Anche su L'Opinione
Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.
E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.
Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.
Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.
Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.
Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.
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Friday, October 04, 2013
Wednesday, September 04, 2013
In gioco il diritto alla guerra "giusta"
Anche su L'OpinioneE' stato l'agire incerto e maldestro di Obama, privo di un'idea precisa sul ruolo da giocare in Medio Oriente fin dall'inizio di questa delicata fase di transizione, ad esporre gli Stati Uniti al rischio di un clamoroso smacco politico e diplomatico nella crisi siriana. Ma paradossalmente, proprio quando è apparso chiaro che in gioco non c'erano più solo la sua faccia e l'intervento in Siria, bensì la credibilità degli Stati Uniti stessi, la loro capacità di deterrenza, Obama è riuscito ad uscire dall'angolo in cui si era infilato. Chiamando in causa il Congresso, con una mossa azzardata ma a quel punto obbligata, ha reso ancor più evidente la posta in gioco e i leader repubblicani non hanno potuto far altro che venire in soccorso del presidente, se non altro per amor di patria. Sulle questioni di sicurezza e di prestigio nazionale l'America si conferma unita. L'accordo raggiunto al Senato per una risoluzione bipartisan sull'intervento consente a Obama di presentarsi con maggiore forza di fronte al G20, e di fatto riapre uno spiraglio diplomatico per tentare di costruire una qualche forma di consenso internazionale sulla necessità di sanzionare con le bombe il regime siriano.
Anche il presidente russo Putin non ha potuto escludere l'approvazione di una risoluzione Onu sulla Siria, nel caso venissero mostrate prove "inconfutabili" dell'uso di armi chimiche da parte di Assad. Ma ovviamente la sua è un'apertura destinata a restare puramente teorica, persino se fosse il dittatore siriano in persona ad ammetterlo.
La posizione di Obama quindi resta molto critica. Anche perché le incertezze e i segni di debolezza mostrati fino ad oggi, così come l'ignavia dell'Europa, non l'aiuteranno a convincere Russia e Cina, che anzi già pregustano lo smacco, e l'ulteriore indebolimento di Washington. E John McCain nel frattempo si è dissociato dall'intesa bipartisan, annunciando che voterà contro la bozza preparata al Senato, la cui approvazione quindi è tutt'altro che scontata. L'anziano senatore, e fiero avversario di Obama nella campagna del 2008, ritiene tempi e modalità dell'intervento inefficaci a provocare un cambio di regime a Damasco, obiettivo che invece sosterrebbe.
In effetti, oltre ad essere tardivo e preparato in modo approssimativo a livello diplomatico, dell'intervento delineato dalla Casa Bianca è davvero difficile scorgere logica e obiettivi politici, il disegno di lungo termine. Somiglia più ad un fallo di frustrazione dell'amministrazione Obama per coprire l'ennesimo fallimento della sua non-strategia, il cosiddetto "leading from behind". Anche in caso di caduta di Assad, Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nella gestione post-conflitto, come già in Egitto e Libia. Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, l'intervento dovrebbe puntare almeno all'uccisione di Assad, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato. Ma non affronta le sfide, fa "spin doctoring".
Bisogna tuttavia considerare che per quanto privo di un piano e di una visione strategica, a questo punto, dopo le parole del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon («l'uso della forza è legale solo se autorizzato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu») e quelle di Papa Francesco (a proposito, perché solo ora preghiere e digiuni, dopo due anni di guerra, massacri e innocenti gasati in Siria?), l'intervento avrebbe anche il valore politico non trascurabile di riaffermare che si può – e in alcuni casi si deve – agire anche unilateralmente, senza subire veti da Russia, Cina e Iran, né il ricatto morale del pacifismo ipocrita. Di riaffermare il diritto/dovere alla guerra "giusta", oggi contestato fin nel suo principio umanitario.
Mentre Obama pretende di presentare il suo "case for war" in Siria in modo molto diverso dal caso iracheno («io ero contrario alla guerra in Iraq e non voglio certo ripeterne gli errori»), non stupisce che i suoi argomenti siano così simili a quelli usati proprio da George W. Bush dieci anni fa, a cominciare dal possesso e l'uso delle famose armi di distruzione di massa. Obama esprime rispetto per il ruolo dell'Onu e degli ispettori, ma ribadisce di fidarsi delle informazioni raccolte e si riserva il diritto di agire anche da solo nell'interesse e per la sicurezza degli Stati Uniti. Mette in guardia, poi, dai costi del non agire: «La nostra sicurezza di lungo periodo è minacciata dall'ignorare situazioni come quella siriana». Ricorda che tutte le vie diplomatiche sono state esplorate e che, alla fine, contro i "bulli" servono azioni decise. «Possiamo cercare una nuova risoluzione Onu, ma non sempre il Consiglio potrà agire, e agire si deve – osserva – è in gioco la credibilità della comunità internazionale». «Amiamo la pace, ma bisogna fare i conti con un mondo pieno di violenza e a volte anche di male, e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità».
Un déjà vu, insomma. Davanti agli stessi dilemmi – il possesso e l'uso di armi di distruzione di massa da parte dei dittatori; la paralisi del Consiglio di Sicurezza Onu, sotto il ricatto dei veti di Russia e Cina; il pantano mediorientale; la necessità di tutelare la credibilità e il potere di deterrenza, oltre che la sicurezza, degli Usa – ecco che nelle parole di Obama si avverte l'eco dell'odiato Bush.
Wednesday, August 28, 2013
Qualche missile per coprire i suoi fallimenti
Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie
Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.
Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.
Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".
Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?
Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?
Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.
Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.
Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.
Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.
Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".
Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?
Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?
Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.
Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.
Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.
Tuesday, July 31, 2012
Ori cinesi, non c'è da fidarsi
Prendetevi l'oro, ma non pensate di darcela a bere. Ye Shiwen, una ragazzina cinese di soli 16 anni, 172cm di altezza per 64kg, ha polverizzato il record mondiale dei 400 metri misti nuotando, nell'ultima vasca, più veloce di Lochte e Phelps. No, non ci crede nessuno. Di 4 minuti, 28 secondi e 43 decimi il suo tempo, inferiore di ben 1 secondo al record precedente stabilito a Pechino nel 2008. Ed è stupefacente che in un solo anno di "allenamenti" la nuotatrice cinese abbia migliorato la sua performance ai mondiali di Shangai dello scorso luglio di ben 7 secondi. Ma sono in particolare i suoi ultimi 50 metri di gara a insospettire. Dopo una serie di vasche a tempi eccezionali, ma comunque da finale olimpica, nell'ultima a stile libero è come se avesse acceso il turbo: 28" e 93, più veloce di 17 decimi rispetto all'ultima frazione di Ryan Lochte, oro nei 400 misti maschili con il secondo miglior tempo della storia, e di 8 decimi rispetto a Phelps.
Non so grazie a quale diavoleria, e i test antidoping potrebbero fallire nel rintracciarla, ma con il controllo totale esercitato dallo Stato sulla vita degli atleti in Cina, fin dalla tenerissima età, ci può stare di tutto: dal doping alla manipolazione genetica. E i laboratori cinesi sono tecnologicamente in grado di sfornare sostanze innovative, "invisibili", capaci di farsi beffa dei più scrupolosi controlli.
Insomma, c'è da sperare che Ye Shiwen abbia per difetto genetico mani e piedi palmati, sarebbe di gran lunga l'ipotesi migliore per lei. Tra l'altro, non c'è solo il suo caso. Anche in altre discipline i distacchi tra gli ori cinesi e gli atleti di tutte le altre nazioni sono un po' troppo spesso impressionanti, ma ormai ci siamo così "assuefatti" che non destano il minimo sospetto: i cinesi sono su un altro pianeta, si gareggia per l'argento.
Certo, la Cina è un continente, ha una popolazione di 1,5 miliardi di persone, quindi un bacino enorme a cui attingere per trovare fenomeni della natura e trasformarli in campioni straordinari. Ma la Cina, come altri sistemi totalitari in passato, ha anche una lunga storia di doping: 40 casi in 20 anni. E recentissima, soprattutto nel nuoto: 12 medaglie su 16 ai mondiali del 1994, ma l'anno dopo, ai giochi asiatici del 1995, 7 nuotatori cinesi risultano dopati, la squadra è decimata e ad Atlanta '96 arriva solo una medaglia d'oro. Ancora nel 2009 5 casi positivi e lo scorso marzo positiva anche la nuotatrice sedicenne Li Zhesi.
Ci sono i precedenti inquietanti della Ddr e dell'Urss, a cui per decenni è stato consentito di ingannare il mondo nonostante il trucco fosse sotto gli occhi di tutti, senza bisogno di chissà quali test. Molte atlete hanno avuto la vita segnata dalle tempeste ormonali a cui sono state sottoposte. Il sistema politico cinese è del tutto simile: vive di propaganda nazionalista, è totalmente privo di trasparenza in ogni ambito e calpesta i diritti umani elementari.
Nei Paesi occidentali non mancano casi di doping, anche clamorosi, ma lo sport si pratica spontaneamente, su iniziativa privata e individuale, può essere più o meno incentivato dalle autorità pubbliche ma è parte integrante del nostro stile di vita. E infatti ogni nazione ha i suoi sport di "eccellenza". Al contrario, in Cina l'eccellenza sportiva viene pianificata dallo Stato, migliaia di bambini vengono prelevati dalle loro famiglie, con la scusa di strapparli alla miseria, e inseriti nei programmi statali per farne un esercito di atleti. Sarebbe forse meno scandoloso del doping se, come purtroppo viene denunciato, i giovani campioni cinesi fossero il frutto di pratiche di allenamento massacranti, più simili alla tortura e allo sfruttamento di minori?
Non so grazie a quale diavoleria, e i test antidoping potrebbero fallire nel rintracciarla, ma con il controllo totale esercitato dallo Stato sulla vita degli atleti in Cina, fin dalla tenerissima età, ci può stare di tutto: dal doping alla manipolazione genetica. E i laboratori cinesi sono tecnologicamente in grado di sfornare sostanze innovative, "invisibili", capaci di farsi beffa dei più scrupolosi controlli.
Insomma, c'è da sperare che Ye Shiwen abbia per difetto genetico mani e piedi palmati, sarebbe di gran lunga l'ipotesi migliore per lei. Tra l'altro, non c'è solo il suo caso. Anche in altre discipline i distacchi tra gli ori cinesi e gli atleti di tutte le altre nazioni sono un po' troppo spesso impressionanti, ma ormai ci siamo così "assuefatti" che non destano il minimo sospetto: i cinesi sono su un altro pianeta, si gareggia per l'argento.
Certo, la Cina è un continente, ha una popolazione di 1,5 miliardi di persone, quindi un bacino enorme a cui attingere per trovare fenomeni della natura e trasformarli in campioni straordinari. Ma la Cina, come altri sistemi totalitari in passato, ha anche una lunga storia di doping: 40 casi in 20 anni. E recentissima, soprattutto nel nuoto: 12 medaglie su 16 ai mondiali del 1994, ma l'anno dopo, ai giochi asiatici del 1995, 7 nuotatori cinesi risultano dopati, la squadra è decimata e ad Atlanta '96 arriva solo una medaglia d'oro. Ancora nel 2009 5 casi positivi e lo scorso marzo positiva anche la nuotatrice sedicenne Li Zhesi.
Ci sono i precedenti inquietanti della Ddr e dell'Urss, a cui per decenni è stato consentito di ingannare il mondo nonostante il trucco fosse sotto gli occhi di tutti, senza bisogno di chissà quali test. Molte atlete hanno avuto la vita segnata dalle tempeste ormonali a cui sono state sottoposte. Il sistema politico cinese è del tutto simile: vive di propaganda nazionalista, è totalmente privo di trasparenza in ogni ambito e calpesta i diritti umani elementari.
Nei Paesi occidentali non mancano casi di doping, anche clamorosi, ma lo sport si pratica spontaneamente, su iniziativa privata e individuale, può essere più o meno incentivato dalle autorità pubbliche ma è parte integrante del nostro stile di vita. E infatti ogni nazione ha i suoi sport di "eccellenza". Al contrario, in Cina l'eccellenza sportiva viene pianificata dallo Stato, migliaia di bambini vengono prelevati dalle loro famiglie, con la scusa di strapparli alla miseria, e inseriti nei programmi statali per farne un esercito di atleti. Sarebbe forse meno scandoloso del doping se, come purtroppo viene denunciato, i giovani campioni cinesi fossero il frutto di pratiche di allenamento massacranti, più simili alla tortura e allo sfruttamento di minori?
Tuesday, May 29, 2012
Come Srebrenica, Onu di nuovo complice di un massacro
Anche sul Wall Street Journal il paragone Hula-Srebrenica e un duro atto d'accusa nei confronti dell'Onu e dell'amministrazione Obama (qui il mio post di ieri): la «Srebrenica siriana» e «l'Onu di nuovo complice di un massacro».
La condanna del Consiglio di Sicurezza è «incompleta», esordisce il quotidiano Usa: «Avrebbe dovuto includere il Consiglio stesso, per aver fornito la copertura diplomatica che ha permesso al governo Assad di continuare le sue uccisioni». Sotto accusa anche Annan, che «come ex segretario generale Onu è perfettamente allenato nel compiacere i dittatori. La sua tregua - continua il WSJ - è servita solo a far guadagnare tempo al regime di Assad per reprimere i rifugi ribelli a Homs e perpetrare il massacro di Houla».
«L'Onu è complice del massacro di Houla quanto lo fu quando i suoi caschi blu olandesi assistettero e non fecero niente mentre i serbi massacravano migliaia di bosniaci a Srebrenica nel 1995».
Ma il WSJ non assolve nemmeno l'amministrazione Obama, che ha dato via libera al piano Annan «per non dover organizzare una coalizione di volenterosi per intervenire in Siria al di fuori del mandato Onu». Almeno in Libia - conclude - alla fine Obama led from behind. In Siria, invece, sta semplicemente following from behind l'Onu che «è diventata complice di Assad».
La condanna del Consiglio di Sicurezza è «incompleta», esordisce il quotidiano Usa: «Avrebbe dovuto includere il Consiglio stesso, per aver fornito la copertura diplomatica che ha permesso al governo Assad di continuare le sue uccisioni». Sotto accusa anche Annan, che «come ex segretario generale Onu è perfettamente allenato nel compiacere i dittatori. La sua tregua - continua il WSJ - è servita solo a far guadagnare tempo al regime di Assad per reprimere i rifugi ribelli a Homs e perpetrare il massacro di Houla».
«L'Onu è complice del massacro di Houla quanto lo fu quando i suoi caschi blu olandesi assistettero e non fecero niente mentre i serbi massacravano migliaia di bosniaci a Srebrenica nel 1995».
Ma il WSJ non assolve nemmeno l'amministrazione Obama, che ha dato via libera al piano Annan «per non dover organizzare una coalizione di volenterosi per intervenire in Siria al di fuori del mandato Onu». Almeno in Libia - conclude - alla fine Obama led from behind. In Siria, invece, sta semplicemente following from behind l'Onu che «è diventata complice di Assad».
Monday, May 28, 2012
Nuova strage, vecchio scandalo: l'Onu
Dietro l'ennesima strage in Siria c'è un vecchio scandalo: l'Onu. L'Onu ormai strumento delle dittature grandi e piccole, sempre più paravento dietro cui si perpetrano i più gravi crimini contro l'umanità. E scusate, ma questo è uno dei più grandi scandali planetari, che solo il sonno ideale in cui versa l'Occidente impedisce di denunciare con la forza che meriterebbe.
Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.
Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?
Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.
L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.
Non fa neanche più notizia che il Consiglio di Sicurezza non riesca a votare una risoluzione sulla strage di Hula per i soliti veti russi e cinesi. L'Onu «condanna», si legge sui giornali e si sente in tv, ma in realtà la dichiarazione, non vincolante, della presidenza di turno del Consiglio (Azerbaigian!) è al massimo una "semi-condanna", nella quale si allude ad una possibile estraneità del regime di Assad.
Hula come Srebenica, come Sarajevo; in Siria come in Bosnia. Dove c'è Onu ci sono massacri, è matematico. Con i caschi blu che stanno a guardare, scattano foto, compilano inutili e penosi rapporti. Processi di pace e missioni diplomatiche che in realtà fanno il gioco dei dittatori, funzionali alle loro repressioni sanguinarie. Come si può pretendere di proteggere i civili praticando l'equidistanza politica tra regime e ribelli, tra aggressori e vittime?
Ritorna la domanda: ha ancora senso l'Onu? Non è giunto forse il momento di rottamare l'Onu, o almeno certa casta onusiana, di cui Kofi Annan è la massima e più rivoltante espressione? Ancora lui nonostante tutti i malaffari? Vittima ingenua dei raggiri di Assad o piuttosto complice? La Russia può facilmente nascondersi dietro il suo piano, dire di non appoggiare Assad ma di sostenere il piano Annan, ben sapendo che in realtà quest'ultimo fa proprio il gioco di Damasco.
L'altra chiave di lettura della crisi siriana è l'assenza della leadership americana. I tentennamenti, i "flip flop" dell'amministrazione Usa già visti in occasione della crisi iraniana, poi di quella egiziana e infine libica. Chi alla Casa Bianca ha avuto il coraggio e la lungimiranza di "scavalcare" l'Onu è stato dileggiato e disprezzato dai benpensanti. Oggi invece totale fiducia nel genio diplomatico e nel Nobel per la pace Obama, che procede caso per caso, senza strategia, senza visione, toppa dopo toppa. In Libia sì all'intervento - con colpevole ritardo - perché con Gheddafi si poteva vincere facile, senza boots on the ground (e nonostante questo si è rischiato lo smacco), mentre per deporre Assad bisognerebbe vedersela con Russia, Iran, Hezbollah, avversari veri insomma, non beduini. La toppa per la Siria sarebbe la cosiddetta "opzione yemenita", ovvero una transizione interna al regime favorita da una mediazione araba. Innanzitutto, nello Yemen il giudizio sull'esperimento è sospeso, non essendo ancora chiaro se sarà in grado di produrre un cambiamento pacifico ma reale, o se piuttosto permetterà nella sostanza di salvare lo status quo. Ma la Siria di tutta evidenza non è lo Yemen. Niente di più facile che la Yemenskii Variant, come guarda caso l'hanno ribattezzata a Mosca, possa apparire inizialmente un successo diplomatico americano salvo poi, nella sostanza, rivelarsi la più tipica delle normalizzazioni.
Friday, May 20, 2011
Quello che non vi dicono sul discorso di Obama
Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.
Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.
Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.
Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.
Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».
Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.
Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.
Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.
Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».
Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.
Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».
Tuesday, February 22, 2011
Troppo tardi, troppo poco
Spiace dirlo, ma il ministro Frattini somiglia sempre più al ministro delle comunicazioni di Saddam. Quando non ha un copione scritto da recitare, quando per esempio non copia - letteralmente - le parole dell'amministrazione Usa, e invece nell'urgenza è chiamato ad esprimere una posizione di sua iniziativa, risulta sempre imbarazzante. Il più delle volte, quando infine, con colpevole ritardo, si interessa alla questione, Berlusconi è costretto a correggere il tiro. È andata così anche sulla Libia. Ma troppo tardi e troppo poco. Troppo tardi e troppo poco parlare, solo nella serata di ieri, di «uso inaccettabile della violenza», ed esprimere stamattina «vicinanza al popolo libico». Che oggi Palazzo Chigi abbia dovuto smentire qualsiasi "manina" italiana nella repressione la dice lunga.
Certe situazioni o si comprendono al volo, o bisogna cambiare mestiere. A prescindere da interessi, affari e vere o presunte amicizie, già da ieri appariva ovvio a chiunque minimamente informato e dotato di buon senso, direi in contatto con la realtà, che il regime di Gheddafi è agli sgoccioli. E non si può certo sostenere che la rivolta libica ci abbia colti di sorpresa. Come si poteva immaginare infatti che i moti arabi risparmiassero il moribondo e corrotto regime di Gheddafi? E' stato politicamente criminale che il governo italiano, ma anche l'Europa, si siano fatte trovare sprovviste di un piano sia per favorire l'uscita di scena del raìs, sia per fronteggiare la probabile marea umana che si riverserà da noi.
Prim'ancora che un errore politico, parlare di «non ingerenza» e di «riconciliazione», proprio mentre sta andando in scena una delle più sanguinarie repressioni (insieme a quella iraniana) di questo '48 mediorientale, è sintomo di stupidità. Stupidità imperdonabile, definitiva. Pur essendo comprensibili la preoccupazione per l'integrità della Libia e il timore per possibili derive islamiste e un probabile esodo epocale verso le nostre coste, consentire a Gheddafi di fare "tabula rasa" aumenta questi rischi. I nostri interessi in Libia ormai si tutelano scaricando Gheddafi al proprio destino. Se l'Europa, e l'Italia in particolare, fossero dotate di un minimo di personalità politica, e di reale capacità di tutelare i propri interessi, avrebbero fatto alzare in volo i nostri caccia per impedire a quelli libici di bombardare la popolazione. Quale straordinaria occasione per sconfessare la nostra cattiva reputazione di "amici" di Gheddafi... Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu dovrebbe intervenire per imporre subito una no-fly zone che noi europei (e italiani soprattutto) potremmo far rispettare.
Bisogna capire con urgenza che a questo punto il dittatore va fatto cadere. Non solo per sintonizzarsi al più presto con la nuova realtà, ma bisogna concretamente scongiurare del tutto la pur minima possibilità che resti al potere. E' improbabile che riesca a resistere, ma così se fosse ci farebbe pagare a caro prezzo il mancato aiuto. Quindi, tanto vale aiutare i ribelli ad abbatterlo. E di fronte al rischio di interruzione dei flussi di petrolio e gas, sia da parte del regime come forma di pressione, sia da parte dei rivoltosi, vista la vicinanza geografica non sarebbe stato assurdo preparare dei piani di invasione.
Che dire dei soliti indignati di professione? Che sono sempre pronti a lagnarsi a latte versato, e soprattutto se ci sono l'America, Israele o Berlusconi da biasimare. Ma quando c'è la possibilità concreta di far cadere un dittatore, si schierano puntualmente al suo fianco contro gli "imperialisti". Negli anni '80 erano tutti amici di Gheddafi contro Reagan e nel 2003 di Saddam contro Bush.
Certe situazioni o si comprendono al volo, o bisogna cambiare mestiere. A prescindere da interessi, affari e vere o presunte amicizie, già da ieri appariva ovvio a chiunque minimamente informato e dotato di buon senso, direi in contatto con la realtà, che il regime di Gheddafi è agli sgoccioli. E non si può certo sostenere che la rivolta libica ci abbia colti di sorpresa. Come si poteva immaginare infatti che i moti arabi risparmiassero il moribondo e corrotto regime di Gheddafi? E' stato politicamente criminale che il governo italiano, ma anche l'Europa, si siano fatte trovare sprovviste di un piano sia per favorire l'uscita di scena del raìs, sia per fronteggiare la probabile marea umana che si riverserà da noi.
Prim'ancora che un errore politico, parlare di «non ingerenza» e di «riconciliazione», proprio mentre sta andando in scena una delle più sanguinarie repressioni (insieme a quella iraniana) di questo '48 mediorientale, è sintomo di stupidità. Stupidità imperdonabile, definitiva. Pur essendo comprensibili la preoccupazione per l'integrità della Libia e il timore per possibili derive islamiste e un probabile esodo epocale verso le nostre coste, consentire a Gheddafi di fare "tabula rasa" aumenta questi rischi. I nostri interessi in Libia ormai si tutelano scaricando Gheddafi al proprio destino. Se l'Europa, e l'Italia in particolare, fossero dotate di un minimo di personalità politica, e di reale capacità di tutelare i propri interessi, avrebbero fatto alzare in volo i nostri caccia per impedire a quelli libici di bombardare la popolazione. Quale straordinaria occasione per sconfessare la nostra cattiva reputazione di "amici" di Gheddafi... Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu dovrebbe intervenire per imporre subito una no-fly zone che noi europei (e italiani soprattutto) potremmo far rispettare.
Bisogna capire con urgenza che a questo punto il dittatore va fatto cadere. Non solo per sintonizzarsi al più presto con la nuova realtà, ma bisogna concretamente scongiurare del tutto la pur minima possibilità che resti al potere. E' improbabile che riesca a resistere, ma così se fosse ci farebbe pagare a caro prezzo il mancato aiuto. Quindi, tanto vale aiutare i ribelli ad abbatterlo. E di fronte al rischio di interruzione dei flussi di petrolio e gas, sia da parte del regime come forma di pressione, sia da parte dei rivoltosi, vista la vicinanza geografica non sarebbe stato assurdo preparare dei piani di invasione.
Che dire dei soliti indignati di professione? Che sono sempre pronti a lagnarsi a latte versato, e soprattutto se ci sono l'America, Israele o Berlusconi da biasimare. Ma quando c'è la possibilità concreta di far cadere un dittatore, si schierano puntualmente al suo fianco contro gli "imperialisti". Negli anni '80 erano tutti amici di Gheddafi contro Reagan e nel 2003 di Saddam contro Bush.
Wednesday, February 09, 2011
L'epoca del liberalismo muscolare
Su taccuinopolitico.it e rightnation.it
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
Il multiculturalismo è morto e Cameron lo seppellisce
Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l'avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un'epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda. In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni.
A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l'allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l'urgenza di contrastare con maggiore determinazione l'ideologia dell'estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po' sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l'ex premier laburista esorta l'Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.
«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle...».
LEGGI TUTTO
Così Douglas Murray, sul Wall Street Journal di oggi, sgombra il campo da pesanti equivoci sul multiculturalismo:
People were led to believe that "multiculturalism" meant multiracialism, or pluralism. It did not. Nevertheless, for years anybody who criticized multiculturalism was immediately decried as a "racist". But the true character and effects of the policy could not be permanently hidden. State-sponsored multiculturalism treated European countries like hostelries. It judged that the state should not "impose" rules and values on newcomers. Rather, it should bend over backwards to accommodate the demands of immigrants. The resultant policy was that states treated and judged people by the criteria of whatever "community" they found themselves born into.
Wednesday, February 02, 2011
Un errore ripudiare la Freedom Agenda di Bush
Su taccuinopolitico.it
Andava invece perseguita con maggiore determinazione e oggi avremmo temuto meno il post-Mubarak
Neanche l'amministrazione Bush è riuscita a ottenere da Mubarak le riforme politiche ed economiche che chiedeva, né che favorisse l'emergere di partiti politici non islamici, e forse la colpa di questa situazione è solo sua, di Mubarak, come ha scritto Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente repubblicano, sul Wall Street Journal. Ma i fatti di questi giorni sembrano dimostrare che Bush aveva visto giusto, che l'idea alla base della Freedom Agenda del contestatissimo ex presidente, che faceva propria la visione dell'area neocon, era corretta. In centinaia di migliaia – dalla Tunisia all'Egitto, dal Libano allo Yemen, come due anni fa in Iran – marciano non per la Jihad, come vorrebbe al Qaeda, non per la causa palestinese contro Israele, né contro l'America. Marciano per la libertà e per migliori condizioni economiche. In una parola: per la modernità. E questa aspirazione era, ed è, la migliore arma in mano all'Occidente per combattere la minaccia dell'estremismo islamico. Anziché nutrire questa aspirazione, tuttavia, i leader occidentali, e persino quelli americani, l'hanno trascurata: per allontanarsi il più possibile dalle impopolari politiche di George W. Bush; nell'illusione che i regimi autoritari avrebbero svolto il lavoro sporco al posto nostro; e in attesa che la soluzione del conflitto israelo-palestinese, prima o poi, scrivesse magicamente la parola fine su tutti i mali del Medio Oriente.
(...)
Non sempre la sua amministrazione ha agito coerentemente con la Freedom Agenda, ma Bush ne era consapevole quando affermava che «aver giustificato per sessant’anni la mancanza di libertà in Medio Oriente non ci ha resi più sicuri, perché nel lungo periodo la stabilità non può essere ottenuta a scapito della libertà» e «finché il Medio Oriente rimane una regione in cui la libertà non fiorisce, rimarrà una regione di stagnazione, risentimento e violenza pronti per essere esportati».
(...)
Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di tali regimi, molto più che le guerre combattute contro i talebani e Saddam Hussein, ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori di gran parte delle "piazze arabe". E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari...
Da un articolo di Leon Wieseltier su The New Republic, ripreso e tradotto da Il Foglio, risultano chiari i limiti del cosiddetto "realismo" e della politica di Obama:
Andava invece perseguita con maggiore determinazione e oggi avremmo temuto meno il post-Mubarak
Neanche l'amministrazione Bush è riuscita a ottenere da Mubarak le riforme politiche ed economiche che chiedeva, né che favorisse l'emergere di partiti politici non islamici, e forse la colpa di questa situazione è solo sua, di Mubarak, come ha scritto Stephen J. Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale dell'ex presidente repubblicano, sul Wall Street Journal. Ma i fatti di questi giorni sembrano dimostrare che Bush aveva visto giusto, che l'idea alla base della Freedom Agenda del contestatissimo ex presidente, che faceva propria la visione dell'area neocon, era corretta. In centinaia di migliaia – dalla Tunisia all'Egitto, dal Libano allo Yemen, come due anni fa in Iran – marciano non per la Jihad, come vorrebbe al Qaeda, non per la causa palestinese contro Israele, né contro l'America. Marciano per la libertà e per migliori condizioni economiche. In una parola: per la modernità. E questa aspirazione era, ed è, la migliore arma in mano all'Occidente per combattere la minaccia dell'estremismo islamico. Anziché nutrire questa aspirazione, tuttavia, i leader occidentali, e persino quelli americani, l'hanno trascurata: per allontanarsi il più possibile dalle impopolari politiche di George W. Bush; nell'illusione che i regimi autoritari avrebbero svolto il lavoro sporco al posto nostro; e in attesa che la soluzione del conflitto israelo-palestinese, prima o poi, scrivesse magicamente la parola fine su tutti i mali del Medio Oriente.
(...)
Non sempre la sua amministrazione ha agito coerentemente con la Freedom Agenda, ma Bush ne era consapevole quando affermava che «aver giustificato per sessant’anni la mancanza di libertà in Medio Oriente non ci ha resi più sicuri, perché nel lungo periodo la stabilità non può essere ottenuta a scapito della libertà» e «finché il Medio Oriente rimane una regione in cui la libertà non fiorisce, rimarrà una regione di stagnazione, risentimento e violenza pronti per essere esportati».
(...)
Per l'Occidente, e l'America soprattutto, mostrarsi «amici» di tali regimi, molto più che le guerre combattute contro i talebani e Saddam Hussein, ha significato perdere la battaglia per le menti e i cuori di gran parte delle "piazze arabe". E ad approfittarne sono stati proprio gli islamisti, che invece hanno saputo cavalcare il malcontento. Non solo sui ceti più popolari...
Da un articolo di Leon Wieseltier su The New Republic, ripreso e tradotto da Il Foglio, risultano chiari i limiti del cosiddetto "realismo" e della politica di Obama:
«Ciò che appare molto chiaro è che l'amministrazione Obama – e più in generale la galassia liberal americana – si è fatta cogliere del tutto impreparata da questa crisi... Le paure dell'amministrazione riflettono la svalutazione della "democratizzazione" come uno dei principi fondamentali della politica estera americana, specialmente nei confronti del mondo musulmano... Il rifiuto totale della politica estera di Bush implicava l'abbandono di qualsiasi cosa che potesse assomigliare alla sua "Freedom agenda", che appariva come un pretesto per la guerra. Ma qualsiasi cosa si pensi della guerra in Iraq, non sarebbe esagerato chiedere ai liberal di considerare con meno severità la politica della democratizzazione – non solo per il suo significato etico, ma anche per la sua importanza strategica. Una delle prime lezioni che si possono trarre dalla rivolta contro Mubarak è che il sostegno americano ai dissidenti democratici è una questione strategica. La mancanza di tale sostegno può determinare un disastro. E' questo il prezzo del realismo... Il realismo non consente di giungere a un'adeguata comprensione delle forze storiche che promuovono la democratizzazione. Da questo punto di vista, il realismo è sorprendentemente irrealistico. Sembra un'opzione intelligente soltanto finché i dittatori rimangono al potere senza essere disturbati dai propri popoli; ma non appena questo accade, risulta incredibilmente stolta».
«Obama ha sostituito la "Freedom agenda" con "l'agenda della accettazione". La sua politica estera è stata caratterizzata da uno spirito vigorosamente multiculturalista. Ha giustamente compreso che porre l'accento sulla democratizzazione significava esprimere una severa condanna dei sistemi di governo in paesi retti da regimi autocratici o dittatoriali; ma Obama non era diventato presidente per condannare e rimproverare, bensì per "restaurare la posizione e il prestigio dell'America". E ha cercato di farlo esaltando la diversità e la legittimità di tutte le religioni e le civiltà... Facendo sembrare la democratizzazione una sorta di "imposizione", con tutte le sue connotazioni imperialiste, e facendola coincidere con l'invasione militare, Obama ha commesso un terribile errore... Senza dubbio, ci sono casi in cui i nostri interessi e i nostri valori possono non coincidere, perché forze antidemocratiche e antiamericane possono giungere al potere per mezzo di un processo democratico; ma non esiste sistema più sicuro per portarli al potere che trascurare l'illegittimità dei governi tirannici e ignorare le proteste delle popolazioni oppresse. La bizzarra ironia del multiculturalismo globale di Obama sta proprio nel fatto che ha avuto l'effetto di allineare l'America al fianco dei regimi autocratici e contro le popolazioni... La cosa che più colpisce della "mano tesa" di Obama è la sua assoluta irrilevanza rispetto agli eventi epocali che si stanno svolgendo».
Tuesday, November 23, 2010
I frutti avvelenati dell'appeasement
Myanmar, Corea del Nord, Iran. Tre regimi sanguinari e disumani per i popoli che opprimono, pericolosi per gli altri; tre insuccessi dell'Occidente e in particolare della strategia obamiana della "mano tesa" (o, piuttosto, del "porgere l'altra guancia"), ma anche di una certa realpolitik convinta che si possa escludere dall'analisi il fattore natura del regime.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.
Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.
Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.
L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.
MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.
Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.
IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.
E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.
COREA DEL NORD - Partiamo dall'ultimo e più allarmante sviluppo in ordine di tempo. Questa mattina la Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud colpendo con l'artiglieria l'isola di Yeonpyeong, in quello che rappresenta forse il più grave incidente dalla guerra degli anni '50.
Ma non va dimenticato che un paio di settimane fa la Corea del Nord ha rivelato l'esistenza di un nuovo grande impianto per l'arricchimento dell'uranio costruito rapidamente e in totale segretezza. Una sfida esplicita alla politica anti-proliferazione della Casa Bianca e un nuovo rilancio nel gioco di estorsioni in cui ormai sono campioni i nordcoreani. Lo scienziato Usa cui è stata mostrata, è rimasto basito dalla modernità tecnologica della centrale e ha parlato di migliaia di centrifughe. La scoperta è particolarmente inquietante, perché se l'impianto è stato tirato su in un anno e mezzo (fino all'aprile del 2009 non esisteva), è probabile che ad aiutare i nordcoreani sia stata una mano straniera, in violazione delle sanzioni Onu e in barba ai controlli internazionali.
Sono i risultati della politica di dialogo e di appeasement. Per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati a sei, il regime di Pyongyang alza la posta, chiede nuovi e ulteriori benefit, in una rincorsa di ricatti che non avrà mai fine, mentre gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone, coinvolgendo Cina e Russia, avrebbero la forza per una grande operazione di libertà per milioni di vite tenute prigioniere in un medioevo di fame e miseria. E' evidente ormai che Pyongyang non mira solo a estorcere soldi e benefit, ma anche ad essere riconosciuta come potenza nucleare (possiede tra le 8 e le 12 testate), e a tenere in ansia l'Occidente con l'implicita minaccia di cedere una delle sue bombe ad al Qaeda o all'Iran.
L'aggressione militare di oggi fa temere un cambio di passo. Si mette alla prova la risolutezza degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati in Asia. Una condanna non basta. A questo punto non basta ribadire di essere «completamente impegnati nella difesa del nostro alleato, la Repubblica di Corea, e nel mantenimento della pace e della stabilità regionali». Non basta a dissuadere Pyongyang né a rassicurare i preziosi alleati, da Seul a Taiwan.
MYANMAR - In Myanmar, dopo le recenti elezioni-farsa da cui il regime militare esce rafforzato e le opposizioni democratiche divise, si festeggia la "liberazione" del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Libera per modo di dire, visto che non potrà guidare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, sciolto d'autorità lo scorso settembre, né riorganizzarlo, e visto che la sua sarà piuttosto una libertà vigilata, sottoposta cioè a pesanti restrizioni. Inoltre, va tenuto presente che già altre volte la "Dama" è stata "liberata", vivendo brevi periodi di "libertà". Dopo i primi 7 anni di prigionia fu liberata nel 1995, per tornare in cella nel 2000. Nel 2002 fu rilasciata, ma appena un anno dopo fu di nuovo arrestata e da questa data ebbe inizio il suo secondo lungo periodo di arresti domiciliari, che si sarebbe dovuto concludere nel 2009. Senonché, a pochi giorni dalla scadenza riceve la visita di un misterioso ospite americano e subisce una nuova condanna a tre anni di prigione e lavori forzati, pena poi commutata in altri 18 mesi di arresti domiciliari.
Visti i precedenti, dunque, i festeggiamenti di questi giorni appaiono del tutto fuori luogo. Nulla ci induce a ritenere che anche questa volta non si tratti che di una breve parentesi di libertà vigilata tra due carcerazioni (qui si scommette della durata all'incirca di un anno). Inoltre, dalle elezioni richieste dalla comunità internazionale e dagli Usa in primis, il regime ha di fatto incassato una legittimazione (anche se solo formale), che nessun soggetto esterno, né tanto meno interno, avrà la forza di contestare per un lungo periodo. Tanto che la stessa leader democratica birmana sembra essersi convertita a più miti consigli.
IRAN - Per quanto riguarda l'Iran, Obama non è riuscito non dico a ottenere la rinuncia da parte di Teheran al proprio programma nucleare, ma nemmeno a convincere gli iraniani a intavolare una trattativa seria. Siamo nella fase delle sanzioni. Ne sono state approvate di stringenti dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e sanzioni ancora più dure sono state adottate unilateralmente da Stati Uniti e Unione europea. La sensazione, però, è che non sortiranno l'effetto sperato. E le divisioni che anche in queste ore vediamo emergere nell'establishment iraniano, il clima sempre più da resa dei conti interna (il tentato impeachment di Ahmadinejad da parte di alcuni deputati conservatori, fermati solo dall'intervento dell'ayatollah Khamenei, e il mandato d'arresto che pende sul figlio di Rafsanjani) non sono il frutto dell'isolamento internazionale, della stretta morsa di Obama, bensì della resistenza di una parte del regime, anch'essa clericale e conservatrice, alla presa totale del potere da parte di Ahmadinejad e della sua cricca, e alla militarizzazione della Repubblica islamica in corso con il beneplacito di Khamenei. Una faida interna il cui sbocco potrebbe essere tutt'altro che democratico, anche perché nel frattempo l'opposizione popolare, l'"onda verde", è stata stroncata mentre l'Occidente non muoveva un dito.
E' proprio vero, quando l'America è più debole, è distratta, o non è guidata in modo saldo, il mondo si fa rapidamente un posto più pericoloso.
Wednesday, October 27, 2010
La cattiva coscienza di chi giudica gli iracheni
Si mobilitano per Saddam e Tarek Aziz come mai si sono mobilitati per il popolo iracheno perseguitato da Saddam e Aziz. Ma non è tutta qui la cattiva coscienza di chi oggi più che voler fermare un boia che sa di non poter fermare, vuole in realtà fare la classica bella figura a costo zero, nelle comodità del proprio salotto. E l'effetto più o meno consapevole è quello di delegittimare presso l'opinione pubblica il nuovo Iraq che così faticosamente e tra mille contraddizioni sta emergendo da quarant'anni di dittatura nazionalsocialista. Letteralmente nazionalsocialista, val la pena di ricordarlo. Per chi ci crede, il giudizio ultimo su Saddam e Aziz lo darà Dio. Qui sulla terra, non c'è giustizia umana più legittimita a giudicare di quella dei tribunali iracheni. Il punto non è essere a favore o contro la pena di morte. Il punto è non giudicare gli iracheni che giudicano i loro carnefici, riconoscere agli iracheni il diritto a giudicare i responsabili delle atrocità commesse contro il loro stesso popolo sotto un regime sterminatore. Un diritto che nei Paesi di molti di coloro che oggi protestano contro la condanna di Aziz è stato esercitato in modo molto, ma molto più brutale.
Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.
Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.
Chi proprio non può salire sul pulpito della morale e del diritto è chi non ha mai pronunciato una parola critica su un antifascismo fondato sull'assassinio e sull'oltraggio al cadavere del dittatore e sul "sangue dei vinti". Non si vedono sui giornali e in tv altrettante analisi pensose e autocritiche sulla sentenza di morte che alcuni partigiani eseguirono nei confronti di Mussolini e della sua amante (immaginiamo coinvolta molto più di Aziz nei crimini del fascismo...), nonché di migliaia di fascisti senza aver prima accertato in un processo le loro responsabilità dirette. Noi italiani al nostro dittatore nemmeno una parvenza di processo abbiamo concesso, nemmeno il rispetto del suo cadavere, così come non l'abbiamo saputo garantire ai migliaia di "vinti" di cui è stato sparso il sangue nel dopoguerra. E l'Europa che oggi si indigna per Saddam e Aziz è la stessa Europa che mi pare non metta sotto accusa - e giustamente non lo fa - Norimberga come giustizia dei vinti esercitata anche con la pena di morte.
Tarek Aziz ha subìto in questi anni diversi processi per fatti diversi, con verdetti ognuno diverso dall'altro (dall'assoluzione a condanne a 7 e a 14 anni), a dimostrazione di una giustizia forse non perfetta, né completamente distaccata (e come potrebbe esserlo del tutto?), ma le cui sentenze probabilmente non sono già scritte a priori. E mentre si stringerà il cappio al collo di Aziz, di sicuro non verserò lacrime, ma rivedrò negli occhi le vergognose immagini di quando gli fu permesso - al "cristiano" Aziz (!!!) - di insozzare con la sua sacrilega presenza la basilica di San Francesco d'Assisi (in rete non si trovano foto, se non questa di "Life"), con la brutale dittatura di Saddam Hussein ancora al potere. Come allora la Chiesa non avrebbe dovuto accostarsi al "cristiano" Aziz, così oggi la legittima e condivisibile posizione contro la pena di morte non ha alcun bisogno di venire accostata ai peggiori carnefici. Non temete, si può essere contro la pena di morte anche non versando lacrime per Saddam e Aziz.
Friday, October 08, 2010
Nobel a Liu Xiaobo sveglia anche per l'Occidente
Oggi è il giorno di Liu Xiaobo, Nobel per la pace 2010. Prima il liberale Vargas Llosa Nobel per la letteratura, poi Liu, quest'anno i Comitati per i Nobel sembrano rinsaviti. Dopo anni di politically correct, e un anno dopo la decisione ridicola, anzi grottesca, di conferire il primo Nobel "preventivo" della storia, quello al presidente Obama, di fatto un premio alle sue buone intenzioni, per cose solo annunciate e che ancora oggi è lungi dal realizzare, il Nobel per la pace recupera una certa credibilità.
Insieme a Liu Xiaobo vincono gli attivisti per la democrazia e i diritti umani in Cina (tra cui Bao Tong), vincono i duemila sottoscrittori di Charta '08, di cui avevamo parlato due anni fa, vince l'idea di un Occidente meno timido, più fiducioso nella validità universale dei suoi principi e del suo stile di vita. E' un premio che ci ricorda quanto sia ancora lunga la strada che la Cina deve percorrere prima di ergersi a modello, e che dovrebbe ricordare ai cinesi che la crescita economica non è tutto, che non si è una superpotenza, non si è al pari di Stati Uniti ed Europa, finché non si è in grado di emanare, anziché l'immagine dell'oppressione, un modello di vita desiderabile e attraente oltre i propri confini.
Il governo cinese farà la sua sfuriata ma come al solito farà due fatiche. La sensazione infatti è che al di là della propaganda di regime, che parte d'ufficio in questi casi, tornerà molto presto al business as usual. A ben vedere, nessun incontro con il Dalai Lama, nessuna presa di posizione sul Tibet o contro la censura ha di fatto mai provocato danni permanenti ai rapporti tra le capitali occidentali e Pechino. La verità è che se non possiamo permetterci di isolare la Cina, i cinesi hanno bisogno di noi almeno quanto (e forse di più) noi di loro.
Quindi è inutile autocensurarsi, mordersi la lingua su temi come la democrazia, la libertà d'espressione, i diritti umani. La loro promozione dall'esterno e dall'interno della Repubblica popolare può, deve (perché ci conviene) andare di pari passo con lo sviluppo delle relazioni commerciali e del dialogo sulle grandi questioni globali, da quelle economico-finanziarie a quella climatica. Si può, si deve chiedere alla Cina di aprire i suoi mercati, di rinunciare alla concorrenza sleale, di rivedere la sua politica monetaria, così come si può e si deve chiederle di aprire la sua società, di avviare riforme politiche. I due approcci non sono alternativi se perseguiti in modo intelligente, perché l'interdipendenza è reciproca e dovremmo liberarci del complesso d'inferiorità secondo cui il nostro declino a vantaggio dell'ascesa cinese sarebbe inevitabile, e quindi dovremmo rinunciare a condizionare lo sviluppo anche politico della Cina.
Insieme a Liu Xiaobo vincono gli attivisti per la democrazia e i diritti umani in Cina (tra cui Bao Tong), vincono i duemila sottoscrittori di Charta '08, di cui avevamo parlato due anni fa, vince l'idea di un Occidente meno timido, più fiducioso nella validità universale dei suoi principi e del suo stile di vita. E' un premio che ci ricorda quanto sia ancora lunga la strada che la Cina deve percorrere prima di ergersi a modello, e che dovrebbe ricordare ai cinesi che la crescita economica non è tutto, che non si è una superpotenza, non si è al pari di Stati Uniti ed Europa, finché non si è in grado di emanare, anziché l'immagine dell'oppressione, un modello di vita desiderabile e attraente oltre i propri confini.
Il governo cinese farà la sua sfuriata ma come al solito farà due fatiche. La sensazione infatti è che al di là della propaganda di regime, che parte d'ufficio in questi casi, tornerà molto presto al business as usual. A ben vedere, nessun incontro con il Dalai Lama, nessuna presa di posizione sul Tibet o contro la censura ha di fatto mai provocato danni permanenti ai rapporti tra le capitali occidentali e Pechino. La verità è che se non possiamo permetterci di isolare la Cina, i cinesi hanno bisogno di noi almeno quanto (e forse di più) noi di loro.
Quindi è inutile autocensurarsi, mordersi la lingua su temi come la democrazia, la libertà d'espressione, i diritti umani. La loro promozione dall'esterno e dall'interno della Repubblica popolare può, deve (perché ci conviene) andare di pari passo con lo sviluppo delle relazioni commerciali e del dialogo sulle grandi questioni globali, da quelle economico-finanziarie a quella climatica. Si può, si deve chiedere alla Cina di aprire i suoi mercati, di rinunciare alla concorrenza sleale, di rivedere la sua politica monetaria, così come si può e si deve chiederle di aprire la sua società, di avviare riforme politiche. I due approcci non sono alternativi se perseguiti in modo intelligente, perché l'interdipendenza è reciproca e dovremmo liberarci del complesso d'inferiorità secondo cui il nostro declino a vantaggio dell'ascesa cinese sarebbe inevitabile, e quindi dovremmo rinunciare a condizionare lo sviluppo anche politico della Cina.
Tuesday, October 05, 2010
Abolizionisti da salotto
Pur restando contrario alla pena di morte (essenzialmente perché non nutro nello Stato una fiducia tale da ritenerlo in grado di assumere decisioni così definitive), mi dissocio dalle campagne abolizioniste, che ormai hanno ceduto al peggior relativismo culturale e politico. Sakineh Ashtiani come Teresa Lewis. Ahmadinejad ha così accusato l'Occidente di «doppio standard» e direi che la provocazione ha fatto una certa presa sui benpensanti e gli attivisti occidentali. Oggi, sul Fatto quotidiano, ma è solo l'ultimo in ordine di tempo, uno dei principali protagonisti in Italia, oltre ad "Amnesy" international, della battaglia contro la pena capitale, Sergio D'Elia (Nessuno Tocchi Caino) scrive che Sakineh e Teresa «restano le due diverse facce della stessa, fasulla e arcaica medaglia della pena di morte». No, proprio no, si tratta di due "medaglie" completamente diverse: una è d'oro, l'altra di latta. Non accorgersene significa rendersi semplicemente non credibili.
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Nel perseguire l'obiettivo o coltivare l'auspicio dell'abolizione della pena di morte, è a mio avviso un errore gravissimo mettere sullo stesso piano sistemi politici e giudiziari agli antipodi. Per la causa in sé, ma anche per quella a mio avviso più grande per la democrazia e i diritti umani. Non c'è «la legge islamica del taglione» da una parte e «la legge biblica dell'occhio per occhio» dall'altra, come crede D'Elia. In Iran sì, c'è letteralmente la legge islamica, e nessuna garanzia per l'imputato; negli Usa, invece, parlare di legge biblica è solo un'iperbole, in realtà c'è uno stato di diritto ed è garantito (molto più che in Italia) il giusto processo. Persino il metodo di esecuzione fa eccome la differenza. Una società in cui si può essere lapidati per adulterio è oggettivamente primitiva rispetto ad una dove per un efferato duplice omicidio si arriva all'iniezione letale. Da non sottovalutare anche la possibilità di appellarsi e di fare campagne pubbliche alla luce del sole. Da una parte, infatti, abbiamo un Paese democratico, gli Stati Uniti, dove il dibattito sulla pena di morte fa parte da sempre del libero confronto delle idee e in qualsiasi momento lo decidano, gli americani possono con un voto democratico abrogarla.
In questo senso, non riconoscere che certi sistemi politici e giudiziari sono superiori, di gran lunga superiori (non uso a caso questo termine: superiore) ad altri, è un errore di approccio che spalanca le porte alla propaganda delle peggiori dittature, proprio laddove la campagna contro la pena capitale non ha nemmeno diritto di cittadinanza, al contrario che in America. Ed è proprio questo a mio avviso, la comodità del "fare" campagna (in un Paese più trasparente, dove c'è accesso ai documenti e ai dati, è garantito diritto di cronaca e di critica, ci si può appellare a giudici indipendenti e si possono condurre campagne d'opinione e culturali, anche attraverso il cinema) che spinge molte organizzazioni e molti intellettuali non solo a mettere sullo stesso piano Paesi dai regimi molto diversi tra di loro, ma addirittura a concentrarsi ossessivamente sugli Stati Uniti piuttosto che su Paesi dove sarebbe molto più difficile, persino a rischio della propria vita, far passare certi messaggi. L'effetto che ne deriva è che questi attivisti (non certo la gente normale) si scandalizzano per la pena di morte negli Usa, mentre "razzisticamente" sembrano ritenere quasi inevitabile che gli iraniani o i cinesi patiscano certe "usanze".
Friday, September 17, 2010
Euroipocrisia
Il fossato che si è aperto tra la Commissione europea da una parte e la Francia di Sarkozy dall'altra (di cui hanno preso le difese platealmente solo Berlusconi, Zapatero e il premier ceco Necas, ma i leader che covano in silenzio la loro insofferenza verso Bruxelles sono molti di più) è totalmente il risultato dell'ipocrisia e dell'irresponsabilità politica delle istituzioni europee.
La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?
Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.
Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.
C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.
«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».
La questione, che ha scaldato gli animi dei moralisti e dei custodi del politicamente corretto, nel merito è semplice, addirittura banale. La Francia ha tutto il diritto di chiudere campi abusivi sul suo territorio. E ha tutto il diritto secondo le normative comunitarie di rimpatriare cittadini, anche comunitari, che non abbiano documenti in regola, che dopo tre mesi di permanenza non abbiano un lavoro o non possano dimostrare di avere forme legali di sostentamento e una fissa dimora. Tutto il caso nasce da uno scivolone del governo francese subito corretto, ma che ben illustra come la Commissione europea sia un'istituzione fondata sull'ipocrisia e sull'irresponsabilità politica. Una circolare del Ministero degli Interni che ordinava ai prefetti di avviare lo sgombero di campi abusivi «in priorità rom». Ecco, il riferimento ai rom non doveva esserci, si doveva parlare genericamente di campi abusivi, per evitare che la direttiva apparisse discriminatoria. Ma guardiamoci negli occhi e parliamoci onestamente: chi, oltre i rom, vive nelle nostre città in baraccopoli abusive che ospitano centinaia di famiglie, tali da costituire un problema sociale e di sicurezza?
Insomma, il Ministero francese avrebbe potuto essere più accorto, ma è del tutto evidente che non c'era alcun intento discriminatorio, bensì l'esigenza pratica, anche se politicamente inopportuna e "scorretta", di chiamare le cose con il loro nome e rendere chiaro ai prefetti il compito loro assegnato; partendo semplicemente dalla constatazione di un dato di fatto: negli accampamenti abusivi vivono i rom, non giapponesi o portoricani. Ma è ovvio che campi simili vanno smantellati, a prescindere dall'etnia da cui sono abitati. E comunque la circolare è stata immediatamente corretta.
Detto questo, c'è il problema dell'euroburocrazia irresponsabile di Bruxelles, che non dovendo dar conto ai cittadini europei si abbandona al politicamente corretto, scansando sdegnosamente o affrontando in modo retorico problemi molto avvertiti dalle popolazioni. E' frustrante per i cittadini che l'Europa non riesca ad affrontare i loro problemi e, anzi, si comporti sempre più spesso come se non esistessero. Per di più, su alcune questioni delicate, come in questo caso, ricorrendo al ricatto morale del razzismo, e spesso senza prima aver valutato attentamente quali sono le effettive politiche dei governi.
C'è molto dilettantismo nella maggior parte dei commissari, che sono diventati il fulcro di un meccanismo perverso e dannoso per l'immagine dell'Europa agli occhi dei cittadini europei. Sembra che vengano attirati su un problema solo dal clamore mediatico e quando intervengono criticamente sull'operato dei governi, si ha l'impressione che siano animati da un eccesso di protagonismo. Pressocché sconosciuti alle opinioni pubbliche, i commissari cercano di affermare la loro identità politica in contrapposizione ai governi, di apparire indipendenti - alcuni, alla guida di uffici inutili, sono bisognosi di giustificare persino la loro esistenza. Ansiosi di "esserci" e di ottenere visibilità, alzano i toni, provoncando vere e proprie tempeste in bicchieri d'acqua. E' comprensibile che la cosa non sia ben digerita da quanti invece devono rispondere ai cittadini che li hanno votati.
«I governi nazionali sono scelti dall'elettorato. I commissari di Bruxelles no. Non affrontano un'elezione e questo fa una grande differenza», spiega Ernesto Galli della Loggia su Il Foglio: «E' la differenza che passa tra la politica e la burocrazia, anche l'altissima burocrazia», per di più una burocrazia «totalmente autoreferenziale». «La sensibilità dell'elettorato è molto diversa dall'ideologia dei diritti e del politicamente corretto che è l'ideologia dell'Ue», spiega il professore, «le culture esistono, ma l'Ue ha deciso che le diversità culturali non esistono». Al fondo c'è un problema di legittimità democratica della Commissione Ue: «In una democrazia ha sempre ragione l'elettorato. Se si ammette che l'elettorato si possa sbagliare si apre un baratro: chi al posto dell'elettorato? Non c'è risposta». Anzi, dice Galli della Loggia, «le risposte rischiano di essere peggio. Se le decisioni sono prese contro il sentire comune, nascono partiti xenofobi e razzisti. Non è un caso se in molti Paesi europei il panorama politico è sconvolto da partiti schierati contro l'ideologia di Bruxelles».
Wednesday, September 15, 2010
Basta indugi sul burqa
Finalmente approvato in Francia il divieto di indossare burqa e niqab nei luoghi pubblici, dopo aver già vietato (nel 2004) il velo islamico nelle scuole. Vietarli significa rifiutare che la versione più fondamentalista e ideologica dell'islam, che nega i più basilari diritti umani, venga tollerata e possa quindi radicarsi e prosperare nelle nostre società; e rifiutare di legittimarla agli occhi degli stessi Paesi musulmani. E' anche e soprattutto così, non solo con gli eserciti ma difendendo e facendo rispettare innanzitutto a casa nostra i nostri principi, che dobbiamo affrontare quella "guerra" per la civiltà iniziata con l'11 settembre. Da noi il fenomeno non è (ancora) così esteso e pressante come in Francia, ma dovremmo seguire almeno su questo l'esempio dei nostri cugini francesi. Basta scansare il problema fingendo che in Italia il divieto ci sia già di fatto grazie alla legge sull'ordine pubblico che vieta di andare in giro a volto coperto per non farsi riconoscere. Perché purtroppo, non è così.
Questo il testo della legge francese (traduzione mia):
Articolo 1
«Nessuno può, in luoghi pubblici, indossare indumenti destinati a nascondere il suo viso».
Articolo 2
«Per l'applicazione dell'articolo 1, per luoghi pubblici si intendono le vie pubbliche così come i luoghi aperti al pubblico o deputati a servizi pubblici».
«Il divieto previsto all'articolo 1 non si applica se l'indumento è prescritto o autorizzato per dispozioni di legge o regolamentari, se è giustificato per ragioni di salute o motivi professionali, o se è inserito nell'ambito di pratiche sportive, feste, o di manifestazioni artistiche o tradizionali».
Per quanto riguarda le sanzioni, una multa lieve ai trasgressori, mentre per chi obbliga altri a nascondere il proprio volto c'è la detenzione e ammende fino a 30 mila euro.
P.S.: Vedo che anche Fini ritiene ciò che ha deciso il Parlamento francese «non solo giusto ma opportuno e doveroso». Bene, perché mi era sembrato che appartenesse alla folta schiera di quanti scansano il problema ritenendo sufficiente la normativa attuale.
Questo il testo della legge francese (traduzione mia):
Articolo 1
«Nessuno può, in luoghi pubblici, indossare indumenti destinati a nascondere il suo viso».
Articolo 2
«Per l'applicazione dell'articolo 1, per luoghi pubblici si intendono le vie pubbliche così come i luoghi aperti al pubblico o deputati a servizi pubblici».
«Il divieto previsto all'articolo 1 non si applica se l'indumento è prescritto o autorizzato per dispozioni di legge o regolamentari, se è giustificato per ragioni di salute o motivi professionali, o se è inserito nell'ambito di pratiche sportive, feste, o di manifestazioni artistiche o tradizionali».
Per quanto riguarda le sanzioni, una multa lieve ai trasgressori, mentre per chi obbliga altri a nascondere il proprio volto c'è la detenzione e ammende fino a 30 mila euro.
P.S.: Vedo che anche Fini ritiene ciò che ha deciso il Parlamento francese «non solo giusto ma opportuno e doveroso». Bene, perché mi era sembrato che appartenesse alla folta schiera di quanti scansano il problema ritenendo sufficiente la normativa attuale.
Tuesday, August 31, 2010
Due pagliacciate: quella di Gheddafi e quella italiana
L'avevo più o meno scritto un anno fa: va bene il trattato come risarcimento per le atrocità italiane durante l'occupazione; passi per gli accordi commerciali, che fanno bene all'"azienda Italia", e per la collaborazione sull'immigrazione clandestina; e si celebri anche una giornata "dell'amicizia". Passi per tutto questo, ma basta offrire a Gheddafi - ogni anno, pare di capire che questo sia l'andazzo - un palcoscenico, una tribuna propagandistica, a danno della dignità del nostro Paese. Può darsi che basti appagare l'ego del beduino per ricavarne in cambio succulenti affari, ma ogni volta che Gheddafi mette piede e proferisce parola in Italia, il governo Berlusconi ci rimette un pezzo di immagine. Non per chissà quali considerazioni morali, religiose, o geopolitiche, ma semplicemente perché agli italiani Gheddafi è ancora antipatico e - a ragione - lo ritengono un personaggio inaffidabile, prepotente e impresentabile. Basterebbe non consentirgli show e stravaganze, limitare al minimo le sue visite, e quando sono proprio inevitabili, calibrare meglio il protocollo.
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Wednesday, March 24, 2010
Il passo di Google incoraggiato da Washington
Forte anche delle recenti prese di posizione del Dipartimento di Stato Usa e dello stesso presidente Obama sulla libertà di Internet, Google ha deciso di non sottostare più alla autocensura che gli era stata imposta dal regime di Pechino, e che aveva accettato fin dal 2006, per poter entrare nel "mercato" cinese. Continuerà a fornire ricerche in lingua cinese reindirizzando le richieste da Google.cn verso il proprio sito di Hong Kong, Google.com.hk. Il fatto che Google abbia deciso di smettere di filtrare e censurare i risultati delle ricerche, come imporrebbe la legge cinese, non significa che il regime rinunci ad esercitare e anzi ad intensificare il suo controllo, i suoi "blocchi", o a mettere a segno attacchi informatici come quelli che nel gennaio scorso hanno colpito le caselle di posta elettronica di diversi dissidenti e i sistemi di alcune multinazionali, sollevando un caso diplomatico tra Washington e Pechino.
Il governo di Pechino si guarda bene dal trasformare in caso politico e diplomatico quella che, fa sapere, resta «una questione esclusivamente commerciale» e che, assicura il portavoce del Ministero degli Esteri, non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti, a meno che «qualcuno intenda politicizzarla». Ma precisa, a scanso di equivoci, che continuerà a gestire Internet in conformità con le proprie leggi. Cioè censurando. Per ritorsione ha già cominciato a limitare l'accesso ad alcuni contenuti e collegamenti, ma prima o poi potrebbe decidere di bloccare ogni accesso ai servizi di Google. E c'è anche il rischio che utilizzi quanto accaduto come pretesto per limitare le libertà e i diritti di cui ancora godono i cittadini di Hong Kong.
Non è solo una contesa tra la nazione più popolosa del pianeta e una vera e propria superpotenza di Internet, ma pur sempre una società privata. Né solo una questione di libertà e di diritti umani. E' in gioco anche la sicurezza nazionale di altri stati. Il governo cinese, infatti, compie operazioni di spionaggio, "cyber-intrusioni" nei sistemi di grandi multinazionali (e non è escluso anche di enti governativi). Si è servito anche di Google, che ha così visto messa a rischio la propria credibilità. Il passo di Google, non facile perché rischia l'espulsione da un mercato potenzialmente immenso come quello cinese, è stato certamente accolto con favore a Washington, che l'aveva in qualche modo incoraggiato. Proprio gli attacchi informatici del gennaio scorso, infatti, avevano indotto l'amministrazione Obama a intervenire e a porre la lotta contro la censura delle dittature su Internet tra le priorità della propria politica estera (e di sicurezza).
Riconoscendo che la sua politica aziendale era incompatibile con l'autocensura richiesta per operare in Cina, Google ha di fatto accolto l'invito rivolto dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, alle compagnie americane. Nel suo solenne discorso del gennaio scorso la Clinton aveva assicurato l'impegno del governo Usa «a promuovere la libertà di Internet», affiancando e sostenendo organizzazioni private, investendo nella ricerca e nello sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni per «migliorare le armi che già abbiamo a disposizione per garantire la sicurezza e per consentire a tutti il libero accesso alla Rete».
Aveva avvertito «Paesi o individui» responsabili di cyber-attacchi che «dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale». In particolare, si era rivolta con fermezza alla Cina, chiedendole di «condurre una puntuale e trasparente indagine» sui cyber-attacchi, e aveva lanciato un appello alle società d'informatica americane che operano all'estero, affinché si rifiutino di sostenere o tollerare la censura: «Spero che il rifiuto della censura possa diventare un tratto distintivo delle compagnie d'informatica e di tecnologia americane. Dovrebbe diventare parte del nostro brand nazionale».
Google l'ha ascoltata. La sua decisione si inquadra nella nuova politica che per lo meno sulla libertà di Internet la Casa Bianca ha inaugurato nei confronti della Cina. In qualche modo ne è frutto.
Il governo di Pechino si guarda bene dal trasformare in caso politico e diplomatico quella che, fa sapere, resta «una questione esclusivamente commerciale» e che, assicura il portavoce del Ministero degli Esteri, non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti, a meno che «qualcuno intenda politicizzarla». Ma precisa, a scanso di equivoci, che continuerà a gestire Internet in conformità con le proprie leggi. Cioè censurando. Per ritorsione ha già cominciato a limitare l'accesso ad alcuni contenuti e collegamenti, ma prima o poi potrebbe decidere di bloccare ogni accesso ai servizi di Google. E c'è anche il rischio che utilizzi quanto accaduto come pretesto per limitare le libertà e i diritti di cui ancora godono i cittadini di Hong Kong.
Non è solo una contesa tra la nazione più popolosa del pianeta e una vera e propria superpotenza di Internet, ma pur sempre una società privata. Né solo una questione di libertà e di diritti umani. E' in gioco anche la sicurezza nazionale di altri stati. Il governo cinese, infatti, compie operazioni di spionaggio, "cyber-intrusioni" nei sistemi di grandi multinazionali (e non è escluso anche di enti governativi). Si è servito anche di Google, che ha così visto messa a rischio la propria credibilità. Il passo di Google, non facile perché rischia l'espulsione da un mercato potenzialmente immenso come quello cinese, è stato certamente accolto con favore a Washington, che l'aveva in qualche modo incoraggiato. Proprio gli attacchi informatici del gennaio scorso, infatti, avevano indotto l'amministrazione Obama a intervenire e a porre la lotta contro la censura delle dittature su Internet tra le priorità della propria politica estera (e di sicurezza).
Riconoscendo che la sua politica aziendale era incompatibile con l'autocensura richiesta per operare in Cina, Google ha di fatto accolto l'invito rivolto dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, alle compagnie americane. Nel suo solenne discorso del gennaio scorso la Clinton aveva assicurato l'impegno del governo Usa «a promuovere la libertà di Internet», affiancando e sostenendo organizzazioni private, investendo nella ricerca e nello sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni per «migliorare le armi che già abbiamo a disposizione per garantire la sicurezza e per consentire a tutti il libero accesso alla Rete».
Aveva avvertito «Paesi o individui» responsabili di cyber-attacchi che «dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale». In particolare, si era rivolta con fermezza alla Cina, chiedendole di «condurre una puntuale e trasparente indagine» sui cyber-attacchi, e aveva lanciato un appello alle società d'informatica americane che operano all'estero, affinché si rifiutino di sostenere o tollerare la censura: «Spero che il rifiuto della censura possa diventare un tratto distintivo delle compagnie d'informatica e di tecnologia americane. Dovrebbe diventare parte del nostro brand nazionale».
Google l'ha ascoltata. La sua decisione si inquadra nella nuova politica che per lo meno sulla libertà di Internet la Casa Bianca ha inaugurato nei confronti della Cina. In qualche modo ne è frutto.
Monday, February 15, 2010
Il piano B (se c'è) stenta a prendere forma
Sia Parigi che Mosca, e Washington probabilmente seguirà a momenti, hanno smentito Teheran riguardo una nuova proposta da parte occidentale sul trasferimento dell'uranio all'estero per l'arricchimento al 20%. Evidentemente, una mossa da parte degli iraniani volta a far credere che non sono isolati e che l'Occidente non si è alzato dal tavolo nonostante i "cazzotti" subiti. Propaganda, insomma, resa però verosimile dall'approccio morbido e accondiscendente fin qui seguito. Non si può del tutto escludere in effetti che una trattativa prosegua sotto banco.
Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, da Doha denuncia che la Repubblica islamica si sta avviando «verso una dittatura militare», con le imprese controllate dai pasdaran che «soppiantano» le istituzioni governative. Un'evoluzione già in atto da tempo e che probabilmente ha giocato un ruolo nel convincere pezzi di establishment a contestare l'autorità di Ahmadinejad e Khamenei.
Nel frattempo, l'Occidente potrebbe finalmente aver deciso di giocare in pressing anche sui diritti umani. All'inutile Consiglio Onu per i diritti umani, infatti, i rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Italia e altri Paesi hanno messo l'Iran sul banco degli imputati per la violenta repressione dell'opposizione. In particolare, l'ambasciatrice italiana si è schierata contro la candidatura di Teheran a far parte del Consiglio per il periodo 2010-2013, in quanto «non coerente» per la sua situazione interna. Tramite il suo rappresentante, l'Iran, difeso anche da Cuba e Nicaragua, ha bollato tutto come pressioni strumentali sul dossier nucleare. Non ha torto, ma c'è da augurarsi che sia solo un primo passo.
Se migliaia di persone rischiano di beccarsi una pallottola in corpo pur di manifestare contro il regime nel suo giorno più simbolico, quando le misure di sicurezza sono ai massimi livelli e gli squadristi mobilitati in massa, allora siamo davvero in presenza di una situazione potenzialmente rivoluzionaria che dovrebbe far riflettere l'Occidente, Stati Uniti in testa, anche in relazione alla sua strategia sul nucleare. Le proteste della scorsa settimana hanno avuto luogo non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città (Tabriz, Shiraz e Isfahan). Dalle poche notizie giunte, anche perché il regime ha bloccato Internet, anche stavolta la repressione ha colpito molto duramente, con cariche, arresti e morti. Aggredite anche le figure più in vista dell'opposizione, come Karroubi e Khatami, e i loro parenti. Ma tutto questo sembra non fiaccare la determinazione del movimento.
Nei giorni scorsi, all'avvio dell'arricchimento dell'uranio al 20% da parte di Teheran, l'amministrazione Obama ha voluto dare un segnale, adottando sanzioni unilaterali nei confronti di quattro compagnie e un generale legati ai pasdaran. A prescindere dal processo per nuove sanzioni Onu, che purtroppo è ancora agli stadi iniziali. Obama sta infatti tentando di incassare almeno il premio di consolazione della fallita strategia dell'engagement, cioè l'aver dimostrato al mondo che è l'Iran, e non sono gli Stati Uniti, a non volere il dialogo. Il che dovrebbe aiutarlo a convincere i Paesi più scettici, come Russia e Cina, a seguire l'Occidente sulla via delle sanzioni. La comunità internazionale «ha fatto i salti mortali» per portare l'Iran a un «dialogo costruttivo», ha sottolineato Obama, ribadendo che «non è accettabile» che l'Iran si doti di armi atomiche. In poche settimane quindi, intima, deve scattare «un significativo regime di sanzioni». «Questa Casa Bianca ha fatto più di ogni altra amministrazione» per tendere la mano a Teheran, gli ha fatto eco il segretario alla Difesa, Robert Gates, spiegando anche lui che gli Usa premono per arrivare a nuove sanzioni «nell'arco di settimane, non di mesi».
Ma le discussioni sulle nuove sanzioni sono ancora «in una fase molto iniziale», ammettono fonti dell'amministrazione Usa. Fallito l'engagement, se il piano "B" di Obama sono le sanzioni, per ora non si vede come possa convincere Pechino, né quale sia l'obiettivo ultimo. E se l'Occidente fosse per la prima volta nella posizione di mettere il regime, grazie alla sua instabilità, con le spalle al muro: resa sul nucleare o muerte alla rivoluzione?
Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, da Doha denuncia che la Repubblica islamica si sta avviando «verso una dittatura militare», con le imprese controllate dai pasdaran che «soppiantano» le istituzioni governative. Un'evoluzione già in atto da tempo e che probabilmente ha giocato un ruolo nel convincere pezzi di establishment a contestare l'autorità di Ahmadinejad e Khamenei.
Nel frattempo, l'Occidente potrebbe finalmente aver deciso di giocare in pressing anche sui diritti umani. All'inutile Consiglio Onu per i diritti umani, infatti, i rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Italia e altri Paesi hanno messo l'Iran sul banco degli imputati per la violenta repressione dell'opposizione. In particolare, l'ambasciatrice italiana si è schierata contro la candidatura di Teheran a far parte del Consiglio per il periodo 2010-2013, in quanto «non coerente» per la sua situazione interna. Tramite il suo rappresentante, l'Iran, difeso anche da Cuba e Nicaragua, ha bollato tutto come pressioni strumentali sul dossier nucleare. Non ha torto, ma c'è da augurarsi che sia solo un primo passo.
Se migliaia di persone rischiano di beccarsi una pallottola in corpo pur di manifestare contro il regime nel suo giorno più simbolico, quando le misure di sicurezza sono ai massimi livelli e gli squadristi mobilitati in massa, allora siamo davvero in presenza di una situazione potenzialmente rivoluzionaria che dovrebbe far riflettere l'Occidente, Stati Uniti in testa, anche in relazione alla sua strategia sul nucleare. Le proteste della scorsa settimana hanno avuto luogo non solo a Teheran, ma anche in altre importanti città (Tabriz, Shiraz e Isfahan). Dalle poche notizie giunte, anche perché il regime ha bloccato Internet, anche stavolta la repressione ha colpito molto duramente, con cariche, arresti e morti. Aggredite anche le figure più in vista dell'opposizione, come Karroubi e Khatami, e i loro parenti. Ma tutto questo sembra non fiaccare la determinazione del movimento.
Nei giorni scorsi, all'avvio dell'arricchimento dell'uranio al 20% da parte di Teheran, l'amministrazione Obama ha voluto dare un segnale, adottando sanzioni unilaterali nei confronti di quattro compagnie e un generale legati ai pasdaran. A prescindere dal processo per nuove sanzioni Onu, che purtroppo è ancora agli stadi iniziali. Obama sta infatti tentando di incassare almeno il premio di consolazione della fallita strategia dell'engagement, cioè l'aver dimostrato al mondo che è l'Iran, e non sono gli Stati Uniti, a non volere il dialogo. Il che dovrebbe aiutarlo a convincere i Paesi più scettici, come Russia e Cina, a seguire l'Occidente sulla via delle sanzioni. La comunità internazionale «ha fatto i salti mortali» per portare l'Iran a un «dialogo costruttivo», ha sottolineato Obama, ribadendo che «non è accettabile» che l'Iran si doti di armi atomiche. In poche settimane quindi, intima, deve scattare «un significativo regime di sanzioni». «Questa Casa Bianca ha fatto più di ogni altra amministrazione» per tendere la mano a Teheran, gli ha fatto eco il segretario alla Difesa, Robert Gates, spiegando anche lui che gli Usa premono per arrivare a nuove sanzioni «nell'arco di settimane, non di mesi».
Ma le discussioni sulle nuove sanzioni sono ancora «in una fase molto iniziale», ammettono fonti dell'amministrazione Usa. Fallito l'engagement, se il piano "B" di Obama sono le sanzioni, per ora non si vede come possa convincere Pechino, né quale sia l'obiettivo ultimo. E se l'Occidente fosse per la prima volta nella posizione di mettere il regime, grazie alla sua instabilità, con le spalle al muro: resa sul nucleare o muerte alla rivoluzione?
Tuesday, February 09, 2010
Le attenzioni dei Basiji ci onorano
Finalmente l'Italia sul regime iraniano ha una posizione chiara ed ecco che riceviamo lo stesso trattamento riservato agli altri grandi Paesi europei. Oggi infatti, anche la nostra ambasciata a Teheran, come quella francese, la tedesca e l'olandese, ma spesso anche quella britannica, ha subito l'avvertimento mafioso del regime. Al grido «morte all'Italia, morte a Berlusconi», come ha riferito questo pomeriggio alle commissioni esteri il ministro Frattini, le milizie Basiji hanno tentato di assalire la nostra ambasciata a Teheran a colpi di pietre. A disperdere i miliziani, travestiti da civili, è stata la polizia iraniana. Ma è sempre il regime, che con una mano aggredisce e con l'altra fa vedere di voler mantenere una parvenza di legalità, che decide se e quando fermare i miliziani. Oggi ci ha mafiosamente ricordato di poter aggredire quando vuole la nostra ambasciata, facendoci capire di non aver voluto affondare il colpo.
Che siano state le parole nette pronunciate da Berlusconi durante la sua visita in Israele, o la nota congiunta Usa-Ue di ieri sulle violazioni dei diritti umani in Iran, o la tensione crescente sul programma nucleare a innescare la reazione delle squadracce del regime contro la nostra ambasciata, poco importa. C'è da salutare con orgoglio, come una novità e persino un salto di qualità della nostra politica estera, il fatto che finalmente non ci vengono risparmiate le violenze di un regime terrorista come quello iraniano solo in ragione della nostra ben nota ambiguità, come accadeva con i palestinesi e fino ad oggi anche con l'Iran.
Che siano state le parole nette pronunciate da Berlusconi durante la sua visita in Israele, o la nota congiunta Usa-Ue di ieri sulle violazioni dei diritti umani in Iran, o la tensione crescente sul programma nucleare a innescare la reazione delle squadracce del regime contro la nostra ambasciata, poco importa. C'è da salutare con orgoglio, come una novità e persino un salto di qualità della nostra politica estera, il fatto che finalmente non ci vengono risparmiate le violenze di un regime terrorista come quello iraniano solo in ragione della nostra ben nota ambiguità, come accadeva con i palestinesi e fino ad oggi anche con l'Iran.
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