Pagine

Showing posts with label istruzione. Show all posts
Showing posts with label istruzione. Show all posts

Tuesday, March 05, 2013

Siamo i grillini e proponiamo cose un sacco belle

Il grillismo? Subculture sinistroidi 2.0

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").

Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.

"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.

"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
«Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all'inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (...) Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l'amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».
Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l'ingenuo e il complottistico, espresso dall'assemblea grillina rimanda all'idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni '80.

L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.

C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.

Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.

Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.

Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".

Friday, February 01, 2013

Università, i signori della truffa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quasi 60 mila iscritti in meno alle nostre università tra l'anno accademico 2003/2004 e quello 2011/2012, un calo del 17%, come se fosse scomparso un grande ateneo come la Statale di Milano. Un dato che ha provocato grande sconcerto e allarme tra i benpensanti, secondo cui l'accesso all'istruzione universitaria dovrebbe essere un diritto garantito a tutti e una vocazione universale. Che quel diritto produca in concreto un esercito di disillusi e frustrati, e che sempre meno giovani aspirino a laurearsi, per costoro è inconcepibile, è un'ipotesi che non prendono nemmeno in considerazione.

Il calo degli iscritti è invece un'ottima notizia. Secondo i soliti sostenitori della spesa pubblica è colpa dei tagli, soprattutto al "diritto allo studio", che costringerebbero le famiglie meno abbienti a rinunciare ad iscrivere i loro figli all'università e che priverebbero questi ultimi della speranza nel futuro.

Ma forse la verità è un'altra: gli italiani hanno smesso di credere ai miti di vecchie ideologie, stanno cominciando ad aprire gli occhi sulla grande truffa dell'università italiana. I giovani laureati, insieme alle loro famiglie, vivono sempre più sulla loro pelle il fallimento dell'offerta formativa universitaria: solo quando finalmente cercano di entrare nel mondo del lavoro se ne rendono conto, si accorgono che la preparazione fornita nei cinque-sei anni di studi semplicemente non vale l'esperienza e il reddito che nello stesso arco di tempo avrebbero potuto accumulare iniziando subito a lavorare. Si consuma una vera e propria truffa: il "sistema" fa credere che l'università sia alla portata di tutti, che sia il percorso naturale per ciascuno, al quale anzi ciascuno ha diritto, e attraverso il quale potrà garantirsi lo sbocco professionale desiderato, un'occupazione stabile e ben remunerata. Quando questa promessa si scontra con una realtà ben diversa, che mette a nudo come anni e anni di studio siano stati quasi inutili rispetto alle competenze richieste dal mercato, la frustrazione è massima. Quando un fenomeno è così diffuso nella società, il passa-parola tra generazioni e tra famiglie è inevitabile.

Certo, le ridotte possibilità economiche delle famiglie italiane in questi anni possono aver influito sul calo degli iscritti, ma ignorare la crisi di credibilità dell'istituzione significa nascondere la testa sotto la sabbia. L'università italiana è un luogo di malcostume e nepotismo, profondamente ingiusto e improduttivo, che favorisce privilegiati e raccomandati a danno dei meritevoli, che sforna pochi laureati e per di più impreparati. E' un'organizzazione inefficiente, perché incentivi e meccanismi di sanzione sono completamente distorti: chi ci lavora o studia non è incoraggiato a migliorarsi e nessuno paga per i propri fallimenti. Per una analitica confutazione dei miti sull'università italiana accreditati dall'establishment accademico vi rimando al libro di Roberto Perotti "L'università truccata".

Gli italiani se ne sono accorti e, sulla base di una semplice valutazione costi-benefici, in misura sempre maggiore stanno prendendo altre strade per costruirsi il loro futuro. Sono sempre meno – ed è una fortuna, non una sciagura – coloro che credono al mito dell'università gratuita e per tutti. Un sistema finanziato e strutturato in modo da poter accogliere chiunque ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli sperati. Non è gratuita né equa, perché la fiscalità generale, quindi anche con le tasse delle fasce più povere della popolazione, finanzia di fatto gli studi ai ragazzi dei ceti più abbienti che prevalentemente la frequentano. Né è per tutti, perché se è vero che l'accessibilità è pressoché illimitata, e genera un esercito di iscritti che pagano rette relativamente basse, la percentuale dei laureati in Italia è tra le più basse dei paesi Ocse: solo il 15% della popolazione adulta (25-64 anni) è laureato, meglio solo della Turchia e come il Portogallo, contro una media Ocse del 31 e Ue del 28%, il 29% in Francia e il 27 in Germania. Nella fascia di età 25-34 anni i laureati sono il 21%, contro il 38% della media Ocse e il 35 della media Ue. Un terzo degli iscritti, poi, è fuori corso, il 17,3% è addirittura fermo, non fa esami, praticamente parcheggiato. I figli delle famiglie ricche possono permetterselo, una volta fuori avranno comunque le porte aperte dal patrimonio e dal bagaglio di relazioni di mamma e papà, i meno abbienti no. Avranno la sensazione di aver perso tempo, soldi e opportunità.

Tuesday, December 04, 2012

Okkupazioni e bancarotta educativa

Banchi vuoti, cervelli disoccupati

Un quadro avvilente quello emerso dal mondo della scuola nella trasmissione 24Mattino, oggi su Radio24. Si parla di occupazioni (i casi si moltiplicano in prossimità delle festività del 7 e 8 dicembre!). Interviene un preside di Milano che «dialoga tutto il pomeriggio» con gli occupanti, che alla fine minaccia di denunciarli non perché l'occupazione sia di per sé un atto illegale e violento, un'interruzione di servizio pubblico, un uso privato di proprietà pubbliche, ma perché non è scaturita da «un'assemblea autorizzata», insomma «è mancata la trafila democratica». I motivi che giustificano l'occupazione, ovviamente, non mancano: il disagio giovanile, la crisi economica, la prospettiva di una «scuola di classe» (!), e «l'ansia di giustizia sociale» che da sempre contraddistingue i "gggiovani".

Prende la parola un sottosegretario, Marco Rossi Doria. Da un rappresentante del governo uno si aspetterebbe un richiamo alla legalità. E invece niente, zero, anzi con nonchalance Rossi Doria racconta di aver "okkupato" ai suoi tempi e giustifica le okkupazioni di oggi: «Ho occupato per due giorni, fummo sgombrati dalla polizia. C'era la piena occupazione, i giovani avevano in concreto una prospettiva più rosea, non sono di quelli che dicono "le mie occupazioni erano belle e giustificate e queste no"». Anzi, «dobbiamo cogliere quest'ansia», la prospettiva che hanno di fronte gli studenti oggi è «più difficile» di quella dei loro «compagni di 20, 30 o 40 anni fa» (se quelli usavano spranghe e pistole, oggi che è «più difficile» cosa dovrebbero usare?). Ci si accontenta che le scuole non vengano «vandalizzate», e pazienza se le funzioni del servizio pubblico vengono sospese, i diritti di altri studenti calpestati.

Poi è il turno dell'insegnante Gianna, da Prato, che invece di fare lezione fa ascoltare la trasmissione in classe! «Cos'ha fatto questo governo per investire nella scuola?». Parola al rappresentante di classe, 16 anni, che - poveretto - farfuglia al telefono, fa la figura dell'imbecille, riesce ad abbozzare un motivo di doglianza solo quando la prof da dietro gli suggerisce cosa dire: «I tagli verso gli insegnanti, verso l'istruzione». Che dire? Un'altra dimostrazione della bancarotta educativa in cui versa da decenni il nostro paese e che non ha nulla - ma proprio nulla! - a che fare con la scarsità delle risorse economiche. Aggravata dal fatto che in questi anni gli studenti vengono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dalla corporazione degli insegnanti, da cui dovrebbero pretendere qualità e dedizione, e che invece sostengono nella loro difesa interessata dello status quo.

A parte il fatto che nel 99% dei casi il disagio e la protesta non c'entrano nulla - si tratta di un manipolo di agitatori che si portano dietro decine di ragazzini ansiosi di farsi accettare dalla comitiva, di fare qualcosa di "figo", e per altri semplicemente di andarsene in giro a divertirsi - anche se fossero animate dalle più condivisibili motivazioni, in ogni caso le occupazioni sono atti illegali che tolgono credibilità all'istituzione e danneggiano la didattica, facendo saltare intere settimane di lezioni e altre attività. Sì alla protesta, ma fuori dalla scuola. A scuola si fa lezione e si studia.

Se davvero, come si sente dire, la scuola deve tornare «al centro dell'attenzione nazionale», la tolleranza zero con le okkupazioni dovrebbe essere il primo passo per ridare dignità all'istituzione. Il secondo è cacciare i presidi che le subiscono e gli insegnanti che fanno propaganda e strumentalizzano i propri studenti. Chi ha il coraggio non dico di farlo, ma di dirlo?

Thursday, November 15, 2012

In piazza l'ideologia non il disagio

Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.

Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.

Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).

Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.

La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.

Wednesday, October 24, 2012

Fornero nuovo nemico di classe

Come si spiega il livore che suscita, quasi ad ogni sua uscita pubblica, il ministro del lavoro Elsa Fornero? Forse ad irritare è il suo distacco accademico; forse non le si perdona il pragmatismo con cui osserva una realtà del mercato del lavoro così diversa, lontana ormai anni luce, da quella fantasticata dai reduci dell'ideologia del "posto fisso" e della cultura assistenzialista; e forse incide una certa misoginia. Fatto sta che il ministro Fornero è oggetto di una demonizzazione mediatica e ideologica "a prescindere", sembra ormai la vittima preferita di leader sindacali ed editorialisti alla ricerca di facili applausi e degli odiatori di professione che si aggirano sul web. Anche quando nel merito ciò che dice è difficilmente contestabile, piuttosto che ammetterlo, o quanto meno discuterne, aprire un dibattito, viene messa alla gogna per il suo modo di esprimersi, per le sue scelte lessicali, la frase o la parola molesta, e prontamente i media bollano l'episodio come "l'ennesima gaffe".

Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.

Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.

Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, October 22, 2012

No alla scuola come assumificio né per fare cassa

Da una parte il governo, che inserendo nella legge di stabilità l'aumento delle ore di lezione per docente a stipendio invariato dimostra di essere interessato unicamente a fare cassa; dall'altra la difesa corporativa degli insegnanti e la levata di scudi, «a tutela dei docenti», della solita sinistra politica e sindacale, che perseverano nella loro concezione della scuola pubblica come "assumificio", principale causa del disastro educativo italiano. Nessuno sembra attribuire la giusta centralità all'interesse degli studenti, né porsi il problema della qualità del servizio e dell'efficienza del sistema. E intanto infuria il dibattito: tra chi difende gli insegnanti, ricordando la centralità del loro ruolo educativo e quanto siano sottopagati, e sottolineando l'ingiustizia di dover lavorare sei ore in più a settimana a paga invariata; e chi li attacca, considerandoli alla stregua di "fannulloni", dal momento che nessuna categoria può nemmeno sognarsi un orario di 18 o 24 ore settimanali e, anzi, molti lavoratori di fatto sono più vicini alle 50 che alle 40 ore.

Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Wednesday, September 12, 2012

Istruzione: il guaio è che spendiamo male

Anche quest'anno il rapporto Ocse Education at Glance (su dati 2009) suggerisce che il problema del sistema educativo italiano non è legato tanto alla quantità della spesa, quanto alla sua qualità ed efficienza, smentendo così i soliti luoghi comuni statalisti. La nostra spesa è troppo squilibrata, da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). In Italia gli insegnanti vengono pagati molto meno dei loro colleghi ma sono uno ogni 11,3 alunni nella scuola primaria (media Ocse 15,8, Francia 18,7 e Germania 16,7) e uno ogni 12 nelle secondarie (media Ocse 13,8, Francia 12,3 e Germania 14,4). Le famiglie fanno la loro parte, semmai è quasi trascurabile il contributo di enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali né da una governance aperta e trasparente. E a fronte di una spesa che rispetto al Pil pro-capite è in linea con le medie Ocse e Ue, e con quella dei paesi europei più simili al nostro, sforniamo pochi laureati e i nostri studenti sono mediamente meno preparati. Ma scendiamo nel dettaglio.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Tuesday, March 06, 2012

Dalle semplificazioni al tassa-e-spendi

Il dl semplificazioni all'esame della Camera si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando nel provvedimento omnibus della peggior specie, di quelli che servono solo ad ingrossare l'adipe della bestia statale. Con buona pace del presidente della Repubblica Napolitano, che solo pochi giorni fa, in un messaggio formale alle Camere, aveva esortato i parlamentari ad evitare emendamenti offtopic rispetto all'articolato di base. Eppure, dalle semplificazioni siamo al solito tassa-e-spendi, al carrozzone su cui i partiti cercano di far salire il favore a questa o a quella clientela.

Ecco quindi che le Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera non solo sanciscono lo stop ai «tagli» (o presunti tali) nella scuola, ma prevedono persino l'aumento degli organici scolastici di ben 10 mila unità, da impiegare in attività di recupero e sostegno degli alunni con bisogni educativi speciali e per estendere il tempo pieno. La copertura? Nessun problema, si preleva dal bancomat del contribuente-consumatore: 100 milioni di euro in più l'anno dall'aumento delle tasse sulla «produzione e sui consumi» di «birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico», e 250 milioni in più dai «giochi pubblici» e i «giochi numerici a totalizzazione nazionale».

Ma è lo stesso governo a partecipare all'assalto della sua diligenza, con un emendamento che istituisce la scuola sperimentale di dottorato internazionale "Gran Sasso Science Institute" (in inglese è più "cool"). Costo: 52 milioni in 4 anni per 130 studenti, 22 professori, tra ordinari e associati, 18 ricercatori e 6 amministrativi.

Ingrossare gli organici della scuola, l'immissione in ruolo dei presidi vincitori di concorso, o istituire nuovi corsi di dottorato non ha molto a che fare con le semplificazioni. In compenso alcune perle uscite dalle commissioni della Camera restano se non altro in tema. Potevano mancare delle "complicazioni" in un dl semplificazioni? Certamente no. Ecco, dunque, l'emendamento che esclude semplificazioni nei macchinosi controlli in materia di sicurezza sul lavoro e quello reintroduce l'obbligo di verificare i «requisiti morali» (?) di chi vende bevande nelle sagre, nelle fiere, o in occasione di altre manifestazioni o eventi pubblici.

Qualche misura di buon senso, a onor del vero, è stata inserita, ma si tratta più che altro di norme manifesto: l'incentivazione del cloud computing; la riduzione dei costi per l'accesso all'ingrosso alla rete fissa di telecomunicazioni, il cosiddetto "ultimo miglio"; dal 2014 comunicazioni della pubblica amministrazione «esclusivamente» tramite «canali e servizi telematici»; pagamento delle imposte di bollo per via telematica e cartelle cliniche elettroniche.

UPDATE 7 marzo, ore 12:45
Merita un approfondimento in più l'emendamento al dl semplificazioni in cui si prevedevano 10 mila nuovi posti nella scuola, da finanziare con nuove tasse, approvato ieri dalle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera. Ebbene, ieri sera in Commissione Bilancio il governo l'aveva fatto saltare. Stamattina però governo e relatori hanno trovato un accordo: in pratica, salta la tassa su birra e alcolici, inizialmente prevista a copertura delle nuove assunzioni, così come l'indicazione numerica (10 mila), ma resta la spesa. In attesa che il Ministero dell'Economia trovi il modo, entro sei mesi, di aumentare il prelievo sui giochi per reperire sufficienti risorse, «a garanzia» di eventuali aumenti di organico nella scuola, per poter ottenere l'ok della Commissione Bilancio, si mette un fondo del Miur già esistente.

Peccato che il fondo in questione sia quello sul merito, deriso quando era stato introdotto dalla Gelmini, ma che oggi scopriamo essere «corposo». Comunque vada, dunque, si tratta di una cattiva scelta politica. Si ingrossano le file del pubblico impiego o semplicemente aumentando le tasse, o sottraendo risorse agli insegnanti meritevoli, quindi contraddicendo gli sforzi per premiare il merito.

Tuesday, January 24, 2012

Sfigati e truffati

Anche su Notapolitica

Può essere stata una battuta infelice, ma non fingiamo di non capire cosa volesse dire il viceministro Michel Martone solo per amor di polemica o di battuta, non giochiamo a equivocare su temi così importanti. E facciamo attenzione a non cadere vittime della cattiva informazione di agenzie e siti internet che estrapolano singole frasi ad effetto guardandosi bene dal riportare i ragionamenti in cui sono inserite.

Il tema posto da Martone è quello dei tempi di laurea, dei troppi studenti indolenti "parcheggiati" negli atenei e della truffa dell'università per tutti. «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani». Ecco, forse il giovane professore – uno dei pochi figli di papà bene introdotti che è anche competente – ha sbagliato a non mandare un messaggio chiaro anche al mondo accademico e alla politica. L'età media dei laureati italiani è drammaticamente più alta rispetto a quella dei giovani europei e americani, un clamoroso svantaggio competitivo, e ciò deriva in parte dalla pigrizia di molti studenti, ma principalmente da un'idea totalmente sbagliata che abbiamo in Italia dell'istruzione universitaria.

Gli studenti che per un motivo o per l'altro finiscono per vivere l'università come un parcheggio sono molti, è innegabile, forse addirittura la maggioranza degli iscritti. C'è il figlio di papà che non ha alcuna fretta di laurearsi perché gode di un'ampia disponibilità economica e sa di poter contare su un futuro certo, o nel settore pubblico grazie alle conoscenze dei genitori, o seguendo la loro strada nell'impresa o nella professione di famiglia. Può dunque attardarsi e godersi la bella vita da universitario. Più preoccupante è il caso dei milioni di giovani che senza avere tali opportunità vengono letteralmente ingannati dall'ideologia dominante. Il mito dell'università per tutti, gratis o quasi, porta il figlio dell'operaio o dell'impiegato, e soprattutto la sua famiglia, a ritenere la laurea uno sbocco quasi obbligato, e il pezzo di carta, non importa se conseguito a 25 o 30 anni, ciò che serve per garantirsi uno status sociale più elevato di quello di partenza.

Così dovrebbe essere, in effetti, ma non è. Proprio per come è concepita e quindi organizzata l'università italiana, quel pezzo di carta vale quasi zero nel mercato del lavoro, quello aperto e competitivo dove si ritroverà chi non ha la strada spianata dalle conoscenze e/o imprese di famiglia. Il giovane o meno giovane laureato scopre che il suo primo impiego non corrisponde – né per reddito né per qualifica – al livello dell'istruzione ricevuta, o che presume di aver ricevuto, o addirittura fatica a trovarlo, mentre suoi coetanei non laureati, o laureati in altri Paesi, hanno nel frattempo accumulato esperienze e reddito. Ed ecco che comincia ad avvertire la sensazione di aver perso tempo e che cominciano a emergere i costi nascosti: a fronte di rette molto contenute (ma di costi enormi scaricati sulla fiscalità generale), un titolo di scarso valore e anni e anni di mancato reddito.

Laurearsi ha senso se ci si riesce in tempi relativamente brevi e se il titolo apre la strada ad un percorso lavorativo altamente qualificato e remunerato. Ma proprio perché ci si illude che l'università sia un diritto da garantire a tutti (in entrata), non è organizzata a tale scopo: né nella didattica, né nelle strutture, né dal punto di vista dello status giuridico e dei sistemi di finanziamento, che, anzi, generano inefficienze, sprechi e illusioni. E inseguendo questo mito abbiamo colpevolmente trascurato (anzitutto culturalmente) l'istruzione tecnica e professionale. Un sistema universitario onesto è quello che o ti fa laureare in tempi brevi, offrendo una preparazione di qualità e spendibile, o ti costringe a percorrere altre strade, che non sono affatto un disonore.

Può sembrare brutale, ma certo le rette di oggi non trasmettono il senso dell'urgenza agli studenti e alle loro famiglie e forniscono agli atenei un alibi implicito per la scarsa qualità dell'offerta formativa. Il modo di aiutare lo studente non abbiente e meritevole c'è, ma quello che ci siamo illusi di aver trovato in Italia è solo una truffa. E' un sistema che non può essere riformato, va smantellato.

Tuesday, November 29, 2011

Il Cencelli ai tempi dei tecnici

Anche su Notapolitica.it

Finalmente - con tempi da Prima Repubblica - la squadra di Monti è al completo. Di indubbia competenza, ma i criteri di scelta dei sottosegretari ricalcano quelli usati per i ministri, tutt'altro che tecnici. Se infatti la politica si è rifiutata di metterci la faccia, non è riuscita tuttavia a cancellare le impronte. Si continua nel segno del tecno-ulivismo (e prodismo) e della "larga Intesa". Quel che è peggio non è tanto che risultino così visibili le matrici politiche e i potenziali conflitti di interesse (anzi, meglio alla luce del sole), ma è che ciò oltre a rassicurare i partiti non garantisca alcuna coesione programmatica, il che non promette nulla di buono in termini di coraggio riformatore. Su due snodi fondamentali per la crescita - il lavoro e l'istruzione - il misurino ideologico usato (o subìto) da Monti è sfociato in contraddizioni potenzialmente esplosive: al Welfare dovranno convivere un liberale blariano come Michel Martone e un'accanita oppositrice della flessibilità, editorialista dell'Unità, come Maria Cecilia Guerra; alla scuola Elena Ugolini, cattolica vicina a Cl e regista delle riforme Moratti e Gelmini, e Marco Rossi Doria, tutto scuola pubblica ed egualitarismo.

Dovrà essere Monti in persona, dunque, ad imporre la sua linea. Come certamente dovrà fare anche all'Economia, dove sopravvive il tremontismo con Grilli viceministro (nominato direttore generale del Tesoro da Siniscalco e in carica sia con Padoa Schioppa che con Tremonti) e con Vieri Ceriani sottosegretario, già a capo dei servizi fiscali di Bankitalia e della commissione sulla riforma fiscale istituita dall'ex ministro, ma nel 1996 regista delle riforme di Vincenzo "vampiro" Visco. Tremontismo appena attenuato dall'altro sottosegretario, Gianfranco Polillo, di storia socialista riformista, capo del servizio di bilancio della Camera e responsabile economico della Presidenza del Consiglio tra il 2002 e il 2004. Per i Rapporti con il Parlamento Monti ha lasciato spazio ai partiti e se il Pd ha indicato il prodiano D'Andrea, il Pdl ha preferito il tecnico Malaschini, segretario generale del Senato. Scelte ben bilanciate e "rassicuranti" per tutti anche alla Giustizia, con Mazzamuto, ex consigliere di Alfano, e Zoppini, consigliere di E. Letta sotto il governo Prodi. Dall'ultimo governo Prodi viene anche il sottosegretario allo Sviluppo De Vincenti, membro dei "pensatoi" di Bersani e Bassanini.

Veniamo ai potenziali conflitti di interesse: all'Ambiente Fanelli, consigliere di amministrazione di GRTN; alle Infrastrutture Ciaccia, che proprio di infrastrutture si occupava per banca Intesa; e all'Editoria Malinconico, il presidente degli editori di giornali, tanto per cominciare col piede giusto nei rapporti con la stampa. Chiudono la squadra la dalemiana Marta Dassù, direttore generale dell'Aspen Institute, e l'onusiano Staffan de Mistura, agli Esteri; il ciampiano Peluffo all'Informazione; Magri dell'Udc alla Difesa; e Patroni Griffi, una scelta bipartisan (un po' Bassanini un po' Brunetta), alla Funzione pubblica. Auguri.

Wednesday, September 14, 2011

Basta piagnistei

Come ogni anno il rapporto dell'Ocse fa piazza pulita dei soliti luoghi comuni sulla scuola. Qualcuno è disposto ad aprire gli occhi?

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Come ogni anno, nel riportare i risultati del rapporto Ocse Education at Glance i mainstream media danno sfogo ai soliti luoghi comuni di origine statalista: investiamo poco, gli insegnanti sono pagati male, anzi sempre peggio, e così via. Solo Il Messaggero, nella sua versione on line, sembra distinguersi, puntando l'indice sull'inefficienza di un sistema che produce sempre meno diplomati, spesso con una preparazione mediocre, e pochi laureati; il tutto nella quasi totale assenza di ispezioni e valutazioni. In realtà, ogni anno i dati di quel rapporto s'incaricano di smentire proprio i piagnistei, le grida di dolore e le recriminazioni dei sindacati della scuola e dei manifestanti in servizio permanente effettivo.

Il problema non è la nostra spesa collettiva in istruzione. O meglio, è sì la spesa, ma non la quantità, bensì la sua qualità ed efficienza. Non è vero che spendiamo poco rispetto ai Paesi europei più simili al nostro. Piuttosto, la nostra spesa è troppo squilibrata: da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (monte salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). Le differenze con le medie Ocse e Ue, e con gli altri Paesi europei, si assottigliano quando si considera non la spesa complessiva ma la spesa pubblica. Sono le fonti private di spesa, infatti, che partecipano troppo poco al nostro sistema educativo. Le famiglie fanno la loro parte, ma è quasi trascurabile il contributo degli enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali, né da una governance aperta e trasparente delle istituzioni.

Ma scendiamo nel dettaglio. Gli insegnanti italiani, lamentano i sindacati, sono tra i peggio pagati d'Europa e dell'area Ocse. Vero, i dati lo confermano. Ma verrebbe la tentazione di rispondere con un motto pseudo-solidaristico che si sente spesso ripetere: "Lavorare meno per lavorare tutti". In Italia è proprio così: risulta essere impiegato un insegnante ogni 10,7 alunni nella scuola primaria (media Ocse uno ogni 16) e uno ogni 11 alunni nelle secondarie (media Ocse uno ogni 13,5). Il numero di giorni di scuola (172) è inferiore alla media Ocse (185), così come il tempo netto d'insegnamento per ciascun insegnante a tempo pieno: alle elementari 757 ore contro 779 della media Ocse; alle medie 619 ore contro 701; al liceo 619 contro 656. Più imbarazzante ancora il divario con le ore d'insegnamento in Francia e Germania. Sembra quasi che il sistema sia studiato più come una forma di welfare per gli insegnanti che per l'istruzione degli studenti.

Quanto alla spesa destinata all'istruzione, si lamenta che nel 2008 in Italia sia stata pari al 4,8% del Pil, 1,1 punti percentuali sotto la media Ocse (5,9%) e la media Ue (5,5%), e che tra il 2000 e il 2008 la spesa sia cresciuta "solo" del 7,6% contro una media Ocse del 32,3%. Ma se la Francia investe il 6% del suo Pil, la Germania spende il 4,8, cioè esattamente come noi. E va osservato che in entrambi i Paesi l'aumento della spesa in istruzione tra il 2000 e il 2008 è stato inferiore all'aumento del Pil (rispettivamente 7,3 contro 13,9% e 8,3 contro 10,4%), mentre da noi in Italia la spesa cresceva più di quanto crescesse il Pil (7,6 contro 6,8%), ossia più di quanto ci saremmo potuti permettere. E infatti la spesa in percentuale al Pil in Italia passa dal 4,5% del 2000 al 4,82% del 2008, mentre in Francia dal 6,4 scende al 5,98% e in Germania dal 4,9 al 4,8% del Pil. Insomma, siamo lì.

Tutti questi dati si riferiscono non alla spesa pubblica, ma alla spesa complessiva, cioè a quanto l'intera collettività - Stato e privati - ha speso per l'istruzione. E gran parte della differenza tra la nostra spesa e quella degli altri è dovuta non alla spesa dello Stato, ma al diverso peso che ha sul totale la spesa privata, da noi molto inferiore alla media Ocse, alla media Ue e ai valori di Francia e Germania. Se scorporiamo gli investimenti privati, infatti, si vede che la spesa pubblica per l'istruzione in Italia è pari al 4,5% del Pil (-0,3 del totale). Tolti i privati, la media Ocse scende dal 5,9 al 5%, la media Ue dal 5,5 al 4,8%, la spesa francese dal 6 al 5,5% e quella tedesca al 4,1%, addirittura inferiore a quella italiana.

Da noi solo l'8,6% della spesa totale in istruzione è stata fornita da fonti private, la metà rispetto alla media Ocse (16,5%), molto meno anche rispetto alla media Ue (10,9%), e a Francia (10%) e Germania (14,6%). Un contributo, quello privato, che scende al 2,9% se si considera la scuola secondaria. E per fonti private in Italia si devono intendere per lo più le famiglie. Famiglie ed enti privati insieme contribuiscono alla spesa scolastica (scuole primarie e secondarie) per il 7,7% in Francia e per il 12,9% in Germania, mentre da noi le famiglie per il 2,9%, zero gli enti privati. In Italia i fondi privati contano molto più nell'istruzione terziaria: rappresentano il 29,3% della spesa, contro il 31,1 della media Ocse, il 21,8 della media Ue, il 18,3% della spesa in Francia e il 14,6% in Germania. Tuttavia, anche qui si tratta di fondi che provengono per lo più dalle famiglie (21,5%), le quali in Francia, per esempio, contribuiscono solo per il 9,6% all'istruzione terziaria.

Ma l'indicatore più adeguato è la spesa per studente, a cui anche l'Ocse dà precedenza nel suo rapporto. Ciascuno studente nel suo percorso formativo dalla prima elementare alla maturità costa in Italia 117.807 dollari, contro una media Ocse di 101 mila e Ue di 103 mila. Nella media, dunque, la spesa di Francia (circa 103 mila dollari) e Germania (100 mila). I rapporti cambiano quando si osserva la spesa per l'istruzione terziaria. In Italia spendiamo 43.194 dollari a studente, in Francia se ne spendono circa 71 mila e in Germania più di 88 mila. Uno squilibrio che si riflette anche nella spesa annuale per studente attraverso l'intero ciclo di studi. In Italia è superiore alla media Ocse e dell'Ue, e persino alla spesa che sostengono Francia e Germania, per le scuole primarie e secondarie inferiori, mentre drammaticamente inferiore alle medie e a quella francese e tedesca è la spesa per l'istruzione secondaria superiore e terziaria. Elementari: Italia 8.671, Francia 6.267, Germania 5.929, media Ocse 7.153, media Ue 7.257; Medie: Italia 9.616, Francia 8.816, Germania 7.509, media Ocse 8.498, media Ue 8.950; Superiori: Italia 9.121, Francia 12.087, Germania 10.597, media Ocse 9.396, media Ue 9.283; Università: Italia 9.553, Francia 14.079, Germania 15.390, media Ocse 13.717, media Ue 12.958. La spesa sostenuta in Italia ogni anno per ciascuno studente considerando tutti i livelli di istruzione supera i 9 mila dollari, cifra di poco superiore alle medie Ocse e Ue, praticamente uguale a quella tedesca e leggermente inferiore a quella francese, anche se come abbiamo visto è troppo concentrata su elementari e medie a danno di licei e università.

Ma per un Paese dal Pil pro-capite decisamente inferiore a quello di francesi e tedeschi, spendere per studente più o meno quanto spendono loro significa in realtà un maggiore sforzo per l'istruzione. In Italia, infatti, sempre secondo il rapporto, la spesa annuale per studente in rapporto al Pil pro-capite è identica alla media Ocse, di un punto percentuale sopra la media Ue, di due sopra la Germania e di uno sotto la Francia. Anche qui la spesa risulta squilibrata in favore delle scuole primarie e secondarie, mentre è di oltre 10 punti sotto Francia e Germania se si prende in esame l'istruzione terziaria. A fronte di livelli di spesa nella media, o comunque paragonabili ai Paesi europei più simili al nostro, otteniamo risultati ampiamente peggiori. I laureati sono solo il 14% della popolazione adulta (25-64 anni), meglio solo della Turchia, contro una media Ocse del 21 e Ue e del 19%. Nella fascia di età 25-34 anni sono il 20%, contro il 37% della media Ocse e il 34 della media Ue. Nel 2009 si è diplomato l'81% dei giovani, contro l'84% nel 2008, mentre la media Ocse è dell'82% e Ue dell'86. E i test PISA indicano che la preparazione dei nostri 15enni è sotto la media Ocse.

Friday, April 15, 2011

A scuola di statalismo. In che senso il nostro sistema scolastico è “comunista”

Anche su rightnation.it e taccuinopolitico.it

Al di là dell’ultima polemica sui libri di testo – girano per le classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile prendersi in giro, l’hanno sottolineato anche intellettuali come Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia – il problema va ben oltre qualche manuale un po’ troppo partigiano. Subito si sono levati gli scudi in nome della «libertà d’insegnamento», principio che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare. Innanzitutto, già il riferimento all’«insegnamento», e non all’«educazione», indica che l’accento viene posto su chi insegna, che dovrebbe essere “libero”, e non sugli alunni e i loro genitori, cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma in concreto, con quell’espressione si intende davvero la libertà del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per cento del sistema dell’istruzione. Ma a ben vedere proprio per questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei giovani; dall’altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene migliore.

Oggi in Italia questa libertà non c’è. Non solo per il monopolio pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto educativo – o meglio, di diversi progetti educativi che però promanano da un unico attore sociale. Un attore che – è bene ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi dell’hegelismo imperante nella nostra cultura politica – non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di norma un criterio territoriale (il domicilio), all’oscuro dei risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la “libertà di insegnamento” dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati; poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata nessuno sembra preoccuparsi.

Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata, è proprio perché il mito della “libertà di insegnamento” non si realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente, prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby dell’editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché tutte le classi. A causa dell’altissimo tasso di uniformità culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque la propria mitica “libertà di insegnamento”, andrebbe incontro alle stigmate della “devianza”, sarebbe individuato come “eccentrico”, susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla marginalizzazione sul posto di lavoro.

Si dirà che l’accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il risultato che si determina nella scuola pubblica – e quindi nella scuola tout court – è comunque di un orientamento culturale nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non condizionare i progetti educativi verso l’omologazione e quindi non può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe essere altrimenti – in questo bisogna riconoscere una coerenza e persino una efficienza nel nostro sistema scolastico – considerando l’attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.

La scuola in Italia è “comunista” non nel senso che gli insegnanti sono “comunisti”, politicamente di sinistra. Sarebbe il meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista, statalizzato quindi statalista, quasi “sovietico” nell’inseguire il mito dell’eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità, questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di assolvere.

E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà? Anche qui l’ipocrita risponde: “Va bene le scuole private, ma fatevele da soli”. Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago, almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l’istruzione, ma solo a chi sceglie il suo progetto formativo – bella libertà! – e le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private non abitano un contesto di reale competizione necessario a migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più ragionevole ed efficiente sarebbe la via “blairiana” di mettere scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che privati.

Friday, October 15, 2010

Si scrive sviluppo, si legge spesa

Diventa sempre più difficile criticare il ministro Tremonti in nome di politiche per lo sviluppo. Se infatti è indubbio che principalmente su di lui pesa la responsabilità di un certo immobilismo del governo durante la crisi, della rivendicata volontà di non affrontare subito le riforme necessarie a far tornare l'Italia a tassi di crescita accettabili una volta passata la tempesta, diventa tuttavia sempre più difficile parlare di sviluppo, perché è dietro questa parolina magica che si nasconde un partito della spesa sempre più grande e trasversale. Aumentano le voci di coloro i quali non sembrano neanche concepire una crescita senza spesa e per i quali, al dunque, sembra esistere un'equazione inscindibile tra sviluppo e spesa pubblica. Vai a sentire quanti si riempiono la bocca di sviluppo e gratta gratta trovi quasi unicamente gente che si lamenta per i tagli tremontiani, non perché vorrebbe abbattere il debito o ridurre le tasse, ma semplicemente perché vorrebbe spendere quei soldi in qualche baraccone pubblico o in sussidi. Ormai quasi nessuno più ha la faccia tosta di invocare esplicitamente "più spesa", per questo occorre sforzarsi di distinguere tra chi usa la parola sviluppo come cortina fumogena e chi sostiene davvero politiche per lo sviluppo. E purtroppo bisogna constatare che oltre a Bersani ed Epifani, che irresponsabilmente hanno passato i mesi più duri della crisi ad invocare «soldi freschi, veri», più deficit, anche molti ministri del governo partecipano al piagnisteo contro i tagli.

Anche per loro lo sviluppo passa per i loro budget ministeriali (vero Galan?). E' comprensibile che non festeggino per i tagli. Il problema di fondo, però, è che intimamente non vedono altro modo per implementare le loro politiche ministeriali se non ottenendo più soldi, sempre più soldi. Ed è un modo sbagliato di concepire i compiti e le responsabilità di ministro. Possibile - mi e vi chiedo - che un ministro non sappia valorizzare il proprio settore di competenza in nessun altro modo che ricevendo più soldi da spendere? Possibile che si comporti più come un capo del personale? Si chiama "Ministero dell'Istruzione", non della "Scuola Statale". Possibile che non si riesca a capire che politiche efficaci per la "salute", o l'"istruzione", per fare due esempi, non debbano inevitabilmente consistere nell'ingrossare il baraccone pubblico di cui si è a capo? Quasi come se aver speso sia garanzia di aver operato bene. Eppure, sono moltissime le cose che possono essere cambiate e migliorate senza spendere un centesimo, ed è proprio questa la sfida.

La Gelmini ha portato a un passo dall'approvazione un'ottima riforma. Non perfetta, ma ottima rispetto allo scarso tasso di riformismo che esprimono i nostri governi. Perché proprio ora quell'emendamento, che non servirà certo a placare le proteste? Perché non portare a casa subito le nuove, preziose regole, la riforma dell'ordinamento, rinviando alla fine dell'anno il fondo per accontentare i ricercatori? E siamo sicuri che le nostre università abbiano davvero bisogno di tutti quei 9 mila nuovi stipendi in sei anni, piuttosto che di nuove infrastrutture, laboratori, attrezzature tecnico-scientifiche? A guardare le statistiche è proprio il monte stipendi che in Italia assorbe una quantità abnorme delle risorse destinate alle università.

Tremonti si è comunque impegnato a trovare i fondi, e lanciare sulla base della stabilità dei conti una politica di sviluppo in questa seconda parte della legislatura. Vedremo, ma ci conforta quello che è diventato il mantra del ministro: il deficit non crea crescita; porta alla rovina, non allo sviluppo. Non può più funzionare il metodo per cui basta un emendamento e puff, ecco in automatico anche i soldi. Il Tesoro non è un bancomat. Tra l'altro, non si tiene in debita considerazione che veramente in Europa il vento - e per fortuna - è cambiato. Probabilmente tra non molto dovremo rispettare un nuovo patto di stabilità che imporrà agli stati membri di portarsi entro il 60% nel rapporto debito/pil. Una meta da cui l'Italia è lontanissima.

Un altro mito che va sfatato è quello dei cosiddetti tagli lineari. Premesso che i baracconi in Italia sono tali da rendere possibili, e quindi necessari, tagli anche lineari, se si vogliono evitare allora qualcuno si dovrà prendere la responsabilità politica di indicare dove tagliare di più e dove meno o nient'affatto. Siccome però quando si cerca la vittima, ogni capitolo di spesa si scopre indispensabile, e l'unico risultato è rinviare qualsiasi taglio, il ministro intanto fa bene a tagliare un po' ovunque, ché dimagrire fa bene a tutti.

Tuesday, September 21, 2010

Scuola, le solite macerie

Come ogni anno, circa due settimane fa l'Ocse ha pubblicato il rapporto Education at glance che mette a confronto i principali indicatori dei sistemi educativi dei Paesi dell'area. E come al solito, anche quest'anno, emerge il solito sfacelo della scuola italiana. Sono anni che ci torno ogni volta, ma sempre più svogliatamente. Quest'anno avevo deciso di soprassedere, ma un'analisi ben fatta su noiseFromAmeriKa mi offre l'occasione di riparlarne. Sarà perché quest'anno la pubblicazione è coincisa con le polemiche sui precari e sulla riforma Gelmini, ma i media mainstream hanno posto in modo ancor più marcato l'accento sul luogo comune dell'Italia che "investe poco in istruzione". Una lettura superficiale e "comoda" del rapporto, che legittima il piagnisteo continuo e generalizzato del settore e degli osservatori esterni.

Ad una lettura più attenta, il rapporto Ocse ci ricorda che a) è falso che l'Italia spenda poco per la scuola; b) spende tanto, più degli altri Paesi, ma spende male, perché la maggior parte delle risorse servono a pagare troppi insegnanti che lavorano poche ore e sono pagati male. Come spiega l'analisi di noiseFromAmeriKa, infatti, l'indicatore spesa/Pil è «una buona misura di quanto "sforzo" il Paese compie in educazione», in percentuale alla ricchezza che produce ogni anno, ma per vari motivi «non è una buona misura di quante risorse abbiano a disposizione scuole ed insegnanti per insegnare». A questo scopo l'indicatore «più adeguato è la spesa per studente», considerando che nel confronto con gli altri Paesi dovremmo aspettarci una spesa per studente «proporzionale al Pil pro-capite». Leggi tutto.

Purtroppo, in Italia le varie riforme si susseguono con le migliori intenzioni pretendendo di migliorare la qualità della scuola a "strutture" invariate, e ogni volta sentiamo ripartire l'ipocrita cantilena per cui "va bene la riforma, ma va accompagnata con più risorse". Una lezione utile si ricava invece dal libro di Memorie di Tony Blair, il quale racconta di come - per dirla in breve - si sia reso conto solo con il tempo e per esperienza diretta che se si vogliono migliorare sensibilmente gli standard di un servizio pubblico, scuola in primis, non si può fare a meno di modificare anche le strutture. Ma ci tornerò presto.

Tuesday, November 03, 2009

Altro che crocefisso, smascherato l'inganno della scuola statale

Levata di scudi praticamente unanime da parte del mondo politico per la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocefisso nelle aule. Della sentenza non mi scandalizza il merito, che anzi per lo più condivido: è ovvio che dal momento che la scuola è pubblica, l'ambiente educativo dovrebbe essere il più possibile neutro dal punto di vista della religione, come della razza, del sesso, eccetera. D'altra parte, c'è piena libertà di scegliere una scuola non neutra dal punto di vista religioso, optando per una scuola privata cattolica. L'equivoco quindi nasce dalla proprietà statale delle scuole, ma il discorso, più che per il crocefisso (il cui significato sembra davvero a cavallo tra il religioso e il nazional-popolare) dovrebbe valere per l'ora di religione, che al massimo dovrebbe essere storia delle religioni o religioni comparate.

Fin qui rimaniamo nell'ambito della discriminazione religiosa. Ma la sentenza, così come riportata dai siti d'informazione, non mi convince laddove cita il «pluralismo educativo» e «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Qui si apre un vero e proprio vaso di pandora, che ha ancora una volta a che fare con la proprietà e la natura statale della scuola. C'è davvero «pluralismo educativo» nelle nostre scuole statali, o è solo un mito che raccontiamo a noi stessi (o che ci viene inculcato), mentre in realtà viene esercitato un "monopolio educativo" da parte dell'insegnante che ti capita in sorte e che nessuna famiglia ha scelto? I genitori hanno certamente il diritto a educare i figli secondo le proprie convinzioni, ma dal momento che li affidano a una istituzione, in qualche modo accettano di porre dei limiti a quel diritto. Nel caso di una scuola privata, scelgono effettivamente secondo le proprie convinzioni. Nel caso di una scuola statale, vengono illusi dal mito del «pluralismo educativo». Perché - se la mettiamo su questo piano - io genitore dovrei accettare che mio figlio debba studiare storia sul Villari (che dovrei pure comprare con i miei soldi)?

Infine, sono rimasto non poco sorpreso dalla nazionalità dei sette giudici autori della sentenza: un belga, un italiano, ma anche un portoghese, un lituano, un ungherese, un serbo e un turco (!). Un turco che giudica sul crocefisso in Italia sembra un paradosso! E qui si apre una problematica ancora più ampia, quella della legittimazione della giurisdizione delle corti internazionali. Quanto è sopportabile, da un punto di vista liberale, che una simile giurisdizione sia fondata su dei trattati internazionali? Per altro, già la nostra Corte costituzionale si era espressa sul medesimo caso. Posso capire che se un ordinamento non vuole o non può esprimersi a tutela dei diritti dei cittadini (ciò che accade spesso nelle dittature), possa intervenire una corte sovranazionale. Ma rimango convinto che all'interno di un Paese democratico i cittadini debbano essere giudicati, e le controversie risolte, da giudici che derivano la loro autorità dalla comunità cui appartengono. La giurisdizione è una cosa delicata, non basta un trattato internazionale a legittimare un tribunale.

Monday, October 12, 2009

Università, serve tabula rasa

Ecco perché il sistema universitario italiano va smontato e rimontato, e perché all'autonomia deve corrispondere vera responsabilità. Da rappresentante in Consiglio di Facoltà sono stato testimone dell'introduzione del sistema dei crediti e della volontà, da parte dei docenti chiamati ad attuarlo, di sabotarlo e interpretarlo comunque in modo clientelare e parassitario. Qualsiasi riforma catapultata all'interno di questo sistema, anche la migliore possibile, è destinata alla medesima sorte, perché il problema è altrove. Così come ogni centesimo in più gettato nel calderone nella migliore delle ipotesi è spreco, nella peggiore va a rafforzare le posizioni di rendita che bisognerebbe estirpare.

Per farla breve: il sistema non è riformabile. Bisogna fare tabula rasa, intervenire in modo più radicale, sull'assetto proprietario e finanziario degli atenei e, quindi, modificando lo status giuridico dei docenti. In soldoni: l'autonomia funziona solo se chi ne beneficia - passatemi il termine - rischia il culo.

Thursday, August 20, 2009

Lettera da un italiano deluso

Sono così impastati di tabù e politically correct che quando trovano uno che si esprime con schiettezza, credono d'aver trovato un animale raro. Molte cose dette da Matteo Lazzaro hanno con sé la forza della ragionevolezza e sono ampiamente condivise da milioni persone, come la sua voglia di "Stati Uniti". Tanto è il disgusto per il presente, tuttavia, da influenzare negativamente, fin troppo, la sua lettura del passato. Ed è proprio la parte storica nel ragionamento di Lazzaro a non reggere, perché frutto, come ha scritto Galli Della Loggia, del «disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole» da manuali e insegnanti «convinti di contribuire in questo modo alle fortune del progressismo "democratico" anziché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico».

Ecco, in questi giorni in cui la politica, complice il presidente Napolitano, ha trovato il modo di aprire l'ennesima sterile polemica sui festeggiamenti per l'Unità d'Italia, sarebbe invece il caso di trarre qualche lezione da questo dibattito e ripensare al modo in cui celebrare questa ricorrenza.

Tuesday, July 28, 2009

Il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare

Al di là degli stucchevoli personalismi e delle pretese dei singoli che cercano di far carriera cavalcando facili slogan per il Mezzogiorno, l'unico modo giusto di inquadrare il solito piagnisteo meridionale sugli aiuti pubblici è quello di Alberto Bisin, oggi su La Stampa, dall'emblematico titolo: "E il Nord continua a pagare". E infatti tutti i dati, come aveva già ricordato ieri Nicola Porro su il Giornale, indicano che il Nord continua a pagare e il Sud a sprecare.

Il reddito pro capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è da 60 anni circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia, osserva Bisin. Dai dati del Ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che «l'eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi».

E accanto a questi trasferimenti "ufficiali", c'è un trasferimento "sommerso", occulto. Nelle regioni meridionali l'evasione fiscale risulta maggiore che in quelle del Nord (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): la Calabria, secondo queste stime, avrebbe un rapporto evaso/dichiarato del 93,89 per cento, la Sicilia del 65,89 per cento, la Puglia del 60,65 per cento, la Campania del 60,55 per cento, la Sardegna 54,71 per cento e il Molise del 54,61 per cento. Mentre le regioni più virtuose sono risultate la Lombardia, con un rapporto evaso/dichiarato del 13,04 per cento, l'Emilia Romagna con il 22,05 per cento, il Veneto con il 22,26 per cento e il Lazio con il 26,05 per cento.

Insomma, il flusso dal Nord al Sud, dalle regioni ricche a quelle povere, non si è mai interrotto. Giusto che sia così, ma se nel corso dei decenni nulla cambia vuol dire che qualcos'altro non va. Il problema, conclude correttamente Bisin, è che «la spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d'Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l'intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato».

«Proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo - nota l'economista - i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove». E la situazione è del tutto simile nell'istruzione, come dimostrano la classifica degli atenei stilata dal ministro Gelmini e i test Pisa (Ocse, 2006). Più spesa, meno qualità. Non è una questione di reddito né di soldi pubblici. «La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente».
«Tali squilibri - conclude Bisin - sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi. Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. Data la situazione in cui versa l'amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud».
Questa volta stiamo con il ministro Tremonti: si tenga stretti i soldi e li conceda solo per progetti concreti e verificabili, non per gonfiare la spesa corrente.

Monday, October 27, 2008

Domande scomode

Quelle poste, oggi sul Corriere, da Pierluigi Battista:
«Ma se una frazione cospicua della classe dirigente, pur predicando l'intangibilità della scuola pubblica così com'è, spedisce i propri figli nelle scuole private, è solo un deplorevole pettegolezzo sottolinearne la plateale incoerenza?
(...)
non è ingiusta questa sottile, non detta, mai confessata deriva classista mentre si finge di non vedere che una scuola pubblica dove il merito non conta niente è una scuola che conserva sì la sua titolarità pubblica ma ha smarrito il significato della sua natura democratica?
(...)
Rinserrati nelle loro auree nicchie d'eccellenza, i genitori che bocciano con furore ogni parvenza di riforma della scuola pubblica ma proteggono i loro figli dalla sorte di frustrazione e di insignificanza cui sono condannati tutti gli altri, pensano davvero che prima o poi nessuno chiederà il conto di un così cinico doppio standard?
(...)
E se loro se ne vanno nelle isole beate dell'"eccellenza", che titolo hanno più per parlare, e per difendere l'indifendibile, senza nemmeno un po' di convinzione?»
Il punto non è fidarsi ad occhi chiusi dei provvedimenti della Gelmini, ma eventualmente saper criticare per il verso giusto, chiedendo cioè più tagli, riforme più coraggiose nel senso del merito e della concorrenza.

Prendiamo, ad esempio, il blocco del turn over. E' una misura criticabile, non perché gli organici non debbano essere ridotti, ma perché tende ad aumentare l'età media del corpo docenti, ponendo una iniqua barriera all'ingresso nella professione di migliaia di insegnanti più giovani e preparati e peggiorando quindi il servizio offerto agli studenti. Sarebbe preferibile che lo stato si comporti da stato, e che riducesse gli organici in eccesso prendendosi la responsabilità di licenziare gli insegnanti meno produttivi.

Leggo i rapporti dell'Ocse da anni, e a leggerli bene, con onestà intellettuale, non si può che concludere che la ricetta per risolvere i mali della scuola e dell'università italiane è quella del mercato e della concorrenza. Basta con i soldi a pioggia dallo stato; assegnare i fondi a seconda dei risultati, scientifici e didattici, e della capacità degli istituti di attrarre capitale privato; meno insegnanti ma pagati meglio; meno iscritti all'università ma più laureati.

Tutti vorremmo che lo stato investisse di più nell'istruzione a tutti i livelli e nella ricerca, ma con il sistema e gli incentivi attuali vorrebbe dire gettare i soldi dalla finestra. Se una domestica torna dalla spesa con pacchi di patatine e caramelle, e si giustifica dicendo che non le sono bastati i soldi per comprare anche pasta, carne e verdure, la volta successiva non le dai più soldi, la licenzi!

Thursday, September 11, 2008

Sulla scuola Veltroni getta la maschera

Un caos di riforme «senza toccare minimamente i cardini del problema», come ha scritto Alberto Alesina su Il Sole24 Ore e come ci ricorda ogni anno l'Ocse: mancanza di meritocrazia, «frutto dell'onda lunga del '68», salari troppo bassi e di conseguenza docenti mediocri e/o demoralizzati:
«Si parla tanto di insegnanti multipli o unici nelle scuole. Parliamoci chiaro: gli insegnanti sono diventati multipli non perché si sia capito che questo migliorava la qualità dell'insegnamento, ma semplicemente perché sono nati sempre meno bambini in Italia e non si poteva licenziare nessun docente, anzi le assunzioni dovevano continuare a ritmi elevati. La scuola, insomma, come welfare per giovani laureati. Il nuovo ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, finalmente va nella direzione giusta: meno insegnanti ma pagati meglio».
Poi, valutazione dei risultati, alla quale devono seguire premi o penalizzazioni; informare le famiglie sulla qualità degli istituti; via i concorsi pubblici, più autonomia e responsabilità.

«L'opposizione dovrebbe aiutare Gelmini in questo tentativo, anche se finora è stato illustrato solo a parole (a cui si spera seguano i fatti). Invece il Pd, tramite il suo leader Walter Veltroni, si è chiuso in una critica vecchia e stantia sulla riduzione degli stanziamenti per la scuola». Come da anni ci ripete l'Ocse, «il problema fondamentale della scuola e dell'università italiana non è la mancanza di fondi, ma la mancanza di meritocrazia e concorrenza».

La scuola è uno dei principali banchi di prova per il Pd e ad oggi sta fallendo miseramente. Veltroni vuole «imbastire» sulla scuola la sua campagna d'ottobre, ma lo farà riempiendo le trincee in difesa della scuola burocratizzata e sindacalizzata, che serve ai precari come ammortizzatore sociale e non agli studenti. Proprio sulla scuola il riformismo di Blair ha dato i suoi primi succosi frutti e proprio sulla scuola il Pd sta gettando la sua maschera.

La Gelmini, invece, sembra andare nella «direzione giusta», secondo Alesina. Proprio oggi il ministro ha rilasciato un'intervista a il Riformista. «Veltroni? Mi sta deludendo», dice il ministro. «Ha fatto la campagna elettorale sul cambiamento e sul riformismo. Ora invece difende posizioni di trent'anni fa, nelle quali non vedo la differenza con Rifondazione. Mi deve dire una cosa: la scuola serve a creare occupazione o a produrre educazione per i nostri ragazzi? Sulla scuola il Pd si gioca molto della sua capacità di innovazione. E il clima nel paese è cambiato. Appena qualche anno fa un Brunetta non avrebbe avuto la popolarità che ha oggi. La gente, soprattutto i giovani, sta con chi vuole cambiare». E «quando il 97% per cento delle risorse se ne va in stipendi, cosa resta per migliorare il prodotto?». Quale impresa riuscirebbe a stare sul mercato spendendo in stipendi il 40-50% delle sue risorse?

Non solo condotta, grembiule, maestro unico, ma anche i temi indicati da Alesina, la meritocrazia e l'autonomia («la più ampia possibile») agli istituti:
«Penso che le scuole debbano trasformarsi in fondazioni, in cui entrino gli enti locali, che debbano poter reclutare gli insegnanti a chiamata da una lista di abilitati, con una parte di stipendio fisso e una variabile. Penso che le scuole debbano essere valutate, come succede all'estero, e che chi lavora bene debba ricevere di più. E' stata dura, ma nella finanziaria ho ottenuto che il 30% delle risorse risparmiate siano utilizzate per premiare il merito».
Il '68, certo, ha avuto «grandi responsabilità».
«Ha portato un valore positivo, quello della partecipazione. Ma anche uno negativo: il buonismo, l'appiattimento verso il basso, un finto egualitarismo in cui chi ha talento resta al palo. In Italia l'ascensore sociale si è bloccato. E la scuola, questo è il problema, non aiuta più i meritevoli a salire».
Risponde bene, la Gelmini, anche alla polemica sull'esame da avvocato sostenuto nella sede "facile" di Reggio Calabria:
«Sono fiera del mio percorso scolastico: 50 alla maturità classica, 100 alla laurea a Brescia. Poi dovevo fare l'avvocato, la mia famiglia spingeva perché lavorassi presto. A differenza di Veltroni, ne avevo bisogno. Che senso aveva perdere anni in concorsi dove l'esperienza mi diceva che passavano solo i figli di avvocati? Veltroni difende per caso gli ordini professionali? Pensa che sia lì che si valuta il merito delle persone?».
Chapeau.