijab "di istruire i mass media, i politici, gli insegnanti e l'opinione pubblica sulla questione del velo e della libertà religiosa".

Al contrario di quanto afferma l'ex vicepremier sembra proprio che l'integralismo consista nel portare la barba o far indossare il velo come obbligo coranico. Ammesso, e non concesso, che sia anche un simbolo religioso e culturale, il velo è di certo, ad oggi, un simbolo di segregazione. Rappresenta un modello antropologico di sottomissione della donna. Essendo inferiore, la donna non riesce a gestire la sua sessualità e lancia segnali che inducono in tentazione gli uomini. Da qui l'esigenza di coprire il corpo e il volto, in alcune sue parti o completamente. Implicitamente il messaggio che passa, e di cui la donna che indossa il velo si convince per prima, è il suo essere inferiore.

Una sconvolgente prova di questo meccanismo, che porta alla menomazione della libertà di coscienza delle donne, per noi occidentali inafferrabile, inconcepibile, l'abbiamo avuta in una puntata della scorsa settimana a "Porta a Porta", la trasmissione di Bruno Vespa. "E' giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia lapidata?", ha chiesto il conduttore alla giovane musulmana con il velo presente in studio. "Preferisco non rispondere", ha replicato più volte la ragazza. Al di là dei modi bruschi di Vespa, della sua affermazione falsa quando ha fatto notare che "noi da duemilasei anni non lapidiamo più le donne", mentre fino a poco più di un secolo fa tagliavamo le teste e in tempi ancora più recenti tolleravamo il delitto d'onore, al di là dell'incapacità dei presenti di spiegarle che da noi peccato e reato sono cose diverse, il dato più sconcertante è un altro.

Si rimane atterriti nel constatare che una ragazza diciannovenne, la cui scelta di indossare il velo ci era stata presentata come libera, si sia invece dimostrata del tutto incapace di esprimere un "suo" giudizio personale non su un dettaglio, sul velo, o su una questione di costume, ma sulla lapidazione di una donna adultera. Vespa non le stava chiedendo cosa dicesse il Corano in merito, o se fosse giusto disobbedire, ma solo se "secondo lei" era giusta o no la lapidazione.

Sarah sembrava aver abdicato dalla sua libertà di coscienza, bloccata dalla paura di dire qualcosa che contraddicesse il Corano. Il suo insistito rifiuto di rispondere ci ha rivelato un baratro: quella ragazza non sa cosa significhi esercitare il proprio spirito critico, non ha la nozione del suo pensiero come funzione autonoma e distinta dal Corano. Si meravigliava persino di come si potesse stare lì a discutere ciascuno con le proprie opinioni, senza fare riferimento ai testi sacri. "Quella è la legge di Dio e nessuno può intromettersi", tagliava corto, alla fine.

E' venuta fuori tutta la potenza simbolica e culturale del velo, talmente in grado di trasmettere, innanzitutto alle donne, l'idea della loro inferiorità, che le priva persino della consapevolezza di possedere una coscienza in grado di formulare giudizi autonomi. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (J. S. Mill). Purtroppo, Sarah non è sovrana.

Lo spiega chiaramente il filosofo Raphaël Lellouche: "Se si tira il filo del velo, è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam che affiora". E' sul corpo delle donne, non smette di ricordarci anche Adriano Sofri, che si sta combattendo. E' nella loro condizione la differenza "essenziale fra società islamiche e occidente". La libertà delle donne "non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano". I nemici dell'occidente lo sanno bene, mentre "gli occidentali se ne accorgono meno". Ci stiamo forse scordando, da laici, liberali, radicali, di applicare nei confronti dell'islam europeo altrettanto anticlericalismo intransigente di quanto siamo stati disposti, e siamo disposti ancora, ad applicare nei confronti della Chiesa cattolica per tutelare la libertà di coscienza e il principio di autodeterminazione dell'individuo? Diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente è la migliore strategia contro il fondamentalismo, ma tutto sarà vano se non avremo il coraggio e la forza di cominciare qui, in Europa, a porre i musulmani di fronte alla scelta se essere leali al Re o all'Imam-Re. Proprio come il cattolico cent'anni fa si trovò a scegliere se essere leale al Re o al Papa-Re.

Dovremmo liberarci delle timidezze del politically correct. Non possiamo rinunciare, per necessità e dovere morale, alla Riforma per lo meno dell'islam europeo. A convincere i musulmani che vivono in Europa che attenersi al diritto positivo e al principio di separazione fra reato e peccato, fra politica e religione, non è apostasia. La libertà religiosa non c'entra, ma comunque deve conciliarsi con il diritto, per ogni singolo individuo, uomo o donna, di emanciparsi dai riti della propria comunità.

Ebbene, credo che sia il momento di farla quella legge, di proibire burqa e niqab e, solo negli uffici pubblici e nelle scuole, anche l'hijab, che copre solo i capelli. Anni fa fui perplesso quando in Francia fu introdotto il divieto di portare il velo nelle aule scolastiche, ma leggendo il rapporto della Commissione Stasi ebbi chiaro il fenomeno. Il Parlamento italiano dovrebbe istituire una commissione di studio sull'islam in Italia, per verificare quanto siano diffusi abusi, sottomissione, arretratezze, e quanto estesi siano i perimetri di legalità paralleli. Una volta compiuta questa indagine, si potrebbe legiferare avendo di fronte un quadro più preciso. Eventuali norme restrittive dovrebbero essere transitorie e sottoposte a un continuo monitoraggio.

Il velo non è un simbolo religioso, ma di segregazione, e come tale va proibito. Altrimenti arriviamo al paradosso di uno Stato che spende fiumi di denaro pubblico per assicurare servizi che potrebbero benissimo essere offerti da privati, ma non è in grado di tutelare quelle poche libertà fondamentali dei cittadini.

Da liberali, laici, non temiamo di affermare, con Dino Cofrancesco (il Riformista, 26 ottobre) che "per quanti credono che debbano esserci agenzie - lo stato, la comunità dei fedeli, i custodi della sharia - autorizzate a imporre agli individui modelli di vita buona, pur se ripugnanti alla loro natura, non può esserci tolleranza, ma solo strategie di acculturazione". Come per le mutilazioni genitali femminili, anche se apparentemente in modo meno violento, l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare, come avvenuto per le donne italiane negli ultimi decenni.

Credo anche che non ci sia chi più dei radicali, e in particolare di Emma Bonino, possa spendere la propria credibilità liberale in favore di una legislazione restrittiva che dovrebbe impedire all'islam politico e integralista di attecchire e diffondersi anche in Italia. La sconfitta delle visioni fondamentaliste dell'islam passa per la liberazione delle donne musulmane, ma non vorrei che per rincorrere gli ultimi colpi di coda ratzingeriani dell'integralismo cattolico in una società comunque dotata degli anticorpi della secolarizzazione perdessimo di vista un islam che non ha ancora conosciuto i benefici dell'illuminismo.

31 comments:

alice said...

jim concordo con te. il simbolo oggi acquista pregnanza, è fondamentale. alice

periclitor said...

perfetto.

Anonymous said...

A prescindere che la bonino non è né la panacea di tutti i mali e nemmeno un dues ex machina che possa calarsi fin su noi, tapini, per derimere la questione del velo sì, velo no...che essendo già una tragedia per conto suo, rischia di sfociare nella classica farsa...

preliminarmente ritengo che il velo non sia un simbolo di repressione, almeno non sempre; può divenirlo ma ragionando così...sicuramente diventa feticcio. meglio ragionare piuttosto che vietare senza se e senza ma...

ciò detto, a proposito di feticci e legislazione bizzarra...trasportare alcolici in auto è, per un buon musulmano, peccato o no? ed allo stesso modo, portare il velo è, per un buon italiano, contro la legge o no?

Premetto che sono favorevole a che in italia, nessuno se ne vada in giro velato, incappucciato e roba varia; nemmeno gli autonomi che si nascondono, vili che sono, dietro un passamontagna mi stanno simpatici: una faccia, una responsabilità.

Non sono favorevole, invece, alla negazione del velo per decreto; a prescindere che c'è già il codice penale che regolamenta la materia...con 'sta specie di fondamentalismo alla rovescia si rischia di fare il gioco dei musulmani, chiamiamoli più intransigenti ma che invece...si dovrebbero qualificare come paraterroristi.

E torno a bomba – scusate il gioco di parole, sapete, in tema di terroristi... - sul discorso introduttivo degli alcolici e sul gioco di ritorno favorevole alle forme di fondamentalismo, spcie in assenza di interlocutori dediti al ragionamento.

Cerchiamo di ragionare soprattutto noi, però...prstando ascolto, magari, a ciò che avviene oltre oceano.

Giorni fa, sembrava probabile che i tassisti di fede musulmana che prestano servizio all'Aeroporto Internazionale St. Paul di Minneapolis (MSP) avrebbero ottenuto una speciale dispensa per evitare di trasportare passeggeri in possesso di alcolici. La Metropolitan Airports Commission (MAC) aveva avanzato la proposta che i conducenti di taxi osservanti della legge islamica, avessero esibito un semaforo a due luci montato sul tettuccio dei loro autoveicoli, che avesse permesso loro di rimanere in coda, affinché i clienti in possesso di bottiglie di alcolici salissero a bordo di altri taxi. la storia è che alcuni tassisti musulmani che prestano servizio all'aeroporto, si erano rifiutati di trasportare passeggeri che recavano con sé alcolici; questa presa di posizione deriva dal divieto coranico, diceva Fuad Omar, un taxista, che gentilmente spiegava: << questa è la nostra religione. nella vita ultraterrena potremmo essere puniti se accettassimo di trasportare alcolici. si tratta di un precetto coranico. è sancito dal cielo >>. Un altro taxista, Muhamed Mursal, faceva eco alle sue parole: << nell'islam è vietato portare con sé alcolici >>. Cazzata nella cazzata, la MAC consultava in merito alla questione dei taxi la sezione del Minnesota della Muslim American Society, un'organizzazione che secondo il Chicago Tribune è dedita a trasformare gli Stati Uniti in un paese in cui viga la legge islamica. Ad esempio, la moglie di un ex leader della struttura aveva spiegato che l'obiettivo dell'organizzazione è quello di << indottrinare la gente all'Islam e far sì che vengano seguiti gli insegnamenti islamici, nella speranza di costituire uno Stato islamico >>. per spiegare la teoria del semaforo, la MAC soavemente affermava che << Il nostro obiettivo è solo quello di assicurare ai viaggiatori la fruizione dei servizi >>.
Il semaforo a due luci sarebbe entrato probabilmente in vigore alla fine del 2006; a patto, però, che nessuno si fosse fermato a considerare una cosa scontata ovvero, che proprio l'innocua natura della soluzione escogitata, rendeva la proposta stessa fortemente insidiosa, sbagliata, poiché l'intero sistema dei trasporti si sarebbe diviso tra osservanti islamici ed “infedeli”. è perché limitarsi all'alcool? in futuro il divieto avrebbe potuto riguardare le donne con braccia o capelli scoperti, omosessuali e coppie non sposate, uomini che indossano la kippah, come pure induisti, atei, baristi, croupier, astrologi, banchieri e venditori di caldarroste.

Fortunatamente la MAC si è ripresa e ha fatto marcia indietro sulla proposta: << È stata annullato il proposto Taxi Test Program che doveva applicarsi ai taxi in servizio all'Aeroporto Internazionale St. Paul di Minneapolis. Verranno prese in considerazione altre opzioni volte a migliorare il servizio dei taxi >>.
Hassan Mohamud, vicepresidente della MAS - Muslim American Society per il Minnesota, ha naturalmente espresso il suo disappunto in merito alla decisione: << Penso che non sia giusto. Oltre la metà dei tassisti sono musulmani e così non si tiene conto della sensibilità di quella comunità >>.
Ma altri musulmani hanno ricusato pubblicamente la faziosità dei fratelli tassisti. Mahmoud Ayoub, uno studioso islamico presso la Temple University, sottolinea che l'Islam bandisce l'uso di alcolici, e non il loro trasporto: << Conosco parecchi musulmani che sono proprietari di distributori di benzina, dove si vendono birra e sandwich al prosciutto >>.
La Free Muslims Coalition ha annunciato di essere << disgustata >> dal comportamento dei tassisti musulmani per due ragioni. Innanzitutto, << la maggior parte dei musulmani non è d'accordo sul fatto che ai tassisti sia vietato di trasportare alcolici. L'Islam si limita a proibire ai musulmani di bere alcolici e quei tassisti stanno cercando di imporre agli altri i loro valori religiosi >>. In secondo luogo, << quando i tassisti scelgono di fare questo mestiere accettano di fornire un servizio pubblico, che è essenziale all'economia di ogni città. Non hanno diritto di rifiutarsi di effettuare una corsa perché il passeggero ha con sé una bottiglia di vino o di liquore >>. Kamal Nawash, presidente della Free Muslim Coalition, ha aggiunto << questi tassisti pensano sostanzialmente di essere nei loro paesi d'origine dove si può imporre agli altri le loro convinzioni religiose >>.

che dire? Per il momento, dunque, i tassisti islamici che vivono negli usa e che rifiutano di effettuare una corsa per evitare di trasportare alcolici continueranno, come hanno sempre fatto, a perdere il loro turno nella colonna dei taxi in fila davanti all'aeroporto e devono tornare in fondo alla coda.
Ma la Free Muslims Coalition arguisce correttamente che questo non basta ed essa sostiene che ai tassisti islamici che operano delle discriminazioni nei confronti dei passeggeri che recano con sé bottiglie di alcolici << dovrebbe essere assolutamente vietato di fare servizio in aeroporto >>, e dovrebbero vedersi << revocate le loro licenze >>.

Cosa ne possiamo trarre noi, nel nostro piccolo? Il seguente concetto ovvero, che così come gli islamisti americani devono comprendere che negli Stati Uniti vige la Costituzione e non la Shari'a - e gli americani vigileranno con fermezza che continui ad essere così -, allo stesso modo devono comprenderlo i musulmani che vivono in italia, dove esiste oltremodo una costituzione ed abbondano le leggi.

Basta applicarle, non ne servono altre.

Oddio, ci vorrebbe pure qualche buon musulmano, accolito della free muslims coalition, con il quale non parlare necessariamente per decreto...

abbasso tutti i fondamentalismi, con o senza burka.

Ciao.

Io ero tzunami...

G.L. said...

"l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare".

Generalmente, quando dai un giudizio sui regimi integralisti del Medio-Oriente o quando ragioni sui movimenti islamisti affiliati alla galassia del terrore, concordo con te.
Il velo però non ha niente a che vedere con ciò. Proibire il burqa e il niqab è cosa buona e giusta, poiché tali indumenti cozzano paurosamente con le norme anti-terroriste vigenti in questo Paese. E' un dato pacifico, non dobbiamo rispolverare i cavilli giudiziari per documentarlo. Il tradizionale copricapo, invece, permette alle forze dell'ordine di distinguere i lineamenti del viso del soggetto (dunque non più pericoloso) e rappresenta un'emblema religioso che puoi condividere o meno, puoi indossare o meno, ma non puoi giudicare. L'emancipazione della donna nell'islam deve essere supportata dall'Occidente, non imposta con decreti imbarazzanti.
Procedendo di questo passo si serrano le file, si estremizza il dibattito, si alienano i soggetti costretti a scegliere fra la propria fede e una nuova identità occidentale. L'obiettivo, come tu ben sai, è l'integrazione, non lo scontro. Quindi né rassegnazione, né attacco frontale, bensì compromesso sulle norme vigenti. Procedendo sul modello francese, invece, si finisce col proibire i crocifissi al collo nelle aule scolastiche e giudiziarie. Quindi, un po' provocatoriamente, mi chiedo se “ce stai a provà?”

JimMomo said...

Ahh, la tua preoccupazione è il crocifisso...
;-))

Tranquillo, ha ormai una funzione quasi ornamentale, e comunque non è obbligatorio indossarlo, né tantomeno segna l'inferiorità del genere femminile.

Anonymous said...

il divieto di circolare col velo varrebbe anche per le suore?

alice said...

ma dai però crocefisso e suore. ma perchè non si può parlare semplicemente d'islam? (lo dico da atea)Alice

Anonymous said...

eh no, alice, se introduci un divieto deve valere per tutti: non lo puoi limitare alle cittadine di religione mussulmana (sarebbe una discriminazione religiosa contraria all’art. 3 Cost.).
Lo dico da ateo, allergico ai divieti.

mauro said...

Anch'io (cattolico liberale) ero perplesso sulla legge francese, ma come Jimmo comincio a ricredermi.

Mi pare che ci sia ancora molta confusione sull'argomento, se si confonde il velo delle suore con quello islamico.
Il primo è scelto liberamente come vocazione (una vocazione che storicamente ha "liberato" le donne dal ruolo millenario - e imposto dall'uomo - di moglie/madre).
Il secondo (oltre a non essere un simbolo religioso) è imposto in maniera più o meno esplicita.
Se non credete a me leggete cosa dice Souad Sbai, presidente dell'associazione donne marocchine in Italia.

"... L'imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell'uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. ...
Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un'insegna di potere, è uno strumento di controllo. ..."

E anche la situazione francese dimostra che la proibizione non ha acuito i contrasti, anzi:

"... Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. ...

Riassumendo: l'imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l'uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l'Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell'integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostr a purtroppo di non averlo ancora compreso.
"

Germanynews said...

Concordo per una volta.

Ma solo per ribadire che nell'Islam il concetto di PERSONA, introdotto con il cristianesimo, non esiste.

JimMomo said...

Mauro, per secoli farsi suora non è stato affatto una scelta personale. Adesso possiamo ragionevolmente ritenere che lo sia.

Anche nella nostra cultura i ruoli delle donne nella società erano precostituiti.

G.L. said...

Io mi preoccupo per la libertà di culto e per il rispetto dell'articolo 18 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Comunque grazie, terrò in considerazione le tue riflessioni sulla Croce. Si vede che sei laureato in teologia e che affronti i problemi con somma maturità.

antiEUropeo said...

Mah, io sono contrario ad imporre per legge la proibizione del velo.
Dovremmo allora estenderlo a tutto l'abbigliamento: il fatto che in occidente le donne portino un abbigliamento diverso da quello maschile, tipo la gonna, non è forse una forma di segregazione sessuale? Una società che "scopre" le donne come facciamo noi coi nostri calendari osè allegati a tutti i giornali, mi sembra in definitiva speculare ad una che le "copre".
Si imponga semplicemente, come è già adesso, almeno il viso scoperto: Il velo è un simbolo di sottomissione,facciamone una battagli culturale, non legislativa e lasciamo il resto alla scelta delle singole, e sosteniamo e difendiamo chi liberamente sceglie di non portarlo.

nullo said...

nel merito sbagli, ma sono proprio contento che tu, da radicale, abbia preso una posizione del genere!

ciao,
nullo

Bruno said...

In Francia, indossare il velo è vietato esclusivamente nelle scuole pubbliche e per gli impiegati pubblici durante le ore di lavoro. In questi limiti, la legge francese proibisce l’ostentazione di tutti i simboli religiosi (crocefisso compreso).
Molte studentesse mussulmane si tolgono il velo prima di entrare in classe e se lo rimettono quando escono; altre, invece, si sono iscritte alle scuole private dove possono indossarlo anche durante le ore di lezione.
Tutto qui.

In Italia, l’ eventuale proibizione generalizzata del velo (per chiunque e ovunque) in quanto simbolo di segregazione, sarebbe incostituzionale, oltre che un filino idiota.

JimMomo said...

Bene Bruno, non hai avuto l'attenzione di leggere ciò che ho scritto, e proposto, come posso dedicarti una risposta?

alice said...

ma non è un divieto religioso nel caso del velo islamico!!! stiamo confendendo è vero. per la donna islamica il velo è un atto di sottomissione a dio e al marito - per la suora è una scelta, criticabile quanto vuoi, ma una scelta. e per giunta, se un giorno decidesse di toglierlo nessuno la lapiderebbe. Alice

nullo said...

non avevo spiegato perchè sbagliavi nel merito. ecco:
http://nullo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1226445

Bruno said...

Federico, se vieti il velo a scuola in quanto simbolo religioso, va benissimo, ma allora togliamo anche il crocefisso dalle pareti.
Se, invece, vuoi vietare il velo come simbolo di segregazione, allora lo devi vietare ovunque, cosa che tu non proponi, perché non sei scemo, ma che motiva il plauso di alcuni idioti che leggono la tua proposta semplicemente in chiave anti-islamica.
In conclusione: condivido la proposta, non le motivazioni.

Anonymous said...

ripeto: il fondamentalismo alla rovescia nuoce alla nostra libertà.

inoltre, partendo da me stesso, mi sembra proprio che la galassia islamica sia sconosciuta ai più i quali non considerano l'evidenza ovvero, i fondamentalisti piano piano ci stanno emulando, a noi occidentali dico, per surrogarci infine.

mi spiego meglio...o almeno tenterò di farlo. dunque, se si osserva l'ordine creato dai fondamentalisti, risulta chiaro che essi si siano parecchio rifatti all'occidente; anche se a volte solo in apparenza e col solo scopo della surroga predetta.

prendiamo la struttura dei loro governi, per esempio l'iran, dove è stato istituito un governo solo apparentemente basato sui puri principi dell'islam sciita; apparentemente perché all'atto pratico, la repubblica islamica iraniana è stata fondata su una costituzione che rappresenta la "nazione" attraverso le decisioni prese da un parlamento, scelto grazie a delle elezioni popolari.

ebbene, forse nessuno vi ha fatto caso ma questi sono concetti ( più o meno ) occidentali, piegati alle ragioni panislamiche...ma all'occidentale. in verità, gli ircocervi concettuali abbondano e non a caso, sayyd qutb, uno dei più influenti pensatori ( fondamentalisti ), ha accettato perfino il concetto marxista di stadi storici; dovendolo piegare all'islam, ovviamente, agli stadi originari ne ha aggiunto uno islamico e così, partendo dal presupposto dell'affermazione marxista ( e successivamente comunista ), ha elaborato la teoria che seppur il comunismo fosse riuscito a soddisfare i bisogni materiali dell'uomo mai avrebbe soddisfatto quelli spirituali. giustappunto, dunque, copia e ricopia i concetti di stampo occidentale ( forse anche quello tipo...vai con chi è meglio di te e fagli le scarpe... ), il pio qutb ha arguito che << a questo stadio l'islam sarebbe l'unico candidato alla guida per l'umanità >>. ora, se da un lato mi dispiace che anche il sig. qutb sia rimasto abbagliato dall'inganno marxista-comunista, quel che è particolarmente interessante è il modo in cui egli accetta il concetto marxista ( assolutamente non-islamico ) della storia che si sviluppa per stadi; nemmeno togliatti arrivò a tale punto di acquisizione idealistica.

è chiaro, prtanto, col beneplacido del marxismo panislamista, che i musulmani fondamentalisti hanno introdotto a casa loro i più importanti occidentalismi della vita odierna; anche quelli riguardanti le donne. e così, se portare il velo in testa e separare le donne dagli uomini potrebbe sembrare arcaico ( in questo senso, tutti i fondamemtalisti sono uguali ), in realtà non è così; oggi, i fondamentalisti islamici, elaborano concetti affini al vecchio femminismo di tipo occidentale anzi, dirò di più, i fondamentalisti lo fanno più di qualunque punto di vista professato dall'islam...chiamiamolo tradizionalista se non "moderato". è vero, infatti, che i musulmani uomini, tradizionalisti o moderati che siano, di certo non sono fieri della libertà e dell'indipendenza delle loro donne; i fondamentalisti, al contrario, lo sono. ahmad al-banna, per esempio, figlio del fondatore dei fratelli musulmani d'egitto, adotta una visione femminista che lo induce a dare una nuova interpretazione della storia musulmana, conformemente ai criteri occidentali: << è da quindici secoli che le donne musulmane sono libere e indipendenti, non come quelle occidentali, così dipendenti dai loro mariti nelle questioni importanti >>. sì, avete letto bene...è vero, dunque, che se per secoli, il velo femminile è servito allo scopo principale di aiutare la donna a difendere la propria virtù, oggi, quello stesso velo, soddisfa l'obiettivo femminista di facilitare la carriera.

tornando all'esempio iran accennato in apertura, detta repubblica ha il miglior primato femminista del medio oriente e le autorità islamiche lo attribuiscono al numero di donne presenti nell'istruzione superiore. ed infatti, in iran, le donne che studiano sono moltissime ed anche una delle nipoti di khomeini ha frequentato la facoltà di legge a tehran e si è poi trasferita a londra con suo marito, uno specializzando in cardiochirurgia; un'altra organizza manifestazioni sportive per donne.

già khatami dichiarava con orgoglio che << sotto la repubblica islamica, le donne hanno ottenuto i pieni diritti a partecipare alle attività sociali, culturali e politiche >>; questo potrebbe essere vero tant'é che << le donne musulmane che indossano abiti islamici ( scrive un analista occidentale ) sono in genere colte e spesso si trovano nelle più prestigiose facoltà universitarie di medicina, ingegneria e in quelle a carattere scientifico; i loro abiti stanno ad indicare che, pur se esse si dedicano agli studi e a una carriera nel settore pubblico, sono delle donne pie e virtuose. laddove le altre donne vengono di frequente molestate in pubblico, esse vengono rispettate e anche temute. dalla fine degli anni ´80, l'abito islamico è divenuto la norma per le donne delle classi medie che non desiderano farsi compromettere la reputazione dalle attività pubbliche. le boutiques offrono abiti in stile parigino che seguono i criteri di modestia islamica >>.

in merito a ciò, come sugello, samira isma'ili, una donna di sharjah, afferma: << l'anonimato mi rende libera >>.

conclusioni? questa ovvero, in linea di massima, gli estremisti islamici tendono a conoscere bene l'occidente, più di quanto noi conosciamo loro; dell'occidente hanno imparato le lingue, studiato le culture...qualcuno vi ha vissuto e lo fa ancora. uno sproporzionato numero di essi ( come i capi delle organizzazioni islamiste turca e giordana ) sono ingegneri; come dimenticare, poi, che dalla sua cella della prigione, la mente dell'attentato alle torri gemelle, in una dichiarazione fece addirittura riferimento, con una punta di sarcasmo e presunzione, alle leggi della fisica di newton???

sembra un paradosso ma non lo è; piuttosto mi preme mettere in rilievo un'importante e sconosciuta realtà: tanto gli islamisti fondamentalisti odiano l'occidente, quanto sono profondamente legati ad esso.

non sono propriamente dei bifolchi o schiave che vivono in aperta campagna ma delle persone evolute, spesso laureati e laureate. a questo stato di cose, con l'aggiunta della nostra atavica ignoranza, pedissequa sovviene la conseguenza che per quanto nutra delle idee reazionarie, l'islamismo fondamentalista adotta idee e istituzioni che non sono solamente moderne ma anche propriamente occidentali.

a parte la loro volontà di surrogarci, è chiaro che l'ibrido che ne risulta è più tenace di quanto si possa pensare; se poi ci tiriamo in ballo pure noi, con la nostra ignoranza e con la volontà di regolamentare per decreto ciò che è divenuto un flagello ( incompreso ) di portata pressoché mondiale...stiamo alla frutta. secca.

ciao.


io ero tzunami...

Hermes said...

un divieto totale lo vedo di difficile applicazione: tra suore, indù, ortodossi e vecchiette che vanno in chiesa, e berretti vari sarebbe un caos.
Basterebbe affermare con forza la legge che c'è già, cioè che non ci si può coprire il viso: una nuova, ennesima legge sarebbe la classica risposta all'italiana (legiferiamo poi non controlliamo). Proviamo con una risposta "anglosassone" per una volta: facciamo rispettare la legge che c'è già.

periclitor said...

bruno l'italia è cristiana è al 90%cattolica?abbiamo roma il papa etcetc???bene allora il crocifisso non vedo il perchè non ci debba stare nelle scuole tanto più che come dice giustamente federico è diventato un oggetto decorativo + che un simbolo religioso per le nuove generazioni.e poi prova ad andare in una scuola che ne so in pakistan e digli che devono togliere i loro simboli perchè offendono te che sei cristiano.poi se riesci mi racconti cosa succede!!!demagogia???forse
realtà???sicuramente!!!

JimMomo said...

Intanto, Bruno ha dato degli "idioti" ad alcuni e quindi lo invito a usare un linguaggio più rispettoso.

Poi, sono io che in alcuni vedo più preoccupazione per i simboli cattolici che volontà di ragionare sulla questione velo.

Molti, inoltre, dovrebbero leggersi tutto l'articolo, oltre che il post, perché là spiego meglio come il velo sia un simbolo di segregazione e non religioso e perché nessuna legge italiana ad oggi vieta di portare persino il burqa.

Astrolabio said...

Non capisco perchè ti definisci ancora liberale, 'sta roba mi sembra molto peggio del manifesto per l'occidente, sostituisci il termine liberale con il termina progressista o illuminista, visto che ti piace tanto, quello che hai scritto non ha niente di liberale, ni-e-n-te.

Cambiando le parole si otterrebbe un bel post contro le droghe (la droga che non è un fatto ludico o culturale, ma sintomo della schiavitù dei drogati a una cultura edonista e ai loro pusher, e sopratutto nel secondo caso sarebbe più vero di ciò che riguarda il velo)

nullo, che è molto più liberale di te non si vergogna a dirlo, tranquillo, se è una battaglia femminista, progressista, laicista lui la appoggia senza problemi di doverla giustificare con improbabili istanze liberali ed è contento così.

Astrolabio said...

ah, dimenticavo, e non definirti neanche relativista ovviamente, mi sembra palese che questo post è tutto meno che relativista. Relativismo etico in particolare.

Libertyfirst said...

La mia prima impressione sulla tua proposta è pessima. Cercherò di leggere con più attenzione l'articolo. Al momento concordo con Astrolabio.

Libertyfirst said...

Una lettura più attenta ha confermato la mia pessima impressione.

Se un islamico costringe un'islamica a usare il burqa, il problema non è il burqa, ma la coercizione dell'islamico sull'islamica.

L'incapacità di effettuare una distinzione tanto ovvia ha una conseguenza illiberale: alla coercizione dell'islamico sull'islamica, si aggiunge la coercizione dello stato su tutte le donne islamiche che vorrebbero vestirsi col burqa.

Il problema non è il velo. Il problema è se una donna islamica è libera o meno dalla coercizione quando si veste.

Non c'è nessuna differenza tra la coercizione usata per imporre il velo e la coercizione usata per vietarlo.

La differenza tra la tua proposta e quella di un integralista islamico è solo di scala: la tua implica infatti l'uso della coercizione su tutto il territorio nazionale e con tutta la forza pubblica, per imporre un vestiario con il tuo Imprimatur.

Fin quando non capirò come è possibile che debba ribadire queste ovvietà anche ad un liberale, avrò il dubbio (se non la quasi-certezza) che l'anticlericalismo politico non abbia nulla a che fare con il liberalismo, e ne sia anzi uno dei nemici, al pari del clericalismo politico.

In poche parole, la tua proposta è talebana. Ma il problema peggiore è che implica una confusione concettuali su cosa il liberalismo dovrebbe essere: una dottrina che difende gli individui dall'uso della coercizione, reputandola legittima solo per difendere i diritti individuali.

Libertyfirst said...

Mi sono divertito a modificare alcune righe di questo post per mettere in luce meglio alcune cose che non mi piacciono. Spero che il risultato sia divertente!

Libertyfirst said...

http://2909.splinder.com/post/9819928/

Anonymous said...

Si deve scegliere tra il formalismo puro di LB che chiede l'impossibile (la capacità di distinguere caso per caso in base a denunce concrete, in un ambiente comunitario chiuso) e un atto se vogliamo rozzo ma di natura preventiva : un giudizio generale di sfavore dell'ordinamento giuridico - privo di sanzione penale - per un segno di dscriminazione e subordinazione che secondo una presunzione legale assoluta viene giudicato come imposto: sacrificando la libertà residuale di alcune si promuove la indipendenza di molte, un minimo di costruttivismo e di utilitarismo a volte in situazioni di emergenza culturale è dolorosamente necessario. Il problema della suddetta prospettiva formalistica è che se portata alle estreme conseguenze autorizzerebbe l'infibulazione alla maggiore età in caso di consenso della vittima , per esempio. Se una persona si autolimita per aver ricevuto un'educazione che la porta a definirsi un essere inferiore siamo fuori dal concetto di libera disposizione del proprio corpo del libertarismo occidentale che comunque presuppone una considerazione di sè come essere formalemente eguale che sceglie sovranamente di fare di sè ciò che vuole in base a motivazioni diverse
(eutanasia droga etc.)

http://retoricaelogica.blogspot.com/2006/11/affinit-e-divergenze-tra-i-libertarians.html

Abdel Nur said...

Leggo il tuo articolo a molti mesi di distanza dalla sua pubblicazione. Mi pare riveli un pregiudizio profondo e poco informato. Se volessi discutere meglio della questione, mi farebbe molto piacere.
Pace su di te.