Da una parte vi e ci sta bene! Volevate il trasporto pubblico? Non avete alcun trasporto. Volevate l'acqua pubblica?? Manca anche l'acqua. E' un diritto, dicevate, ma siccome l'avete voluta pubblica e a gestirla sono quindi i politici, oggi è un po' meno diritto... rischia di diventare un diritto vuoto, prosciugato, come molti altri diritti fasulli in Italia.
Stanno per chiudere l'acqua a Roma, in Italia abbiamo acquedotti così fatiscenti e bucati che se ne disperde in media il 50%, ma il presidente della Regione Lazio Zingaretti non trova di meglio che prendersela con Trump per l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima... Lo scaricabarile arriva fino alla Casa Bianca, fino a che punto ci facciamo prendere per il culo?
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Saturday, July 22, 2017
Tuesday, February 05, 2013
C'è una Corte che chiede meno Stato
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Tuesday, December 04, 2012
Okkupazioni e bancarotta educativa
Banchi vuoti, cervelli disoccupati
Un quadro avvilente quello emerso dal mondo della scuola nella trasmissione 24Mattino, oggi su Radio24. Si parla di occupazioni (i casi si moltiplicano in prossimità delle festività del 7 e 8 dicembre!). Interviene un preside di Milano che «dialoga tutto il pomeriggio» con gli occupanti, che alla fine minaccia di denunciarli non perché l'occupazione sia di per sé un atto illegale e violento, un'interruzione di servizio pubblico, un uso privato di proprietà pubbliche, ma perché non è scaturita da «un'assemblea autorizzata», insomma «è mancata la trafila democratica». I motivi che giustificano l'occupazione, ovviamente, non mancano: il disagio giovanile, la crisi economica, la prospettiva di una «scuola di classe» (!), e «l'ansia di giustizia sociale» che da sempre contraddistingue i "gggiovani".
Prende la parola un sottosegretario, Marco Rossi Doria. Da un rappresentante del governo uno si aspetterebbe un richiamo alla legalità. E invece niente, zero, anzi con nonchalance Rossi Doria racconta di aver "okkupato" ai suoi tempi e giustifica le okkupazioni di oggi: «Ho occupato per due giorni, fummo sgombrati dalla polizia. C'era la piena occupazione, i giovani avevano in concreto una prospettiva più rosea, non sono di quelli che dicono "le mie occupazioni erano belle e giustificate e queste no"». Anzi, «dobbiamo cogliere quest'ansia», la prospettiva che hanno di fronte gli studenti oggi è «più difficile» di quella dei loro «compagni di 20, 30 o 40 anni fa» (se quelli usavano spranghe e pistole, oggi che è «più difficile» cosa dovrebbero usare?). Ci si accontenta che le scuole non vengano «vandalizzate», e pazienza se le funzioni del servizio pubblico vengono sospese, i diritti di altri studenti calpestati.
Poi è il turno dell'insegnante Gianna, da Prato, che invece di fare lezione fa ascoltare la trasmissione in classe! «Cos'ha fatto questo governo per investire nella scuola?». Parola al rappresentante di classe, 16 anni, che - poveretto - farfuglia al telefono, fa la figura dell'imbecille, riesce ad abbozzare un motivo di doglianza solo quando la prof da dietro gli suggerisce cosa dire: «I tagli verso gli insegnanti, verso l'istruzione». Che dire? Un'altra dimostrazione della bancarotta educativa in cui versa da decenni il nostro paese e che non ha nulla - ma proprio nulla! - a che fare con la scarsità delle risorse economiche. Aggravata dal fatto che in questi anni gli studenti vengono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dalla corporazione degli insegnanti, da cui dovrebbero pretendere qualità e dedizione, e che invece sostengono nella loro difesa interessata dello status quo.
A parte il fatto che nel 99% dei casi il disagio e la protesta non c'entrano nulla - si tratta di un manipolo di agitatori che si portano dietro decine di ragazzini ansiosi di farsi accettare dalla comitiva, di fare qualcosa di "figo", e per altri semplicemente di andarsene in giro a divertirsi - anche se fossero animate dalle più condivisibili motivazioni, in ogni caso le occupazioni sono atti illegali che tolgono credibilità all'istituzione e danneggiano la didattica, facendo saltare intere settimane di lezioni e altre attività. Sì alla protesta, ma fuori dalla scuola. A scuola si fa lezione e si studia.
Se davvero, come si sente dire, la scuola deve tornare «al centro dell'attenzione nazionale», la tolleranza zero con le okkupazioni dovrebbe essere il primo passo per ridare dignità all'istituzione. Il secondo è cacciare i presidi che le subiscono e gli insegnanti che fanno propaganda e strumentalizzano i propri studenti. Chi ha il coraggio non dico di farlo, ma di dirlo?
Un quadro avvilente quello emerso dal mondo della scuola nella trasmissione 24Mattino, oggi su Radio24. Si parla di occupazioni (i casi si moltiplicano in prossimità delle festività del 7 e 8 dicembre!). Interviene un preside di Milano che «dialoga tutto il pomeriggio» con gli occupanti, che alla fine minaccia di denunciarli non perché l'occupazione sia di per sé un atto illegale e violento, un'interruzione di servizio pubblico, un uso privato di proprietà pubbliche, ma perché non è scaturita da «un'assemblea autorizzata», insomma «è mancata la trafila democratica». I motivi che giustificano l'occupazione, ovviamente, non mancano: il disagio giovanile, la crisi economica, la prospettiva di una «scuola di classe» (!), e «l'ansia di giustizia sociale» che da sempre contraddistingue i "gggiovani".
Prende la parola un sottosegretario, Marco Rossi Doria. Da un rappresentante del governo uno si aspetterebbe un richiamo alla legalità. E invece niente, zero, anzi con nonchalance Rossi Doria racconta di aver "okkupato" ai suoi tempi e giustifica le okkupazioni di oggi: «Ho occupato per due giorni, fummo sgombrati dalla polizia. C'era la piena occupazione, i giovani avevano in concreto una prospettiva più rosea, non sono di quelli che dicono "le mie occupazioni erano belle e giustificate e queste no"». Anzi, «dobbiamo cogliere quest'ansia», la prospettiva che hanno di fronte gli studenti oggi è «più difficile» di quella dei loro «compagni di 20, 30 o 40 anni fa» (se quelli usavano spranghe e pistole, oggi che è «più difficile» cosa dovrebbero usare?). Ci si accontenta che le scuole non vengano «vandalizzate», e pazienza se le funzioni del servizio pubblico vengono sospese, i diritti di altri studenti calpestati.
Poi è il turno dell'insegnante Gianna, da Prato, che invece di fare lezione fa ascoltare la trasmissione in classe! «Cos'ha fatto questo governo per investire nella scuola?». Parola al rappresentante di classe, 16 anni, che - poveretto - farfuglia al telefono, fa la figura dell'imbecille, riesce ad abbozzare un motivo di doglianza solo quando la prof da dietro gli suggerisce cosa dire: «I tagli verso gli insegnanti, verso l'istruzione». Che dire? Un'altra dimostrazione della bancarotta educativa in cui versa da decenni il nostro paese e che non ha nulla - ma proprio nulla! - a che fare con la scarsità delle risorse economiche. Aggravata dal fatto che in questi anni gli studenti vengono strumentalizzati non solo dalla politica ma anche dalla corporazione degli insegnanti, da cui dovrebbero pretendere qualità e dedizione, e che invece sostengono nella loro difesa interessata dello status quo.
A parte il fatto che nel 99% dei casi il disagio e la protesta non c'entrano nulla - si tratta di un manipolo di agitatori che si portano dietro decine di ragazzini ansiosi di farsi accettare dalla comitiva, di fare qualcosa di "figo", e per altri semplicemente di andarsene in giro a divertirsi - anche se fossero animate dalle più condivisibili motivazioni, in ogni caso le occupazioni sono atti illegali che tolgono credibilità all'istituzione e danneggiano la didattica, facendo saltare intere settimane di lezioni e altre attività. Sì alla protesta, ma fuori dalla scuola. A scuola si fa lezione e si studia.
Se davvero, come si sente dire, la scuola deve tornare «al centro dell'attenzione nazionale», la tolleranza zero con le okkupazioni dovrebbe essere il primo passo per ridare dignità all'istituzione. Il secondo è cacciare i presidi che le subiscono e gli insegnanti che fanno propaganda e strumentalizzano i propri studenti. Chi ha il coraggio non dico di farlo, ma di dirlo?
Wednesday, November 28, 2012
Scomode verità sulla sanità pubblica
L'ultima uscita del prof Monti, sulla sanità pubblica, ha scatenato i riflessi pavloviani della sinistra.
Ma tanto è bastato a suscitare la levata di scudi, all'unisono, del segretario del Pd Bersani e della segretaria della Cgil Camusso. E' allarmante la negazione, da parte di chi si candida a governare il paese, anche della più elementare e conclamata realtà: la difficoltà finanziaria in cui si troverà, in un futuro non lontano, il sistema sanitario, per l'invecchiamento della popolazione e, quindi, l'allungamento delle cure. Bersani non chiede agli italiani di piacergli, ma di essere creduto perché dirà loro soltanto la verità. Eppure, di fronte alla verità - banalissima - raccontata da Monti preferisce chiudere gli occhi. Rifiutare la realtà e biasimare chiunque la richiami, piuttosto che rinnegare l'utopia in cui si è vissuti per troppi decenni, è tipico, purtroppo, di una vecchia sinistra.
Sulla sanità pubblica c'è bisogno, invece, di un discorso di verità. Se l'obiettivo era di garantire a tutti gli italiani standard dignitosi di assistenza sanitaria, allora bisogna riconoscere che siamo di fronte a un fallimento. Già oggi la sanità pubblica non è universale né gratuita, è spaccata in due sia per territorio – a livelli europei in alcune regioni, nordafricani in altre – che per classi sociali: i ricchi possono permettersi di evitare inefficienze e lungaggini del pubblico. E già oggi, anziani a parte, la gratuità del servizio è rara. Non solo i ricchi, anche i ceti medio-bassi pagano due volte le prestazioni più comuni, come visite specialistiche ed esami diagnostici: il ticket "a consumo", più le tasse versate allo Stato. A chi non è capitato di dover sborsare cifre non lontane, anzi quasi coincidenti, a quelle chieste dai privati, dovendo poi rassegnarsi a lunghe attese e inefficienze? Che significa? Come hanno speso le tasse che in teoria, così ce l'hanno raccontata per decenni, dovevano servire a rendere "gratuito" il servizio?
Facile pontificare sulla sanità pubblica come "principio sacro", diritto inalienabile. Molti di quelli che pontificano, però, questo il guaio, non vivono sulla propria pelle inefficienze e costi diretti della sanità pubblica, o perché possono permettersi di rivolgersi ai privati, o perché iscritti a fondi negoziali, casse e mutue varie (circa 6,4 milioni di italiani, per un totale di 10 milioni di assistiti). Anche loro pagano due volte, ma non se ne accorgono.
«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni».Un'affermazione meramente descrittiva di una realtà incontestabile, persino banale. Il premier non ha accennato a "privatizzare" alcunché, probabilmente per nuove forme di finanziamento intendeva fondi integrativi, ticket per fasce di reddito e spending review. E anzi, ha detto che c'è motivo di andare «fieri» dell'attuale sistema, quindi anche della sua natura pubblica ed universalistica.
Ma tanto è bastato a suscitare la levata di scudi, all'unisono, del segretario del Pd Bersani e della segretaria della Cgil Camusso. E' allarmante la negazione, da parte di chi si candida a governare il paese, anche della più elementare e conclamata realtà: la difficoltà finanziaria in cui si troverà, in un futuro non lontano, il sistema sanitario, per l'invecchiamento della popolazione e, quindi, l'allungamento delle cure. Bersani non chiede agli italiani di piacergli, ma di essere creduto perché dirà loro soltanto la verità. Eppure, di fronte alla verità - banalissima - raccontata da Monti preferisce chiudere gli occhi. Rifiutare la realtà e biasimare chiunque la richiami, piuttosto che rinnegare l'utopia in cui si è vissuti per troppi decenni, è tipico, purtroppo, di una vecchia sinistra.
Sulla sanità pubblica c'è bisogno, invece, di un discorso di verità. Se l'obiettivo era di garantire a tutti gli italiani standard dignitosi di assistenza sanitaria, allora bisogna riconoscere che siamo di fronte a un fallimento. Già oggi la sanità pubblica non è universale né gratuita, è spaccata in due sia per territorio – a livelli europei in alcune regioni, nordafricani in altre – che per classi sociali: i ricchi possono permettersi di evitare inefficienze e lungaggini del pubblico. E già oggi, anziani a parte, la gratuità del servizio è rara. Non solo i ricchi, anche i ceti medio-bassi pagano due volte le prestazioni più comuni, come visite specialistiche ed esami diagnostici: il ticket "a consumo", più le tasse versate allo Stato. A chi non è capitato di dover sborsare cifre non lontane, anzi quasi coincidenti, a quelle chieste dai privati, dovendo poi rassegnarsi a lunghe attese e inefficienze? Che significa? Come hanno speso le tasse che in teoria, così ce l'hanno raccontata per decenni, dovevano servire a rendere "gratuito" il servizio?
Facile pontificare sulla sanità pubblica come "principio sacro", diritto inalienabile. Molti di quelli che pontificano, però, questo il guaio, non vivono sulla propria pelle inefficienze e costi diretti della sanità pubblica, o perché possono permettersi di rivolgersi ai privati, o perché iscritti a fondi negoziali, casse e mutue varie (circa 6,4 milioni di italiani, per un totale di 10 milioni di assistiti). Anche loro pagano due volte, ma non se ne accorgono.
Thursday, April 12, 2012
Spesa pubblica "way of decline"
L'avevamo capito già dopo la manovra di dicembre (il cosiddetto decreto "Salva-Italia"), ma allora il ricorso quasi unicamente a nuove tasse, anziché ai tagli di spesa, per correggere i conti pubblici poteva essere giustificato con il poco tempo a disposizione per salvare il Paese, giunto sull'orlo del baratro in cui stava precipitando la Grecia. Trascorsi quattro mesi, dopo che le azioni della Bce e l'autorevolezza personale del professor Monti ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, l'intervista al sottosegretario Piero Giarda sgombra il campo dagli ultimi equivoci: non è che non ne sia capace, o che non ne abbia il tempo, il governo dei tecnici non vuole mettere a dieta lo Stato per diminuire la pressione fiscale, cioè non ha alcuna intenzione di adottare l'unica ricetta in grado sia di far scendere il debito pubblico che di rilanciare la crescita. In questo senso le parole di Giarda sono davvero illuminanti: obiettivo del governo Monti non è salvare l'Italia, gli italiani, ma lo Stato con tutti i suoi baracconi, centrali e periferici. Non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare oltre la metà della ricchezza prodotta. Vuole salvarlo, obeso com'è, perpetuarlo, apportando al sistema gli aggiustamenti minimi indispensabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione, e per le burocrazie statali che lo gestiscono.
Come certificano le parole del sottosegretario Giarda - e già mesi fa la Corte dei Conti constatando l'ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico - la risposta di questo governo alla crisi è in totale continuità con quella di tutti i governi - politici o "tecnici" - che si sono susseguiti dai primi anni '90 in poi. E in estrema sintesi consiste nella statalizzazione a tappe forzate della ricchezza privata, così da consentire alle classi politiche e burocratiche di continuare a elargire ai propri clientes sempre più spesa pubblica, ricavandone potere e privilegi.
Più di tutto Giarda e gli altri tecnici al governo sembrano temere «lo scardinamento della "way of life" del settore pubblico italiano». L'intermediazione statale va preservata a tutti i costi nelle sue grandezze fondamentali, anche al prezzo di distruggere il tessuto produttivo del Paese. Peccato che più che una "way of life" quella italiana si sia rivelata una via certa verso il declino - economico, sociale e civile del Paese.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Come certificano le parole del sottosegretario Giarda - e già mesi fa la Corte dei Conti constatando l'ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico - la risposta di questo governo alla crisi è in totale continuità con quella di tutti i governi - politici o "tecnici" - che si sono susseguiti dai primi anni '90 in poi. E in estrema sintesi consiste nella statalizzazione a tappe forzate della ricchezza privata, così da consentire alle classi politiche e burocratiche di continuare a elargire ai propri clientes sempre più spesa pubblica, ricavandone potere e privilegi.
Più di tutto Giarda e gli altri tecnici al governo sembrano temere «lo scardinamento della "way of life" del settore pubblico italiano». L'intermediazione statale va preservata a tutti i costi nelle sue grandezze fondamentali, anche al prezzo di distruggere il tessuto produttivo del Paese. Peccato che più che una "way of life" quella italiana si sia rivelata una via certa verso il declino - economico, sociale e civile del Paese.
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Thursday, February 09, 2012
Halftime Italia, il governo corre ai ripari
Mentre è ormai di gran moda, fa molto twit-star, sbeffeggiare con battute più o meno sceme Alemanno e Roma per qualsiasi decisione, senza nemmeno preoccuparsi di una minima attinenza ai fatti, qualcuno si è accorto del decreto firmato ieri in tutta fretta da Monti? Qualcuno si è accorto che i temi veri dell'emergenza sono diventati la "non operatività" della Protezione civile e i gestori - pubblici - dei servizi pubblici?
Qui non si vuole entrare nel merito delle inefficienze che sicuramente ci sono state, né della decisione del sindaco di Roma e del prefetto, sentita la Protezione civile, di chiudere nuovamente scuole e uffici pubblici, ma prima di abbandonarsi all'ilarità bisognerebbe accertarsi delle previsioni meteo. Non quelle dei siti internet, ma quelle che ha in mano Alemanno, che possono sempre rivelarsi errate ma che hanno il carattere dell'ufficialità, tanto da essere state citate stamani dal ministro degli interni in Senato e confermate dalla Protezione civile in un comunicato. Previsioni che parlano di «diffuse nevicate» e «significativi accumuli di neve al suolo» sulla capitale tra domani e dopodomani, cioè di un evento pari o superiore a quello di venerdì-sabato scorsi. E va considerato che una città come Roma è strutturalmente impreparata ad eventi del genere, che altrove possono far sorridere. Città impreparata vuol dire primi fra tutti i cittadini.
Ma no, continuiamo a ironizzare su Roma, per qualche ingorgo in più del normale, mentre nessuno si è accorto del decreto firmato ieri da Monti, nel quale implicitamente si riconoscono le gravi mancanze, e quindi responsabilità, a livello governativo e centrale per quanto accaduto su tutto il territorio del centro Italia, e si tenta di porre un primo rimedio alla «non operatività» della Protezione civile denunciata da Gabrielli in Commissione Lavori pubblici del Senato. Considerando «che le previsioni meteorologiche prospettano una situazione di ulteriore aggravamento con la ripetizione di nevicate di forte intensità...», il decreto attribuisce al capo del Dipartimento della Protezione civile «il coordinamento degli interventi e di tutte le iniziative per fronteggiare la situazione emergenziale» e «l'adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio nazionale interessato dalle eccezionali avversità atmosferiche per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonché di ogni misura idonea per la salvaguardia delle vite umane, allo scopo autorizzando le Regioni al reperimento di beni, mezzi e materiali pubblici e privati necessari, anche attraverso i sindaci, ovvero attraverso i centri di coordinamento e soccorso istituiti a livello provinciale». Se c'è stato bisogno di un decreto, bisogna supporre che prima questo ruolo non era previsto, o non era chiaramente definito.
Non solo il decreto. A tal punto il governo si è accorto della «non operatività» della Protezione civile, che al termine di un vertice con gli enti locali «ha confermato l'intenzione di riesaminare la legge 10 del 2011» che l'ha rovinata, «al fine di rafforzarne l'efficacia per quanto riguarda l'operatività dell'intervento emergenziale». Un vertice tra governo ed enti locali che forse sarebbe stato utile anche alla vigilia della prima ondata di maltempo, la scorsa settimana. Di Protezione civile, di gas e di gestori dei servizi pubblici, si è parlato infine alla Camera, durante l'informativa del governo sull'emergenza maltempo, mentre sui romani e Alemanno si è esibito solo qualche pittoresco deputato leghista. Il Parlamento per una volta meno banale dei social network, dove troppo spesso i tentativi di ragionamento vengono travolti dal flusso del conformismo.
L'impreparazione di Roma e l'inefficienza di Alemanno sono una miniera d'oro dal punto di vista comunicativo, cioè per garantirsi accessi e facili retwitt, ma questo non ha nulla a che fare con l'informazione, è satira. Ci vuole anche quella, basta che poi non si finisca per credere alle proprie battute e iperboli.
Qui non si vuole entrare nel merito delle inefficienze che sicuramente ci sono state, né della decisione del sindaco di Roma e del prefetto, sentita la Protezione civile, di chiudere nuovamente scuole e uffici pubblici, ma prima di abbandonarsi all'ilarità bisognerebbe accertarsi delle previsioni meteo. Non quelle dei siti internet, ma quelle che ha in mano Alemanno, che possono sempre rivelarsi errate ma che hanno il carattere dell'ufficialità, tanto da essere state citate stamani dal ministro degli interni in Senato e confermate dalla Protezione civile in un comunicato. Previsioni che parlano di «diffuse nevicate» e «significativi accumuli di neve al suolo» sulla capitale tra domani e dopodomani, cioè di un evento pari o superiore a quello di venerdì-sabato scorsi. E va considerato che una città come Roma è strutturalmente impreparata ad eventi del genere, che altrove possono far sorridere. Città impreparata vuol dire primi fra tutti i cittadini.
Ma no, continuiamo a ironizzare su Roma, per qualche ingorgo in più del normale, mentre nessuno si è accorto del decreto firmato ieri da Monti, nel quale implicitamente si riconoscono le gravi mancanze, e quindi responsabilità, a livello governativo e centrale per quanto accaduto su tutto il territorio del centro Italia, e si tenta di porre un primo rimedio alla «non operatività» della Protezione civile denunciata da Gabrielli in Commissione Lavori pubblici del Senato. Considerando «che le previsioni meteorologiche prospettano una situazione di ulteriore aggravamento con la ripetizione di nevicate di forte intensità...», il decreto attribuisce al capo del Dipartimento della Protezione civile «il coordinamento degli interventi e di tutte le iniziative per fronteggiare la situazione emergenziale» e «l'adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio nazionale interessato dalle eccezionali avversità atmosferiche per assicurare ogni forma di assistenza e di tutela degli interessi pubblici primari delle popolazioni interessate, nonché di ogni misura idonea per la salvaguardia delle vite umane, allo scopo autorizzando le Regioni al reperimento di beni, mezzi e materiali pubblici e privati necessari, anche attraverso i sindaci, ovvero attraverso i centri di coordinamento e soccorso istituiti a livello provinciale». Se c'è stato bisogno di un decreto, bisogna supporre che prima questo ruolo non era previsto, o non era chiaramente definito.
Non solo il decreto. A tal punto il governo si è accorto della «non operatività» della Protezione civile, che al termine di un vertice con gli enti locali «ha confermato l'intenzione di riesaminare la legge 10 del 2011» che l'ha rovinata, «al fine di rafforzarne l'efficacia per quanto riguarda l'operatività dell'intervento emergenziale». Un vertice tra governo ed enti locali che forse sarebbe stato utile anche alla vigilia della prima ondata di maltempo, la scorsa settimana. Di Protezione civile, di gas e di gestori dei servizi pubblici, si è parlato infine alla Camera, durante l'informativa del governo sull'emergenza maltempo, mentre sui romani e Alemanno si è esibito solo qualche pittoresco deputato leghista. Il Parlamento per una volta meno banale dei social network, dove troppo spesso i tentativi di ragionamento vengono travolti dal flusso del conformismo.
L'impreparazione di Roma e l'inefficienza di Alemanno sono una miniera d'oro dal punto di vista comunicativo, cioè per garantirsi accessi e facili retwitt, ma questo non ha nulla a che fare con l'informazione, è satira. Ci vuole anche quella, basta che poi non si finisca per credere alle proprie battute e iperboli.
Wednesday, February 08, 2012
Halftime Italia, faremo meglio nel secondo tempo?
Anche su Notapolitica
Sembra che il generale Inverno voglia concederci una seconda chance per dimostrare di essere in grado di far funzionare almeno qualcosa, dopo la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale), l'impreparazione delle istituzioni locali, l'assenza del governo e la totale inoperatività della Protezione civile, di fronte alla prima ondata di gelo. E lo spot Chrysler durante l'intervallo del Superbowl offre un'immagine molto emblematica anche per l'Italia alle prese con la sfida maltempo: "It's halftime Italy. And, our second half is about to begin". Faremo meglio nel secondo tempo?
Tanto per cominciare, sembra voler scendere in campo il governo Monti, rimasto comodamente in panchina durante il disastroso primo tempo, anche se stampa e pubblico non se ne sono nemmeno accorti. Ieri il premier ha voluto fare un punto della situazione con il capo della Protezione civile e poi con i suoi ministri in Cdm, informandoli, come recita il comunicato ufficiale, «sulle misure emergenziali adottate e su quelle ancora da intraprendere, così come sulle azioni di carattere preventivo necessarie per fronteggiare la nuova perturbazione attesa per la fine di questa settimana», e «sensibilizzando tutti i ministri competenti ad assicurare l'impegno più incisivo da parte di tutte le strutture del governo del territorio e delle imprese di gestione dei pubblici servizi al fine di tutelare la pubblica e privata incolumità, nel quadro del coordinamento esercitato dal Dipartimento della Protezione civile». Laddove i soggetti richiamati alle proprie responsabilità sono i ministri, le istituzioni di governo del territorio, le imprese di gestione (pubbliche) dei servizi pubblici, la Protezione civile.
Siccome non ci risulta che qualcosa di simile sia stato discusso e sottolineato nei Cdm precedenti la prima ondata di maltempo, bisogna concludere che il Paese ha affrontato la buriana dello scorso fine settimana senza nessuno al volante, o quanto meno era parecchio distratto. Ma di un vero e proprio miracolo il governo dei tecnici è comunque artefice: mai come questa volta, credo, nella storia d'Italia, un governo è stato del tutto esente da critiche per la gestione di un'emergenza evidentemente di carattere nazionale. Non poche critiche, non deboli, ma zero critiche. Non si tratta della solita luna di miele dei media con il nuovo governo, ma di un vero e proprio accecamento volontario.
Ma la cosa più stupefacente passata quasi completamente inosservata è che dopo giorni di accuse (e di varie ilarità) all'indirizzo del sindaco di Roma Alemanno, che in preda a sindrome da accerchiamento ha osato polemizzare con la Protezione civile, ebbene in un'audizione al Senato è proprio il capo della Protezione civile Gabrielli a dare ragione, nel merito, ad Alemanno. Il quale aveva denunciato che la Protezione civile è ormai ridotta ad un ruolo meramente burocratico, da «passacarte». Apriti cielo! Ebbene, ieri Gabrielli ha spiegato alla Commissione che ha dovuto difendere l'onore dell'istituzione e dei suoi meteorologi, ma nel merito ha detto la stessa identica cosa: «Il 26 febbraio del 2011, la legge n. 10 ha reso di fatto, oggi, non operativa la Protezione Civile». Una sentenza senz'appello: oggi la Protezione civile non è operativa. E ha fornito un esempio «delle tante perversioni di questa legge»: «I governatori delle regioni interessate (Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio, Molise, Marche) non hanno chiesto lo stato d'emergenza, non perché è Gabrielli che li consiglia di non farlo perché non si vuole prendere l'onere della gestione, ma perché sanno perfettamente che la richiesta dello stato d'emergenza equivarrebbe all'innalzamento delle accise regionali sulla benzina».
Gabrielli si è detto quindi «preoccupato che questa istituzione sia rimessa nella condizione di operare», perché «oggi questa operatività non c'è». Non è la prima volta che lancia l'allarme, è dal febbraio scorso, con il precedente governo, che segnala le criticità della nuova legislazione, che si sono puntualmente verificate.
Altrettanto allarmanti le preoccupazioni espresse riguardo le operazioni di recupero del carburante e del relitto della nave Costa Concordia naufragata sulle coste dell'Isola del Giglio: «La capacità di intervento della Protezione civile - ammette Gabrielli - sono di pura astrazione. Mi sto augurando che Costa non fallisca, perché qualora avesse questa malaugurata vicenda, avremmo qualche problema. Dovrei fare le gare comunitarie, dovrei avere il concerto del Ministero dell'Economia per avere la disponibilità di somme che sono nell'ordine di centinaia di milioni, dovrei avere il visto preventivo della Corte dei Conti, i Tar che fanno le varie cose, quindi auguriamoci tutti che la procedura privata posta in essere, al meglio dell'interlocuzione possibile, si consolidi e si concluda». Ecco la vera privatizzazione della Protezione civile: auguriamoci che i privati ce la facciano.
Il sindaco di Roma ci ha messo senz'altro del suo nell'offrirsi come capro espiatorio di una gestione dell'emergenza a dir poco fallimentare a tutti i livelli, dei gestori – tutti pubblici – delle reti, degli enti locali e delle regioni, del governo e della Protezione civile. In molti però, politici e giornalisti, l'hanno usato come «parafulmine» ben sapendo di coprire in questo modo responsabilità ben più vaste e gravi, con la cassa di risonanza gentilmente offerta dalle varie twitt-star e dal gregge dei social network.
Onestà intellettuale vorrebbe di ammettere che, forse non nei modi, ma nel merito Alemanno aveva ragione a porre la questione della Protezione civile. Svuotata di qualsiasi operatività solo per fare un dispetto a Bertolaso e Berlusconi, che oggi tra l'altro non sono nemmeno più al comando. Bastava ridurre il campo di intervento in modo da escludere i cosiddetti "grandi eventi", e invece l'effetto della guerra senza quartiere che si è scatenata, da fuori ma anche all'interno della stessa compagine governativa di centrodestra, contro Bertolaso, è aver ridotto la Protezione civile a «passacarte».
Sembra che il generale Inverno voglia concederci una seconda chance per dimostrare di essere in grado di far funzionare almeno qualcosa, dopo la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale), l'impreparazione delle istituzioni locali, l'assenza del governo e la totale inoperatività della Protezione civile, di fronte alla prima ondata di gelo. E lo spot Chrysler durante l'intervallo del Superbowl offre un'immagine molto emblematica anche per l'Italia alle prese con la sfida maltempo: "It's halftime Italy. And, our second half is about to begin". Faremo meglio nel secondo tempo?
Tanto per cominciare, sembra voler scendere in campo il governo Monti, rimasto comodamente in panchina durante il disastroso primo tempo, anche se stampa e pubblico non se ne sono nemmeno accorti. Ieri il premier ha voluto fare un punto della situazione con il capo della Protezione civile e poi con i suoi ministri in Cdm, informandoli, come recita il comunicato ufficiale, «sulle misure emergenziali adottate e su quelle ancora da intraprendere, così come sulle azioni di carattere preventivo necessarie per fronteggiare la nuova perturbazione attesa per la fine di questa settimana», e «sensibilizzando tutti i ministri competenti ad assicurare l'impegno più incisivo da parte di tutte le strutture del governo del territorio e delle imprese di gestione dei pubblici servizi al fine di tutelare la pubblica e privata incolumità, nel quadro del coordinamento esercitato dal Dipartimento della Protezione civile». Laddove i soggetti richiamati alle proprie responsabilità sono i ministri, le istituzioni di governo del territorio, le imprese di gestione (pubbliche) dei servizi pubblici, la Protezione civile.
Siccome non ci risulta che qualcosa di simile sia stato discusso e sottolineato nei Cdm precedenti la prima ondata di maltempo, bisogna concludere che il Paese ha affrontato la buriana dello scorso fine settimana senza nessuno al volante, o quanto meno era parecchio distratto. Ma di un vero e proprio miracolo il governo dei tecnici è comunque artefice: mai come questa volta, credo, nella storia d'Italia, un governo è stato del tutto esente da critiche per la gestione di un'emergenza evidentemente di carattere nazionale. Non poche critiche, non deboli, ma zero critiche. Non si tratta della solita luna di miele dei media con il nuovo governo, ma di un vero e proprio accecamento volontario.
Ma la cosa più stupefacente passata quasi completamente inosservata è che dopo giorni di accuse (e di varie ilarità) all'indirizzo del sindaco di Roma Alemanno, che in preda a sindrome da accerchiamento ha osato polemizzare con la Protezione civile, ebbene in un'audizione al Senato è proprio il capo della Protezione civile Gabrielli a dare ragione, nel merito, ad Alemanno. Il quale aveva denunciato che la Protezione civile è ormai ridotta ad un ruolo meramente burocratico, da «passacarte». Apriti cielo! Ebbene, ieri Gabrielli ha spiegato alla Commissione che ha dovuto difendere l'onore dell'istituzione e dei suoi meteorologi, ma nel merito ha detto la stessa identica cosa: «Il 26 febbraio del 2011, la legge n. 10 ha reso di fatto, oggi, non operativa la Protezione Civile». Una sentenza senz'appello: oggi la Protezione civile non è operativa. E ha fornito un esempio «delle tante perversioni di questa legge»: «I governatori delle regioni interessate (Emilia Romagna, Abruzzo, Lazio, Molise, Marche) non hanno chiesto lo stato d'emergenza, non perché è Gabrielli che li consiglia di non farlo perché non si vuole prendere l'onere della gestione, ma perché sanno perfettamente che la richiesta dello stato d'emergenza equivarrebbe all'innalzamento delle accise regionali sulla benzina».
Gabrielli si è detto quindi «preoccupato che questa istituzione sia rimessa nella condizione di operare», perché «oggi questa operatività non c'è». Non è la prima volta che lancia l'allarme, è dal febbraio scorso, con il precedente governo, che segnala le criticità della nuova legislazione, che si sono puntualmente verificate.
Altrettanto allarmanti le preoccupazioni espresse riguardo le operazioni di recupero del carburante e del relitto della nave Costa Concordia naufragata sulle coste dell'Isola del Giglio: «La capacità di intervento della Protezione civile - ammette Gabrielli - sono di pura astrazione. Mi sto augurando che Costa non fallisca, perché qualora avesse questa malaugurata vicenda, avremmo qualche problema. Dovrei fare le gare comunitarie, dovrei avere il concerto del Ministero dell'Economia per avere la disponibilità di somme che sono nell'ordine di centinaia di milioni, dovrei avere il visto preventivo della Corte dei Conti, i Tar che fanno le varie cose, quindi auguriamoci tutti che la procedura privata posta in essere, al meglio dell'interlocuzione possibile, si consolidi e si concluda». Ecco la vera privatizzazione della Protezione civile: auguriamoci che i privati ce la facciano.
Il sindaco di Roma ci ha messo senz'altro del suo nell'offrirsi come capro espiatorio di una gestione dell'emergenza a dir poco fallimentare a tutti i livelli, dei gestori – tutti pubblici – delle reti, degli enti locali e delle regioni, del governo e della Protezione civile. In molti però, politici e giornalisti, l'hanno usato come «parafulmine» ben sapendo di coprire in questo modo responsabilità ben più vaste e gravi, con la cassa di risonanza gentilmente offerta dalle varie twitt-star e dal gregge dei social network.
Onestà intellettuale vorrebbe di ammettere che, forse non nei modi, ma nel merito Alemanno aveva ragione a porre la questione della Protezione civile. Svuotata di qualsiasi operatività solo per fare un dispetto a Bertolaso e Berlusconi, che oggi tra l'altro non sono nemmeno più al comando. Bastava ridurre il campo di intervento in modo da escludere i cosiddetti "grandi eventi", e invece l'effetto della guerra senza quartiere che si è scatenata, da fuori ma anche all'interno della stessa compagine governativa di centrodestra, contro Bertolaso, è aver ridotto la Protezione civile a «passacarte».
Monday, February 06, 2012
Non sparate su Alemanno (stavolta)
Anche su Notapolitica
I romani hanno molti validi motivi per cui dolersi dell'amministrazione Alemanno: dall'inefficienza degli uffici allo scandalo assunzioni all'Atac, per non parlare degli infortuni comunicativi. Ma soprattutto per la tendenza del sindaco ad apparire sui temi e nei dibattiti politici nazionali piuttosto che concentrato sui problemi della città. In generale, della sua gestione si può dire quanto si poteva dire di quelle Rutelli e Veltroni: l'ansia di vivere il Campidoglio come trampolino di lancio per la politica nazionale. Il fallimento più clamoroso di Alemanno, come dei suoi predecessori, sta nei pesanti disservizi causati da un evento che, al contrario della neve, nella capitale si presenta puntuale all'appello ogni anno: le prime forti piogge autunnali. Nel caso delle nevicate di venerdì e sabato, invece, Alemanno è stato oggetto di una valanga di biasimo e accuse davvero sproporzionata rispetto ai disagi, molto più pericolosi per la vita stessa dei cittadini, che si stanno verificando altrove nel Paese, al di là del grande raccordo anulare e in altre Regioni del centro.
Lasciando da parte Roma, dove stando alla vulgata il sindaco avrebbe rifiutato l'aiuto della Protezione civile, non saprei dire di chi sia la responsabilità, ma le decine di comuni e frazioni rimasti isolati, le decine di migliaia di utenze senza elettricità, gli automobilisti bloccati nelle autostrade e i passeggeri sui treni, non hanno certo ricevuto soccorsi e assistenza rapidi ed efficienti. Al contrario, dalle immagini dei telegiornali si ha la netta sensazione del totale abbandono. Non mi sento quindi di crocifiggere Alemanno più dell'Anas, dell'Enel, di Trenitalia e della stessa Protezione civile, né più di altre amministrazioni (in provincia e nel Lazio la situazione è anche peggiore, ma critiche a Zingaretti e Polverini non pervenute). E il governo dei tecnici? Nonostante un'emergenza di carattere evidentemente nazionale, è rimasto al calduccio, se si esclude un generico commento di Monti sulla necessità di una maggiore «prevenzione» e un appello del ministro degli interni a «non uscire» di casa, entrambi a cose fatte, nel tardo pomeriggio di sabato.
L'impressione, insomma, è che si sia concentrata su Roma l'attenzione mediatica, anche perché era più comodo per tutti i media verificare la situazione, ma è stata la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale) a metterci in ginocchio – rilanciando il tema dell'efficienza dei gestori, per lo più pubblici – mentre persino la Protezione civile, in passato modello di efficienza, questa volta sembra aver fatto cilecca.
L'impreparazione di Roma alla neve, nonostante le previsioni indicassero l'alta probabilità di un evento straordinario, è in larga misura fisiologica per una città mediterranea dove così tanta se ne vede ogni trent'anni (ma forse nemmeno nell'85 il fenomeno fu di tali proporzioni). C'è da chiedersi innanzitutto se a Roma convenga, sia ragionevole in termini di costi/benefici, essere preparata come Torino e Milano per un paio di giorni di mobilità ridotta (e di passeggiate in centro a scattare foto) ogni trent'anni. Che cosa, concretamente, si può rimproverare al sindaco? Sicuramente si poteva far meglio nella mobilità di superficie. Ma ammesso che gli autobus fossero dotati tutti di gomme invernali, quanti autisti sarebbero in grado di raggiungere il posto di lavoro con i treni regionali bloccati, il raccordo bloccato (che si blocca tutto l'anno anche per un tamponamento) e non dotati a loro volta di gomme e catene sui mezzi propri? Sarebbero state comunque troppo poche le linee attive. E altrettanto si potrebbe dire degli altri servizi pubblici. Ciò per dire che l'impreparazione del Comune alla neve è l'impreparazione dei romani stessi, in pochi sufficientemente equipaggiati e abituati a guidare in simili condizioni.
Roma è una città enorme, forse gli altri italiani non si rendono conto della sua estensione territoriale. Il Municipio XII, per capirci quello dell'Eur, è un territorio vasto quasi quanto Milano, ed è solo la zona più a sud della capitale. Con una tale estensione non si possono certo pretendere spalatori e salatori capillari, spetta ad ogni condominio e/o esercizio commerciale pulire il tratto di propria competenza. Inoltre, meteorologicamente parlando le città a Roma sono almeno 3/4. Per esperienza diretta a Roma sud e in centro già sabato a pranzo si poteva circolare tranquillamente nelle vie principali, senza alcun bisogno di catene o gomme invernali, e molti dei rami abbattuti sotto il peso della neve si erano staccati da alberi regolarmente potati. Molto diversa la situazione nella periferia nord ed est della città, e nell'interland, spesso collinare, dove sono caduti ben più di 35 centimetri di neve. Il blocco dei treni regionali, essenziali per la mobilità dei pendolari che giungono nella capitale dai comuni limitrofi, ma anche dei romani stessi, e il blocco del raccordo anulare e delle vie consolari hanno mandato in tilt la città, ma in questi casi le responsabilità maggiori sono di Ferrovie e Anas, cui spettano sia la manutenzione che i soccorsi.
Non mi stupirei se gli accanimenti politici e mediatici di queste settimane contro Formigoni e Alemanno (il quale è stato pure vittima di un deplorevole furto di identità su twitter) fossero condizionati dalla volontà di alcuni di frenare le loro chance di succedere a Berlusconi nella leadership del centrodestra.
I romani hanno molti validi motivi per cui dolersi dell'amministrazione Alemanno: dall'inefficienza degli uffici allo scandalo assunzioni all'Atac, per non parlare degli infortuni comunicativi. Ma soprattutto per la tendenza del sindaco ad apparire sui temi e nei dibattiti politici nazionali piuttosto che concentrato sui problemi della città. In generale, della sua gestione si può dire quanto si poteva dire di quelle Rutelli e Veltroni: l'ansia di vivere il Campidoglio come trampolino di lancio per la politica nazionale. Il fallimento più clamoroso di Alemanno, come dei suoi predecessori, sta nei pesanti disservizi causati da un evento che, al contrario della neve, nella capitale si presenta puntuale all'appello ogni anno: le prime forti piogge autunnali. Nel caso delle nevicate di venerdì e sabato, invece, Alemanno è stato oggetto di una valanga di biasimo e accuse davvero sproporzionata rispetto ai disagi, molto più pericolosi per la vita stessa dei cittadini, che si stanno verificando altrove nel Paese, al di là del grande raccordo anulare e in altre Regioni del centro.
Lasciando da parte Roma, dove stando alla vulgata il sindaco avrebbe rifiutato l'aiuto della Protezione civile, non saprei dire di chi sia la responsabilità, ma le decine di comuni e frazioni rimasti isolati, le decine di migliaia di utenze senza elettricità, gli automobilisti bloccati nelle autostrade e i passeggeri sui treni, non hanno certo ricevuto soccorsi e assistenza rapidi ed efficienti. Al contrario, dalle immagini dei telegiornali si ha la netta sensazione del totale abbandono. Non mi sento quindi di crocifiggere Alemanno più dell'Anas, dell'Enel, di Trenitalia e della stessa Protezione civile, né più di altre amministrazioni (in provincia e nel Lazio la situazione è anche peggiore, ma critiche a Zingaretti e Polverini non pervenute). E il governo dei tecnici? Nonostante un'emergenza di carattere evidentemente nazionale, è rimasto al calduccio, se si esclude un generico commento di Monti sulla necessità di una maggiore «prevenzione» e un appello del ministro degli interni a «non uscire» di casa, entrambi a cose fatte, nel tardo pomeriggio di sabato.
L'impressione, insomma, è che si sia concentrata su Roma l'attenzione mediatica, anche perché era più comodo per tutti i media verificare la situazione, ma è stata la debàcle complessiva delle reti (elettrica, ferroviaria e autostradale) a metterci in ginocchio – rilanciando il tema dell'efficienza dei gestori, per lo più pubblici – mentre persino la Protezione civile, in passato modello di efficienza, questa volta sembra aver fatto cilecca.
L'impreparazione di Roma alla neve, nonostante le previsioni indicassero l'alta probabilità di un evento straordinario, è in larga misura fisiologica per una città mediterranea dove così tanta se ne vede ogni trent'anni (ma forse nemmeno nell'85 il fenomeno fu di tali proporzioni). C'è da chiedersi innanzitutto se a Roma convenga, sia ragionevole in termini di costi/benefici, essere preparata come Torino e Milano per un paio di giorni di mobilità ridotta (e di passeggiate in centro a scattare foto) ogni trent'anni. Che cosa, concretamente, si può rimproverare al sindaco? Sicuramente si poteva far meglio nella mobilità di superficie. Ma ammesso che gli autobus fossero dotati tutti di gomme invernali, quanti autisti sarebbero in grado di raggiungere il posto di lavoro con i treni regionali bloccati, il raccordo bloccato (che si blocca tutto l'anno anche per un tamponamento) e non dotati a loro volta di gomme e catene sui mezzi propri? Sarebbero state comunque troppo poche le linee attive. E altrettanto si potrebbe dire degli altri servizi pubblici. Ciò per dire che l'impreparazione del Comune alla neve è l'impreparazione dei romani stessi, in pochi sufficientemente equipaggiati e abituati a guidare in simili condizioni.
Roma è una città enorme, forse gli altri italiani non si rendono conto della sua estensione territoriale. Il Municipio XII, per capirci quello dell'Eur, è un territorio vasto quasi quanto Milano, ed è solo la zona più a sud della capitale. Con una tale estensione non si possono certo pretendere spalatori e salatori capillari, spetta ad ogni condominio e/o esercizio commerciale pulire il tratto di propria competenza. Inoltre, meteorologicamente parlando le città a Roma sono almeno 3/4. Per esperienza diretta a Roma sud e in centro già sabato a pranzo si poteva circolare tranquillamente nelle vie principali, senza alcun bisogno di catene o gomme invernali, e molti dei rami abbattuti sotto il peso della neve si erano staccati da alberi regolarmente potati. Molto diversa la situazione nella periferia nord ed est della città, e nell'interland, spesso collinare, dove sono caduti ben più di 35 centimetri di neve. Il blocco dei treni regionali, essenziali per la mobilità dei pendolari che giungono nella capitale dai comuni limitrofi, ma anche dei romani stessi, e il blocco del raccordo anulare e delle vie consolari hanno mandato in tilt la città, ma in questi casi le responsabilità maggiori sono di Ferrovie e Anas, cui spettano sia la manutenzione che i soccorsi.
Non mi stupirei se gli accanimenti politici e mediatici di queste settimane contro Formigoni e Alemanno (il quale è stato pure vittima di un deplorevole furto di identità su twitter) fossero condizionati dalla volontà di alcuni di frenare le loro chance di succedere a Berlusconi nella leadership del centrodestra.
Monday, January 23, 2012
Un 6- alle liberalizzazioni di Monti
Anche su Notapolitica
Ad una attenta lettura, al netto delle prime impressioni – influenzate positivamente dalla sua ampiezza e dal vantaggio comunicativo di cui ha goduto essendo licenziato nella serata di venerdì, per cui la copertura mediatica è stata fin da subito sapientemente orientata dalla conferenza stampa al termine del Cdm e dalle apparizioni di Monti in tv (8 e mezzo e In Mezz'ora) – il dl liberalizzazioni ottiene a stento la sufficienza (un 6-), cui arriva grazie allo scorporo della rete gas da Eni, mentre su tutto il resto è largamente insufficiente. Corposo sì, e un punto di merito è senz'altro l'essere stati capaci di toccare nello stesso provvedimento una pluralità di categorie, ma sulla sua reale incisività, e in molti settori persino sulla sua natura liberalizzatrice, permangono forti dubbi. Il voto complessivo però vira al negativo o al positivo in funzione dei parametri di giudizio cui ci si attiene. Due, in particolare, portano ad esiti antitetici ma egualmente fondati.
Si può fondatamente argomentare, come fanno Alesina e Giavazzi sul Corriere, che «il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall'introduzione dell'euro». E dunque, se questo è il metro di giudizio, l'operato dei precedenti governi, il dl non può che essere promosso a pieni voti. Troppo facile, obietterebbe qualcuno, fare meglio dei precedessori, le cui performance sono state così gravemente insufficienti. Se invece i metri di giudizio sono la gravità della situazione, il grado di cambiamento, di shock sistemico, di cui l'Italia ha bisogno, e il contesto politico (un governo senza il problema dei consensi e di scadenze elettorali, con il sostegno "politico" del capo dello Stato e della grande stampa, e i partiti alle corde) allora viriamo nell'area dell'insufficienza.
Il difetto principale è nell'impostazione della maggior parte degli interventi. L'intenzione è di promuovere la concorrenza, e attraverso di essa migliorare i servizi abbassandone i costi e aprire ai giovani, ma l'obiettivo viene perseguito a colpi di dirigismo molto più che di vere liberalizzazioni. Di stampo dirigista, per esempio, l'ampliamento "ope legis" delle piante organiche di farmacie e notai, nella presunzione che il numero ottimale di operatori sul mercato per favorire la concorrenza possa essere pianificato dal regolatore. Anche nella moltiplicazione delle authority e nella costituenda Autorità delle Reti, che alle competenze sull'energia e il gas somma quelle su acqua e trasporti, si tocca con mano l'attitudine alla regolazione e alla pianificazione in ogni settore dei servizi. E' forte il rischio – soprattutto nell'accentramento di competenze così eterogenee – di una ulteriore burocratizzazione, di una sorta di ministero parallelo, o peggio ombra. Nelle intenzioni del governo l'obiettivo è chiaramente quello di spoliticizzare alcune questioni spinose demandandole alle authority, ma non è affatto automatico che non resteranno prigioniere di lobbies e partiti, semplicemente più lontano dai riflettori.
Se la concorrenza viene promossa – giustamente – a principio guida sia del dl che della comunicazione del premier, è invece assente una chiara scelta politica e culturale in favore della libertà e della deregulation. Sembra prevalere una logica di contrattazioni separate con i colossi pubblici e le singole lobbies, che porta a risultati difformi da settore a settore e ad uno sforzo piuttosto di ri-regulation (che speriamo non si traduca in over-regulation). Non si rinuncia, insomma, al principio che debba essere lo Stato a programmare l'offerta, anche se da parte di privati, di un certo bene o servizio; e a programmare anche il "quantum" di concorrenza in ciascun settore.
Ad una attenta lettura, al netto delle prime impressioni – influenzate positivamente dalla sua ampiezza e dal vantaggio comunicativo di cui ha goduto essendo licenziato nella serata di venerdì, per cui la copertura mediatica è stata fin da subito sapientemente orientata dalla conferenza stampa al termine del Cdm e dalle apparizioni di Monti in tv (8 e mezzo e In Mezz'ora) – il dl liberalizzazioni ottiene a stento la sufficienza (un 6-), cui arriva grazie allo scorporo della rete gas da Eni, mentre su tutto il resto è largamente insufficiente. Corposo sì, e un punto di merito è senz'altro l'essere stati capaci di toccare nello stesso provvedimento una pluralità di categorie, ma sulla sua reale incisività, e in molti settori persino sulla sua natura liberalizzatrice, permangono forti dubbi. Il voto complessivo però vira al negativo o al positivo in funzione dei parametri di giudizio cui ci si attiene. Due, in particolare, portano ad esiti antitetici ma egualmente fondati.
Si può fondatamente argomentare, come fanno Alesina e Giavazzi sul Corriere, che «il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall'introduzione dell'euro». E dunque, se questo è il metro di giudizio, l'operato dei precedenti governi, il dl non può che essere promosso a pieni voti. Troppo facile, obietterebbe qualcuno, fare meglio dei precedessori, le cui performance sono state così gravemente insufficienti. Se invece i metri di giudizio sono la gravità della situazione, il grado di cambiamento, di shock sistemico, di cui l'Italia ha bisogno, e il contesto politico (un governo senza il problema dei consensi e di scadenze elettorali, con il sostegno "politico" del capo dello Stato e della grande stampa, e i partiti alle corde) allora viriamo nell'area dell'insufficienza.
Il difetto principale è nell'impostazione della maggior parte degli interventi. L'intenzione è di promuovere la concorrenza, e attraverso di essa migliorare i servizi abbassandone i costi e aprire ai giovani, ma l'obiettivo viene perseguito a colpi di dirigismo molto più che di vere liberalizzazioni. Di stampo dirigista, per esempio, l'ampliamento "ope legis" delle piante organiche di farmacie e notai, nella presunzione che il numero ottimale di operatori sul mercato per favorire la concorrenza possa essere pianificato dal regolatore. Anche nella moltiplicazione delle authority e nella costituenda Autorità delle Reti, che alle competenze sull'energia e il gas somma quelle su acqua e trasporti, si tocca con mano l'attitudine alla regolazione e alla pianificazione in ogni settore dei servizi. E' forte il rischio – soprattutto nell'accentramento di competenze così eterogenee – di una ulteriore burocratizzazione, di una sorta di ministero parallelo, o peggio ombra. Nelle intenzioni del governo l'obiettivo è chiaramente quello di spoliticizzare alcune questioni spinose demandandole alle authority, ma non è affatto automatico che non resteranno prigioniere di lobbies e partiti, semplicemente più lontano dai riflettori.
Se la concorrenza viene promossa – giustamente – a principio guida sia del dl che della comunicazione del premier, è invece assente una chiara scelta politica e culturale in favore della libertà e della deregulation. Sembra prevalere una logica di contrattazioni separate con i colossi pubblici e le singole lobbies, che porta a risultati difformi da settore a settore e ad uno sforzo piuttosto di ri-regulation (che speriamo non si traduca in over-regulation). Non si rinuncia, insomma, al principio che debba essere lo Stato a programmare l'offerta, anche se da parte di privati, di un certo bene o servizio; e a programmare anche il "quantum" di concorrenza in ciascun settore.
La separazione di Snam rete gas
da Eni entro i prossimi sei mesi (anche se l'intero processo durerà
molto di più, quindi bisognerà vigilare sulla
irreversibilità della scelta) è la portata principale,
probabilmente quella che nella sua recente visita a Londra il premier
Monti ha anticipato agli operatori della più importante piazza
finanziaria europea. Intorno un pulviscolo di snack più o meno
appetitosi, alcuni indigesti. Altri due colossi pubblici, Ferrovie e
Poste, non vengono sfiorati. Positiva la stretta sugli affidamenti in
house dei servizi pubblici locali (possibili fino ad un valore
economico di 200 mila euro anziché di 900 mila), ma pur sempre
nel solco del decreto Ronchi. Viene infatti lasciata aperta per gli
enti locali la possibilità di derogare al regime di gare ad
evidenza pubblica, previo parere dell'Antitrust, obbligatorio ma non
vincolante. Il rischio è l'aumento del contenzioso e la
riapertura di guerre ideologiche sul concetto di bene e servizio
pubblico. Si promuove inoltre la fusione tra società,
garantendo per cinque anni l'affidamento diretto, nella speranza che
si producano economie di scala, anche qui con la presunzione che sia
il regolatore e non il mercato a conoscere quale sia la dimensione
aziendale ottimale.
Insufficienti le norme sulle
professioni. C'è l'abolizione dei tariffari, c'è
l'obbligo di preventivo, che dovrebbero favorire il passaggio dagli
onorari a tempo ad altri schemi remunerativi, ma manca un vero e
proprio abbattimento delle barriere legali e non che intralciano
l'ingresso di nuovi attori nel mercato. Non c'è una
liberalizzazione del regime ordinistico, con il passaggio ad un
sistema di libere associazioni (con riconoscimento pubblico ma che
non operino in monopolio). La durata massima del tirocinio per
l'accesso alle professioni viene ridotta a 18 mesi e i primi sei
potranno essere svolti all'interno delle università, ma solo a
seguito di apposite convenzioni con gli ordini professionali. Si
pianifica il numero di notai che dovrebbe garantire un
sufficiente grado di concorrenza, ma non si riducono i casi in cui
sono obbligatorie le loro prestazioni, né viene messa in
discussione la loro esclusiva in funzioni che potrebbero essere
svolte anche da avvocati e commercialisti. Anche delle farmacie
si pretende di conoscere il numero ottimale, continuando quindi a
negare il diritto al farmacista abilitato di avviare liberamente un
suo esercizio. Liberalizzati turni e orari, ma la remunerazione del
farmacista resta proporzionale al prezzo del farmaco, il che non
sembra un incentivo a praticare sconti.
Patetici i dietrofront su farmaci di
fascia C e liberalizzazione dei saldi, mentre si rinvia il nodo dei
taxi. Sul numero e il rilascio delle licenze in ciascuna città
decide l'Autorità delle Reti, sentiti Comuni e tassisti. Si
prevede una maggiore flessibilità delle tariffe, fermi
restando i limiti massimi, e l'extraterritorialità, sebbene
con il consenso dei sindaci interessati, ma viene escluso il cumulo
delle licenze con l'intento dichiarato di impedire attività di
impresa. Di natura dirigista anche gli interventi su banche
(conto corrente base e commissioni sui prelievi bancomat fissate per
legge) e assicurazioni (non abolito il rapporto di esclusiva
degli agenti, che però per la Rc auto hanno l'obbligo di
presentare le proposte di due concorrenti). Cancellata la
liberalizzazione delle attività di prospezione e ricerca di
idrocarburi, nel decreto c'è un discreto sforzo per rendere
più efficiente la distribuzione dei caburanti: rimossi
i vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di
apertura, ma solo per gli impianti al di fuori dei centri abitati;
liberalizzata la vendita di prodotti non oil; superamento dei vincoli
di esclusiva, solo per le pompe di proprietà del gestore.
Manca la madre di tutte le
liberalizzazioni, quella del mercato del lavoro. Qui la scelta
del governo è stata fin dall'inizio quella di stralciarla, per
poterla trattare separatamente con i sindacati e associarla ad una
riforma degli ammortizzatori sociali. Il rischio – avvalorato dalle
voci secondo cui il tema dell'art. 18 sarebbe ormai fuori agenda e lo
schema Boeri-Garibaldi, tradotto in proposta di legge da Paolo
Nerozzi, senatore Pd ex Cgil, quello destinato a prevalere – è
che l'esito della concertazione porti ad una restaurazione di
rigidità piuttosto che ad una maggiore flessibilità.
Dal punto di vista strettamente
politico, se il punto di partenza del pacchetto liberalizzazioni non
è particolarmente ambizioso, possiamo immaginarci cosa accadrà
nei due mesi che ancora ci separano dalla conversione in legge del
dl. Due mesi di negoziazioni selvagge in Parlamento con le varie
lobbies, con l'alto rischio di ulteriori compromessi al ribasso.
Inquieta anche una certa tendenza all'autocompiacimento e
all'esagerazione del governo dei tecnici, che credevamo peculiarità
di quelli politici. In particolare, che queste misure possano far
crescere il Pil dell'11% nell'arco dei prossimi anni è una
grossa sparata propagandistica che non sarebbe stata perdonata a un
governo politico, e il segnale che anche per i tecnici l'arte di
vendere supera la qualità del prodotto venduto. Quell'11% è
il risultato di studi autorevoli, che ipotizzavano però
riforme di tutt'altra portata. Come ha sottolineato Alberto Mingardi,
dell'Istituto Bruno Leoni, il principale pericolo adesso è che
il capitolo liberalizzazioni possa ritenersi chiuso, tornare nel
cassetto e restarci a lungo, mentre l'inefficacia delle misure prese
rispetto alle aspettative suscitate non farà altro che
alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti del
mercato e della concorrenza.
Wednesday, January 11, 2012
Una tattica pericolosa
Anche su Notapolitica
Con il passare delle settimane, e alla luce dell'incontro di oggi con la cancelliera Merkel, si rafforza il sospetto che quella di Monti non sia (o per lo meno non lo sia ancora) una strategia, bensì una tattica. E che la sua tattica consista nel dare dei contentini ai tedeschi - eliminati due dei privilegi, i più odiosi ai loro occhi, di cui godevano gli italiani, ovvero le pensioni d'anzianità e la detassazione della prima casa - per poi presentarsi a Berlino e sperare che il compitino fatto e la sua autorevolezza personale lo aiutino a strappare alla Merkel un ammorbidimento della linea rigorista e un rafforzamento del fondo salva-Stati, e magari una qualche forma di condivisione del debito (come gli eurobond), il che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tassi d'interesse sui nostri titoli di Stato.
Se è un modo per farci rifiatare, per comprare il tempo necessario a realizzare le riforme di struttura, dello Stato e dell'economia italiana, allora si tratta di una tattica pericolosa ma che può tradursi in una strategia vincente nel medio periodo. Se invece è un modo per evitare di metter mano davvero al sistema-Italia, sperando che con il tempo gli squilibri vengano assorbiti nel calderone europeo, allora stiamo irresponsabilmente scherzando con il fuoco e il rischio - ammesso e non concesso di convincere i tedeschi, ma soprattutto i mercati, e di evitare la fine della Grecia - è che fra un paio d'anni l'euro, se ci sarà ancora, somigli più alla lira che al marco.
Da una parte Monti mostra di condividere l'approccio tedesco, quando afferma che «non c'è nessuna crisi dell'euro» e che «in molti Stati dell'Eurozona c'è una crisi finanziaria legata al loro indebitamento»; dall'altra, sembra svicolare quando si raccomanda alla Merkel (l'Italia è appena all'inizio del suo cammino di riforma ma già pretende che tocchi agli «altri») e ai mercati, ai quali chiede di riconoscere gli sforzi italiani e quindi di concedere una riduzione dei tassi, oggi a livelli che a suo avviso «non sono più giustificati», come rivendicherebbe chiunque nella sua posizione.
Insomma, non vorremmo che in Monti e nel suo governo prevalesse l'idea impudente che una spremuta di tasse e qualche riforma pro-mercato, più cosmetica che sostanziale, possano bastare per ottenere in cambio tassi inferiori sul debito. E ci auguriamo che quando osserva che il tema della crescita «sale, come è giusto che salga, nell'agenda europea», non abbia in mente un'Europa dispensatrice di stimoli fiscali al posto degli Stati membri, dal momento che questi sono ormai impossibilitati a tentare singolarmente la via della crescita attraverso la spesa.
Dopo una manovra quasi interamente di tasse, il decreto sulle liberalizzazioni, che Monti annuncia «molto ampio», sarà la cartina di tornasole della volontà e del coraggio riformatore del governo dei tecnici. Ci dirà se quella italiana è l'ennesima tattica spregiudicata o se dietro c'è una vera strategia di cambiamento. Come sottolinea Antonio Polito nel suo editoriale di oggi, sul Corriere della Sera, «prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei "piccoli" e dei "privati", bisogna rimuovere la trave in quello dei "grandi" e dei "pubblici". Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare». Non è un problema di simpatia. Tutt'altro. Esercizi commerciali, farmacie, edicole, benzinai, tassisti: sono tutte categorie che bisogna - per equità ed efficienza - aprire al mercato, senza perdere ulteriore tempo. Ma onestamente quanta spinta alla crescita possiamo aspettarci dai farmaci di fascia C in vendita nei supermercati Coop e dai giornali alle pompe di benzina? Briciole.
Diciamo che valgono come antipasto, ma per soddisfare la fame di crescita del nostro Paese ci vuole l'arrosto. E l'arrosto si cucina liberalizzando il mercato del lavoro, le professioni, i servizi pubblici locali e le reti. Energia, trasporti, banche, assicurazioni, poste sono i settori dalla cui apertura al mercato si può sperare un contributo significativo alla crescita. E se si vuole rilanciare la crescita senza toccare la leva fiscale, affidandosi unicamente alle liberalizzazioni, bisogna che almeno siano di grande impatto, non un'operazione di mera cosmesi. Ascoltare dal sottosegretario Catricalà che la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas «non è una priorità», vedere il progetto Nerozzi farsi strada a scapito di quello Ichino e assistere al mutismo del governo in tema di privatizzazioni e municipalizzate non lascia ben sperare.
Con il passare delle settimane, e alla luce dell'incontro di oggi con la cancelliera Merkel, si rafforza il sospetto che quella di Monti non sia (o per lo meno non lo sia ancora) una strategia, bensì una tattica. E che la sua tattica consista nel dare dei contentini ai tedeschi - eliminati due dei privilegi, i più odiosi ai loro occhi, di cui godevano gli italiani, ovvero le pensioni d'anzianità e la detassazione della prima casa - per poi presentarsi a Berlino e sperare che il compitino fatto e la sua autorevolezza personale lo aiutino a strappare alla Merkel un ammorbidimento della linea rigorista e un rafforzamento del fondo salva-Stati, e magari una qualche forma di condivisione del debito (come gli eurobond), il che dovrebbe tradursi in una riduzione dei tassi d'interesse sui nostri titoli di Stato.
Se è un modo per farci rifiatare, per comprare il tempo necessario a realizzare le riforme di struttura, dello Stato e dell'economia italiana, allora si tratta di una tattica pericolosa ma che può tradursi in una strategia vincente nel medio periodo. Se invece è un modo per evitare di metter mano davvero al sistema-Italia, sperando che con il tempo gli squilibri vengano assorbiti nel calderone europeo, allora stiamo irresponsabilmente scherzando con il fuoco e il rischio - ammesso e non concesso di convincere i tedeschi, ma soprattutto i mercati, e di evitare la fine della Grecia - è che fra un paio d'anni l'euro, se ci sarà ancora, somigli più alla lira che al marco.
Da una parte Monti mostra di condividere l'approccio tedesco, quando afferma che «non c'è nessuna crisi dell'euro» e che «in molti Stati dell'Eurozona c'è una crisi finanziaria legata al loro indebitamento»; dall'altra, sembra svicolare quando si raccomanda alla Merkel (l'Italia è appena all'inizio del suo cammino di riforma ma già pretende che tocchi agli «altri») e ai mercati, ai quali chiede di riconoscere gli sforzi italiani e quindi di concedere una riduzione dei tassi, oggi a livelli che a suo avviso «non sono più giustificati», come rivendicherebbe chiunque nella sua posizione.
Insomma, non vorremmo che in Monti e nel suo governo prevalesse l'idea impudente che una spremuta di tasse e qualche riforma pro-mercato, più cosmetica che sostanziale, possano bastare per ottenere in cambio tassi inferiori sul debito. E ci auguriamo che quando osserva che il tema della crescita «sale, come è giusto che salga, nell'agenda europea», non abbia in mente un'Europa dispensatrice di stimoli fiscali al posto degli Stati membri, dal momento che questi sono ormai impossibilitati a tentare singolarmente la via della crescita attraverso la spesa.
Dopo una manovra quasi interamente di tasse, il decreto sulle liberalizzazioni, che Monti annuncia «molto ampio», sarà la cartina di tornasole della volontà e del coraggio riformatore del governo dei tecnici. Ci dirà se quella italiana è l'ennesima tattica spregiudicata o se dietro c'è una vera strategia di cambiamento. Come sottolinea Antonio Polito nel suo editoriale di oggi, sul Corriere della Sera, «prima di cercare la pagliuzza nell'occhio dei "piccoli" e dei "privati", bisogna rimuovere la trave in quello dei "grandi" e dei "pubblici". Sono infatti i mercati in cui il soggetto dominante è pubblico quelli dove c'è più grasso da raschiare». Non è un problema di simpatia. Tutt'altro. Esercizi commerciali, farmacie, edicole, benzinai, tassisti: sono tutte categorie che bisogna - per equità ed efficienza - aprire al mercato, senza perdere ulteriore tempo. Ma onestamente quanta spinta alla crescita possiamo aspettarci dai farmaci di fascia C in vendita nei supermercati Coop e dai giornali alle pompe di benzina? Briciole.
Diciamo che valgono come antipasto, ma per soddisfare la fame di crescita del nostro Paese ci vuole l'arrosto. E l'arrosto si cucina liberalizzando il mercato del lavoro, le professioni, i servizi pubblici locali e le reti. Energia, trasporti, banche, assicurazioni, poste sono i settori dalla cui apertura al mercato si può sperare un contributo significativo alla crescita. E se si vuole rilanciare la crescita senza toccare la leva fiscale, affidandosi unicamente alle liberalizzazioni, bisogna che almeno siano di grande impatto, non un'operazione di mera cosmesi. Ascoltare dal sottosegretario Catricalà che la separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas «non è una priorità», vedere il progetto Nerozzi farsi strada a scapito di quello Ichino e assistere al mutismo del governo in tema di privatizzazioni e municipalizzate non lascia ben sperare.
Wednesday, November 30, 2011
Bisogna farsene una ragione
Tutti - ad iniziare dai nostri politici e sindacalisti - dovrebbero fare lo sforzo di leggersi il rapporto sull'Italia del commissario Rehn. Oltre ad essere obiettivo ed esaustivo, non è affatto punitivo (anzi, riconosce punti di forza e sforzi compiuti) e quelle che suggerisce sono misure precise, concrete, ma nient'affatto proibitive. Non ci chiede la luna, insomma, piuttosto correttivi minimi alle distorsioni più clamorose del nostro sistema, che invece a mio modesto avviso andrebbe rottamato. E' la naturale evoluzione del confronto programmatico con le autorità europee iniziato con la famosa lettera della Bce e proseguito con la lettera di intenti del governo Berlusconi al Consiglio europeo.
Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.
Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.
Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.
Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.
Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».
Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.
Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.
Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.
Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.
Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.
Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».
Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.
Tuesday, August 30, 2011
Manovra 2.0
Un «passo avanti». Per il Pdl, non per il PaeseTutto secondo previsioni. E' stato un agosto thriller, con il governo costretto a varare una seconda pesante manovra in pieno Ferragosto, dopo quella di luglio, per anticipare al 2013 il tentativo di pareggio di bilancio (mossa che su questo blog avevo definito prima opportuna, fin dalla presentazione della prima manovra, poi necessaria, vista la bocciatura dei mercati e la drammatica crisi in cui si stavano avvitando i nostri titoli di Stato). Presi dal panico, ci sono arrivati il 13 agosto, ottenendo così l'ossigeno della Bce. Attaccati ad una maschera ad ossigeno è l'immagine più appropriata per descrivere la situazione dei nostri titoli di Stato. Sbaglieremmo, infatti, a sentirci fuori pericolo.
E' innegabile che dal vertice di ieri ad Arcore la manovra ferragostana sia uscita migliorata, lievemente ma in modo quasi insperabile alla vigilia. Cancellate le due nuove aliquote Irpef (altro che «contributo di solidarietà»!); esclusa la sciagurata ipotesi di un aumento dell'Iva; l'abolizione delle Province - tutte - così come il dimezzamento del numero dei parlamentari inseriti in un ddl costituzionale. Insomma, tolte le parti più scabrose, le misure attraverso le quali in modo solo più vistoso delle altre avrebbero messo le mani nelle nostre tasche, è troppo poco per farci mutare il giudizio complessivo sulle due manovre, che come ha evidenziato il Sole sono basate per il 70% su nuove entrate («nell'ipotesi più ottimistica», secondo la Corte dei Conti, la pressione fiscale sfonderà quota 44% nel 2014: un livello mai raggiunto prima), mentre rinviano alle "calende greche" l'innalzamento dell'età pensionabile (settore in cui una vera riforma potrebbe valere decine di miliardi), agiscono troppo timidamente sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (le norme si prestano a troppe interpretazioni) e mantengono ingessati i mercati delle professioni e dei servizi privati. Bene che si taglino molte poltrone e buona, se verrà confermata, la parte sul lavoro, con il rafforzamento della contrattazione aziendale, che potrà derogare dai contratti nazionali persino su parti dello Statuto dei lavoratori come l'articolo 18.
Dunque, niente aumento dell'Irpef, niente aumento dell'Iva, accontentati i comuni, che subiranno molti meno tagli. Come sarà possibile tutto ciò a saldi invariati? Mancherebbero all'appello circa 4 miliardi e l'impressione è che Tremonti abbia fatto ricorso al jolly di un maggior recupero dall'evasione e dall'elusione fiscale - il che significa che dobbiamo aspettarci nuovi odiosi strumenti di polizia tributaria, dopo che è già stato oltrepassato il "Piave" dell'inversione dell'onere della prova negli accertamenti - e che intenda puntare sulla delega assistenziale e fiscale per tirar fuori i quattrini che servono (con la spada di Damocle di 20 miliardi di minori agevolazioni Irpef). Insomma, le nostre tasche non sono affatto al riparo.
L'unica nota positiva - almeno per militanti e simpatizzanti - è politica: il Pdl ha reagito, non è rimasto alle corde come un pugile suonato, ottenendo almeno di evitare i provvedimenti simbolicamente più sputtananti. Ma purtroppo la sensazione è che il danno sia ormai irreparabile. La politica economica che avrebbe dovuto farci passare indenni o quasi dalla crisi è fallita e non si può neppure dire che non siano state messe le mani nelle tasche degli italiani. Un esempio? L'aumento dell'aliquota Ires di 4 punti percentuali, al 10,5%, sul settore energetico, e gli aumenti già decisi a luglio su banche e assicurazioni, chi credete che li pagherà? E con lo sblocco delle addizionali a chi credete che chiederanno i soldi comuni e regioni, giustificandosi con i tagli subiti? Per non parlare della patrimoniale sui conti titoli introdotta dalla prima manovra. Ed è ben lungi dall'essere una nota di merito l'accingersi solo ora, solo dopo 3 anni e mezzo di legislatura e solo perché ci si è trovati letteralmente con il coltello alla gola, a realizzare due riforme - l'abolizione delle province e il dimezzamento dei parlamentari - scritte nel programma di governo.
Era e resta impensabile aspettarsi a questo punto una rivoluzione di filosofia economica da parte del governo. L'errore è stato commesso all'inizio, da chi teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme e da chi li ha lasciati fare. Dal punto di vista politico è già tanto che siano arrivate correzioni marginali ma simbolicamente importanti. Bene per il Pdl, appunto, non per il Paese.
Le due manovre infatti non invertono il paradigma italiano: in difficoltà, lo Stato preleva nuove entrate anziché incidere in profondità sulla dinamica della spesa pubblica adottando un approccio zero-budgeting. Se una manovra di rientro di tale portata ha di per sé un effetto depressivo sull'economia, anche se fosse di soli tagli alla spesa, le due varate in due mesi dal governo, proprio perché costituite quasi per i tre quarti da nuove entrate, che determinano una rilevante compressione dei redditi, rischiano di accentuare ancor di più gli effetti depressivi. Effetti che il governo non si è nemmeno preoccupato di tamponare con vigorose riforme pro-crescita, per esempio quella fiscale e un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni a tappe forzate. Non si tratta solo di una questione di principio, ma di efficacia: una manovra per lo più di nuove entrate, con riforme strutturali troppo timide, quando abbozzate, deprime l'economia più di una di tagli alla spesa e quindi rischia di fallire l'obiettivo del pareggio di bilancio nonostante lo sfoggio di "rigore".
Tuesday, June 14, 2011
In gioco l'identità del centrodestra
La mia personale impressione è che il voto referendario di domenica e lunedì sia stato molto più di merito sui quesiti di quanto i politici, di destra e di sinistra, tendano a credere. Contro il governo Berlusconi, certo, artefice di quelle leggi, ma non "antiberlusconiano", nel senso che stavolta si è votato per lo più nel merito delle questioni. Dai dati definitivi risulta che ha votato in massa l'intero bacino elettorale della sinistra, circa il 43-45% degli elettori, che forse mai come oggi negli ultimi due decenni s'era recato alle urne. I quesiti erano perfetti per colpire nel profondo l'immaginario di quel popolo. E certo, sullo sfondo c'era la spallata a Berlusconi, ma sbaglieremmo lettura se sottovalutassimo la forza d'attrazione di quei temi: l'ecologismo a prescindere dallo sviluppo; la rivincita del pubblico sul mercato; il giustizialismo. E così sappiamo una volta per tutte quali sono i comuni denominatori della sinistra: non dei partiti, ma degli elettori di sinistra in Italia. La "libertà", nell'accezione propria del liberalismo classico, è bandita dalla sinistra (dov'erano tutti questi elettori nel 2005 quando si votava per le libertà individuali e la laicità dello Stato?). E i pochi liberali che militano ancora a sinistra dovrebbero farsene una ragione.
Ma oltre a quel 43-45% hanno votato molti elettori meno politicizzati e più inclini al centrodestra. Ancor di più questi elettori hanno votato nel merito dei quesiti. In questo senso hanno ragione i vertici dei partiti di maggioranza a minimizzare e a rifiutare di sentirsi sconfitti. La sconfitta non sarà forse elettorale, sbaglierebbero però a sottovalutare un dato incontrovertibile: quegli elettori hanno votato insieme a tutto il popolo della sinistra. E se un ministro dell'Interno, i governatori del Veneto e del Lazio, il sindaco di Roma e chissà quanti altri amministratori locali, hanno votato con il popolo della sinistra, evidentemente qualcosa che non va c'è, e va ben oltre il malcontento dei propri elettori per l'operato del governo. Si tratta o no di qualcosa di ancor più preoccupante, e cioè di una sconfitta culturale, che rivela una crisi di identità politica, frutto di scelte di governo troppo a lungo rimandate? Se mancano per troppo tempo scelte caratterizzanti, quando arriva il momento di decidere nel merito non ci si riconosce più.
Ci si preoccupa della tenuta del governo, del Pdl, delle elezioni del 2013, ma in gioco c'è qualcosa di più serio: c'è una cultura di centrodestra in Italia che si possa distinguere nettamente da quella di sinistra? Che cosa ha lasciato in questi 17 anni il berlusconismo negli elettori di centrodestra, se una delle poche riforme utili e "liberali" fatte dal governo, quella sui servizi pubblici locali, viene così fragorosamente bocciata con il loro contributo determinante? Mi ricordo bene, quando venne approvato il decreto Ronchi, le critiche che andavano per la maggiore sia nel centrodestra che da parte del Pd e dell'Udc: si rimproveravano la sua timidezza nel privatizzare e in particolare le deroghe, un regalo alle amministrazioni locali leghiste.
Temendo il raggiungimento del quorum nel centrodestra hanno pensato di fare i vaghi, ma com'è evidente in queste ore, ciò non li ha risparmiati dall'apparire oggi come sconfitti. Eppure, probabilmente sarebbe bastato convincere almeno una parte, ma decisiva, di elettori di centrodestra che hanno contribuito al quorum, smascherando la disinformazione sui quesiti, quanto meno per far fallire la consultazione. L'astensione poteva essere l'indicazione di voto più efficace per difendere quelle leggi, ma non l'astensione dalla campagna referendaria (basti ricordare la campagna del mondo cattolico per l'astensione nel 2005: astensione dal voto, non dalla campagna).
Mi spiace, ma questa volta una lettura del voto imperniata sull'"antiberlusconismo" mi sembra riduttiva, irrispettosa nei confronti degli italiani che hanno votato e tutto sommato persino autoassolutoria per il centrodestra, quasi a voler scaricare sul capo tutte le colpe. Invece, qui è in gioco qualcosa che riguarda l'identità stessa della coalizione. Il centrodestra deve interrogarsi profondamente su che cosa vuol essere: perché altrove, ma soprattutto in Italia, o il centrodestra è sinonimo di "meno Stato" o, semplicemente, non è: non ha senso né futuro.
Lungi dal bersi le reciproche strumentalizzazioni dei politici, l'impressione è che gli italiani abbiano votato sul serio sui temi oggetto del referendum. Potremmo prendercela con la disinformazione e con la demagogia, e con la solita manina della Cassazione - avremmo ottimi motivi per farlo, siamo stati i primi e continueremo a denunciarle per quello che sono: truffe. Ma al netto delle truffe, occorre prendere atto - perché in democrazia occorre sforzarsi di mettersi nei panni degli elettori anche quando non si è d'accordo con essi - che in maggioranza gli italiani, anche molti che votano e voteranno centrodestra, restano culturalmente "di sinistra", nel senso che a sentir parlare di privato, mercato e profitti, mettono mano alla pistola. Tra i disprezzati politici e il mercato, scelgono i primi (anche se continueranno a lamentarsene), perché s'illudono che a questo mondo ci sia ancora qualcosa gratis. E non essere riuscito a mutare almeno un po' questa mentalità - anzi, essersi adeguato ad essa - è uno dei tanti fallimenti storici del centrodestra berlusconiano.
L'avversione al nucleare è così radicata nello stomaco degli italiani che non c'è dato di fatto o logica che tenga, ma sui servizi pubblici locali - inutile negarlo - ha prevalso un istinto statalista. Il risultato è un regalo alle 8.000 "caste" locali: salve le 24mila poltrone nei consigli di amministrazione (fonte Corte dei conti), la pacchia delle municipalizzate dove imbucare parenti e amici continuerà con il beneplacito dei cittadini (almeno finché non arriveranno le sanzioni Ue). E' stata sdegnosamente rigettata la remunerazione in bolletta dei capitali investiti, ma adesso o il servizio peggiorerà ancora, o vedremo comunque aumentare le tariffe (già salite del 10% quest'anno), l'Irap e l'addizionale Irpef, come ha fatto Vendola in Puglia. Ci rifiutiamo di remunerare in bolletta gli investimenti privati sul servizio idrico, ma nessuno si scandalizza se - come ricorda Nicola Porro su Il Giornale - per remunerare i privati (privati!) che investono in fotovoltaico ed eolico pagheremo 5 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. Già quest'anno le nostre bollette dell'elettricità sono aumentate del 3,9 per cento, di cui il 3 per cento per i sussidi (fonte Authority per l'Energia). Basta non saperlo. Se invece dell'acqua fosse stato il pane, avremmo avuto lo stesso risultato: volete voi abrogare la norma per cui il fornaio riceve sul prezzo della pagnotta una remunerazione del 10%? "Sìììììì". Sarebbe andata in modo molto diverso, invece, se il quesito posto fosse stato un altro: avete investito i vostri risparmi in Bot sul servizio idrico, volete voi che il vostro investimento sia remunerato? Per l'italiano medio il profitto altrui è sempre sterco del diavolo, il proprio un diritto inalienabile. La raccomandazione per i figli degli altri una indecorosa parentopoli, per il proprio figlio spazio al merito. Questi siamo e questi resteremo.
Sotto le varie ondate di indignazione per qualsiasi scandalo, dalle lottizzazioni nella sanità alle parentopoli nelle università, su questo blog sono stato sempre chiaro: bando agli sterili moralismi, la scelta, per tutti i servizi pubblici (istruzione, sanità, energia o acqua) è affidarsi allo Stato (quindi ai politici) o al mercato (nel quale possono benissimo operare anche società a controllo prevalentemente pubblico). Una terza via non c'è: se si sceglie lo Stato, bisogna accettare che responsabili dei servizi siano i politici e non lamentarsi troppo di lottizzazioni, parentopoli e clientelismi, che fanno parte del pacchetto. Né bisogna commettere l'errore di pensare che tutto sia gratis, perché o il servizio è scadente, o le tasse sono elevate e il debito pubblico galoppante. Più spesso entrambe le cose. Vorrà dire che mano alla pistola la metterò io quando sentirò il prossimo che se ne lamenta!
Ma oltre a quel 43-45% hanno votato molti elettori meno politicizzati e più inclini al centrodestra. Ancor di più questi elettori hanno votato nel merito dei quesiti. In questo senso hanno ragione i vertici dei partiti di maggioranza a minimizzare e a rifiutare di sentirsi sconfitti. La sconfitta non sarà forse elettorale, sbaglierebbero però a sottovalutare un dato incontrovertibile: quegli elettori hanno votato insieme a tutto il popolo della sinistra. E se un ministro dell'Interno, i governatori del Veneto e del Lazio, il sindaco di Roma e chissà quanti altri amministratori locali, hanno votato con il popolo della sinistra, evidentemente qualcosa che non va c'è, e va ben oltre il malcontento dei propri elettori per l'operato del governo. Si tratta o no di qualcosa di ancor più preoccupante, e cioè di una sconfitta culturale, che rivela una crisi di identità politica, frutto di scelte di governo troppo a lungo rimandate? Se mancano per troppo tempo scelte caratterizzanti, quando arriva il momento di decidere nel merito non ci si riconosce più.
Ci si preoccupa della tenuta del governo, del Pdl, delle elezioni del 2013, ma in gioco c'è qualcosa di più serio: c'è una cultura di centrodestra in Italia che si possa distinguere nettamente da quella di sinistra? Che cosa ha lasciato in questi 17 anni il berlusconismo negli elettori di centrodestra, se una delle poche riforme utili e "liberali" fatte dal governo, quella sui servizi pubblici locali, viene così fragorosamente bocciata con il loro contributo determinante? Mi ricordo bene, quando venne approvato il decreto Ronchi, le critiche che andavano per la maggiore sia nel centrodestra che da parte del Pd e dell'Udc: si rimproveravano la sua timidezza nel privatizzare e in particolare le deroghe, un regalo alle amministrazioni locali leghiste.
Temendo il raggiungimento del quorum nel centrodestra hanno pensato di fare i vaghi, ma com'è evidente in queste ore, ciò non li ha risparmiati dall'apparire oggi come sconfitti. Eppure, probabilmente sarebbe bastato convincere almeno una parte, ma decisiva, di elettori di centrodestra che hanno contribuito al quorum, smascherando la disinformazione sui quesiti, quanto meno per far fallire la consultazione. L'astensione poteva essere l'indicazione di voto più efficace per difendere quelle leggi, ma non l'astensione dalla campagna referendaria (basti ricordare la campagna del mondo cattolico per l'astensione nel 2005: astensione dal voto, non dalla campagna).
Mi spiace, ma questa volta una lettura del voto imperniata sull'"antiberlusconismo" mi sembra riduttiva, irrispettosa nei confronti degli italiani che hanno votato e tutto sommato persino autoassolutoria per il centrodestra, quasi a voler scaricare sul capo tutte le colpe. Invece, qui è in gioco qualcosa che riguarda l'identità stessa della coalizione. Il centrodestra deve interrogarsi profondamente su che cosa vuol essere: perché altrove, ma soprattutto in Italia, o il centrodestra è sinonimo di "meno Stato" o, semplicemente, non è: non ha senso né futuro.
Lungi dal bersi le reciproche strumentalizzazioni dei politici, l'impressione è che gli italiani abbiano votato sul serio sui temi oggetto del referendum. Potremmo prendercela con la disinformazione e con la demagogia, e con la solita manina della Cassazione - avremmo ottimi motivi per farlo, siamo stati i primi e continueremo a denunciarle per quello che sono: truffe. Ma al netto delle truffe, occorre prendere atto - perché in democrazia occorre sforzarsi di mettersi nei panni degli elettori anche quando non si è d'accordo con essi - che in maggioranza gli italiani, anche molti che votano e voteranno centrodestra, restano culturalmente "di sinistra", nel senso che a sentir parlare di privato, mercato e profitti, mettono mano alla pistola. Tra i disprezzati politici e il mercato, scelgono i primi (anche se continueranno a lamentarsene), perché s'illudono che a questo mondo ci sia ancora qualcosa gratis. E non essere riuscito a mutare almeno un po' questa mentalità - anzi, essersi adeguato ad essa - è uno dei tanti fallimenti storici del centrodestra berlusconiano.
L'avversione al nucleare è così radicata nello stomaco degli italiani che non c'è dato di fatto o logica che tenga, ma sui servizi pubblici locali - inutile negarlo - ha prevalso un istinto statalista. Il risultato è un regalo alle 8.000 "caste" locali: salve le 24mila poltrone nei consigli di amministrazione (fonte Corte dei conti), la pacchia delle municipalizzate dove imbucare parenti e amici continuerà con il beneplacito dei cittadini (almeno finché non arriveranno le sanzioni Ue). E' stata sdegnosamente rigettata la remunerazione in bolletta dei capitali investiti, ma adesso o il servizio peggiorerà ancora, o vedremo comunque aumentare le tariffe (già salite del 10% quest'anno), l'Irap e l'addizionale Irpef, come ha fatto Vendola in Puglia. Ci rifiutiamo di remunerare in bolletta gli investimenti privati sul servizio idrico, ma nessuno si scandalizza se - come ricorda Nicola Porro su Il Giornale - per remunerare i privati (privati!) che investono in fotovoltaico ed eolico pagheremo 5 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni. Già quest'anno le nostre bollette dell'elettricità sono aumentate del 3,9 per cento, di cui il 3 per cento per i sussidi (fonte Authority per l'Energia). Basta non saperlo. Se invece dell'acqua fosse stato il pane, avremmo avuto lo stesso risultato: volete voi abrogare la norma per cui il fornaio riceve sul prezzo della pagnotta una remunerazione del 10%? "Sìììììì". Sarebbe andata in modo molto diverso, invece, se il quesito posto fosse stato un altro: avete investito i vostri risparmi in Bot sul servizio idrico, volete voi che il vostro investimento sia remunerato? Per l'italiano medio il profitto altrui è sempre sterco del diavolo, il proprio un diritto inalienabile. La raccomandazione per i figli degli altri una indecorosa parentopoli, per il proprio figlio spazio al merito. Questi siamo e questi resteremo.
Sotto le varie ondate di indignazione per qualsiasi scandalo, dalle lottizzazioni nella sanità alle parentopoli nelle università, su questo blog sono stato sempre chiaro: bando agli sterili moralismi, la scelta, per tutti i servizi pubblici (istruzione, sanità, energia o acqua) è affidarsi allo Stato (quindi ai politici) o al mercato (nel quale possono benissimo operare anche società a controllo prevalentemente pubblico). Una terza via non c'è: se si sceglie lo Stato, bisogna accettare che responsabili dei servizi siano i politici e non lamentarsi troppo di lottizzazioni, parentopoli e clientelismi, che fanno parte del pacchetto. Né bisogna commettere l'errore di pensare che tutto sia gratis, perché o il servizio è scadente, o le tasse sono elevate e il debito pubblico galoppante. Più spesso entrambe le cose. Vorrà dire che mano alla pistola la metterò io quando sentirò il prossimo che se ne lamenta!
Friday, June 10, 2011
Come e perché difendersi dai referendum-truffa
(Nella foto: militanti di Greenpeace si arrampicano sul Colosseo per srotolare il loro striscione, ma nessuna voce stavolta si leverà per la tutela dei monumenti, scommettiamo?)
Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.
Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.
Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.
NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.
Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.
LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.
ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.
Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.
La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.
Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.
Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.
Se difendersi dal processo oltre che nel processo è un diritto dell'imputato, figuriamoci se non lo è difendersi dalla truffa piuttosto che nella truffa. Il meccanismo del quorum lo consente: di fatto con l'astensione, ostacolando il raggiungimento del quorum, si esprime contrarietà ai quesiti. E' già accaduto in passato. Ovvio che però, all'indomani del voto, all'astensione consapevole, "politica", non si possa sommare quel 30-40% di astensionismo fisiologico, per mero disinteresse. Non si potrebbe insomma parlare di una vera e propria bocciatura dei quesiti, la consultazione sarebbe semplicemente nulla.
Ma l'unico modo per difendersi, quando oltre agli avversari hai contro gli arbitri e i media, è far fallire questi referendum-truffa. Chi domenica e lunedì prossimi pensa di recarsi a votare "No", dovrà farlo consapevole che la partita è truccata e il risultato scritto: perché fare un simile favore ai bari? Chi si presterà, lo farà o per ingenuità, incurante di servire da utile idiota la causa dei "Sì"; o in malafede, perché magari avendo sempre sostenuto il nucleare o l'apertura al mercato dei servizi pubblici non può fare altrimenti, ma sotto sotto è poco interessato al merito dei quesiti quanto piuttosto al loro valore politico: la "spallata" al governo Berlusconi.
Ma perché referendum-truffa? Si tratta di una truffa sotto molteplici aspetti: sono una truffa i quesiti in sé; è stata truffaldina la campagna referendaria dei comitati per il "Sì", fiancheggiati dalla grande stampa e dai soliti talk show politici che li hanno supportati in un'incessante e incontenibile opera di mistificazione; è insopportabilmente truffaldina, infine, la strumentalizzazione dei referendum da parte del Pd. Fino a ieri anche Bersani riteneva auspicabile l'ingresso dei privati nei servizi pubblici locali e, anzi, criticava il decreto Ronchi perché troppo blando, attento a salvaguardare gli interessi delle giunte leghiste. Tra l'altro, nel 2005, quando si votò sulla fecondazione assistita, non ricordo una simile mobilitazione della sinistra che si dice progressista e laica. Perché? Eppure, anche allora era possibile dare una "spallata" a Berlusconi ad un solo anno dalle elezioni. Ma allora si trattava di fare un dispiacere al Vaticano e la sinistra codarda fece pocchissimo per aiutare i radicali.
NUCLEARE - Ma veniamo alle "prove" della truffa, che abbondano. Del quesito sul nucleare ho già scritto. Di fronte forse all'unico caso della storia del nostro Paese in cui per evitare un referendum il Parlamento ha accolto pienamente il quesito, abrogando per davvero tutte le norme di cui si chiedeva l'abrogazione, la Cassazione e la Consulta hanno deciso di far votare ugualmente, ma su norme diverse da quelle su cui erano state raccolte le firme. Semplicemente non c'era più alcun nucleare da abrogare. Sostenere, come fanno la Cassazione e la Consulta, che bisogna votare perché il ricorso al nucleare non è «espressamente escluso» in via definitiva, secula seculorum, non ha senso, perché allora si sarebbe dovuto votare dal 1987 in poi ogni 5 anni, preventivamente, nel timore che qualche governo lo reintroducesse.
Così facendo si è trasformato l'istituto referendario da abrogativo a consultivo, un voto sulle intenzioni del legislatore piuttosto che su una legge in vigore, al solo scopo di favorire il raggiungimento del quorum e, dunque, le condizioni per una nuova batosta elettorale al governo. Sull'assurdità della decisione della Cassazione, e la contraddittorietà dell'esito giuridico del voto (si abroga anche la norma che prevede di "non procedere" con il nucleare), si sono espressi anche autorevoli costituzionalisti come Augusto Barbera e Giovanni Guzzetta, entrambi ben distanti dall'area di governo.
LEGITTIMO IMPEDIMENTO - Una truffa anche il quesito sul legittimo impedimento, poco più che simbolico. Se prevarranno i sì, infatti, Berlusconi e i suoi ministri, così come qualsiasi altro imputato, potranno continuare a sollevare il legittimo impedimento a comparire in udienza. Una facoltà riconosciuta dalla legge a tutti gli imputati, e rafforzata per le alte cariche dello Stato dalla stessa Corte costituzionale, a prescindere dalle norme di cui si chiede l'abrogazione. La novità scabrosa che mirava ad introdurre la controversa legge approvata dal governo era di rendere automatico e continuativo nel tempo il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri, ma le norme che lo prevedevano sono state già cassate dalla Corte costituzionale. Dunque, a prescindere dall'esito del referendum, spetterà al giudice, a sua discrezione, riconoscere o meno di volta in volta all'imputato il legittimo impedimento. Com'è sempre stato anche prima dell'odiata legge "ad personam" così continuerà ad essere anche dopo il referendum.
ACQUA - Più complicato smascherare la truffa nei referendum sull'acqua (che in realtà riguardano tutti i servizi pubblici locali), perché non è nei quesiti, ma nella campagna. Se è in una certa misura comprensibile, ma pur sempre scorretto, che la mistificazione sia opera dei comitati per il "Sì", è invece inaccettabile e incivile che sia addirittura opera dei mezzi di informazione, cui si richiede non l'imparzialità, ma almeno correttezza e obiettività. Schierarsi va bene, ma truccare i dati no; presentare i quesiti in modo falso neanche; deridere chi sostiene il "No" men che meno. Ed è esattamente ciò che si avverte aprendo i giornali o assistendo ai soliti talk show televisivi, da Annozero a Ballarò.
Non c'è alcuna «privatizzazione» dell'acqua. Nella legge sottoposta a referendum si dice espressamente che resta un bene pubblico, così come le infrastrutture e le reti. Se l'acqua è di tutti, non è però che l'acqua arrivi da sola limpida e depurata nelle nostre case. Questo è un servizio che costa e che qualcuno deve gestire. E' falso che la legge in questione obblighi i comuni a dare in concessione ai privati questo servizio. La legge li obbliga, in ottemperanza alle leggi comunitarie, ad affidare il servizio «in via ordinaria» tramite una gara ad evidenza pubblica. Che può essere vinta sia da società interamente private, che da società a controllo pubblico, con una partecipazione mista pubblica e privata in cui però la quota del socio privato (scelto sempre tramite gara ad evidenza pubblica) non sia inferiore al 40%. Questo per garantire una gestione più attenta dei bilanci e investimenti adeguati, che realisticamente possono arrivare solo dal settore privato.
La legge però contempla delle eccezioni alla regola, per salvaguardare i casi virtuosi (molto pochi) di gestione interamente pubblica: in deroga alle modalità ordinarie, infatti, «a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale», l'affidamento può avvenire (senza gara pubblica) a favore di società a capitale interamente pubblico, "in house", come succede adesso nella stragrande maggioranza dei casi. Ma a certe condizioni: il comune deve dimostrare all'Antitrust che la società affidataria a) ha chiuso il bilancio in attivo; b) applica una tariffa inferiore alla media del settore; c) è in grado di reinvestire nel servizio almeno l'80% degli utili. Insomma, ammesso che sia davvero un caso di gestione virtuosa.
Fermo restando che attualmente il servizio è gestito per il 97% da operatori "in house", cioè da società partecipate interamente dai comuni, o a controllo prevalente pubblico - e quindi la responsabilità di disservizi, tariffe, inquinamenti, spreco d'acqua (47 litri su 100, calcola l'Istat) è al 97% responsabilità del pubblico - la legge non stabilisce affatto che debba passare ai privati. L'obbligo della gara è una garanzia irrinunciabile per i cittadini che sanno a quali condizioni il loro comune concede la gestione del servizio e, quindi, quali condizioni deve rispettare l'operatore.
Se vinceranno i "Sì", nel migliore dei casi - poiché quello di aprire i servizi pubblici locali al mercato, tramite gare ad evidenza pubblica, è ormai un orientamento imposto dall'Unione europea - bisognerà rifare una legge che prevederà più o meno le stesse cose per recepire le normative comunitarie, quindi perderemo del tempo prezioso; nel peggiore dei casi, si permetterà alla tanto odiata - solo a parole - "casta" di continuare a gestire le società di servizi "in house" per "sistemare" politici trombati, amici di amici e parenti, senza dover rendere conto di bilanci e disservizi, che continueranno a gravare sulla fiscalità generale. La truffa, in pratica, è proprio questa: chi domenica e lunedì andrà a votare "Sì" ai quesiti sull'acqua abboccando allo slogan "l'acqua è di tutti", probabilmente non si rende che di fatto consegnerà il "bene comune" alla "casta", che continuerà ad ingrassarsi a scapito delle nostre tasche.
Friday, December 03, 2010
Tony, ci manchi/10 - Come si fanno le vere riforme
Una delle lezioni più limpide che si ricava dalla lettura delle memorie di Tony Blair ("A Journey") risulta particolarmente preziosa per i governi che vogliano introdurre delle profonde riforme. Un aiuto molto concreto dall'esperienza maturata da chi delle riforme ha saputo fare il suo tratto politico distintivo. Innanzitutto, il metodo: bisogna essere consapevoli del fatto che senza toccare le strutture non si riusciranno mai ad elevare gli standard qualitativi di un servizio pubblico, quale che sia il settore:
«All'inizio abbiamo governato con un chiaro istinto radicale ma, essendo inesperti, non sapevamo bene dove avrebbe dovuto portarci quell'istinto in termini di specifiche decisioni politiche. In particolare, ritenevamo possibile separare le strutture dagli standard, ovvero, di poter mantenere i parametri del servizio pubblico e al contempo poter trasformare profondamente gli esiti generati da quel sistema. Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico... Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita...»Ecco, il guaio è che in Italia di solito non riusciamo ad arrivare alla quarta fase.
«Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».E una lezione particolarmente importante riguarda il sistema universitario, considerando che proprio in questi giorni in Italia ci accapigliamo sulla riforma Gelmini. Ecco l'esperienza di Blair in proposito:
«Giunsi alla conclusione che il futuro delle nazioni sviluppate come la nostra, che fanno molto affidamento sul capitale umano, dipendeva da un sistema di istruzione superiore palpitante, dinamico e di livello mondiale... Diedi un'occhiata alle prime cinquanta università del mondo e vidi che solo alcune erano nel Regno Unito e che quasi nessuna si trovava nell'Europa continentale. L'America stava vincendo la gara, seguita a breve distanza dalla Cina e dall'India. La situazione degli Stati Uniti era particolarmente significativa. Il loro predominio nei primi cinquanta posti - e anche nei primi cento - non era frutto del caso o delle dimensioni geografiche; era evidentemente e innegabilmente dovuto alle tasse. Le università avevano uno spirito più imprenditoriale; corteggiavano gli ex studenti e ricevevano enormi lasciti; il sistema delle borse di studio permetteva di aiutare gli studenti più poveri; la flessibilità finanziaria consentiva di attrarre i docenti migliori. Gli istituti disposti a pagare di più avevano lo staff più prestigioso. Punto e basta. Il nostro insaziabile desiderio di egualitarismo aveva penalizzato anche gli atenei nelle posizioni inferiori...».Cosa ha fatto, in concreto, Tony Blair? Importanti per l'istruzione in generale sono anche le specialist school, le academy e le trust schoool, oltre al sistema di valutazione degli insegnanti, ma uno degli interventi più controversi è quello sulle rette universitarie, un modo intelligente per aumentare i fondi a disposizione delle università legandoli però alle prospettive concrete di lavoro che sono capaci di offrire ai loro studenti:
«In sintesi, noi volevamo che invece di pagare anticipatamente 1.150 sterline l'anno durante la frequenza dei corsi, gli studenti versassero una tassa variabile fino a 3.000 sterline l'anno, da stabilirsi a discrezione dell'istituto e da rimborsare dopo la laurea in base alle condizioni economiche».
«Le riforme attuate avevano dimostrato inequivocabilmente che maggiore era l'autonomia di scuole e ospedali, maggiore era anche l'innovazione; e che più crescevano la concorrenza e la facoltà di scelta, più alta era la qualità dei risultati. Soprattutto nel caso del sistema sanitario nazionale, l'apertura agli investimenti del settore privato aveva ridotto i tempi di attesa e il denaro era usato sempre più spesso a favore del paziente».Tony Blair ("A Journey")
Friday, October 01, 2010
Tony, ci manchi/7 - Apertura contro chiusura
«Riesce naturale alle opposizioni di governo venire trascinate nel dissenso tout-court. E' il mercato a breve termine dei voti. Sono le posizioni in cui il partito si sente più a suo agio. E' l'atteggiamento che suscita gli applausi più fragorosi. Il problema è però che incatena l'opposizione a prese di posizione che, nel lungo termine, appaiono irresponsabili, miopi o semplicemente del tutto errate... Definire la propria posizione per contrasto con quella dell'altro non solo è infantile, ma del tutto scollegato dalla situazione in cui oggi si trova la politica... Il vero rischio, a destra o a sinistra, consiste nel fatto che, proprio nel momento in cui l'elettorato ha perso entusiasmo per le divisioni politiche tradizionali, i partiti e i suoi attivisti ne sono semnpre più ossessionati. Ne risulta una pericolosa incongruenza fra persone "normali" e militanti politici "anormali" che potrà solo aggravare l'ostilità del pubblico verso la politica... Non perdi la tua identità di progressista solo perché hai delle ideee in comune con i conservatori. E' questo il mondo nuovo, e dobbiamo abituarci».
«C'è una nuova frattura nei programmi politici che trascende la tradizionale suddivisione fra destra e sinistra: quella che definisco una contrapposizione fra "apertura" e "chiusura". Alcuni uomini di destra sono favorevoli al libero scambio, altri no; da entrambe le parti, alcuni sono favorevoli all'immigrazione, altri no; alcuni appoggiano una politica estera interventista, altri no; alcuni considerano la globalizzazione e l'ascesa della Cina, dell'India e di altre nazioni come una minaccia, altri come un'opportunità. Certo, esiste un filo conduttore tra le posizioni politiche favorevoli al libero scambio, all'immigrazione (controllata, ovviamente) e alla globalizzazione, ma la contrapposizione è fra "apertura" e "chiusura", non fra destra e sinistra. Sono convinto che i progressisti debbano essere i campioni di un punto di vista aperto, non solo giusto ma anche vincente...».
«I progressisti devono essere orgogliosi delle politiche che conseguono l'efficienza tanto quanto di quelle che perseguono la giustizia. Perché la lezione appresa sin dal 1945 è che cercare anche nel servizio pubblico un buon rapporto qualità-prezzo non è una questione di essere efficienti piuttosto che giusti: è utile in sé... Servizi migliori sono anche più equi... Oggi le politiche ultra-stataliste sono destinate a fallire: davanti all'alternativa fra uno Stato invadente e uno più leggero, sarà quest'ultimo a vincere. Persino adesso, dopo la crisi. I progressisti devono andare oltre questa contrapposizione e proporre un'idea di Stato capace di mettere la gente nelle condizioni di prendere le proprie decisioni, non che cerca di farlo al posto loro. Sarà quindi uno Stato più piccolo, più strategico, ma anche attivo: non un male necessario, come lo vedrebbero alcuni a destra, ma uno Stato ripensato per il mondo d'oggi. Qualsiasi posizione politica che non se ne rende conto è condannata».Tony Blair ("A Journey")
Tuesday, September 21, 2010
Scuola, le solite macerie
Come ogni anno, circa due settimane fa l'Ocse ha pubblicato il rapporto Education at glance che mette a confronto i principali indicatori dei sistemi educativi dei Paesi dell'area. E come al solito, anche quest'anno, emerge il solito sfacelo della scuola italiana. Sono anni che ci torno ogni volta, ma sempre più svogliatamente. Quest'anno avevo deciso di soprassedere, ma un'analisi ben fatta su noiseFromAmeriKa mi offre l'occasione di riparlarne. Sarà perché quest'anno la pubblicazione è coincisa con le polemiche sui precari e sulla riforma Gelmini, ma i media mainstream hanno posto in modo ancor più marcato l'accento sul luogo comune dell'Italia che "investe poco in istruzione". Una lettura superficiale e "comoda" del rapporto, che legittima il piagnisteo continuo e generalizzato del settore e degli osservatori esterni.
Ad una lettura più attenta, il rapporto Ocse ci ricorda che a) è falso che l'Italia spenda poco per la scuola; b) spende tanto, più degli altri Paesi, ma spende male, perché la maggior parte delle risorse servono a pagare troppi insegnanti che lavorano poche ore e sono pagati male. Come spiega l'analisi di noiseFromAmeriKa, infatti, l'indicatore spesa/Pil è «una buona misura di quanto "sforzo" il Paese compie in educazione», in percentuale alla ricchezza che produce ogni anno, ma per vari motivi «non è una buona misura di quante risorse abbiano a disposizione scuole ed insegnanti per insegnare». A questo scopo l'indicatore «più adeguato è la spesa per studente», considerando che nel confronto con gli altri Paesi dovremmo aspettarci una spesa per studente «proporzionale al Pil pro-capite». Leggi tutto.
Purtroppo, in Italia le varie riforme si susseguono con le migliori intenzioni pretendendo di migliorare la qualità della scuola a "strutture" invariate, e ogni volta sentiamo ripartire l'ipocrita cantilena per cui "va bene la riforma, ma va accompagnata con più risorse". Una lezione utile si ricava invece dal libro di Memorie di Tony Blair, il quale racconta di come - per dirla in breve - si sia reso conto solo con il tempo e per esperienza diretta che se si vogliono migliorare sensibilmente gli standard di un servizio pubblico, scuola in primis, non si può fare a meno di modificare anche le strutture. Ma ci tornerò presto.
Ad una lettura più attenta, il rapporto Ocse ci ricorda che a) è falso che l'Italia spenda poco per la scuola; b) spende tanto, più degli altri Paesi, ma spende male, perché la maggior parte delle risorse servono a pagare troppi insegnanti che lavorano poche ore e sono pagati male. Come spiega l'analisi di noiseFromAmeriKa, infatti, l'indicatore spesa/Pil è «una buona misura di quanto "sforzo" il Paese compie in educazione», in percentuale alla ricchezza che produce ogni anno, ma per vari motivi «non è una buona misura di quante risorse abbiano a disposizione scuole ed insegnanti per insegnare». A questo scopo l'indicatore «più adeguato è la spesa per studente», considerando che nel confronto con gli altri Paesi dovremmo aspettarci una spesa per studente «proporzionale al Pil pro-capite». Leggi tutto.
Purtroppo, in Italia le varie riforme si susseguono con le migliori intenzioni pretendendo di migliorare la qualità della scuola a "strutture" invariate, e ogni volta sentiamo ripartire l'ipocrita cantilena per cui "va bene la riforma, ma va accompagnata con più risorse". Una lezione utile si ricava invece dal libro di Memorie di Tony Blair, il quale racconta di come - per dirla in breve - si sia reso conto solo con il tempo e per esperienza diretta che se si vogliono migliorare sensibilmente gli standard di un servizio pubblico, scuola in primis, non si può fare a meno di modificare anche le strutture. Ma ci tornerò presto.
Wednesday, September 08, 2010
Tony, ci manchi/2 - Consigli per aspiranti (o consumati) leader
«Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita. Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».
«Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico».Tony Blair ("A Journey")
Wednesday, May 19, 2010
Gli arrampicatori di specchi
Chissà che la crisi del debito nell'Eurozona non ci darà finalmente quella spinta per fare quello che da tempo avremmo dovuto fare. D'altronde, è sempre stato così per l'Italia: prendere decisioni politicamente scomode sull'onda di un'emergenza e dietro l'alibi del "ce lo impone l'Europa". Meglio che niente. Soprattutto se il ministro Tremonti darà davvero seguito a frasi come «è ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica», «una correzione non solo dei conti, ma del sistema», «non aumenteremo le tasse».
Fa piacere poi sentirgli dire qualcosa in cui abbiamo sempre creduto, e cioè che i «margini di taglio della spesa pubblica sono tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi», e che «l'area della spesa pubblica è talmente ampia che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». Per la prima volta viene espresso così chiaramente a livelli politicamente così elevati un concetto semplice: così enorme è la spesa pubblica, circa la metà in rapporto al Pil, che è del tutto folle far credere - come è stato fatto credere in passato - che non ci siano margini per tagli incisivi e strutturali pur senza toccare il rassicurante totem del welfare che siamo abituati a conoscere. Aspettiamoci nelle prossime settimane dagli stessi giornali, commentatori e politici, che fanno degli allarmi sui conti pubblici e della denuncia dei privilegi della casta i loro cavalli di battaglia, arrivare le grida di dolore per una supposta "macelleria sociale". Ma tra lo status quo e la cosiddetta "macelleria sociale" - cioè prima di arrivare a ripensare totalmente (come qui si auspica) il ruolo dello Stato nell'erogazione dei servizi pubblici - c'è una vastissima prateria di sprechi e inefficienze su cui intervenire.
Nel frattempo, registriamo che dopo i due editoriali consecutivi di Ostellino e Panebianco, il Corriere della Sera corre ai ripari e aggiusta la rotta, con l'editoriale di oggi affidato a Maurizio Ferrera, da cui sembra di capire che il mercato «che non fa paura» è sostanzialmente un mercato incatenato da un super-Stato europeo. Ma la mente di questa operazione è Mario Monti. Siccome il mercato è «impopolare», è l'argomento al centro del suo rapporto, bisogna «ricostruire il consenso» per «l'Europa del mercato».
Come fare? Con una tale acrobazia logica che sa di imbroglio intellettuale: da una parte si sostiene di voler promuovere più «concorrenza», dall'altra in concreto la si nega laddove fa comodo ed è politicamente scorretta. Una spruzzatina di concorrenza, dunque, con severe norme Antitrust da applicare alle multinazionali (ancora meglio se americane). Mentre sarebbe «sleale» la concorrenza dell'"idraulico polacco" e «sregolata» quella fiscale tra gli Stati. Il disegno che si leva all'orizzonte è piuttosto inquietante: per conquistare il consenso dei cittadini europei all'integrazione Ue, li si dovrebbe allettare conservando, e anzi elevando a livello europeo, le rigidità del mercato del lavoro e dei servizi, e delle relazioni industriali, nei singoli stati nazionali, e addirittura armonizzando i regimi fiscali. Ovviamente omologando verso l'alto i livelli di tassazione, in modo che gli stati che amano imporre tasse alte ai propri cittadini e alle proprie imprese non debbano più preoccuparsi della concorrenza fiscale degli stati che invece con tasse più contenute cercano di attrarre capitali e investimenti, esercitando indirettamente un indispensabile ruolo di freno all'ingordigia fiscale dei primi.
Addirittura Ferrera azzarda di suo un sistema europeo di welfare, citando Lord Beveridge, «l'architetto del welfare state moderno», proprio nel momento in cui quel modello si rivela sempre meno sostenibile, alla base della crisi del debito e della crisi di non-crescita in cui si dibatte l'Europa. Di fronte a un'Europa di questo tipo, sempre più simile ad un Leviatano, diciamo no.
Fa piacere poi sentirgli dire qualcosa in cui abbiamo sempre creduto, e cioè che i «margini di taglio della spesa pubblica sono tanto ampi da poter intervenire senza creare effetti distorsivi», e che «l'area della spesa pubblica è talmente ampia che può essere ridotta senza produrre un effetto recessivo». Per la prima volta viene espresso così chiaramente a livelli politicamente così elevati un concetto semplice: così enorme è la spesa pubblica, circa la metà in rapporto al Pil, che è del tutto folle far credere - come è stato fatto credere in passato - che non ci siano margini per tagli incisivi e strutturali pur senza toccare il rassicurante totem del welfare che siamo abituati a conoscere. Aspettiamoci nelle prossime settimane dagli stessi giornali, commentatori e politici, che fanno degli allarmi sui conti pubblici e della denuncia dei privilegi della casta i loro cavalli di battaglia, arrivare le grida di dolore per una supposta "macelleria sociale". Ma tra lo status quo e la cosiddetta "macelleria sociale" - cioè prima di arrivare a ripensare totalmente (come qui si auspica) il ruolo dello Stato nell'erogazione dei servizi pubblici - c'è una vastissima prateria di sprechi e inefficienze su cui intervenire.
Nel frattempo, registriamo che dopo i due editoriali consecutivi di Ostellino e Panebianco, il Corriere della Sera corre ai ripari e aggiusta la rotta, con l'editoriale di oggi affidato a Maurizio Ferrera, da cui sembra di capire che il mercato «che non fa paura» è sostanzialmente un mercato incatenato da un super-Stato europeo. Ma la mente di questa operazione è Mario Monti. Siccome il mercato è «impopolare», è l'argomento al centro del suo rapporto, bisogna «ricostruire il consenso» per «l'Europa del mercato».
Come fare? Con una tale acrobazia logica che sa di imbroglio intellettuale: da una parte si sostiene di voler promuovere più «concorrenza», dall'altra in concreto la si nega laddove fa comodo ed è politicamente scorretta. Una spruzzatina di concorrenza, dunque, con severe norme Antitrust da applicare alle multinazionali (ancora meglio se americane). Mentre sarebbe «sleale» la concorrenza dell'"idraulico polacco" e «sregolata» quella fiscale tra gli Stati. Il disegno che si leva all'orizzonte è piuttosto inquietante: per conquistare il consenso dei cittadini europei all'integrazione Ue, li si dovrebbe allettare conservando, e anzi elevando a livello europeo, le rigidità del mercato del lavoro e dei servizi, e delle relazioni industriali, nei singoli stati nazionali, e addirittura armonizzando i regimi fiscali. Ovviamente omologando verso l'alto i livelli di tassazione, in modo che gli stati che amano imporre tasse alte ai propri cittadini e alle proprie imprese non debbano più preoccuparsi della concorrenza fiscale degli stati che invece con tasse più contenute cercano di attrarre capitali e investimenti, esercitando indirettamente un indispensabile ruolo di freno all'ingordigia fiscale dei primi.
Addirittura Ferrera azzarda di suo un sistema europeo di welfare, citando Lord Beveridge, «l'architetto del welfare state moderno», proprio nel momento in cui quel modello si rivela sempre meno sostenibile, alla base della crisi del debito e della crisi di non-crescita in cui si dibatte l'Europa. Di fronte a un'Europa di questo tipo, sempre più simile ad un Leviatano, diciamo no.
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