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Saturday, October 21, 2006

Chi ha ucciso la Rosa nel Pugno?

Una rosaLe molte cause, e inadeguatezze, che hanno concorso al suo fallimento

«La morte della Rosa». E' la lapidaria sentenza emessa ieri, in un suo intervento su il Riformista, da Biagio de Giovanni: «Il progetto della Rosa nel Pugno è fallito». Ora non resta che chiedersi il perché. De Giovanni ricorre a due spiegazioni, connesse tra di loro: una di sistema, ha a che fare con la cultura politica dominante in Italia e la sua struttura socio-politica; l'altra, connaturata nell'esperienza della Rosa. I Ds, dall'inizio, hanno lavorato per romperla, per ricondurre lo Sdi nel campo profughi del socialismo allestito ad hoc e per togliersi dai piedi i radicali, che pure furono determinanti per la vittoria elettorale.

1. Certo, «alcune difficoltà, di natura perfino "antropologica"», si sono manifestate, ma per de Giovanni «il punto vero è un altro: è che il liberal socialismo non passa, nel senso comune di massa della nostra società, nella sua cultura politica, nelle adesioni elettorali». Né nel centro sinistra, né nel centro destra («a parte le anomalie profonde del berlusconismo, ma è stato l'unico, confuso e contraddittorio tentativo di affermare un liberalismo di massa, dominato però dagli interessi del leader»).

La tesi di de Giovanni è ancor più drastica, sistemica, ma purtroppo condivisibile: «È la società italiana nel suo insieme che rigetta, starei per dire per sua costituzione storica, che idee liberali, da istanza di liberazione di alcune forme di vita, si facciano per davvero politica, e si diano una forma». I motivi vanno rinvenuti «nella rappresentazione che il compromesso cattolico comunista ha consegnato alla storia italiana», «nella forza opaca di corporazioni che hanno consolidato nei decenni irriducibili posizioni di egemonia e di consenso in zone "parziali" della società», «in una interpretazione dello Stato sociale che ha condotto alla degenerazione di assetti significativi dello Stato di diritto e dei connessi principi individualisti e liberali». Volendo approfondire, si dovrebbe risalire ancora più indietro, «alle prime "letture" dello Stato social corporativo degli anni venti».

Quella di de Giovanni è un'efficace rappresentazione, strutturale, del regime vigente in Italia, ne individua i pilastri, al cui confronto i pochi minuti di apparizione televisiva non sono che briciole, sarebbe assurdo (o forse strumentale?) pensare il contrario. L'assetto oligarchico, familistico e corporativo del potere in Italia, non certo monolitico (ma forse proprio per questo), tollera qualche apparizione, e persino qualche successo, di alternativa liberale, ma ne impedisce il consolidamento politico, culturale, e men che meno elettorale. Bisognerebbe avere la forza di colpire nodi nevralgici come la spesa pubblica.

2. De Giovanni vede buio il prossimo futuro: il partito democratico, che chiama «partito unico», «peggiorerà le cose, collocandosi evidentemente nell'alveo descritto». Il professore non ha «mai condiviso la tesi di Michele Salvati, per il quale il seme di una proposta liberale, non negatrice della necessaria solidarietà sociale, fosse già tutto interno al progetto del nuovo partito». Pensa «proprio il contrario», che quel seme liberale è ancora fuori, e non già all'interno, del costituendo partito, e che «quell'ipotesi è destinata, da questo punto di vista, al "lasciate ogni speranza voi che entrate"».

La sua è una visione razionalmente pessimista: «Il seme del liberalismo si è spento... nel grande compromesso che ha dominato la vita italiana e che forse continuerà a dominarla», quello fra le "due Chiese", cattolica e comunista, mentre i «timidi tentativi dall'esterno» falliscono. Così è fallito anche il tentativo della Rosa nel Pugno.

Complimenti a «chi ha condotto l'operazione, un po' meno per chi la ha subita». D'Alema, i Ds, Prodi, fin dall'inizio hanno cercato di sabotare il progetto della Rosa facendo leva sui socialisti dello Sdi, che hanno subìto, per paura che la loro cooperativa non fosse più ammessa. E' in questa frase la cornice interpretativa che de Giovanni dà al fallimento della Rosa nel Pugno.
«Come la Rosa si poteva salvare in questo quadro? Solo una convinzione profonda e unitaria del suo gruppo dirigente poteva fare ciò, creare una zona di resistenza attiva, un lavoro continuo e intelligente, minuto e generale insieme. Non è stato così. L'occasione è perduta. La politica ha i suoi tempi e le sue occasioni che non tornano».
«Non è stato così», dunque, il gruppo dirigente non è stato lungimirante ed è difficile, quando de Giovanni rintraccia la causa della sconfitta nella «terribile preoccupazione di alcuni di restar fuori dagli assetti di potere in formazione», non pensare ai vertici e ai dirigenti locali dello Sdi, bloccati dalla paura del nuovo possibile. Manca la «fiducia che, lavorando pazientemente, le cose possano mutare, anche questo un segno dei tempi».

Adesso, prevede con amarezza de Giovanni, tutti coloro che temevano di «restar fuori dagli assetti di potere in formazione», «reduci di altre esperienze», affolleranno «l'anticamera del partito democratico», «non con il cappello in mano», si spera, ma è probabile di sì. Una via che lo stesso de Giovanni, tempo fa, aveva definito suicida, perché i socialisti o trovano lo spazio per riproporre se stessi in autonomia, o spariscono.

Alla Rosa nel Pugno «sono mancate le grandi iniziative politiche sui temi, in tutti i campi: siamo esistiti come dichiarazione e non come iniziativa politica», ha commentato Alberto Benzoni intervistato da Radio Radicale. Di chi è la la colpa? A Boselli, premette Benzoni, va riconosciuto un «grande atto di coraggio: ha preso in mano un partito che aspirava a vivacchiare e ha provato a farlo rialzare». Il «punto debole» non sta nella «diversità di culture ed esperienze, che possono dar luogo a sintesi migliori», ma nel fatto che «nello Sdi la battaglia non è stata ancora iniziata tra una forte componente che questo progetto non l'ha mai voluto, l'ha subito e non intende portarlo avanti, e un'altra componente che ci crede».

La battaglia decisiva per la sopravvivenza della Rosa si doveva giocare all'interno dello Sdi, ma non è mai davvero iniziata. Ed è qui che i radicali, soprattutto Pannella, hanno sbagliato e ancora sbagliano. Avrebbero dovuto provocare, non ritardare, la spaccatura, costringere i vertici dello Sdi a prendere una decisione definitiva tra il puntare sulla Rosa come scelta strategica, rischiando di perdere pezzi del partito, quindi tessere e clientele, soprattutto a livello locale, e il tenere il piede in due staffe, pronti a saltare sul carro del partito democratico portando in dote lo scalpo della Rosa.

Senza un vero scontro pare che la strada scelta sia stata la seconda. Non è mai stato chiaro se i vertici dello Sdi non avessero il coraggio e la forza di liberarsi di queste zavorre, oppure se condividessero la tattica del piede in due staffe e l'idea della Rosa come taxi verso il partito democratico. Fatto sta che il problema di fondo, dicevamo anche questa estate, era sciogliere questa ambiguità dello Sdi, che ha reso la Rosa fragile in un quadro politico, che ha ben descritto de Giovanni, già difficile. Un soggetto percepito come sempre in bilico tra la vita e la morte, che ha richiamato su di sé le attenzioni degli avvoltoi interessati al suo disfacimento (Ds e Prodi, ma per vari motivi tutto il resto dell'Unione).

Mantenendo fino all'ultimo, fino a settembre, un atteggiamento accomodante, evitando persino di rivelare i molti episodi di slealtà e scorrettezza da parte dello Sdi da subito dopo le elezioni politiche, accettando come dato scontato una sciagurata partecipazione alle amministrative, smussando le differenze politiche, rinviando ogni confronto sulle basi ideali, culturali e programmatiche del nuovo soggetto, i radicali non hanno fatto altro che ritardare la resa dei conti all'interno dello Sdi, protrarre l'ambiguità e far sì che Boselli venisse definitivamente riassorbito dal torpore del suo partito e che andassero a buon fine le initimidazioni dalemiane e le sirene prodiane.

Adesso, se lo Sdi è un corpo morto, allora non ha senso questo accanimento terapeutico. Fermo restando il "no" sulla partecipazione alle amministrative, se la vedano loro: o ingoiano, o mollano, in ogni caso presentandosi come Sdi. Se ancora qualche speranza c'è che Boselli rilanci sulla Rosa nel Pugno, il miglior modo per aiutarlo è costringerlo a scegliere una volta per tutte tra la Rosa e le zavorre del suo partito. E' comunque controproducente stare ancora ad inseguire lo Sdi a colpi di "lodo Spadaccia", sprecando tempo ed energie che soprattutto Pannella potrebbe impiegare su iniziative politiche ben più importanti.

5 comments:

remember said...

I Radicali, invece, nessuna colpa, nevvero?
Nulla di cui pentirsi, nevvero?
Eppure c'era chi ve l'aveva detto e ridetto fin daql primissimo istante che quella dell'alleanza con i poltronari dello Sdi sarebbe stata un'avventura eutanasica.
E non è per il gusto del telavevodettismo... ma perchè dopo un congresso bulgaro come il 4° di RI, senza possibilità di dibattito congressuale, con l'approvazione della linea politica a congresso appena iniziato...
che altro dire...
non resta all'attuale gruppetto dirigente (oligarchico è troppo, spocchioso è più adatto) che votare, fingendo di tapparsi il naso, la fiducia a Prodi per continuare a galleggiare tra ministeri taciturni ed allineati in politica estera, presidenze di commissioni usate per ritagliarsi uno sgabello nelle "larghe intese" del dopoProdi, ed assicurarsi la pensione profumata da parlamentari...

speriamo soltanto che si vada presto al voto e non ci sia spazio per altri giochetti coi democristiani ed i centristi in genere.
non ho proprio idea della percentuale di voti che i radicali riuscirebbero a conservare dopo una realizzazione del genere...

periclitor said...

ma forse ha contribuito un anima non "di sinistra" dei radicali contrapposta all'anima "Sinistra" boselliana.

Peppo said...

A ridaje con questo vezzo di dare la colpa allo Sdi.... come se i pannelliani avessero mai fatto un'alleanza duratura con qualcuno.

Biagio de Giovanni, come al solito, ha scritto una sacrosanta verità ma ha omesso di considerare, nella sua analisi, se RI e SDI, aldilà della presunta diversità antropologica, fossero 'forze' idonee a costruire il progetto considerato che, come lui scrive : < il liberal socialismo non passa, nel senso comune di massa della nostra società, nella sua cultura politica, nelle adesioni elettorali».

Se il problema sta qua (e ci sta) e se il partito democratico ""peggiorerà le cose"", allora la soluzione - a mio avviso - non è alcuna resa dei conti da fare nello Sdi.
Lo Sdi deve rompere con i radicali e basta.
Deve poi lavorare - molto sodo - per l'unificazione delle forze socialiste. Ne deve essere il motore.
Unificazione che oggi può avvenire su basi riformiste, liberali, laiche.
C'è da lanciare un appello a quanti oggi militano e votano a destra e sinistra, ma che, fondamentalmente sono gli eredi dell'esperienza riformista craxiana.

Da questa forza si può ripartire e riparlare di Rose o di Garofani.
Con i radicali? Non è mica obbligatorio.

Saluti.

JimMomo said...

Appunto, quelli come te, che non sono d'accordo a fare la Rosa con i radicali (ma vogliono l'unità socialista), dovrebbero finalmente sapere se nel loro partito prevale la loro linea o qualche altra.

Decidetevi, insomma, dico solo questo, e ognuno per la sua strada.

Anonymous said...

Stessi concetti, quelli di De Giovanni, già espressi da Camillo e da tantissimi altri che si son tolti le fette di prosciutto pannelliane dagli occhi e dal cuore.
"...Se il centrodestra fosse quello che Taradash, Della Vedova e Calderisi vorrebbero, io sarei di centrodestra. Auguri, però. Auguri estesi anche alla controparte liberale e riformista dell'Unione. Sono pochini sia di qua, sia di là. Dominano, sia di qua sia di là, democristiani, ex post neo comunisti, ex e post fascisti. E' questo il problema...." Camillo, 15.10.2006