Anche su L'Opinione
Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.
E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.
Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.
Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.
Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.
Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.
Showing posts with label welfare. Show all posts
Showing posts with label welfare. Show all posts
Friday, October 04, 2013
Friday, May 24, 2013
I mostri che si aggirano per l'Europa: gli Stati mannari
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).
E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.
Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.
Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.
Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.
Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".
Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».
L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.
Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.
La copertina dell'Economist di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell'anno. I principali leader europei - Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra - che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell'orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli).
E' il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l'Italia, dove per lo meno il problema è noto e all'attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i "virtuosi" tedeschi, olandesi e scandinavi. E' un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno.
Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi - come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al Wall Street Journal - è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee. E' insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti.
Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell'ultimo mezzo secolo. Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo.
Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell'ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani. Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l'evasione nel mirino c'è la concorrenza fiscale tra i paesi. I "grandi" vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei "piccoli" e dei "medi" di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband parlando di «capitalismo responsabile», che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali.
Una volta, quando si parlava dei cosiddetti "paradisi fiscali", ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali. Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un'imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di "paradisi fiscali". Un'azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l'ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati "inferni fiscali".
Difficile, d'altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale».
L'unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito. I paesi virtuosi non si pongono - per il momento - il problema. In quelli meno virtuosi, come l'Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l'economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all'altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini - e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei - viene a raccontarci che non ci sono soldi? E' un luogo comune ormai tanto radicato - nella politica, tra gli osservatori e nell'opinione pubblica - quanto fa a pugni con la logica.
Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell'Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di "italianizzazione" dell'Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.
Etichette:
assistenzialismo,
cameron,
capitalismo,
concorrenza,
debito pubblico,
economist,
ed miliband,
europa,
evasione fiscale,
francia,
germania,
gran bretagna,
italia,
spesa pubblica,
statalismo,
tasse,
ue,
welfare
Monday, April 29, 2013
L'enciclopedia Letta, non l'agenda
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.
Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.
Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.
Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.
Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.
Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.
Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.
Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.
Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?
La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.
Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.
Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.
Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.
Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.
Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.
Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.
Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.
Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?
La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
Etichette:
antiberlusconismo,
berlusconi,
burocrazia,
costituzione,
fisco,
governo,
grande coalizione,
imu,
iva,
lavoro,
legge elettorale,
letta,
pd,
pdl,
presidenzialismo,
riforme,
spesa pubblica,
tasse,
welfare
Wednesday, November 28, 2012
Scomode verità sulla sanità pubblica
L'ultima uscita del prof Monti, sulla sanità pubblica, ha scatenato i riflessi pavloviani della sinistra.
Ma tanto è bastato a suscitare la levata di scudi, all'unisono, del segretario del Pd Bersani e della segretaria della Cgil Camusso. E' allarmante la negazione, da parte di chi si candida a governare il paese, anche della più elementare e conclamata realtà: la difficoltà finanziaria in cui si troverà, in un futuro non lontano, il sistema sanitario, per l'invecchiamento della popolazione e, quindi, l'allungamento delle cure. Bersani non chiede agli italiani di piacergli, ma di essere creduto perché dirà loro soltanto la verità. Eppure, di fronte alla verità - banalissima - raccontata da Monti preferisce chiudere gli occhi. Rifiutare la realtà e biasimare chiunque la richiami, piuttosto che rinnegare l'utopia in cui si è vissuti per troppi decenni, è tipico, purtroppo, di una vecchia sinistra.
Sulla sanità pubblica c'è bisogno, invece, di un discorso di verità. Se l'obiettivo era di garantire a tutti gli italiani standard dignitosi di assistenza sanitaria, allora bisogna riconoscere che siamo di fronte a un fallimento. Già oggi la sanità pubblica non è universale né gratuita, è spaccata in due sia per territorio – a livelli europei in alcune regioni, nordafricani in altre – che per classi sociali: i ricchi possono permettersi di evitare inefficienze e lungaggini del pubblico. E già oggi, anziani a parte, la gratuità del servizio è rara. Non solo i ricchi, anche i ceti medio-bassi pagano due volte le prestazioni più comuni, come visite specialistiche ed esami diagnostici: il ticket "a consumo", più le tasse versate allo Stato. A chi non è capitato di dover sborsare cifre non lontane, anzi quasi coincidenti, a quelle chieste dai privati, dovendo poi rassegnarsi a lunghe attese e inefficienze? Che significa? Come hanno speso le tasse che in teoria, così ce l'hanno raccontata per decenni, dovevano servire a rendere "gratuito" il servizio?
Facile pontificare sulla sanità pubblica come "principio sacro", diritto inalienabile. Molti di quelli che pontificano, però, questo il guaio, non vivono sulla propria pelle inefficienze e costi diretti della sanità pubblica, o perché possono permettersi di rivolgersi ai privati, o perché iscritti a fondi negoziali, casse e mutue varie (circa 6,4 milioni di italiani, per un totale di 10 milioni di assistiti). Anche loro pagano due volte, ma non se ne accorgono.
«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni».Un'affermazione meramente descrittiva di una realtà incontestabile, persino banale. Il premier non ha accennato a "privatizzare" alcunché, probabilmente per nuove forme di finanziamento intendeva fondi integrativi, ticket per fasce di reddito e spending review. E anzi, ha detto che c'è motivo di andare «fieri» dell'attuale sistema, quindi anche della sua natura pubblica ed universalistica.
Ma tanto è bastato a suscitare la levata di scudi, all'unisono, del segretario del Pd Bersani e della segretaria della Cgil Camusso. E' allarmante la negazione, da parte di chi si candida a governare il paese, anche della più elementare e conclamata realtà: la difficoltà finanziaria in cui si troverà, in un futuro non lontano, il sistema sanitario, per l'invecchiamento della popolazione e, quindi, l'allungamento delle cure. Bersani non chiede agli italiani di piacergli, ma di essere creduto perché dirà loro soltanto la verità. Eppure, di fronte alla verità - banalissima - raccontata da Monti preferisce chiudere gli occhi. Rifiutare la realtà e biasimare chiunque la richiami, piuttosto che rinnegare l'utopia in cui si è vissuti per troppi decenni, è tipico, purtroppo, di una vecchia sinistra.
Sulla sanità pubblica c'è bisogno, invece, di un discorso di verità. Se l'obiettivo era di garantire a tutti gli italiani standard dignitosi di assistenza sanitaria, allora bisogna riconoscere che siamo di fronte a un fallimento. Già oggi la sanità pubblica non è universale né gratuita, è spaccata in due sia per territorio – a livelli europei in alcune regioni, nordafricani in altre – che per classi sociali: i ricchi possono permettersi di evitare inefficienze e lungaggini del pubblico. E già oggi, anziani a parte, la gratuità del servizio è rara. Non solo i ricchi, anche i ceti medio-bassi pagano due volte le prestazioni più comuni, come visite specialistiche ed esami diagnostici: il ticket "a consumo", più le tasse versate allo Stato. A chi non è capitato di dover sborsare cifre non lontane, anzi quasi coincidenti, a quelle chieste dai privati, dovendo poi rassegnarsi a lunghe attese e inefficienze? Che significa? Come hanno speso le tasse che in teoria, così ce l'hanno raccontata per decenni, dovevano servire a rendere "gratuito" il servizio?
Facile pontificare sulla sanità pubblica come "principio sacro", diritto inalienabile. Molti di quelli che pontificano, però, questo il guaio, non vivono sulla propria pelle inefficienze e costi diretti della sanità pubblica, o perché possono permettersi di rivolgersi ai privati, o perché iscritti a fondi negoziali, casse e mutue varie (circa 6,4 milioni di italiani, per un totale di 10 milioni di assistiti). Anche loro pagano due volte, ma non se ne accorgono.
Friday, November 16, 2012
E' un'altra America, il dilemma del GOP
Versione integrale su Rightnation.it
Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).
E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.
Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.
Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».
Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.
Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
LEGGI TUTTO su Rightnation.it
Tutte le analisi sulla vittoria di Obama che puntano l'indice sulla debolezza intrinseca della candidatura di Mitt Romney, sugli errori di comunicazione del GOP, sull'eccezionalità irripetibile della figura di Barack Obama, sull'effetto rivitalizzante che ha avuto Sandy per l'incumbent, o sull'influenza dei media, sono senz'altro fondate, colgono aspetti importanti, ma tutto sommato congiunturali delle presidenziali 2012, e rischiano quindi di assecondare uno stato di "denial" nel campo conservatore, persino consolatorio: per tornare alla Casa Bianca nel 2016 basterà presentare un candidato meno "bostoniano", meno freddino, capace di scaldare i cuori e le menti della Right Nation, e il limite dei due mandati farà il resto (difficilmente i Democratici riusciranno a tirar fuori dal cilindro uno "special one" come Obama).
E' comprensibile: più tranquillizzante sedersi in riva al fiume aspettando che l'eccezione Obama passi, come un uragano. Peccato che potrebbe non bastare. Non negare i dati strutturali della vittoria di Obama è invece il primo passo per porvi rimedio. Nella sua rielezione si intravedono mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità - quindi demografici ma anche ideali e politici - dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004. Il che è molto più terrificante (dal mio punto di vista di liberista) della semplice idea che Romney fosse il candidato sbagliato e Obama troppo carismatico ed hollywoodiano per essere battuto. Ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
(...)
Non si può non prendere almeno in considerazione l'ipotesi che la coalizione progressista messa insieme nel 20008 e nel 2012 da Obama possa costituire una "maggioranza permanente", cioè in grado di sopravvivergli politicamente e di aprire un ciclo, come suggeriscono Sam Tanenhaus nel suo "The death of conservatism" e Ruy Teixeira in "The emerging democratic majority". Prima di Obama l'unico presidente del II dopoguerra ad essere rieletto nonostante la disoccupazione oltre il 7% fu Reagan nel 1984. Un presidente che guarda caso fu capace di forgiare una coalizione conservatrice che avrebbe segnato culturalmente due decenni, gli anni '80 e '90, e retto per un soffio fino al secondo mandato di George W. Bush, nonostante fossero già in atto i cambiamenti demografici che vediamo esplodere oggi. Più saggio, quindi, non escludere che Obama possa rivelarsi il Reagan dei democratici, che insomma possa aver aperto un nuovo ciclo destinato a non esaurirsi con il suo secondo mandato.
Nel 1992 i Democratici tornarono alla Casa Bianca con Clinton, vagheggiando di "terza via" e governando dal centro un paese in maggioranza conservatore. Come i Democratici di allora anche il GOP oggi è di fronte a un dilemma simile: come reagire all'emersione in superficie di questo popolo di sinistra? Inseguirlo, smussando i propri angoli sulle social issues e attenuando la propria rigidità in tema fiscale, ma rischiando di perdere la Right Nation, o tenere il punto, se non radicalizzarsi, rischiando però di perdere indipendenti e moderati? Nel primo caso si tratta di trovare un candidato vincente per riconquistare la Casa Bianca nel 2016, ma inevitabilmente dal profilo, e su una piattaforma, più centrista, cioè più disponibile a soluzioni di compromesso con le istanze welfariste, che a quanto pare sempre più americani e nuovi immigrati non vedono come fumo negli occhi, e più aperta su immigrazione e diritti civili. Nel secondo di mantenere saldi e non negoziabili i propri principi, nella speranza che il nuovo ciclo politico passi in fretta e il riflusso spinga gli americani di nuovo a destra.
Il dibattito nel GOP è aperto: a cosa è dovuta la sconfitta? S'insinua il dubbio che sia sbagliato il messaggio, ormai non in sintonia con una popolazione in rapido mutamento, e che quindi occorrano cambiamenti fondamentali nella linea politica. Nulla di drammatico, sembra però rispondere la maggior parte del partito, soprattutto i governatori, più sicuri della sintonia con i propri elettori e già proiettati verso il 2016: candidati scadenti, errori di comunicazione e insufficienti sforzi per portare gli elettori alle urne. «E' essenziale rimanere fedeli a ciò che siamo - spiega il governatore della Virginia Bob McDonnell - dobbiamo capire come rendere i nostri principi più interessanti agli elettori emergenti, ma se abdichiamo ad essi diventiamo un'entità molto diversa».
Un problema di identità, o di comunicazione, dunque? Piegarsi alla nuova demografia o insistere nel tentativo di avvicinare i nuovi elettori ai principi conservatori? Nel primo caso i Repubblicani temono di presentarsi come "cripto-Democratici". E resterebbe un problema, diciamo, di marketing, di brand: se anche si convincessero ad offrire un prodotto politico più simile a quello dei Democratici, perché gli elettori dovrebbero preferire la copia all'originale? E se anche preferissero la copia, e un repubblicano tornasse alla Casa Bianca da liberal moderato, l'America non sarebbe comunque più la stessa. «L'America non ha bisogno di due partiti liberal», avverte il governatore della Louisiana Bobby Jindal. Fra quattro anni gli elettori potrebbero preferire una versione più edulcorata delle politiche obamiane, ma anche sviluppare una totale repulsione verso di esse.
Entrambe le strade presentano quindi degli inconvenienti. Proposte politiche specificamente rivolte verso le etnie emergenti potrebbero non bastare, ed è vero che in teoria il libero mercato crea un contesto economico più meritocratico, che offre a tutti, minoranze comprese, l'opportunità di migliorare il proprio status, ma restano pur sempre allettanti politiche che promettono (che mantengano è tutt'altra storia) un'esistenza meno ambiziosa ma comunque dignitosa con il minimo sforzo. Una via di mezzo per il GOP potrebbe consistere nell'ammorbidire la propria posizione sull'immigrazione, col rischio però di alimentare ancor più rapidamente il serbatoio di voti democratico, e aggiornarla sull'omosessualità, mantenendo invece ferma la linea di politica fiscale. Fiducia nell'impresa individuale e Stato leggero sono infatti le fondamenta dell'"eccezionalismo" Usa e del loro potere economico, il resto - forse - è aggiornabile.
LEGGI TUTTO su Rightnation.it
Thursday, November 15, 2012
In piazza l'ideologia non il disagio
Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.
Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).
Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.
La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.
Thursday, November 08, 2012
L'inizio della fine dell'America per come l'abbiamo conosciuta
Anche su L'Opinione
C'è un piccolo paradosso nella rielezione di Obama: la sua vittoria è sì netta nei numeri, ma molto meno di quattro anni fa. Eppure, è incomparabilmente più epocale. Quattro anni fa l'evento era il primo presidente di colore nella storia degli Usa. "Esperimento" eccitante, che ha sedotto molti elettori moderati e centristi, portandolo alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan. Logorato da quattro duri anni di presidenza, in cui è uscito fuori il suo lato più ideologico, Obama ha perso molti di quei voti (in totale ne ha presi quasi 10 milioni in meno del 2008). Ma proprio per questo la sua è una vittoria di portata storica, perché di (e da) sinistra (niente a che vedere con la "terza via" clintoniana), e perché indice di mutamenti strutturali, profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, demograficamente molto diverso da quello del 2004 e più spostato a sinistra. E' Obama ad aver cambiato connotati all'America, o è lui stesso il prodotto di tale cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
Una rielezione nonostante dati macroeconomici così avversi, soprattutto la disoccupazione all'8%, fa riflettere sul reale peso dell'economia nelle scelte dell'elettorato. L'economia conta, certo, ma forse in modo diverso che in passato. Da un lato chi ha perso il lavoro può contare su sussidi più generosi e chi sta per perderlo sul salvataggio della sua industria, come in Ohio; dall'altro, tra no tax area e detrazioni molti americani non avvertono il peso del fisco, quindi sono meno preoccupati dei costi del welfare, della sanità pubblica, di cui vedono solo il lato "rassicurante" e umano. E' un approccio ai temi economici più "europeo", più orientato alle protezioni sociali che non al dinamismo tipico dell'economia americana. E senz'altro le variazioni demografiche – l'incidenza sul voto di afroamericani e ispanici, più inclini all'assistenzialismo – e le politiche obamiane stanno contribuendo alla diffusione di questo modo "europeo" di guardare all'economia.
Temi quali l'immigrazione, l'aborto, le unioni gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori sull'economia critici nei confronti di Obama, perché il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, ormai chiave per far breccia su elettorati determinanti. Obama ha infatti surclassato Romney oltre che nel voto femminile (+12 punti) e in quello degli afroamericani (+87), anche nel voto di ispanici (+40) e asiatici (+49), persino più di McCain (distanziato rispettivamente di 36 e di 27 punti), mentre ha mantenuto un ampio margine nel voto dei giovani (24 punti contro i 34 del 2008).
La forza di Obama, grazie al colore della sua pelle, sta nell'aver dato rappresentanza a una parte di America che fino ad oggi era rimasta divisa (troppo distanti tra loro giovani liberal, afroamericani e ispanici) e lontana dalle urne e che oggi, invece, si è risvegliata unita e maggioritaria nel paese.
Ma sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Nel voto popolare ha recuperato molto (da -7,3% a -2,3%) e ha strappato a Obama North Carolina e Indiana. Non era il candidato perfetto, probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece ha in parte recuperato. Il tipico dramma della coperta troppo corta, insomma. Una sfida tremenda che ha di fronte tutto il GOP: come rappresentare la Right Nation e allo stesso tempo aprirsi su temi quali l'immigrazione e i diritti civili?
Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale". Da altri quattro anni di Obama alla Casa Bianca possiamo aspettarci la prosecuzione a tappe forzate del processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti, una svolta storica.
C'è un piccolo paradosso nella rielezione di Obama: la sua vittoria è sì netta nei numeri, ma molto meno di quattro anni fa. Eppure, è incomparabilmente più epocale. Quattro anni fa l'evento era il primo presidente di colore nella storia degli Usa. "Esperimento" eccitante, che ha sedotto molti elettori moderati e centristi, portandolo alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan. Logorato da quattro duri anni di presidenza, in cui è uscito fuori il suo lato più ideologico, Obama ha perso molti di quei voti (in totale ne ha presi quasi 10 milioni in meno del 2008). Ma proprio per questo la sua è una vittoria di portata storica, perché di (e da) sinistra (niente a che vedere con la "terza via" clintoniana), e perché indice di mutamenti strutturali, profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, demograficamente molto diverso da quello del 2004 e più spostato a sinistra. E' Obama ad aver cambiato connotati all'America, o è lui stesso il prodotto di tale cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
Una rielezione nonostante dati macroeconomici così avversi, soprattutto la disoccupazione all'8%, fa riflettere sul reale peso dell'economia nelle scelte dell'elettorato. L'economia conta, certo, ma forse in modo diverso che in passato. Da un lato chi ha perso il lavoro può contare su sussidi più generosi e chi sta per perderlo sul salvataggio della sua industria, come in Ohio; dall'altro, tra no tax area e detrazioni molti americani non avvertono il peso del fisco, quindi sono meno preoccupati dei costi del welfare, della sanità pubblica, di cui vedono solo il lato "rassicurante" e umano. E' un approccio ai temi economici più "europeo", più orientato alle protezioni sociali che non al dinamismo tipico dell'economia americana. E senz'altro le variazioni demografiche – l'incidenza sul voto di afroamericani e ispanici, più inclini all'assistenzialismo – e le politiche obamiane stanno contribuendo alla diffusione di questo modo "europeo" di guardare all'economia.
Temi quali l'immigrazione, l'aborto, le unioni gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori sull'economia critici nei confronti di Obama, perché il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, ormai chiave per far breccia su elettorati determinanti. Obama ha infatti surclassato Romney oltre che nel voto femminile (+12 punti) e in quello degli afroamericani (+87), anche nel voto di ispanici (+40) e asiatici (+49), persino più di McCain (distanziato rispettivamente di 36 e di 27 punti), mentre ha mantenuto un ampio margine nel voto dei giovani (24 punti contro i 34 del 2008).
La forza di Obama, grazie al colore della sua pelle, sta nell'aver dato rappresentanza a una parte di America che fino ad oggi era rimasta divisa (troppo distanti tra loro giovani liberal, afroamericani e ispanici) e lontana dalle urne e che oggi, invece, si è risvegliata unita e maggioritaria nel paese.
Ma sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Nel voto popolare ha recuperato molto (da -7,3% a -2,3%) e ha strappato a Obama North Carolina e Indiana. Non era il candidato perfetto, probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece ha in parte recuperato. Il tipico dramma della coperta troppo corta, insomma. Una sfida tremenda che ha di fronte tutto il GOP: come rappresentare la Right Nation e allo stesso tempo aprirsi su temi quali l'immigrazione e i diritti civili?
Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale". Da altri quattro anni di Obama alla Casa Bianca possiamo aspettarci la prosecuzione a tappe forzate del processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti, una svolta storica.
Wednesday, November 07, 2012
Benvenuti in Eumerica
Qualche flash "grezzo" sulla rielezione di Obama:
1) Vittoria netta, sia nei collegi elettorali (332 a 206) che nel voto popolare (50,3% a 48,1%), ma con margini inferiori rispetto al 2008, quando finì 365 a 173 e 52,9% a 45,7%. Il presidente ha vinto largamente perché alla fine si è aggiudicato tutti gli stati-chiave, ma i distacchi sono stati minimi e il testa-a-testa è durato fino a notte inoltrata (49,8-49,3 in Florida, 50,8-47,8 in Virginia, 50,1-48,2 in Ohio, 50,7-47 in Colorado). Romney ha recuperato molto rispetto a McCain, riducendo il distacco soprattutto nel voto popolare da -7,3% a circa un -2%, e strappando a Obama due stati - North Carolina e Indiana - ma non abbastanza da impedirgli la rielezione. Va detto però che con dati macroeconomici così avversi, soprattutto quello sulla disoccupazione all'8%, la vittoria di Obama è piena e ha il sapore della grande impresa.
2) Sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Che non era certo il candidato perfetto, lo sapevamo. Probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito, a quel punto avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece a mio avviso ha recuperato, e il risultato sarebbe stato uguale se non peggiore. Il solito dramma della coperta troppo corta, insomma. Si è rivelato comunque tosto, "presidenziale", ha dato il massimo, ha messo paura ad Obama e reso la sfida aperta fino all'ultimo.
3) Nei sondaggi della vigilia c'è un prima e un dopo Sandy. Sia gli istituti più favorevoli a Romney che quelli pro-Obama avevano registrato una cospicua rimonta dello sfidante a partire dal primo dibattito tv di Denver. Gallup e Rasmussen erano arrivati ad attribuire a Romney un 5-6% di vantaggio su Obama nel voto popolare, e gli altri una sostanziale parità. Solo l'uragano sembra aver stoppato il "momentum" di Romney.
4) Va preso in considerazione il peso dei media, schierati come mai prima forse nella storia americana, e in modo virulento, dalla parte di Obama: quale altro presidente in carica avrebbe avuto la stessa "copertura", in una fase delicatissima della campagna elettorale, sul disastro di incompetenze che ha portato all'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi? A quale altro presidente sarebbe stato "perdonato"?
5) Meno netta nei numeri rispetto a quattro anni fa, la vittoria di oggi di Obama è però più strutturale, di portata storica, perché indica mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004: ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? La sua forza, grazie al suo carisma, nonostante in parte logorato dai quattro duri anni di presidenza, è aver dato rappresentanza a una parte di America, che fino ad oggi era rimasta divisa (ceti sociali ed etnie troppo distanti tra di loro) e lontana dalle urne, che oggi si risveglia maggioritaria nel paese. E' un'America più "europea", dove la cultura latina comincia a pesare, per la quale l'economia conta ma in termini di protezione sociale e non di dinamismo. Mentre nel 2008 l'"esperimento" Obama aveva attratto molti voti moderati e centristi, ed era arrivato alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan, quella di ieri è stata una vittoria di (e da) sinistra, resa possibile dalla mobilitazione di un elettorato di sinistra. Niente a che vedere, insomma, con la "terza via" di Clinton.
6) Non solo sull'economia, non solo con un occhio al portafogli hanno votato gli americani. Temi quali l'immigrazione, l'aborto, i gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori che sull'economia probabilmente bocciano o criticano Obama. Il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, che sono chiave per far breccia su elettorati ormai decisivi come gli ispanici e le donne.
7) Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale", un po' più simile all'Europa. E con altri quattro anni di Obama proseguirà a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti.
1) Vittoria netta, sia nei collegi elettorali (332 a 206) che nel voto popolare (50,3% a 48,1%), ma con margini inferiori rispetto al 2008, quando finì 365 a 173 e 52,9% a 45,7%. Il presidente ha vinto largamente perché alla fine si è aggiudicato tutti gli stati-chiave, ma i distacchi sono stati minimi e il testa-a-testa è durato fino a notte inoltrata (49,8-49,3 in Florida, 50,8-47,8 in Virginia, 50,1-48,2 in Ohio, 50,7-47 in Colorado). Romney ha recuperato molto rispetto a McCain, riducendo il distacco soprattutto nel voto popolare da -7,3% a circa un -2%, e strappando a Obama due stati - North Carolina e Indiana - ma non abbastanza da impedirgli la rielezione. Va detto però che con dati macroeconomici così avversi, soprattutto quello sulla disoccupazione all'8%, la vittoria di Obama è piena e ha il sapore della grande impresa.
2) Sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Che non era certo il candidato perfetto, lo sapevamo. Probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito, a quel punto avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece a mio avviso ha recuperato, e il risultato sarebbe stato uguale se non peggiore. Il solito dramma della coperta troppo corta, insomma. Si è rivelato comunque tosto, "presidenziale", ha dato il massimo, ha messo paura ad Obama e reso la sfida aperta fino all'ultimo.
3) Nei sondaggi della vigilia c'è un prima e un dopo Sandy. Sia gli istituti più favorevoli a Romney che quelli pro-Obama avevano registrato una cospicua rimonta dello sfidante a partire dal primo dibattito tv di Denver. Gallup e Rasmussen erano arrivati ad attribuire a Romney un 5-6% di vantaggio su Obama nel voto popolare, e gli altri una sostanziale parità. Solo l'uragano sembra aver stoppato il "momentum" di Romney.
4) Va preso in considerazione il peso dei media, schierati come mai prima forse nella storia americana, e in modo virulento, dalla parte di Obama: quale altro presidente in carica avrebbe avuto la stessa "copertura", in una fase delicatissima della campagna elettorale, sul disastro di incompetenze che ha portato all'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi? A quale altro presidente sarebbe stato "perdonato"?
5) Meno netta nei numeri rispetto a quattro anni fa, la vittoria di oggi di Obama è però più strutturale, di portata storica, perché indica mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004: ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? La sua forza, grazie al suo carisma, nonostante in parte logorato dai quattro duri anni di presidenza, è aver dato rappresentanza a una parte di America, che fino ad oggi era rimasta divisa (ceti sociali ed etnie troppo distanti tra di loro) e lontana dalle urne, che oggi si risveglia maggioritaria nel paese. E' un'America più "europea", dove la cultura latina comincia a pesare, per la quale l'economia conta ma in termini di protezione sociale e non di dinamismo. Mentre nel 2008 l'"esperimento" Obama aveva attratto molti voti moderati e centristi, ed era arrivato alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan, quella di ieri è stata una vittoria di (e da) sinistra, resa possibile dalla mobilitazione di un elettorato di sinistra. Niente a che vedere, insomma, con la "terza via" di Clinton.
6) Non solo sull'economia, non solo con un occhio al portafogli hanno votato gli americani. Temi quali l'immigrazione, l'aborto, i gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori che sull'economia probabilmente bocciano o criticano Obama. Il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, che sono chiave per far breccia su elettorati ormai decisivi come gli ispanici e le donne.
7) Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale", un po' più simile all'Europa. E con altri quattro anni di Obama proseguirà a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti.
Tuesday, June 19, 2012
Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza
Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Wednesday, February 29, 2012
Un nuovo pasticcio che mortifica la libera iniziativa
Anche su Notapolitica
Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.
Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.
Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.
Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?
Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.
L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.
Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.
Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.
Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.
Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.
Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.
Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?
Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.
L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.
Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.
Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.
Thursday, February 23, 2012
Yeah, it's gone gone gone
Il tanto decantato modello sociale europeo è «andato», superato, morto, finito. E' questa l'affermazione che farà più rumore, almeno in Italia, dell'intervista del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Wall Street Journal. Ad una precisa domanda («Pensa che l'Europa farà a meno del modello sociale che l'ha contraddistinta?»), ha risposto che «il modello sociale europeo è già andato, quando vediamo i tassi di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi».
Il posto fisso; permettersi di «pagare tutti per non lavorare» (come l'economista Dornbusch usava dire degli europei); spesa in deficit ed elevati debiti pubblici. Questo modello di Europa è finito. «Non possiamo - spiega Draghi - avere un sistema in cui tu spendi quanto vuoi, e poi chiedi di emettere debito insieme. Non puoi avere un sistema in cui tu spendi e io pago per te. Prima di andare verso l'unione fiscale, dobbiamo avere un sistema in cui i Paesi possono mostrare di stare in piedi da soli. Questo è il prerequisito per cui i Paesi si fidino l'uno dell'altro».
«Non c'è alternativa al consolidamento fiscale», avverte quindi Draghi nell'intervista, aggiungendo che «la contrazione dell'economia nel breve termine» provocata dalle politiche di austerità «sarà seguita da una crescita sostenibile nel lungo termine solo se verranno messe in atto le riforme strutturali» per la crescita. Secondo il presidente della Banca centrale europea, servono innanzitutto riforme dei mercati dei prodotti e dei servizi e una riforma del mercato del lavoro, per renderlo «più flessibile e più giusto», superando il «dualismo» tra contratti troppo precari per i giovani e lavoratori iper-protetti. Oggi il mercato del lavoro è «iniquo», proprio perché «tutto il peso della flessibilità grava sulla parte giovane della popolazione».
Ma c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità "buona" e una "cattiva". Un «buon» consolidamento di bilancio, osserva Draghi, è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «in effetti il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non la migliore, perché deprime il potenziale di crescita». E il governo Monti, quale delle due austerità, quella buona o quella cattiva, sta perseguendo?
Il posto fisso; permettersi di «pagare tutti per non lavorare» (come l'economista Dornbusch usava dire degli europei); spesa in deficit ed elevati debiti pubblici. Questo modello di Europa è finito. «Non possiamo - spiega Draghi - avere un sistema in cui tu spendi quanto vuoi, e poi chiedi di emettere debito insieme. Non puoi avere un sistema in cui tu spendi e io pago per te. Prima di andare verso l'unione fiscale, dobbiamo avere un sistema in cui i Paesi possono mostrare di stare in piedi da soli. Questo è il prerequisito per cui i Paesi si fidino l'uno dell'altro».
«Non c'è alternativa al consolidamento fiscale», avverte quindi Draghi nell'intervista, aggiungendo che «la contrazione dell'economia nel breve termine» provocata dalle politiche di austerità «sarà seguita da una crescita sostenibile nel lungo termine solo se verranno messe in atto le riforme strutturali» per la crescita. Secondo il presidente della Banca centrale europea, servono innanzitutto riforme dei mercati dei prodotti e dei servizi e una riforma del mercato del lavoro, per renderlo «più flessibile e più giusto», superando il «dualismo» tra contratti troppo precari per i giovani e lavoratori iper-protetti. Oggi il mercato del lavoro è «iniquo», proprio perché «tutto il peso della flessibilità grava sulla parte giovane della popolazione».
Ma c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità "buona" e una "cattiva". Un «buon» consolidamento di bilancio, osserva Draghi, è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «in effetti il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non la migliore, perché deprime il potenziale di crescita». E il governo Monti, quale delle due austerità, quella buona o quella cattiva, sta perseguendo?
Monday, February 20, 2012
Monti seguirà la rivoluzione spagnola?
Anche su Notapolitica
Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s'ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell'articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l'anomalia tutta italiana dell'articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell'export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell'attuale crisi del debito.
SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l'obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori "iper protetti" e "iper precari".
La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d'impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti "low cost", cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un'indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L'obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un'attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.
La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un'indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell'intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.
GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest'anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un'opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l'indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c'è solo la mancanza di un'alternativa al reintegro, ma soprattutto l'assenza di un tetto all'eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause.
Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all'anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l'assegno sociale di indigenza, a carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E' stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l'aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.
ITALIA – Per l'Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.
L'impressione è che ormai l'articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l'esigenza politica del governo di riuscirci se non con l'accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell'obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l'introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.
Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s'ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell'articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l'anomalia tutta italiana dell'articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell'export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell'attuale crisi del debito.
SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l'obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori "iper protetti" e "iper precari".
La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d'impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti "low cost", cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un'indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L'obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un'attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.
La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un'indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell'intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.
GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest'anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un'opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l'indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c'è solo la mancanza di un'alternativa al reintegro, ma soprattutto l'assenza di un tetto all'eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause.
Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all'anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l'assegno sociale di indigenza, a carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E' stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l'aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.
ITALIA – Per l'Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.
L'impressione è che ormai l'articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l'esigenza politica del governo di riuscirci se non con l'accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell'obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l'introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.
Thursday, January 26, 2012
Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma
Anche su Notapolitica
Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.
Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.
La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.
Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?
Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.
Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.
Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.
Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.
Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.
La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.
Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?
Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.
Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.
Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.
Wednesday, November 30, 2011
Bisogna farsene una ragione
Tutti - ad iniziare dai nostri politici e sindacalisti - dovrebbero fare lo sforzo di leggersi il rapporto sull'Italia del commissario Rehn. Oltre ad essere obiettivo ed esaustivo, non è affatto punitivo (anzi, riconosce punti di forza e sforzi compiuti) e quelle che suggerisce sono misure precise, concrete, ma nient'affatto proibitive. Non ci chiede la luna, insomma, piuttosto correttivi minimi alle distorsioni più clamorose del nostro sistema, che invece a mio modesto avviso andrebbe rottamato. E' la naturale evoluzione del confronto programmatico con le autorità europee iniziato con la famosa lettera della Bce e proseguito con la lettera di intenti del governo Berlusconi al Consiglio europeo.
Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.
Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.
Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.
Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.
Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».
Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.
Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.
Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.
Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.
Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.
Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».
Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.
Wednesday, October 26, 2011
C'erano una volta le pensioni
Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it
La riforma delle pensioni è il "cold case" della politica italiana, il nodo irrisolto da due decenni. Chi oggi lucra sulle difficoltà dell'attuale governo, non deve illudersi: sarà un tema ineludibile per chiunque governerà dopo Berlusconi. Tanto vale dirsi le cose come stanno. Il problema andrebbe affrontato alla radice, cioè sradicando una certa idea della pensione che nei decenni si è sedimentata, direi fossilizzata, nell'opinione pubblica. Non solo in Italia, dove addirittura la gente non vede letteralmente l'ora di ritirarsi, ma in tutti i Paesi avanzati, forse un po' meno solo in quelli anglosassoni, si pensa alla pensione, e la si vive, come una vacanza premio all inclusive.
Non era questo il suo scopo originario, quando le prime forme di previdenza furono introdotte nelle società industriali sul finire dell'800, consolidandosi negli anni 30 del '900. La pensione non nasce per finanziare il tempo libero di persone ancora attive fisicamente e mentalmente, come se fosse un premio per il solo fatto di aver lavorato. Ma come forma di sostentamento per le persone che per la loro età avanzata non sono più in grado di autosostentarsi dignitosamente lavorando. E' ovvio che oggi quel mondo non esiste più: è notevolmente aumentata la durata della vita; sono enormemente migliorate le condizioni di salute, fisiche e mentali, degli anziani, così come le condizioni di lavoro e igienico-sanitarie; viviamo in società post-industriali dove il lavoro usurante nelle fabbriche o nei campi si va riducendo.
Il modello secondo cui per circa la metà della propria vita si lavora, e nell'altra metà o si studia o ci si gode non il riposo, cui hanno diritto i vecchi, ma il tempo libero h24, semplicemente non regge, non è economicamente sostenibile, ammesso e non concesso che sia moralmente accettabile. Se sei stanco, riposi senza doverti preoccupare di come pagarti da vivere. Questa è la finalità sociale della previdenza. Ma godersi il proprio tempo libero è un'altra cosa, spesso l'opposto che "riposare", e ha un costo che non è giusto mettere a carico della collettività. Si dovrebbe percepire una pensione quando fisicamente e mentalmente non si è più in grado di lavorare con un minimo grado di efficienza. Chi può sostenere che sia questa, oggi, la condizione del pensionato-tipo? Oggi il pensionato tipo, non solo in Italia, compie tutta una serie di attività che contraddicono in modo eclatante le condizioni di vita che dal finire dell'800 in poi, per effetto dei profondi mutamenti nei modelli produttivi e nelle strutture famigliari indotti dalla rivoluzione industriale, resero indispensabile l'introduzione dei sistemi pensionistici.
Fu Bismarck nel 1889 a introdurre il primo sistema previdenziale obbligatorio, che fissava alla soglia dei 70 anni l'età di pensionamento (ridotta a 65 anni nel 1916), ma quando l'aspettativa di vita della popolazione prussiana era di 45 anni e la durata media di un adulto proprio di 70. Per capirci, come se oggi, in Italia, si potesse andare in pensione a 80 anni. Ma non sto sostenendo che bisognerebbe andare in pensione solo quando si è ormai vecchi decrepiti, neppure in grado di godersi gli ultimi anni di attività e vitalità, ma ricordare le origini dovrebbe quanto meno metterci al riparo da esagerazioni insostenibili.
Un altro discorso andrebbe affrontato sull'entità degli assegni. Ha qualche senso, rispetto allo scopo originario della previdenza pubblica, cioè un dignitoso sostentamento, che lo Stato eroghi pensioni di 3, 4 o 5 mila euro al mese, dovendo imporre per finanziarle un cuneo fiscale che deprime le attività economiche? Se dev'essere proprio lo Stato a gestire la previdenza, è opportuno che almeno si limiti a garantire una pensione minima di sostentamento, gravando il meno possibile in termini di contributi obbligatori sui redditi, sia bassi che alti. Chi percepisce un reddito medio-alto non è forse nelle condizioni di contribuire autonomamente a garantirsi lo stesso tenore di vita anche dopo il ritiro?
Sono tutte questioni che andrebbero affrontate apertamente dinanzi alle opinioni pubbliche se si vuole creare un minimo di consenso a favore di scelte e cambiamenti che appaiono sempre più inderogabili.
La riforma delle pensioni è il "cold case" della politica italiana, il nodo irrisolto da due decenni. Chi oggi lucra sulle difficoltà dell'attuale governo, non deve illudersi: sarà un tema ineludibile per chiunque governerà dopo Berlusconi. Tanto vale dirsi le cose come stanno. Il problema andrebbe affrontato alla radice, cioè sradicando una certa idea della pensione che nei decenni si è sedimentata, direi fossilizzata, nell'opinione pubblica. Non solo in Italia, dove addirittura la gente non vede letteralmente l'ora di ritirarsi, ma in tutti i Paesi avanzati, forse un po' meno solo in quelli anglosassoni, si pensa alla pensione, e la si vive, come una vacanza premio all inclusive.
Non era questo il suo scopo originario, quando le prime forme di previdenza furono introdotte nelle società industriali sul finire dell'800, consolidandosi negli anni 30 del '900. La pensione non nasce per finanziare il tempo libero di persone ancora attive fisicamente e mentalmente, come se fosse un premio per il solo fatto di aver lavorato. Ma come forma di sostentamento per le persone che per la loro età avanzata non sono più in grado di autosostentarsi dignitosamente lavorando. E' ovvio che oggi quel mondo non esiste più: è notevolmente aumentata la durata della vita; sono enormemente migliorate le condizioni di salute, fisiche e mentali, degli anziani, così come le condizioni di lavoro e igienico-sanitarie; viviamo in società post-industriali dove il lavoro usurante nelle fabbriche o nei campi si va riducendo.
Il modello secondo cui per circa la metà della propria vita si lavora, e nell'altra metà o si studia o ci si gode non il riposo, cui hanno diritto i vecchi, ma il tempo libero h24, semplicemente non regge, non è economicamente sostenibile, ammesso e non concesso che sia moralmente accettabile. Se sei stanco, riposi senza doverti preoccupare di come pagarti da vivere. Questa è la finalità sociale della previdenza. Ma godersi il proprio tempo libero è un'altra cosa, spesso l'opposto che "riposare", e ha un costo che non è giusto mettere a carico della collettività. Si dovrebbe percepire una pensione quando fisicamente e mentalmente non si è più in grado di lavorare con un minimo grado di efficienza. Chi può sostenere che sia questa, oggi, la condizione del pensionato-tipo? Oggi il pensionato tipo, non solo in Italia, compie tutta una serie di attività che contraddicono in modo eclatante le condizioni di vita che dal finire dell'800 in poi, per effetto dei profondi mutamenti nei modelli produttivi e nelle strutture famigliari indotti dalla rivoluzione industriale, resero indispensabile l'introduzione dei sistemi pensionistici.
Fu Bismarck nel 1889 a introdurre il primo sistema previdenziale obbligatorio, che fissava alla soglia dei 70 anni l'età di pensionamento (ridotta a 65 anni nel 1916), ma quando l'aspettativa di vita della popolazione prussiana era di 45 anni e la durata media di un adulto proprio di 70. Per capirci, come se oggi, in Italia, si potesse andare in pensione a 80 anni. Ma non sto sostenendo che bisognerebbe andare in pensione solo quando si è ormai vecchi decrepiti, neppure in grado di godersi gli ultimi anni di attività e vitalità, ma ricordare le origini dovrebbe quanto meno metterci al riparo da esagerazioni insostenibili.
Un altro discorso andrebbe affrontato sull'entità degli assegni. Ha qualche senso, rispetto allo scopo originario della previdenza pubblica, cioè un dignitoso sostentamento, che lo Stato eroghi pensioni di 3, 4 o 5 mila euro al mese, dovendo imporre per finanziarle un cuneo fiscale che deprime le attività economiche? Se dev'essere proprio lo Stato a gestire la previdenza, è opportuno che almeno si limiti a garantire una pensione minima di sostentamento, gravando il meno possibile in termini di contributi obbligatori sui redditi, sia bassi che alti. Chi percepisce un reddito medio-alto non è forse nelle condizioni di contribuire autonomamente a garantirsi lo stesso tenore di vita anche dopo il ritiro?
Sono tutte questioni che andrebbero affrontate apertamente dinanzi alle opinioni pubbliche se si vuole creare un minimo di consenso a favore di scelte e cambiamenti che appaiono sempre più inderogabili.
Thursday, October 21, 2010
Ecco come si taglia per davvero
David Cameron sta cambiando i connotati non solo del welfare britannico, perché è anche lì che si abbatte la scure del governo, ma dell'intera struttura della spesa pubblica. Ecco cosa significa una riforma "strutturale". Ed ecco dimostrato come proprio l'urgenza di una crisi e l'inizio del mandato - al contrario di quanto Tremonti e Sacconi hanno sempre predicato in questi due anni - possono rivelarsi il momento più propizio per operare in profondità sul sistema.
Tagli per 83 miliardi di sterline, circa 94 miliardi di euro, in soli quattro anni e sono quasi tutti tagli lineari: in media avranno il 19% in meno tutti i ministeri del Regno Unito, tranne Difesa, Sanità e Istruzione, che subiscono tagli inferiori, ma comunque tagli, mentre Cultura (-41%) e Giustizia (-24%) contribuiscono in misura molto maggiore. Diversamente da quanto qualche giornale di sinistra vorrebbe far credere, la difesa è tra i pochi settori meno colpiti (-8%), mentre il welfare viene sottoposto a un'intesa cura dimagrante. Circa 7 miliardi di tagli aggiuntivi riguarderanno i pagamenti del welfare (sussidi per l'infanzia, per gli affitti e per la disabilità, saranno concessi secondo regole più restrittive). Previsto anche un innalzamento da 65 a 66 anni entro il 2020 dell'età di pensionamento.
Il piano prevede una riduzione dei dipendenti pubblici di circa 500 mila unità. Ovviamente i licenziamenti saranno solo una minima parte (circa 10 mila, pare di capire), mentre il grosso della riduzione (490 mila) verrà ottenuto non rimpiazzando i dipendenti che man mano andranno in pensione. Una cura da cavallo di cui avrebbe avuto e avrebbe bisogno l'Italia ben più del Regno Unito, il cui debito in rapporto al Pil è intorno all'80%, mentre il nostro al 118%. Ma a Londra sanno che allo Stato l'appetito vien mangiando e che se la dinamica del debito non si arresta subito e drasticamente, si fa presto, nel giro di pochi anni, a finire come noi italiani.
Al contrario, in Italia, tanto per citare due esempi, si stanziano fondi per 9 mila docenti universitari in sei anni (e si pretende l'inutile assunzione di altre migliaia di precari), il ministro della Giustizia Alfano promette nuove toghe a centinaia, che andranno ad ingrossare organici secondo tutte le statistiche internazionali tra i più dotati tra i Paesi occidentali. Da noi è bastata la piccola sforbiciata di Tremonti a suscitare non solo le grida delle opposizioni, ma anche i piagnistei di molti ministri del governo. Certo, è pur vero che la nostra economia e il nostro mercato del lavoro non sono abbastanza dinamici per assorbire una virata tale in modo che non abbia effetti depressivi, ma il nostro vero guaio è che nessuna forza politica, nessun giornalone, nessun polo mediatico e intellettuale ha criticato Tremonti per essere stato troppo timido, chiedendo tagli più coraggiosi e strutturali. Al contrario, dietro le critiche ai tagli lineari e le richieste, invero piuttosto vaghe, di politiche per lo "sviluppo" si sono ingrossate le file del trasversale partito della spesa. Per questo, nonostante tutto, Tremonti è un argine che è pericoloso abbattere.
Adesso si comincia a parlare di riforma del sistema fiscale. Per ora siamo ancora agli annunci, agli studi, ai tavoli tecnici e concertativi. Vedremo...
P.S.: Proprio ieri Fini ha incontrato Cameron, ha detto di seguirlo con «grande interesse, soprattutto sull'economia verde e la solidarietà». Chissà come la andrà a spiegare Fini ai suoi amati dipendenti pubblici la «solidarietà» versione Cameron-Osborne...
Tagli per 83 miliardi di sterline, circa 94 miliardi di euro, in soli quattro anni e sono quasi tutti tagli lineari: in media avranno il 19% in meno tutti i ministeri del Regno Unito, tranne Difesa, Sanità e Istruzione, che subiscono tagli inferiori, ma comunque tagli, mentre Cultura (-41%) e Giustizia (-24%) contribuiscono in misura molto maggiore. Diversamente da quanto qualche giornale di sinistra vorrebbe far credere, la difesa è tra i pochi settori meno colpiti (-8%), mentre il welfare viene sottoposto a un'intesa cura dimagrante. Circa 7 miliardi di tagli aggiuntivi riguarderanno i pagamenti del welfare (sussidi per l'infanzia, per gli affitti e per la disabilità, saranno concessi secondo regole più restrittive). Previsto anche un innalzamento da 65 a 66 anni entro il 2020 dell'età di pensionamento.
Il piano prevede una riduzione dei dipendenti pubblici di circa 500 mila unità. Ovviamente i licenziamenti saranno solo una minima parte (circa 10 mila, pare di capire), mentre il grosso della riduzione (490 mila) verrà ottenuto non rimpiazzando i dipendenti che man mano andranno in pensione. Una cura da cavallo di cui avrebbe avuto e avrebbe bisogno l'Italia ben più del Regno Unito, il cui debito in rapporto al Pil è intorno all'80%, mentre il nostro al 118%. Ma a Londra sanno che allo Stato l'appetito vien mangiando e che se la dinamica del debito non si arresta subito e drasticamente, si fa presto, nel giro di pochi anni, a finire come noi italiani.
Al contrario, in Italia, tanto per citare due esempi, si stanziano fondi per 9 mila docenti universitari in sei anni (e si pretende l'inutile assunzione di altre migliaia di precari), il ministro della Giustizia Alfano promette nuove toghe a centinaia, che andranno ad ingrossare organici secondo tutte le statistiche internazionali tra i più dotati tra i Paesi occidentali. Da noi è bastata la piccola sforbiciata di Tremonti a suscitare non solo le grida delle opposizioni, ma anche i piagnistei di molti ministri del governo. Certo, è pur vero che la nostra economia e il nostro mercato del lavoro non sono abbastanza dinamici per assorbire una virata tale in modo che non abbia effetti depressivi, ma il nostro vero guaio è che nessuna forza politica, nessun giornalone, nessun polo mediatico e intellettuale ha criticato Tremonti per essere stato troppo timido, chiedendo tagli più coraggiosi e strutturali. Al contrario, dietro le critiche ai tagli lineari e le richieste, invero piuttosto vaghe, di politiche per lo "sviluppo" si sono ingrossate le file del trasversale partito della spesa. Per questo, nonostante tutto, Tremonti è un argine che è pericoloso abbattere.
Adesso si comincia a parlare di riforma del sistema fiscale. Per ora siamo ancora agli annunci, agli studi, ai tavoli tecnici e concertativi. Vedremo...
P.S.: Proprio ieri Fini ha incontrato Cameron, ha detto di seguirlo con «grande interesse, soprattutto sull'economia verde e la solidarietà». Chissà come la andrà a spiegare Fini ai suoi amati dipendenti pubblici la «solidarietà» versione Cameron-Osborne...
Tuesday, September 21, 2010
Anche in Svezia suona la sveglia
Dopo l'affermazione nella liberale Olanda del partito di Geert Wilders, i partiti nazionalisti e anti-immigrazione prendono piede anche in Danimarca e in Svezia, le patrie della socialdemocrazia scandinava e di modelli sociali generosi e tolleranti. Come osserva Il Foglio, «gli establishment europei, accecati dall'ideologia del politicamente corretto, prima fingono di non vedere, poi si dicono scioccati da questa avanzata». L'analisi mi sembra scontata. Se i partiti di governo - di centrodestra o di centrosinistra - vogliono contenere l'«avanzata» e disinnescare possibili derive intolleranti e xenofobe, non devono demonizzarli, ma comprendere che intercettano e danno una rappresentanza politica a un disagio reale. E' quanto stanno facendo Sarkozy in Francia, dove Le Pen è fortemente ridimensionato, e Berlusconi in Italia, dove la Lega è sì influente, ma anche molto più "moderata" e ormai interna al "sistema" rispetto ai partiti anti-immigrazione del nord Europa. Inoltre, essendo un partito radicato solo in una parte del Paese, è più "popolare" e rappresenta istanze territoriali (come il federalismo) che l'hanno spinta a maturare un profilo "di governo".
L'immigrazione incontrollata alimenta un senso di insicurezza e di ingiustizia sociale, e spesso è davvero - inutile negarlo - fonte di criminalità e di costi sociali che gravano sui ceti medi e più deboli. Un malinteso senso di tolleranza, inoltre, produce vere e proprie sacche, zone franche del diritto in cui pullulano una cultura e spesso un'ideologia politica incompatibili con i principi fondamentali che regolano la convivenza civile in Europa. Sono questioni tremendamente importanti, che non vanno né negate né sottovalutate, ma vanno affrontate con determinazione, respingendo il "negazionismo" e il "politicamente corretto" tipico di Bruxelles, proprio per evitare l'insorgere e l'aggravarsi di fenomeni di xenofobia.
Ma è un altro il dato epocale delle elezioni svedesi di domenica scorsa, purtroppo oscurato dall'affermazione dei "Democratici di Svezia". I socialdemocratici ridotti ai minimi storici e il centrodestra liberale al 49,3 per cento. Se "dalla culla alla tomba" è lo storico slogan di un certo modello di welfare statale, almeno in Svezia sembra esserci finito quel modello nella tomba... E viene premiato l'approccio decisamente riformatore del premier Fredrik Reinfeldt: aumento dell'età di pensionamento, lotta agli sprechi, privatizzazioni, riduzione delle tasse.
L'immigrazione incontrollata alimenta un senso di insicurezza e di ingiustizia sociale, e spesso è davvero - inutile negarlo - fonte di criminalità e di costi sociali che gravano sui ceti medi e più deboli. Un malinteso senso di tolleranza, inoltre, produce vere e proprie sacche, zone franche del diritto in cui pullulano una cultura e spesso un'ideologia politica incompatibili con i principi fondamentali che regolano la convivenza civile in Europa. Sono questioni tremendamente importanti, che non vanno né negate né sottovalutate, ma vanno affrontate con determinazione, respingendo il "negazionismo" e il "politicamente corretto" tipico di Bruxelles, proprio per evitare l'insorgere e l'aggravarsi di fenomeni di xenofobia.
Ma è un altro il dato epocale delle elezioni svedesi di domenica scorsa, purtroppo oscurato dall'affermazione dei "Democratici di Svezia". I socialdemocratici ridotti ai minimi storici e il centrodestra liberale al 49,3 per cento. Se "dalla culla alla tomba" è lo storico slogan di un certo modello di welfare statale, almeno in Svezia sembra esserci finito quel modello nella tomba... E viene premiato l'approccio decisamente riformatore del premier Fredrik Reinfeldt: aumento dell'età di pensionamento, lotta agli sprechi, privatizzazioni, riduzione delle tasse.
Monday, June 07, 2010
Occasione da non perdere
La Commissione europea oggi è apparsa irremovibile sulla necessità dell'equiparazione immediata, a partire già dal primo gennaio 2012 (e non dal 2018 come previsto dal governo), dell'età di pensionamento delle donne nel settore pubblico a quella degli uomini, cioè a 65 anni. E' una fortuna. La manovra, ha riconosciuto il ministro del Welfare Sacconi, è «il veicolo più tempestivo» per adeguarci alla richiesta dell'Ue. E c'è davvero da augurarci che il governo non sia così stupido da lasciarsi sfuggire questa occasione. Oltre a risparmiare centinaia di milioni di sanzioni, potrebbe fare subito una riforma strutturale comunque inevitabile, migliorando la manovra sul fronte della tenuta dei conti pubblici.
Certo, le proteste delle parti sociali e delle categorie più retrive sarebbero ancora più veementi, mettendo alla prova la determinazione riformista sia della maggioranza che dell'opposizione. Ma per arginare l'impopolarità della misura il governo può sempre contare sul solido - e solito - argomento "l'Europa ci obbliga", senza il quale pare che in Italia non sia possibile alcuna riforma significativa. E chissà che la dialettica tra il ministro Sacconi e la commissaria Reding non fosse nient'altro che un più che opportuno gioco delle parti. Il risparmio per le casse dello Stato sarebbe in effetti piuttosto esiguo nel breve termine, ma nel medio-lungo termine potrebbe liberare importanti risorse per riequilibrare la spesa sociale a vantaggio dei capitoli ad oggi trascurati. E potrebbe rendere più accettabile l'innalzamento dell'età pensionabile anche nel settore privato.
Certo, le proteste delle parti sociali e delle categorie più retrive sarebbero ancora più veementi, mettendo alla prova la determinazione riformista sia della maggioranza che dell'opposizione. Ma per arginare l'impopolarità della misura il governo può sempre contare sul solido - e solito - argomento "l'Europa ci obbliga", senza il quale pare che in Italia non sia possibile alcuna riforma significativa. E chissà che la dialettica tra il ministro Sacconi e la commissaria Reding non fosse nient'altro che un più che opportuno gioco delle parti. Il risparmio per le casse dello Stato sarebbe in effetti piuttosto esiguo nel breve termine, ma nel medio-lungo termine potrebbe liberare importanti risorse per riequilibrare la spesa sociale a vantaggio dei capitoli ad oggi trascurati. E potrebbe rendere più accettabile l'innalzamento dell'età pensionabile anche nel settore privato.
Thursday, May 27, 2010
Colpe di sistema
In un commento apparso sul sito Libertiamo, con molta onestà intellettuale Giuliano Cazzola, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera, riconosce che, ad un esame «attento e disincantato», il «principale limite» della manovra è «una prudenza forse eccessiva». Gli altri Paesi europei, osserva, preparano «manovre più pesanti di parecchi miliardi e di più lunga prospettiva della nostra, nonostante i loro saldi di finanza pubblica siano assai migliori di quelli italiani. Di questo argomento - aggiunge Cazzola - ci serviamo per contrastare le accuse che ci rivolge l'opposizione, sapendo che essa non ci chiederà mai una maggiore severità, perché, ancora una volta, preferirà dare libero sfogo alla subcultura della protesta piuttosto che alimentare i primi vagiti di una prassi di governo».
Ma anche Cazzola ravvisa un problema di mancanza di ambizioni nella manovra e «in coscienza» pone al governo e alla maggioranza questa domanda: «Perché invece di puntare, in un tempo più lungo al pareggio di bilancio, ci accontentiamo di un deficit appena sotto il 3% tra due anni? Il fatto - è la sua risposta - è che noi siamo il Paese delle mezze misure. Non perché non sappiamo agire meglio, ma perché non possiamo fare altro: il sistema Italia non ce lo consente. Quando un governo - è la sua riflessione - tenta di risanare la situazione (soprattutto se è un esecutivo di centrodestra) deve mettere in conto un'ostilità ancor più determinata e preconcetta di quella di cui è normalmente oggetto. Gli interessi colpiti si rivoltano come ricci porcospini. E trovano ovunque sostenitori».
Cazzola cita l'esempio dei tagli ai trasferimenti agli enti locali, sottolineando come nessuno ricordi che «la spesa locale è aumentata dell'80% in un decennio, a fronte di un incremento del 38% di quella centrale», e che «quando si parla di sprechi ci si riferisce di solito a quelli delle amministrazioni statali, come se i Comuni, le Province e le Regioni fossero dei preclari esempi di civiche virtù e dei grandi fornitori di qualificati servizi ai cittadini». Si poteva tagliare di più, quindi, intervenire più in profondità nella struttura della spesa, ma il «sistema Italia» non lo avrebbe consentito. Giulio Tremonti «ha fatto il possibile» e «lo ha fatto nel migliore dei modi. Non è colpa del ministro dell'Economia (Dio ce lo conservi!) - conclude Cazzola - se alla classe dirigente del Paese manca una "visione" condivisa (dubito anche dell'esistenza di più "visioni") del futuro e del possibile ruolo dell'Italia».
E' condivisibile l'analisi di Cazzola, ma a chi è al governo e ha avuto i voti della maggioranza dei cittadini spetta il dovere di provarci, anche contro "il sistema", ha il dovere di continuare a coltivare ambizioni alte come l'abbattimento, e non solo il contenimento, del debito, e il taglio delle tasse, oltre al premio di consolazione di non aumentarle. Siamo ad un tema che più volte abbiamo discusso su questo blog: il centrodestra si accontenta di gestire l'esistente senza dissanguare ancor di più il Paese, guida la macchina Italia più prudentemente, mentre i governi di centrosinistra accelerano. Ma in fondo alla strada c'è il declino e nessuno riesce a invertire la rotta.
Un altro commento, quello di Oscar Giannino di ieri sera, prende di mira le «classi dirigenti», avvertendo che sono tali «non sono solo quelle politiche», ma anche «accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati». Con le importanti eccezioni di Confindustria, banche, Cisl e Uil, nota una «inconsapevolezza diffusa» del fatto che «da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall'estate 2007», quello della «sostenibilità dei debiti pubblici», che ha «indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva».
Negli ultimi tre mesi i mercati hanno segnalato con forza che la prospettiva degli attuali debiti pubblici nei Paesi industrializzati è «insostenibile». «E' la consapevolezza di questo mondo nuovo - osserva Giannino - che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando a ragionare come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E' questa l'unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere. Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva».
Riguardo il primo, Giannino nota che i tagli al deficit e alla spesa sono minori di quelli di Francia e Spagna e più o meno equivalenti a quelli tedeschi (anche se non siamo la Germania), ma sottolinea che le categorie che protestano ce l'hanno con i tagli che le riguardano, mentre «una classe dirigente consapevole» dovrebbe protestare contro i rinvii degli aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali, misure che «non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all'11%». E anche lui come Cazzola ricorda che «nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l'80%», per cui le resistenze dei politici locali appaiono «desolanti».
Sul secondo criterio, quello delle entrate, Giannino giudica le misure anti-evasione «durissime» (con l'obiettivo di passare dagli oltre 9 miliardi concretamente recuperati nel 2009 - rispetto ai 6,4 di due anni prima sotto il centrosinistra - a 11 miliardi nel 2011, a 24 nel 2012), osserva che tra i 100 euro (Prodi-Visco) e i 5 mila euro (Berlusconi-Tremonti) come soglia per la tracciabilità c'è una bella differenza, ma obietta giustamente che senza meno tasse non è certo un bel vedere e che la tassa anti-Caltagirone è un «orrore». Ma soprattutto, Giannino ricorda qualcosa cui ci associamo, e cioè che «maggioranza e governo hanno un contratto con gli italiani: le tasse su lavoro e impresa devono scendere, e di parecchio, di qui a tre anni. Ed è per questo che occorre tagliare tanta altra spesa pubblica in più». Infine, il terzo criterio, la «credibilità». Le misure, avverte Giannino, per convincere i mercati dovranno essere attuate senza tentennamenti: «Siamo solo all'inizio di una lunga revisione del modello europeo, l'area del mondo che per via del suo Stato cresce meno».
Ma anche Cazzola ravvisa un problema di mancanza di ambizioni nella manovra e «in coscienza» pone al governo e alla maggioranza questa domanda: «Perché invece di puntare, in un tempo più lungo al pareggio di bilancio, ci accontentiamo di un deficit appena sotto il 3% tra due anni? Il fatto - è la sua risposta - è che noi siamo il Paese delle mezze misure. Non perché non sappiamo agire meglio, ma perché non possiamo fare altro: il sistema Italia non ce lo consente. Quando un governo - è la sua riflessione - tenta di risanare la situazione (soprattutto se è un esecutivo di centrodestra) deve mettere in conto un'ostilità ancor più determinata e preconcetta di quella di cui è normalmente oggetto. Gli interessi colpiti si rivoltano come ricci porcospini. E trovano ovunque sostenitori».
Cazzola cita l'esempio dei tagli ai trasferimenti agli enti locali, sottolineando come nessuno ricordi che «la spesa locale è aumentata dell'80% in un decennio, a fronte di un incremento del 38% di quella centrale», e che «quando si parla di sprechi ci si riferisce di solito a quelli delle amministrazioni statali, come se i Comuni, le Province e le Regioni fossero dei preclari esempi di civiche virtù e dei grandi fornitori di qualificati servizi ai cittadini». Si poteva tagliare di più, quindi, intervenire più in profondità nella struttura della spesa, ma il «sistema Italia» non lo avrebbe consentito. Giulio Tremonti «ha fatto il possibile» e «lo ha fatto nel migliore dei modi. Non è colpa del ministro dell'Economia (Dio ce lo conservi!) - conclude Cazzola - se alla classe dirigente del Paese manca una "visione" condivisa (dubito anche dell'esistenza di più "visioni") del futuro e del possibile ruolo dell'Italia».
E' condivisibile l'analisi di Cazzola, ma a chi è al governo e ha avuto i voti della maggioranza dei cittadini spetta il dovere di provarci, anche contro "il sistema", ha il dovere di continuare a coltivare ambizioni alte come l'abbattimento, e non solo il contenimento, del debito, e il taglio delle tasse, oltre al premio di consolazione di non aumentarle. Siamo ad un tema che più volte abbiamo discusso su questo blog: il centrodestra si accontenta di gestire l'esistente senza dissanguare ancor di più il Paese, guida la macchina Italia più prudentemente, mentre i governi di centrosinistra accelerano. Ma in fondo alla strada c'è il declino e nessuno riesce a invertire la rotta.
Un altro commento, quello di Oscar Giannino di ieri sera, prende di mira le «classi dirigenti», avvertendo che sono tali «non sono solo quelle politiche», ma anche «accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati». Con le importanti eccezioni di Confindustria, banche, Cisl e Uil, nota una «inconsapevolezza diffusa» del fatto che «da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall'estate 2007», quello della «sostenibilità dei debiti pubblici», che ha «indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva».
Negli ultimi tre mesi i mercati hanno segnalato con forza che la prospettiva degli attuali debiti pubblici nei Paesi industrializzati è «insostenibile». «E' la consapevolezza di questo mondo nuovo - osserva Giannino - che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando a ragionare come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E' questa l'unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere. Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva».
Riguardo il primo, Giannino nota che i tagli al deficit e alla spesa sono minori di quelli di Francia e Spagna e più o meno equivalenti a quelli tedeschi (anche se non siamo la Germania), ma sottolinea che le categorie che protestano ce l'hanno con i tagli che le riguardano, mentre «una classe dirigente consapevole» dovrebbe protestare contro i rinvii degli aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali, misure che «non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all'11%». E anche lui come Cazzola ricorda che «nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l'80%», per cui le resistenze dei politici locali appaiono «desolanti».
Sul secondo criterio, quello delle entrate, Giannino giudica le misure anti-evasione «durissime» (con l'obiettivo di passare dagli oltre 9 miliardi concretamente recuperati nel 2009 - rispetto ai 6,4 di due anni prima sotto il centrosinistra - a 11 miliardi nel 2011, a 24 nel 2012), osserva che tra i 100 euro (Prodi-Visco) e i 5 mila euro (Berlusconi-Tremonti) come soglia per la tracciabilità c'è una bella differenza, ma obietta giustamente che senza meno tasse non è certo un bel vedere e che la tassa anti-Caltagirone è un «orrore». Ma soprattutto, Giannino ricorda qualcosa cui ci associamo, e cioè che «maggioranza e governo hanno un contratto con gli italiani: le tasse su lavoro e impresa devono scendere, e di parecchio, di qui a tre anni. Ed è per questo che occorre tagliare tanta altra spesa pubblica in più». Infine, il terzo criterio, la «credibilità». Le misure, avverte Giannino, per convincere i mercati dovranno essere attuate senza tentennamenti: «Siamo solo all'inizio di una lunga revisione del modello europeo, l'area del mondo che per via del suo Stato cresce meno».
Wednesday, May 19, 2010
Gli arrampicatori di specchi
Chissà che la crisi del debito nell'Eurozona non ci darà finalmente quella spinta per fare quello che da tempo avremmo dovuto fare. D'altronde, è sempre stato così per l'Italia: prendere decisioni politicamente scomode sull'onda di un'emergenza e dietro l'alibi del "ce lo impone l'Europa". Meglio che niente. Soprattutto se il ministro Tremonti darà davvero seguito a frasi come «è ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica», «una correzione non solo dei conti, ma del sistema», «non aumenteremo le tasse».
Fa piacere poi sentirgli dire qualcosa in cui abbiamo sempre creduto, e cioè che i «margini di taglio della spesa pubblica sono tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi», e che «l'area della spesa pubblica è talmente ampia che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». Per la prima volta viene espresso così chiaramente a livelli politicamente così elevati un concetto semplice: così enorme è la spesa pubblica, circa la metà in rapporto al Pil, che è del tutto folle far credere - come è stato fatto credere in passato - che non ci siano margini per tagli incisivi e strutturali pur senza toccare il rassicurante totem del welfare che siamo abituati a conoscere. Aspettiamoci nelle prossime settimane dagli stessi giornali, commentatori e politici, che fanno degli allarmi sui conti pubblici e della denuncia dei privilegi della casta i loro cavalli di battaglia, arrivare le grida di dolore per una supposta "macelleria sociale". Ma tra lo status quo e la cosiddetta "macelleria sociale" - cioè prima di arrivare a ripensare totalmente (come qui si auspica) il ruolo dello Stato nell'erogazione dei servizi pubblici - c'è una vastissima prateria di sprechi e inefficienze su cui intervenire.
Nel frattempo, registriamo che dopo i due editoriali consecutivi di Ostellino e Panebianco, il Corriere della Sera corre ai ripari e aggiusta la rotta, con l'editoriale di oggi affidato a Maurizio Ferrera, da cui sembra di capire che il mercato «che non fa paura» è sostanzialmente un mercato incatenato da un super-Stato europeo. Ma la mente di questa operazione è Mario Monti. Siccome il mercato è «impopolare», è l'argomento al centro del suo rapporto, bisogna «ricostruire il consenso» per «l'Europa del mercato».
Come fare? Con una tale acrobazia logica che sa di imbroglio intellettuale: da una parte si sostiene di voler promuovere più «concorrenza», dall'altra in concreto la si nega laddove fa comodo ed è politicamente scorretta. Una spruzzatina di concorrenza, dunque, con severe norme Antitrust da applicare alle multinazionali (ancora meglio se americane). Mentre sarebbe «sleale» la concorrenza dell'"idraulico polacco" e «sregolata» quella fiscale tra gli Stati. Il disegno che si leva all'orizzonte è piuttosto inquietante: per conquistare il consenso dei cittadini europei all'integrazione Ue, li si dovrebbe allettare conservando, e anzi elevando a livello europeo, le rigidità del mercato del lavoro e dei servizi, e delle relazioni industriali, nei singoli stati nazionali, e addirittura armonizzando i regimi fiscali. Ovviamente omologando verso l'alto i livelli di tassazione, in modo che gli stati che amano imporre tasse alte ai propri cittadini e alle proprie imprese non debbano più preoccuparsi della concorrenza fiscale degli stati che invece con tasse più contenute cercano di attrarre capitali e investimenti, esercitando indirettamente un indispensabile ruolo di freno all'ingordigia fiscale dei primi.
Addirittura Ferrera azzarda di suo un sistema europeo di welfare, citando Lord Beveridge, «l'architetto del welfare state moderno», proprio nel momento in cui quel modello si rivela sempre meno sostenibile, alla base della crisi del debito e della crisi di non-crescita in cui si dibatte l'Europa. Di fronte a un'Europa di questo tipo, sempre più simile ad un Leviatano, diciamo no.
Fa piacere poi sentirgli dire qualcosa in cui abbiamo sempre creduto, e cioè che i «margini di taglio della spesa pubblica sono tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi», e che «l'area della spesa pubblica è talmente ampia che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». Per la prima volta viene espresso così chiaramente a livelli politicamente così elevati un concetto semplice: così enorme è la spesa pubblica, circa la metà in rapporto al Pil, che è del tutto folle far credere - come è stato fatto credere in passato - che non ci siano margini per tagli incisivi e strutturali pur senza toccare il rassicurante totem del welfare che siamo abituati a conoscere. Aspettiamoci nelle prossime settimane dagli stessi giornali, commentatori e politici, che fanno degli allarmi sui conti pubblici e della denuncia dei privilegi della casta i loro cavalli di battaglia, arrivare le grida di dolore per una supposta "macelleria sociale". Ma tra lo status quo e la cosiddetta "macelleria sociale" - cioè prima di arrivare a ripensare totalmente (come qui si auspica) il ruolo dello Stato nell'erogazione dei servizi pubblici - c'è una vastissima prateria di sprechi e inefficienze su cui intervenire.
Nel frattempo, registriamo che dopo i due editoriali consecutivi di Ostellino e Panebianco, il Corriere della Sera corre ai ripari e aggiusta la rotta, con l'editoriale di oggi affidato a Maurizio Ferrera, da cui sembra di capire che il mercato «che non fa paura» è sostanzialmente un mercato incatenato da un super-Stato europeo. Ma la mente di questa operazione è Mario Monti. Siccome il mercato è «impopolare», è l'argomento al centro del suo rapporto, bisogna «ricostruire il consenso» per «l'Europa del mercato».
Come fare? Con una tale acrobazia logica che sa di imbroglio intellettuale: da una parte si sostiene di voler promuovere più «concorrenza», dall'altra in concreto la si nega laddove fa comodo ed è politicamente scorretta. Una spruzzatina di concorrenza, dunque, con severe norme Antitrust da applicare alle multinazionali (ancora meglio se americane). Mentre sarebbe «sleale» la concorrenza dell'"idraulico polacco" e «sregolata» quella fiscale tra gli Stati. Il disegno che si leva all'orizzonte è piuttosto inquietante: per conquistare il consenso dei cittadini europei all'integrazione Ue, li si dovrebbe allettare conservando, e anzi elevando a livello europeo, le rigidità del mercato del lavoro e dei servizi, e delle relazioni industriali, nei singoli stati nazionali, e addirittura armonizzando i regimi fiscali. Ovviamente omologando verso l'alto i livelli di tassazione, in modo che gli stati che amano imporre tasse alte ai propri cittadini e alle proprie imprese non debbano più preoccuparsi della concorrenza fiscale degli stati che invece con tasse più contenute cercano di attrarre capitali e investimenti, esercitando indirettamente un indispensabile ruolo di freno all'ingordigia fiscale dei primi.
Addirittura Ferrera azzarda di suo un sistema europeo di welfare, citando Lord Beveridge, «l'architetto del welfare state moderno», proprio nel momento in cui quel modello si rivela sempre meno sostenibile, alla base della crisi del debito e della crisi di non-crescita in cui si dibatte l'Europa. Di fronte a un'Europa di questo tipo, sempre più simile ad un Leviatano, diciamo no.
Subscribe to:
Comments (Atom)














