Pubblicato su Ofcs Report
Dallas è ancora una volta per gli Stati Uniti crocevia della storia e insieme catalizzatore di conflitti. Con la presidenza di Barack Obama, il primo presidente nero, si riteneva chiusa per sempre la questione razziale e suggellata la riconciliazione tra bianchi e neri. D’altronde, cosa più dell’elezione di un presidente nero può rappresentare l’effettiva parità di condizioni e opportunità? Eppure, gli episodi di violenza di questi ultimi anni e di questi giorni, sembrano riaprire ferite mai davvero rimarginate. Il presidente che più di ogni altro avrebbe dovuto unire l’America, rischia di lasciarla più divisa e rancorosa che mai. Molti neri rimproverano a Obama di non difendere la “sua gente”. Molti bianchi lo accusano di alimentare il risentimento dei neri e persino di legittimarne la violenza.
Il fenomeno che emerge invece inequivocabilmente dai numeri e che riguarda tutti i cittadini americani senza distinzioni di pelle, è proprio quello degli abusi e delle uccisioni ingiustificate da parte della polizia, che secondo le statistiche potrebbero essere una su quattro.
Ma l’America non è più quella degli anni ’60: le leggi segregazioniste sono un lontano ricordo. L’uguaglianza davanti alla legge è piena e anzi è stata introdotta in molti ambiti una “discriminazione positiva“: quote, sussidi e programmi pubblici volti a favorire l’integrazione e una uguaglianza anche sostanziale. La questione razziale però sembra aver cambiato pelle. Oggi ha a che fare più con l’ideologia, i risentimenti reciproci, i fantasmi del passato.
Osservando freddamente le statistiche, balza agli occhi un grave problema di violenza della polizia, ma non un problema di razzismo. Secondo dati del 2015 riportati dal Washington Post, il 26% delle vittime della polizia è di colore.
Essendo le persone di colore il 13% della popolazione americana, in proporzione si può dire che muoiono più neri per mano dei poliziotti, che non persone di altre etnie. Tuttavia, è anche vero che pur essendo il 13% della popolazione, i neri commettono il 24% di tutti i crimini violenti e quasi la stessa quantità di omicidi commessi dai bianchi. La presenza di agenti di colore nella polizia è del 12%, quindi perfettamente proporzionata alla popolazione afro-americana. Non si possono certo escludere uccisioni per motivi razziali da parte di qualche agente, ma vanno dimostrate singolarmente, caso per caso. Non si possono desumere dalle statistiche, né dalla compresenza di una vittima di colore e di un’uccisione ingiustificata.
Anziché “Black Lives Matter“, sembrerebbe più appropriato un movimento “All Lives Matter“. Le vite dei neri sembrano importare solo quando vengono tolte dai poliziotti, ha osservato l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ricordando che accade 50 volte di più che una giovane vita di colore, venga spezzata da un giovane anch’esso di colore. “Quando dici le vite dei neri importano, questo è intrinsecamente razzista e anti-americano. Le vite dei neri importano. Le vite dei bianchi importano. Le vite degli asiatici importano. Le vite degli ispanici importano”.
Per otto anni Obama ha focalizzato la sua attenzione sul controllo delle armi e sulla questione razziale, sottovalutando invece il problema dell’eccessiva violenza della polizia in molti Stati. Commentando le violenze di Ferguson nel 2015, ha sposato le tesi di Blm, riconoscendo “un problema specifico che riguarda la comunità afroamericana e non le altre”, un “problema specifico” di violenza delle autorità contro i neri. Anche nel commentare gli ultimi episodi, da Varsavia, in Polonia, Obama ha, senza esitazioni, attribuito ad attitudini razziste le uccisioni in Louisiana e Minnesota (“symptomatic of a broader set of racial disparities that exist in our criminal-justice system”) senza preoccuparsi che tali fossero realmente le attitudini degli agenti coinvolti, mentre ha omesso qualsiasi riferimento al movente razzista nel caso degli agenti uccisi a Dallas, nonostante fosse dichiarato esplicitamente dall’omicida (voleva “uccidere bianchi, specialmente poliziotti bianchi”).
Un doppio standard che solleva dubbi sulla capacità di giudizio del presidente, rischia di alimentare le divisioni e allontana l’analisi dal vero problema: le uccisioni ingiustificate della polizia. Ogni volta che un afroamericano viene ucciso da un poliziotto si tratta di un caso di razzismo, mentre il tema vero di una violenza generalizzata e sempre più fuori controllo della polizia passa in secondo piano.
Difficile dire come la questione razziale impatterà sulla corsa alla Casa Bianca. Di sicuro un impatto lo avrà. Da una parte, proprio in questi giorni, il presidente Obama ha iniziato a partecipare agli eventi elettorali di Hillary Clinton, la quale ha quindi deciso di puntare forte sulla continuità. E il suo messaggio dopo i fatti di questi giorni è all’America bianca: “I bianchi devono sforzarsi di più di ascoltare quando gli afroamericani parlano delle barriere che incontrano”. Da subito Donald Trump si è presentato come il paladino dell’America bianca, interpretando la voglia di riscatto dei bianchi impoveriti che non ne possono più del “politicamente corretto”. Da decenni non si affrontavano due candidati alla Casa Bianca così agli antipodi su un tema incendiario come le divisioni razziali: una miscela esplosiva.
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Monday, July 11, 2016
Monday, December 17, 2012
Secondo Emendamento, una questione di principio
Anche su Rightnation
Gli aspetti giuridici del dibattito sulle restrizioni alla vendita e al porto d'armi negli Usa dopo l'ennesima strage in una scuola sono stati egregiamente riassunti da Alessandro Tapparini per America24. E ci aiutano a capire come la questione abbia radici profondissime, e attenga sostanzialmente alla concezione che si ha del rapporto tra Stato e libertà individuali. Al di là del fatto se debbano esserlo o meno, lo Stato, i poteri pubblici, sono davvero così onnipotenti, efficienti e infallibili da rendere superfluo per i cittadini acquistare e portare con sé armi per difesa personale o, al limite, in linea teorica, per esercitare un implicito diritto di “resistenza” a un governo divenuto tiranno? Già, perché i costituenti americani probabilmente non hanno voluto disarmare i cittadini neppure nei confronti del loro governo.
Anche volendo, e soprattutto in un territorio vasto come quello americano, non esisterà mai una forza pubblica che possa dire al cittadino “rinuncia alle armi, ti proteggiamo noi”, senza timore di venire meno alla promessa. Quello che l'esperienza dimostra, anche nelle città della nostra “civile” Europa, è che malintenzionati e squilibrati le armi da fuoco riescono quasi sempre a procurarsele e l'azione repressiva delle forze dell'ordine è più che altro postuma (vedi Breivik in Norvegia). Il risultato è che il cittadino viene privato di un mezzo personale di difesa per affidarsi ad un mezzo pubblico che in caso di bisogno difficilmente arriverà a soccorrerlo prima che sia troppo tardi.
Ora, ammesso e non concesso che un divieto totale (che non c'è nemmeno in Italia!) o ragionevoli restrizioni, che esistono anche negli Usa in alcune zone (tra cui il Connecticut), potessero impedire ciò che è accaduto a Newtown, da un punto di vista “di principio”, filosofico, bisogna capire se stragi come questa non siano che il triste prezzo da pagare a un'idea, una concezione del rapporto tra Stato e libertà individuali, per la quale qualsiasi limite a queste ultime, per rendere possibile la convivenza, non deve mai presupporre l'onnipotenza e l'infallibilità della macchina statale.
D'altra parte, la Corte suprema nel difendere con forza il Secondo Emendamento ha però aperto ad alcune restrizioni ragionevoli. Puoi bandire del tutto le armi da fuoco, ci sono paesi in cui persino la polizia è praticamente disarmata, ma poi arriva uno come Breivik e si torna al punto di partenza, cioè a chiedersi: perché?
Gli aspetti giuridici del dibattito sulle restrizioni alla vendita e al porto d'armi negli Usa dopo l'ennesima strage in una scuola sono stati egregiamente riassunti da Alessandro Tapparini per America24. E ci aiutano a capire come la questione abbia radici profondissime, e attenga sostanzialmente alla concezione che si ha del rapporto tra Stato e libertà individuali. Al di là del fatto se debbano esserlo o meno, lo Stato, i poteri pubblici, sono davvero così onnipotenti, efficienti e infallibili da rendere superfluo per i cittadini acquistare e portare con sé armi per difesa personale o, al limite, in linea teorica, per esercitare un implicito diritto di “resistenza” a un governo divenuto tiranno? Già, perché i costituenti americani probabilmente non hanno voluto disarmare i cittadini neppure nei confronti del loro governo.
Anche volendo, e soprattutto in un territorio vasto come quello americano, non esisterà mai una forza pubblica che possa dire al cittadino “rinuncia alle armi, ti proteggiamo noi”, senza timore di venire meno alla promessa. Quello che l'esperienza dimostra, anche nelle città della nostra “civile” Europa, è che malintenzionati e squilibrati le armi da fuoco riescono quasi sempre a procurarsele e l'azione repressiva delle forze dell'ordine è più che altro postuma (vedi Breivik in Norvegia). Il risultato è che il cittadino viene privato di un mezzo personale di difesa per affidarsi ad un mezzo pubblico che in caso di bisogno difficilmente arriverà a soccorrerlo prima che sia troppo tardi.
Ora, ammesso e non concesso che un divieto totale (che non c'è nemmeno in Italia!) o ragionevoli restrizioni, che esistono anche negli Usa in alcune zone (tra cui il Connecticut), potessero impedire ciò che è accaduto a Newtown, da un punto di vista “di principio”, filosofico, bisogna capire se stragi come questa non siano che il triste prezzo da pagare a un'idea, una concezione del rapporto tra Stato e libertà individuali, per la quale qualsiasi limite a queste ultime, per rendere possibile la convivenza, non deve mai presupporre l'onnipotenza e l'infallibilità della macchina statale.
D'altra parte, la Corte suprema nel difendere con forza il Secondo Emendamento ha però aperto ad alcune restrizioni ragionevoli. Puoi bandire del tutto le armi da fuoco, ci sono paesi in cui persino la polizia è praticamente disarmata, ma poi arriva uno come Breivik e si torna al punto di partenza, cioè a chiedersi: perché?
Thursday, November 15, 2012
In piazza l'ideologia non il disagio
Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Friday, September 14, 2012
Non chiamateli terroristi: i nuovi "compagni che sbagliano"
Anche su L'Opinione
Se qualcuno vi dicesse che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio di D’Antona e di Biagi, per citare crimini più recenti, non furono atti di terrorismo, ma solo "sovversivi", probabilmente gli dareste del pazzo delirante. Eppure, è ciò che in pratica hanno sancito la Corte di Cassazione e la Corte d’assise d’appello di Milano nelle sentenze di condanna che riconoscono gli imputati, appartenenti alle «nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare» (Pcpm), colpevoli sì di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Non si tratta di una questione solo nominalistica, tra le due fattispecie di reato ballano parecchi anni di pena. Ma l’organizzazione neobrigatista non può essere considerata terroristica, sostengono i giudici, perché non si ravvisano in essa «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», né «la volontà di destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». I "sovversivi" si sono limitati ad incendiare le sedi di Forza Italia a Milano e di Forza Nuova a Padova, e a progettare attentati contro la sede del quotidiano Libero, un manager della Breda e il giuslavorista e senatore Pietro Ichino.
Gli imputati avevano sì in testa un «disegno eversivo», «sovversivo», e stavano progettando una serie di azioni, ma la loro – scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni – era una «violenza generica e non terroristica». Portatori di una «aberrante visione ideologica», non disdegnano «affatto la violenza della guerra», che anzi rappresenta per loro «il momento finale dello scontro di classe». Volevano fare «proseliti» attraverso la «propaganda armata», per questo stavano preparando «plurimi attentati» e Ichino era uno dei loro «obiettivi politici». Tuttavia, non hanno agito con «modalità terroristiche» – e qui l’argomentazione si rende ridicola – perché i loro bersagli erano mirati, scelti e individuati con precisione, e si ponevano «il problema di evitare gli "effetti collaterali" della loro azione eversiva e violenta», poiché non era loro intenzione «generare panico o terrore». Ammesso e non concesso che l’assassinio dell’ennesimo giuslavorista non intimidisca la popolazione, ma progettare un attentato ad un senatore della Repubblica non esprime forse «la volontà di destabilizzare gli assetti istituzionali»?
In questo modo i giudici rischiano di legittimare implicitamente la logica e i criteri dei brigatisti nell’individuare le loro vittime. La sentenza di fatto attribuisce, unicamente sulla base dei loro disegni criminali, il carattere di "non indiscriminate" ad aggressioni che in effetti appaiono proprio indiscriminate, dal momento che solo nella mente dei brigatisti – speriamo non anche dei giudici – la vittima viene assunta con motivo e non indiscriminatamente a simbolo e rappresentante del "sistema" da abbattere. E il discrimine può essere semplicemente di ordine pratico: tra i potenziali bersagli colpire il meno protetto.
L’aggravante delle finalità terroristiche, osserva Ichino, è stata introdotta nel codice proprio per combattere la lotta politica armata, ma da oggi è di fatto inservibile. A ben vedere, infatti, storicamente il terrorismo rosso non ha mai agito così indiscriminatamente come pretendono i giudici oggi perché si configuri la matrice terroristica. Negli anni ‘70 iniziarono individuando i loro bersagli prima nelle fabbriche, tra gli industriali e tra i sindacalisti, poi tra i magistrati che li perseguivano, per arrivare ai giornalisti, ai politici e agli statisti come Moro. Questa sentenza assolve dall’accusa di terrorismo anche le vecchie brigate rosse.
Il bersaglio in realtà è indiscriminato perché non è la persona Ichino che si vuole colpire, ma lui in quanto simbolo della categoria a cui appartiene o delle idee che esprime. Tutti coloro che fanno parte della categoria di Ichino, gli studiosi di diritto del lavoro impegnati in politica, o di altre, come manager di aziende, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni, e tutti coloro bollati per le loro idee come nemici di classe, sono potenziali bersagli. E’ evidente per ciò come l’obiettivo non sia colpire una singola persona, ma terrorizzare un’intera categoria e corrente di pensiero politico. Certo, il "sovversivo" dirà che chi non è nemico di classe, chi non sostiene il "sistema", non ha nulla da temere. Lo stesso leader delle nuove Br, Alfredo Davanzo, ha fornito la prova del carattere indiscriminato delle loro intenzioni, quindi terroristiche, quando rispondendo a Ichino ha detto: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». In queste parole, pronunciate in udienza, davanti ai giudici, c’è sia l’ammissione di voler colpire gli «esecutori di questo sistema», un bersaglio direi sufficientemente indiscriminato, sia di voler destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali» (il sistema).
Sembra che agli occhi dei giudici per «intimidire indiscriminatamente la popolazione» ci voglia un attentato che possa coinvolgere potenzialmente chiunque tra 60 milioni di persone. Non basta forse, per essere "indiscriminato" e per "intimidire", che possa colpire nel mucchio un’ampia categoria di persone, addirittura tutti gli «esecutori di questo sistema», quindi in teoria non solo i milioni di persone (tra cui magistrati e uomini delle forze dell’ordine) che servono lo stato?
Queste sentenze rischiano di rappresentare molto più che un semplice "abbassare la guardia" rispetto al fenomeno neobrigatista e anarchico-insurrezionalista. Rischia di passare il messaggio che entrare nella lotta armata, concepire la guerra contro il "sistema" e i suoi uomini come uno strumento di lotta politica, non è terrorismo, a patto di selezionare con cura i propri bersagli, preoccupandosi di evitare vittime "collaterali". Basta essere accurati, insomma, per sfuggire all’accusa di terrorismo e farsi molti meno anni di carcere?
Se qualcuno vi dicesse che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio di D’Antona e di Biagi, per citare crimini più recenti, non furono atti di terrorismo, ma solo "sovversivi", probabilmente gli dareste del pazzo delirante. Eppure, è ciò che in pratica hanno sancito la Corte di Cassazione e la Corte d’assise d’appello di Milano nelle sentenze di condanna che riconoscono gli imputati, appartenenti alle «nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare» (Pcpm), colpevoli sì di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Non si tratta di una questione solo nominalistica, tra le due fattispecie di reato ballano parecchi anni di pena. Ma l’organizzazione neobrigatista non può essere considerata terroristica, sostengono i giudici, perché non si ravvisano in essa «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», né «la volontà di destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». I "sovversivi" si sono limitati ad incendiare le sedi di Forza Italia a Milano e di Forza Nuova a Padova, e a progettare attentati contro la sede del quotidiano Libero, un manager della Breda e il giuslavorista e senatore Pietro Ichino.
Gli imputati avevano sì in testa un «disegno eversivo», «sovversivo», e stavano progettando una serie di azioni, ma la loro – scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni – era una «violenza generica e non terroristica». Portatori di una «aberrante visione ideologica», non disdegnano «affatto la violenza della guerra», che anzi rappresenta per loro «il momento finale dello scontro di classe». Volevano fare «proseliti» attraverso la «propaganda armata», per questo stavano preparando «plurimi attentati» e Ichino era uno dei loro «obiettivi politici». Tuttavia, non hanno agito con «modalità terroristiche» – e qui l’argomentazione si rende ridicola – perché i loro bersagli erano mirati, scelti e individuati con precisione, e si ponevano «il problema di evitare gli "effetti collaterali" della loro azione eversiva e violenta», poiché non era loro intenzione «generare panico o terrore». Ammesso e non concesso che l’assassinio dell’ennesimo giuslavorista non intimidisca la popolazione, ma progettare un attentato ad un senatore della Repubblica non esprime forse «la volontà di destabilizzare gli assetti istituzionali»?
In questo modo i giudici rischiano di legittimare implicitamente la logica e i criteri dei brigatisti nell’individuare le loro vittime. La sentenza di fatto attribuisce, unicamente sulla base dei loro disegni criminali, il carattere di "non indiscriminate" ad aggressioni che in effetti appaiono proprio indiscriminate, dal momento che solo nella mente dei brigatisti – speriamo non anche dei giudici – la vittima viene assunta con motivo e non indiscriminatamente a simbolo e rappresentante del "sistema" da abbattere. E il discrimine può essere semplicemente di ordine pratico: tra i potenziali bersagli colpire il meno protetto.
L’aggravante delle finalità terroristiche, osserva Ichino, è stata introdotta nel codice proprio per combattere la lotta politica armata, ma da oggi è di fatto inservibile. A ben vedere, infatti, storicamente il terrorismo rosso non ha mai agito così indiscriminatamente come pretendono i giudici oggi perché si configuri la matrice terroristica. Negli anni ‘70 iniziarono individuando i loro bersagli prima nelle fabbriche, tra gli industriali e tra i sindacalisti, poi tra i magistrati che li perseguivano, per arrivare ai giornalisti, ai politici e agli statisti come Moro. Questa sentenza assolve dall’accusa di terrorismo anche le vecchie brigate rosse.
Il bersaglio in realtà è indiscriminato perché non è la persona Ichino che si vuole colpire, ma lui in quanto simbolo della categoria a cui appartiene o delle idee che esprime. Tutti coloro che fanno parte della categoria di Ichino, gli studiosi di diritto del lavoro impegnati in politica, o di altre, come manager di aziende, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni, e tutti coloro bollati per le loro idee come nemici di classe, sono potenziali bersagli. E’ evidente per ciò come l’obiettivo non sia colpire una singola persona, ma terrorizzare un’intera categoria e corrente di pensiero politico. Certo, il "sovversivo" dirà che chi non è nemico di classe, chi non sostiene il "sistema", non ha nulla da temere. Lo stesso leader delle nuove Br, Alfredo Davanzo, ha fornito la prova del carattere indiscriminato delle loro intenzioni, quindi terroristiche, quando rispondendo a Ichino ha detto: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». In queste parole, pronunciate in udienza, davanti ai giudici, c’è sia l’ammissione di voler colpire gli «esecutori di questo sistema», un bersaglio direi sufficientemente indiscriminato, sia di voler destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali» (il sistema).
Sembra che agli occhi dei giudici per «intimidire indiscriminatamente la popolazione» ci voglia un attentato che possa coinvolgere potenzialmente chiunque tra 60 milioni di persone. Non basta forse, per essere "indiscriminato" e per "intimidire", che possa colpire nel mucchio un’ampia categoria di persone, addirittura tutti gli «esecutori di questo sistema», quindi in teoria non solo i milioni di persone (tra cui magistrati e uomini delle forze dell’ordine) che servono lo stato?
Queste sentenze rischiano di rappresentare molto più che un semplice "abbassare la guardia" rispetto al fenomeno neobrigatista e anarchico-insurrezionalista. Rischia di passare il messaggio che entrare nella lotta armata, concepire la guerra contro il "sistema" e i suoi uomini come uno strumento di lotta politica, non è terrorismo, a patto di selezionare con cura i propri bersagli, preoccupandosi di evitare vittime "collaterali". Basta essere accurati, insomma, per sfuggire all’accusa di terrorismo e farsi molti meno anni di carcere?
Friday, May 18, 2012
I torti di Equitalia e le solite promesse di Monti
Ha fatto bene il presidente del Consiglio non solo a ribadire la ferma condanna degli atti di intimidazione e aggressione subiti da Equitalia e dai suoi dipendenti, ma a manifestare anche fisicamente la sua vicinanza. Speriamo però che nei suoi richiami sulle «polemiche strumentali» e le «parole come pietre» non vi sia il tentativo di confondere le critiche, anche aspre, rivolte al governo e a Equitalia (ai suoi vertici naturalmente) con le nefandezze dei violenti. Perché se il concetto che si vuole far passare è "non criticate Equitalia perché altrimenti ci vanno di mezzo lavoratori incolpevoli", allora l'impressione è che più che tutelarli si voglia usarli come "scudi umani" dello Stato nel dibattito su pressione e repressione fiscale.
Purtroppo le parole che abbiamo ascoltato ieri dal premier Monti non lasciano ben sperare. «Se tutti pagassimo il dovuto, tutti pagheremmo meno e avremmo servizi pubblici migliori» è un'affermazione smentita dai fatti nei decenni, a cui gli italiani fanno bene a non credere più e che ripetere non rafforza certo la credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a riscuotere le tasse per conto dello Stato. L'affermazione andrebbe quindi capovolta: pagare meno per pagare tutti. Anche gli esperti dell'Fmi in missione in Italia, incontrati ieri da Monti, scrivono nel loro rapporto che «più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione», che quindi si combatte tagliando le tasse.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Purtroppo le parole che abbiamo ascoltato ieri dal premier Monti non lasciano ben sperare. «Se tutti pagassimo il dovuto, tutti pagheremmo meno e avremmo servizi pubblici migliori» è un'affermazione smentita dai fatti nei decenni, a cui gli italiani fanno bene a non credere più e che ripetere non rafforza certo la credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a riscuotere le tasse per conto dello Stato. L'affermazione andrebbe quindi capovolta: pagare meno per pagare tutti. Anche gli esperti dell'Fmi in missione in Italia, incontrati ieri da Monti, scrivono nel loro rapporto che «più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione», che quindi si combatte tagliando le tasse.
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Tuesday, May 15, 2012
Ecco dove sbagliano Befera ed Equitalia
La condanna degli atti di violenza e la solidarietà alle vittime sono unanimi da parte delle istituzioni e dei partiti, ma la copertura politica sembra essere improvvisamente venuta meno. Mai come in questi giorni Befera si è ritrovato quasi senza, dopo averne goduto in dosi persino eccessive fino a poche settimane fa. Tutti condannano le violenze, ma tutti (o quasi) riconoscono il disagio e che qualcosa deve cambiare. Nel breve volgere di qualche settimana il dibattito si è spostato dalla spietata caccia all'evasore ai metodi illiberali di Equitalia.
La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore. La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori.
Il direttore Befera ed Equitalia hanno le loro responsabilità, almeno tre:
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La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore. La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori.
Il direttore Befera ed Equitalia hanno le loro responsabilità, almeno tre:
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Friday, March 02, 2012
La Tav solo un pretesto
Due o tre cose sui No Tav. La protesta contro la realizzazione dell'opera non c'entra più nulla, bisognerebbe prenderne atto invece di parlare di «dialogo». La valle ha i suoi rappresentanti istituzionali e con quelli il governo centrale deve interloquire.
All'opera c'è una rete antagonista che salta da un pretesto all'altro, ovunque nel Paese, pur scontrarsi con le forze dell'ordine, danneggiare beni pubblici o privati, mettere in atto blocchi e occupazioni, vere e proprie tattiche di guerriglia premeditate, ben organizzate, esattamente come accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre (ma pare ci siamo già scordati quel pomeriggio). E' una cosa ben diversa da una manifestazione che sfocia spontaneamente in atti di violenza. Si tratta invece di una strategia della tensione pianificata a tavolino e di carattere eversivo.
Lo Stato si dimostra impotente perché si rifiuta di riconoscere questa realtà, e rinuncia all'uso legittimo della violenza contro chi vuole sovvertire il metodo democratico e attenta ai diritti e alla proprietà degli altri cittadini. Fermezza sulla continuazione dei lavori - e ci mancherebbe! - ma vengono tollerati blocchi di autostrade e stazioni, non solo nella valle ma anche nelle grandi città, danni alle infrastrutture pubbliche e alla proprietà privata, persino aggressioni personali.
I pochi violenti che finiscono davanti ai magistrati o vengono subito liberati o si beccano un'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, al massimo lesioni. Non ha alcun senso: la premeditazione e l'organizzazione degli scontri e dei blitz contemporanei in diverse città su tutto il territorio sono tali da prefigurare, almeno come ipotesi, l'associazione per delinquere di stampo eversivo. Ma i magistrati fanno finta di niente, perché provare certe accuse richiederebbe troppo lavoro e perché in fondo la nutrono un po' di simpatia per quello che qualificano come ribellismo giovanile. Quindi non se la sentono di applicare ben più gravi fattispecie di reato che calzerebbero a pennello con ciò che accade.
Come ho già scritto in occasione degli scontri di ottobre a Roma, sul piano legislativo, come si sta valutando il reato fin troppo specifico di «omicidio stradale», così si potrebbe introdurre un nuovo tipo di reato associativo, specifico per chi partecipa a disordini e scontri all'interno di cortei e manifestazioni, o almeno delle aggravanti nel caso di lesioni e danneggiamenti in simili contesti.
E' comprensibile che i metodi violenti e squadristi dei cosiddetti No Tav inducano qualche commentatore a definirli «fascisti», ma è sempre meglio applicare una terminologia appropriata e non nascondere la matrice ideologica di questo sovversivismo, che è anarchico, neomarxista, ecologista, di estrema sinistra.
All'opera c'è una rete antagonista che salta da un pretesto all'altro, ovunque nel Paese, pur scontrarsi con le forze dell'ordine, danneggiare beni pubblici o privati, mettere in atto blocchi e occupazioni, vere e proprie tattiche di guerriglia premeditate, ben organizzate, esattamente come accaduto a Roma lo scorso 15 ottobre (ma pare ci siamo già scordati quel pomeriggio). E' una cosa ben diversa da una manifestazione che sfocia spontaneamente in atti di violenza. Si tratta invece di una strategia della tensione pianificata a tavolino e di carattere eversivo.
Lo Stato si dimostra impotente perché si rifiuta di riconoscere questa realtà, e rinuncia all'uso legittimo della violenza contro chi vuole sovvertire il metodo democratico e attenta ai diritti e alla proprietà degli altri cittadini. Fermezza sulla continuazione dei lavori - e ci mancherebbe! - ma vengono tollerati blocchi di autostrade e stazioni, non solo nella valle ma anche nelle grandi città, danni alle infrastrutture pubbliche e alla proprietà privata, persino aggressioni personali.
I pochi violenti che finiscono davanti ai magistrati o vengono subito liberati o si beccano un'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, al massimo lesioni. Non ha alcun senso: la premeditazione e l'organizzazione degli scontri e dei blitz contemporanei in diverse città su tutto il territorio sono tali da prefigurare, almeno come ipotesi, l'associazione per delinquere di stampo eversivo. Ma i magistrati fanno finta di niente, perché provare certe accuse richiederebbe troppo lavoro e perché in fondo la nutrono un po' di simpatia per quello che qualificano come ribellismo giovanile. Quindi non se la sentono di applicare ben più gravi fattispecie di reato che calzerebbero a pennello con ciò che accade.
Come ho già scritto in occasione degli scontri di ottobre a Roma, sul piano legislativo, come si sta valutando il reato fin troppo specifico di «omicidio stradale», così si potrebbe introdurre un nuovo tipo di reato associativo, specifico per chi partecipa a disordini e scontri all'interno di cortei e manifestazioni, o almeno delle aggravanti nel caso di lesioni e danneggiamenti in simili contesti.
E' comprensibile che i metodi violenti e squadristi dei cosiddetti No Tav inducano qualche commentatore a definirli «fascisti», ma è sempre meglio applicare una terminologia appropriata e non nascondere la matrice ideologica di questo sovversivismo, che è anarchico, neomarxista, ecologista, di estrema sinistra.
Tuesday, October 18, 2011
Maroni equilibrato e concreto
«Uno specifico reato associativo per chi esercita violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» e «l'obbligo per gli organizzatori di una manifestazione di prestare idonee garanzie patrimoniali» per rifondere eventuali danni. Sono due delle misure ipotizzate dal ministro dell'Interno Maroni riferendo oggi al Senato sugli scontri di sabato a Roma. Ad entrambe avevo fatto riferimento nel post di questa mattina. Un intervento fermo ma equilibrato: nessuna "legge Reale", come aveva proposto quel fascista di Di Pietro, dopo aver istigato la piazza, ma «norme specifiche».
Il ministro ha spiegato infatti come sia problematico dimostrare il «vincolo associativo», che pure di tutta evidenza esisteva in piazza sabato, data «la mancanza di un'organizzazione stabile e gerarchicamente strutturata» nel movimento anarco-insurrezionalista e lo «spontaneismo» di cui si alimenta, e come sia impossibile ad oggi, nonostante si sia in possesso di «tutte le informazioni necessarie», procedere a fermi e arresti preventivi. Credo che solo in caso di «finalità di eversione e terrorismo», che pure sarebbero ipotizzabili, si potrebbero effettuare fermi preventivi.
Quindi è davvero essenziale che l'associazione per delinquere si intenda costituita anche da due o più persone che commettano delitti durante manifestazioni pubbliche, come quelle politiche e sportive. Commettere atti di violenza in gruppi anche spontanei, che si formano e si coordinano sul momento, avvalendosi in modo pienamente consapevole della forza numerica e del grado di copertura che offre muoversi in gruppo, cioè la possibilità di restare nell'anonimato, e anzi spesso facendosi scudo di una folla di innocenti, non può equivalere a commettere gli stessi atti in solitudine, assumendosi un rischio molto maggiore di essere individuati e fermati. Si potrebbero introdurre, per esempio, un art. 416-quater («Si intendono associate ai sensi dell'art 416 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive») e un art. 306-bis («Si intendono formare una banda armata e parteciparvi ai sensi dell'art 306 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive avvalendosi di armi improprie e materiali esplodenti atti a cagionare danneggiamenti e lesioni gravi o la morte di una o più persone»).
Positive anche le altre misure cui ha accennato Maroni: prevedere aggravanti per i reati comuni commessi durante le manifestazioni; tutele giuridico-legali per le forze dell'ordine; l'estensione alle pubbliche manifestazioni dell'arresto in flagranza differita e del Daspo, o dell'Asbo inglese (introdotto da Tony Blair), che già esistono e funzionano bene contro la violenza negli stadi. E infine, sacrosanto anche prevedere l'obbligo di una fideiussione, o il versamento di una cauzione da parte degli organizzatori di una manifestazione, per ripagare gli eventuali danni. Una «garanzia» che naturalmente dovrebbe essere proporzionata al numero di partecipanti previsti e ai luoghi pubblici occupati.
Il ministro ha spiegato infatti come sia problematico dimostrare il «vincolo associativo», che pure di tutta evidenza esisteva in piazza sabato, data «la mancanza di un'organizzazione stabile e gerarchicamente strutturata» nel movimento anarco-insurrezionalista e lo «spontaneismo» di cui si alimenta, e come sia impossibile ad oggi, nonostante si sia in possesso di «tutte le informazioni necessarie», procedere a fermi e arresti preventivi. Credo che solo in caso di «finalità di eversione e terrorismo», che pure sarebbero ipotizzabili, si potrebbero effettuare fermi preventivi.
Quindi è davvero essenziale che l'associazione per delinquere si intenda costituita anche da due o più persone che commettano delitti durante manifestazioni pubbliche, come quelle politiche e sportive. Commettere atti di violenza in gruppi anche spontanei, che si formano e si coordinano sul momento, avvalendosi in modo pienamente consapevole della forza numerica e del grado di copertura che offre muoversi in gruppo, cioè la possibilità di restare nell'anonimato, e anzi spesso facendosi scudo di una folla di innocenti, non può equivalere a commettere gli stessi atti in solitudine, assumendosi un rischio molto maggiore di essere individuati e fermati. Si potrebbero introdurre, per esempio, un art. 416-quater («Si intendono associate ai sensi dell'art 416 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive») e un art. 306-bis («Si intendono formare una banda armata e parteciparvi ai sensi dell'art 306 due o più persone che commettono delitti durante manifestazioni politiche e sportive avvalendosi di armi improprie e materiali esplodenti atti a cagionare danneggiamenti e lesioni gravi o la morte di una o più persone»).
Positive anche le altre misure cui ha accennato Maroni: prevedere aggravanti per i reati comuni commessi durante le manifestazioni; tutele giuridico-legali per le forze dell'ordine; l'estensione alle pubbliche manifestazioni dell'arresto in flagranza differita e del Daspo, o dell'Asbo inglese (introdotto da Tony Blair), che già esistono e funzionano bene contro la violenza negli stadi. E infine, sacrosanto anche prevedere l'obbligo di una fideiussione, o il versamento di una cauzione da parte degli organizzatori di una manifestazione, per ripagare gli eventuali danni. Una «garanzia» che naturalmente dovrebbe essere proporzionata al numero di partecipanti previsti e ai luoghi pubblici occupati.
Impuniti fino a prova contraria
Per rispondere alle accuse e all'indignazione dell'opinione pubblica, ecco che si avviano perquisizioni in tutta Italia, i cui esiti non sono ancora chiari, e si parla di «nuove misure legislative». Una cosa è certa: se vi aspettate che i responsabili dei disordini di sabato vengano identificati, catturati e puniti esemplarmente dalla giustizia italiana, be' allora rimarrete delusi. Nonostante le innumerevoli foto e i video, l'identificazione postuma resta difficile da provare oltre ogni ragionevole dubbio. I responsabili delle violenze rischiano al massimo accuse per «danneggiamento» (art. 635), lesioni o resistenza a pubblico ufficiale. Pene lievi, ulteriormente affievolite per gli incensurati, la maggior parte. Ma sarà difficile anche collegare il singolo atto violento ad un danno effettivo provocato a cose o a persone, in un modo che abbia valore in un processo. Tutti gravi problemi che derivano dalla strategia adottata ieri dai responsabili della sicurezza: nessuno si è fatto male, ma pochissimi arresti in flagranza e quindi scarso effetto repressivo.
La sorpresa è che nel nostro codice penale ce ne sarebbe già abbastanza per far marcire in galera i violenti di sabato scorso per decine d'anni. A patto di voler applicare la legge. E questo spetta ai magistrati, i quali purtroppo in passato hanno dato dimostrazione di ampia indulgenza nei confronti della violenza di matrice politica, evidentemente per simpatia con le «ragioni» sociali della protesta, che va di moda anche in queste ore salvaguardare. Come si fa, per esempio, a non scorgere nelle intenzioni dei violenti di sabato «finalità terroristiche o di eversione»? Come si fa a non considerare bombe carta e incendiarie, sanpietrini, spranghe di ferro, delle vere e proprie armi dal punto di vista penale? Com'è possibile che non vengano contestati anche sulla base delle sole immagini video reati associativi anche gravi, che già sono previsti?
Il nostro codice è già ricco di fattispecie che sembrano calzare a pennello. A partire dalle «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose» (art. 404), reclusione fino a due anni. Naturalmente «associazione per delinquere» (art. 416), reclusione da tre a sette anni; «devastazione e saccheggio» (art. 419), da otto a quindici anni; «attentato a impianti di pubblica utilità» (art. 420), da uno a quattro anni; «pubblica intimidazione» (art. 421), fino ad un anno di reclusione; «incendio» (art. 423), da tre a sette anni, e «danneggiamento seguito da incendio» (art. 424), da sei mesi a due anni, con le aggravanti dell'art. 425; «fabbricazione o detenzione di materie esplodenti» (art. 435), reclusione da uno a cinque anni. Ma sono ipotizzabili reati assai più gravi, come associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico» (art. 270-bis) e «condotte con finalità di terrorismo» (art. 270-sexies), reclusione da sette a quindici anni e per chi partecipa da cinque a dieci; «attentato per finalità terroristiche o di eversione» (art. 280), dai sei ai vent'anni; «atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi» (art. 280-bis), reclusione da due a cinque anni; anche la «devastazione e saccheggio» ai sensi dell'art. 285, cioè «allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato» (ergastolo); «attentati contro i diritti politici del cittadino» (art. 294), punito con la reclusione da uno a cinque anni; «cospirazione politica mediante associazione» (art. 305), da cinque a dodici anni e per chi partecipa da due a otto; «banda armata» (art. 306), reclusione da cinque a quindici anni, per chi partecipa da tre a nove.
Se i magistrati non se la sentono di applicare quelle esistenti, allora forse è opportuno intervenire con leggi più esplicite. Un no chiaro e tondo alle leggi "speciali", sarebbe il colmo se si affievolissero le garanzie dei cittadini, ma sì a nuove e più specifiche fattispecie di reato che si concretizzano durante le manifestazioni e sì a nuove norme sull'organizzazione delle manifestazioni. Basterebbe, per esempio, equiparare situazioni come quelle di sabato alla «banda armata», o prevedere che il reato di associazione per delinquere o con finalità sovversive possa determinarsi anche in piazza, quando si partecipa attivamente ad azioni violente, anche se coordinate sul momento. Quanto alle manifestazioni, è ora di esigere dagli organizzatori norme di condotta chiare per i manifestanti: volti scoperti, niente caschi, percorsi rigidi, controlli all'ingresso. C'è un solo modo per isolare i violenti e aiutare le forze dell'ordine: niente cori e risse, ma al primo incidente lasciare la piazza e tornarsene a casa. E poi il versamento di una cauzione, per ripagare gli eventuali danni ma anche per risarcire la cittadinanza della mobilità ridotta in caso di scarsa partecipazione.
La sorpresa è che nel nostro codice penale ce ne sarebbe già abbastanza per far marcire in galera i violenti di sabato scorso per decine d'anni. A patto di voler applicare la legge. E questo spetta ai magistrati, i quali purtroppo in passato hanno dato dimostrazione di ampia indulgenza nei confronti della violenza di matrice politica, evidentemente per simpatia con le «ragioni» sociali della protesta, che va di moda anche in queste ore salvaguardare. Come si fa, per esempio, a non scorgere nelle intenzioni dei violenti di sabato «finalità terroristiche o di eversione»? Come si fa a non considerare bombe carta e incendiarie, sanpietrini, spranghe di ferro, delle vere e proprie armi dal punto di vista penale? Com'è possibile che non vengano contestati anche sulla base delle sole immagini video reati associativi anche gravi, che già sono previsti?
Il nostro codice è già ricco di fattispecie che sembrano calzare a pennello. A partire dalle «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose» (art. 404), reclusione fino a due anni. Naturalmente «associazione per delinquere» (art. 416), reclusione da tre a sette anni; «devastazione e saccheggio» (art. 419), da otto a quindici anni; «attentato a impianti di pubblica utilità» (art. 420), da uno a quattro anni; «pubblica intimidazione» (art. 421), fino ad un anno di reclusione; «incendio» (art. 423), da tre a sette anni, e «danneggiamento seguito da incendio» (art. 424), da sei mesi a due anni, con le aggravanti dell'art. 425; «fabbricazione o detenzione di materie esplodenti» (art. 435), reclusione da uno a cinque anni. Ma sono ipotizzabili reati assai più gravi, come associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico» (art. 270-bis) e «condotte con finalità di terrorismo» (art. 270-sexies), reclusione da sette a quindici anni e per chi partecipa da cinque a dieci; «attentato per finalità terroristiche o di eversione» (art. 280), dai sei ai vent'anni; «atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi» (art. 280-bis), reclusione da due a cinque anni; anche la «devastazione e saccheggio» ai sensi dell'art. 285, cioè «allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato» (ergastolo); «attentati contro i diritti politici del cittadino» (art. 294), punito con la reclusione da uno a cinque anni; «cospirazione politica mediante associazione» (art. 305), da cinque a dodici anni e per chi partecipa da due a otto; «banda armata» (art. 306), reclusione da cinque a quindici anni, per chi partecipa da tre a nove.
Se i magistrati non se la sentono di applicare quelle esistenti, allora forse è opportuno intervenire con leggi più esplicite. Un no chiaro e tondo alle leggi "speciali", sarebbe il colmo se si affievolissero le garanzie dei cittadini, ma sì a nuove e più specifiche fattispecie di reato che si concretizzano durante le manifestazioni e sì a nuove norme sull'organizzazione delle manifestazioni. Basterebbe, per esempio, equiparare situazioni come quelle di sabato alla «banda armata», o prevedere che il reato di associazione per delinquere o con finalità sovversive possa determinarsi anche in piazza, quando si partecipa attivamente ad azioni violente, anche se coordinate sul momento. Quanto alle manifestazioni, è ora di esigere dagli organizzatori norme di condotta chiare per i manifestanti: volti scoperti, niente caschi, percorsi rigidi, controlli all'ingresso. C'è un solo modo per isolare i violenti e aiutare le forze dell'ordine: niente cori e risse, ma al primo incidente lasciare la piazza e tornarsene a casa. E poi il versamento di una cauzione, per ripagare gli eventuali danni ma anche per risarcire la cittadinanza della mobilità ridotta in caso di scarsa partecipazione.
Sempre i soliti sul banco degli imputati
Non è durato neanche cinque minuti il momento della condanna unanime delle violenze. Già sabato sera sul banco degli imputati sono finiti le forze dell'ordine e il ministro dell'Interno: mancata prevenzione, sottovalutazione dei violenti, li hanno "lasciati fare". E non ci siamo fatti mancare nemmeno la patetica caccia al poliziotto infiltrato e i soliti piagnistei sui tagli. Comunque vada, che ci scappi il morto, o che si contino solo danni materiali (tutto sommato contenuti, pare di capire), la colpa è sempre delle forze dell'ordine. E tutti gli articoli, i servizi sulla «preparazione» della guerriglia hanno lo scopo di evidenziarne i presunti errori. Vittime i manifestanti "pacifici", quelli che hanno riempito di insulti, minacce e sputi Pannella. Eppure, il fatto che tutti, ma proprio tutti, sapessero che cosa si stava preparando - gli annunci correvano copiosi e baldanzosi persino su internet - chiama in correità anche i media stessi, che non hanno lanciato l'allarme, ma soprattutto gli organizzatori della manifestazione, che nulla ma proprio nulla hanno fatto per evitare il peggio, nonostante i «capetti del movimento», come emerge da alcune interviste, e non difficile da intuire, conoscano bene chi siano e da dove vengano i violenti.
Se bisogna parlarne, allora parliamone. Sabato in piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare». Una strategia di riduzione del danno, volta a non farci scappare il morto tra i manifestanti. E infatti incassano persino l'ipocrita solidarietà di Ezio Mauro: «Siamo dalla parte del carabiniere assediato». Già, a patto - sottinteso - che non osi difendersi come a Genova nel 2001. Gli agenti hanno senz'altro il merito di aver reagito con freddezza e professionalità, eseguendo gli ordini nonostante la comprensibile esasperazione. Ma se il morto non c'è scappato per mano, invece, dei manifestanti violenti, è stato purtroppo solo un caso fortuito. C'è mancato poco, per esempio, che un agente venisse linciato o che una coppia di anziani bruciasse viva nella propria abitazione. L'aspetto più criticabile di questa strategia è che le vite dei violenti sembrano più preziose di quelle degli agenti e dei cittadini, quindi delle potenziali vittime. Sabato scorso i responsabili dell'ordine pubblico, probabilmente senza rendersene conto, si sono assunti la terribile responsabilità di rischiare la vita degli agenti, e dei cittadini inermi, piuttosto che quella dei violenti. In certi casi non si percepisce come scegliere di non agire possa avere conseguenze ancor più negative di agire e sbagliare. La lodevole intenzione era che nessuno si facesse troppo male. E' andata bene, ma troppo, troppo si è rischiato che a farsi male, molto male, fossero i "buoni", gli agenti o i cittadini da proteggere.
E' una critica però, quella dell'eccessiva passività delle forze dell'ordine, che i politici e la stampa di sinistra non possono permettersi di avanzare. Sono i primi, infatti, a denunciare la «militarizzazione» dei cortei e la brutalità degli agenti appena reagiscono più duramente. Mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quello che è stato fatto sabato.
Pur non condividendo la strategia adottata, non possiamo ignorare un triste dato di fatto: se le forze dell'ordine fossero intervenute immediatamente, riuscendo a soffocare sul nascere i violenti ma al prezzo di molti più feriti, se non anche di un morto, avremmo visto tutt'altre immagini e allora il consenso che oggi, a cose fatte, sembra esserci per una repressione più dura, sarebbe svanito. Viviamo in un Paese dove l'uso legittimo della forza da parte delle forze dell'ordine non gode della sufficiente approvazione da parte delle élite politiche, sociali e intellettuali, anzi viene strumentalizzato, criminalizzato e delegimittato. Oggi si parla dei violenti. Se la polizia si fosse comportata con maggiore fermezza, oggi si parlerebbe della sua brutalità. E' così, è un fatto triste di fronte al quale bisogna agire con intelligenza. Non possiamo ignorarlo e pur non condividendola, dobbiamo comprendere la strategia difensiva delle forze dell'ordine, essergli vicini, perché è un problema politico e culturale che purtroppo non si può affrontare in piazza.
Se bisogna parlarne, allora parliamone. Sabato in piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare». Una strategia di riduzione del danno, volta a non farci scappare il morto tra i manifestanti. E infatti incassano persino l'ipocrita solidarietà di Ezio Mauro: «Siamo dalla parte del carabiniere assediato». Già, a patto - sottinteso - che non osi difendersi come a Genova nel 2001. Gli agenti hanno senz'altro il merito di aver reagito con freddezza e professionalità, eseguendo gli ordini nonostante la comprensibile esasperazione. Ma se il morto non c'è scappato per mano, invece, dei manifestanti violenti, è stato purtroppo solo un caso fortuito. C'è mancato poco, per esempio, che un agente venisse linciato o che una coppia di anziani bruciasse viva nella propria abitazione. L'aspetto più criticabile di questa strategia è che le vite dei violenti sembrano più preziose di quelle degli agenti e dei cittadini, quindi delle potenziali vittime. Sabato scorso i responsabili dell'ordine pubblico, probabilmente senza rendersene conto, si sono assunti la terribile responsabilità di rischiare la vita degli agenti, e dei cittadini inermi, piuttosto che quella dei violenti. In certi casi non si percepisce come scegliere di non agire possa avere conseguenze ancor più negative di agire e sbagliare. La lodevole intenzione era che nessuno si facesse troppo male. E' andata bene, ma troppo, troppo si è rischiato che a farsi male, molto male, fossero i "buoni", gli agenti o i cittadini da proteggere.
E' una critica però, quella dell'eccessiva passività delle forze dell'ordine, che i politici e la stampa di sinistra non possono permettersi di avanzare. Sono i primi, infatti, a denunciare la «militarizzazione» dei cortei e la brutalità degli agenti appena reagiscono più duramente. Mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quello che è stato fatto sabato.
Pur non condividendo la strategia adottata, non possiamo ignorare un triste dato di fatto: se le forze dell'ordine fossero intervenute immediatamente, riuscendo a soffocare sul nascere i violenti ma al prezzo di molti più feriti, se non anche di un morto, avremmo visto tutt'altre immagini e allora il consenso che oggi, a cose fatte, sembra esserci per una repressione più dura, sarebbe svanito. Viviamo in un Paese dove l'uso legittimo della forza da parte delle forze dell'ordine non gode della sufficiente approvazione da parte delle élite politiche, sociali e intellettuali, anzi viene strumentalizzato, criminalizzato e delegimittato. Oggi si parla dei violenti. Se la polizia si fosse comportata con maggiore fermezza, oggi si parlerebbe della sua brutalità. E' così, è un fatto triste di fronte al quale bisogna agire con intelligenza. Non possiamo ignorarlo e pur non condividendola, dobbiamo comprendere la strategia difensiva delle forze dell'ordine, essergli vicini, perché è un problema politico e culturale che purtroppo non si può affrontare in piazza.
Monday, October 17, 2011
Quelle tracce scomode che tentano di cancellare dalla scena del crimine
Ciò che non bisogna permettere adesso è che vengano cancellate le tracce politico-ideologiche dalla scena del crimine di sabato a Roma. Parlare di «Black Bloc», di «infiltrati», di «frange», di una piccola minoranza di violenti, o addirittura di «due manifestazioni», come ha fatto Nichi Vendola, significa cercare di occultare la matrice politica della violenza. I Black Bloc non esistono. Sono un'invenzione giornalistica, una rassicurante bugia per illudere il pubblico che i violenti siano un'esigua minoranza che non ha nulla a che fare con la maggioranza pacifica della manifestazione. Sono una comoda copertura per tentare di salvare le «ragioni» della protesta. Si chiamano Black Bloc perché ormai a quella sigla è associata nell'immaginario collettivo una violenza urbana senza firma e senza impronte digitali. Si fa credere che i violenti si materializzino dal nulla, puff, fino a quel momento invisibili, e che nel nulla ritornino subito dopo le devastazioni. Nessuno sa chi siano e cosa vogliono, e così la manifestazione viene assolta da qualsiasi responsabilità, politica naturalmente. Si può parlare di «gruppetti», di «infiltrati» e di una «minoranza» quando i violenti si contano nell'ordine delle decine, non delle migliaia. E' ovvio che la maggioranza in una manifestazione di 20, 30 mila, al massimo 50 mila persone, rimanga "pacifica", altrimenti sarebbe stata una rivolta. Ma davvero si può pensare che 2-3 mila violenti - perché non ci son dubbi, tanti dovevano essere per mettere a ferro e fuoco chilometri e chilometri di corteo e per resistere alle forze dell'ordine per quattro ore asserragliati a San Giovanni - non siano rappresentativi di una manifestazione, non siano politicamente qualificanti? All'inizio le agenzie riferivano di «gruppetti di violenti che si staccano dal corteo», alla fine i «gruppetti» che si staccavano dal corteo che si sono visti erano quelli di manifestanti pacifici.
In teoria, i Black Bloc sono gruppi di anarchici che nelle manifestazioni in cui è stata accertata la loro presenza (Seattle, Praga, per esempio) non erano affatto infiltrati e nascosti, ma ben visibili e orgogliosamente compatti. L'abbigliamento di colore nero viene usato anzi per rendersi identificabili e per incutere timore alle forze dell'ordine. Non è da escludere che sabato a Roma, come a Genova nel 2001, ce ne fossero, ma le immagini televisive, soprattutto quelle degli scontri a San Giovanni, e delle devastazioni a Via Labicana e a Via Emanuele Filiberto, dimostrano inequivocabilmente il gran numero dei violenti, la maggior parte dei quali nient'affatto vestiti di nero. Esattamente come a Genova: Carlo Giuliani era forse un Black Bloc? Se sì, allora d'accordo. Anche quelli di ieri lo erano, i tanti Carlo Giuliani, identici a lui, che assaltavano quel blindato dei carabinieri rimasto isolato al centro della piazza, da cui due agenti sono riusciti ad uscire appena in tempo per salvarsi dal bruciare vivi. Solo grazie alla loro professionalità e freddezza non c'è scappato il morto. Dovremmo chiederci tra l'altro come mai in una giornata in cui gli "indignados" manifestavano in tutto il mondo, gli scontri siano avvenuti solo a Roma e, stando ai primi arresti e alle cronache televisive, non risultano stranieri tra i violenti. No, la violenza di sabato a Roma era italianissima. I violenti vanno ricercati nei centri sociali, tollerati e molte volte coccolati dalle amministrazioni locali, persino di destra (vero Alemanno?), nei collettivi studenteschi ospitati dagli atenei, tra i militanti dei partiti e dei sindacati più estremisti e anti-sistema, tra gli auto-riciclati dell'arcipelago no global, nella galassia dei gruppi anarco-insurrezionalisti. Studiano, lavorano, manifestano le loro idee, su internet e a volte persino in tv e sui giornali. Sono in mezzo a noi, insomma, non vivono in clandestinità. Tutti lo sappiamo, ma poi ci beviamo questa balla dei Black Bloc.
E' vero che tra i manifestanti c'è stato chi ha provato a ribellarsi ai violenti, ma dai microfoni delle televisioni abbiamo sentito anche molte persone all'apparenza "per bene" solidarizzare in vario modo («loro sono noi, noi siamo loro», «fa più schifo la nomina dei sottosegretari», «quando scoppia una pentola a pressione non la controlli»). E i "pacifici", la "parte buona" della manifestazione, sarebbero quelli che hanno riempito di insulti e sputi Marco Pannella all'inizio del corteo. A proposito, dove si erano nascosti i Di Pietro, i De Magistris, i Vendola, che avevano annunciato la loro presenza alla manifestazione? La voce della sincerità è stata quella di uno studente della Sapienza, il quale ha spiegato che «è la dialettica di sempre, che ci sarà sempre, nel Movimento». Appunto, c'è UNA manifestazione, UN movimento, con UNA ideologia (o piuttosto il suo simulacro). Un movimento con una pur primordiale dialettica interna sui mezzi, che si differisce tra chi sceglie mezzi violenti e chi pacifici. Una grande, decisiva differenza dal punto di vista penale, ma minima dal punto di vista politico. Le «ragioni» della protesta, le fondamenta ideologiche, sono comuni: teorie paranoiche della realtà; idee e obiettivi di sovversione dell'ordine sociale ed economico, un'utopia collettivistica da inseguire con un'accozzaglia informe di politiche redistributive. Se non si riconosce legittimità democratica alle istituzioni politiche ed economiche; se il sogno è abbattere il capitalismo, o più prosaicamente in Italia Berlusconi, allora la critica allo status quo diventa talmente radicale da rendere inevitabile che qualcuno, anzi molti, paradossalmente i più coerenti e i più "coraggiosi", ricorrano a pratiche violente. Ecco in che modo i violenti c'entrano eccome con la manifestazione di sabato.
E' ovvio che dal punto di vista penale la responsabilità è personale, ma se vogliamo comprendere ciò che è accaduto, allora non possiamo sottrarci ad una riflessione che vada oltre quegli aspetti. Quella violenza non nasce dal nulla, è una violenza che ha una matrice politica ben precisa, che affonda le proprie radici in una sinistra estrema e anti-sistema, ma che si nutre anche del clima da guerra civile che i partiti di sinistra, e persino di centro, alimentano all'interno delle istituzioni e sui media. Ecco perché a Roma sì e nelle altre capitali no. Perché a Roma i partiti di sinistra hanno voluto persino dedicare un'aula parlamentare ad uno di quei violenti, a Carlo Giuliani, che a Genova nel 2001 ha dato l'assalto ad una camionetta dei carabinieri esattamente come i suoi compagni hanno fatto ieri a San Giovanni. L'aula bisognava intitolarla al carabiniere che gli ha sparato. Tendiamo a relativizzare e a giustificare con l'esasperazione le violenze, perché c'è sempre qualcosa e qualcuno contro cui è comunemente ritenuto "politicamente corretto" e "figo" ribellarsi, c'è una parte di Italia che non riconosce all'avversario politico il diritto di governare: i democristiani prima, Berlusconi oggi, persino i cantieri dell'Alta Velocità. Siamo in perenne guerra civile e le forze politiche e sociali, i media, per i loro interessi non fanno che alimentare questa condizione.
C'è da scommettere che nelle interrogazioni di lunedì i parlamentari dell'opposizione chiederanno "come è stato possibile", insinuando una grave e sospetta sottovalutazione da parte del ministro Maroni e delle forze dell'ordine. Già oggi la Repubblica e Il Fatto quotidiano accusano il Viminale di aver lasciato fare («tempi di reazione lunghi e farraginosi») e il segretario del Pd Bersani si chiede «come è possibile tenere in scacco per ore il centro di Roma». E' possibile, caro Bersani, se non ci si vuole assumere il rischio di dieci Carlo Giuliani. Non si può, è DISONESTO, contemporaneamente criticare la passività delle forze dell'ordine, pronti però a denunciarne la brutalità appena reagiscono. Sabato a Roma hanno fatto il massimo, il massimo considerando l'uso della forza che è socialmente e politicamente accettato. In piazza i veri non violenti sono stati poliziotti e carabinieri, che hanno combattuto con gli idranti, i lacrimogeni e i loro corpi. E che avevano l'ordine di «abbozzare, attendere, ripiegare», pronti a sacrificare la loro di vita, piuttosto che rischiare la morte di un manifestante. Dunque, mettiamoci d'accordo: o accettiamo che qualche violento possa rimanerci secco, oppure ci accontentiamo di quanto abbiamo visto ieri, senza però poi prendercela con le forze dell'ordine perché non hanno saputo garantire l'ordinato svolgimento di quella cazzo di manifestazione.
Monday, April 18, 2011
Difesa da casta
Era prevedibile. Chi tocca i fili della corrente rimane fulminato. Stessa sorte tocca a chi osa mettere in discussione i magistrati e il loro operato. Gli stessi magistrati che "assolvono" chi lancia oggetti contro il premier mettono sotto inchiesta Lassini e altre due persone per «vilipendio dell'ordine giudiziario». Sotto accusa non solo per il manifesto "Via le Br dalle Procure", ma anche per un altro, molto ma molto più innocuo: "Toghe rosse. Ingiustizia per tutti". Premessa d'obbligo: qui è totale la condanna della violenza verbale, da qualsiasi parte provenga, perché anche al di là delle intenzioni dell'autore rischia di armare la mano di qualche folle (com'è già capitato, per altro). E' senz'altro il caso del manifesto "Via le Br dalle Procure", indegno nell'accostare i magistrati a dei brutali assassini. Ben diverso sarebbe stato argomentare che certe iniziative di certi pm sembrano avere come scopo il sovvertimento della volontà popolare.
Tuttavia, non si può non constatare come i magistrati - soprattutto quelli di Milano ma non solo - siano in malafede, perché dimostrano di intervenire solo quando vogliono, per tutelare chi vogliono (cioè solo loro stessi), e sempre contro esponenti della stessa parte politica. Quanti se ne vedono nelle nostre città di manifesti infamanti, violenti, su Berlusconi? Quante volte il suo nome viene accostato a quello di mafiosi e feroci dittatori, nonché alle peggiori nefandezze? Non è stato forse definito «assassino» di recente il ministro Maroni? E quanti gruppi su Facebook, con nomi e cognomi dei membri, inneggiano e istigano esplicitamente alla violenza, addirittura all'omicidio? La settimana scorsa su un giornale - il manifesto - è persino comparso un esplicito appello al golpe firmato dal professor Asor Rosa, che nel suo delirio dava per scontato che carabinieri e polizia di Stato fossero disponibili ad usare la loro forza per sospendere la democrazia. Non è forse "vilipendio" anche questo?
Ebbene nessuno di questi odiatori e istigatori alla violenza di professione, spesso con nome e cognome, risulta sotto inchiesta. In questo Paese si possono impunemente insultare, aggredire (non solo verbalmente), il presidente del Consiglio, il suo partito, i suoi sostenitori e i giornalisti di centrodestra. Persino istigare pubblicamente alla violenza contro di essi è permesso. E qualcuno ha pensato bene di passare dalle parole ai fatti. Ma appena si apre il becco su qualcun altro, ecco scattare implacabile la mannaia della censura politica e della repressione giudiziaria.
Tra l'altro, per tutelare la propria onorabilità dalla menzogna i magistrati di Milano avrebbero potuto esercitare - come qualsiasi cittadino - il loro diritto alla querela, invece di rispolverare un discutibile reato d'opinione per difendersi come una "casta" di potere. Come Berlusconi si vede spesso costretto a querelare chi gli dà del mafioso, così per una volta avrebbero potuto querelare chi li ha accostati alle Br.
Tuttavia, non si può non constatare come i magistrati - soprattutto quelli di Milano ma non solo - siano in malafede, perché dimostrano di intervenire solo quando vogliono, per tutelare chi vogliono (cioè solo loro stessi), e sempre contro esponenti della stessa parte politica. Quanti se ne vedono nelle nostre città di manifesti infamanti, violenti, su Berlusconi? Quante volte il suo nome viene accostato a quello di mafiosi e feroci dittatori, nonché alle peggiori nefandezze? Non è stato forse definito «assassino» di recente il ministro Maroni? E quanti gruppi su Facebook, con nomi e cognomi dei membri, inneggiano e istigano esplicitamente alla violenza, addirittura all'omicidio? La settimana scorsa su un giornale - il manifesto - è persino comparso un esplicito appello al golpe firmato dal professor Asor Rosa, che nel suo delirio dava per scontato che carabinieri e polizia di Stato fossero disponibili ad usare la loro forza per sospendere la democrazia. Non è forse "vilipendio" anche questo?
Ebbene nessuno di questi odiatori e istigatori alla violenza di professione, spesso con nome e cognome, risulta sotto inchiesta. In questo Paese si possono impunemente insultare, aggredire (non solo verbalmente), il presidente del Consiglio, il suo partito, i suoi sostenitori e i giornalisti di centrodestra. Persino istigare pubblicamente alla violenza contro di essi è permesso. E qualcuno ha pensato bene di passare dalle parole ai fatti. Ma appena si apre il becco su qualcun altro, ecco scattare implacabile la mannaia della censura politica e della repressione giudiziaria.
Tra l'altro, per tutelare la propria onorabilità dalla menzogna i magistrati di Milano avrebbero potuto esercitare - come qualsiasi cittadino - il loro diritto alla querela, invece di rispolverare un discutibile reato d'opinione per difendersi come una "casta" di potere. Come Berlusconi si vede spesso costretto a querelare chi gli dà del mafioso, così per una volta avrebbero potuto querelare chi li ha accostati alle Br.
Monday, December 20, 2010
Attenuante di gruppo
Dopo la bufala dell'"infiltrato", ecco la bufala del ragazzo pestato - pestato sì, ma da un "compagno" incaricato di picchiare chi avesse contravvenuto agli "ordini" decisi in un'assemblea «tecnica» tenutasi a La Sapienza (video). E' comprensibile il senso di frustrazione per la scarcerazione dei ragazzi fermati nei disordini di piazza del 14, ma dobbiamo ricordarci - e il sindaco Alemanno dovrebbe saperlo - che la responsabilità penale è sempre personale e le posizioni degli arrestati vanno valutate singolarmente. Tutti abbiamo negli occhi le immagini delle violenze, ma se il reato contestato è resistenza a pubblico ufficiale, se si tratta di incensurati, e per lo più di minorenni, quella che è stata a tutti gli effetti una guerriglia e una tentata insurrezione, finisce per essere derubricata a marachella giovanile.
Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).
Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".
Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.
Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.
Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).
Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".
Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.
Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.
Wednesday, December 15, 2010
Sfatare il mito dei Black Bloc
L'Oscar degli articoli più vergognosi scritti in questi giorni sulla gestione dell'ordine pubblico nella giornata di ieri va a Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera), non nuova a imprese del genere. Così come vergognosa è la polemica sul finanziere ripreso con l'arma d'ordinanza in pugno e sui presunti "infiltrati". Ovviamente ci sono già le prime interrogazioni parlamentari, ma basterebbe guardare le immagini per capire come si sono svolti realmente i fatti. Da tutte le sequenze fotografiche, e dal video, disponibili in rete o sui giornali appare chiaramente che il finanziere protegge l'arma, uscita dalla fondina dopo essere stato scaraventato a terra e già privato di casco e altro, per impedire che gli venga sottratta anche quella.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
«L'allarmismo sull'ordine pubblico è un genere giornalistico che un tempo era riservato ai giornali d'opposizione più politicamente scalmanati, e di cui non si sentiva particolare nostalgia. E' probabile che i settori più estremisti puntino a creare incidenti, ed è doveroso evitarlo. Ma è davvero difficile vedere nella polizia un mostruoso apparato repressivo a difesa del governo. La libertà di manifestazione non sembra davvero in pericolo, e la democrazia ancor meno. La stessa Sarzanini ammette che i divieti sono indispensabili, per poi aggiungere che "se sono indiscriminati rischiano di ottenere l'effetto opposto". Anche gli allarmismi indiscriminati, per la verità».Oggi Giuliano Ferrara si pone le domande giuste...
«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»... e arriva alle conclusioni sotto gli occhi di tutti:
«Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe. Sotto il miserabile pretesto della "compravendita" di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l'hanno chiamata "sfiducia dal basso" o "faremo l'inferno se il governo non cade". Una performance di sordido cinismo dalla quale la sinistra e i borghesi decaduti di un establishment intollerante e ambiguo non si risolleveranno tanto presto...».IL MITO DEI BLACK BLOC - Infine, bisognerebbe anche sfatare una volta per tutte questo mito dei Black bloc. I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all'opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po' meno coraggiosi. E' una violenza tecnicamente "fascista", ma che culturalmente e politicamente trova origine nell'estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla.
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
Tuesday, December 14, 2010
Assalto alle istituzioni
In una giornata come quella di oggi c'è da ringraziare le forze dell'ordine che hanno consentito a Camera e Senato di esercitare le proprie funzioni democratiche. Il centro di Roma, intorno al Senato e a Montecitorio, è stato messo letteralmente a ferro e fuoco. In fiamme auto, mezzi della polizia, cassonetti; devastate vetrine e bancomat. Non studenti, ma gruppi di estremisti esigui e ben organizzati che hanno tentato - è bene non tacerlo e non sottovalutarlo - di dare l'assalto alle Camere dove si stava votando la fiducia al governo. Mi chiedo in quale altro Paese si possa impunemente tentare di assaltare le istituzioni democratiche; in quale altro Paese neanche in circostanze simili - in cui persino la sicurezza delle sedi istituzionali, quindi la democrazia stessa, è messa a repentaglio da una violenza squadrista - si ricorre all'uso legittimo della forza.
Wednesday, October 27, 2010
Professionisti (e dilettanti) dell'odio politico
Ormai ci siamo assuefatti a sentire di politici o sindacalisti minacciati, aggrediti, presi a pugni e fumogeni. La violenza politica - a senso unico, va detto - non sorprende più, non indigna, non solleva le coscienze una volta esperita quella doverosa, rituale e stucchevole pratica dei comunicati di solidarietà, che il più delle volte suonano falsi se non in cattiva fede. Questa volta ad averne fatto le spese è Daniele Capezzone, che paga sì un clima di odio politico generale, ma anche una vera e propria demonizzazione multimediatica personale. E tra quanti oggi offrono la loro solidarietà, dovrebbe fermarsi a riflettere chi via web, televisione o radio (!) in questi mesi ha sparso odio e gettato stereotipi addosso a Capezzone, non preoccupandosi di dipingerlo in ogni occasione come tipo quasi sub-umano. Quello che è accaduto ieri dovrebbe indurli a riflettere, ma non c'è da illudersi troppo.
Wednesday, October 13, 2010
La cultura della resa
Si sta affermando sempre più, con i fatti di ieri sera a Genova, un immaginario diritto all'incolumità dei violenti - ammesso (ed è ancor più grave e pericoloso) che siano in gruppo. Responsabili delle forze dell'ordine e Figc sottolineano come un successo - avrebbe evitato addirittura una «tragedia» - la gestione dell'ordine pubblico nello stadio Marassi in occasione dell'incontro di calcio Italia-Serbia. Se l'obiettivo è che nessuno, neanche i violenti e i prevaricatori della legge, si faccia male, allora sì, quello di ieri è un successo. Ma se l'obiettivo era lo svolgimento dell'evento sportivo in programma, come credo debba essere, allora si è trattato di un fallimento completo.
E sì, ha ragione l'Uefa, ci sono responsabilità anche italiane: «Oltre alla responsabilità di chi provoca incidenti - ricorda un dirigente - i regolamenti Uefa prevedono anche quella della federazione che organizza la partita e che deve garantire la sicurezza nello stadio e il regolare svolgimento dell'incontro». E' evidente, infatti, che sono state commesse ingenuità in serie, prima e dopo l'evento, e che di fronte alla palese volontà dei tifosi serbi di non far giocare la partita qualcuno ha deciso di non intervenire in alcun modo. Al contrario di quanto accade in occasione delle partite di campionato, ai tifosi serbi è stato permesso di portare all'interno dello stadio fumogeni e oggetti contundenti; li si è lasciati completamente soli all'interno di un settore, senza circondarli preventivamente con un cordone di polizia come si fa di solito (il che ha reso rischioso tentare il blitz a disordini in corso); una volta annullata la gara, si è permesso loro di sfollare dal settore in tutta tranquillità (tanto che il protagonista assoluto della serata è stato arrestato quasi per caso, sorpreso nel vano motore del pullman che lo stava già riportando a casa). Non solo ai teppisti serbi non si è torto un capello, ma non li si è minimamente disturbati, neanche ricorrendo all'uso degli idranti. Probabilmente sarebbe bastato sparare del narcotizzante ai tre-quattro capi che hanno guidato i disordini, come si fa con gli orsi.
Facile "gestire" in questo modo l'ordine pubblico, di fatto arrendendosi ai violenti per poi vantarsi che nessuno si è fatto male. Ieri a Genova hanno vinto loro, gli ultranazionalisti serbi, punto e basta. E' stata una umiliazione che non si può cancellare con una manciata di identificazioni e arresti tardivi. Non solo annullare la partita equivale ad una resa, ma di tutta evidenza sarà di incoraggiamento, una vera e propria istigazione, a qualsiasi esaltato pensi di emulare simili gesta, perché da ieri sera può sperare di poterla avere vinta. Per la Federazione si è trattato inoltre di un considerevole danno economico (l'incasso della partita), eppure non risultano ancora denunce a carico degli autori dei disordini.
Bisognerebbe introdurre nel codice penale un'aggravante, o uno specifico reato, per chi provoca danni e disordini, resiste o commette oltraggio a pubblici ufficiali, agendo sotto la copertura del "gruppo", della "folla", nell'ambito di manifestazioni sportive o politiche. In queste occasioni i violenti la fanno quasi sempre franca, mentre per gli stessi comportamenti, se a livello individuale, si va incontro a guai seri. Gli stadi soprattutto, ma anche le manifestazioni politiche, appaiono come delle vere e proprie zone franche, dove le responsabilità individuali in qualche modo si diluiscono fino a dileguarsi.
Ma quel che è più preoccupante è che si sta affermando sempre più nella gestione dell'ordine pubblico una cultura della rinuncia e della resa totale ai violenti, specie se in gruppo (e quindi più pericolosi). Il che può risparmiare qualche osso rotto e qualche proiettile di gomma, ma puntualmente a rimetterci è chi rispetta la legge e alla lunga il rischio è di lacerare la credibilità - già ampiamente compromessa - del nostro stato di diritto.
E sì, ha ragione l'Uefa, ci sono responsabilità anche italiane: «Oltre alla responsabilità di chi provoca incidenti - ricorda un dirigente - i regolamenti Uefa prevedono anche quella della federazione che organizza la partita e che deve garantire la sicurezza nello stadio e il regolare svolgimento dell'incontro». E' evidente, infatti, che sono state commesse ingenuità in serie, prima e dopo l'evento, e che di fronte alla palese volontà dei tifosi serbi di non far giocare la partita qualcuno ha deciso di non intervenire in alcun modo. Al contrario di quanto accade in occasione delle partite di campionato, ai tifosi serbi è stato permesso di portare all'interno dello stadio fumogeni e oggetti contundenti; li si è lasciati completamente soli all'interno di un settore, senza circondarli preventivamente con un cordone di polizia come si fa di solito (il che ha reso rischioso tentare il blitz a disordini in corso); una volta annullata la gara, si è permesso loro di sfollare dal settore in tutta tranquillità (tanto che il protagonista assoluto della serata è stato arrestato quasi per caso, sorpreso nel vano motore del pullman che lo stava già riportando a casa). Non solo ai teppisti serbi non si è torto un capello, ma non li si è minimamente disturbati, neanche ricorrendo all'uso degli idranti. Probabilmente sarebbe bastato sparare del narcotizzante ai tre-quattro capi che hanno guidato i disordini, come si fa con gli orsi.
Facile "gestire" in questo modo l'ordine pubblico, di fatto arrendendosi ai violenti per poi vantarsi che nessuno si è fatto male. Ieri a Genova hanno vinto loro, gli ultranazionalisti serbi, punto e basta. E' stata una umiliazione che non si può cancellare con una manciata di identificazioni e arresti tardivi. Non solo annullare la partita equivale ad una resa, ma di tutta evidenza sarà di incoraggiamento, una vera e propria istigazione, a qualsiasi esaltato pensi di emulare simili gesta, perché da ieri sera può sperare di poterla avere vinta. Per la Federazione si è trattato inoltre di un considerevole danno economico (l'incasso della partita), eppure non risultano ancora denunce a carico degli autori dei disordini.
Bisognerebbe introdurre nel codice penale un'aggravante, o uno specifico reato, per chi provoca danni e disordini, resiste o commette oltraggio a pubblici ufficiali, agendo sotto la copertura del "gruppo", della "folla", nell'ambito di manifestazioni sportive o politiche. In queste occasioni i violenti la fanno quasi sempre franca, mentre per gli stessi comportamenti, se a livello individuale, si va incontro a guai seri. Gli stadi soprattutto, ma anche le manifestazioni politiche, appaiono come delle vere e proprie zone franche, dove le responsabilità individuali in qualche modo si diluiscono fino a dileguarsi.
Ma quel che è più preoccupante è che si sta affermando sempre più nella gestione dell'ordine pubblico una cultura della rinuncia e della resa totale ai violenti, specie se in gruppo (e quindi più pericolosi). Il che può risparmiare qualche osso rotto e qualche proiettile di gomma, ma puntualmente a rimetterci è chi rispetta la legge e alla lunga il rischio è di lacerare la credibilità - già ampiamente compromessa - del nostro stato di diritto.
Friday, September 10, 2010
Sua figlia, una squadrista
Ventiquattro anni, un diploma all'Istituto d'arte, studentessa di psicologia a Torino, figlia di un magistrato. Non certo il ritratto del disagio sociale quello della ragazza che avrebbe lanciato il fumogeno addosso al segretario della Cisl Raffaele Bonanni alla festa del Pd, ma l'identikit perfetto di un tipo di squadrismo ideologico che ha un ben preciso retroterra culturale e sociale che non si può far finta di ignorare. Lontano anni luce da quegli operai legittimamente interessati alle nuove relazioni industriali che vengono contestate in questi giorni (ma neanche nel loro caso, sia chiaro, sarebbe giustificata l'aggressione a Bonanni). Non c'è disperazione, non c'è disagio, non c'è pazzia, non c'è ignoranza. C'è indottrinamento all'odio politico e sappiamo tutti da dove proviene e coloro che ne sono i sobillatori.
Il tipico milieu famigliare (professori, magistrati) in cui - al riparo da qualsiasi preoccupazione per il futuro, dato l'agio economico e le relazioni sociali paterne o materne - nasce e si alimenta un certo intellettualismo, l'illusione di una superiorità morale, di appartenere ad una casta di "illuminati" cui spetta di indicare il "Bene" e di ottenere, se necessario anche con la violenza, che tutti si adeguino. Quando scoprono che semplicemente non funziona così, che la democrazia gli dà torto, il trauma è devastante, non si capacitano, non si riprendono più, si sentono usurpati di quella che credevano essere la loro funzione sociale.
E' anche il tipico prodotto della nostra università di massa, dove insieme ai pochi che sono lì per studiare davvero perché avvertono il bisogno di dotarsi di un bagaglio culturale per affrontare con serenità il futuro - e a loro danno - vengono parcheggiati questi figli di papà nullafacenti in attesa solo di venire inseriti senza alcun merito in qualche buona posizione, grazie alle conoscenze di famiglia, e nel frattempo giocano ai rivoluzionari, questi rampolli dei moralmente superiori. Non soprende che in un contesto del genere non si abbia il minimo elemento per esprimere un'idea anche vagamente in contatto con la realtà del lavoro e dell'impresa, cioè di ciò di cui in ultima analisi le persone normali vivono tutti i giorni.
Sintomatica l'intervista al padre della ragazza, un pm (e meno male che la figlia non studia giurisprudenza, ce la saremmo potuta ritrovare in un'aula di tribunale a perseguitare i "nemici del popolo"!): «Non le ho chiesto niente dell'accaduto, né tantomeno se fosse stata lei a lanciare quel fumogeno». Ecco, appunto. Rubina, assicura il padre, «è stata educata sin da bambina al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla non violenza. Da molti anni lavora in alcune associazioni di volontariato e si è sempre adoperata a favore del prossimo». E meno male... Sarà anche tutto vero, ma per la legge il suo non è esattamente il profilo dello stinco di santo: «... ha dovuto mostrare i documenti e rispondere alle domande degli agenti per una decina di minuti. Loro la conoscevano già, il suo nome è legato a "un'assidua frequentazione di Askatasuna e del Collettivo universitario Autonomia", a una passata denuncia per invasione e occupazione di edifici e a un precedente reato di violenza privata».
Già, cosa c'era da aspettarsi da una figlia che frequenta un centro sociale di nome Askatasuna (che si richiama al terrorismo basco)? Il padre dice che non parlerà con i suoi colleghi di Torino. Ti credo, la figlia è in una botte di ferro, nelle mani del "compagno" Gian Carlo Caselli. Guardi in faccia la realtà, signor Affronte, sua figlia è una volgare squadrista. Altro che questione sociale o politica, il fenomeno dev'essere affrontato come questione di mero ordine pubblico (per usare un eufemismo).
Il tipico milieu famigliare (professori, magistrati) in cui - al riparo da qualsiasi preoccupazione per il futuro, dato l'agio economico e le relazioni sociali paterne o materne - nasce e si alimenta un certo intellettualismo, l'illusione di una superiorità morale, di appartenere ad una casta di "illuminati" cui spetta di indicare il "Bene" e di ottenere, se necessario anche con la violenza, che tutti si adeguino. Quando scoprono che semplicemente non funziona così, che la democrazia gli dà torto, il trauma è devastante, non si capacitano, non si riprendono più, si sentono usurpati di quella che credevano essere la loro funzione sociale.
E' anche il tipico prodotto della nostra università di massa, dove insieme ai pochi che sono lì per studiare davvero perché avvertono il bisogno di dotarsi di un bagaglio culturale per affrontare con serenità il futuro - e a loro danno - vengono parcheggiati questi figli di papà nullafacenti in attesa solo di venire inseriti senza alcun merito in qualche buona posizione, grazie alle conoscenze di famiglia, e nel frattempo giocano ai rivoluzionari, questi rampolli dei moralmente superiori. Non soprende che in un contesto del genere non si abbia il minimo elemento per esprimere un'idea anche vagamente in contatto con la realtà del lavoro e dell'impresa, cioè di ciò di cui in ultima analisi le persone normali vivono tutti i giorni.
Sintomatica l'intervista al padre della ragazza, un pm (e meno male che la figlia non studia giurisprudenza, ce la saremmo potuta ritrovare in un'aula di tribunale a perseguitare i "nemici del popolo"!): «Non le ho chiesto niente dell'accaduto, né tantomeno se fosse stata lei a lanciare quel fumogeno». Ecco, appunto. Rubina, assicura il padre, «è stata educata sin da bambina al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla non violenza. Da molti anni lavora in alcune associazioni di volontariato e si è sempre adoperata a favore del prossimo». E meno male... Sarà anche tutto vero, ma per la legge il suo non è esattamente il profilo dello stinco di santo: «... ha dovuto mostrare i documenti e rispondere alle domande degli agenti per una decina di minuti. Loro la conoscevano già, il suo nome è legato a "un'assidua frequentazione di Askatasuna e del Collettivo universitario Autonomia", a una passata denuncia per invasione e occupazione di edifici e a un precedente reato di violenza privata».
Già, cosa c'era da aspettarsi da una figlia che frequenta un centro sociale di nome Askatasuna (che si richiama al terrorismo basco)? Il padre dice che non parlerà con i suoi colleghi di Torino. Ti credo, la figlia è in una botte di ferro, nelle mani del "compagno" Gian Carlo Caselli. Guardi in faccia la realtà, signor Affronte, sua figlia è una volgare squadrista. Altro che questione sociale o politica, il fenomeno dev'essere affrontato come questione di mero ordine pubblico (per usare un eufemismo).
Wednesday, December 16, 2009
Caro Maroni, su Internet ti sbagli
La Rete è innocente, nel senso che il flusso d'odio che vi scorre non è la causa, ma il sintomo del clima che ha portato all'aggressione a Berlusconi e i cui artefici e promotori sono altrove, come ho provato a spiegare. Quel flusso e questo clima sono i frutti avvelenati di anni di indottrinamento da parte di Repubblica e dei Santoro. Calunniare via Internet non mette al riparo dalle querele, così come usare Internet per incitare alla violenza è già perseguibile con le leggi attuali, non ne servono altre. Occorre applicare il codice che c'è. E' impensabile quindi una corsa all'oscuramento di siti e pagine. Ne chiudi uno, ne nascono dieci. Prima che sbagliato sarebbe inutile, uno spreco di forze e risorse. E oltre che inutile, persino dannoso. Internet infatti, e soprattutto proprio i social network come Facebook, o forum come Indymedia, offrono alle forze dell'ordine uno straordinario strumento di controllo e di indagine, una finestra aperta su ambienti, umori e persone che altrimenti si muoverebbero protetti da una totale oscurità.
Importante, caro ministro Maroni, non è la possibilità di oscurare i siti (per questo basta segnalare agli amministratori, si tratti di Facebook o di Yahoo, e questi si renderanno più che disponibili a cancellare, come già fanno), ma la tracciabilità, in modo che sia sempre eventualmente possibile agli amministratori risalire alla postazione da cui è stato aperto quel sito o quella pagina, o inviato quel commento, che istigano alla violenza. Negli Stati Uniti non c'è la minima censura di Internet, ma se sul tuo sito scrivi "uccidete il presidente", è probabile che ti veda arrivare l'FBI a casa il giorno dopo. Il problema è il numero? Non si riescono a perseguire tutti quelli che attraverso Facebook fanno apologia di delitto o istigazione a delinquere? Per lo più si tratta di vigliacchi che si sentono protetti dal senso di impunità che si percepisce oggi. Basterebbe perseguirne seriamente uno, con nome e cognome, dimostrare che si va in galera o si passano guai anche a commettere reati via web, e la voglia passerebbe a molti.
Detto questo, l'odio per Berlusconi nasce prima di Internet, e trova le sue radici nella scarsa cultura democratica e liberale di questo Paese, nella presunzione di molti di essere moralmente e antropologicamente superiori e per ciò stesso gli unici destinati e legittimati, a priori, a governare e, di conseguenza, nella frustrazione che nutrono per qualsiasi "usurpatore". La caduta del Muro, quindi la fine della "conventio ad excludendum", e la personalità di Berlusconi, i valori che rappresentano lui e le sue tv, non hanno fatto altro che elevare all'ennesima potenza pulsioni che già esistevano, sarebbero comunque state presenti, e che esisteranno in futuro, anche con leader diversi.
UPDATE ore 14,44: forse Maroni ha compreso.
Importante, caro ministro Maroni, non è la possibilità di oscurare i siti (per questo basta segnalare agli amministratori, si tratti di Facebook o di Yahoo, e questi si renderanno più che disponibili a cancellare, come già fanno), ma la tracciabilità, in modo che sia sempre eventualmente possibile agli amministratori risalire alla postazione da cui è stato aperto quel sito o quella pagina, o inviato quel commento, che istigano alla violenza. Negli Stati Uniti non c'è la minima censura di Internet, ma se sul tuo sito scrivi "uccidete il presidente", è probabile che ti veda arrivare l'FBI a casa il giorno dopo. Il problema è il numero? Non si riescono a perseguire tutti quelli che attraverso Facebook fanno apologia di delitto o istigazione a delinquere? Per lo più si tratta di vigliacchi che si sentono protetti dal senso di impunità che si percepisce oggi. Basterebbe perseguirne seriamente uno, con nome e cognome, dimostrare che si va in galera o si passano guai anche a commettere reati via web, e la voglia passerebbe a molti.
Detto questo, l'odio per Berlusconi nasce prima di Internet, e trova le sue radici nella scarsa cultura democratica e liberale di questo Paese, nella presunzione di molti di essere moralmente e antropologicamente superiori e per ciò stesso gli unici destinati e legittimati, a priori, a governare e, di conseguenza, nella frustrazione che nutrono per qualsiasi "usurpatore". La caduta del Muro, quindi la fine della "conventio ad excludendum", e la personalità di Berlusconi, i valori che rappresentano lui e le sue tv, non hanno fatto altro che elevare all'ennesima potenza pulsioni che già esistevano, sarebbero comunque state presenti, e che esisteranno in futuro, anche con leader diversi.
UPDATE ore 14,44: forse Maroni ha compreso.
Wednesday, October 29, 2008
E li chiamano studenti...
Possibile che nell'Italia del 2008 una delle piazze più belle di Roma debba essere sequestrata e deturpata da scontri tra fascisti e comunisti (video)? Sedicenti studenti. Intanto, a Milano, veniva bloccata la stazione di Lambrate.Dov'è la mano del governo, che perde il controllo di una manifestazione in una piazza centrale di Roma, adiacente al Senato, e tollera il blocco di una stazione ferroviaria ad opera di un manipolo di teppisti? Come temevo, peggio di un governo che tollera l'illegalità, c'è solo un governo che non dà seguito alla promessa di non tollerare l'illegalità.
Dopo aver cavalcato la protesta, il povero Veltroni si ritrova invischiato negli eccessi provocati dalle solite frange estremiste ed è costretto a schierarsi:
«I disordini di oggi sono stati solo l'aggressione di una parte politica sull'altra».Una dichiarazione sintomatica della linea suicida intrapresa da Veltroni. Da leader del principale partito di opposizione, che vuole dimostrarsi credibile come partito di governo, e per di più da "premier ombra", non avrebbe dovuto neanche lontanamente interessarsi agli scontri, che nulla hanno di "politico", tra qualche decina di teppistelli.
Purtroppo, invece, avendo abbracciato la protesta della piazza, ora si trova costretto a fare di tutto perché il movimento resti "pacifico", o perché appaia tale, cosa su cui nessuno si sentirebbe di scommettere un euro. E' stato un azzardo da parte di Veltroni legare l'immagine del Pd ai comportamenti di manifestanti su cui non ha il minimo controllo, visto che, com'è dimostrato, bastano gli eccessi di pochi per rovinare quel clima composto e civile che anche nella protesta ci si aspetta da un partito di governo.
Peccato che Veltroni sia intervenuto nel modo peggiore: non condannando i violenti "senza se e senza ma", ma prendendo le difese di alcuni di loro, come ci saremmo potuti aspettare da un Bertinotti o da un Diliberto. La triste verità che sta emergendo è che con Veltroni il Pd non sta assumendo la fisionomia di un partito riformista di massa, ma sta occupando lo spazio politico lasciato vuoto in Parlamento dalla sinistra radicale, immobilista e conservatrice.
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