Attacco orribile e vile a Manchester... Non solo i leader arabi, anche quelli europei dovrebbero ascoltare bene: Drive them out!
Anche a Manchester come a Parigi... I terroristi islamici che colpiscono nelle nostre città sono quasi sempre stra-noti ai servizi di sicurezza e schedati. Il problema, dunque, non è di intelligence, ma di decisioni e volontà politiche. L'attuale strategia di sicurezza che si sta seguendo in Europa mostra tutti i suoi limiti. Individuare i soggetti cosiddetti "radicalizzati" e tenerli d'occhio non sempre riesce, bisogna decidere cosa farci: Drive them out or lock them up ("cacciare o rinchiudere gli estremisti").
Delle reti terroristiche in Libia che arruolano e addestrano jihadisti "europei", come Abedi, che poi tornano per colpirci chi dobbiamo ringraziare se non Obama e la signora Hillary Clinton, che tutti volevano presidente?
In Italia, finora immune da attentati dell'Isis o di al Qaeda, il combinato disposto della legge da poco approvata sui minori stranieri non accompagnati e di quella ancora da approvare sulla cittadinanza, che introduce lo "ius soli", è la ricetta giusta, e la più rapida, per avere anche in Italia tanti Salman Abedi. Basta saperlo...
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Tuesday, May 23, 2017
Friday, March 10, 2017
Dal Russia-gate al Watergate di Obama
La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore
Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.
Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).
Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.
A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.
Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".
Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?
Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.
La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".
Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).
Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".
Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.
Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).
Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.
A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.
Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".
Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?
Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.
La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".
Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).
Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".
Monday, March 06, 2017
Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump
Versione ridotta pubblicata su L'IntraprendenteUn caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate
Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...
Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.
Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.
Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.
Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?
Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.
A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.
Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.
Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.
L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.
Thursday, December 15, 2016
20 gennaio, faster please!
Non ci mancherai Barack, sore loser in chief
Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.
E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.
La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.
Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".
Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".
E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).
Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.
E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.
La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.
Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".
Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".
E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).
Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.
But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.
Tuesday, December 13, 2016
Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato
Pubblicato su Ofcs Report
Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin
Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.
"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.
Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.
Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).
Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.
A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".
Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.
Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?
Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin
Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.
"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.
Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.
Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).
Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.
A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".
Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.
Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?
Saturday, November 12, 2016
C'è un po' di Reagan nella vittoria di Trump che ha riportato a casa i "Reagan Democrats"
Pubblicato su L'Intraprendente
Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.
Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.
Come è stato possibile? Innanzitutto,
mettendo in secondo piano il problema del suo carattere, gli elettori
repubblicani (al 90%) e la maggioranza del partito hanno
riconosciuto che l'agenda Trump era essenzialmente conservatrice su
quasi tutti i temi (immigrazione, tasse, law and order, aborto,
secondo emendamento, Corte suprema, spesa militare, sanità,
energia), discostandosi dalle posizioni tradizionali degli ultimi
decenni solo su politica estera, commercio internazionale e Wall
Street. I primi dati sui flussi elettorali mostrano che Trump ha
conquistato una percentuale maggiore di voti rispetto a Romney nel
2012 tra gli elettori afroamericani, latini, asiatici, e anche tra le
donne bianche, nonostante le sue uscite, bollate come razziste e
sessiste, avrebbero dovuto danneggiarlo in modo irreparabile proprio
presso questi gruppi di elettori. Dunque, si è rivelato "unamedicina piuttosto che un veleno" per il Gop.
Ma ciò che è stato più sottovalutato
è lo straordinario valore aggiunto che Trump ha portato alla
campagna con il suo appello ad un elettorato trasversale, in
particolare alla working class bianca delusa, che ha gli ha permesso
di strappare ai democratici gli stati della "Rust Belt",
operazione non riuscita quattro anni prima a Mitt Romney e
impensabile senza il coraggio di messaggi "eretici"
rispetto alle tradizionali posizioni repubblicane sul commercio
internazionale, sui posti di lavoro persi nell'industria e su Wall
Street. Non si è verificato il pronosticato esodo di elettori
repubblicani "never Trump" verso Hillary (solo il 7%). Al
contrario, secondo gli exit poll della Cnn Trump ha conquistato il 9%
del voto democratico.
E' così scandaloso alla luce di questi
dati un paragone fra Donald Trump e Ronald Reagan? Anche Reagan nel
1980 ha vinto a sorpresa, ribaltando i pronostici della vigilia che
vedevano favorito il democratico Carter. Anche Reagan era accusato
dagli avversari e dai commentatori di essere rozzo, impreparato e
pericoloso, nonostante fosse stato per due mandati governatore della
California. Anche Reagan era un ex democratico ed era poco amato da
importanti settori dell'establishment del partito che infatti
contrastarono la sua candidatura. Sembrano fermarsi qui le analogie
fra Trump e Reagan, ma in realtà ciò che più li avvicina,
politicamente, è il voto dei "Reagan Democrats".
Grazie alla sua insistenza su un
commercio internazionale che sia giusto oltre che libero, sul
rispetto delle leggi sull'immigrazione, e alla promessa di riportare
negli Usa i posti di lavoro persi a favore di Messico e Cina, Trump
ha riportato a casa i "Reagan Democrats", vincendo i grandi
stati (ex) industriali (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Ohio),
che tutti insieme non votavano per un presidente repubblicano dal
1984, cioè proprio l'anno della rielezione "landslide" di
Ronald Reagan.
Chi sono i "Reagan Democrats"?
Sono elettori della working class, bianchi non laureati, si
definiscono cristiani ma distanti dalla destra religiosa. Elettori
che avevano abbandonato il Partito democratico per votare Reagan nel
1980, e ancora di più nel 1984. Oggi sono in gran parte elettori
indipendenti, che si sentono liberal sui temi sociali e conservatori
in campo economico e fiscale. Trump ha conquistato il 48% dei loro
voti contro il 42% della Clinton, secondo gli exit poll della Cnn,
mentre il sondaggio finale IBD/TIPP attribuiva a Trump un vantaggio
addirittura di 10 punti (48% a 38%) sulla Clinton negli stati del
Midwest. E il Washington Post ha calcolato che su 700 contee che
hanno votato per due volte Obama, un terzo (molte delle quali proprio
nel Midwest) è passato a Trump. Tra gli elettori bianchi non
laureati Trump ha prevalso di 41 punti percentuali, contro i 26 di
Romney quattro anni prima. Nel 2012 Obama aveva vinto la rurale
Monroe County, nella "coal belt" dell'Ohio, con 8 punti di
vantaggio, ha ricordato Laura Meckler del WSJ, mentre Trump
quest'anno l'ha fatta sua per 47 punti. Nella Luzerne County delle
"tute blu", in Pennsylvania, Obama aveva prevalso di 5
punti, Trump l'ha vinta con 19 punti di distacco.
Insomma, con le sue incursioni a
sinistra su industria e commercio Trump potrebbe aver ricostituito (o
almeno posto le basi per ricostituire) la "Reagan Majority",
la coalizione che ha garantito a Ronald Reagan due mandati, seguiti
dal mandato di Bush senior.
La somma di elettori repubblicani,
working class bianca e indipendenti ha portato il Gop alla conquista
della Casa Bianca e alla conferma delle maggioranze sia alla Camera
che al Senato per la prima volta dagli anni '20 del secolo scorso.
Lungi dall'affondare il Partito repubblicano, pare che Trump l'abbia
salvato. Difficile immaginare come un diverso candidato, che sarebbe
rimasto nella "comfort zone" del partito, probabilmente
scontrandosi con il problema della coperta troppo corta come Mitt
Romney quattro anni prima, avrebbe potuto battere la Clinton e
garantire ai Repubblicani una posizione più forte. Posizione di
forza che ora rappresenta una grande opportunità. Sarebbe un errore
imperdonabile sprecarla in guerre intestine e incomprensioni tra la
presidenza e la leadership del partito che controlla Camera e Senato.
Alcune iniziative chiave, come sanità e riforma fiscale, in grado di
rilanciare l'economia, potrebbero consolidare il consenso e porre le
basi per una più solida maggioranza nel Paese. Come Reagan, Trump
verrà giudicato non sulle pretestuose polemiche della sinistra, ma
sulla capacità di rendere l'America di nuovo grande.
Lo sconfitto innominabile: Barack H. Obama
Pubblicato su L'Intraprendente
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...
I media hanno raccontato queste
elezioni come un referendum su Trump, enfatizzando le divisioni
all'interno del Gop sulla sua candidatura con l'intento di
danneggiarlo. E se invece l'8 novembre un referendum si fosse tenuto,
ma su Barack Obama? "L'arma segreta di Trump? Obama", ha
scritto Kimberly Strassel sul WSJ, un presidente che "ha imposto
una legislazione impopolare e governato attraverso ordini esecutivi e
una regolazione extralegale". Non lo ammetteranno mai giornali e
tv mainstream, non solo americani, che in questi otto anni hanno
riposto in cantina il loro spirito critico pur di celebrare la
presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, sia in
campo economico che in politica estera, ma alla vittoria di Trump
potrebbe aver contribuito il ripudio da parte degli elettori
dell'operato e delle politiche del presidente uscente.
Sollevare un simile interrogativo
equivale a una lesa maestà. Eppure, la sua eredità non era forse
"nelle urne", come lo stesso Obama aveva detto a settembre?
Alla luce dei risultati, la principale eredità di Obama sembra
essere il "tracollo del Partito democratico", ha scritto
Rich Lowry sul NYPost. Alcuni dati. Il suo partito è uscito
devastato dai suoi due mandati. Nel 2009, primo anno della presidenza
Obama, i Democratici controllavano entrambi i rami del Congresso (con
una quasi-supermaggioranza al Senato), e nel 2010 60 assemblee
legislative statali su 99. Ben 29 governatori (contro 22) erano
democratici. Già nel 2010 comincia a cambiare il vento: perdono il
controllo della Camera e nel 2014 del Senato. Oggi sono solo 15 i
governatori democratici (contro 34) e controllano 30 assemblee
legislative statali. Nel 2017 i repubblicani potrebbero raggiungere
il record di 34 stati sotto il loro controllo. Non succede dal 1922,
sotto la presidenza di Warren Harding il cui slogan, guarda caso, era
"America First". Tutta colpa di Hillary Clinton? O magari
c'entra qualcosa l'inquilino della Casa Bianca?
Dopo che i suoi eccessi legislativi
sono costati al partito le maggioranze al Congresso, Obama non ha
battuto ciglio, è andato avanti per la sua strada a colpi di ordini
esecutivi, soprattutto nella regolazione ambientale e l'immigrazione.
Anche i dati economici parlano di una crescita striminzita (l'unico
presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un
anno di mandato), di posti di lavoro insufficienti, sia per quantità
che per qualità. E ancora, il fallimento dell'ObamaCare, dai costi
insostenibili, 20 trilioni di dollari di debito pubblico, caos in
Medio Oriente, la Russia di Putin che spadroneggia in Siria e ai
confini dell'Europa, il reset con Mosca fallito, il discorso del
Cairo, le "linee rosse" non mantenute, l'accordo sul
nucleare iraniano, il sostegno al movimento "Black Lives Matter
movement"...
Secondo lo storico Victor Davis Hanson,
il Partito democratico che lascia Obama non è né un partito
centrista né di coalizione, ma un partito "di sinistra radicale
ed elite progressista". Non solo Obama ha lasciato ai
democratici "detriti ideologici e politici", ma anche una
coalizione elettorale fondata sulla sua personale carta d'identità,
"non trasferibile" ad altri candidati. Non appena, infatti,
i Democratici hanno basato la campagna elettorale sull'"agenda
Obama" senza Obama come candidato, hanno fallito. Senza il suo
carisma, senza l'appeal del primo presidente di colore, le sue
posizioni di estrema sinistra sui temi sociali, la redistribuzione,
l'immigrazione, la spesa pubblica condannano alla sconfitta qualsiasi
candidato diverso da lui. Ed è ciò che è accaduto a Hillary, che a
causa della sua impopolarità non avrebbe potuto correre sulle
posizioni centriste che fecero la fortuna di suo marito Bill -
probabilmente non avrebbe nemmeno ottenuto la nomination, pur avendo
chance maggiori di arrivare alla Casa Bianca. Non ha potuto far altro
che offrire un "terzo mandato" di Obama, ovvero il
mantenimento dello status quo.
Al suo primo test su un altro
candidato, la "coalizione Obama" (minoranze, millennials,
ceti istruiti) si è sfaldata. La politica identitaria su cui Obama
ha costruito i suoi successi, che punta a mobilitare le minoranze
sulla base dell'identità di ciascuna di esse, si è dimostrata
inutilizzabile da altri candidati. Ed era forse prevedibile che gli
elettori delle minoranze che si erano mobilitati per Obama per il
colore della sua pelle non si sarebbero così facilmente mobilitati
per un'anziana donna bianca multimilionaria. Erano così convinti i
Democratici che le tendenze demografiche gli avrebbero comunque
garantito la vittoria, che hanno ignorato, se non allontanato o
addirittura "provocato" la working-class bianca, che quindi
si è rivolta altrove. Quanto più la Clinton giocava la carta della
politica identitaria, tanto più perdeva terreno e regalava elettori
a Trump. Il multiculturalismo non è più in cima all'agenda degli
americani.
Friday, November 11, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su The Right NationA poche ore dalla vittoria di Donald Trump qualche considerazione possiamo annotarla sul nostro taccuino, in attesa di dati e analisi più precise. Dopo l'esito del referendum sulla Brexit, un'altra sberla ha fatto girare la testa alle elites occidentali, sempre più cieche e sorde, ai mainstream media "militonti" e ai sedicenti "esperti".
Trump ha vinto soprattutto perché non
era Hillary, ma l'impresa non sarebbe riuscita a chiunque. Ci voleva
qualcuno che rappresentasse una diversità irriducibile rispetto alla
candidata democratica. Gli altri candidati Gop erano privi di carisma
e troppo interni al "sistema". Da totale outsider ha pagato
in termini di voti la sua palese impreparazione e la sua rozzezza, ma
contro Hillary ha potuto giocare fino in fondo, senza scrupoli, la
carta dell'anti-establishment, dell'anti-sistema. E forse,
considerando l'impopolarità e gli scheletri nell'armadio dell'ex
segretario di Stato era la carta più importante da giocare per
arrivare alla Casa Bianca. Gli altri candidati Gop ci sarebbero
andati forse vicini, ma avrebbero condotto una campagna più "di
testa" che "di pancia", sarebbero rimasti nella
"comfort zone" del loro partito, probabilmente scontrandosi
con il problema della coperta troppo corta come Mitt Romney quattro
anni prima.
E' stato un voto non solo contro
Hillary, ma contro il sistema mediatico, che agli occhi degli
americani ha ormai raggiunto un grado di credibilità prossimo allo
zero. I 57 endorsement per la Clinton contro i 3 di Trump non hanno
spostato un voto. Anzi, la faziosità senza precedenti con cui
giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e demonizzato Trump ha
semmai avvantaggiato quest'ultimo, secondo lo schema per cui se al
centro della storia metti l'"eroe" aggredito da tutti,
anche se "cattivo", alla fine i lettori simpatizzeranno per
lui. I media (figuriamoci quelli italiani, desiderosi di guadagnare
punti agli occhi di una probabile amministrazione Clinton...) non si
sono minimamente sforzati di capire il fenomeno Trump, ma solo di
tifare in modo sfrenato per Hillary. Non dimenticheremo i dibattiti
tv vinti 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial sono stati
gli ingredienti di una catastrofe senza precedenti dei media. Mesi a
cercare di incastrare Trump con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre il tycoon faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi a un elettorato trasversale. Tutti a fare da comparse del
suo reality...
Altri due elementi chiave della sua
vittoria, che in pochi ci eravamo permessi di evocare quasi
clandestinamente mesi fa. La riconquista della "Rust Belt",
che non votava repubblicano dal 1984: in stati dove la
delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" il suo appello alla working class
bianca ha funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella
ribellione contro il politicamente corretto che aveva già
caratterizzato il successo della Brexit.
Sfidando su ogni aspetto il complesso
di superiorità antropologica della sinistra, Trump è riuscito a
tenere insieme il blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane
del Sud e del Midwest. Ma allo stesso tempo è stato capace di andare
oltre la "grande tenda" del Gop: non sarebbe bastato
infatti strappare la Florida, già di per sé un'impresa. I suoi
messaggi "eretici" rispetto alle tradizionali posizioni
repubblicane su Wall Street, commercio internazionale, industria,
posti di lavoro persi, gli hanno permesso di strappare ai democratici
tutti i principali stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio,
Wisconsin, Pennsylvania e forse anche Michigan. Dunque, stati
agricoli e stati industriali. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", della (una volta
grande) manifattura, di chi lavora (o lavorava) la terra (i
"redneck") e nelle fabbriche (i "blue-collar"),
la working class bianca del Paese, l'America lontana dalle metropoli
glamour. L'America dei Walt Kowalski, il protagonista del fortunato
film di Clint Eastwood che dopo una vita da operaio della Ford si è
potuto permettere una Gran Torino del 1972, custodita gelosamente.
Vedremo se un risveglio, o solo un colpo di coda della "vecchia
America"...
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi da sé il
proprio benessere.
L'altro fattore è la ribellione contro
il politicamente corretto. La democrazia americana ha dato un segnale
di straordinaria vitalità: milioni di elettori, quelli definiti
"deplorables" (miserabili) dalla Clinton, hanno resistito
alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice
sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona degna,
devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze
imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton
e di Obama; la stampa americana e internazionale; Wall Street; gli
opinion leader, il mondo accademico e lo star system; persino parte
dell'establishment repubblicano. Al di là di qualsiasi giudizio di
merito su Trump, una democrazia in salute, i cui elettori si sono
mostrati in gran parte immuni al virus di quel "conformismo
democratico" paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi (figuriamoci votare...). Il
vendicatore di un elettorato bianco "nativo"
(contrariamente alle aspettative anche femminile) per anni indicato
come privilegiato e responsabile delle peggiori discriminazioni,
passate e presenti, espulso dal discorso pubblico e da un'agenda
politica ormai rivolta quasi esclusivamente all'integrazione di ogni
genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
Wednesday, November 09, 2016
L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca
Pubblicato su Ofcs Report
Dopo la Brexit un'altra sberla a
elites sorde, media militonti e sedicenti esperti
Nei mesi scorsi avevamo evidenziato gli elementi chiave di una possibile vittoria di Donald Trump: in stati
dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di
"identità industriale" (citavamo proprio Pennsylvania,
Ohio e Michigan) il suo appello alla working class bianca ha
funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro
il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo
della Brexit.
Trump è riuscito a tenere insieme il
blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del
Midwest e a costruire la sua vittoria riuscendo nel miracolo di
conquistare la Florida e strappare ai democratici tutti i principali
stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Michigan, Wisconsin
e Pennsylvania. Dunque, stati agricoli e stati industriali, della
(una volta grande) manifattura. A portare Trump alla Casa Bianca è
stata insomma l'America del "fare", di chi lavora (o
lavorava) la terra e nelle fabbriche, la working class bianca del
Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt
Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che
dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran
Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o
solo un colpo di coda della "vecchia America"...
Quella delle grandi fabbriche sarà
anche un'America destinata a non tornare, spazzata via per sempre
dalla globalizzazione e dall'innovazione tecnologica, e in questo
senso Trump avrebbe illuso gli elettori promettendo di riportare
negli Usa posti di lavoro "delocalizzati" in Messico o in
Cina. Tuttavia, si è fatto per lo meno portavoce, al contrario dei
suoi avversari e dei media, dello smarrimento di molti elettori che
nel corso di pochi anni hanno visto gli stati in cui vivono perdere
la propria identità socio-economica.
I mainstream media e gli espertoni
hanno sottovalutato questo malcontento ritenendo indiscutibili i
successi dell'amministrazione Obama in campo economico. Eppure, nella
sconfitta di Hillary non c'è solo la sua impopolarità, ci sono
anche questi falsi successi che un sistema mediatico troppo
compiacente ha preferito non vedere come tali. Nonostante il segno
più del Pil, e un tasso di disoccupazione meno della metà del
nostro, la realtà è che la crescita americana è rimasta anemica,
non in grado di produrre una ripresa percepita come tale e posti di
lavoro di qualità. Obama è l'unico presidente americano che non ha
mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. E nella
Clinton gli elettori hanno intravisto le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito
pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le
classi operaie che si sono rivolte a Trump.
Ma non si tratta solo di una questione
di perdita di posti di lavoro né di numeri. Molti di questi elettori
non hanno nemmeno perso il lavoro, né subito un drastico
impoverimento, ma vivono un profondo senso di insicurezza per il
futuro loro e dei propri figli. Aree enormi e persino interi stati
(proprio quelli industriali conquistati da Trump) hanno già perso o
stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più
profondo che un semplice tasso di disoccupazione. La fabbrica
volatilizzata altrove lascia un vuoto di identità. Ed è un tema
anche sul piano geostrategico quello della perdita dell'identità
manufatturiera, non solo negli Stati Uniti: il saper fare, non solo
progettare, beni che si sono poi affermati a livello globale come
oggetti del desiderio, quasi di culto, ha contribuito all'affermarsi
del ruolo egemone dell'Occidente. Cosa succede se abdichiamo alla
nostra vocazione manufatturiera?
Dalle colonne del Washington Post, lo
scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova
maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media
americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché
"ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non
vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul
modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo,
un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American
way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro
o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è
anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia
Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi
mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una
sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la
via europea, ma la liberazione degli "animal spirits"
affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi il proprio
benessere.
L'altro elemento chiave è stata la
ribellione al politicamente corretto. Trump ha vinto da solo contro
tutti, come il pistolero del West che da solo sgomina una dozzina di
banditi. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria
vitalità laddove milioni di elettori, quelli definiti "deplorables"
(miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della
condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli,
quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti")
esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da
guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa
americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo
accademico e lo star system; persino parte dell'establishment
repubblicano. Quella americana è quindi una democrazia in salute,
immune persino al rischio di quel "conformismo democratico"
paventato da Alexis de Tocqueville.
Gli elettori non hanno dato peso alle
sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari.
Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e
per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi
avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne
possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene"
pensare, parlare o comportarsi. Il vendicatore di un elettorato
bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche
femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle
peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso
pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente
all'integrazione di ogni genere di minoranza.
C'è una vera e propria ribellione nei
confronti delle norme del politicamente corretto alla base del
risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump,
ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall.
"L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio"
per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson,
secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero
trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit:
"E' la reazione di una fetta importante della società - ha
spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione
che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde
in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel
fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo
bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci
possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di
combattere tale progetto".
A uscire con le ossa rotte dal voto di
martedì non è solo Hillary Clinton. E' stato un voto contro il
sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto
un grado di credibilità prossimo allo zero. La faziosità senza
precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e
demonizzato Trump non ha influenzato le scelte degli elettori. I
media, anche italiani, hanno rinunciato a capire, abbandonandosi ad
un tifo sfrenato per la Clinton. Non dimenticheremo i dibattiti tv
vinti da Hillary 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial,
mesi a cercare di incastrarlo con questa o quella gaffe (vera o
pretestuosa), mentre Trump faceva arrivare efficacemente i suoi
messaggi all'elettorato.
Thursday, November 03, 2016
Panico: Hillary può perdere
Pubblicato su Ofcs Report
E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste
Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.
Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".
In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.
Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.
Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.
Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.
Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".
Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.
E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste
Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.
Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".
In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.
Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.
Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.
Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.
Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".
Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.
Thursday, October 20, 2016
Trump anti-sistema, Clinton presidenziale
Pubblicato su Ofcs Report
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
L'ultimo dibattito rafforza le immagini già note dei candidati
Il terzo e ultimo dibattito tv tra i due sfidanti per la Casa Bianca, Hillary Clinton e Donad Trump, l'ha vinto... il moderatore Chris Wallace di Fox News. E' stato infatti un dibattito più corretto dei primi due, più complesso e articolato, centrato più sui temi e moderato con imparzialità. Wallace ha posto domande e sollevato temi scomodi a entrambi, insistendo con entrambi per ottenere delle risposte. Dal focus group del sondaggista indipendente Frank Luntz è emerso un 14 a 12 per Trump. Tra i due quindi un sostanziale pareggio, che avvantaggia chi è avanti nei sondaggi, ovvero Hillary.
Sui mainstream media infurierà per giorni la polemica sul rifiuto di Trump di impegnarsi fin d'ora ad accettare il responso delle urne anche se a lui sfavorevole. Certo, uno strappo notevole per una democrazia abituata ad un fair play quasi ostentato (anche se spesso più di facciata e a urne chiuse). La sua risposta però può aver scandalizzato solo gli elettori che già nutrono un'opinione pessima di lui. Quanto agli altri, sarà anche apparsa sconveniente, sbagliata, ma certo l'argomento non è di quelli che possono infiammare il pubblico come sta infiammando i media e il mondo politico a Washington. E forse qualcuno ricorderà che nell'elezione del 2000 il democratico Al Gore ci mise più di un mese a concedere la vittoria a George W. Bush, dopo ricorsi e riconteggi...
In realtà, per Trump si è trattato di un autogol, forse l'unico errore commesso nel dibattito, ma per un altro motivo: non perché dovesse per forza assicurare fin d'ora di accettare la sconfitta, ma perché ha giocato il ruolo del perdente annunciato. Invece di abboccare alla provocazione avrebbe dovuto rispondere con un "non mi riguarda perché vincerò io, chiedetelo a Hillary".
Detto questo, anche in una democrazia come quella americana il rischio di elezioni truccate o comunque di gravi irregolarità dovrebbe essere preso terribilmente sul serio, ben più di qualche cyber-attacco russo. Come ha osservato l'editorialista George Will, "è difficile pensare a una ragione innocente per cui i Democratici spendono così tanto tempo, forze e denaro, risorse scarse, nel resistere ai tentativi di ripulire le liste elettorali, per rimuovere i morti, o per cui si battono così strenuamente contro leggi sul documento di identità degli elettori. Dicono che limiterebbe l'esercizio di un diritto fondamentale. La Corte Suprema ha detto che viaggiare è un diritto fondamentale ma nessuno pensa che mostrare un documento in aeroporto limiti questo fondamentale diritto". Will ha anche ricordato la condotta dell'Irs, l'agenzia fiscale americana, che in tre elezioni consecutive ha ritardato di riconoscere esenzioni fiscali ad associazioni conservatrici. Non si tratta di dietrologie, ma di distorsioni autorevolmente documentate.
Che Trump accetti o meno l'esito del voto è tutto sommato secondario. Ma la convinzione che il sistema sia "corrotto" potrebbe spingere a votare milioni di americani che non votano da decenni, e che dunque potrebbero fare la differenza lontano dagli sguardi dei sondaggi, o al contrario altrettanti elettori a non partecipare al voto.
Per il resto del confronto televisivo, su Trump sono piovuti attacchi personali già sentiti, mentre per la prima volta nei tre dibattiti Hillary Clinton è stata colpita duramente sulla sua fondazione. Si è trovata in grande difficoltà sia quando il moderatore ha posto la questione della facilità di accesso dei donatori al suo ufficio di segretario di Stato, sia quando Trump gli ha rinfacciato di parlare di diritti delle donne e dei gay pur accettando milioni di dollari da Paesi, come Arabia Saudita e Qatar, dove quei diritti sono calpestati.
E per la prima volta nei tre dibattiti hanno trovato finalmente centralità alcuni temi cari ai conservatori, come Corte Suprema, aborto, immigrazione, e più scomodi per Hillary, come secondo emendamento, aborto fino a termine gravidanza, wikileaks e emailgate. Nei giorni scorsi è emersa dai documenti della stessa FBI la prova delle pressioni del Dipartimento di Stato perché venissero rivalutate come non classificate e-mail classificate passate illegalmente per il server di posta elettronica della Clinton, alleggerendo così la posizione dell'ex segretario di Stato sotto indagine.
Sempre secondo le analisi di Luntz, Trump è apparso efficace sui temi economici, soprattutto sugli accordi commerciali come il Nafta, sui fallimenti della politica estera obamiana e sull'emailgate. Tra gli elettori indipendenti sono apparsi invece molto deboli gli attacchi di Hillary alla Russia, la risposta sulla sua fondazione e la proposta di un nuovo "stimolo" all'economia. Trump ha avuto gioco facile nel ricordare come l'Isis sia chiaramente frutto del vuoto lasciato dalle amministrazioni Obama, per effetto del ritiro dall'Iraq e delle indecisioni nella crisi siriana, e come Putin abbia "beffato" Barack e Hillary praticamente su tutti i fronti.
La sensazione è che l'improvviso anti-putinismo di Obama e della Clinton sia dovuto più a una frustrazione personale per le sberle prese in più teatri, dall'Est Europa al Medio Oriente fino alla Turchia, che a motivi ideali e strategici. Sia contro McCain nel 2008 che contro Romney nel 2012, Obama ridicolizzava le posizioni "aggressive" dei candidati repubblicani nei confronti della Russia e proponeva invece dialogo e cooperazione. Da segretario di Stato la Clinton è stata artefice del tentativo di "reset" con Mosca e la sua fondazione ha ricevuto fondi russi per aver facilitato l'accordo sulla compagnia "Uranium One", come documentato solo un anno fa dal New York Times (quando ancora la candidatura Trump non sembrava una cosa seria).
Da candidato anti-sistema quello di Trump è un appello agli elettori trasversale, che attraversa tutto lo spettro politico, a maggior ragione dopo il venir meno del sostegno dei vertici del Gop. Hillary Clinton ha confermato la sua agenda molto spostata a sinistra sui temi socio-economici e sui diritti civili, per conquistare i "sanderisti", ma la novità di questo dibattito è che per la prima volta si è rivolta anche ai conservatori, ricordando un attacco di Trump a Reagan nel 1987 e proponendo una no-fly zone in Siria, in contrasto con Obama e in sintonia con il senatore repubblicano McCain.
In ogni caso, se Trump dovesse perdere, come indica la maggior parte dei sondaggi, non sarà certo per i dibattiti televisivi. Anche da quest'ultimo scontro i due contendenti sono usciti rafforzando la loro ben nota immagine: Trump come candidato di rottura, anti-sistema, la Clinton più presidenziale. A ridurre le speranze di Trump sono altre tre circostanze. L'early-voting sembra stia premiando Hillary molto più di Obama quattro anni fa; nell'ultimo anno in Florida, stato decisivo per la conquista della Casa Bianca, si sono registrati 500 mila elettori come Democratici e solo 70 mila come Repubblicani. Ma soprattutto, l'unità del Partito repubblicano su Trump era importante come fattore di legittimazione e rassicurazione dell'elettorato. Il caos in cui è precipitato il Gop, con i vertici che di fatto, anche se non formalmente, gli hanno voltato le spalle, lo sta privando di quella "accettabilità" decisiva per far presa sugli elettori indecisi/indipendenti. Si prospetta, in caso di sconfitta, un durissimo scaricabarile tra il candidato e il "suo" partito.
Thursday, October 13, 2016
Per decine di milioni di americani l'Apocalisse si chiama Clinton
Pubblicato su L'Intraprendente
Altro che superamento delle divisioni.
Durante il doppio mandato di Barack Obama la politica americana è a
tal punto polarizzata che entrambi i candidati alla Casa Bianca dei
principali partiti evocano addirittura l'inferno per descrivere
l'avversario. Se Trump aveva paragonato Hillary Clinton al diavolo,
dalle colonne del New York Times l'ex first lady lancia un drammatico
appello agli elettori: "Sono l'ultima cosa che c'è fra voi e
l'Apocalisse". E naturalmente l'accostamento Trump-Apocalisse è
talmente piaciuto ai conformisti media italiani che è stato
rilanciato su tutte le prime pagine, in edicola e online, senza alcun
esercizio critico.
Se decine di milioni di americani sono
pronte a preferire un salto nel buio con Trump, piuttosto che una
collaudata e preparata ex segretario di Stato, forse qualche domanda
è il caso di porsela. Forse è il caso di impegnarsi a spiegare ai
lettori italiani che per metà degli americani - poco più o poco
meno lo vedremo l'8 novembre - l'Apocalisse è il futuro prospettato
loro da una presidenza Clinton dopo ben otto anni di Obama. Per
questi elettori, che alle primarie repubblicane hanno fatto fuori
tutti i candidati tradizionali del Gop scegliendo Trump, l'Apocalisse
è rappresentata dal sistema-Clinton e da altri quattro anni dei Dem
alla Casa Bianca. A tal punto che sembrano perdonare a Trump
qualsiasi cosa. Per il 74% degli elettori repubblicani infatti il
partito dovrebbe continuare a sostenere Trump nonostante le volgarità
del video diffuso dal Washington Post, mentre solo per il 13% non
dovrebbe.
E' con la vittoria della Clinton che
questi milioni di elettori vedono evidentemente spalancarsi le porte
dell'Apocalisse. L'Apocalisse che vedono è la deriva
socialdemocratica che sta già mutando il dna del Paese. In generale
sulle politiche socio-economiche e su temi come il possesso di armi,
la deindustrializzazione, l'immigrazione, con Hillary alla Casa
Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore
"europeizzazione" degli Stati Uniti. Deriva da fermare a
qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un
candidato controverso e impreparato, una totale incognita come Trump.
L'impopolarità della Clinton anche a
sinistra è tale che per restare in corsa ha dovuto fare appello al
"popolo di Obama", in pratica proponendo agli americani un
"terzo mandato" del presidente uscente, senza però averne
il carisma, e ha dovuto spostarsi ulteriormente a sinistra per
cercare di conquistarsi le simpatie dei "sanderisti".
Peccato che oltre il 70% degli americani ritiene che il Paese stia
andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore
sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il
Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil,
Obama è l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di
crescita in almeno un anno di mandato. Dalla Clinton quindi ci si può
aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno
prodotto crescita lenta, redditi stagnanti, fuga delle imprese e un
altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il
ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito
Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da
centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più a sinistra di
quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".
Basti guardare ai piani fiscali agli
antipodi dei due candidati. Secondo i dati del Tax Policy Center,
riportati dal Wall Street Journal, il piano fiscale di Trump,
accusato di favorire solo i più ricchi, offre al quintile centrale
dei contribuenti americani un aumento di reddito al netto delle tasse
nove volte superiore rispetto a quello che offre la Clinton (+1,8%
contro +0,2%). Mentre Trump riduce le tasse a tutte le fasce di
reddito, di fatto il piano della Clinton non offre alcuna riduzione
di tasse ad alcuna fascia di reddito. Nessuna impresa e nessuna
persona fisica pagherà meno tasse. E prevede un ulteriore gettito
fiscale dalle tasche degli americani di ben 1,4 trilioni di dollari.
Se non è questa una "Apocalisse fiscale", ci siamo
vicini...
Uno dei punti forti di Hillary rispetto
al suo avversario doveva essere l'esperienza da segretario di Stato.
Ma l'eredità di Obama-Clinton in politica estera (dal ritiro
dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto
riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza
l'Europa, fino al caos libico, passando per l'accordo sul nucleare
iraniano, le tensioni con Israele e l'avanzata della Russia) è
talmente disastrosa da far apparire davvero vicina l'Apocalisse: un
mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda",
ha scritto il WSJ. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza
col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti
con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, non è
credibile se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il
pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il
repubblicano McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle
"connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il
Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo,
apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton
Cash".
A far temere ancor di più una
"Apocalisse clintoniana" ci sono poi le minacce alla
Costituzione e il controllo delle istituzioni. Un tema cruciale
emerso finalmente anche nel dibattito tv dell'altra notte è quello
della Corte Suprema. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a
nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la
prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una
maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La
Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Non ha mai
menzionato le parole "rispetto della Costituzione", ha
ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, di voler
scegliere una figura che vada oltre quella del rispettato giurista,
qualcuno che "comprenda come funziona il mondo, che abbia
esperienza di vita reale". Praticamente un attivista politico.
Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte
"legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa
dell'America dei prossimi 30 anni. Ci sono equilibri politici (nel
partito e nel Paese) che si possono cambiare, ma non la maggioranza
della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Per gli
elettori repubblicani sarebbe una vera Apocalisse, perché la
giurisprudenza della Corte può trasformare in profondità il Paese.
Per il WSJ, che non sostiene certo
Trump, la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton per
l'emailgate (ben il 56% degli americani non l'ha condivisa) puzza
talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla
tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e
delle agenzie governative.
Un ruolo non indifferente nella
percezione dell'"Apocalisse clintoniana" lo gioca poi il
pensiero unico del politicamente corretto che domina i mainstream
media, sempre più avvertito come una minaccia alla libertà
d'espressione e anche alla funzione critica della stampa. Tempo fa
dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avvertiva
che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta
importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che
è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità
redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati
Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul
politically correct". È un bullo, un demagogo, ma anche l'unico
in grado di "preservare l'American way of life come la
conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di
agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più
pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".
"L'epoca della discordia",
così il WSJ ha definito gli anni di Obama. E attenzione: una
radicalizzazione che non è destinata ad arrestarsi. Con Obama si è
radicalizzato il Partito democratico, diventato una socialdemocrazia
europea degli anni '60. L'establishment repubblicano è rimasto
moderato, ma non la base del partito. E se Trump dovesse perdere, c'è
il forte rischio di ritrovarsi fra quattro anni con due candidati
ancor più anti-sistema, ancor più "apocalittici", sia a
destra che a sinistra.
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