Pubblicato su formiche
Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci
Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della
Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa
dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno
seppellito i falsi miti su Trump
Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.
Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.
Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.
Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.
Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?
Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.
Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.
Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.
A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.
Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".
Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.
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Sunday, July 16, 2017
Sunday, June 04, 2017
Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...
Pubblicato su formiche
E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non
possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...
Le due notizie secondo cui la
cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo
libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della
globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo
l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno
anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente
esagerate".
Basti pensare che mentre prendiamo
lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora
riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà
economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage
Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi")
su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania
è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto.
Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le
loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha
aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino
rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non
vedremmo progressi significativi fino al 2030.
La realtà è che la leadership cinese
ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico
l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi
dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è
cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di
Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di
riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion
veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è
lontanissima da ciò che predica.
Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli
Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal
presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha
offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a
parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale",
politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato
dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare
l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del
clima.
Ma le cose stanno molto diversamente.
Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più
protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale
fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino.
Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata
sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la
condivisione della polemica nei confronti di Washington per la
decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a
mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per
esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei
colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli
investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di
Pechino.
Il valore delle acquisizioni di
compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore
record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015)
mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi
mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel
2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street
Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35
miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa,
+77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte
europea in Cina, in calo del 23%).
"Il commercio con la Cina
dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee
dev'essere garantito un "uguale trattamento". La
"sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un
problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano
Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del
commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal
Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del
presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei
leader cinesi.
Tuttavia, nonostante le promesse
pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da
mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee
pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo
di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un
recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese
nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece
di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le
distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee
si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi
gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di
capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con
la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle
autorità governative è garantito accesso a dati industriali
sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano
in Cina.
Tutto questo sta alimentando una
reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che
stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa
commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli
investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere
industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli
interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla
luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte
cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in
prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla
Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle
acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta
innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di
reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee",
lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione
congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una
soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di
Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a
ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo
alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il
gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in
Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato
sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di
indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e
sensibili dell'economia.
Insomma, la "nuova via della Seta"
annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio
Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la
definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione
alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta
più nessuno.
Ed esattamente come il presidente Trump
nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti,
anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo
più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire
davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono
Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata
un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio
la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade",
una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il
dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra
piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la
difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro
che parlano di riequilibrio e reciprocità.
Monday, May 29, 2017
Il ritorno della leadership americana (ma is not for free) e della "questione tedesca"
Pubblicato su formiche
La leadership americana è tornata
ma "is not for free" e la Merkel perde la sua proverbiale
calma teutonica e svela i piani tedeschi sull'Europa. E se la
cancelliera, non Trump, fosse uscita ridimensionata da Taormina?
Terminato il primo viaggio all'estero
del presidente Trump, unendo i puntini disseminati nelle varie tappe
possiamo provare a tratteggiare il disegno complessivo della politica
estera della sua amministrazione. Innanzitutto, i temi che andranno
studiati e approfonditi nei prossimi mesi. C'è il tema del ritorno
della leadership americana. Una leadership che però, diversamente
dal passato, "is not for free", non sarà gratis. Per
nessuno. Nemmeno per gli europei con i quali gli Stati Uniti
condividono i valori di libertà e democrazia. L'America non vuole
più pagare per la sicurezza e il benessere altrui. E Donald Trump ha
presentato il conto. Non sarà gratis né sul piano militare, gli
alleati dovranno accollarsi la giusta quota di spese e di oneri. Né
sul piano commerciale: gli Stati Uniti non sono più disponibili a
perdere tessuto produttivo e posti di lavoro sull'altare del libero
commercio mondiale e della globalizzazione. La parola chiave è
reciprocità. Inoltre, è una leadership dalla natura molto diversa
da quella che i suoi predecessori hanno cercato con alterne fortune
di esercitare. Non di natura "imperiale", ma una leadership
esercitata come nazione. Gli Stati Uniti sono una nazione sovrana
ancora in grado di, e determinata a, tutelare i propri interessi
nazionali e valori ovunque siano minacciati nel mondo, ma non
pretendono di dare lezioni alle altre nazioni su come vivere a casa
loro. Né nella variante "esportazione della democrazia" di
Bush jr, né in quella liberal e global di Obama.
Un altro tema, collegato al primo, è
il ritorno delle nazioni e dei confini: nella dichiarazione finale
del G7 di Taormina, accanto ai diritti dei migranti e dei rifugiati,
si ribadiscono, su richiesta di Trump sostenuta probabilmente da
altri leader, "i diritti sovrani degli Stati, individualmente e
collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche
nell'interesse nazionale e per la sicurezza nazionale".
Terzo tema, anch'esso collegato agli
altri due. Si è manifestato l'approccio affaristico, da negoziatore
di Trump alla politica estera. Le alleanze e i consessi multilaterali
sono utili solo se attraverso il negoziato tra i partner si arriva a
un compromesso funzionale agli interessi americani, altrimenti sono
solo un peso di cui liberarsi: "America First". Un
approccio però mitigato, per esempio per quanto riguarda la Nato,
dal team di politica estera e di sicurezza dell'amministrazione Usa,
di cui fanno parte il segretario alla difesa Mattis, il segretario di
Stato Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster,
il cui approccio è più tradizionale e vede nell'Alleanza atlantica,
per la comunanza di valori tra i paesi membri, un asset strategico in
sé per gli Stati Uniti, e un moltiplicatore di forza.
Quarto tema: si è ormai affermata a
questo G7, e per impulso non solo della presidenza americana, una
visione meno ottimistica della globalizzazione. Siamo entrati nella
fase degli aggiustamenti da apportare per correggere le distorsioni
provocate da quell'ordine aperto e "liberale", da "fine
della storia", che era stato edificato a partire dalla fine
della Guerra Fredda. Il premier italiano Gentiloni sembra aver
afferrato lo spirito del tempo rappresentato da Trump quando ha detto
che "una certa ebbrezza della globalizzazione è alle nostre
spalle. Dirsi a favore del libero scambio non significa non rendersi
conto delle diseguaglianze più estreme e combatterle". La
parola chiave è "riequilibrio". Nella dichiarazione finale
del G7 viene sì ribadito l'impegno a tenere i mercati aperti e
combattere il protezionismo. Ma viene anche introdotto il concetto
caro a Trump di "fair trade" e reciprocità dei vantaggi. I
leader "spingono per la rimozione di tutte le pratiche
commerciali distorsive (dumping, barriere non tariffarie
discriminatorie, trasferimenti di tecnologia forzati, sussidi e altri
sostegni dai governi e dalle istituzioni) in modo da incoraggiare
condizioni realmente uguali per tutti". Il commercio
internazionale deve essere libero, ma corretto e riequilibrato. Sulla
globalizzazione i leader del G7 sembrano aver recepito dunque il
messaggio portato da Trump: si va verso una correzione di rotta,
anche perché la crisi del ceto medio in tutti i paesi avanzati, la
sua mancanza di prosperità e soprattutto di prospettive, rischia di
far deragliare anche le istituzioni democratiche.
Quinto e ultimo tema: era già in crisi
da tempo, ma da domenica sembra improvvisamente superato l'ordine
mondiale post-1945, che ha visto il mondo occidentale prima compatto
nel contrapporsi al blocco sovietico e poi, cessata la minaccia
comunista, impegnato nel realizzare le magnifiche sorti e progressive
della globalizzazione. La divisione che sta emergendo tra le nazioni
occidentali, l'Anglosfera da una parte e l'Europa continentale,
Germania in testa, dall'altra, con la Francia in mezzo, sembra
ricalcare quella ottocentesca, precedente al primo conflitto
mondiale. In questo contesto, la frattura Trump-Merkel segna il
ritorno in Occidente della "questione tedesca", un
nazionalismo ben travestito da europeismo.
Nelle varie tappe del viaggio del
presidente Trump (Medio Oriente, Nato a Bruxelles, G7 di Taormina)
sono emersi con maggiore chiarezza gli attori internazionali che a
Washington sono considerati alleati, vecchi o nuovi, e avversari. Per
la precisione, due nemici e tre avversari strategici. I nemici si
trovano in Medio Oriente: l'Isis ovviamente, ma in generale
l'estremismo islamico, e l'Iran, ritenuto il principale stato sponsor
del terrorismo al mondo e fattore di instabilità in Medio Oriente.
Nel discorso di Riad, che abbiamo analizzato in un precedente articolo per Formiche, il presidente Trump ha assicurato ai
tradizionali alleati arabi sunniti l'impegno Usa a contenere e
isolare l'Iran. Ma anche questa alleanza non è gratis: i leader
arabi dovranno in cambio combattere per davvero l'estremismo
islamico. Gli avversari, con i quali cooperare quando possibile e
confrontarsi per indurli a mutare comportamenti che ledono gli
interessi americani, sono innanzitutto Russia e Cina. Il raid
americano in Siria in risposta all'attacco chimico ordinato da Assad
sulla popolazione civile è servito a mettere pressione su entrambe.
Sulla Russia, per indurla a rompere il suo asse con Teheran e a
dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la
stabilità della regione, se vuol essere reintegrata nel tavolo dei
grandi. Trump non intende regalare nulla a Putin sull'Ucraina: gli
Usa continuano a considerare illegale l'annessione della Crimea da
parte russa e le sanzioni contro Mosca resteranno in vigore fino alla
completa applicazione degli accordi di Minsk e al completo rispetto
della sovranità e integrità dell'Ucraina (stessa linea ribadita
nella dichiarazione finale del G7 di Taormina). Pressione anche sulla
Cina, per indurla a esercitare tutta la sua influenza per
disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord. Non solo nei
giorni scorsi la terza portaerei Usa è giunta nella zona della
penisola coreana, ma il cacciatorpediniere Uss Dewey si è addentrato
entro le 12 miglia dalla costa di una delle isole artificiali
realizzate da Pechino nel Mar cinese meridionale, dimostrando che
Washington non riconosce la sovranità cinese su quelle isole e
quelle acque.
Ma come è emerso dall'ultima tappa del
viaggio di Trump, il G7 di Taormina, c'è un terzo avversario. Potrà
destare una certa sorpresa, ma è in Europa: la Germania. Investito
dal "ciclone Trump", come definito dal direttore del
quotidiano La Stampa Maurizio Molinari, è stato un G7 di svolta,
lontano dall'unanimismo inconcludente che di solito caratterizza
questi vertici. Nonostante i media abbiano tentato di rappresentare
Trump come un bullo, distratto oltre i limiti della maleducazione, le
impressioni riportate dagli stessi leader partecipanti al vertice
dicono altro. Il presidente americano è apparso sì determinato
nella difesa delle sue posizioni sui vari temi, e anche con un certo
grado di successo, ma anche aperto e curioso nell'ascoltare le
argomentazioni altrui. Trump viene descritto come "attento e
partecipe" (persino nel momento del 'drafting') dal premier
Gentiloni: "Molto dialogante, molto curioso, con una capacità e
una volontà di interloquire e apprendere da tutti gli
interlocutori". "Ho trovato una persona aperta che ha
volontà di lavorare con noi", ha ammesso anche il presidente
francese Macron, che domenica in un'intervista al Corriere si è
mostrato ottimista sul presidente americano: "E' una personalità
forte, decisa, ma aperta, pragmatica, realista, capace sia di
ascoltare, sia di arrivare dritta al punto". Ha accettato di
confrontarsi, non si è chiamato fuori, il G7 non è fallito:
"Abbiamo dimostrato di essere una comunità di valori e Trump ne
fa parte, non si chiama fuori. Farà la sua parte".
Toni molto diversi anche nel riferire
la discussione e il mancato accordo con gli Stati Uniti sul clima tra
la Merkel, che ha parlato di una "discussione difficile, o
piuttosto molto insoddisfacente", e lo stesso Macron, che invece
ha riferito di "discussioni ricche, progressi, vero scambio",
e di aver visto un Trump "pragmatico", propenso ad
ascoltare. Non tutti i leader insomma hanno preso così male come la
cancelliera tedesca le "divergenze" con Trump al G7 di
Taormina. Che si siano resi conto che il presidente americano può
offrire una valida sponda per ridimensionare l'egemonia tedesca in
Europa?
L'impressione infatti è che durante il
vertice il pressing di Trump sia stato particolarmente forte su
Berlino, soprattutto riguardo il commercio: ha definito "molto
cattiva" la politica tedesca dei surplus commerciali. E il
fastidio per i surplus tedeschi è un sentimento condiviso da molti
paesi europei. Sul commercio il presidente Usa sembra aver trovato in
Macron una sponda: "Basta dumping sociale" da parte di
paesi dove gli operai hanno bassi salari e nessun diritto, "basta
lavoratori delocalizzati". Chissà che fra i due non sia
scoccata una scintilla, una sintonia personale… Il presidente
francese, ha osservato anche Molinari, "si è rivelato il più
attento alle istanze americane: anche lui è arrivato all'Eliseo
spinto dalla protesta contro le diseguaglianze ed i partiti
tradizionali, rendendosi conto della necessità di un cambio di
approccio alla distribuzione della ricchezza globale".
Invece che uscire ridimensionato Trump,
da questo G7 potrebbe essere uscita ridimensionata (e persino un po'
isolata) la Merkel. E questo spiegherebbe perché domenica la
cancelliera ha rincarato la dose: "I tempi in cui potevamo
fidarci completamente degli altri sono passati da un bel pezzo,
questo l'ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo davvero
prendere il nostro destino nelle nostre mani". Nella frase
successiva, sulla necessità di mantenere naturalmente "relazioni
amichevoli con Stati Uniti e Regno Unito", sullo stesso piano
tra "gli altri vicini" dell'Europa ha citato la Russia di
Putin. Con le sue parole la Merkel suggerisce di considerare concluso
l'ordine mondiale post-bellico, noi europei dovremmo smettere di
considerare i nostri liberatori, Stati Uniti e Regno Unito, "alleati
affidabili", per entrare in una nuova epoca di equidistanza dai
nostri vicini a Occidente e ad Oriente. Ma la solidarietà
transatlantica può andare in frantumi per una divergenza
sull'accordo di Parigi sul clima? O è solo un pretesto?
Sempre domenica la Frankfurter
Allgemeine Zeitung ha riferito di un "piano segreto" della
cancelliera per costruire una Unione europea politicamente ed
economicamente più forte e indipendente. Un piano basato su tre
pilastri: prioritaria la gestione della crisi dei migranti, quindi la
stabilizzazione della Libia; una politica di difesa comune, con il
via libera a un comando centrale di contingenti degli eserciti
europei; e infine l'unione economica e monetaria, con il governatore
della Bundesbank Jens Weidmann pronto a sostituire Mario Draghi al
timone. Il piano di un'Europa equidistante tra Stati Uniti e Russia
non è nuovo, è coltivato da anni a Parigi e a Berlino e le
dichiarazioni di Angela Merkel non fanno altro che evocarlo. Un piano
che però può rivelarsi un'illusione, se non addirittura un incubo.
Un'Europa distante da Washington e Londra, esposta all'aggressività
della Russia, assediata dall'estremismo islamico e dalla pressione
demografica di Medio Oriente e Nord Africa… Auguri.
La realtà è che di strappo in strappo
il processo di allontanamento della Germania dagli Stati Uniti non
nasce con Trump e va avanti dalla riunificazione tedesca, che non
sarebbe avvenuta così speditamente e morbidamente senza il sostegno
degli Stati Uniti, contro i pareri dei russi, dei britannici e dei
francesi. Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica
Margaret Thatcher (la riunificazione "non porterà a una
Germania europea ma a un'Europa tedesca"), le preoccupazioni
dell'allora presidente francese Mitterand (farà riemergere i
tedeschi "cattivi") e l'emblematica battuta dell'ex
presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo
talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ma da allora
(altro che Trump…) la Germania non ha fatto altro che distanziarsi
dall'alleato americano. Fin dalla crisi jugoslava. Berlino decideva
di procedere al riconoscimento di Slovenia e Croazia, senza attendere
l'Europa e contro il parere di Washington, salvo poi rifiutare di
assumersi la responsabilità di gestire la crisi come chiedevano gli
americani. Nel 2003 la rottura tra Bush e Schroeder sulla guerra in
Iraq. Pur nella cordialità e nella stima reciproca, le relazioni non
sono migliorate tra il presidente Obama e la cancelliera Merkel, che
ha ignorato le richieste americane di abbandonare l'austerità per
una politica economica espansiva dopo la crisi finanziaria del 2008 e
la crisi dell'Eurozona nel 2010.
La riunificazione tedesca fu accettata
sulla base della duplice garanzia dell'appartenenza della nuova
Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue,
all'interno di un ordine post-1945 che la vedeva in stretta
partnership con i due vincitori occidentali della guerra: Stati Uniti
e Regno Unito. Ma ora, assunta la guida politica ed economica dell'Ue
(senza Londra nessun paese membro, nemmeno la Francia, può
rappresentare un efficace contrappeso), la Germania ci spiega che
sarebbe arrivato il momento di non ritenere più affidabili americani
e inglesi come alleati e guarda caso di progettare una difesa comune
europea, in prospettiva alternativa alla Nato.
"Con la Brexit svanisce la
speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova
questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento
viene dall'esterno dell'Europa", avverte il politologo Walter
Russell Mead, spiegando come l'europeismo di cui i tedeschi vanno
così fieri nasconda in realtà politiche nazionaliste. Un'analisi che abbiamo già riportato per Formiche. Cosa succede, si
chiede, "se la Germania non è più vista come un pilastro leale
dell'Occidente, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che
mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? La leadership
tedesca infatti "poggia su basi insostenibili, al prezzo di
un'Unione europea sempre più instabile e divisa". "Se
Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto
tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi
obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi
Ue, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può
superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a
lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più
alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato".
A questo punto bisogna rispondere ad
alcune domande: vuole liquidare la Nato chi pretende che ogni membro
contribuisca il giusto, il pattuito, e propone un riorientamento
strategico dell'alleanza sulla lotta al terrorismo, oppure chi pur
tra i membri più ricchi non spende quanto dovuto, né partecipa alle
missioni quanto potrebbe? Chi vuole liquidare la Nato non è
Washington, non è alla Casa Bianca, ma è a Berlino. E' la Germania,
con una spesa militare ridicola rispetto alla sua ricchezza e una
partecipazione quasi nulla alle missioni, che ora che il Regno Unito
è fuori dall'Ue intende lanciare la difesa comune europea, in
prospettiva alternativa alla Nato e come ombrello del suo riarmo.
Tuesday, January 24, 2017
Trump fa sul serio: i primi ordini esecutivi e il discorso di insediamento
Pubblicato su Ofcs Report
Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica
Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.
La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.
E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).
Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.
Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).
Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.
In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.
Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.
Trump fa il Trump. Discorso rivoluzionario (contro l'establishment politico di Washington e il disordine mondiale post-Guerra fredda), protezionista, nazionalista, ma non isolazionista. Rivolto ai "dimenticati", gli esclusi dall'agenda politica
Nelle ultime ore. Il via libera dalle commissioni competenti del Senato Usa alle nomine chiave della nuova amministrazione: dopo il segretario alla difesa James Mattis, anche il segretario di Stato Rex Tillerson e il nuovo direttore della Cia Mike Pompeo. Con il voto anche dei senatori repubblicani più ostili al nuovo presidente (John McCain e Marco Rubio). I primi ordini esecutivi firmati da Trump per imprimere da subito, già nei primi cento giorni, il nuovo corso alla Casa Bianca: ritiro dal TPP, il trattato di libero scambio con i Paesi asiatici (in realtà già bloccato al Congresso per l’opposizione dei repubblicani e scaricato anche dalla sua avversaria, Hillary Clinton); rinegoziazione del Nafta, l’accordo con Canada e Messico; autorizzati due oleodotti, il Keystone e il Dakota Access, bloccati da Obama; stop alle assunzioni nel governo federale; annuncio dello smantellamento dell’Obamacare. Poi, gli incontri di lunedì con i vertici del mondo dell’industria e quello di martedì con i principali produttori di automobili, a cui il neo presidente ha recapitato un messaggio chiaro: “Siamo di fronte a un ambientalismo fuori controllo. Renderemo più facile fare business”, con un taglio del 75% al quadro regolatorio e una riduzione delle tasse dal 35 al 15% per chi produce negli Stati Uniti. L’incontro, già venerdì prossimo a Washington, con la premier britannica Theresa May, che annuncia il ritorno dell’Anglosfera. E infine il discorso di insediamento di venerdì scorso, da cui tutti hanno compreso che il presidente Trump è il candidato Trump. Sono la stessa persona. Una chiarezza e una coerenza che sarà piaciuta molto a chi lo ha votato: l’arrivo a Washington non ha cambiato Trump, Trump è qui per cambiare Washington. Primi passi e un discorso che non cambiano l’analisi su Trump e la sua amministrazione che abbiamo azzardato su queste pagine sulla base degli elementi ad oggi in nostro possesso.
La sensazione è che mentre il giornalista collettivo è ancora in preda all’isteria anti-Trump, il nuovo presidente si sta concentrando su posti di lavoro, infrastrutture, politica estera. Per citare le sue parole, nel “rebuilding America”, nel “Make America Great Again”. La notizia insomma è che Trump fa sul serio. Può fallire, naturalmente, come qualsiasi presidente e come qualsiasi avventura umana, e gli ostacoli che si troverà di fronte non sono da sottovalutare: su tutti, il delicato rapporto con il Partito repubblicano, che controlla il Congresso, quindi il rischio di ritrovarsi senza partito, e i tentativi di disarcionarlo che proseguiranno per tutti i prossimi quattro anni. Ma quello che gli indignados di tv e carta stampata, delle elites e dei salotti perbene non hanno ancora capito è che se Trump è un outsider della politica americana, tuttavia la sua elezione non è uno scherzo del destino, non è un incidente della storia. Brexit e Trump rappresentano qualcosa di reale e profondo che si sta muovendo non solo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche nell’Europa continentale e potrebbero segnare la storia come nemmeno l’11 settembre ha fatto. Le due democrazie anglosassoni si preparano a scrivere una pagina di storia diversa da quella scritta dagli anni 90′ in poi. Fino a pochi mesi fa, globalizzazione, multilateralismo, multiculturalismo e Unione europea sembravano processi ormai consolidati e destinati a dominare i prossimi decenni. E invece, siamo in procinto di un cambio di paradigma. I confini, le nazioni, esistono, fin tanto che i cittadini che ci sono dentro hanno voce in capitolo. Si cambia rotta.
E’ stato a suo modo rivoluzionario il discorso di insediamento di Trump: contro l’establishment politico di Washington e contro il (dis)ordine mondiale post-Guerra fredda. Protezionista in economia, nazionalista, ma non isolazionista. America First è uno slogan non completamente sovrapponibile al concetto di isolazionismo. Non dal momento che prevede il rilancio della potenza (e della spesa) militare tra le leve per rendere l’America di nuovo grande (e temuta). Non se la priorità dichiarata è quella di sconfiggere l’Isis. Non se la volontà è quella di contrastare l’espansionismo economico e militare della Cina. Non se con Trump e Brexit è la relazione speciale fra le due grandi democrazie anglosassoni, l’Anglosfera, a rimettersi in marcia (come indicano il ritorno del busto di Churchill nello studio ovale e l’incontro Trump-May già venerdì prossimo).
Non un’America chiusa in se stessa, né un pericolo autoritario, ma un’America concentrata a difendere i suoi interessi e i suoi confini, senza inseguire utopie mondialiste, velleità moralistiche e senza lo scrupolo di apparire buona e conciliante. L’americanismo contro l’ideologia globalista che si è affermata nel post-Guerra fredda, ma non disimpegno. Ed è comunque bizzarro che l’allarme per il protezionismo di Trump giunga da chi non si è dimostrato finora un campione del libero mercato e che la critica al suo presunto isolazionismo arrivi dagli stessi che solitamente condannano gli Usa per il loro interventismo. In realtà, al “ritiro dell’America” abbiamo assistito con Obama, che ha favorito la nascita dell’Isis in Iraq e Siria, il protagonismo della Russia di Putin in Medio Oriente e nell’est Europa, così come le manovre espansioniste di Pechino nel Mar cinese meridionale. Trump ha la possibilità invece di ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non di tesserne uno nuovo.
Nel discorso di Trump, anche se molti hanno finto di non averlo sentito, c’è anche il rinnovato impegno americano nei confronti di alleati vecchi e nuovi e la promessa di un ruolo guida dell’America nella guerra al terrorismo, per la prima volta chiamato con il suo nome: islamico (“We will reinforce old alliances and form new ones – and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism”).
Impensabile che l’America abbandoni il libero mercato e il libero commercio, solo perché Trump ha fatto appello a “comprare americano e assumere americano” (siamo sommersi dagli appelli di politici e produttori alla tutela del Made in Italy e l’ideologia ambientalista del “km zero” è di moda, almeno tra chi può permetterselo). Ma il tentativo, questo sì, di correggere gli squilibri della globalizzazione. Due sembrano le armi che Trump ha intenzione di impugnare per “proteggere” la manifattura americana e i posti di lavoro americani. Da una parte, a torto o a ragione si vedrà, è convinto di poter portare a casa accordi migliori per gli americani: si tratta di rinegoziare vecchi accordi, come il Nafta, e siglarne di nuovi, meglio accordi bilaterali che ampie partnership. E dall’altra, rendere più favorevoli gli investimenti negli Stati Uniti (riducendo tasse e regolazione), scoraggiando la delocalizzazione e ricorrendo ai dazi solo in funzione difensiva, cioè per controbilanciare la concorrenza sleale della Cina o di altri Paesi. Una delle sfide sarà proprio aprire un aspro confronto con la Cina a cui dal suo ingresso nel WTO è stato permesso di tutto (dumping, contraffazione e manipolazione valutaria). È la Cina che ha in mente Trump quando parla di nazioni che si sono arricchite sulle spalle dell’America. Un deficit commerciale di 360 miliardi di dollari non è più sostenibile.
In una sua frase in particolare c’è la sintesi della critica alla globalizzazione: “The wealth of our middle class has been ripped from their homes and redistributed across the entire world”. Il tema esiste e negarlo non aiuta. Delocalizzazione crescente, ripresa con pochi posti di lavoro e di cattiva qualità, redditi stagnanti o in calo, nuove generazioni con prospettive peggiori di quelle dei genitori e dei nonni, mobilità sociale al palo. Riguarda non solo gli Stati Uniti, anche l’Europa. Sì, la globalizzazione ha aiutato i Paesi emergenti, favorito crescita, innovazione e progresso anche da noi, ma per alcuni non è stata un gioco a somma positiva e a Detroit non votano cinesi o indiani. Riprendendo un’espressione usata da Franklin Delano Roosevelt nel 1932, Trump ha parlato di uomini e donne “forgotten”, i dimenticati, la classe media di cui tutte le forze politiche e i governi si riempiono la bocca ma che in realtà è esclusa da tempo dall’agenda politica a vantaggio di un’agenda che ha il politicamente corretto come guida e utopie internazionaliste come cornice. “Francamente, non mi sono mai interessato a cosa fanno due adulti consenzienti quando vanno a letto assieme”, ha risposto il nuovo segretario alla difesa James Mattis, durante la sua confirmation hearing in Senato, ad una senatrice democratica che chiedeva cosa intendesse fare per “l’inserimento nelle forze armate di gay, lesbiche, bisex e transgender”.
Ma nemmeno se volesse Trump potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio mondiale. Dalla globalizzazione non si esce, ma si può provare a correggerne le distorsioni. Anche perché protagonisti della globalizzazione non sono solo attori economici, non solo le logiche del mercato, ma anche governi autoritari e illiberali che utilizzano i loro poteri per aggravare a loro vantaggio gli squilibri e ostacolare le compensazioni del mercato. Metodi che non hanno nulla a che vedere con libero commercio e libero mercato, ma con le vecchie politiche di potenza.
Wednesday, November 09, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Dopo la Brexit un'altra sberla a
elites sorde, media militonti e sedicenti esperti
Nei mesi scorsi avevamo evidenziato gli elementi chiave di una possibile vittoria di Donald Trump: in stati
dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" (citavamo proprio Pennsylvania,
Ohio e Michigan) il suo appello alla working class bianca ha
funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro
il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo
della Brexit.
Trump è riuscito a tenere insieme il
blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del
Midwest e a costruire la sua vittoria riuscendo nel miracolo di
conquistare la Florida e strappare ai democratici tutti i principali
stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Michigan, Wisconsin
e Pennsylvania. Dunque, stati agricoli e stati industriali, della
(una volta grande) manifattura. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", di chi lavora (o
lavorava) la terra e nelle fabbriche, la working class bianca del
Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt
Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che
dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran
Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o
solo un colpo di coda della "vecchia America"...
Quella delle grandi fabbriche sarà
anche un'America destinata a non tornare, spazzata via per sempre
dalla globalizzazione e dall'innovazione tecnologica, e in questo
senso Trump avrebbe illuso gli elettori promettendo di riportare
negli Usa posti di lavoro "delocalizzati" in Messico o in
Cina. Tuttavia, si è fatto per lo meno portavoce, al contrario dei
suoi avversari e dei media, dello smarrimento di molti elettori che
nel corso di pochi anni hanno visto gli stati in cui vivono perdere
la propria identità socio-economica.
I mainstream media e gli espertoni
hanno sottovalutato questo malcontento ritenendo indiscutibili i
successi dell'amministrazione Obama in campo economico. Eppure, nella
sconfitta di Hillary non c'è solo la sua impopolarità, ci sono
anche questi falsi successi che un sistema mediatico troppo
compiacente ha preferito non vedere come tali. Nonostante il segno
più del Pil, e un tasso di disoccupazione meno della metà del
nostro, la realtà è che la crescita americana è rimasta anemica,
non in grado di produrre una ripresa percepita come tale e posti di
lavoro di qualità. Obama è l'unico presidente americano che non ha
mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. E nella
Clinton gli elettori hanno intravisto le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito
pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le
classi operaie che si sono rivolte a Trump.
Ma non si tratta solo di una questione
di perdita di posti di lavoro né di numeri. Molti di questi elettori
non hanno nemmeno perso il lavoro, né subito un drastico
impoverimento, ma vivono un profondo senso di insicurezza per il
futuro loro e dei propri figli. Aree enormi e persino interi stati
(proprio quelli industriali conquistati da Trump) hanno già perso o
stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più
profondo che un semplice tasso di disoccupazione. La fabbrica
volatilizzata altrove lascia un vuoto di identità. Ed è un tema
anche sul piano geostrategico quello della perdita dell'identità
manufatturiera, non solo negli Stati Uniti: il saper fare, non solo
progettare, beni che si sono poi affermati a livello globale come
oggetti del desiderio, quasi di culto, ha contribuito all'affermarsi
del ruolo egemone dell'Occidente. Cosa succede se abdichiamo alla
nostra vocazione manufatturiera?
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi il proprio
benessere.
L'altro elemento chiave è stata la
ribellione al politicamente corretto. Trump ha vinto da solo contro
tutti, come il pistolero del West che da solo sgomina una dozzina di
banditi. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria
vitalità laddove milioni di elettori, quelli definiti "deplorables"
(miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della
condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli,
quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti")
esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da
guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa
americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo
accademico e lo star system; persino parte dell'establishment
repubblicano. Quella americana è quindi una democrazia in salute,
immune persino al rischio di quel "conformismo democratico"
paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi. Il vendicatore di un elettorato
bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche
femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle
peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso
pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente
all'integrazione di ogni genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
A uscire con le ossa rotte dal voto di
martedì non è solo Hillary Clinton. E' stato un voto contro il
sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto
un grado di credibilità prossimo allo zero. La faziosità senza
precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e
demonizzato Trump non ha influenzato le scelte degli elettori. I
media, anche italiani, hanno rinunciato a capire, abbandonandosi ad
un tifo sfrenato per la Clinton. Non dimenticheremo i dibattiti tv
vinti da Hillary 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial,
mesi a cercare di incastrarlo con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre Trump faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi all'elettorato.
Monday, May 23, 2016
Donald Trump candidato di "rottura"
Pubblicato su Ofcs Report
Per la prima volta da decenni uno dei candidati con serie chance di arrivare alla Casa Bianca, Donald Trump, mette in discussione le fondamenta della politica estera americana, dall’approccio interventista da “poliziotto globale” alla secolare spinta per il libero commercio internazionale. L’ultimo candidato alla presidenza con una piattaforma isolazionista fu George W. Bush nel 2000, dopo anni di interventismo democratico clintoniano. Ma l’11 settembre 2001 cambiò tutto.
Una rottura tanto marcata rispetto al ruolo guida dell’America, che è proprio l’establishment di politica estera del partito repubblicano a guidare il fronte #NeverTrump. Persino neocon e realisti, da anni in competizione per influenzarne la politica estera, sembrano aver siglato una tregua per far fronte al nemico comune. Hillary Clinton, in campo democratico, rappresenta invece la continuità. Da first lady sostenne l’intervento nei Balcani, da senatrice votò la guerra in Iraq e da segretario di Stato pianificò la campagna libica. E fu il marito Bill a firmare l’accordo per il libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), così duramente contestato da Trump (“ha distrutto” l’industria americana).
Il miliardario newyorkese sta interpretando il senso di insicurezza e le paure crescenti di milioni di americani, non solo di destra. Paure che mai come oggi forse sembrano coincidere con quelle che attraversano l’Europa: immigrazione, pericolo islamico, globalizzazione minacciano il senso di identità sia nazionale, culturale, che economico-sociale.
“L’America non vince più. Perde contro la Cina, contro il Giappone, contro il Messico, contro il resto del mondo”, è l’allarme di Trump, che accusa Pechino di “stuprare” gli Stati Uniti con la sua politica commerciale e monetaria: manipolando la sua moneta rende le esportazioni più competitive a danno dei lavoratori americani. Trump si difende dalle accuse di protezionismo: “Sono completamente a favore del libero commercio”, ma il gioco dev’essere “corretto”. Colpa di politici incapaci che hanno negoziato accordi di libero commercio dannosi.
Posizioni che trovano molti consensi anche a sinistra. L’idea di fondo è che con la globalizzazione Stati Uniti e Paesi europei si siano aperti a una concorrenza sleale e ad una penetrazione economica e commerciale da parte di paesi, come la Cina appunto, che per rendere competitivi i propri prodotti svalutano la moneta e tengono bassi i costi di produzione comprimendo diritti umani e sociali, a livelli inaccettabili per l’Occidente. Per quanta flessibilità si possa introdurre nel mercato del lavoro – e quello americano è già molto più flessibile del nostro – conviene sempre di più delocalizzare la produzione in quei paesi. Ne deriva una trasformazione del nostro tessuto economico e sociale che accresce il senso di precarietà e di insicurezza. Aree enormi e persino interi stati americani (ma anche europei) hanno già perso o stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più profondo che un semplice tasso di disoccupazione (negli Usa non così elevato).
Ma Trump mette in discussione anche la presenza degli Stati Uniti nella Nato, sulla base di un argomento non proprio infondato: perché dovremmo spendere per la difesa dell’Europa più di quanto spendono i Paesi europei stessi, collettivamente più ricchi e popolosi dell’America?
Lo stesso Trump si rende conto di dover apparire più credibile in politica estera e la settimana scorsa ha incontrato l’ex segretario di stato Henry Kissinger, passato alla storia come l’artefice, durante la presidenza Nixon, dell’apertura alla Cina, oggetto degli strali proprio di Trump. Se i vertici e i principali donatori del Gop non sono ancora pronti a concedergli il sostegno ufficiale del partito, i negoziati sono ormai avviati, con il miliardario che forte del consenso popolare raccolto, e degli ultimi sondaggi che lo danno in rimonta sulla Clinton, può trattare da una posizione di forza. Raramente abbiamo visto confrontarsi per la Casa Bianca due visioni di politica estera così distanti, quasi agli antipodi, il che rende la scelta degli americani ancora più del solito gravida di conseguenze per noi europei.
Per la prima volta da decenni uno dei candidati con serie chance di arrivare alla Casa Bianca, Donald Trump, mette in discussione le fondamenta della politica estera americana, dall’approccio interventista da “poliziotto globale” alla secolare spinta per il libero commercio internazionale. L’ultimo candidato alla presidenza con una piattaforma isolazionista fu George W. Bush nel 2000, dopo anni di interventismo democratico clintoniano. Ma l’11 settembre 2001 cambiò tutto.
Una rottura tanto marcata rispetto al ruolo guida dell’America, che è proprio l’establishment di politica estera del partito repubblicano a guidare il fronte #NeverTrump. Persino neocon e realisti, da anni in competizione per influenzarne la politica estera, sembrano aver siglato una tregua per far fronte al nemico comune. Hillary Clinton, in campo democratico, rappresenta invece la continuità. Da first lady sostenne l’intervento nei Balcani, da senatrice votò la guerra in Iraq e da segretario di Stato pianificò la campagna libica. E fu il marito Bill a firmare l’accordo per il libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), così duramente contestato da Trump (“ha distrutto” l’industria americana).
Il miliardario newyorkese sta interpretando il senso di insicurezza e le paure crescenti di milioni di americani, non solo di destra. Paure che mai come oggi forse sembrano coincidere con quelle che attraversano l’Europa: immigrazione, pericolo islamico, globalizzazione minacciano il senso di identità sia nazionale, culturale, che economico-sociale.
“L’America non vince più. Perde contro la Cina, contro il Giappone, contro il Messico, contro il resto del mondo”, è l’allarme di Trump, che accusa Pechino di “stuprare” gli Stati Uniti con la sua politica commerciale e monetaria: manipolando la sua moneta rende le esportazioni più competitive a danno dei lavoratori americani. Trump si difende dalle accuse di protezionismo: “Sono completamente a favore del libero commercio”, ma il gioco dev’essere “corretto”. Colpa di politici incapaci che hanno negoziato accordi di libero commercio dannosi.
Posizioni che trovano molti consensi anche a sinistra. L’idea di fondo è che con la globalizzazione Stati Uniti e Paesi europei si siano aperti a una concorrenza sleale e ad una penetrazione economica e commerciale da parte di paesi, come la Cina appunto, che per rendere competitivi i propri prodotti svalutano la moneta e tengono bassi i costi di produzione comprimendo diritti umani e sociali, a livelli inaccettabili per l’Occidente. Per quanta flessibilità si possa introdurre nel mercato del lavoro – e quello americano è già molto più flessibile del nostro – conviene sempre di più delocalizzare la produzione in quei paesi. Ne deriva una trasformazione del nostro tessuto economico e sociale che accresce il senso di precarietà e di insicurezza. Aree enormi e persino interi stati americani (ma anche europei) hanno già perso o stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più profondo che un semplice tasso di disoccupazione (negli Usa non così elevato).
Ma Trump mette in discussione anche la presenza degli Stati Uniti nella Nato, sulla base di un argomento non proprio infondato: perché dovremmo spendere per la difesa dell’Europa più di quanto spendono i Paesi europei stessi, collettivamente più ricchi e popolosi dell’America?
Lo stesso Trump si rende conto di dover apparire più credibile in politica estera e la settimana scorsa ha incontrato l’ex segretario di stato Henry Kissinger, passato alla storia come l’artefice, durante la presidenza Nixon, dell’apertura alla Cina, oggetto degli strali proprio di Trump. Se i vertici e i principali donatori del Gop non sono ancora pronti a concedergli il sostegno ufficiale del partito, i negoziati sono ormai avviati, con il miliardario che forte del consenso popolare raccolto, e degli ultimi sondaggi che lo danno in rimonta sulla Clinton, può trattare da una posizione di forza. Raramente abbiamo visto confrontarsi per la Casa Bianca due visioni di politica estera così distanti, quasi agli antipodi, il che rende la scelta degli americani ancora più del solito gravida di conseguenze per noi europei.
Friday, October 01, 2010
Tony, ci manchi/7 - Apertura contro chiusura
«Riesce naturale alle opposizioni di governo venire trascinate nel dissenso tout-court. E' il mercato a breve termine dei voti. Sono le posizioni in cui il partito si sente più a suo agio. E' l'atteggiamento che suscita gli applausi più fragorosi. Il problema è però che incatena l'opposizione a prese di posizione che, nel lungo termine, appaiono irresponsabili, miopi o semplicemente del tutto errate... Definire la propria posizione per contrasto con quella dell'altro non solo è infantile, ma del tutto scollegato dalla situazione in cui oggi si trova la politica... Il vero rischio, a destra o a sinistra, consiste nel fatto che, proprio nel momento in cui l'elettorato ha perso entusiasmo per le divisioni politiche tradizionali, i partiti e i suoi attivisti ne sono semnpre più ossessionati. Ne risulta una pericolosa incongruenza fra persone "normali" e militanti politici "anormali" che potrà solo aggravare l'ostilità del pubblico verso la politica... Non perdi la tua identità di progressista solo perché hai delle ideee in comune con i conservatori. E' questo il mondo nuovo, e dobbiamo abituarci».
«C'è una nuova frattura nei programmi politici che trascende la tradizionale suddivisione fra destra e sinistra: quella che definisco una contrapposizione fra "apertura" e "chiusura". Alcuni uomini di destra sono favorevoli al libero scambio, altri no; da entrambe le parti, alcuni sono favorevoli all'immigrazione, altri no; alcuni appoggiano una politica estera interventista, altri no; alcuni considerano la globalizzazione e l'ascesa della Cina, dell'India e di altre nazioni come una minaccia, altri come un'opportunità. Certo, esiste un filo conduttore tra le posizioni politiche favorevoli al libero scambio, all'immigrazione (controllata, ovviamente) e alla globalizzazione, ma la contrapposizione è fra "apertura" e "chiusura", non fra destra e sinistra. Sono convinto che i progressisti debbano essere i campioni di un punto di vista aperto, non solo giusto ma anche vincente...».
«I progressisti devono essere orgogliosi delle politiche che conseguono l'efficienza tanto quanto di quelle che perseguono la giustizia. Perché la lezione appresa sin dal 1945 è che cercare anche nel servizio pubblico un buon rapporto qualità-prezzo non è una questione di essere efficienti piuttosto che giusti: è utile in sé... Servizi migliori sono anche più equi... Oggi le politiche ultra-stataliste sono destinate a fallire: davanti all'alternativa fra uno Stato invadente e uno più leggero, sarà quest'ultimo a vincere. Persino adesso, dopo la crisi. I progressisti devono andare oltre questa contrapposizione e proporre un'idea di Stato capace di mettere la gente nelle condizioni di prendere le proprie decisioni, non che cerca di farlo al posto loro. Sarà quindi uno Stato più piccolo, più strategico, ma anche attivo: non un male necessario, come lo vedrebbero alcuni a destra, ma uno Stato ripensato per il mondo d'oggi. Qualsiasi posizione politica che non se ne rende conto è condannata».Tony Blair ("A Journey")
Friday, December 05, 2008
Chi e come può arginare Tremonti?
Sono andato a dormire avvilito ieri notte e avvilito mi sono risvegliato questa mattina, ripensandoci. Ormai le presenze di Tremonti nei salotti televisivi somigliano sempre più a dei monologhi che nessuno dei presenti osa contraddire. I suoi strali, o le sue filippiche, contro il mercatismo, la globalizzazione, il liberismo "selvaggio", la finanza, il consumismo non trovano più oppositori. A sinistra provano un certo imbarazzo a criticare un ministro di centrodestra che parla di ritorno al «primato della politica» e ai «valori», di maggiore ruolo dello stato in economia, di sostegno della «domanda pubblica», del «sociale» come priorità, di un nuovo modello di sviluppo, la cui «sostenibilità» sarebbe fatta di investimenti pubblici più «ridistribuzione». Di questo parla Tremonti, di un modello che a me sembra nient'affatto «nuovo» e, anzi, fin troppo somigliante a una politica socialdemocratica anni '60-'70.Ieri sera, a Porta a Porta, confidavo in Oscar Giannino, ma neanche lui ha osato obiettare nulla. Non che dovesse indossare i panni dell'"oppositore", ma almeno una smorfia... Mentre a tratti Tremonti s'intendeva a meraviglia con Piero Sansonetti, direttore di Liberazione (quotidiano di Rifondazione comunista), Concita de Gregorio - da poco alla guida del quotidiano dei Ds, l'Unità - è stata l'unica a dire che il pacchetto anti-crisi del governo aiuta sì i poverissimi, ma non sostiene la domanda, non si rivolge alla classe media sostenendola prima che vada ad ingrossare le file dei poverissimi. Certo, se il governo avesse sostenuto la domanda e la classe media, Concita sarebbe stata in prima fila ad accusarlo di favorire i "ricchi" e di aggravare il debito.
Per fortuna, Tremonti mille ne pensa ma una ne fa, nel senso che le sue idee anti-mercato, neo-stataliste e moraliste, contenute anche nel suo libro, finora non hanno causato danni irreparabili. Non si stanno traducendo - per ora - in una coerente azione di governo. La politica fiscale di Tremonti rimane tutto sommato ambigua e attendista. Come ha osservato Luigi Guiso, su Lavoce.info, «il governo non ha né una politica fiscale proporzionata al ciclo che si sta attraversando né una politica fiscale di stabilizzazione strutturale per il medio termine adeguata al gravissimo indebitamento del Paese». In breve: né una drastica riduzione delle tasse, né tagli drastici alla spesa, attraverso, per esempio, una riforma delle pensioni.
Se a sinistra i riformisti non riescono a sostenere un approccio liberista, perché ancora non hanno accettato in modo convinto l'idea del libero mercato (e questa crisi li allontana di nuovo dalla sua piena accettazione), ciò che più mi allarma è l'assenza di dibattito sulle idee di Tremonti nel centrodestra. Nessuno attualmente sembra in grado di porre un argine "culturale" alle idee del ministro. Temo che prima o poi sarà troppo tardi e che la sua indisturbata semina darà dei frutti. L'ex ministro Martino è stato fatto fuori e altre figure autenticamente liberiste all'interno del PdL, per un motivo o per l'altro, non sembrano ancora godere della sufficiente forza politica e mediatica, e della necessaria autorevolezza interna, per contendere a Tremonti il ruolo di "mente economica" del centrodestra. Né Brunetta, né Della Vedova, né Capezzone. L'onere della difesa del libero mercato in Italia ricade su un pugno di "volenterosi", questi e pochi altri, sulla preziosa opera dell'Istituto Bruno Leoni e di una "blogosfera liberale" frustrata da anni di indifferenza.
Non credo che Tremonti possa succedere a Berlusconi, questo no. E' sufficientemente tecnico ma non scalda i cuori. Può però riuscire a compiere una metamorfosi culturale nel centrodestra, facendo prevalere un approccio regressivo sia sui valori che in economia: tradizionalismo più statalismo. Chi avrà la forza, e il coraggio, per opporsi a una deriva che sul piano culturale, se non ancora a livello dell'azione di governo, mi pare già ben avviata?
Monday, November 24, 2008
I rischi del primato della politica
Non mi hanno affatto convinto le argomentazioni, piuttosto deboli a mio avviso, del premio Nobel Paul Samuelson, sul Corriere di domenica. Quanto siano «intollerabili» le disuguaglianze prodotte dal libero mercato dipende dalla sensibilità di ciascuno, ma che insieme alle disuguaglianze il mercato non abbia prodotto anche «un progresso dinamico attraverso innovazioni tecnologiche» mi pare difficile sostenerlo, quando della nostra vita di tutti i giorni entrano a far parte innovazioni ad un ritmo impensabile senza la competizione globale.
Né Samuelson si degna di spiegare perché «le opinioni di Milton Friedman e di Friedrich Hayek» sarebbero «cattivi consigli» e i liberisti gente «tremendamente cinica». Il grande economista ci fa sapere che lui se ne sta al «centro», perché «la ragione e l'esperienza» lo hanno convinto, detto in poche parole, che in medio stat virtus. Eppure, quello «Stato Centrista Limitato» che vagheggia rischia di somigliare più a uno stato centralista molto difficilmente limitabile.
Chi invece diffida del «primato della politica» che molti invocano come risposta alla crisi è Angelo Panebianco, che ricorda come la «rivoluzione liberale» che prese avvio con le vittorie della Thatcher e di Reagan «fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta», i cui benefici ci hanno regalato «una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione... capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano».
Panebianco ricorda a chi oggi rivendica il «primato della politica» e irride il liberismo «qualche insegnamento della storia»: anche dopo il '29 il liberalismo fu accantonato come un vecchio arnese ottocentesco, il primato della politica sfociò nel protezionismo e nello statalismo, e gli intellettuali europei si buttarono a inseguire i miti della «pianificazione», aderendo a nuovi modelli di organizzazione politica delle società che in alcuni casi finirono in tragedie di proporzioni enormi.
Il guaio, osserva Panebianco, è che alla fine «dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni». Tutti la invocano e stupisce «il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l'idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche».
Qualcuno potrebbe obiettare che anche l'onnipotenza del mercato è un mito. Ebbene, è un mito solo se riponiamo su di esso aspettative sbagliate. Dal mercato non possiamo aspettarci che realizzi un qualche ideale di «bene comune», né che ci garantisca un benessere economico perpetuo, o che elimini le contraddizioni e le incertezze proprie della realtà umana.
Nell'emergenza, secondo Panebianco, è accettabile un maggiore intervento dello Stato, purché sia temporaneo e venga accolto «a malincuore», non con «entusiasmo». Perché il rischio, in Europa, e soprattutto in Italia, più che in America, non è tanto «il "ritorno dello Stato" della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell'invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi».
Né Samuelson si degna di spiegare perché «le opinioni di Milton Friedman e di Friedrich Hayek» sarebbero «cattivi consigli» e i liberisti gente «tremendamente cinica». Il grande economista ci fa sapere che lui se ne sta al «centro», perché «la ragione e l'esperienza» lo hanno convinto, detto in poche parole, che in medio stat virtus. Eppure, quello «Stato Centrista Limitato» che vagheggia rischia di somigliare più a uno stato centralista molto difficilmente limitabile.
Chi invece diffida del «primato della politica» che molti invocano come risposta alla crisi è Angelo Panebianco, che ricorda come la «rivoluzione liberale» che prese avvio con le vittorie della Thatcher e di Reagan «fu una reazione alla crisi, economica e morale, degli anni Settanta», i cui benefici ci hanno regalato «una trentennale crescita economica mondiale e una spettacolare accelerazione della globalizzazione... capace di diffondere benessere e libertà in tanti luoghi che queste cose non conoscevano».
Panebianco ricorda a chi oggi rivendica il «primato della politica» e irride il liberismo «qualche insegnamento della storia»: anche dopo il '29 il liberalismo fu accantonato come un vecchio arnese ottocentesco, il primato della politica sfociò nel protezionismo e nello statalismo, e gli intellettuali europei si buttarono a inseguire i miti della «pianificazione», aderendo a nuovi modelli di organizzazione politica delle società che in alcuni casi finirono in tragedie di proporzioni enormi.
Il guaio, osserva Panebianco, è che alla fine «dalla politica tutti si aspettano la soluzione ai loro problemi e le attribuiscono ogni colpa delle mancate o cattive soluzioni». Tutti la invocano e stupisce «il fatto che non solo la gente comune ma anche gran parte delle élites fatichino ad accettare l'idea che non tutto ciò che accade sia il prodotto di decisioni politiche».
«Essi mostrano di non riconoscere che molti accadimenti sono semplicemente il frutto del reciproco adattamento spontaneo fra i comportamenti di milioni e, a volte, miliardi di persone, l'esito aggregato, per lo più imprevisto e imprevedibile, di un gran numero di azioni ispirate da altrettante menti singole. Nonostante la secolarizzazione, gente comune e élites continuano a credere che tutto si debba alla volontà degli Dei. La differenza è che questa idea di onnipotenza è stata trasferita, proiettata, su uomini in carne ed ossa, i cosiddetti potenti della Terra. I più, misconoscendo il ruolo fondamentale degli aggiustamenti spontanei, credono nella sola esistenza delle "mani visibili"».E' un approccio più laico e umile nei confronti della realtà quello che ci vorrebbe, perché «l'onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte», mentre «solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società», perché «compito del governo non è darci "la felicità" ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità».
Qualcuno potrebbe obiettare che anche l'onnipotenza del mercato è un mito. Ebbene, è un mito solo se riponiamo su di esso aspettative sbagliate. Dal mercato non possiamo aspettarci che realizzi un qualche ideale di «bene comune», né che ci garantisca un benessere economico perpetuo, o che elimini le contraddizioni e le incertezze proprie della realtà umana.
Nell'emergenza, secondo Panebianco, è accettabile un maggiore intervento dello Stato, purché sia temporaneo e venga accolto «a malincuore», non con «entusiasmo». Perché il rischio, in Europa, e soprattutto in Italia, più che in America, non è tanto «il "ritorno dello Stato" della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell'invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi».
Tuesday, October 14, 2008
Non è ancora il tramonto del secolo americano
Molto si è parlato e si è scritto sulle cause della crisi finanziaria e sui possibili rimedi. A tentare di allungare lo sguardo, cercando di scorgere le possibili conseguenze geopolitiche della crisi, è stato Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di venerdì scorso. E' in atto una «ridistribuzione del potere internazionale», il «definitivo passaggio» dall'odiato «unipolarismo» yankee al più saggio e politically correct «multipolarismo»? La crisi economica e di modello culturale ridimensioneranno l'influenza degli Stati Uniti nel mondo? Assisteremo al tramonto definitivo del cosiddetto «secolo americano»? La globalizzazione reggerà all'urto delle spinte protezioniste e del ritorno all'interventismo statale?
In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.
Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.
Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».
Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».
Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.
Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.
In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.
Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.
Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».
Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».
Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.
Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.
Friday, September 19, 2008
Il libero mercato non è il problema, ma la soluzione
Il rischio del fallimento è essenziale per l'efficienza del sistema economico e non può essere azzerato da troppi salvataggi statali. L'ho scritto l'altro ieri. Seppure i salvataggi della Fed sono frutto di pragmatismo e non certo del cedimento all'ideologia statalista, non è chiaro se la discrezionalità esercitata dall'autorità pubblica sia nel lungo termine un bene o un male. Le banche centrali non devono pretendere di garantire la stabilità finanziaria. Il loro compito è la stabilità dei prezzi e, al massimo, cercare di impedire che l'instabilità finanziaria colpisca duramente l'economia reale. «Attribuire alla politica monetaria obiettivi aggiuntivi, come una responsabilità diretta per la stabilità finanziaria, rischierebbe di confondere le responsabilità, aumentare il moral hazard e creare un trade off laddove non esiste», ha spiegato il governatore Draghi.
Perché, come ha ricordato ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «la mole di informazioni da gestire per monitorare con pretese di efficacia l'andamento dei mercati è sterminata - e i mercati esistono precisamente per consentire l'uso più efficiente possibile di informazioni che sono disperse e localizzate». Per i fautori dell'interventismo, invece, «l'entrata in scena del regolatore ha sempre un profilo salvifico, il regolatore sa più e meglio, porta ordine nel caos del mercato».
I salvataggi hanno quindi l'effetto di «favorire indirettamente una condotta troppo rischiosa, evitando che i cocci si disperdano», e di «stimolare comportamenti opportunistici». L'intervento della Fed per Aig è una toppa che rischia di aprire «nuove voragini di dubbi sul reale stato del sistema», di «produrre disfunzioni di lungo periodo per garantire consenso immediato a una classe dirigente. Se il cancro che vediamo oggi è figlio delle metastasi di ieri, speriamo di non stare scambiando per una cura il germe della prossima, terribile malattia».
Innocenzo Cipolletta, su Il Sole24 Ore, non si rassegna al fatto che le colpe della crisi vengano addossate al libero mercato: «L'attuale crisi della finanza internazionale... non è il prodotto della tanto dannata globalizzazione, né di uno "sfrenato" libero mercato, ma deriva essenzialmente da azioni discrezionali delle autorità pubbliche».
Perché, come ha ricordato ieri Alberto Mingardi, su il Riformista, «la mole di informazioni da gestire per monitorare con pretese di efficacia l'andamento dei mercati è sterminata - e i mercati esistono precisamente per consentire l'uso più efficiente possibile di informazioni che sono disperse e localizzate». Per i fautori dell'interventismo, invece, «l'entrata in scena del regolatore ha sempre un profilo salvifico, il regolatore sa più e meglio, porta ordine nel caos del mercato».
I salvataggi hanno quindi l'effetto di «favorire indirettamente una condotta troppo rischiosa, evitando che i cocci si disperdano», e di «stimolare comportamenti opportunistici». L'intervento della Fed per Aig è una toppa che rischia di aprire «nuove voragini di dubbi sul reale stato del sistema», di «produrre disfunzioni di lungo periodo per garantire consenso immediato a una classe dirigente. Se il cancro che vediamo oggi è figlio delle metastasi di ieri, speriamo di non stare scambiando per una cura il germe della prossima, terribile malattia».
Innocenzo Cipolletta, su Il Sole24 Ore, non si rassegna al fatto che le colpe della crisi vengano addossate al libero mercato: «L'attuale crisi della finanza internazionale... non è il prodotto della tanto dannata globalizzazione, né di uno "sfrenato" libero mercato, ma deriva essenzialmente da azioni discrezionali delle autorità pubbliche».
«Sono state le autorità americane che, dopo l'11 settembre 2001, per ragioni politiche di tenuta nazionale, hanno avviato un'eccessiva espansione monetaria e fiscale, volta a fermare ad ogni costo la recessione che era già iniziata prima dell'attentato. Questa politica, seguita anche negli anni successivi, nonché la carenza di controlli che sono necessari proprio per far funzionare veramente il libero mercato, come ormai ammesso da tutti, hanno contribuito in larga misura a generare le bolle speculative all'origine delle crisi finanziarie attuali».E qui arriva la strumentalizzazione politica della crisi da parte degli statalisti:
«Oggi, paradossalmente si giunge a ritenere normale e corretto l'arbitrio pubblico in economia per risolvere casi di crisi che, a loro volta, sono stati provocati proprio da azioni discrezionali dello Stato! In realtà c'è, specie in Italia, una tale voglia di tornare all'arbitrio pubblico e all'assistenza dello Stato che sono state salutate con sollievo ed entusiasmo le nazionalizzazioni americane e inglesi di alcuni istituti finanziari, fatte in circostanze ben diverse da quelle che si evocano nel nostro Paese per giustificare altri interventi. Si è inneggiato, questa volta sì con toni fondamentalisti, alla fine del libero mercato, perché si ha fretta di gettare alle ortiche le regole della concorrenza e quelle degli aiuti pubblici, al fine di rispolverare la liceità dell'intervento pubblico nei settori "strategici"».All'origine della crisi ci sono politiche pubbliche sbagliate anche per Piero Ostellino:
«La crisi del 1929 e quella attuale si assomigliano almeno in una cosa: che a produrre entrambe è stata la Federal Reserve, cioè la massima autorità finanziaria pubblica. Nel '29, con una politica monetaria troppo restrittiva; oggi, con una politica monetaria opposta, troppo espansiva. In entrambi i casi, in base a un pregiudizio culturale e a un interesse politico. Il pregiudizio: che la politica monetaria sia una variabile politica, mentre a determinare il tasso di interesse (il costo del denaro) non dovrebbe essere, a proprio piacimento, un'autorità pubblica "esterna" (la Federal Reserve), ma dovrebbero essere le preferenze "interne" dei cittadini, che è, poi, la spontanea dinamica della domanda e dell'offerta di denaro (il mercato). L'interesse: tassi di interesse troppo alti o troppo bassi, e tenuti tali troppo a lungo, sono rispettivamente lo strumento attraverso il quale una moneta nazionale (il dollaro ieri) cerca di imporre la propria forza nel mondo e uno Stato indebitato (gli Usa oggi) riduce il servizio del debito. Che, infine, un eccesso di liquidità abbia finito (anche) col dare alla testa agli speculatori è un altro fatto incontrovertibile, come lo sarebbe rinchiudere in una cantina ben fornita di vino un bevitore di professione».
Friday, July 18, 2008
Tremonti non dovrebbe somigliare più a Norquist che a Obama?
Ai lettori di Style, Christian Rocca ha fatto notare che negli Stati Uniti i candidati alle presidenziali «più vicini alle posizioni tremontiane sono stati quelli di sinistra liberal, Hillary Clinton e Barack Obama». Entrambi, come Tremonti, se la prendono con la globalizzazione e il "mercatismo".
La linea del candidato repubblicano, John McCain, è più simile a quella indicata da Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, che ha scritto un saggio dal titolo "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives".
La linea del candidato repubblicano, John McCain, è più simile a quella indicata da Grover Norquist, presidente dell'American Tax Reform, che ha scritto un saggio dal titolo "Leave us alone – Getting the government's hands off our money, our guns, our lives".
«Un manifesto del lasciateci in pace, del giù le mani dello Stato dai nostri soldi, dalle nostre armi e dalle nostre vite. La sua tesi è che l'America e il mondo non soffrano affatto di eccessivo mercatismo o di assenza di protezioni dagli attacchi finanziari globali, come pensa Tremonti. Secondo Norquist, invece, c'è bisogno di ulteriore libertà, di più mercato e di minori regolamentazioni governative. "Leave us alone" è l'esatto opposto del neotremontismo che chiede alla politica, quindi allo Stato, di impegnarsi a promuovere i valori, la famiglia e anche autorità e ordine. Tremonti parla di "identità europea", Norquist invita invece a stare il più alla larga possibile dal declinante modello europeo. In teoria dovrebbe essere Norquist, non Obama, il più credibile modello americano di Tremonti».I sostenitori del PdL dovrebbero forse cominciare a preoccuparsi, se il ministro dell'Economia del loro governo somiglia più a Obama che a Norquist. Tra l'altro, se la globalizzazione è spietata nel dividere i paesi tra "vincitori" e "vinti", tra quelli che hanno raccolto la sfida e stanno avendo successo nella competizione globale e quelli che, invece, sono rimasti a guardare, un'analisi attenta dei "vincitori" dimostra che le scelte politiche interne contano ancora molto nel determinare la competitività.
Thursday, July 17, 2008
Tagli alla spesa, ricomincia il piagnisteo bipartisan
Ciò che più mi allarma di Tremonti, come ho scritto qualche giorno fa, è la sua tendenza a guardare oltre confine, quasi che sul fronte interno ci sia poco da fare, oltre a rispettare i vincoli di bilancio, e che sul fronte esterno, nella lotta contro la "speculazione", si decida il nostro futuro economico. La crisi internazionale è seria e figurarsi se voglio negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per la sua arretratezza, ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi. Faremmo bene quindi a guardare più al nostro interno che ai massimi sistemi. Il nostro "male", prim'ancora che nella speculazione, è nello Stato. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me pare che la partita più importante si giochi dentro.
Dovremmo smetterla però con un vecchio vizio che vedo riaffiorare sia nell'opposizione che nella maggioranza. Ci riempiamo tutti la bocca della necessità di tagliare la spesa. Poi, quando da qualche parte si comincia, ci stracciamo le vesti. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano. Sulla sanità e sulla sicurezza hanno torto Formigoni e i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?
Proprio riguardo la sanità e la sicurezza tutti i dati - numero di addetti e bilanci - parlano chiaro: spendiamo di più, ma peggio, di molti Paesi europei. Più spesa uguale più servizi e servizi migliori, è questa la scriteriata logica che ha trainato verso l'alto la spesa pubblica e gonfiato il debito nel nostro Paese. Il compito dei ministri - e dei governatori - non è chiedere più soldi (troppo facile!), ma far funzionare la macchina con il minimo della spesa. La sfida è utilizzare in modo più efficiente le risorse che si hanno. C'è qualcuno che ai livelli di spesa in cui siamo ha forse il coraggio di sostenere che non ci siano i margini? Ricordo che in un suo articolo Ricolfi aveva addirittura parlato di 80 miliardi l'anno di sprechi. Nella sanità la "responsabilizzazione del singolo cittadino-paziente", come scrive Mingardi, per esempio rimborsando i cittadini anziché le strutture convenzionate, sarebbe elementare buon senso.
Dovremmo smetterla però con un vecchio vizio che vedo riaffiorare sia nell'opposizione che nella maggioranza. Ci riempiamo tutti la bocca della necessità di tagliare la spesa. Poi, quando da qualche parte si comincia, ci stracciamo le vesti. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano. Sulla sanità e sulla sicurezza hanno torto Formigoni e i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?
Proprio riguardo la sanità e la sicurezza tutti i dati - numero di addetti e bilanci - parlano chiaro: spendiamo di più, ma peggio, di molti Paesi europei. Più spesa uguale più servizi e servizi migliori, è questa la scriteriata logica che ha trainato verso l'alto la spesa pubblica e gonfiato il debito nel nostro Paese. Il compito dei ministri - e dei governatori - non è chiedere più soldi (troppo facile!), ma far funzionare la macchina con il minimo della spesa. La sfida è utilizzare in modo più efficiente le risorse che si hanno. C'è qualcuno che ai livelli di spesa in cui siamo ha forse il coraggio di sostenere che non ci siano i margini? Ricordo che in un suo articolo Ricolfi aveva addirittura parlato di 80 miliardi l'anno di sprechi. Nella sanità la "responsabilizzazione del singolo cittadino-paziente", come scrive Mingardi, per esempio rimborsando i cittadini anziché le strutture convenzionate, sarebbe elementare buon senso.
Friday, July 11, 2008
La partita più importante si gioca in Italia, non fuori
Con il Dpef si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shockA giudicare dalla dichiarazione finale del G8 di Toyako, in Giappone, in cui si legge dell'«importanza di implementare rapidamente tutte le raccomandazioni del Financial Stability Forum», presieduto dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, per contrastare la crisi finanziaria internazionale, si direbbe che all'estero nella sua disputa con Draghi il ministro Tremonti stia avendo la peggio.
Non mi pare che nei consessi europei o internazionali la crociata che Tremonti porta avanti con toni davvero troppo apocalittici nei confronti della speculazione e della globalizzazione stia riscuotendo molto successo. Il che è un bene e dovrebbe forse rassicurarci, indurci a non enfatizzare troppo le parole del ministro nel dibattito interno e a goderci un Dpef e una manovra finanziaria che effettivamente, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, sono impostati per la prima volta sui tagli alla spesa.
Vi consiglio però di sentire l'audizione di Tremonti sul Dpef dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, lo scorso 2 luglio. Non è rassicurante il fatto che il ministro, di fronte a ciò che succede (o meglio, alla sua interpretazione di ciò che sta accadendo) nell'economia mondiale, ritenga che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo per l'Italia. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma di fronte alla crisi la soluzione dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.
Figurarsi se vogliamo negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per cause interne, è la più fragile e la più esposta tra i Paesi sviluppati. Il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Proprio per l'arretratezza in cui ci troviamo, l'Italia ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi internazionale. Nella situazione in cui versa l'Italia, faremmo bene a guardare al nostro interno, non ai massimi sistemi. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello. Il rischio invece è che si limiti all'ordinaria amministrazione, a fare il minimo indispensabile, mentre ciò che serve è uno shock.
Lo ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Martino in un editoriale sul sito dell'Istituto Bruno Leoni: oltre all'aumento del prezzo del petrolio e all'inflazione, «sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive». Scrollandoci di dosso questi «45 anni di cattocomunismo» possiamo migliorare di molto la nostra condizione a prescindere dalle crisi internazionali. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me sembra che la partita più importante si giochi dentro.
«Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l'urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo renda meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive». E qui, dopo l'analisi, la critica di Martino:
«Tutti ci aspettavamo che il successo elettorale del PdL avrebbe indotto il nuovo governo, largamente dotato dei numeri per farlo, a mantenere quanto a gran voce promesso in campagna elettorale, dando vita ad una profonda riforma fiscale e riducendo il peso delle tasse gravante sulle famiglie e sulle imprese, invertendo il corso inaugurato dal governo dei sinistri. Invece, a nemmeno due mesi dal suo insediamento, il governo aumenta le tasse giustificando la decisione con le spiritosaggini del ministro dell'Economia che si appella all'autorità di Robin Hood, rinazionalizza quella autentica vergogna nazionale che è l'Alitalia e la sua montagna di debiti (la "compagnia di bandiera" perde oltre un milione di euro al giorno), taglia le già scarse risorse delle forze armate e delle forze di polizia e manda 2500-3000 militari a presidiare discariche e svolgere compiti di ordine pubblico come se non fossero sufficienti a quello scopo i 400.000 addetti delle forze dell'ordine. Non è questa la svolta promessa, non è questa la rivoluzione liberale di cui abbiamo bisogno. L'Italia non ha bisogno di un governo che gestisca l'esistente – è l'esistente la causa del nostro declino – l'Italia vuole ed ha chiesto in modo inequivocabile un cambiamento, una inversione di rotta. Se questo governo non si affretta a darcela rischia di incappare nel profondo disprezzo degli Italiani di oggi e di quelli che verranno».Non saranno i toni comprensibilmente astiosi dell'ex ministro Martino - uno dei tanti liberali doc a non aver trovato nella compagine governativa un incarico all'altezza del suo valore e della sua figura - a impedirci di dargli ragione. Nel Dpef varato dal governo e all'esame del Parlamento c'è un'importante svolta sulla spesa pubblica, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto al precedente governo Berlusconi. Di questo sarebbe ingiusto non darne atto.
Ma manca lo shock. Potrebbero rivelarsi ancora insufficienti le riforme di Brunetta, Sacconi e Gelmini - sempre che riescano a realizzarle - in tre settori chiave. Sarebbe stato opportuno, per esempio, già prevedere almeno entro il prossimo trienno un piano di riduzione delle aliquote fiscali. Il rischio è di ritrovarci con «un governo che gestisce l'esistente», quando è proprio «l'esistente la causa del nostro declino».
Lo stesso difetto nell'approccio di Tremonti lo registrava Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole24 Ore: «La risposta del Governo sembra essere: sul fronte interno c'è poco da fare, perché i vincoli di bilancio non consentono margini di manovra; sul fronte esterno, mobilitiamo i Governi europei contro la "speculazione". È una risposta inadeguata su entrambi i fronti».
C'è, spiega Tabellini, un «fronte esterno su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo», ma non riguarda la "speculazione". Sul «fronte interno, la politica monetaria può fare ben poco... Gli effetti dello shock invece dovrebbero essere contrastati con la politica fiscale. Lo strumento corretto è una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro: dal lato dell'offerta, scenderebbero i costi di produzione; dal lato della domanda, si darebbe sollievo al reddito disponibile delle famiglie». Si potrebbe così «difendere il potere d'acquisto delle famiglie senza scatenare una vana rincorsa tra prezzi e salari».
E' comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».
Secondo gli obiettivi del Dpef, nel 2010 sia la pressione fiscale che la spesa corrente al netto degli interessi in percentuale del Pil continueranno a essere praticamente sugli stessi livelli del 2007. «È un programma troppo rinunciatario, date le difficoltà del Paese», conclude Tabellini. Si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock.
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