Non butterei la croce addosso a Moretti, l'ad delle Ferrovie, in queste ore, quanto piuttosto ai fanatici del surriscaldamento globale. Certo, si dirà, un'ondata eccezionale di freddo e maltempo non smentisce sofisticate analisi statistiche e climatologiche. Fatto sta che il Centro e il Nord Europa sono stati spazzati da un gelo e da tanta neve come non se ne vedevano da anni, proprio nel mese in cui a Copenhagen si sono riuniti i "grandi della Terra" per agire contro il presunto surriscaldamento globale.
Non sono mai tenero nei confronti delle Ferrovie, che anche in situazioni normali si distinguono per ritardi e disservizi di ogni genere, ma questa volta, fatta eccezione per quel po' di arroganza da boiardo di stato, nel merito non si può dar torto all'ad Moretti. Né sull'eccezionalità della situazione meteo, né sul fatto che il sistema dopo tutto ha retto. I disagi hanno davvero colpito tutte le reti ferroviarie del centroeuropa, e persino la battuta controversa del maglione e del panino in più da portare con sé in viaggio l'ho trovata un suggerimento dovuto in una situazione così limite. Certo, c'è da dire che i convogli rimangono senza corrente anche in situazioni normali - purtroppo capita! - ma questa volta è obiettivamente diverso ed è sciocco prendersela con Ferrovie. Il paragone con la Finlandia mi è parso ingeneroso. E' ovvio che lì la rete ferroviaria sia preparata a far fronte a tali condizioni climatiche, essendo la normalità e non l'eccezione.
Piuttosto, dobbiamo ancora credere ai fanatici del surriscaldamento terrestre, che rischia di rivelarsi il più grande imbroglio planetario di tutti i tempi? A giudicare dalle loro azioni, i leader mondiali non sono poi così preoccupati come dicono di essere. Il sospetto è che strumentalizzino il tema dei cambiamenti climatici, verso cui le opinioni pubbliche sembrano molto sensibili, cercando di raccogliere consensi attraverso altisonanti dichiarazioni, ma che al dunque non abbiano la volontà politica di assumersi impegni concreti e verificabili. Diventa quindi inevitabile che alle grandi aspettative della vigilia di ogni vertice segua il rimpallo delle responsabilità.
Di chi è davvero la colpa del fallimento di Copenhagen? L'impressione è che in definitiva le potenze più inquinanti, Stati Uniti e Cina, non siano disposte – anche se per motivi diversi – ad accettare vincoli al loro sviluppo e alle loro economie. Gli Stati Uniti confidano più nella tecnologia che in tetti prefissati di emissioni, mentre la Cina vede dietro accordi vincolanti il tentativo da parte dell'Occidente di rallentare il suo sviluppo e frenare la sua ascesa al ruolo di superpotenza globale in competizione con gli Usa. Il clima è uno dei temi che meglio si presta alle speculazioni sul cosiddetto G2 e i leader di entrambe le potenze sono sembrati muoversi all'unisono, facendo annunciare il loro arrivo al vertice da dichiarazioni promettenti, per poi accordarsi su un minimo sindacale, che probabilmente già sapevano essere inevitabile, e farlo accettare agli altri. Ma dietro Usa e Cina, altri Paesi sono stati ben contenti del nulla di fatto e di poterne scaricare la responsabilità sui due Grandi.
L'accusa di aver fatto fallire il vertice è stata indirizzata soprattutto alla Cina, che ha posto il veto sulla riduzione del 50% delle emissioni globali collegata alla riduzione dell'80% da parte dei Paesi sviluppati. Ma soprattutto, bisognerebbe prestare attenzione alla rappresentazione che Pechino ha propagandato dei negoziati: se da parte sua la Cina ancora una volta - come in occasione della visita di Obama - ha tentato di esercitare una sapiente regia comunicativa, cercando sul tema dei cambiamenti climatici di indossare i panni della paladina dei Paesi in via di sviluppo contro l'egoismo dei "ricchi" occidentali, qualcosa non deve aver funzionato, se gli stessi Paesi in via di sviluppo l'hanno accusata di aver sottoscritto e difeso un accordo al ribasso.
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Tuesday, December 22, 2009
Wednesday, July 29, 2009
Usa-Cina. Le prove di G-2 e la vera bolla cinese
Su Il Velino
Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.
Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.
Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...
(...)
la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA
Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.
Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.
Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...
(...)
la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
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