Anche su Rightnation
Gli aspetti giuridici del dibattito sulle restrizioni alla vendita e al porto d'armi negli Usa dopo l'ennesima strage in una scuola sono stati egregiamente riassunti da Alessandro Tapparini per America24. E ci aiutano a capire come la questione abbia radici profondissime, e attenga sostanzialmente alla concezione che si ha del rapporto tra Stato e libertà individuali. Al di là del fatto se debbano esserlo o meno, lo Stato, i poteri pubblici, sono davvero così onnipotenti, efficienti e infallibili da rendere superfluo per i cittadini acquistare e portare con sé armi per difesa personale o, al limite, in linea teorica, per esercitare un implicito diritto di “resistenza” a un governo divenuto tiranno? Già, perché i costituenti americani probabilmente non hanno voluto disarmare i cittadini neppure nei confronti del loro governo.
Anche volendo, e soprattutto in un territorio vasto come quello americano, non esisterà mai una forza pubblica che possa dire al cittadino “rinuncia alle armi, ti proteggiamo noi”, senza timore di venire meno alla promessa. Quello che l'esperienza dimostra, anche nelle città della nostra “civile” Europa, è che malintenzionati e squilibrati le armi da fuoco riescono quasi sempre a procurarsele e l'azione repressiva delle forze dell'ordine è più che altro postuma (vedi Breivik in Norvegia). Il risultato è che il cittadino viene privato di un mezzo personale di difesa per affidarsi ad un mezzo pubblico che in caso di bisogno difficilmente arriverà a soccorrerlo prima che sia troppo tardi.
Ora, ammesso e non concesso che un divieto totale (che non c'è nemmeno in Italia!) o ragionevoli restrizioni, che esistono anche negli Usa in alcune zone (tra cui il Connecticut), potessero impedire ciò che è accaduto a Newtown, da un punto di vista “di principio”, filosofico, bisogna capire se stragi come questa non siano che il triste prezzo da pagare a un'idea, una concezione del rapporto tra Stato e libertà individuali, per la quale qualsiasi limite a queste ultime, per rendere possibile la convivenza, non deve mai presupporre l'onnipotenza e l'infallibilità della macchina statale.
D'altra parte, la Corte suprema nel difendere con forza il Secondo Emendamento ha però aperto ad alcune restrizioni ragionevoli. Puoi bandire del tutto le armi da fuoco, ci sono paesi in cui persino la polizia è praticamente disarmata, ma poi arriva uno come Breivik e si torna al punto di partenza, cioè a chiedersi: perché?
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Monday, December 17, 2012
Friday, September 28, 2012
Il caso Sallusti, il prezzo della libertà di stampa e l'anomalia italiana
Anche su L'Opinione
La diffamazione è una brutta bestia. Ma lo è anche il carcere. Come la mettiamo? Il tema è di quelli centrali per le società aperte e democratiche, per uno stato di diritto. La bilancia delle reazioni al "caso Sallusti" pende per la libertà di stampa. Ma sull'altro piatto non c'è un valore trascurabile in un ordinamento che vorremmo poter definire liberale: l'integrità della reputazione, della propria onorabilità, è sacra quanto l'integrità fisica. E' per questo che in talune gravi circostanze il nostro codice considera la diffamazione alla stregua di un delitto. Si esercita violenza nei confronti di una persona anche attentando alla sua reputazione, diffamandola, distorcendone l'immagine, manipolandone storia e idee personali. La nostra reputazione, il nostro "record" personale, fanno parte della nostra identità. Che la "damnatio memoriae", o la "character assassination", siano tra le prime armi dei regimi contro i loro nemici interni dovrebbe suonarci come campanello d’allarme. Si parla di "quarto potere" non a caso. La libertà di stampa è un potere capace di schiacciare l'individuo almeno quanto gli altri tre poteri. E quanto più ci addentriamo nell'epoca dei new media, tanto più si può affermare che una calunnia è per sempre. Nel senso che mentre una diffamazione a mezzo stampa, o via etere, un tempo si perdeva nel flusso continuo delle rotative, delle onde radio o delle immagini, tendeva a sbiadire nella memoria collettiva e poteva sì essere recuperata, ma non in modo così semplice, oggi nell’era digitale è sempre disponibile, accessibile a chiunque con un paio di click, in eterno, come un indelebile marchio d'infamia.
Se la diffamazione è un attacco al cuore delle libertà individuali, il carcere lo è per la libertà di stampa, architrave della democrazia. Quest'ultima ha però una rilevanza pubblica, riguarda tutti gli individui, nel senso che libertà e pluralismo nell'informazione permettono ai cittadini di "conoscere per deliberare". Insomma, non c'è democrazia senza libertà di stampa. Per questo nelle democrazie liberali la sua tutela è prevalente rispetto alla tutela del singolo dalla diffamazione. Il "quarto potere" è così essenziale per difenderci dagli altri tre che preferiamo rischiare di esserne schiacciati come singoli piuttosto che imbavagliarlo. La possibilità di essere diffamati, di vedere distorte o manipolate la nostra storia e le nostre idee nel pubblico dibattito, è il prezzo da pagare per vivere in una società aperta, libera, democratica. Un prezzo che può, e deve essere attenutato, "calmierato", con il diritto alla rettifica e pene pecuniarie anche severe, ma non "azzerato" con il carcere.
Purtroppo, come spesso capita in Italia, siamo riusciti nel paradosso di non tutelare né il diritto alla reputazione né la libertà di stampa. Il caso dal quale abbiamo preso spunto dimostra infatti il nostro fallimento sotto ogni punto di vista - giornalistico, legislativo, e infine giudiziario. Un giornale che senza abiurare alle proprie opinioni avrebbe potuto riconoscere l’errore, ma non l'ha fatto, in questo modo prefigurando quell’«incauto disprezzo» della verità che rende la diffamazione un reato anche negli Stati Uniti; un codice che prevede ancora il carcere, in contrasto con le legislazioni delle altre democrazie occidentali e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma al tempo stesso inefficace nell'imporre vere rettifiche, adeguate nella visibilità e nella durata, pene pecuniarie e professionali rapportate davvero alla recidiva e alla gravità, cioè le uniche sanzioni in grado di riparare il danno. E infine, una condanna che considerando i pochi precedenti è apparsa a molti "politica": se il querelante non fosse stato un magistrato, e il giornalista di destra, forse non staremmo parlando di carcere.
La diffamazione è una brutta bestia. Ma lo è anche il carcere. Come la mettiamo? Il tema è di quelli centrali per le società aperte e democratiche, per uno stato di diritto. La bilancia delle reazioni al "caso Sallusti" pende per la libertà di stampa. Ma sull'altro piatto non c'è un valore trascurabile in un ordinamento che vorremmo poter definire liberale: l'integrità della reputazione, della propria onorabilità, è sacra quanto l'integrità fisica. E' per questo che in talune gravi circostanze il nostro codice considera la diffamazione alla stregua di un delitto. Si esercita violenza nei confronti di una persona anche attentando alla sua reputazione, diffamandola, distorcendone l'immagine, manipolandone storia e idee personali. La nostra reputazione, il nostro "record" personale, fanno parte della nostra identità. Che la "damnatio memoriae", o la "character assassination", siano tra le prime armi dei regimi contro i loro nemici interni dovrebbe suonarci come campanello d’allarme. Si parla di "quarto potere" non a caso. La libertà di stampa è un potere capace di schiacciare l'individuo almeno quanto gli altri tre poteri. E quanto più ci addentriamo nell'epoca dei new media, tanto più si può affermare che una calunnia è per sempre. Nel senso che mentre una diffamazione a mezzo stampa, o via etere, un tempo si perdeva nel flusso continuo delle rotative, delle onde radio o delle immagini, tendeva a sbiadire nella memoria collettiva e poteva sì essere recuperata, ma non in modo così semplice, oggi nell’era digitale è sempre disponibile, accessibile a chiunque con un paio di click, in eterno, come un indelebile marchio d'infamia.
Se la diffamazione è un attacco al cuore delle libertà individuali, il carcere lo è per la libertà di stampa, architrave della democrazia. Quest'ultima ha però una rilevanza pubblica, riguarda tutti gli individui, nel senso che libertà e pluralismo nell'informazione permettono ai cittadini di "conoscere per deliberare". Insomma, non c'è democrazia senza libertà di stampa. Per questo nelle democrazie liberali la sua tutela è prevalente rispetto alla tutela del singolo dalla diffamazione. Il "quarto potere" è così essenziale per difenderci dagli altri tre che preferiamo rischiare di esserne schiacciati come singoli piuttosto che imbavagliarlo. La possibilità di essere diffamati, di vedere distorte o manipolate la nostra storia e le nostre idee nel pubblico dibattito, è il prezzo da pagare per vivere in una società aperta, libera, democratica. Un prezzo che può, e deve essere attenutato, "calmierato", con il diritto alla rettifica e pene pecuniarie anche severe, ma non "azzerato" con il carcere.
Purtroppo, come spesso capita in Italia, siamo riusciti nel paradosso di non tutelare né il diritto alla reputazione né la libertà di stampa. Il caso dal quale abbiamo preso spunto dimostra infatti il nostro fallimento sotto ogni punto di vista - giornalistico, legislativo, e infine giudiziario. Un giornale che senza abiurare alle proprie opinioni avrebbe potuto riconoscere l’errore, ma non l'ha fatto, in questo modo prefigurando quell’«incauto disprezzo» della verità che rende la diffamazione un reato anche negli Stati Uniti; un codice che prevede ancora il carcere, in contrasto con le legislazioni delle altre democrazie occidentali e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma al tempo stesso inefficace nell'imporre vere rettifiche, adeguate nella visibilità e nella durata, pene pecuniarie e professionali rapportate davvero alla recidiva e alla gravità, cioè le uniche sanzioni in grado di riparare il danno. E infine, una condanna che considerando i pochi precedenti è apparsa a molti "politica": se il querelante non fosse stato un magistrato, e il giornalista di destra, forse non staremmo parlando di carcere.
Wednesday, October 06, 2010
E ora l'oblio
Già smontati l'anno scorso, dalla Consulta, i tre punti cardine (limite dei tre embrioni; obbligo di "un unico e contemporaneo impianto"; divieto di crioconservazione) della legge 40 sulla procreazione assistita, ora anche il quarto, il divieto di fecondazione eterologa, potrebbe a breve essere dichiarato incostituzionale. Va tuttavia tenuto presente che si tratta di una questione senz'altro più controversa delle altre tre norme, davvero deliranti e palesemente dannose per la salute sia della donna che del feto. Il centrodestra farebbe bene a imparare la lezione e a non perseverare su una linea incostituzionale e soprattutto largamente minoritaria nel Paese e anche tra i propri elettori.
Ma adesso tacciano anche i cosiddetti laici e i finti liberali, che vedono ovunque la necessità di legiferare (per altro ben sapendo di essere in netta minoranza in Parlamento). Non facciano l'errore di ritornare alla carica solo per protagonismo e puro puntiglio. E' l'ora del pragmatismo, di consegnare all'oblio la legge 40. Meglio, molto meglio il presunto "far west", che poi non significa altro che responsabilità dei medici e libertà dei pazienti.
Ma adesso tacciano anche i cosiddetti laici e i finti liberali, che vedono ovunque la necessità di legiferare (per altro ben sapendo di essere in netta minoranza in Parlamento). Non facciano l'errore di ritornare alla carica solo per protagonismo e puro puntiglio. E' l'ora del pragmatismo, di consegnare all'oblio la legge 40. Meglio, molto meglio il presunto "far west", che poi non significa altro che responsabilità dei medici e libertà dei pazienti.
Friday, August 20, 2010
L'unico collante dei finiani
Pienamente condivisibile il commento di Filippo Facci, oggi su Libero, sull'approccio del Pdl ai temi etici, dal biotestamento alla procreazione assistita. Personalmente, ritengo che un partito intelligente e moderno su quei temi non possa avere dubbi e debba decidere in base al criterio numero 3) e che, come osserva Facci, «non sono alcuni deputati finiani, o altri del Pdl, ad avere posizioni bislacche e personali: sono tutti gli altri» a pensarla diversamente dalla maggioranza degli elettori anche di centrodestra.
Detto questo, due soli appunti sui "finiani": dubito che siano stati i temi etici a «spingere più di un deputato» a lasciare il Pdl e a imbarcarsi nell'avventura finiana. E credo inoltre sia ragionevole aspettarsi dai finiani su questi temi una certa compattezza, mentre al contrario di quanto scrive Facci «lo stesso ragionamento» non può e non deve valere per il Pdl. Perché? Perché il Pdl è un partito dal 30-40%, mentre è anche su questi temi - tra gli altri - che Fini e i suoi hanno preso le distanze da Berlusconi e dalla maggioranza del partito. Se poi si scopre che neanche tra di loro sono d'accordo, allora viene da dubitare che quei temi fossero la reale ragione del loro malessere. Al più, nella migliore delle ipotesi, delle ragioni di contorno, o dei pretesti nella peggiore. Vale per i temi etici come per tutte le altre questioni sollevate in questi mesi da Fini.
Se fosse vero che alcune precise questioni politiche sono le reali e profonde motivazioni che hanno spinto Fini e i suoi ad allontanarsi dalle posizioni della maggioranza e a distinguersi dall'azione di governo, ne dovrebbe conseguire che tutti o quasi i finiani che alla Camera e al Senato hanno costituito gruppi autonomi la pensino, su quelle questioni, più o meno allo stesso modo. Mentre nel Pdl, un partito nazionale del 35%, è logico e anzi inevitabile, che coesistano posizioni diverse, è evidente invece che da un gruppo che giustifica il suo distinguersi dalla maggioranza e da Berlusconi su bioetica, cittadinanza e immigrazione, giustizia, federalismo, Sud, ci si aspetta su tali questioni una maggiore omogeneità di vedute. E invece sembrano anche loro, come il Pdl, divisi tra libertari e conservatori sui temi etici e la cittadinanza, tra garantisti e manettari, tra liberisti e statalisti, e persino tra federalisti e assistenzialisti.
Proprio tale eterogeneità di posizioni tra i finiani su temi che dovrebbero qualificare la loro distinzione da Berlusconi e dal Pdl sembra rafforzare il sospetto che la vera motivazione della rottura - quella che tutti condividono - sia un'altra. In effetti quelle posizioni (tranne quella "manettara", l'ultima a emergere infatti) avevano e hanno piena cittadinanza nel Pdl. Se l'unico collante tra i finiani fosse la frustrazione di Fini, e la loro, per la leadership di Berlusconi, magari alimentata da insoddisfazioni personali o semplice lealtà al loro "capo", si spiegherebbe come mai l'unico comune denominatore rischia di diventare l'antiberlusconismo e come mai la situazione non sembra più ricomponibile sul piano della politica concreta.
Detto questo, due soli appunti sui "finiani": dubito che siano stati i temi etici a «spingere più di un deputato» a lasciare il Pdl e a imbarcarsi nell'avventura finiana. E credo inoltre sia ragionevole aspettarsi dai finiani su questi temi una certa compattezza, mentre al contrario di quanto scrive Facci «lo stesso ragionamento» non può e non deve valere per il Pdl. Perché? Perché il Pdl è un partito dal 30-40%, mentre è anche su questi temi - tra gli altri - che Fini e i suoi hanno preso le distanze da Berlusconi e dalla maggioranza del partito. Se poi si scopre che neanche tra di loro sono d'accordo, allora viene da dubitare che quei temi fossero la reale ragione del loro malessere. Al più, nella migliore delle ipotesi, delle ragioni di contorno, o dei pretesti nella peggiore. Vale per i temi etici come per tutte le altre questioni sollevate in questi mesi da Fini.
Se fosse vero che alcune precise questioni politiche sono le reali e profonde motivazioni che hanno spinto Fini e i suoi ad allontanarsi dalle posizioni della maggioranza e a distinguersi dall'azione di governo, ne dovrebbe conseguire che tutti o quasi i finiani che alla Camera e al Senato hanno costituito gruppi autonomi la pensino, su quelle questioni, più o meno allo stesso modo. Mentre nel Pdl, un partito nazionale del 35%, è logico e anzi inevitabile, che coesistano posizioni diverse, è evidente invece che da un gruppo che giustifica il suo distinguersi dalla maggioranza e da Berlusconi su bioetica, cittadinanza e immigrazione, giustizia, federalismo, Sud, ci si aspetta su tali questioni una maggiore omogeneità di vedute. E invece sembrano anche loro, come il Pdl, divisi tra libertari e conservatori sui temi etici e la cittadinanza, tra garantisti e manettari, tra liberisti e statalisti, e persino tra federalisti e assistenzialisti.
Proprio tale eterogeneità di posizioni tra i finiani su temi che dovrebbero qualificare la loro distinzione da Berlusconi e dal Pdl sembra rafforzare il sospetto che la vera motivazione della rottura - quella che tutti condividono - sia un'altra. In effetti quelle posizioni (tranne quella "manettara", l'ultima a emergere infatti) avevano e hanno piena cittadinanza nel Pdl. Se l'unico collante tra i finiani fosse la frustrazione di Fini, e la loro, per la leadership di Berlusconi, magari alimentata da insoddisfazioni personali o semplice lealtà al loro "capo", si spiegherebbe come mai l'unico comune denominatore rischia di diventare l'antiberlusconismo e come mai la situazione non sembra più ricomponibile sul piano della politica concreta.
Friday, June 11, 2010
Chi difende l'inciviltà
Del perché la legge sulle intercettazioni approvata ieri dal Senato non mi entusiasma ho già scritto qui e in questi giorni non è accaduto nulla che mi abbia fatto cambiare parere: una brutta legge, purtroppo inutile. Perché il problema è sistemico, sono gli incentivi perversi insiti nell'ordinamento giudiziario che rendono i magistrati absoluti, irresponsabili della cattiva amministrazione della giustizia: si fanno troppe intercettazioni e male, "a strascico", e si viola il segreto istruttorio per determinare un esito politico prim'ancora di ogni accertamento giudiziario. Ma la vera soluzione, dunque, non può che essere sistemica, anche se tutti possono immaginare cosa accadrebbe se qualcuno ci provasse per davvero a "sistemare" le cose.
Mi limito a segnalare alcune riflessioni condivisibili, indicative di quanto sia poco difendibile lo status quo per il quale ci si stracciano le vesti in piazza e sui giornali. La prima, quella di Sallusti su il Giornale...
Di sicuro c'è anche, come ha ricordato Ferrara su Il Foglio, che «chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla». E il caso Blagojevich, lungi dal rappresentare una smentita, è un caso di «fatti separati dalle intercettazioni». La legge approvata al Senato sarà efficace per cambiare questo stato di cose? A mio avviso no, sarà solo di intralcio ad un certo andazzo. Forse è il massimo che si poteva fare, ma a che prezzo?
UPDATE 12 giugno - Come sospettavo. Ecco le risposte che alcuni corrispondenti stranieri hanno dato a Il Foglio:
Mi limito a segnalare alcune riflessioni condivisibili, indicative di quanto sia poco difendibile lo status quo per il quale ci si stracciano le vesti in piazza e sui giornali. La prima, quella di Sallusti su il Giornale...
«Forse i giornalisti la smetteranno di essere semplici portavoce delle Procure, che ci forniscono su un piatto d'argento solo quello che vogliono e quando vogliono, spesso per motivi di opportunità politica. Il vero giornalismo "cane da guardia del potere" è quello che provoca inchieste giudiziarie (ricordate il Watergate?), per fotocopiare carte non serve essere iscritti all'Ordine».La seconda, di Maurizio Belpietro, su Libero:
«Abbiamo sempre saputo che alla base di tutto c'è un triangolo, fatto di pm, investigatori e giornalisti, i quali con la facile scusa della giustizia e del diritto all'informazione, fanno i comodi loro. Con le fughe di notizie si sono costruite splendide carriere, nei giornali come nella magistratura e quasi sempre i successi professionali hanno avuto un approdo politico».Quella attuale, lungi dal dover essere difesa, è una situazione di profonda inciviltà giuridica, politica e informativa, lontanissima dalla libertà di informazione. L'unica certezza è l'uso politico che una parte della magistratura fa delle inchieste, e delle intercettazioni (che si prestano perfettamente alla manipolazione). Passando il proprio taglia-e-cuci alla stampa cosiddetta "libera" le Procure cercano di orientare l'opinione pubblica a favore di quella che è la versione dell'accusa. Per di più una versione non già definita e pronta per essere dimostrata in un processo, ma agli inizi della fase istruttoria, quindi ancora meramente un'ipotesi, inevitabilmente indiziaria e lacunosa. In breve, evidentemente a corto di prove, cercano l'appoggio della piazza. Un malcostume che colpisce potenti ma anche cittadini comuni, come dimostrano i processi di Perugia e Garlasco.
Di sicuro c'è anche, come ha ricordato Ferrara su Il Foglio, che «chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla». E il caso Blagojevich, lungi dal rappresentare una smentita, è un caso di «fatti separati dalle intercettazioni». La legge approvata al Senato sarà efficace per cambiare questo stato di cose? A mio avviso no, sarà solo di intralcio ad un certo andazzo. Forse è il massimo che si poteva fare, ma a che prezzo?
UPDATE 12 giugno - Come sospettavo. Ecco le risposte che alcuni corrispondenti stranieri hanno dato a Il Foglio:
Jörg Bremer, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, risponde con molta decisione che «in Germania niente del genere sarebbe possibile. È vietato e non è mai successo. Per quanto riguarda la Faz, il mio giornale, non ha mai pubblicato il testo di un'intercettazione prima di un processo».
Libération, Eric Joseph, dice che a sua conoscenza «mai in Francia, né sul mio giornale né su altri, sono state pubblicate intercettazioni con particolari privati che non abbiano un interesse pubblico. Solo il Nouvel Observateur ha pubblicato un presunto sms di Sarkozy alla ex moglie Cécilia, ed è finita con le scuse del giornale».
Miguel Mora, del quotidiano spagnolo El País: «Non è mai successo che venissero pubblicate intercettazioni come accade sui giornali italiani, anche perché noi abbiamo una norma deontologica che lo evita. Evita, cioè, che persone che non hanno a che fare con una certa indagine compaiano con nome e cognome sui giornali. Il contrario sarebbe strano».
Peter Popham, Independent: «In Inghilterra non è mai successo ed è impensabile».
Patricia Mayorga, cilena di El Mercurio: «Non è mai successo che il mio giornale abbia pubblicato intercettazioni del genere di quelle che escono in Italia. Direi di più: in Cile le intercettazioni non si usano tanto, se non altro per il ricordo di quello che è stato il regime di Pinochet».
Rachel Donadio, del New York Times, dice che non sono mai state pubblicate pagine di intercettazioni sul New York Times o altrove, «se non quelle rese pubbliche durante i processi». Conclude Donadio: «E' diversa anche la sinistra, che in Italia vuole più intercettazioni, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti».
Wednesday, March 24, 2010
Il passo di Google incoraggiato da Washington
Forte anche delle recenti prese di posizione del Dipartimento di Stato Usa e dello stesso presidente Obama sulla libertà di Internet, Google ha deciso di non sottostare più alla autocensura che gli era stata imposta dal regime di Pechino, e che aveva accettato fin dal 2006, per poter entrare nel "mercato" cinese. Continuerà a fornire ricerche in lingua cinese reindirizzando le richieste da Google.cn verso il proprio sito di Hong Kong, Google.com.hk. Il fatto che Google abbia deciso di smettere di filtrare e censurare i risultati delle ricerche, come imporrebbe la legge cinese, non significa che il regime rinunci ad esercitare e anzi ad intensificare il suo controllo, i suoi "blocchi", o a mettere a segno attacchi informatici come quelli che nel gennaio scorso hanno colpito le caselle di posta elettronica di diversi dissidenti e i sistemi di alcune multinazionali, sollevando un caso diplomatico tra Washington e Pechino.
Il governo di Pechino si guarda bene dal trasformare in caso politico e diplomatico quella che, fa sapere, resta «una questione esclusivamente commerciale» e che, assicura il portavoce del Ministero degli Esteri, non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti, a meno che «qualcuno intenda politicizzarla». Ma precisa, a scanso di equivoci, che continuerà a gestire Internet in conformità con le proprie leggi. Cioè censurando. Per ritorsione ha già cominciato a limitare l'accesso ad alcuni contenuti e collegamenti, ma prima o poi potrebbe decidere di bloccare ogni accesso ai servizi di Google. E c'è anche il rischio che utilizzi quanto accaduto come pretesto per limitare le libertà e i diritti di cui ancora godono i cittadini di Hong Kong.
Non è solo una contesa tra la nazione più popolosa del pianeta e una vera e propria superpotenza di Internet, ma pur sempre una società privata. Né solo una questione di libertà e di diritti umani. E' in gioco anche la sicurezza nazionale di altri stati. Il governo cinese, infatti, compie operazioni di spionaggio, "cyber-intrusioni" nei sistemi di grandi multinazionali (e non è escluso anche di enti governativi). Si è servito anche di Google, che ha così visto messa a rischio la propria credibilità. Il passo di Google, non facile perché rischia l'espulsione da un mercato potenzialmente immenso come quello cinese, è stato certamente accolto con favore a Washington, che l'aveva in qualche modo incoraggiato. Proprio gli attacchi informatici del gennaio scorso, infatti, avevano indotto l'amministrazione Obama a intervenire e a porre la lotta contro la censura delle dittature su Internet tra le priorità della propria politica estera (e di sicurezza).
Riconoscendo che la sua politica aziendale era incompatibile con l'autocensura richiesta per operare in Cina, Google ha di fatto accolto l'invito rivolto dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, alle compagnie americane. Nel suo solenne discorso del gennaio scorso la Clinton aveva assicurato l'impegno del governo Usa «a promuovere la libertà di Internet», affiancando e sostenendo organizzazioni private, investendo nella ricerca e nello sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni per «migliorare le armi che già abbiamo a disposizione per garantire la sicurezza e per consentire a tutti il libero accesso alla Rete».
Aveva avvertito «Paesi o individui» responsabili di cyber-attacchi che «dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale». In particolare, si era rivolta con fermezza alla Cina, chiedendole di «condurre una puntuale e trasparente indagine» sui cyber-attacchi, e aveva lanciato un appello alle società d'informatica americane che operano all'estero, affinché si rifiutino di sostenere o tollerare la censura: «Spero che il rifiuto della censura possa diventare un tratto distintivo delle compagnie d'informatica e di tecnologia americane. Dovrebbe diventare parte del nostro brand nazionale».
Google l'ha ascoltata. La sua decisione si inquadra nella nuova politica che per lo meno sulla libertà di Internet la Casa Bianca ha inaugurato nei confronti della Cina. In qualche modo ne è frutto.
Il governo di Pechino si guarda bene dal trasformare in caso politico e diplomatico quella che, fa sapere, resta «una questione esclusivamente commerciale» e che, assicura il portavoce del Ministero degli Esteri, non avrà alcuna ripercussione sulle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti, a meno che «qualcuno intenda politicizzarla». Ma precisa, a scanso di equivoci, che continuerà a gestire Internet in conformità con le proprie leggi. Cioè censurando. Per ritorsione ha già cominciato a limitare l'accesso ad alcuni contenuti e collegamenti, ma prima o poi potrebbe decidere di bloccare ogni accesso ai servizi di Google. E c'è anche il rischio che utilizzi quanto accaduto come pretesto per limitare le libertà e i diritti di cui ancora godono i cittadini di Hong Kong.
Non è solo una contesa tra la nazione più popolosa del pianeta e una vera e propria superpotenza di Internet, ma pur sempre una società privata. Né solo una questione di libertà e di diritti umani. E' in gioco anche la sicurezza nazionale di altri stati. Il governo cinese, infatti, compie operazioni di spionaggio, "cyber-intrusioni" nei sistemi di grandi multinazionali (e non è escluso anche di enti governativi). Si è servito anche di Google, che ha così visto messa a rischio la propria credibilità. Il passo di Google, non facile perché rischia l'espulsione da un mercato potenzialmente immenso come quello cinese, è stato certamente accolto con favore a Washington, che l'aveva in qualche modo incoraggiato. Proprio gli attacchi informatici del gennaio scorso, infatti, avevano indotto l'amministrazione Obama a intervenire e a porre la lotta contro la censura delle dittature su Internet tra le priorità della propria politica estera (e di sicurezza).
Riconoscendo che la sua politica aziendale era incompatibile con l'autocensura richiesta per operare in Cina, Google ha di fatto accolto l'invito rivolto dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, alle compagnie americane. Nel suo solenne discorso del gennaio scorso la Clinton aveva assicurato l'impegno del governo Usa «a promuovere la libertà di Internet», affiancando e sostenendo organizzazioni private, investendo nella ricerca e nello sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni per «migliorare le armi che già abbiamo a disposizione per garantire la sicurezza e per consentire a tutti il libero accesso alla Rete».
Aveva avvertito «Paesi o individui» responsabili di cyber-attacchi che «dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale». In particolare, si era rivolta con fermezza alla Cina, chiedendole di «condurre una puntuale e trasparente indagine» sui cyber-attacchi, e aveva lanciato un appello alle società d'informatica americane che operano all'estero, affinché si rifiutino di sostenere o tollerare la censura: «Spero che il rifiuto della censura possa diventare un tratto distintivo delle compagnie d'informatica e di tecnologia americane. Dovrebbe diventare parte del nostro brand nazionale».
Google l'ha ascoltata. La sua decisione si inquadra nella nuova politica che per lo meno sulla libertà di Internet la Casa Bianca ha inaugurato nei confronti della Cina. In qualche modo ne è frutto.
Tuesday, March 23, 2010
Il male oscuro del Ventesimo secolo
Dice Antonio Di Pietro: «Chi non ha nulla da nascondere non deve temere le intercettazioni». Un'affermazione che dovrebbe far rabbrividire ogni sincero liberale e democratico e che sicuramente ha fatto rabbrividire Piero Ostellino: «Non è sorprendente che lo pensi un ex poliziotto; è anomalo che ci creda un ex magistrato; è inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista». Sul Corriere di oggi avverte che il «male oscuro di cui soffre la nostra democrazia è una "malattia dell'anima" degli italiani» ed è «la stessa sindrome della quale sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo».
«Si violano le libertà individuali, per il Bene comune; e si finisce con uccidere la democrazia. I cittadini della Germania comunista - come ha raccontato il film Le vite degli altri - erano preoccupati, e indignati, dell'intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi). In Italia, gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell'idea di sapere che cosa pensano, e dicono al telefono, "gli altri". Ma la divulgazione delle intercettazioni, anche in presenza di fumus criminis, è persino una violazione della sfera privata, nonché dei suoi diritti, anche dell'inquisito, per non parlare di chi ne è esente. Da noi, si ritengono "utili" le intercettazioni e "giusta" la loro divulgazione in nome di una non meglio precisata Etica pubblica. I tedeschi orientali sognavano l'eliminazione delle intercettazioni, e l'hanno salutata come una liberazione alla caduta del Muro che aveva separato il mondo dell'oppressione da quello della libertà. Molti italiani ne auspicano l'aumento e plaudono alla loro divulgazione come una garanzia democratica. Nella loro testa non è ancora caduto il Muro che dovrebbe separare l'idea di libertà, e di moralità, individuali da quella di "Stato-papà-padrone" che veglia sui propri figli, ne punisce, e ne corregge, i difetti con le intercettazioni e la loro divulgazione».
Tuesday, November 03, 2009
Altro che crocefisso, smascherato l'inganno della scuola statale
Levata di scudi praticamente unanime da parte del mondo politico per la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocefisso nelle aule. Della sentenza non mi scandalizza il merito, che anzi per lo più condivido: è ovvio che dal momento che la scuola è pubblica, l'ambiente educativo dovrebbe essere il più possibile neutro dal punto di vista della religione, come della razza, del sesso, eccetera. D'altra parte, c'è piena libertà di scegliere una scuola non neutra dal punto di vista religioso, optando per una scuola privata cattolica. L'equivoco quindi nasce dalla proprietà statale delle scuole, ma il discorso, più che per il crocefisso (il cui significato sembra davvero a cavallo tra il religioso e il nazional-popolare) dovrebbe valere per l'ora di religione, che al massimo dovrebbe essere storia delle religioni o religioni comparate.
Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?
Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.
Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?
Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.
Friday, July 10, 2009
Passeggiare di notte? Chiedere al prefetto
Con qualche giorno di ritardo riprendiamo da Lakeside Capital:
Un cittadino che assista a reati perseguibili d'ufficio è autorizzato dalla legge (art. 383 c.p.p.) a procedere all'arresto del colpevole, con l'obbligo di consegnarlo senza ritardo alle autorità di giustizia.Il risultato è che paradossalmente per passeggiare di notte in più di due persone potrebbe essere necessaria un'autorizzazione del prefetto. Ecco quanto scrivevo in un post del febbraio scorso:
I cittadini sono liberi di riunirsi pacificamente e senza armi, e per le riunioni, anche in luogo pubblico, non è richiesto preavviso (è scritto nell'art. 17 della Costituzione).
(...)
Quindi sostanzialmente il governo ha varato una norma che consente ai cittadini di fare ciò che potevano già fare, solo che impone loro di strutturarsi in maniera ben definita, ricevere una autorizzazione e registrare la propria attività. Praticamente il governo ha regolamentato un'attività che già si poteva svolgere, ponendo dei paletti e dei controlli per fenomeni che, in alcune città, esistono già da anni.
Saranno anche liberticide queste ronde, ma perché limitano la libertà dei cittadini nello svolgere attività che, fino a prima della nuova norma, potevano tranquillamente già fare senza dover rendere conto a nessuno. Non certo perché creano gruppi paramilitari che minacciano la democrazia nel Belpaese.
Il dibattito di questi giorni sulle ronde spontanee mi sembra davvero surreale. Se un gruppo di cittadini vuol farsi una passeggiata notturna portando con sé i cellulari, non ci vedo niente di male. Non violano alcuna legge, ma proprio per questo fa ridere anche che si vogliano prevedere queste "ronde" per decreto. Qual è in questo caso la necessità e l'urgenza di prevedere per decreto qualcosa che già si può fare, se non quella di un'assurda burocratizzazione delle passeggiate notturne?
Thursday, March 26, 2009
Follia da stato etico + farsa tutta italiota
Perso per perso, tanto vale che la legge sul testamento biologico sia la più assurda e incostituzionale possibile, cosicché la Corte costituzionale non potrà esimersi dal bocciarla non appena gli capiterà sotto tiro.
Ciò che è successo oggi al Senato però la dice lunga sul comatoso e credo irrecuperabile stato della politica italiana.
Iniziamo col dire che quanto accaduto ci conferma ancora una volta che da cittadini faremmo meglio a esercitare tutti gli spazi di libertà esistenti in concreto senza riporre alcuna fiducia che lo Stato sappia risolvere a nostro vantaggio le ambiguità, e anche ipocrisie, che sorgono in quel gap - in una certa misura inevitabile - tra la legge e la realtà della vita quotidiana.
Nel merito, la legge che il Parlamento sta partorendo è tecnicamente nazistoide. L'articolo 32 della Costituzione è manifestatamente stato scritto avendo in mente le atrocità commesse pochi anni prima dal regime nazista. Questa legge sembra invece farci tornare al tempo in cui lo Stato etico del Terzo Reich disponeva dei corpi dei suoi cittadini malati per condurvi i suoi strani esperimenti. Tali ai miei occhi appaiono situazioni in cui un paziente, non importa quanto consapevole, è obbligato ad alcuni trattamenti sanitari che, senza alcuna speranza di migliorarne la qualità della vita, intervengono sadicamente a prolungarne l'agonia. Davvero bizzarri esperimenti che solo menti malate possono partorire.
Si confonde il diritto alla vita con un inquietante "dovere alla vita". Si parla di centralità della persona, ma si stabilisce che la persona non dispone nemmeno del proprio corpo, sul quale non è né il medico né un famigliare a dire l'ultima parola, ma lo Stato. E non lo fa neanche di volta in volta, caso per caso, ma stabilendo una volta per sempre un esito univoco a situazioni diversissime tra di loro.
La maggioranza ha dato prova di un livello di fanatismo totalitario oltre ogni più negativa previsione. Una massa di invasati, che sembrano non rendersi conto di quanto la legge che hanno votato sia folle anche nella sua palese inapplicabilità. Per assicurarsi che nessuno venga "lasciato andare" bisognerebbe mettere in campo risorse - umane e materiali - inimmaginabili per qualsiasi servizio sanitario nazionale e apparato repressivo.
Impressiona poi la compattezza della maggioranza. E' davvero impensabile che i 150 che hanno votato quel testo (o la maggior parte di loro) non lo ritengano in coscienza assurdo. Ciò ci induce a qualche riflessione su una legge elettorale che sembra aver sì determinato un esito quasi bipartitico, ma che ha praticamente adulterato il concetto stesso di rappresentanza. E' chiaro ormai che deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico. E' urgente, ancor di più in Italia, dove sembra che prevalga più che in altri paesi l'istinto del gregge, avere i collegi uninominali.
Non esente da colpe anche il Pd, che non ha potuto (voluto), a causa delle sue divisioni interne, condurre una limpida battaglia di libertà, cercando invece compromessi al ribasso che avrebbero portato a una legge comunque restrittiva oltre il sopportabile della libertà individuale, ma pericolosamente più passabile agli occhi della Corte. Ma è colpa anche di quanti pur in buona fede, anche contro l'evidenza della direzione favorevole che andavano prendendo le sentenze nei casi Welby ed Englaro, hanno continuato a invocare una legge che con qualunque maggioranza avrebbe ristretto gli spazi di libertà già esistenti nell'ordinamento.
Infine, vi invito a constatare voi stessi l'imprevedibile momento di lucidità - dopo almeno cinque o sei anni - del senatore Marcello Pera.
Ciò che è successo oggi al Senato però la dice lunga sul comatoso e credo irrecuperabile stato della politica italiana.
Iniziamo col dire che quanto accaduto ci conferma ancora una volta che da cittadini faremmo meglio a esercitare tutti gli spazi di libertà esistenti in concreto senza riporre alcuna fiducia che lo Stato sappia risolvere a nostro vantaggio le ambiguità, e anche ipocrisie, che sorgono in quel gap - in una certa misura inevitabile - tra la legge e la realtà della vita quotidiana.
Nel merito, la legge che il Parlamento sta partorendo è tecnicamente nazistoide. L'articolo 32 della Costituzione è manifestatamente stato scritto avendo in mente le atrocità commesse pochi anni prima dal regime nazista. Questa legge sembra invece farci tornare al tempo in cui lo Stato etico del Terzo Reich disponeva dei corpi dei suoi cittadini malati per condurvi i suoi strani esperimenti. Tali ai miei occhi appaiono situazioni in cui un paziente, non importa quanto consapevole, è obbligato ad alcuni trattamenti sanitari che, senza alcuna speranza di migliorarne la qualità della vita, intervengono sadicamente a prolungarne l'agonia. Davvero bizzarri esperimenti che solo menti malate possono partorire.
Si confonde il diritto alla vita con un inquietante "dovere alla vita". Si parla di centralità della persona, ma si stabilisce che la persona non dispone nemmeno del proprio corpo, sul quale non è né il medico né un famigliare a dire l'ultima parola, ma lo Stato. E non lo fa neanche di volta in volta, caso per caso, ma stabilendo una volta per sempre un esito univoco a situazioni diversissime tra di loro.
La maggioranza ha dato prova di un livello di fanatismo totalitario oltre ogni più negativa previsione. Una massa di invasati, che sembrano non rendersi conto di quanto la legge che hanno votato sia folle anche nella sua palese inapplicabilità. Per assicurarsi che nessuno venga "lasciato andare" bisognerebbe mettere in campo risorse - umane e materiali - inimmaginabili per qualsiasi servizio sanitario nazionale e apparato repressivo.
Impressiona poi la compattezza della maggioranza. E' davvero impensabile che i 150 che hanno votato quel testo (o la maggior parte di loro) non lo ritengano in coscienza assurdo. Ciò ci induce a qualche riflessione su una legge elettorale che sembra aver sì determinato un esito quasi bipartitico, ma che ha praticamente adulterato il concetto stesso di rappresentanza. E' chiaro ormai che deputati e senatori riconoscono come unico loro referente colui, il partito o il leader, che li ha candidati e non coloro - i cittadini - che li hanno eletti. Siamo in una situazione di totale vincolo di mandato partitico. E' urgente, ancor di più in Italia, dove sembra che prevalga più che in altri paesi l'istinto del gregge, avere i collegi uninominali.
Non esente da colpe anche il Pd, che non ha potuto (voluto), a causa delle sue divisioni interne, condurre una limpida battaglia di libertà, cercando invece compromessi al ribasso che avrebbero portato a una legge comunque restrittiva oltre il sopportabile della libertà individuale, ma pericolosamente più passabile agli occhi della Corte. Ma è colpa anche di quanti pur in buona fede, anche contro l'evidenza della direzione favorevole che andavano prendendo le sentenze nei casi Welby ed Englaro, hanno continuato a invocare una legge che con qualunque maggioranza avrebbe ristretto gli spazi di libertà già esistenti nell'ordinamento.
Infine, vi invito a constatare voi stessi l'imprevedibile momento di lucidità - dopo almeno cinque o sei anni - del senatore Marcello Pera.
Wednesday, February 25, 2009
Meglio una legge incostituzionale che solo brutta
Qualcosa si sta muovendo nella maggioranza a proposito del ddl sul testamento biologico? Così farebbe pensare lo stop della Commissione Affari costituzionali del Senato, che avrebbe dovuto dare questo pomeriggio il proprio parere sul testo Calabrò, parere rinviato invece al pomeriggio di martedì prossimo. D'altra parte, l'incostituzionalità del ddl balza agli occhi e non pochi dubbi sarebbero stati sollevati in commissione non solo dall'opposizione ma anche da una parte della maggioranza. Il presidente della Commissione Igiene e Sanità, Tomassini, ha detto che comunque loro vanno avanti con l'esame degli emendamenti e che non si fermerebbero neanche di fronte a un eventuale parere negativo.
Ieri, parole di buon senso erano state pronunciate ai microfoni del Tg3 dal presidente della Commissione Antimafia, il democristiano doc Giuseppe Pisanu, che si rifiuta di votare una legge simile: «Con la pretesa di disciplinare per legge il fine vita, si afferma la forza dello Stato sul valore della persona umana. Ma questo è in contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che prevede il primato della persona sullo Stato... Secondo me non dovrebbe esserci alcuna legge. Ed in casi delicati, come quello di cui parliamo, dovrebbero essere affidati alla volontà del paziente, se è in grado di intendere e volere, oppure alla valutazione, in scienza e coscienza, dei parenti e del medico, come sempre è avvenuto».
Già, «come sempre è avvenuto», senza scandalo di nessuno finché la questione non è stata politicizzata. Anche Pisanu quindi si iscrive al partito "nessuna legge".
Ma non è il caso di illudersi troppo. Ormai il latte è versato. Hanno voluto così fortemente una legge entrambi i fronti che, come spesso accade, avremo comunque una cattiva legge, che limita drasticamente gli spazi di libertà che fino a ieri erano sicuramente esercitati e, dopo i casi Welby ed Englaro, anche garantiti.
A questo punto, meglio che la legge sia il più palesemente possibile incostituzionale. Il mio timore infatti è che qualche improvvido emendamento (come quelli davvero pessimi del Pd e di Rutelli) possa introdurre qualche eccezione o altra diavoleria che senza rendere la legge meno brutta, cattiva e illiberale di quella che è, la renda però passabile di fronte a un eventuale giudizio della Corte costituzionale. A proposito, mi sembra saggia la posizione di Beppino Englaro sul da farsi dopo l'approvazione della legge. Mi pare che sia stato lui il solo a suggerire di percorrere la via della Consulta prima di buttarsi sul referendum, che purtroppo è uno strumento reso inutilizzabile.
Ieri, parole di buon senso erano state pronunciate ai microfoni del Tg3 dal presidente della Commissione Antimafia, il democristiano doc Giuseppe Pisanu, che si rifiuta di votare una legge simile: «Con la pretesa di disciplinare per legge il fine vita, si afferma la forza dello Stato sul valore della persona umana. Ma questo è in contrasto con l'articolo 2 della Costituzione, che prevede il primato della persona sullo Stato... Secondo me non dovrebbe esserci alcuna legge. Ed in casi delicati, come quello di cui parliamo, dovrebbero essere affidati alla volontà del paziente, se è in grado di intendere e volere, oppure alla valutazione, in scienza e coscienza, dei parenti e del medico, come sempre è avvenuto».
Già, «come sempre è avvenuto», senza scandalo di nessuno finché la questione non è stata politicizzata. Anche Pisanu quindi si iscrive al partito "nessuna legge".
Ma non è il caso di illudersi troppo. Ormai il latte è versato. Hanno voluto così fortemente una legge entrambi i fronti che, come spesso accade, avremo comunque una cattiva legge, che limita drasticamente gli spazi di libertà che fino a ieri erano sicuramente esercitati e, dopo i casi Welby ed Englaro, anche garantiti.
A questo punto, meglio che la legge sia il più palesemente possibile incostituzionale. Il mio timore infatti è che qualche improvvido emendamento (come quelli davvero pessimi del Pd e di Rutelli) possa introdurre qualche eccezione o altra diavoleria che senza rendere la legge meno brutta, cattiva e illiberale di quella che è, la renda però passabile di fronte a un eventuale giudizio della Corte costituzionale. A proposito, mi sembra saggia la posizione di Beppino Englaro sul da farsi dopo l'approvazione della legge. Mi pare che sia stato lui il solo a suggerire di percorrere la via della Consulta prima di buttarsi sul referendum, che purtroppo è uno strumento reso inutilizzabile.
Monday, February 09, 2009
Con il "terzo partito" di Panebianco, ma con un "ma"
Ho letto e condiviso l'editoriale di oggi di Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera. Vorrei solo far notare a Panebianco che la posizione del "terzo partito" - di cui mi sento di far parte, ritenendo da molto tempo che sia meglio nessuna legge - non è però equidistante dagli altri due partiti. Al partito schierato «a difesa del diritto a morire» si possono imputare al massimo un errore strategico e una debolezza culturale. L'aver continuato a politicizzare il caso, invocando l'intervento del legislatore anche dopo le recenti sentenze favorevoli (sui casi Welby ed Englaro) rivela un malinteso sul ruolo dello Stato nel garantire la libertà dei cittadini, una sorta di "statolatria", che li porta a credere che non basti una "libertà da", una libertà come assenza di impedimenti e divieti. Quante persone, a differenza di quanto accadeva per il divorzio o l'aborto, vengono incriminate oggi per aver "staccato la spina" a un proprio parente? No, quel partito vuole per forza una legge che sancisca la "libertà di", anche a prezzo di ottenere l'effetto opposto.
Non si può però far finta di non vedere che le posizioni dei due partiti, se convergono nell'idealizzare lo Stato e la Democrazia, non sono simmetriche. L'esito legislativo per cui si batte uno dei due non è la morte di tutti i pazienti nelle condizioni di Eluana, ma la libera scelta lasciata alla persona e ai suoi cari, assistiti dai medici, come nella vita di tutti i giorni va e, anche secondo Panebianco, giustamente, dovremmo lasciare che vada. Dunque, perché non sembri prendere una facile via di fuga dallo scontro in atto, il "terzo partito" dovrebbe comunque ribellarsi a un ddl che nega questa scelta anche alle persone coscienti, com'era Welby, laddove si riferisce a persone non autosufficienti.
Non si può però far finta di non vedere che le posizioni dei due partiti, se convergono nell'idealizzare lo Stato e la Democrazia, non sono simmetriche. L'esito legislativo per cui si batte uno dei due non è la morte di tutti i pazienti nelle condizioni di Eluana, ma la libera scelta lasciata alla persona e ai suoi cari, assistiti dai medici, come nella vita di tutti i giorni va e, anche secondo Panebianco, giustamente, dovremmo lasciare che vada. Dunque, perché non sembri prendere una facile via di fuga dallo scontro in atto, il "terzo partito" dovrebbe comunque ribellarsi a un ddl che nega questa scelta anche alle persone coscienti, com'era Welby, laddove si riferisce a persone non autosufficienti.
Saturday, February 07, 2009
Quando il dibattito è disonesto
L'editoriale di oggi di Ernesto Galli Della Loggia dà modo di tornare su due aspetti mai sufficientemente sottolineati nei dibattiti, televisivi o sui giornali, sul caso Englaro. Galli Della Loggia tratta i due principali argomenti usati da coloro che si oppongono a lasciar morire Eluana: la sua volontà non è certa (in quanto «ricostruita ex post su base totalmente indiziaria»); la morte per sospensione del nutrimento e dell'idratazione è comunque dolorosa e disumana.
Qui occorre mettersi d'accordo perché il dibattito sia onesto intellettualmente. Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del "cibo" e dell'"acqua", sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.
E' la prova della disonestà intellettuale di questi interlocutori. Non si può fingere di preoccuparsi della reale volontà del soggetto, anche se si sarebbe comunque contrari alla sospensione dei trattamenti qualora sia il soggetto stesso ad esprimersi in prima persona; non si può sollevare la questione della natura, umanitaria e non terapeutica, dell'alimentazione e dell'idratazione, pur essendo contrari anche al distacco delle macchine.
E' ovviamente lecito essere contrari a lasciar morire Eluana o chiunque altro, ma bisogna dirla tutta e non usare argomenti pretestuosi, sollevare obiezioni che quand'anche fossero superate non sposterebbero di un millimetro le proprie conclusioni. Si dica chiaro e tondo che il nostro corpo non ci appartiene. Appartiene allo stato, o a Dio, che lo gestiscono attraverso i loro "sacerdoti". Certo, mi rendo conto che questa sarebbe una posizione un tantino più impopolare che alimentare dubbi sulla volontà di Eluana, riferita dal padre e dalla famiglia in modo univoco, o fare appello alla sensibilità del pubblico per il "cibo" e l'"acqua" negati. Purtroppo, non ho mai sentito o letto nessuno denunciare questi trucchi retorici.
Un'ulteriore prova sta nel fatto che anche lo stesso ddl varato dal governo non si preoccupa mimimamente della reale volontà dei soggetti. Laddove il divieto di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione riguarda tutti coloro «non in grado di provvedere a se stessi», ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi. Anche se Eluana potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste.
Infine, Galli Della Loggia propone di «non produrre la morte di alcuno negandogli l'idratazione e l'alimentazione», ma attraverso «la non somministrazione» di quei farmaci che «non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurare l'indefinita prosecuzione» dello stato vegetativo. Galli Della Loggia non è un medico. Anch'io non lo sono, ma a intuito credo che sospendendo quei farmaci, e non l'alimentazione e l'idratazione, Eluana andrebbe incontro ad una morte ben più traumatica. Per infezione, per trombosi, o per soffocamento.
Da cattolico, a denunciare l'errore del governo, e della Chiesa, è il filosofo Giovanni Reale, intervistato dal Corriere: il decreto «si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». La Chiesa stessa, ricorda, dice che «si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?».
Eluana, e come lei Welby, avanzano la stessa condivisibile richiesta dal punto di vista umano: «Lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre». L'errore che stanno commettendo la Chiesa e la politica è di politicizzare «qualcosa che con la politica non c'entra niente».
Qui occorre mettersi d'accordo perché il dibattito sia onesto intellettualmente. Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del "cibo" e dell'"acqua", sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.
E' la prova della disonestà intellettuale di questi interlocutori. Non si può fingere di preoccuparsi della reale volontà del soggetto, anche se si sarebbe comunque contrari alla sospensione dei trattamenti qualora sia il soggetto stesso ad esprimersi in prima persona; non si può sollevare la questione della natura, umanitaria e non terapeutica, dell'alimentazione e dell'idratazione, pur essendo contrari anche al distacco delle macchine.
E' ovviamente lecito essere contrari a lasciar morire Eluana o chiunque altro, ma bisogna dirla tutta e non usare argomenti pretestuosi, sollevare obiezioni che quand'anche fossero superate non sposterebbero di un millimetro le proprie conclusioni. Si dica chiaro e tondo che il nostro corpo non ci appartiene. Appartiene allo stato, o a Dio, che lo gestiscono attraverso i loro "sacerdoti". Certo, mi rendo conto che questa sarebbe una posizione un tantino più impopolare che alimentare dubbi sulla volontà di Eluana, riferita dal padre e dalla famiglia in modo univoco, o fare appello alla sensibilità del pubblico per il "cibo" e l'"acqua" negati. Purtroppo, non ho mai sentito o letto nessuno denunciare questi trucchi retorici.
Un'ulteriore prova sta nel fatto che anche lo stesso ddl varato dal governo non si preoccupa mimimamente della reale volontà dei soggetti. Laddove il divieto di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione riguarda tutti coloro «non in grado di provvedere a se stessi», ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi. Anche se Eluana potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste.
Infine, Galli Della Loggia propone di «non produrre la morte di alcuno negandogli l'idratazione e l'alimentazione», ma attraverso «la non somministrazione» di quei farmaci che «non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurare l'indefinita prosecuzione» dello stato vegetativo. Galli Della Loggia non è un medico. Anch'io non lo sono, ma a intuito credo che sospendendo quei farmaci, e non l'alimentazione e l'idratazione, Eluana andrebbe incontro ad una morte ben più traumatica. Per infezione, per trombosi, o per soffocamento.
Da cattolico, a denunciare l'errore del governo, e della Chiesa, è il filosofo Giovanni Reale, intervistato dal Corriere: il decreto «si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». La Chiesa stessa, ricorda, dice che «si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?».
Eluana, e come lei Welby, avanzano la stessa condivisibile richiesta dal punto di vista umano: «Lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre». L'errore che stanno commettendo la Chiesa e la politica è di politicizzare «qualcosa che con la politica non c'entra niente».
Friday, February 06, 2009
Rottura con il passato. Berlusconi sceglie lo stato etico
Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano.
John Stuart Mill
Un Vaticano scatenato come mai prima, una politica in parte inginocchiata, in parte intrisa di una irriducibile ideologia statalista. Un governo che si fa coerente interprete dello stato etico in cui viviamo da 80 anni e violenta il corpo martoriato di una cittadina inerme.
Con il decreto approvato oggi in Cdm, e il disegno di legge che probabilmente verrà presentato alle Camere lunedì, per la prima volta Berlusconi ha deciso di coinvolgere formalmente il suo governo in una battaglia sulle questioni etiche, segnando la fine di quella libertà di coscienza che aveva da sempre rivendicato essere la linea del suo partito su quei temi. Una rottura con il passato che proprio alla vigilia della nascita del PdL può rivelarsi un macigno. Un partito che mira al 40% dei voti e ad essere maggioritario nel Paese non può su questi temi nascere su posizioni estremiste estranee alla maggioranza degli italiani e persino dei suoi elettori.
Il presidente Napolitano ha commesso un solo errore in questa vicenda. Inviando la lettera con il suo no preventivo al decreto mentre era in corso la riunione del Consiglio dei ministri - iniziativa in effetti assai discutibile sotto il profilo istituzionale - ha di fatto ricompattato il governo, perché a quel punto, soprassadendo, l'esecutivo avrebbe avvalorato un potere di vaglio preventivo sulla decretazione d'urgenza da parte del presidente della Repubblica. Quanto meno, è stato questo l'argomento usato per convincere i ministri più riottosi.
Per il resto il presidente ha giustamente rilevato la mancanza dei requisiti di urgenza e necessità per l'emanazione del decreto. Se infatti si sostenesse che i requisiti si siano determinati in conseguenza del caso Englaro, allora si ammetterebbe che si tratta di un decreto ad personam, confermando la sua incostituzionalità; ma viceversa, nessun fatto nuovo sarebbe emerso sulle questioni di fine vita tale da rendere un decreto urgente e necessario. A meno che il governo non sia disposto ad ammettere di essersi accorto solo oggi che nelle strutture sanitarie pubbliche migliaia di pazienti vengono "uccisi".
Ma può il presidente della Repubblica eccepire sulla costituzionalità di un decreto e rifiutarsi di firmarlo? Oppure sui decreti, in quanto atti governativi («sotto la sua responsabilità», recita l'art. 77 riferendosi al governo), la firma presidenziale è da considerarsi un "atto dovuto", notarile? La questione è quanto meno controversa.
Quanto al mancato rispetto della sentenza della Cassazione, a mio avviso è un argomento irrilevante. Il governo e il Parlamento sarebbero infatti pienamente legittimati a legiferare per riempire un vuoto normativo, o correggere una legge, che avessero determinato una certa sentenza.
Ma ciò che nessuna formulazione del decreto avrebbe mai potuto superare, pena la sua inefficacia allo scopo che si erano prefissi i proponenti, è il contrasto della norma con gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione.
Nella seconda bozza del decreto, hanno sostenuto Berlusconi e Sacconi, sono stati accolti i rilievi tecnico-giuridici avanzati dal costituzionalista Onida. Il quale però ha negato, e ha spiegato che porre come limite temporale del divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali l'approvazione di una legge sul testamento biologico da parte del Parlamento non è comunque sufficiente a rendere costituzionale l'intervento del governo. La prima bozza, infatti, era «costituzionalmente impropria» non solo perché di fatto anticipava la volontà del Parlamento sul testamento biologico, ma soprattutto perché «contrastante con l'art. 32 della Costituzione», nel punto in cui prevedeva che l'alimentazione e l'idratazione non potessero essere in nessun caso rifiutate dai soggetti interessati.
Questo contrasto con la Costituzione è inevitabilmente rimasto anche nella bozza di decreto approvata dal CdM:
Dunque, non è affatto vero che per il governo e per i sostenitori del divieto di sospensione dei trattamenti il problema consista nell'incertezza sulla reale volontà di Eluana. Anche se potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste. Ed è ciò che rende il decreto incostituzionale. Non solo il decreto, ma qualsiasi legge che escludesse del tutto la possibilità per un cittadino di rifiutare alimentazione e idratazione, sia naturali che per mezzi artificiali, sarebbe incostituzionale.
Riguardo la pesante ingerenza del Vaticano, il portavoce Padre Lombardi ha smentito «nel modo più categorico» la conversazione telefonica tra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, riportata questa mattina da un quotidiano. Ma Lombardi non può non essersi accorto che su un altro autorevole quotidiano, il Corriere della Sera, si faceva riferimento ai colloqui che solo ieri Berlusconi avrebbe avuto con monsignor Betori, già segretario generale della Cei, e con il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Evidentemente, dobbiamo supporre, questi colloqui non era in grado di smentirli.
John Stuart Mill
Un Vaticano scatenato come mai prima, una politica in parte inginocchiata, in parte intrisa di una irriducibile ideologia statalista. Un governo che si fa coerente interprete dello stato etico in cui viviamo da 80 anni e violenta il corpo martoriato di una cittadina inerme.
Con il decreto approvato oggi in Cdm, e il disegno di legge che probabilmente verrà presentato alle Camere lunedì, per la prima volta Berlusconi ha deciso di coinvolgere formalmente il suo governo in una battaglia sulle questioni etiche, segnando la fine di quella libertà di coscienza che aveva da sempre rivendicato essere la linea del suo partito su quei temi. Una rottura con il passato che proprio alla vigilia della nascita del PdL può rivelarsi un macigno. Un partito che mira al 40% dei voti e ad essere maggioritario nel Paese non può su questi temi nascere su posizioni estremiste estranee alla maggioranza degli italiani e persino dei suoi elettori.
Il presidente Napolitano ha commesso un solo errore in questa vicenda. Inviando la lettera con il suo no preventivo al decreto mentre era in corso la riunione del Consiglio dei ministri - iniziativa in effetti assai discutibile sotto il profilo istituzionale - ha di fatto ricompattato il governo, perché a quel punto, soprassadendo, l'esecutivo avrebbe avvalorato un potere di vaglio preventivo sulla decretazione d'urgenza da parte del presidente della Repubblica. Quanto meno, è stato questo l'argomento usato per convincere i ministri più riottosi.
Per il resto il presidente ha giustamente rilevato la mancanza dei requisiti di urgenza e necessità per l'emanazione del decreto. Se infatti si sostenesse che i requisiti si siano determinati in conseguenza del caso Englaro, allora si ammetterebbe che si tratta di un decreto ad personam, confermando la sua incostituzionalità; ma viceversa, nessun fatto nuovo sarebbe emerso sulle questioni di fine vita tale da rendere un decreto urgente e necessario. A meno che il governo non sia disposto ad ammettere di essersi accorto solo oggi che nelle strutture sanitarie pubbliche migliaia di pazienti vengono "uccisi".
Ma può il presidente della Repubblica eccepire sulla costituzionalità di un decreto e rifiutarsi di firmarlo? Oppure sui decreti, in quanto atti governativi («sotto la sua responsabilità», recita l'art. 77 riferendosi al governo), la firma presidenziale è da considerarsi un "atto dovuto", notarile? La questione è quanto meno controversa.
Quanto al mancato rispetto della sentenza della Cassazione, a mio avviso è un argomento irrilevante. Il governo e il Parlamento sarebbero infatti pienamente legittimati a legiferare per riempire un vuoto normativo, o correggere una legge, che avessero determinato una certa sentenza.
Ma ciò che nessuna formulazione del decreto avrebbe mai potuto superare, pena la sua inefficacia allo scopo che si erano prefissi i proponenti, è il contrasto della norma con gli artt. 3, 13 e 32 della Costituzione.
Nella seconda bozza del decreto, hanno sostenuto Berlusconi e Sacconi, sono stati accolti i rilievi tecnico-giuridici avanzati dal costituzionalista Onida. Il quale però ha negato, e ha spiegato che porre come limite temporale del divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali l'approvazione di una legge sul testamento biologico da parte del Parlamento non è comunque sufficiente a rendere costituzionale l'intervento del governo. La prima bozza, infatti, era «costituzionalmente impropria» non solo perché di fatto anticipava la volontà del Parlamento sul testamento biologico, ma soprattutto perché «contrastante con l'art. 32 della Costituzione», nel punto in cui prevedeva che l'alimentazione e l'idratazione non potessero essere in nessun caso rifiutate dai soggetti interessati.
Questo contrasto con la Costituzione è inevitabilmente rimasto anche nella bozza di decreto approvata dal CdM:
«In attesa dell'approvazione di una completa ed organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l'alimentazione e idratazione in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».Attenzione a laddove si dice «non in grado di provvedere a se stessi», perché con questa espressione ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi.
Dunque, non è affatto vero che per il governo e per i sostenitori del divieto di sospensione dei trattamenti il problema consista nell'incertezza sulla reale volontà di Eluana. Anche se potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste. Ed è ciò che rende il decreto incostituzionale. Non solo il decreto, ma qualsiasi legge che escludesse del tutto la possibilità per un cittadino di rifiutare alimentazione e idratazione, sia naturali che per mezzi artificiali, sarebbe incostituzionale.
Riguardo la pesante ingerenza del Vaticano, il portavoce Padre Lombardi ha smentito «nel modo più categorico» la conversazione telefonica tra il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il presidente del Consiglio italiano, riportata questa mattina da un quotidiano. Ma Lombardi non può non essersi accorto che su un altro autorevole quotidiano, il Corriere della Sera, si faceva riferimento ai colloqui che solo ieri Berlusconi avrebbe avuto con monsignor Betori, già segretario generale della Cei, e con il cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Evidentemente, dobbiamo supporre, questi colloqui non era in grado di smentirli.
Thursday, February 05, 2009
Un decreto-stupro. Il governo salvi se stesso, non violenti Eluana
C'è da immaginare che in queste ore stia infuriando la battaglia tra i membri del governo favorevoli e quelli contrari a un decreto legge per impedire a Eluana Englaro di andarsene come avrebbe desiderato. Sono davvero rimasto sgomento quando stamani ho appreso le ultime parole di Berlusconi: «Stiamo lavorando per intervenire».
Cos'era cambiato dalle parole pronunciate solo ieri, quando a una domanda sul caso Englaro aveva risposto esattamente il contrario: «Non voglio intervenire»? Se Berlusconi - sempre disinteressato ai temi etici, quasi infastidito, e sempre attento ai sondaggi - scegliesse di dar corso a questa idea del decreto, sarebbe solo per fare un favore al Vaticano.
E' indubbio infatti che in queste ore siano state fortissime le pressioni esercitate dai più alti ambienti ecclesiastici tramite il solito canale - quel Gianni Letta apprezzato in modo bipartisan, ma che ho sempre ritenuto un pericoloso Richelieu, per la sua capacità di influenzare il "principe" frenandone gli slanci più riformatori.
Da una parte tutto il peso del Vaticano, dall'altra i pochi membri del governo e della maggioranza di buon senso. In mezzo, decisivo, Berlusconi. Speriamo che anche questa volta prevalga in lui l'istinto che lo porta a inseguire il consenso popolare. Un'altra certezza infatti, è da che parte stia l'opinione pubblica. Una maggioranza schiacciante di italiani ritiene che il papà di Eluana abbia tutto il diritto di compiere la volontà della figlia. E, in ogni caso, dubito che ci sia più di qualche fanatico che ritenga che il governo debba entrare nella vicenda dolorosissima, e privatissima, di una famiglia.
Tra l'altro, ogni paragone con il caso Terry Schiavo non regge. Era simile dal punto di vista clinico, ma di mezzo c'era una famiglia spaccata, una ricostruzione non univoca della sua volontà e una enorme somma di denaro, oltre un milione di dollari mi pare.
Certo, se la prepotenza del Vaticano avesse la meglio sull'attaccamento di Berlusconi al consenso popolare, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi per l'indipendenza del nostro paese dallo Stato del Vaticano. Ma se Berlusconi avrà la forza di dire no, di soprassedere, dovrà ringraziare oltre al suo istinto anche il presidente Napolitano, Fini, forse anche Bossi, e un pugno di persone di buon senso di cui si è circondato, che gli avranno impedito di commettere un grave errore, umano e politico. Un decreto siffatto sarebbe incostituzionale, perché costringere una persona ad alimentarsi contro la sua volontà, per vie naturali o artificialmente, comporterebbe esiti di una violenza inaudita (vicini alla tortura) sul corpo di quella stessa persona, che contrasterebbero con tutti i più banali principi della carta costituzionale.
Inoltre, il governo ne ricaverebbe un grande danno d'immagine. Qualsiasi mistificazione mediatica non riuscirebbe a nascondere l'evidenza dei fatti: lo Stato contro una famiglia, la famiglia. Il governo contro un papà e una mamma sfiniti dal dolore che vogliono solo far riposare in pace la loro bambina, da 17 anni imprigionata nel suo corpo divenuto un vegetale. Una simile prepotenza ripugnerebbe chiunque, perché chiunque penserebbe a se stesso e alla sua famiglia in quella situazione. Di fronte a questo Leviatano, a questo Golia, si leverebbe Beppino Englaro, un uomo determinato, lucido, che conosce i suoi diritti, che sa comunicare davanti alle telecamere tutto il suo amore per la figlia e per la libertà. Neanche il più popolare dei governi uscirebbe indenne da un simile confronto.
Tra poche ore sapremo se ancora una volta dovremo vergognarci del nostro stato e avremo un motivo in più per espatriare. Che cosa noi italiani dobbiamo arrivare a fare per riaffermare che siamo padroni del nostro corpo? Chi, se non lo siamo noi stessi, è il padrone dei nostri corpi? Speriamo che non ci voglia uno Jan Palach italiano per ricordarci tragicamente che uno stato può toglierti tutte le libertà, ma non la libertà sul tuo corpo e la tua coscienza.
Cos'era cambiato dalle parole pronunciate solo ieri, quando a una domanda sul caso Englaro aveva risposto esattamente il contrario: «Non voglio intervenire»? Se Berlusconi - sempre disinteressato ai temi etici, quasi infastidito, e sempre attento ai sondaggi - scegliesse di dar corso a questa idea del decreto, sarebbe solo per fare un favore al Vaticano.
E' indubbio infatti che in queste ore siano state fortissime le pressioni esercitate dai più alti ambienti ecclesiastici tramite il solito canale - quel Gianni Letta apprezzato in modo bipartisan, ma che ho sempre ritenuto un pericoloso Richelieu, per la sua capacità di influenzare il "principe" frenandone gli slanci più riformatori.
Da una parte tutto il peso del Vaticano, dall'altra i pochi membri del governo e della maggioranza di buon senso. In mezzo, decisivo, Berlusconi. Speriamo che anche questa volta prevalga in lui l'istinto che lo porta a inseguire il consenso popolare. Un'altra certezza infatti, è da che parte stia l'opinione pubblica. Una maggioranza schiacciante di italiani ritiene che il papà di Eluana abbia tutto il diritto di compiere la volontà della figlia. E, in ogni caso, dubito che ci sia più di qualche fanatico che ritenga che il governo debba entrare nella vicenda dolorosissima, e privatissima, di una famiglia.
Tra l'altro, ogni paragone con il caso Terry Schiavo non regge. Era simile dal punto di vista clinico, ma di mezzo c'era una famiglia spaccata, una ricostruzione non univoca della sua volontà e una enorme somma di denaro, oltre un milione di dollari mi pare.
Certo, se la prepotenza del Vaticano avesse la meglio sull'attaccamento di Berlusconi al consenso popolare, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi per l'indipendenza del nostro paese dallo Stato del Vaticano. Ma se Berlusconi avrà la forza di dire no, di soprassedere, dovrà ringraziare oltre al suo istinto anche il presidente Napolitano, Fini, forse anche Bossi, e un pugno di persone di buon senso di cui si è circondato, che gli avranno impedito di commettere un grave errore, umano e politico. Un decreto siffatto sarebbe incostituzionale, perché costringere una persona ad alimentarsi contro la sua volontà, per vie naturali o artificialmente, comporterebbe esiti di una violenza inaudita (vicini alla tortura) sul corpo di quella stessa persona, che contrasterebbero con tutti i più banali principi della carta costituzionale.
Inoltre, il governo ne ricaverebbe un grande danno d'immagine. Qualsiasi mistificazione mediatica non riuscirebbe a nascondere l'evidenza dei fatti: lo Stato contro una famiglia, la famiglia. Il governo contro un papà e una mamma sfiniti dal dolore che vogliono solo far riposare in pace la loro bambina, da 17 anni imprigionata nel suo corpo divenuto un vegetale. Una simile prepotenza ripugnerebbe chiunque, perché chiunque penserebbe a se stesso e alla sua famiglia in quella situazione. Di fronte a questo Leviatano, a questo Golia, si leverebbe Beppino Englaro, un uomo determinato, lucido, che conosce i suoi diritti, che sa comunicare davanti alle telecamere tutto il suo amore per la figlia e per la libertà. Neanche il più popolare dei governi uscirebbe indenne da un simile confronto.
Tra poche ore sapremo se ancora una volta dovremo vergognarci del nostro stato e avremo un motivo in più per espatriare. Che cosa noi italiani dobbiamo arrivare a fare per riaffermare che siamo padroni del nostro corpo? Chi, se non lo siamo noi stessi, è il padrone dei nostri corpi? Speriamo che non ci voglia uno Jan Palach italiano per ricordarci tragicamente che uno stato può toglierti tutte le libertà, ma non la libertà sul tuo corpo e la tua coscienza.
Tuesday, February 03, 2009
Il sequestro di un individuo in una persona
Difficile parlare di Eluana, ma anche non parlarne. Credo che un rispettoso silenzio sia sempre una virtù, ma che in questo caso - che il papà di Eluana ha voluto socraticamente portare alla conoscenza dell'opinione pubblica e dibattere con le autorità civili del suo paese - le parole non siano fuori luogo.
Eluana sta per morire una seconda volta e quindi questi non possono che essere giorni tristissimi per la famiglia di Eluana. Un po' di sollievo può certamente recarlo la consapevolezza di essere riusciti a far valere la volontà della loro figlia. Morire due volte è triste, ma lo è anche tutto ciò che c'è stato in mezzo, ciò che ha passato: il sequestro di un individuo in una persona. Perché quando tra i due termini non c'è equilibrio, c'è sofferenza e talvolta la condizione umana diventa insopportabile.
Guardando a quei quattro fanatici che ieri notte hanno provato a sbarrare la strada a Eluana, e ai tanti che ci sono riusciti per questi lunghi anni, confesso che per un istante ho temuto: se sono disposti ad accanirsi in questo modo su corpi inermi e sofferenze inaudite, figuriamoci cosa sarebero disposti a fare per limitare la libertà di chi è in grado di agire autonomamente. Invece no, mi sono detto. Sono fanatici ma anche vigliacchi. Sono forti con i deboli, ma deboli con i forti. Sono certo che non avrebbero il coraggio di sbarrare la strada a uno di noi, a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e psichiche. Si attaccano a Eluana perché Eluana non può mandarli affanculo.
E' ignoranza allo stato puro quella che fa dire a Eugenia Roccella che c'è una «incompatibilità oggettiva tra il Servizio sanitario nazionale e l'applicazione del decreto della Corte d'appello di Milano». Come se il Ssn fosse sovrano e non soggetto alle leggi di questo paese. Si faccia vedere da uno bravo, Eugenia.
Berlusconi ha taciuto, come sempre sui temi etici. Mentre Fini ha dimostrato buon senso, senso della realtà ma anche e soprattutto sintonia con la sensibilità della maggior parte degli elettori anche di centrodestra:
Non è il momento di parlare di leggi. Ma una cosa è certa: la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, ma una conquista giorno per giorno. Ci sarà da guadagnarcela, persino a dispetto di quelli che in buona fede, per protagonismo o idolatria dello stato e della politica, si battono per una legge comunque, basta che porti il loro nome tra le firme in calce.
Eluana sta per morire una seconda volta e quindi questi non possono che essere giorni tristissimi per la famiglia di Eluana. Un po' di sollievo può certamente recarlo la consapevolezza di essere riusciti a far valere la volontà della loro figlia. Morire due volte è triste, ma lo è anche tutto ciò che c'è stato in mezzo, ciò che ha passato: il sequestro di un individuo in una persona. Perché quando tra i due termini non c'è equilibrio, c'è sofferenza e talvolta la condizione umana diventa insopportabile.
Guardando a quei quattro fanatici che ieri notte hanno provato a sbarrare la strada a Eluana, e ai tanti che ci sono riusciti per questi lunghi anni, confesso che per un istante ho temuto: se sono disposti ad accanirsi in questo modo su corpi inermi e sofferenze inaudite, figuriamoci cosa sarebero disposti a fare per limitare la libertà di chi è in grado di agire autonomamente. Invece no, mi sono detto. Sono fanatici ma anche vigliacchi. Sono forti con i deboli, ma deboli con i forti. Sono certo che non avrebbero il coraggio di sbarrare la strada a uno di noi, a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e psichiche. Si attaccano a Eluana perché Eluana non può mandarli affanculo.
E' ignoranza allo stato puro quella che fa dire a Eugenia Roccella che c'è una «incompatibilità oggettiva tra il Servizio sanitario nazionale e l'applicazione del decreto della Corte d'appello di Milano». Come se il Ssn fosse sovrano e non soggetto alle leggi di questo paese. Si faccia vedere da uno bravo, Eugenia.
Berlusconi ha taciuto, come sempre sui temi etici. Mentre Fini ha dimostrato buon senso, senso della realtà ma anche e soprattutto sintonia con la sensibilità della maggior parte degli elettori anche di centrodestra:
«Invidio chi ha certezze sul caso Englaro. Personalmente non ne ho, né religiose né scientifiche. Ho solo dubbi, uno su tutti: qual è e dov'è il confine tra un essere vivente e un vegetale? Penso che solo i genitori di Eluana abbiano il diritto di fornire una risposta. E avverto il dovere di rispettarla».E' questa la voce di una destra per la quale i valori non sono idoli astratti sui cui altari sacrificare la libertà.
Non è il momento di parlare di leggi. Ma una cosa è certa: la libertà non è un bene acquisito una volta per sempre, ma una conquista giorno per giorno. Ci sarà da guadagnarcela, persino a dispetto di quelli che in buona fede, per protagonismo o idolatria dello stato e della politica, si battono per una legge comunque, basta che porti il loro nome tra le firme in calce.
Thursday, December 18, 2008
Nullo e ignobile l'atto di Sacconi
Ecco il testo integrale dell'atto di indirizzo sulla nutrizione e l'idratazione delle persone in stato vegetativo persistente con il quale il ministro Sacconi ha per lo più tentato di intimidire le strutture sanitarie pubbliche e private.
Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.
Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».
Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.
Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.
Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.
Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.
La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.
Temevo di peggio, perché l'atto in sé dimostra che non esiste alcuna legge dalla quale si possa anche lontanamente desumere qualche impedimento etico e normativo all'esecuzione delle volontà di Eluana Englaro e dei pazienti nella sua stessa situazione.
Già nella premessa il ministro sembra mettere le mani avanti, chiarendo che l'atto intende «richiamare principi di carattere generale, al fine di garantire uniformità di trattamenti di base su tutto il territorio nazionale e di rendere omogenee le pratiche in campo sanitario con riferimento a profili essenziali come la nutrizione e l'alimentazione nei confronti delle persone in Stato Vegetativo Persistente (SVP)». Principi generali, dunque. E «si fa rinvio» al «parere» del Comitato nazionale di Bioetica «per un orientamento rispetto al necessario esercizio della responsabilità secondo scienza e coscienza della funzione medica».
Insomma, si vede lo sforzo del ministro di non sconfinare nell'illegalità. Se sia o no legittimo quest'atto, e se il ministro sia passibile di incriminazione, lascio stabilirlo ai più esperti di me in diritto. Di sicuro è carta straccia rispetto all'esecutività della sentenza sul caso Englaro. Certo, ciò non toglie la gravità di un atto che porta con sé tutto il peso di una sgradevole minaccia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate e che ha soprattutto il valore di manifesto politico-ideologico del Ministero, che come potere esecutivo dovrebbe limitarsi a far eseguire la legge e non pareri di organi consultivi.
Sui corpi dei cittadini, e su quello di Eluana in particolare, un ministro e i suoi sottosegretari tutelano se stessi e rivendicano la loro posizione politica agli occhi delle gerarchie vaticane. A dispetto della legge, della Costituzione, e di una sentenza inappellabile che ad esse si richiama.
Quanto, poi, al riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, mi pare del tutto fuori luogo. Laddove si stabilisce che «gli Stati Parti riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità» e, in particolare, che devono «prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità», mi sembra che venga detto qualcosa di ovvio per la nostra coscienza nazionale. La sospensione della nutrizione e dell'alimentazione nel caso Englaro non sarebbe certo un «rifiuto discriminatorio di assistenza», ma l'assecondare la volontà del "disabile". Qui la convenzione sembra piuttosto rivolgersi a quelle nazioni totalitarie o culturalmente arretrate in cui i disabili vengono addirittura soppressi o la loro cura viene considerata uno spreco.
Non solo il passaggio della Convenzione Onu sui disabili citato da Sacconi ci ricorda un principio per noi italiani ovvio, ma può persino essere interpretato a sostegno della sospensione della nutrizione e dell'idratazione artificiali ad Eluana. E' ovvio, infatti, che sia fatto «divieto di discriminare la persona in stato vegetativo rispetto alla persona non in stato vegetativo», ma proprio per questo, come qualsiasi persona «non in stato vegetativo», anche il paziente «in stato vegetativo» ha il diritto di rifiutare o di far cessare i trattamenti medici sul suo corpo. E non può essere discriminato solo per il fatto di essere "disabile" e quindi di non poter comunicare di persona la propria volontà. a Convenzione Onu sui disabili verrebbe violata dalle strutture sanitarie a cui si rivolge Sacconi nel momento in cui la volontà di Eluana non venisse rispettata in quanto disabile.
La richiesta indirizzata alle strutture sanitarie pubbliche e private perché «si uniformino ai principi sopra esposti» - essendo quei principi ricavati in un caso dal «parere» di un organo consultivo del governo, nell'altro da una convenzione internazionale - non toglie l'obbligo delle strutture medesime a dar seguito alla sentenza della Cassazione sul caso Englaro.
Friday, November 14, 2008
Eluana è libera
Si chiude la vicenda giudiziaria di Eluana Englaro, dopo che 16 anni fa si era purtroppo già chiusa quella umana. Si chiude con la liberazione del corpo della ragazza, ostaggio di procedure mediche e burocratiche contrarie alla sua volontà. Se infatti i più invasivi protocolli di rianimazione sono doverosi, in caso di primo soccorso, dalla situazione paradossale che talvolta generano e in cui era piombata la povera Eluana si dovrebbe poter uscire. Se le terapie non sono in grado, dopo 16 anni, di restituire a un corpo una vita umana, ma lo limitano ad una vita da vegetale, dovrebbero potersi sospendere. D'altra parte, esattamente come porvi fine, anche continuare è una decisione che non dovrebbe spettare ad altri che al paziente.
Ma in assenza di una sua volontà attuale, a chi altri se non ai parenti più stretti spetta di far valere una sua volontà differita, che sia riportata senza contestazioni? Non allo stato, non ai medici, non ai giudici, non ai chierici. E' sbagliato, infatti, sostenere che i giudici abbiano deciso alcunché. I giudici hanno solo ritenuto affidabile e credibile il padre di Eluana nel farsi latore della volontà della ragazza. E' lui, al limite, che ha deciso. E chi altri poteva, se non i genitori, in quella particolare situazione?
La Chiesa e i politici cattolici parlano spodoratamente di «omicidio», non rendendosi conto di quanto lontani siano dal buon senso delle persone comuni, le quali sanno benissimo distinguere un omicidio/suicidio dal rispetto del desiderio che il proprio corpo non venga tenuto artificialmente a vegetare. Non mi voglio ripetere oltre, avendo già affrontato la questione innumerevoli volte su questo blog, quindi vi rimando alle riflessioni di Oggettivista, che condivido in pieno.
Dal punto di vista politico, è ovvio che i giochi siano mutati. Siamo di fronte a sentenze che hanno riconosciuto de facto come già esistente nell'ordinamento il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici, chiarendo che essendo un diritto costituzionalmente garantito non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche e in presenza di volontà non scritte e differite, ma accertabili. Non c'è alcun vuoto legislativo da colmare.
Non stupisce, quindi, che oggi una legge sul testamento biologico venga richiesta a gran voce proprio da chi per anni vi si è opposto. E' singolare, invece, come non si siano accorti che il gioco è cambiato i sostenitori del testamento biologico, i quali, forse per protagonismo, sembrano non rendersi conto che ad oggi un intervento legislativo rischia concretamente di restringere quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.
Ma in assenza di una sua volontà attuale, a chi altri se non ai parenti più stretti spetta di far valere una sua volontà differita, che sia riportata senza contestazioni? Non allo stato, non ai medici, non ai giudici, non ai chierici. E' sbagliato, infatti, sostenere che i giudici abbiano deciso alcunché. I giudici hanno solo ritenuto affidabile e credibile il padre di Eluana nel farsi latore della volontà della ragazza. E' lui, al limite, che ha deciso. E chi altri poteva, se non i genitori, in quella particolare situazione?
La Chiesa e i politici cattolici parlano spodoratamente di «omicidio», non rendendosi conto di quanto lontani siano dal buon senso delle persone comuni, le quali sanno benissimo distinguere un omicidio/suicidio dal rispetto del desiderio che il proprio corpo non venga tenuto artificialmente a vegetare. Non mi voglio ripetere oltre, avendo già affrontato la questione innumerevoli volte su questo blog, quindi vi rimando alle riflessioni di Oggettivista, che condivido in pieno.
Dal punto di vista politico, è ovvio che i giochi siano mutati. Siamo di fronte a sentenze che hanno riconosciuto de facto come già esistente nell'ordinamento il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici, chiarendo che essendo un diritto costituzionalmente garantito non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche e in presenza di volontà non scritte e differite, ma accertabili. Non c'è alcun vuoto legislativo da colmare.
Non stupisce, quindi, che oggi una legge sul testamento biologico venga richiesta a gran voce proprio da chi per anni vi si è opposto. E' singolare, invece, come non si siano accorti che il gioco è cambiato i sostenitori del testamento biologico, i quali, forse per protagonismo, sembrano non rendersi conto che ad oggi un intervento legislativo rischia concretamente di restringere quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.
Thursday, November 13, 2008
Una nuova via per il GOP
A pochi giorni dalla disfatta le migliori menti nei principali circoli conservatori si stanno già interrogando sulle cause e le possibili nuove vie. «Cosa ci è accaduto?»; «Cosa comporta la vittoria di Obama per il Paese e per il movimento conservatore?» Ne discuteranno, in un incontro organizzato dal 13 al 16 novembre a Palm Beach dal David Horowitz Freedom Center, personalità del calibro di Karl Rove, i governatori Haley Barbour e Tim Pawlenty, il senatore Jeff Sessions e i deputati Mike Pence e Ed Royce; e ancora, autorevoli intellettuali come David Horowitz, Victor Davis Hanson, Robert Spencer, Daniel Pipes.
David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.
Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».
Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».
Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.
Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.
Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.
David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.
Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».
Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».
Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.
Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.
Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.
Wednesday, October 01, 2008
Sull'autodeterminazione la Chiesa ha una posizione eversiva
«La vita non è a disposizione di nessuno, nemmeno di se stessi». E' l'affermazione forte, pronunciata ieri da monsignor Betori, che ci aiuta ulteriormente a capire con chi abbiamo a che fare e di che cosa stiamo parlando. Dopo aver ripetuto che la Cei ha cambiato idea, arrivando ora a sostenere la necessità di una legge, solo a causa delle sentenze che le hanno dato torto, che hanno cioè risconosiuto il diritto del malato a sospendere i trattamenti medici, Betori ieri ha parlato chiaro: «Preferiamo non parlare di testamento biologico, ma di una legge sul "fine vita": la vita non è a disposizione di nessuno, nemmeno di se stessi. Il problema è proteggere la vita e rendere degno il momento della fine della nostra esistenza. Questo è il senso del nostro cedere al legiferare».
Se il testamento biologico «sottende il concetto di autodeterminazione dell'individuo in relazione alla propria morte», in una eventuale legge sul "fine vita" non dovranno esserci «aperture» a «una visione che va contro le radici cristiane della nostra cultura». In realtà, questa posizione sottende un semplice sillogismo: "la tua vita appartiene a Dio; noi siamo i suoi rappresentanti in terra; noi disponiamo della tua vita per conto di Dio".
Ci sia pure, concedono i vescovi, una «dichiarazione del paziente legalmente riconosciuta» che rappresenti «la volontà del paziente», ma a decidere dev'essere il medico. La volontà del paziente, purché espressa «in modo certo ed esplicito, diventa la volontà con cui si confronta il medico, non deve poi esprimere volontà contro la propria vita perché nessuno, neppure il malato, è padrone della propria vita».
Non è la prima volta né sarà l'ultima che la Chiesa cattolica attacca l'autodeterminazione dell'individuo e ci ricorda che gli ultimi 50 anni di aperture alla concezione dei diritti umani non bastano a cancellarne 1950 del loro opposto. E' l'unica cosa che Dio non perdonerà alla sua (?) Chiesa. Non riconoscere l'autodeterminazione dell'individuo, il diritto del malato a decidere della propria vita, va palesemente contro i principi costituzionali e i diritti umani così come codificati in tutte le nazioni dell'occidente democratico e le organizzazioni sovranazionali come l'Unione europea e l'Onu. Assume addirittura i contorni dell'eversione, quando a negare il principio di autodeterminazione, e a fare attività politica contro di esso, è addirittura una istituzione estesa e influente come la Chiesa cattolica che - è bene ricordarlo - si presenta con lo status giuridico di uno stato estero nei confronti dello stato italiano e delle sue leggi.
Occorre però fare attenzione anche a come si discute di questi temi, del caso Englaro, per esempio. Non accettare mai di discutere di come accertare la volontà del paziente con chi poi quella volontà, nei casi in cui fosse espressa di persona, in modo consapevole ed esplicito, è pronto a ignorarla. I due discorsi sono su due piani differenti e devono essere tenuti distinti. Una volta accettato il principio del rispetto della volontà del paziente, possiamo discutere di come accertarla, con tutte le garanzie del caso. Il 99,9% di coloro che in casi come quelli di Eluana sollevano dubbi sulla reale volontà del paziente e che sostengono che non sia possibile ricostruirla o riportarla sono in malafede, perché comunque, anche se fosse Eluana in persona a esprimersi oggi, come Welby, direbbero che non ha il diritto di porre fine alla sua vita. Non accettate di prendere in considerazione gli argomenti di chi non accetta che sia rispettata la volontà dell'individuo.
Se il testamento biologico «sottende il concetto di autodeterminazione dell'individuo in relazione alla propria morte», in una eventuale legge sul "fine vita" non dovranno esserci «aperture» a «una visione che va contro le radici cristiane della nostra cultura». In realtà, questa posizione sottende un semplice sillogismo: "la tua vita appartiene a Dio; noi siamo i suoi rappresentanti in terra; noi disponiamo della tua vita per conto di Dio".
Ci sia pure, concedono i vescovi, una «dichiarazione del paziente legalmente riconosciuta» che rappresenti «la volontà del paziente», ma a decidere dev'essere il medico. La volontà del paziente, purché espressa «in modo certo ed esplicito, diventa la volontà con cui si confronta il medico, non deve poi esprimere volontà contro la propria vita perché nessuno, neppure il malato, è padrone della propria vita».
Non è la prima volta né sarà l'ultima che la Chiesa cattolica attacca l'autodeterminazione dell'individuo e ci ricorda che gli ultimi 50 anni di aperture alla concezione dei diritti umani non bastano a cancellarne 1950 del loro opposto. E' l'unica cosa che Dio non perdonerà alla sua (?) Chiesa. Non riconoscere l'autodeterminazione dell'individuo, il diritto del malato a decidere della propria vita, va palesemente contro i principi costituzionali e i diritti umani così come codificati in tutte le nazioni dell'occidente democratico e le organizzazioni sovranazionali come l'Unione europea e l'Onu. Assume addirittura i contorni dell'eversione, quando a negare il principio di autodeterminazione, e a fare attività politica contro di esso, è addirittura una istituzione estesa e influente come la Chiesa cattolica che - è bene ricordarlo - si presenta con lo status giuridico di uno stato estero nei confronti dello stato italiano e delle sue leggi.
Occorre però fare attenzione anche a come si discute di questi temi, del caso Englaro, per esempio. Non accettare mai di discutere di come accertare la volontà del paziente con chi poi quella volontà, nei casi in cui fosse espressa di persona, in modo consapevole ed esplicito, è pronto a ignorarla. I due discorsi sono su due piani differenti e devono essere tenuti distinti. Una volta accettato il principio del rispetto della volontà del paziente, possiamo discutere di come accertarla, con tutte le garanzie del caso. Il 99,9% di coloro che in casi come quelli di Eluana sollevano dubbi sulla reale volontà del paziente e che sostengono che non sia possibile ricostruirla o riportarla sono in malafede, perché comunque, anche se fosse Eluana in persona a esprimersi oggi, come Welby, direbbero che non ha il diritto di porre fine alla sua vita. Non accettate di prendere in considerazione gli argomenti di chi non accetta che sia rispettata la volontà dell'individuo.
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