Pagine

Showing posts with label politica estera. Show all posts
Showing posts with label politica estera. Show all posts

Thursday, December 15, 2016

20 gennaio, faster please!

Non ci mancherai Barack, sore loser in chief

Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.

E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.

La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.

Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".

Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".

E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).

Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.

But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.

Tuesday, December 13, 2016

Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato

Pubblicato su Ofcs Report

Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin

Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.

"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.

Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.

Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).

Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.

A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".

Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.

Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?

Wednesday, March 27, 2013

Tranne i marò, tutti colpevoli con disonore

Anche su Notapolitica

Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?

A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.

Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).

La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.

Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.

Friday, March 22, 2013

Scandalo marò, l'ultima infamia del governo Monti

Anche su L'Opinione

Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.

La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.

Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.

Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.

Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.

Tuesday, October 23, 2012

Romney non cade nella trappola dei cliché

Anche su Rightnation.it

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo "falco", una "testa calda", non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l'elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L'approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l'andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest'ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.

D'altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).

Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente "difensivi", ha difeso il suo "momentum" post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l'approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l'efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del "cowboy" alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall'assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall'incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?

Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica - come chi scrive - una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall'Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a "fare" il presidente e dopo l'11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.

Monday, May 04, 2009

I primi 100 giorni di Obama/8 In politica estera continuità evidente

Anche Max Boot, su Commentary, si è cimentato nel giudizio sui primi 100 giorni di Obama, premettendo che questa scadenza è solo un'invenzione giornalistica. In politica interna, Obama si è rivelato "il liberal che i sostenitori di McCain si aspettavano". In politica estera, però, afferma Boot, "la storia è diversa": molti dei cambiamenti apportati da Obama alla politica estera di Bush sono "più retorici che sostanziali". La "continuità", secondo Boot, è "evidente", persino nella lotta al terrorismo, ma anche su altre questioni, dal NAFTA all'Iraq e all'Afghanistan.

Molti dei suoi cambiamenti per ora sono "marginali". Per esempio, il tentativo di dialogare con l'Iran "ad un livello leggermente superiore di quanto aveva fatto Bush", o i maggiori aiuti al Pakistan, o "il leggero allentamento delle sanzioni contro Cuba". "E' ovviamente prematuro - sottolinea Boot - concludere che la politica estera di Obama sia essenzialmente un terzo mandato dell'amministrazione Bush. Da qui in avanti potrebbero esserci grandi discontinuità; è solo che fino ad oggi non si sono ancora viste". Obama ha compiuto passi "simbolici", come le scuse per i "misfatti" americani o le strette di mano con Chavez. "Non intendo dire che il simbolismo non sia importante. Lo è. Ma la sostanza è ancora più importante e penso che Obama meriti una sufficienza piena in politica estera per i suoi primi 100 giorni", conclude un analista neoconservatore come Max Boot.

E' un'insufficienza invece quella di Kim Holmes, della Heritage Foundation, secondo cui il messaggio portato da Obama in due continenti come Europa e America Latina è "semplice": "l'America ha commesso molti errori nel passato, ma ora siamo pronti ad ascoltare gli altri e ad essere più flessibili". Un messaggio "molto popolare", che ha assicurato ad Obama "scroscianti applausi". "Il problema però - osserva Holmes - è capire se la popolarità personale del presidente all'estero si trasformerà in risultati concreti per gli Stati Uniti. Finora non è stato così".

I primi 100 giorni di Obama/7 Il vero test per la "dottrina Obama"

Clive Crook, del Financial Times, è andato alla ricerca di una "dottrina Obama" in politica estera: "Chi non è rimasto impressionato dall'energia di Barack Obama, o colpito dalla sua fiducia in se stesso? Si può interpetarla come esuberanza retorica, ma è sempre più evidente che la sua ambizione è reale. Nel bene o nel male, Obama intende fare ciò che dice". E in politica estera si può vedere "la stessa disposizione, lo stesso appetito e la stessa volontà di adottare nuovi modi di pensare ai vecchi problemi".

Obama ha di recente aperto un nuovo corso nei confronti di Cuba e Iran, gettato le basi per dei "reset diplomatici" con il Messico, l'America Latina, la Russia, la Cina, il Medio Oriente, l'Unione europea e la Nato. Si può iniziare a parlare di "dottrina Obama"? "Certamente sì - secondo Crook - se lo stile e il temperamento - il pragmatismo e la perseveranza di Obama - costituiscono una dottrina". "Uno degli aspetti del pragmatismo di Obama - osserva Crook - è quello di costruire alleanze, rasserenare le antiche inimicizie e portare avanti gli interessi americani con la cooperazione, invece che con il confronto". Tuttavia, avverte, "il problema è che gran parte dei presidenti americani, compreso il predecessore di Obama, ha avuto lo stesso atteggiamento fino a quando il mondo non li ha presi a botte".

"Una dottrina di politica estera - spiega l'analista del Financial Times - è messa davvero alla prova solo quando la cooperazione fallisce. Sebbene sia troppo presto per giudicare le aperture di Obama, è difficile presentarle come successi. Il presidente perseverante continuerà senza dubbio a lavorare sodo e per un certo periodo è giusto che sia così. Le nuove opportunità offerte dalla sua popolarità globale meritano di essere esplorate, laddove ciò non comporti costi inaccettabili".

Tuesday, December 02, 2008

Obama verso un realismo muscolare

La «nuova alba», come l'ha chiamata Obama, della politica estera americana, getta la propria luce su vecchi volti: come previsto, Hillary Clinton segretario di Stato; Robert Gates rimane alla Difesa (per portare a termine la strategia che sta dando ottimi risultati in Iraq); l'ex generale dei marine James Jones al Consiglio per la sicurezza nazionale. Dunque, nei posti chiave troviamo la Clinton, il ministro della Difesa dell'amministrazione Bush figlio ma più in sintonia con Bush padre, e un generale dei marine. Semplificando, si potrebbe dire (e vale anche per lo staff economico) che Obama riparte da Clinton-Bush, le due famiglie politiche che hanno "dominato" negli ultimi vent'anni. Non proprio ciò che si direbbe un cambiamento, somiglia piuttosto ad una continuità.

La "verità", naturalmente, come spesso accade, sta nel mezzo. Ci saranno dei cambiamenti sia in economia che in politica estera, ma non la rivoluzione che molti si aspettano. In attesa di capire chi guiderà l'intelligence, pedina fondamentale, c'è una frase che meglio di altre lascia intendere quale sarà l'approccio di politica estera di Obama: «Il terrorismo non può essere contenuto dai confini, né la sicurezza può essere garantita soltanto dagli oceani».

Non sarà una politica estera pacifista, né isolazionista. La visione neocon è stata già abbandonata da Bush nel suo secondo mandato e ciò che più si avvicina ad essa da sinistra è l'interventismo liberal (cui si ispirò Clinton), che sarà presente, ma non prevalente. Probabilmente, dietro un ostentato multilateralismo e alla retorica dei diritti umani all'Onu, a condurre i giochi sarà un realismo muscolare. Senza alcun complesso sull'uso della forza, ma senza neanche peli sullo stomaco nell'uso della diplomazia anche con i peggiori nemici.

Wednesday, February 21, 2007

A D'Alema riesce la quadratura del cerchio: anzi no!

D'Alema al SenatoUPDATE ore 14,49: inaspettatamente ciò che sembrava già tutto messo in sicurezza è franato. La mozione di sostegno alla politica estera del Governo non ha ottenuto il quorum per l'approvazione (160 voti): 158 sì, 136 no, 24 astenuti. Non trattandosi di un voto di fiducia il Governo non ha il dovere di dimettersi, ma questa seduta è stata preceduta dall'autorevole monito del ministro degli Esteri e vicepremier D'Alema: «Senza maggioranza tutti a casa».

La stabilità come unica misura della politica estera del Governo Prodi-D'Alema: non la stabilità internazionale, ma della maggioranza

Una relazione reticente e paludata quella con la quale D'Alema ha illustrato oggi al Senato (video) le linee di politica estera del Governo, che ha mal celato un accordo di massima preesistente con i partiti della sinistra comunista e anti-americana, persino sui toni e i contenuti del discorso del ministro degli Esteri.

D'Alema non è volato alto sui principi. Lo dimostra come ha affrontato le due questioni più controverse all'interno della maggioranza: il ritiro da Kabul «ci isolerebbe»; revocare la decisione sull'ampliamento della base militare di Vicenza «sarebbe un atto ostile nei confronti degli Usa». Atti dovuti per realismo più che per convinzioni ideali e scelte di fondo, così anche la permanenza in Afghanistan diventa un sacrificio in nome del solo "multilateralismo": ci sono tutti, quindi è giusto esserci anche noi.

Pur non volando sui principi, D'Alema è stato comunque acrobatico, dosando abilmente le parole d'ordine della demagogia pacifista e multilateralista, accentuando nei momenti opportuni l'intonazione della voce: l'europeismo, le missioni multinazionali, la cooperazione; la missione in Iraq «basata sulla menzogna»; la conferenza di pace per l'Afghanistan e l'aumento dell'impegno civile, perché «solo stando lì si può contribuire a lavorare per la pace»; il dialogo con i vicentini sulla base Usa.

Ha quindi offerto ai dissidenti della maggioranza molti argomenti per votare sì, ma alla fine, nella sua replica, si è anche permesso la sfrontatezza di sfidarli: «E' il momento delle assunzioni di responsabilità. Chi è favorevole voti sì, ma chi è contrario alla nostra politica estera voti contro. Ora serve chiarezza».

Contributo alla chiarezza l'intervento dell'ex presidente Cossiga: «Invito i senatori della sinistra radicale a votare sì, a sostenere il governo, soprattutto dopo quello che ha detto il ministro degli Esteri da ultimo. Lo dico io che voterò no a questa politica, perché è palese che il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e il ministro della Difesa, hanno le stesse posizioni della sinistra radicale ma per le funzioni che ricoprono non lo possono dichiarare esplicitamente». Insomma, la sinistra "radicale" dorma pure sonni tranquilli con questo governo, ha voluto dire.

Monday, February 05, 2007

Siamo l'anello debole

Davvero imbarazzante per il Governo Prodi questa «lettera aperta agli italiani» da parte degli ambasciatori Nato di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Olanda e Romania.

Partendo dall'apprezzamento del nostro «fondamentale» contributo, invitano l'Italia a non deviare dalla sua linea e a proseguire la missione in Afghanistan, anche perché in primavera è prevista una campagna militare e di ricostruzione decisiva per il futuro di quel paese da poco liberato dalla schiavitù dei Talebani.

Il fatto che ben sei paesi, tra cui Stati Uniti e Gran Bretagna, abbiano avvertito l'esigenza di rendere pubblico il loro invito all'Italia la dice lunga su quanto il nostro paese sia circondato da un'aurea di inaffidabilità. E' comprensibile che i nostri alleati siano preoccupati e non più certi della nostra determinazione nella lotta contro il terrorismo. Prima il ritiro dall'Iraq, poi le critiche alle operazioni Usa contro Al Qaeda in Somalia, quindi le polemiche sull'ampliamento della base militare americana a Vicenza e, ora, anche lo scricchiolio della maggioranza sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

Altro che anomalia, irritualità, o ingerenza. Anzi, frequentemente, per esempio, leader stranieri intervengono con lettere aperte o interviste sulle pagine dei principali quotidiani di un paese auspicando che questo adotti un certo comportamento. E' capitato anche di recente con l'intervista rilasciata dal premier iracheno al Maliki a un quotidiano italiano.

Friday, February 02, 2007

Da Chirac, e dall'Europa, i veri pericoli

La recente uscita del presidente francese Chirac, per il quale in caso di lancio di una bomba atomica iraniana su Israele prima ancora che il bersaglio sia colpito Teheran sarebbe «rasa al suolo», è emblematica di un sentimento diffuso tra i governi europei. La Francia - e l'Europa - mettono in conto l'eventualità di un attacco nucleare contro Israele. Non avvertono l'urgenza di fermare i piani di Teheran, perché confidano nel fatto che sarà Israele stesso a cavarsela, difendendosi da un eventuale attacco. Insomma, come dire che non ci riguarda.

Più che opportune, quindi, le domande che Ostellino gira al ministro degli Esteri D'Alema per sapere...
«Che cosa egli pensi di un Paese membro delle Nazioni Unite (l'Iran) che minaccia di distruzione un altro Paese membro (Israele); se e come l'Italia, tanto attenta alla diplomazia multilaterale, voglia far sentire nelle sedi multilaterali per eccellenza (le Nazioni Unite e l'Unione europea) la propria voce, che non sia il solito generico appello al "dialogo" fra le parti, di fronte alle ripetute minacce del presidente iraniano Ahmadinejad; come il nostro Paese possa e voglia concorrere, in concreto e in sintonia con i suoi alleati europei e gli Stati Uniti, a scongiurare la prospettiva di una guerra nucleare fra Iran e Israele; che cosa, infine, il governo cui egli appartiene intenda fare, sul piano interno e bilaterale, per evitare che i crediti alle nostre legittime esportazioni verso l'Iran si trasformino, di fatto e per quanto indirettamente, in unìoccasione di "affari illeciti" — come denuncia Washington — che comporterebbe una grave responsabilità politica e morale da parte nostra. Una risposta chiara e definitiva sarebbe utile e gradita».
Più diretto, contro Chirac, Oscar Giannino: «Lo vogliamo ammettere, che il campione della politica del no all'intervento in Iraq mostra di essere un vecchio pericoloso e irresponsabile di primo calibro?»

Ancora più irresponsabile visto che a Teheran avranno sicuramente registrato e inteso le dichiarazioni del presidente francese per ciò che significano: sostanziale via libera, anche se l'Europa formalmente è costretta a far vedere di voler dissuadere l'Iran dal dotarsi dell'atomica.

Thursday, February 01, 2007

Autostrade-Abertis. Dall'Ue sberla annunciata

Bruxelles dà ragione alla Bonino e torto a Di Pietro. Non si è capito, fino ad oggi, se la libertà di movimento che ha avuto il ministro delle Infrastrutture sia dovuta o meno a un sostanziale silenzio assenso da parte del Presidente del Consiglio nell'intralciare la fusione Abertis-Autostrade.

Comunque, l'intervento del prodiano Costa, oggi su Europa, lascia supporre che la ricreazione per l'ex p.m. sia finita e che Prodi voglia riprendere in mano la situazione. Sarebbe un successo lampante della Bonino, nonostante il profilo basso e responsabile mantenuto dal ministro del Commercio internazionale e delle Politiche europee.

La Bonino aveva avvertito il Governo preventivamente del rischio di andare a sbattere lasciando fare Di Pietro. E così è stato. E' stata accertata in via preliminare la violazione da parte dell'Italia della normativa europea sulle fusioni, ma il Governo può ancora presentare le sue obiezioni. Se non riuscirà a convincere la Commissione verrà formalmente aperto il procedimento di infrazione.

Nel comunicato della commissaria alla Concorrenza Kroes è spiegato cosa si rimprovera all'Italia. Non il fatto «che le autorità nazionali possano verificare che il titolare di una concessione rimanga redditizio sotto il profilo finanziario e in grado di adempiere ai propri obblighi di investimento dopo una concentrazione», ma che questo «processo di autorizzazione nazionale» venga di fatto «utilizzato per ottenere concessioni relative a problemi di regolamentazione precedenti» e «per risolvere eventuali problemi futuri derivanti dalle disposizioni di una concessione esistente».

In sostanza, si accusa il Governo italiano di aver sfruttato la situazione della possibile fusione per ritrattare una concessione già sottoscritta. Per riscrivere a proprio vantaggio le regole e i termini di un contratto esistente. Un comportamento autolesionista, tra l'altro, perché incide negativamente sulla certezza del diritto e sulla fiducia degli investitori.

Il Governo ha una nuova maggioranza: accetta o rifiuta?

Un Parisi sconsolatoHo visto cose che voi umani... oggi al Senato. Proprio non si può dire che questa volta sia stata l'opposizione a respingere quell'approccio bipartisan che su certe questioni di interesse nazionale come la politica estera tutti auspicano vi sia.

«Il Senato, udite le comunicazioni del Governo, le approva». Sono queste le uniche, semplici, inequivocabili parole contenute nell'ordine del giorno presentato oggi in Senato dall'opposizione nel corso del dibattito sull'ampliamento della base militare Usa a Vicenza. Ebbene, paradossalmente, il viceministro degli Esteri Ugo Intini, a nome del Governo, ha espresso parere contrario, accogliendo, invece, solo la mozione della maggioranza, ben più articolata, piena di condizioni e distinguo, e che si limitava a «prendere atto» delle comunicazioni del ministro della Difesa Parisi.

L'odg del centrodestra è passato (152 sì, 146 no e 4 astenuti. Tra i voti decisivi, quelli di Andreotti e De Gregorio), quindi precludendo il voto su ogni altro documento, contrario o anche solo "diminutivo" dell'odg già approvato. Tra un ordine del giorno che «appprova» incondizionatamente la relazione di un ministro e un altro che si limita a «prendere atto», ponendo condizioni, l'approvazione del primo preclude il voto sul secondo, perché lo batte o, come minimo, lo assorbe.

Per un giorno l'opposizione è stata quindi "maggioranza" e ha dato la fiducia al Governo, e la maggioranza è stata "opposizione". E il Governo? E' riuscito ad andare sotto dando parere contrario a un ordine del giorno che approvava incondizionatamente la sua linea di politica estera e di difesa. D'altra parte, da questa situazione il centrosinistra non poteva uscire indenne. Perché se anche vi fosse stato parere favorevole, l'odg dell'opposizione avrebbe ottenuto i voti di gran parte ma non di tutta la maggioranza. Non di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e di qualcuno dell'Ulivo. Dunque, con qualunque esito sarebbero emerse comunque le divisioni in seno alla maggioranza stessa sulla politica estera.
Se Intini fosse stato un poco sveglio, almeno il Governo non si sarebbe contraddetto. Avrebbe fatto miglior figura se non avesse rigettato un odg che approvava senza condizioni la sua linea. Un bizantinismo davvero incomprensibile. Invece, il viceministro della Rosa nel Pugno s'è dimostrato per quello che è: una mezza figura.

Dal punto di vista politico il risultato ora è che il Governo ha un'altra maggioranza rispetto a quella uscita dalle elezioni. E ciò non può non avere una ripercussione anche istituzionale. Per esempio, il Presidente del Consiglio dovrebbe venire in Parlamento a dire se accetta la fiducia da parte di questa nuova maggioranza e salire al Quirinale per illustrare al Presidente della Repubblica la situazione e le sue intenzioni. Lo farà? C'è da dubitarne, ma se non lo facesse vorrebbe dire che di fatto accetta di governare con maggioranze variabili.

Wednesday, January 31, 2007

Con Sarkozy

Nicolas SarkozyDopo che i miei "intellettuali" di riferimento di cose francesi si sono espressi, il mio endorsement per le presidenziali va decisamente a Nicolas Sarkozy. André Glucksmann, sul Corriere di ieri, ci ha offerto una preziosa radiografia della politica francese e dei francesi.

Sarkozy ha il merito di «rompere chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti». Cosa che non sta accadendo nella sinistra francese. Per esempio, «esaltando la discriminazione positiva, che elude l'Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali», di pelle, domicilio, o cognome; e «teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee», per non lasciare che le facciano gli integralisti, «a costo di urtare una concezione rigida della laicità».

Insomma, Glucksmann vede in Sarkozy il candidato che al trasformarsi della società azzarda il trasformarsi dei principi, il loro adeguarsi ad essa. Questa «rottura a destra» riguarda anche la politica internazionale. Glucksmann denuncia una «curiosa metamorfosi del gollismo, un feticismo conservatore che coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano». Questa "realpolitik", che ha portato a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d'onore, è una «curiosa evoluzione che ha fatto della patria dei diritti dell'uomo l'apostolo degli ordini costituiti».

Eppure, ricorda Glucksmann, «esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le "Madri di Maggio" sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni... In nessun altro Paese sì è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i "French doctors" e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli "idraulici polacchi", a tagliarsi fuori dal mondo».

Ebbene, ci dice Glucksmann, Sarkozy è «l'unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore».
«Non credo a quella che viene chiamata "realpolitik", che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro... Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura».
(Sarkozy, 14 gennaio 2007)
A tutto questo «cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco». Ha una candidata, Ségolène Royal, che «ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità». Una candidata, però, bisogna riconoscerlo, «alle prese con un vuoto più grande di lei». Quello di una sinistra «ufficiale» francese che «si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile», che «macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Mòquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria... e i repubblicani spagnoli...»

«Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po' a casa mia», conclude Glucksmann. La sinistra è «la mia famiglia d'origine. È per la sinistra che, da quarant'anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell'Est, critica dei paraocchi marxisti)». Ed è per coerenza con questa storia, non perché ne condivide tutte le opzioni, che questa volta Glucksmann voterà Sarkozy.

Altrettanto prezioso l'articolo di Enrico Rufi, su Il Foglio di ieri, anche lui per il candidato che «smaschera la gauche che non sente più la voce di Camus».

Ma «perché la sinistra non sente più la voce di Albert Camus?». Se l'è chiesto lo stesso Sarkozy, nel suo discorso di investitura a Parigi. «Sicuramente... perché la sinistra francese è una sinistra immobile, conservatrice. Ma anche perché la gauche continua a non sapere proprio che farsene di uno come Camus...». «E se Sarkozy, come lui stesso ha rivendicato, intende arricchire il patrimonio della destra repubblicana di quelle idee che la sinistra ha abbandonato, non si può che prendere atto di questo enorme spostamento dei confini tra destra e sinistra».

Dall'anticolonialismo «senza sensi di colpa» a una scuola che «non sacrifichi il merito all'egualitarismo...», prendendo le distanze dalla realpolitik, per «non voler essere complice di nessuna dittatura», Sarkozy «si fa così eco di quegli intellettuali che nell'umanesimo di Camus trovano forza e nutrimento», da Alain Finkielkraut a Pascal Bruckner, da Max Gallo a, appunto, Glucksmann.

Sunday, January 28, 2007

Finalmente si fa sul serio con l'Iran

Lo dicevamo, che quel che più importa della nuova strategia per l'Iraq annunciata da Bush è la decisione, finalmente, di affrontare a «muso duro» le ingerenze destabilizzanti iraniane nel paese. E, quindi, più in generale, contrastare anche con la forza militare - ma non solo - le mire egemoniche di Teheran sull'intera regione. Se ne è accorto anche Kissinger, che ha definito «coraggioso» il piano di Bush e posto l'accento sulla più rilevante novità sul piano strategico: è nell'«interesse nazionale americano impedire alla combinazione iraniana di ideologia fondamentalista e imperialista di dominare una regione dalle cui forniture di energia dipendono le democrazie industriali».

Nei giorni scorsi, a conferma di tutto ciò, il Washington Post ha rivelato che gli ordini del presidente sono chiari: fermare o uccidere gli agenti iraniani in Iraq. Era ora.