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Monday, July 25, 2016

Il Califfato di Erdogan con l'aiuto dell'Europa

Pubblicato su The Fielder

Il capo dell'Isis al-Baghdadi starà provando un pizzico di invidia per il presidente turco Erdogan, che sta riuscendo, lui sì, a metter su un vero Califfato, dentro la Nato e con un piede nell'Ue. Una battuta, ma non troppo... Considerando la rapidità con cui Erdogan, appena scampato al golpe, ha dato il via all'epurazione di massa cui assistiamo da giorni, è probabile che avesse pronte da tempo le liste di nomi da epurare e che i golpisti abbiano agito mossi dalla fretta e dalla disperazione, giocando il tutto per tutto nel tentativo di anticipare una purga comunque imminente.

A giochi fatti, e a denti stretti, il presidente Obama e i leader europei hanno espresso il loro sostegno al governo "democraticamente eletto", nonostante la deriva autoritaria e islamista nella Turchia di Erdogan fosse ormai chiara da anni. Si sono trincerati dietro un mero formalismo (dal momento che la democrazia non si esaurisce certo nel voto popolare), ma è stata la loro stessa incauta realpolitik a costringerli a tenersi buono (per l'accordo sui migranti e la guerra all'Isis) un partner imbarazzante e inaffidabile. La Turchia è altro, e guarda altrove, rispetto al Paese che nel dicembre 1999 il Consiglio europeo accettò come candidato all'adesione. La Turchia laica, kemalista, quasi democratica è morta e sepolta in poco più di dieci anni e proprio sotto lo sguardo benevolo dell'Europa.

Molti non se ne sono ancora accorti, o fingono di non accorgersene. La tesi continua a essere che in fondo è colpa nostra. Perché non abbiamo aperto le porte alla Turchia quando avremmo dovuto, li abbiamo "respinti", abbiamo fatto "i difficili" sui numerosi capitoli dei negoziati. Sarebbe quindi venuto meno un importante incentivo per proseguire sulla strada della democrazia e dello stato di diritto e ora rischiamo che la Turchia, delusa, rivolga altrove la propria attenzione geopolitica, alla Russia o all'Iran.

Dobbiamo smetterla con questa visione eurocentrica per cui "gli altri", Putin e adesso Erdogan, agiscono solo in reazione alla frustrazione delle loro presunte aspettative su di noi, e non secondo loro ambizioni geopolitiche. Giuste o sbagliate, agiscono indipendentemente da cosa fa e dice l'Europa.

E' questo purtroppo uno dei frutti avvelenati dell'ideologia europeista. La convinzione che l'Unione europea fosse un progetto inevitabilmente destinato a magnifiche sorti e progressive ha alimentato, a cavallo degli anni 2000, un vero e proprio delirio di onnipotenza. C'è stato, in effetti, un momento in cui il progetto europeo emanava un "soft power" tale da attrarre e indurre miglioramenti nei Paesi candidati all'adesione o all'associazione. Ma quel periodo, in cui l'Ue sembrava potesse trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, è ampiamente alle nostre spalle. Se rientrava nella "mission" europea l'adesione dei Paesi dell'Europa orientale appena liberatisi dal giogo sovietico, per una vera riunificazione del continente, fu un clamoroso abbaglio pensare che si potesse includere anche la Turchia, sulla base dei suoi stretti legami con l'Occidente e la natura laica delle sue istituzioni.

L'ancoraggio di Ankara all'Occidente, attraverso la sua appartenenza alla Nato, si deve principalmente alle circostanze della Guerra Fredda e alla modernizzazione kemalista. Ma crollata l'Unione sovietica, venuti meno i vincoli della Guerra Fredda, era logico aspettarsi che rivolgesse altrove la sua attenzione geopolitica, non appena avesse avuto forza e consapevolezza. E in nemmeno due decenni anche la laicizzazione forzata di Ataturk si è sciolta come neve al sole, rivelandosi effimera e superficiale rispetto alla più profonda identità religiosa e culturale islamica del Paese, che ha attraversato il kemalismo come un fiume carsico per poi riemergere prepotentemente.

Dopo il crollo sovietico, come ha spiegato il prof. Alessandro Grossato, orientalista della Facoltà teologica del Triveneto, in un saggio apparso nel 2010 sulla "Rivista di Politica", l'Islam ha ripreso a manifestarsi e a diffondersi dai Balcani alla Turchia, dal Caucaso all'Asia centrale, fino alla comunità uigura nello Xinjang cinese, grazie all'opera di confraternite sufi come la Naqshbandiyya. Molto attiva in Turchia dai tempi di Ataturk, questa confraternita, praticando l'arte della dissimulazione, in arabo taqîya, ovvero tenere nascosta la propria identità islamica, ha giocato un ruolo centrale nella sopravvivenza dell'islam turco, ponendo le basi per la sua rinascita anche politica quando le circostanze lo hanno permesso. Attraverso movimenti culturali e fondazioni caritatevoli, la Naqshbandiyya ha coltivato la futura base elettorale di quelle che saranno, di lì a qualche decennio, le prime formazioni politiche dichiaratamente islamiche, nonché la classe dirigente, riuscendo persino a infiltrare, grazie alla perfetta applicazione dell'arte della dissimulazione, alcuni dei propri affiliati ai vertici dello Stato (come il due volte primo ministro ed ex presidente Turgut Özal).

Nel 1995, Necmettin Erbakan, conduce per la prima volta alla vittoria, in regolari elezioni, un partito dichiaratamente islamico, il "Partito del Benessere". Ma dimenticando le regole della taqîya Erbakan manifesta fin da subito le sue intenzioni di liquidare il kemalismo, spingendo le forze armate al golpe "morbido" del 1997. Ma ormai il processo si era messo in moto. Nel novembre del 2002, complici le cattive condizioni di salute dell'anziano primo ministro Ecevit e la grave crisi politica e sociale del Paese, i militari non possono impedire al partito di Erdogan, l'Akp, solo apparentemente più moderato del precedente di Erbakan, di partecipare alle elezioni. Le vittorie del 2002 e del 2007 sono tali da rendere impraticabile un golpe "morbido".

E qui veniamo al rapporto strumentale di Erdogan con l'Unione europea (e con la democrazia) e al secondo, drammatico sbaglio delle élite europee. Erdogan (e prima di lui Turgut Özal, che nel 1987 inoltrò la domanda formale di adesione alla Ue) ha capito che il processo di integrazione nell'Ue poteva rappresentare un mezzo per scardinare il sistema kemalista e favorire la rinascita dell'islam turco, sia sul piano religioso che su quello politico. Proprio le riforme fortemente richieste dall'Ue quale condizione preliminare per avviare il processo di adesione - libertà d'espressione, apertura democratica, fine dell'ingerenza delle forze armate nella politica - erano la migliore garanzia per i partiti e i movimenti culturali islamici contro la spada di Damocle che le forze armate e la magistratura avrebbero potuto ancora calare sulle loro teste per salvare il sistema kemalista. Sempre in un'ottica eurocentrica, agli occhi degli europei era il ruolo dei militari, non l'islam politico, ad essere incompatibile con una Turchia democratica. Che svista!

Diversa la sorte del governo islamista di Morsi in Egitto, anch'esso democraticamente eletto ma fatto fuori dal golpe del generale Al-Sisi. L'errore di Morsi è stato quello di gettare subito la maschera, procedere a un'islamizzazione a tappe forzate, tra l'altro dimostrando una totale imperizia economica. Erdogan è stato molto più abile: si è presentato come moderato (salutavamo il suo Akp come il corrispettivo islamico della democrazia cristiana, ricordate?), ha dissimulato, ha garantito anni di crescita economica sostenuta e senza precedenti. E quando il golpe è arrivato, era ormai troppo tardi perché potesse riuscire. Ci ha messo un decennio, ma ora può permettersi di abbandonare almeno in parte la pratica della dissimulazione e raccoglierne i frutti.

Erdogan si è servito della democrazia (e dell'Europa) come un tram: "Quando arrivi alla tua fermata, scendi", ebbe a dire lui stesso durante il suo mandato da sindaco di Istanbul dal 1994 al 1997. Una volta sdoganato l'islam politico, rafforzato il suo potere, liquidato il kemalismo, ora che il processo di islamizzazione delle istituzioni è compiuto non ne ha più bisogno. E anche dall'Ue ha ottenuto tutto ciò che gli serviva. Non c'è motivo per cui ora debba temere la minaccia di un "no" a un'adesione che non ha mai voluto e che rischierebbe anzi di inquinare l'identità islamica della nuova Turchia e di legargli le mani rispetto alle nuove ambizioni geopolitiche.

Sciagurato anche il recente accordo sui migranti che l'Ue, Berlino in testa, ha negoziato con Ankara, di fatto appaltando a Erdogan la sicurezza dei confini dell'Europa. Nelle sue mani il rubinetto del flusso di profughi che dalla Siria tentano di raggiungere l'Europa attraverso l'Egeo e la rotta balcanica può trasformarsi in una potente arma di ricatto.

Ma dove vuole arrivare Erdogan? All'interno, dunque, la rinascita islamica. Sul piano internazionale, un radicale riposizionamento geopolitico. Grazie all'indulgenza americana ed europea, finora l'appartenenza alla Nato e il negoziato per l'ingresso nell'Ue non hanno impedito a Erdogan di proiettare sempre più l'influenza della Turchia in tutt'altre direzioni, ma è chiaro che il nuovo ruolo di Ankara nel mondo passa per la progressiva emancipazione dall'Occidente. Il primo segnale già nel 2003, quando Erdogan rifiutò il passaggio attraverso il territorio turco della Quarta divisione di fanteria americana verso il fronte settentrionale iracheno.

L'importanza strategica della Turchia deriva dalla sua particolare collocazione geografica, crocevia tra Europa e Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale, ma anche dalle sue identità culturali (quella islamica e quella turcofona) e dall'eredità ottomana. Tutti elementi che fino ad ora Erdogan è riuscito a combinare con un equilibrismo quasi perfetto.

Innanzitutto, l'appartenenza islamica, quindi i vicini Paesi arabi, in particolare Siria, Iraq e palestinesi, ma anche i lontani Qatar e Arabia Saudita, e persino l'Iran sciita. Il punto è che tutte le sue abili e spesso contraddittorie manovre si spiegano con l'intenzione di sfruttare qualsiasi opportunità - e la cosiddetta "primavera araba" ne ha offerte molte - per far emergere la Turchia come Paese guida e modello per il mondo sunnita al posto dei declinanti Egitto e Arabia Saudita.

La gestione della crisi siriana è emblematica delle sue doti di equilibrismo, del saper tirare al massimo la corda senza spezzarla. Fin tanto che la priorità dell'Occidente sembrava essere quella di sbarazzarsi del regime di Assad, ha permesso agli aerei russi di raggiungere la base siriana di Tartous, senza che la Nato potesse far nulla. Fino all'estate scorsa ha negato l'utilizzo della base Nato di Incirlik per bombardare l'Isis. Poi l'abbattimento del jet russo e le accuse di Mosca sul suo flirt con l'Isis in funzione anti-Assad e anti-curda. Ha ostacolato il processo politico di Ginevra, cercando di escludere i curdi e di includere gruppi islamisti. Infine, proprio nei mesi precedenti il tentato golpe, e quando Usa e Russia hanno finalmente iniziato a collaborare in funzione anti-Isis, rischiando di finire isolato si è riallineato. Un prezzo l'ha pagato: l'Isis ha punito la sua ambiguità con l'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.

Il protagonismo turco nella crisi siriana ha l'obiettivo di mostrarsi al mondo sunnita come potenza regionale in grado di contenere, e se possibile respingere l'influenza iraniana, in ascesa in tutta l'area dall'Iraq alla Siria e al Libano, e di giocare alla pari con Usa e Russia (nonché ovviamente di debellare la minaccia curda). Né va dimenticato il tentativo di giocare un ruolo sul futuro della martoriata Libia. E già da anni, l'appoggio senza precedenti di Ankara alla causa palestinese, e soprattutto a quella di Gaza (e, quindi, di Hamas), con le conseguenti tensioni con Israele, aveva garantito di per sé una forte legittimazione da parte di tutte le masse arabe.

Ma Erdogan ha saputo allo stesso tempo instaurare rapporti di buon vicinato, e di relativa collaborazione, anche con Teheran. Il presidente iraniano Rouhani ha salutato la sconfitta del golpe molto più calorosamente di Obama e dei leader europei. E oltre ai rapporti economici, nonostante si trovino su fronti contrapposti nella crisi siriana, i due Paesi collaborano su singole questioni come quella curda e sul nucleare. Ricordiamo le operazioni militari congiunte turco-iraniane contro la guerriglia curda lungo il confine tra i due Paesi. E il sostegno di Ankara a una soluzione diplomatica sul nucleare iraniano, riconoscendo a Teheran il diritto a dotarsi del nucleare civile. Chissà, un giorno potrebbe servire che Teheran ricambi il favore...

Ora Stati Uniti ed Europa non devono commettere l'ennesimo errore, non devono farsi prendere dall'ansia di corteggiare Erdogan, rafforzandolo, per paura di spingerlo nelle braccia russe o iraniane. Erdogan non vuole affatto finirci. Gioca alternativamente la carta Nato e la prospettiva europea nei confronti della Russia, e la carta Putin per dimostrare a Stati Uniti e Ue che ha un'alternativa rispetto all'alleanza occidentale. L'importante è mettersi in mezzo, sempre, giocando da imprevedibile guastatore o indispensabile alleato. Ma in realtà non vuole legarsi a nessuno. Prende ciò che può da entrambi i forni per rafforzarsi internamente e per scalare posizioni sul piano internazionale. Non vede la sua Turchia come membro dell'Ue, ma neppure dell'Unione eurasiatica (l'unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia). Entrambe le membership sarebbero incompatibili con il ruolo di potenza egemone che intende esercitare in Medio Oriente e nel nuovo spazio eurasiatico, perché dovrebbe rispondere delle sue azioni in un caso a Bruxelles, nell'altro a Mosca.

Il riavvicinamento alla Russia non significa quindi che Erdogan voglia sposarsi a Putin, né d'altra parte Putin intende accoglierlo a braccia aperte. Primo, perché il livello di fiducia è ancora troppo basso: Putin non si fida. Non scordiamoci che Mosca ha accusato esplicitamente Ankara di fornire appoggio all'Isis, ha denunciato l'estrema permeabilità del confine turco per i terroristi, nonché gli strani commerci di petrolio che dalla Siria attraversavano tutta la Turchia fino al Mediterraneo. Per la Russia sarebbe già positivo e utile se la Turchia si emancipasse dall'Occidente, restando un elemento separato. Ma questo non significa che il Cremlino si fiderà di Ankara. Anche perché sulla questione siriana nel frattempo si è ammorbidita la posizione americana ed è partito un vero dialogo tra Washington e Mosca. Inoltre, le ambizioni di Erdogan vanno oltre il Medio Oriente, si estendono a tutta la vasta area turcofona dell'Asia centrale. Il che confligge con la sfera di influenza russa. Proprio nell'area eurasiatica i due sono destinati a confliggere molto più che incontrarsi (il che non esclude progetti comuni se e quando convengano a entrambi).

Insomma, dal mondo sunnita del Medio Oriente (dalla Libia al Golfo persico) a quello turcofono fino al Mar Caspio e al rapporto dialogico con l'Europa (non da Paese candidato all'adesione ma da pari a pari), l'area verso la quale la Turchia di Erdogan sta tentando di proiettare la sua influenza ricorda sempre più quella compresa e integrata nel Califfato ottomano.

Già nell'estate del 2011, su Newsweek lo storico Niall Ferguson segnalava tra le ambizioni di Erdogan quella di far "rivivere l'Impero ottomano", intravedendo "buone ragioni" per sospettare che sognasse di "trasformare la Turchia in modi che Solimano il Magnifico avrebbe apprezzato", cioè in un "nuovo impero musulmano in Medio Oriente". E ricordava come nel 1998 Erdogan fu imprigionato per aver recitato i versi di un poeta panturco di inizio secolo: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati". Emblematiche anche le sue parole dopo la vittoria alle elezioni del 2011: "Sarajevo ha vinto oggi quanto Istanbul; Beirut quanto Izmir; Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, la Cisgiordania, Gerusalemme hanno vinto quanto Diyarbakir". "La sua ambizione, sembra chiaro - scriveva Ferguson - è tornare all'era pre-Ataturk, quando la Turchia era non solo musulmana militante, ma anche una superpotenza regionale".

Dunque, si pone eccome il tema dell'espulsione, o quanto meno della sospensione della Turchia dalla Nato e degli accordi con l'Unione europea: è in gioco la condivisione dei sistemi di difesa della Nato con un governo islamista il cui sistema di alleanze è quanto meno troppo variabile e spregiudicato. E l'Europa? Si può permettere una potenza islamista alle proprie porte? La Turchia di Erdogan, e in generale l'islam politico, è incompatibile con i valori e gli interessi occidentali? Urgono risposte coraggiose.

Friday, January 13, 2012

Italia mostly unfree

Anche su Notapolitica

L'Italia continua a precipitare nell'Index of Economic Freedom, l'indice della libertà economica nel mondo, elaborato ogni anno da Heritage Foundation e Wall Street Journal. Un vero e proprio tracollo dal 42° posto nel 2006 al 92° di quest'anno su 179 Paesi esaminati (60° nel 2007, 64° nel 2008, 76° nel 2009, 74° nel 2010 e 87° nel 2011). Ma la notizia del 2012 è che per la prima volta il nostro Paese compare nella fascia dei Paesi definiti «mostly unfree» («essenzialmente non liberi»). Siamo scivolati, infatti, nel punteggio complessivo, al di sotto della soglia 60, al 58,8 (-1,5 rispetto al 60,3 dello scorso anno), mentre da anni, anche se con un punteggio non molto superiore, riuscivamo a restare almeno nella fascia dei Paesi «moderatamente liberi» (tra i 60 e i 69,9 punti). Ormai lontanissimi dal punteggio medio delle economie definite «libere» (84,7), siamo leggermente sotto la media mondiale, che è di 59,5, in compagnia di Gambia, Honduras e Azerbaijan, mentre persino Kirghizistan e Burkina Faso risultano avere economie più libere della nostra. Tra i 43 Paesi della regione europea, il cui punteggio medio è 66,1, ci piazziamo al 36° posto, davanti a Grecia, Serbia, Bosnia, Moldova, Russia, Ucraina e Bielorussia, mentre solo la Grecia fa peggio di noi tra i Paesi Ue. Il ranking peggiora a livelli impressionanti se osserviamo in particolare tre parametri. Per la pressione fiscale siamo al 169° posto su 179 Paesi e per la spesa pubblica al 168°, in questo caso in compagnia di molti Paesi europei. Molto male anche il grado di libertà del mercato del lavoro (153° posto).

Si dirà che si tratta di realtà non comparabili, ma non bisogna confondere questo indicatore con la ricchezza o l'industrializzazione dei Paesi. Il suo obiettivo è misurare il grado di libertà dei sistemi economici. Dunque – almeno per chi crede che più libera è un'economia maggiori sono le sue possibilità di crescere – misura semmai una tendenza alla prosperità. In questo senso va forse letto un altro dato che emerge dalla classifica di quest'anno: l'avanzata dei Paesi asiatici, africani e sudamericani, segno che sempre più Paesi in via di sviluppo individuano nelle politiche di maggiore libertà economica quelle più appropriate per favorire lo sviluppo, mentre tra i Paesi occidentali, anche a causa del ruolo dei governi nella crisi, è in corso il processo inverso e tutti arretrano nel ranking generale. Solo cinque Paesi si situano nella prima fascia, quella dei «liberi»: i primi due sono asiatici (Hong Kong e Singapore), al terzo e quarto posto troviamo i due Paesi più grandi dell'Oceania (Australia e Nuova Zelanda) e al quinto la Svizzera, prima tra gli europei. Per la prima volta in assoluto fa il suo ingresso nella top ten, piazzandosi all'ottavo posto, un Paese dell'Africa sub-sahariana: le Mauritius. Tra i primi dieci anche Canada (6°), Cile (7°), Irlanda (9°) e gli Stati Uniti (10°), che ci rientrano per un soffio, lo 0,1 che li separa dalla Danimarca (11°), molto citata da noi per il suo modello di flexsecurity. Dei 23 Paesi nella fascia degli «essenzialmente liberi» 13 sono europei (tra cui la sorpresa Islanda e 8 dell'area euro), 3 asiatici (Taiwan, Macau e Giappone), 2 nordamericani (Canada e Usa), 2 sudamericani (Cile e l'ormai nota Saint Lucia, che si piazza tra Giappone e Germania!), 2 arabi (Bahrein e Qatar) e uno africano.

Ma è tra i «moderatamente liberi» che si registra l'exploit degli Stati africani, asiatici e mediorientali: new entry Marocco, Ghana e Mongolia. Si confermano migliorando il loro punteggio Uganda, Madagascar, Ruanda, Kazakistan, Thailandia, Malesia, Panama, Costa Rica, Perù e Barbados. Mentre sono ormai vicini a superare la soglia dei 70 punti, quindi ad entrare tra i Paesi «essenzialmente liberi», Corea del Sud, Giordania (primo tra i Paesi arabi non ricchi di petrolio), Botswana ed Emirati Arabi Uniti.

Tornando al giudizio sul nostro Paese, l'ulteriore perdita di posizioni è in particolare dovuta al peggioramento nel controllo della spesa pubblica (-9,2), che ha raggiunto il 51,8% del Pil, nella libertà dalla corruzione (-4) e nella rigidità del mercato del lavoro (-1,4). Il debito continua ad essere troppo elevato così come la pressione fiscale, nel 2011 salita al 43,5% del Pil. Per quanto riguarda lo stato di diritto, diritti di proprietà e contratti sono tutelati, ma i procedimenti giudiziari restano estremamente lenti e l'ordinamento legale è vulnerabile a interferenze politiche. La complessità del quadro normativo e delle procedure amministrative aumenta i costi delle attività produttive, danneggiandone la competitività. La sorpresa è che nonostante il governo punti sulle liberalizzazioni come priorità per la crescita, i punteggi migliori l'Italia li ottiene proprio nel capitolo sull'apertura dei mercati. La libertà di commercio riceve un punteggio di 87,1, il più alto dei parametri considerati, e un buon 75 la libertà di investimento, frenata da una burocrazia complessa, dall'eccessiva arbitrarietà nell'applicazione delle normative e dalle interferenze politiche.

Wednesday, July 29, 2009

Usa-Cina. Le prove di G-2 e la vera bolla cinese

Su Il Velino

Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.

Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.

Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...

(...)

la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA

Tuesday, October 14, 2008

Non è ancora il tramonto del secolo americano

Molto si è parlato e si è scritto sulle cause della crisi finanziaria e sui possibili rimedi. A tentare di allungare lo sguardo, cercando di scorgere le possibili conseguenze geopolitiche della crisi, è stato Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di venerdì scorso. E' in atto una «ridistribuzione del potere internazionale», il «definitivo passaggio» dall'odiato «unipolarismo» yankee al più saggio e politically correct «multipolarismo»? La crisi economica e di modello culturale ridimensioneranno l'influenza degli Stati Uniti nel mondo? Assisteremo al tramonto definitivo del cosiddetto «secolo americano»? La globalizzazione reggerà all'urto delle spinte protezioniste e del ritorno all'interventismo statale?

In America il dibattito è più che mai aperto. «Quando la marea lambisce alla vita Gulliver, di solito significa che i Lillipuziani sono già dieci piedi sott'acqua», scrive oggi Bret Stephens sul Wall Street Journal. Sul blog del Council on Foreign Relations è stata avviata una discussione alla quale sono intervenuti con i loro commenti autorevoli studiosi e analisti dello stesso CFR e di altri think tank. Molti ritengono che l'«era americana» sia lungi dall'essersi conclusa.

Ciò che più preoccupa Adam Posen è che gli Stati Uniti abbiano perso la leadership del «model setting», cioè la capacità di proporre al resto del mondo modelli di riferimento. Tuttavia, le nazioni che «intraprendessero vie alternative al mercato, o politiche eccessivamente illiberali, finirebbero con il danneggiare le proprie economie più di quanto abbia fatto l'eccesso del nostro laissez-faire». Se gli altri paesi trarranno una lezione anti-mercato da questa crisi, intende dire Posen, sarà a loro danno, mentre il potere Usa ne verrebbe paradossalmente consolidato.

Nicholas Eberstadt, dell'American Enterprise Institute, sottolinea come il potere economico e l'influenza geopolitica siano misure «relative». «Concentrarsi sulle vulnerabilità dell'America senza cimentarsi nello stesso esercizio per le altre potenze esistenti o emergenti ci lascerà con un'analisi incompleta, per non dire distorta». Anche Russia, Cina e India hanno «enormi vulnerabilità economiche, che potrebbero rallentare in modo significativo o persino far fallire i loro attuali ambiziosi obiettivi di crescita». Insomma, si chiede sarcasticamente Eberstadt: «Scambierei le nostre vulnerabilità economiche per le loro (o per quelle dell'Europa o del Giappone)? Mai in questa vita».

Nel dibattito sul blog del CFR è intervenuto anche Joseph Nye, docente di relazioni internazionali ad Harvard e teorico del "soft power". «Quando scrissi "Bound to Lead", nel 1989, l'opinione comune era che gli Stati Uniti (e la loro economia) fossero in declino. Non ci ho creduto allora, e non ci credo oggi», «ma pagheremo un prezzo per la recente debacle nel nostro "soft power". L'apparente efficienza del nostro mercato ha rappresentato un'importante fonte di attrazione verso gli Stati Uniti». La domanda da porsi è «se recupereremo il nostro "soft power", o se una volta scottati tutti si terranno ben alla larga».

Sebastian Mallaby osserva che «dopo tutto il sistema politico americano ha dato una risposta politica forte in tempi brevi», mentre «in Europa, al contrario, le autorità sono in difficoltà nel dare una risposta coordinata». Insomma, «almeno relativamente all'Ue», gli Usa non se la passano così male. «Non molto tempo fa gli europei si compiacevano del fatto che la super-finanza americana stesse avendo ciò che si meritava; ora le banche europee sembrano deboli almeno quanto quelle americane». Nemmeno l'Asia è immune a una stretta creditizia globale e il modello asiatico basato sulle esportazioni è «vulnerabile» ad una stagnazione della domanda globale.

Ancor più che il potere americano, a rischiare è la globalizzazione nella sua forma attuale, secondo Mallaby. E' da sempre un fenomeno controverso, ma finché rimane un progetto «liberale», è «accettabile l'idea che degli stranieri possiedano compagnie o asset americani», cercando di massimizzare i loro profitti. Tuttavia, più gli stati accresceranno il loro ruolo nell'economia globale, più aumenterà la diffidenza e sarà difficile aprirsi alla concorrenza e agli investimenti stranieri, presupposti della globalizzazione. Due esempi: «L'Europa avrebbe tranquillamente potuto fare affidamento sul gas russo, se il governo di Mosca non si fosse intromesso. Invece si è intromesso, e molto, così che il gas è divenuto una questione di politica estera. Gli Stati Uniti avrebbero tranquillamente potuto contare sui risparmiatori esteri per finanziare il loro debito, se i governi stranieri non si fossero inseriti. Banche centrali ed enti governativi sono divenuti fornitori chiave di capitali degli Stati Uniti, e così i finanziamenti esteri sono divenuti una sorta di cavallo di troia» in mano a potenze rivali.

Wednesday, October 08, 2008

Stati Uniti in crisi, la Cina mostra i muscoli

Una notizia che avrebbe avuto senz'altro l'attenzione che merita, se in questi giorni la crisi finanziaria non avesse monopolizzato le prime pagine: la Cina ha annullato o sospeso numerosi contatti militari con gli Stati Uniti in reazione a una fornitura militare statunitense a Taiwan del valore di circa 6,5 miliardi di dollari. Cancellate o rinviate visite ad alto livello e scambi commerciali legati agli aiuti umanitari, fissati per la fine di novembre. La fornitura militare a Taiwan butta al vento anni di lavoro per costruire un rapporto di fiducia tra Cina e Stati Uniti sul piano militare, minaccia la sicurezza della Cina e ignora il diritto internazionale, ha protestato il ministro degli Esteri cinese.

Bisogna considerare che la Cina tiene puntati su Taiwan i suoi missili e che in realtà, diversamente da altre volte, le armi del pacchetto sono volte a migliorare le capacità di difesa dell'isola senza alterare gli equilibri strategici nella regione. Inoltre, il nuovo presidente di Taiwan, Ma Ying-Jeou, ha mostrato di voler perseguire una politica di progressivo riavvicinamento a Pechino, a cominciare dai rapporti economici e commerciali.

Eppure, la Cina questa volta eccepisce. Segno che i rapporti di forza tra Pechino e Washington nella regione stanno progressivamente mutando a favore dei cinesi, che sentono di avere sufficiente peso politico per poter esercitare pressioni su Washington.

L'amministrazione Bush ha proseguito negli sforzi delle amministrazioni precenti per integrare la Cina nel sistema internazionale, ma si è anche mossa per preparare l'America a fronteggiare quella che appare una potenza rivale, se non ancora nemica: rafforzando la cooperazione economica e militare con alcuni importanti stati asiatici, tra cui Giappone, India e Vietnam (ultimo atto la recente ratifica da parte del Congresso di un accordo di cooperazione nucleare con l'India); diminuendo la sua presenza militare in Europa per rafforzarla nelle basi del Pacifico e dell'Asia centrale.

Eppure, gli Stati Uniti hanno una comprensione ancora limitata delle intenzioni cinesi. E' una delle osservazioni contenute nel rapporto di un board indipendente, l'International Security Advisory Board, sulla modernizzazione delle forze armate cinesi, destinato al segretario di Stato Usa. Il problema è capire come la Cina intende usare le sue forze armate, se può essere inclusa tra le potenze che lavorano alla stabilità o invece al mutamento degli equilibri internazionali, se si sta preparando a un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti. In ogni caso, conclude il rapporto, «la modernizzazione militare cinese sta procedendo a ritmi che destano preoccupazione anche assumendo la più benevola interpretazione delle motivazioni». L'ISAB suggerisce quindi di prendere delle contromisure: difendere Taiwan (non ripetendo l'errore commesso con la Georgia); rassicurare gli alleati della regione; contrastare lo spionaggio; migliorare le difese anti-missile.

I cinesi «hanno ampiamente chiarito le loro intenzioni», osserva Gordon G. Chang su Frontpage Magazine, e gli Stati Uniti dovrebbero «comprendere le ambizioni geopolitiche di Pechino». Purtroppo, la Cina è una nazione «potenzialmente ostile», spiega l'analista: «E' stata l'unica superpotenza mondiale per secoli, e oggi si sta preparando a riconquistare quel ruolo». Ma non può riuscirci senza una forza militare superiore a quella americana, soprattutto sui mari, nei cieli e nello spazio.

Eppure, molti a Washington sono ancora convinti che Pechino si accontenti dello status quo, di far parte del sistema internazionale per la prima volta nei suoi sei decenni di vita. Pechino però non ha nascosto le sue ambizioni nell'ultimo decennio, osserva Chang. L'aumento esponenziale della spesa militare, l'iniziativa diplomatica denominata Shanghai Cooperation Organization, le provocazioni militari e spaziali, e in ultimo la reazione di questi giorni alla fornitura di armi a Taiwan, lo dimostrano: «La Cina, di nuovo sicura di sé e sempre più assertiva, sta lavorando per mutare il sistema globale e adattarlo ai suoi obiettivi».

Wednesday, September 24, 2008

Pechino mostra il suo vero volto. Subito sanzioni

Non solo i tibetani o le altre minoranze. Lo scandalo del latte alla melamina dimostra come gli stessi cinesi siano vittime innocenti e per lo più inconsapevoli di un potere totalitario, corrotto, cieco, disumano e disumanizzante. Chi ha voluto a tutti i costi – purtroppo soprattutto umani – le Olimpiadi a Pechino ha oggi sulla coscienza un'altra strage. Una strage di innnocenti, di bambini.

Si sapeva del latte tossico già dal 2 agosto, ben sei giorni prima dell'inaugurazione dei Giochi, ma solo oltre un mese dopo è stato lanciato l'allarme. Per non turbare il regolare svolgimento dell'evento olimpico, per non infrangere la vetrina mediatica e propagandistica che il governo aveva allestito come celebrazione dei suoi successi, le autorità hanno taciuto il pericolo, insabbiato lo scandalo, giocando con la vita di 53 mila bambini. Per un mese il funzionario del partito ha tenuto chiuso in un cassetto il dossier sul latte adulterato, corredato di analisi inequivocabili, tirandolo fuori solo a riflettori spenti, l'11 settembre, quando 13 mila bambini erano già stati ricoverati e 4 morti. Il numero di aziende coinvolte, ben 22, chiama in causa l'intero sistema. Gli imprenditori sapevano di vendere un prodotto tossico e i funzionari del partito di autorizzarne la vendita.

Adesso il regime cerca di placare la rabbia popolare dando in pasto all'opinione pubblica un mostro che avrebbe agito da solo, ma è evidente che quel funzionario non ha fatto altro che eseguire ordini imposti dall'alto. Per nessuna ragione, neanche la vita di migliaia di bambini, bisognava distrarre lo sguardo del mondo dal trionfo nazionalista celebrato ai Giochi. Qualche testa cadrà, forse anche a Pechino, ma è lecito ritenere che la decisione di aspettare sia stata presa, o avallata, nei piani più alti del regime.

Guai a dare la colpa alla sfrenata corsa ai profitti. Certo, il caotico sviluppo del capitalismo in Cina è una componente, ma le cause maggiori vanno ricercate nella mancanza di trasparenza e di quella responsabilità politica delle autorità che possono derivare unicamente dalla legittimazione democratica; nella mancanza di libere elezioni attraverso le quali i cittadini cinesi possano sanzionare i cattivi amministratori; nella mancanza di una stampa libera di sorvegliare e denunciare le malefatte dei poteri economici e del potere politico; nella corruzione che inevitabilmente infesta un partito unico che sa di essere insostituibile. In una parola: nella mancanza di democrazia.

Inoltre, non informando tempestivamente l'OMS Pechino ha violato i protocolli internazionali, mettendo in pericolo la vita di milioni di persone nei 5 continenti. Il suo modo d'agire poi assume contorni criminali e terroristici se pensiamo che quel latte è per lo più destinato ai Paesi poveri del Terzo Mondo, in Asia e in Africa. Per questo la comunità internazionale dovrebbe trovare la forza di punire severamente il regime cinese, adottando subito sanzioni nei suoi confronti.

Monday, September 15, 2008

Dalla Georgia lezioni per Taiwan

La dimostrazione di forza della Russia in Georgia e la debolezza della risposta dell'Occidente potrebbero avere effetti di lunga durata ben al di là del Mar Nero e del Caucaso, e conseguenze negative non solo nei rapporti tra Washington e Mosca. I drammatici eventi dello scorso mese di agosto sono stati seguiti con interesse e preoccupazione anche in parecchie capitali dell'Estremo Oriente.

Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.

"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.

In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.

Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.

La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.

P.S. E' l'argomento della puntata di oggi di Think Global, su Velino Radio.

Friday, September 07, 2007

Democrazie si organizzano/3

Ne avevamo parlato giorni fa in occasione della visita del premier giapponese in India: l'invito rivolto da Shinzo Abe al Parlamento indiano per costituire una partnership tra democrazie insieme a Stati Uniti e Australia; le esercitazioni militari India-Giappone-Usa. Ebbene, i quattro paesi continuano a tessere la tela dalla quale si intravede una lega delle democrazie Asia-Pacifico, anche in funzione contenimento e pressione su Pechino.

Giunto a Sydney per il vertice della cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec), il presidente americano Bush ha «una chiara strategia: contenere la crescente espansione politica, economica e militare della Cina». Sabato mattina, riferisce Il Foglio, i leader di Stati Uniti, Australia e Giappone siederanno per la prima volta allo stesso tavolo per un vertice trilaterale sulla sicurezza, mentre il presidente cinese Hu Jintao e russo Putin «aspetteranno fuori dalla porta».

La colazione «non è contro nessuno, certamente non contro i cinesi», ha assicurato il premier australiano John Howard. Solo l'«espressione di comunanza di interessi delle tre democrazie del Pacifico». Ma Pechino protesta.

Il problema è sostanzialmente uno: la Cina si sta armando. Lo sa bene il dissidente cinese Wei Jingshen, militante del Partito radicale, che nel dicembre scorso ha avvertito i suoi compagni del pericolo, scongiurandoli di evitare che l'Ue decida di abolire il bando sulla vendita di armi alla Cina imposto dopo il massacro di Tienanmen. Poco prima Emma Bonino si era trovata in Cina insieme a Prodi che assicurava a Pechino l'appoggio italiano per la revoca del bando.

Il presidente americano ha accettato di fornire al suo alleato australiano «ampio accesso alla tecnologia militare top secret e all'intelligente statunitense». Ma il Trattato di cooperazione commerciale di difesa ha «valore anche politico». Con Canberra Bush sta stringendo una special relationship che porterà l'Australia a diventare importante quanto la Gran Bretagna nella classifica degli alleati più affidabili.

Per quanto riguarda il Giappone, ci sono gli aiuti militari e il progetto di uno scudo anti-missilistico americano, che servirà a proteggere l'allleato da eventuali missili nordcoreani e Taiwan da eventuali missili cinesi.

Anche l'India è della partita, com'era apparso evidente non molto tempo fa con la visita di Abe a Nuova Delhi: l'accordo nucleare con Washington e le esercitazioni militari di mercoledì, programmate da tempo, tra la marina indiana, due gruppi di portaerei americane e navi da guerra giapponesi e australiane.

Friday, August 24, 2007

Democrazie si organizzano

Per Robert Kagan la lotta tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire

Le speranze degli anni '90, di un sicuro sviluppo delle nazioni del mondo in senso democratico, si sono rivelate pie illusioni. Robert Kagan, sul New York Times, ha di recente spiegato che «il mondo è ridiventato normale», che «è riaffiorata l'antica concorrenza tra liberalismo e assolutismo», che la lotta tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire, se due tra le più grandi potenze mondiali, come Russia e Cina, disattendendo le aspettative di democratizzazione, scelgono l'autocrazia come forma di governo e virano verso il nazionalismo e il militarismo.

La strategia per affrontare dal punto di vista ideologico e culturale, politico e diplomatico, questo secolare conflitto passa per «politiche mirate sia a promuovere la democrazia, sia a rafforzare la cooperazione tra le democrazie». Occorre superare il mito della "comunità internazionale". Non esiste: per parlare di "comunità" dovrebbe innanzitutto essere condiviso da tutti i membri un universo di principi e di regole di convivenza, sia interna agli Stati, sia tra gli Stati. Ad oggi invece, nonostante il progressivo ma lento avanzamento della democrazia, la maggior parte dei membri dell'Onu, alcuni dei quali siedono addirittura nel Consiglio di Sicurezza, ignorano e, in modo conclamato, calpestano i principi della Carta costitutiva delle Nazioni Unite.

Le democrazie dovrebbero quindi unirsi tra di loro «per dar vita a nuove istituzioni internazionali che sappiano riflettere e valorizzare principi e obiettivi comuni, forse una nuova lega di Stati democratici, che si riunisca regolarmente per consultarsi sui temi del giorno» e, per esempio, per «dare legittimità ad azioni che i governi liberali ritengono necessarie ma che sono avversate dai Paesi autocratici».

Il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, sembra intenzionato a percorrere questa strada almeno in Asia. Parlando mercoledì al Parlamento indiano, ha invitato l'India a formare una partnership tra democrazie. A partire dal Giappone e dall'India, «questa "Grande Asia" evolverebbe in un immenso network fino ad abbracciare interamente l'Oceano Pacifico, comprendendo gli Stati Uniti e l'Australia». Questa partnership, ha spiegato Abe, sarebbe «un'associazione nella quale noi condividiamo valori fondamentali come la libertà, la democrazia, e il rispetto dei diritti umani fondamentali, così come interessi strategici».

La Cina non è stata nominata dal primo ministro giapponese. Non potrebbe far parte di questo "club", non essendo una democrazia. L'iniziativa giapponese è una risposta alla Shanghai Cooperation Organization (di cui fanno parte Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrghizistan, Tajikistan e Uzbekistan). Tuttavia, non sarebbe un'organizzazione anti-Cina, ma volta a promuovere principi e obiettivi comuni alle democrazie del continente, quindi, a esercitare anche sulla Cina, come sugli altri paesi asiatici non democratici, pressione politica ed economica.

Senza dimenticare però di dare precisi segnali in ambito militare. In risposta all'esercitazione militare congiunta Russia-Cina, che se la memoria non c'inganna mancava dagli anni '50, il prossimo mese è in programma nel Golfo del Bengala la prima esercitazione della storia che vedrà impegnate le marine militari di Giappone, India e Stati Uniti. Se la sfida tra liberalismo e autocrazia è destinata a proseguire a livello globale, è bene che le democrazie si organizzino.