Anche su Notapolitica e L'Opinione
Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.
Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.
Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.
Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.
Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.
Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.
Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.
Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.
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Thursday, March 21, 2013
Friday, March 15, 2013
"Smacchiato" il piano di Bersani
Anche su Notapolitica
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Friday, April 15, 2011
Dopo Fini, Pisanu?
Appena rabberciata la maggioranza alla Camera, potrebbe aprirsi un nuovo Vietnam al Senato. Oggi sul Corriere della Sera, ergendosi devo dire con considerevole faccia tosta a difensori delle virtù repubblicane, Pisanu e Veltroni invocano «un governo di decantazione per riscrivere le regole». Insomma, il solito governo di larghe intese, di responsabilità (?) nazionale (adesso lo chiamano di «decantazione»), il cui scopo sarebbe innanzitutto quello di togliere di mezzo Berlusconi, perché su come riscrivere le regole - e in particolare si parla della legge elettorale - sembra difficile che si costituisca una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne nel 2008. Neanche i due promotori dell'iniziativa infatti chiariscono quali regole vorrebbero, né quale legge elettorale, ma è facile immaginare che per loro l'importante sarebbe fare in modo che impedisca a Berlusconi, come a chiunque altro, di conquistare in solitudine o quasi la maggioranza assoluta dei seggi alle prossime elezioni quando ci saranno. Una legge che costringa le forze politiche ad allearsi per governare solo dopo il voto. Quindi una legge per l'ingovernabilità, per la palude, per il "grande centro".
Ma diversamente da quanto affermano nel loro "manifesto", il problema della legge elettorale mi sembra tutto sommato secondario in questa operazione. C'è il forte rischio, infatti, che il proposito di Pisanu sia molto più semplicemente aprire al Senato una crisi della maggioranza come Fini l'ha aperta alla Camera (senza successo ma provocando un anno di paralisi), nella speranza questa volta di costringere Berlusconi a mollare. Dopo il fallito ribaltone alla Camera, un ribaltone al Senato, insomma. Poi si vedrà. Vedremo se sono davvero queste le intenzioni di Pisanu e quanti senatori saranno disposti a seguirlo.
Ma diversamente da quanto affermano nel loro "manifesto", il problema della legge elettorale mi sembra tutto sommato secondario in questa operazione. C'è il forte rischio, infatti, che il proposito di Pisanu sia molto più semplicemente aprire al Senato una crisi della maggioranza come Fini l'ha aperta alla Camera (senza successo ma provocando un anno di paralisi), nella speranza questa volta di costringere Berlusconi a mollare. Dopo il fallito ribaltone alla Camera, un ribaltone al Senato, insomma. Poi si vedrà. Vedremo se sono davvero queste le intenzioni di Pisanu e quanti senatori saranno disposti a seguirlo.
Thursday, December 02, 2010
Dalla presidenza della Camera attacco al Governo e al Senato
Uno scontro istituzionale senza precedenti, con il presidente della Camera che convoca nel suo ufficio a Montecitorio, che ha a disposizione in ragione della sua carica, i leader di altri tre partiti (Udc, Api e Mpa) per concordare una mozione di sfiducia contro il governo, spiegando che «l'assetto governativo che c'è adesso è un lusso che l'Italia non può permettersi». Una mozione di sfiducia che letteralmente parte dall'ufficio del presidente della Camera. Con lo stesso presidente della Camera che riceve, sempre nel suo ufficio istituzionale, membri del Senato (il 17 novembre il senatore Massidda, oggi persino il presidente della Commissione Antimafia Pisanu) per spingerli, pur non riuscendovi (per ora), a cambiare casacca per ribaltare la maggioranza nell'altro ramo del Parlamento così da condizionarne le votazioni ed avere i numeri per un altro governo.
Non più solo l'ingerenza di una carica istituzionale, che dovrebbe mostrarsi, oltre che essere, neutrale e imparziale nel gioco dei partiti, ma persino un'ingerenza del presidente di una Camera nei confronti dell'altra. Senza nemmeno preoccuparsi di salvare le apparenze, manovrando direttamente dal suo ufficio a Montecitorio. Siamo allo sconfinamento totale, al vero e proprio turbamento della vita di organi costituzionali. E' ora che Napolitano batta un colpo o sarà complice di uno strappo, di uno scempio costituzionale che costituirà un precedente pericolosissimo, se si accetta che dall'ufficio della presidenza di una Camera si possa tramare per destabilizzare il governo e l'altra Camera.
Non più solo l'ingerenza di una carica istituzionale, che dovrebbe mostrarsi, oltre che essere, neutrale e imparziale nel gioco dei partiti, ma persino un'ingerenza del presidente di una Camera nei confronti dell'altra. Senza nemmeno preoccuparsi di salvare le apparenze, manovrando direttamente dal suo ufficio a Montecitorio. Siamo allo sconfinamento totale, al vero e proprio turbamento della vita di organi costituzionali. E' ora che Napolitano batta un colpo o sarà complice di uno strappo, di uno scempio costituzionale che costituirà un precedente pericolosissimo, se si accetta che dall'ufficio della presidenza di una Camera si possa tramare per destabilizzare il governo e l'altra Camera.
Wednesday, November 24, 2010
Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto
Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.
Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.
Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.
Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.
Thursday, November 18, 2010
Doccia gelata sui bollenti spiriti
La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.
E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».
Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).
Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.
E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.
Monday, November 15, 2010
La strettoia in cui sta cacciando Fini
Solo poco più di un mese fa avevano rinnovato la fiducia al governo sui cinque punti programmatici esposti dal premier in aula e nei prossimi giorni faranno passare uno degli atti più squisitamente politici di qualsiasi governo: la legge finanziaria. Eppure, ritirano ministro e sottosegretari e sono pronti a votare la sfiducia un minuto dopo la sessione di bilancio. Perché ormai non c'è più niente di "politico" che possa bastargli e le eventuali buone ragioni hanno lasciato il posto ad un unico reale obiettivo: far fuori Berlusconi. Domani sul Colle vedremo salire Fini non si sa bene in che veste, se da presidente della Camera o da leader di Fli. E comunque la si voglia pensare, difficilmente si può ignorare l'anomalia di un presidente della Camera che si presenta dal capo dello Stato a ragionare della crisi che lui stesso ha provocato. Le sue non saranno valutazioni da presidente della Camera. Punto.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
L'impressione è che l'ipotesi avanzata da Berlusconi, di sciogliere solo la Camera, sia una mossa volta a serrare le fila dei suoi al Senato e quindi ad allontanare lo spettro di un governo "tecnico" (leggasi ribaltone) e ottenere il voto anticipato. E' vero, infatti, che l'artico 88 della Costituzione prevede che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ma ciò appare superato da quando, dagli anni '50, i mandati di Camera e Senato non sono più sfalzati (cinque e sei anni) come inizialmente previsto dai costituenti. Allora perché, si potrebbe obiettare, anche dopo l'allineamento dei mandati delle due camere il legislatore ha ritenuto di mantenere la facoltà in capo al presidente della Repubblica di scioglierne una sola?
Insomma, se dal punto di vista giuridico la questione è quanto meno controversa, è irrealistico aspettarsi che Napolitano decida di sciogliere solo la Camera. Credo che neanche Berlusconi ci creda davvero, piuttosto prova a mettere la pulce nell'orecchio dei senatori. Da quali saranno i numeri con cui verrà sfiduciato, infatti, dipenderanno le chance di un ipotetico nuovo governo. Se, come pare probabile, Berlusconi otterrà la fiducia, anche striminzita, del Senato, Napolitano si vedrà costretto a sciogliere le camere, ed è anche possibile che prima lo incarichi di tentare un Berlusconi-bis. Per ora appare quasi impossibile che riesca a strappare la fiducia anche alla Camera dividendo i finiani, ma in ogni caso quanto più ci arriva vicino tanto più si allontanano ipotesi diverse dal voto.
Credevo che in caso di elezioni Fini sarebbe andato da solo, massimizzando la sua figura di leader, la coerenza programmatica del suo nuovo partito e la sua rivendicata identità di destra (moderna ed europea, s'intende). Pare invece intenzionato ad imbarcarsi in un'impresa terzopolista (con Udc, Api, e con l'Mpa dell'inquisito Lombardo!), che nonostante la pretesa di rappresentare un nuovo centrodestra, apparirà un'operazione centrista, centralista e meridionalista. Dovrà dividersi con Casini la leadership; dovrà spiegare ai propri simpatizzanti che l'agenda laica è rinviata a data da destinarsi; spiegare molto bene agli italiani cosa lo unisce oggi all'ex arci-nemico Rutelli; e infine spiegare come mai, dopo tutto questo casino, non sarà neanche questa volta lui (probabilmente) il candidato premier di questo Terzo polo.
Come se non bastasse, stando alle parole di Bocchino - che fino ad oggi si è rivelato il migliore interprete, persino anticipatore, della linea e degli umori del suo capo - non è da escludere una sorta di "unità nazionale" con il Pd, talmente disperato da rivolgersi anche a Fini per non rimanere isolato dai giochi terzopolisti (il duetto Fini-Bersani di stasera a Vieni via con me potrebbe rivelarsi un boomerang se apparisse quasi impossibile distinguere tra valori di destra e di sinistra). Un Cln antiberlusconiano avrebbe chance di vittoria in misura direttamente proporzionale alla sensazione di pericolo per la democrazia che avvertono gli italiani con Berlusconi, quindi piuttosto basse. A occhio e croce, è più probabile che gli elettori respingano una simile santa alleanza per quello che è: un inaccettabile e indecente guazzabuglio.
Ad un'attenta analisi, inoltre, le possibilità di Berlusconi di conquistare la maggioranza anche nel prossimo Senato con l'attuale legge elettorale sono molto maggiori di quanto si creda. E' vero, se la rischia più che alla Camera, ma perché si ritrovi con meno dei 161 seggi di cui dispone oggi senza i finiani, Fini e i centristi dovrebbe compiere un'autentica impresa. E' possibile, ma molto molto difficile. Che ne siano o meno consapevoli, è ovvio che Fli, Udc e Pd non chiederebbero di meglio che un governo 'ribaltonista' per cambiare la legge elettorale, contando nel frattempo sui soliti aiutini della Corte costituzionale e della magistratura. Un sistema senza premio di maggioranza, con soglie di sbarramento più generose, metà proporzionale metà uninominale, pure che mantenga l'indicazione del premier, permetterebbe a tutti di arrivare in Parlamento e mettersi insieme solo dopo il voto, escludendo Berlusconi. Su Di Pietro (che teme la concorrenza di tanto antiberlusconismo a destra), oltre che su Napolitano, può contare il Cav. affinché la via scelta sia quella delle urne.
Friday, November 12, 2010
Il cerino in mano a Fini. E lo userà
Se Fini e Casini si sono spinti così in avanti verso il punto di non ritorno, allora, si ragiona in queste ore, devono avere i numeri e un premier pronti per un governo "tecnico", se non addirittua per un governo senza Berlusconi ma di centrodestra (quindi un po' meno "ribaltone"), se, come Verderami, oggi sul Corriere della Sera, attribuisce a Bocchino, un «pezzo significativo» del Pdl si staccasse dal Cav. e legittimasse la nuova fase. Un «pezzo di Pdl» o la Lega, o magari entrambi. Chiusa ogni possibilità di un Berlusconi-bis e di un rimpastone come nel 2005, i finiani guardano al '94, sperano nel "tradimento" della Lega e fanno i nomi di Tremonti e Maroni.
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Friday, October 15, 2010
A carte sempre più scoperte/3
Dopo aver definito «ineccepibile» sotto il profilo istituzionale la risposta in cui Schifani conferma l'assegnazione in prima battuta al Senato della discussione sulla legge elettorale, gli basta un secondo et voilà, Fini sveste i panni di terza carica dello Stato per vestire quelli di capofazione, aggiungendo che «è altrettanto evidente che c'è una questione politica perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma elettorale». Ecco quello che si intende per incompatibilità del doppio ruolo di Fini. Un presidente della Camera dovrebbe fermarsi all'aspetto istituzionale «ineccepibile» e sulla «questione politica» far esprimere, semmai, qualcuno dei suoi.
Che la discussione sulle modifiche alla legge elettorale possa procedere speditamente, e procedere nella direzione gradita a Fli, Udc e Pd (il che al momento è numericamente possibile solo a Montecitorio), rappresenta per Fini il grimaldello da usare, in caso di crisi, per evitare un voto anticipato. E' ovvio, infatti, che trarrebbe un palese vantaggio, quanto meno in termini di potere di ricatto se non nel merito delle modifiche da apportare, dal profilarsi alla Camera di una maggioranza sulla legge elettorale diversa da quella che sostiene il governo, anche se poi non è affatto detto che si manifesti anche al Senato. Ma basta alla Camera per mettere sotto pressione Berlusconi. Che da presidente della Camera Fini spinga così tanto sfacciatamente in questa direzione, arrivando persino ad accusare il Senato (e la seconda carica dello Stato) di voler insabbiare l'iter parlamentare, dimostra il totale spregio per la terzietà e la neutralità politica della carica che ricopre.
Una manovra squisitamente politica, di bassa politica per altro, alla quale piega il corretto esercizio delle sue funzioni, disposto persino allo scontro non più solo con Berlusconi ma anche con Schifani. Non si spiega altrimenti questo accanimento, visto che se fosse il merito della riforma a stargli a cuore, la diatriba sarebbe del tutto senza senso, perché è ovvio che la proposta di riforma dovrà passare prima o poi sia per la Camera che per il Senato. Non si può non concordare con Bechis:
P.S.: Sia detto per inciso (ma mica tanto): non solo Fini e Casini questa legge elettorale l'hanno votata, ma l'hanno persino imposta a Berlusconi come condizione per tenere in vita l'alleanza per le elezioni del 2006.
Che la discussione sulle modifiche alla legge elettorale possa procedere speditamente, e procedere nella direzione gradita a Fli, Udc e Pd (il che al momento è numericamente possibile solo a Montecitorio), rappresenta per Fini il grimaldello da usare, in caso di crisi, per evitare un voto anticipato. E' ovvio, infatti, che trarrebbe un palese vantaggio, quanto meno in termini di potere di ricatto se non nel merito delle modifiche da apportare, dal profilarsi alla Camera di una maggioranza sulla legge elettorale diversa da quella che sostiene il governo, anche se poi non è affatto detto che si manifesti anche al Senato. Ma basta alla Camera per mettere sotto pressione Berlusconi. Che da presidente della Camera Fini spinga così tanto sfacciatamente in questa direzione, arrivando persino ad accusare il Senato (e la seconda carica dello Stato) di voler insabbiare l'iter parlamentare, dimostra il totale spregio per la terzietà e la neutralità politica della carica che ricopre.
Una manovra squisitamente politica, di bassa politica per altro, alla quale piega il corretto esercizio delle sue funzioni, disposto persino allo scontro non più solo con Berlusconi ma anche con Schifani. Non si spiega altrimenti questo accanimento, visto che se fosse il merito della riforma a stargli a cuore, la diatriba sarebbe del tutto senza senso, perché è ovvio che la proposta di riforma dovrà passare prima o poi sia per la Camera che per il Senato. Non si può non concordare con Bechis:
«È bene a tenersi a mente questo spettacolino teatrale messo in scena dalla terza istituzione della Repubblica, perché si ripeterà non una, ma mille volte nei prossimi mesi. Fini vuole restare incollato saldamente alla sua poltrona, perché quella gli assicura una statura e una dimensione politica che altrimenti non avrebbe alla guida di un piccolo manipolo di parlamentari. Ma rispetto per quella carica e per i suoi doveri non ne ha più. Come nel caso della legge elettorale ha esposto l'istituzione a una figuraccia (sapeva di chiedere quel che non si poteva chiedere) pur di piegarla ai piccoli interessi del suo gruppetto politico. Uno stile che fa apparire dei giganti delle istituzioni i suoi predecessori, anche quelli immediati come Fausto Bertinotti e Pierferdinando Casini. Ma è questione di uomini».Sconcerto per questa condotta lo fa trasparire anche Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, non certo un berlusconiano, il quale ricostruisce così la manovra:
«Il grosso dell'opposizione auspica la riforma della legge elettorale, ma intende quasi sempre riferirsi a un nuovo governo che, non potendo nascere da un patto politico e programmatico, si farebbe scudo della riforma per darsi un'impronta "tecnica". Tutti sanno che si tratta di uno scenario irrealistico e che il Capo dello Stato non favorirebbe mai una manovra ambigua. Tuttavia si continua a parlarne. Nella speranza che prima o poi il gruppo di "Futuro e Libertà", determinante a Montecitorio, si decida a provocare la caduta di Berlusconi. Ma è evidente che questa prospettiva, allo stato delle cose, è aleatoria. Forse prenderà forma più avanti, ma solo quando gli amici del presidente della Camera saranno sicuri di ottenere proprio quella nuova legge elettorale di cui essi hanno assoluto bisogno per rendere credibile la prospettiva dell'"altra destra" prima delle elezioni. Una sicurezza che al momento davvero non c'è. Per cui si resta nel circolo vizioso. Lo screzio istituzionale tra Fini e il suo collega del Senato, Schifani, suona conferma dell'intreccio. A Palazzo Madama, dove il centrodestra ha ancora una chiara maggioranza senza bisogno dei voti dei finiani, il dibattito sulla riforma elettorale rischia di esaurirsi in un nulla di fatto. Quindi Fini avrebbe voluto trasferirlo a Montecitorio, dove gli equilibri sono diversi. Avendo ricevuto un rifiuto ("formalmente ineccepibile") da Schifani, ha accusato il Senato di volontà insabbiatrice. Il che costituisce una novità senza precedenti».Per Folli, «il progetto di un esecutivo dedicato solo alla riforma elettorale è mera utopia», e anche se fosse realistico, non ci sarebbe accordo, neanche all'interno del Pd, sul sistema da adottare, perché dipende «da quale politica delle alleanze si vuole seguire». Ciò non toglie che ognuno appaia «autorizzato a inseguire il proprio tornaconto», anche se «senza molto costrutto», ma ciò che è grave è che lo insegua Fini smaccatamente avvalendosi delle proprie funzioni istituzionali.
P.S.: Sia detto per inciso (ma mica tanto): non solo Fini e Casini questa legge elettorale l'hanno votata, ma l'hanno persino imposta a Berlusconi come condizione per tenere in vita l'alleanza per le elezioni del 2006.
Wednesday, October 13, 2010
A carte sempre più scoperte/2
Senza pudore, Fini si aggrappa ad argomenti insulsi per convincere Schifani che la Camera e non il Senato (che ha già iniziato l'iter) si deve occupare per prima della legge elettorale. Ma non sarà per caso perché alla Camera il suo gruppo è numericamente determinante e può dar vita ad una maggioranza ad hoc sulla legge elettorale senza Pdl e Lega, mettendo questi ultimi sotto pressione? Tutto tranne che imparziale e rispettoso del suo ruolo, è la dimostrazione lampante che Fini esercita le sue funzioni e determina le sue scelte da presidente della Camera in base all'agenda politica del suo movimento.
Il tutto mentre Bocchino vaneggia di un «vero centrodestra» che dovrebbe prendere vita da un'alleanza tra Fini, Casini e Lombardo, guidati da Montezemolo come leader. Queste sono le manovre al cui altare potrebbero essere sacrificate la legislatura e la maggioranza votata dagli italiani nel 2008. Al cospetto di Fli le vecchie correnti Dc erano educande.
«Appare opportuno che, alla luce del significativo carico di lavoro che grava attualmente sulla commissiona Affari costituzionali del Senato e coerentemente con lo spirito dell'intesa già assunta all'inizio della legislatura, la priorità della trattazione della materia elettorale, non limitata alla sola legge per l'elezione del Parlamento europeo, ma comprensiva anche delle iniziative riferite alla legge elettorale nazionale, possa essere riservata alla Camera».A dispetto di chi dice che nonostante il suo ruolo politico il comportamento di Fini è corretto nell'esercizio delle sue funzioni di presidente della Camera, ecco l'ennesimo smaccato uso della sua carica per perseguire il suo personale disegno politico. Vale la pena di ricordare i casi più clamorosi, che hanno riguardato la calendarizzazione del ddl intercettazioni, della mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo, della riforma dell'università, e non ultima la decisione di sollecitare, come richiesto da Udc e Pd, il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio ad incardinare il dibattito sulla legge elettorale. La medesima Commissione del Senato ha giocato d'anticipo, ma Fini non ci sta.
Il tutto mentre Bocchino vaneggia di un «vero centrodestra» che dovrebbe prendere vita da un'alleanza tra Fini, Casini e Lombardo, guidati da Montezemolo come leader. Queste sono le manovre al cui altare potrebbero essere sacrificate la legislatura e la maggioranza votata dagli italiani nel 2008. Al cospetto di Fli le vecchie correnti Dc erano educande.
Wednesday, October 06, 2010
A carte sempre più scoperte
Un altro smaccato caso della sopravvenuta incompatibilità tra il ruolo politico che ormai da mesi Fini ha deciso di giocare e la carica istituzionale che ricopre. Come richiesto dai capigruppo dell'opposizione contro il parere di quelli di maggioranza, Fini sollecita il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Donato Bruno, ad incardinare il dibattito sulla legge elettorale. Evidentemente sacrificando altre priorità, ma per una buona causa: quella del suo nuovo partito. C'è da ridurre le soglie di sbarramento e abolire il premio di maggioranza. Con buona pace del credo bipolarista e uninominalista sempre professato da Fini e dai suoi. Le priorità oggi sono altre: si tratta di porre le basi per il prossimo "ribaltone". La semplice prospettiva di modifiche alla legge elettorale che impediscano a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi potrebbe infatti favorire il formarsi di una inedita maggioranza (da Fli a Di Pietro passando per Casini, Rutelli e il Pd), pronta in caso di crisi a dar vita a un governo tecnico al solo scopo, appunto, di cambiare il sistema di voto. Al Senato i numeri necessari all'operazione ancora mancano, ma ci stanno lavorando - il presidente della Camera primo fra tutti - facendo leva anche sull'accelerazione, che Fini grazie al suo ruolo può garantire, dell'esame delle proposte di riforma della legge elettorale.
Con l'avvio del percorso fondativo del nuovo partito finiano, dell'incompatibilità di Fini con le funzioni di terza carica dello Stato sembra aver preso atto finalmente il Corriere della Sera:
Con l'avvio del percorso fondativo del nuovo partito finiano, dell'incompatibilità di Fini con le funzioni di terza carica dello Stato sembra aver preso atto finalmente il Corriere della Sera:
«La mutazione del presidente della Camera in leader di partito gli impone però di dare alcune risposte al Paese. Alcune riguardano il passato: Fini ha bloccato il processo breve, che avrebbe mandato in fumo migliaia di processi per fermare quelli di Berlusconi; ma ha votato il lodo Alfano, il legittimo impedimento e altre numerose leggi ad personam nei sedici anni in cui è stato alleato di Berlusconi. Altre risposte riguardano il futuro, e in particolare il suo ruolo istituzionale.Ma soprattutto non è mai accaduto e rappresenta un vero scandalo politico e istituzionale - che Napolitano con il suo silenzio ha la gravissima responsabilità di legittimare - che gruppi parlamentari che fanno riferimento al presidente della Camera lavorino nell'ombra per sfilare dalla maggioranza dei senatori (altri la chiamerebbero "campagna acquisti") per rendere possibile un "ribaltone" e un governo tecnico che vedrebbe relegati all'opposizione i partiti usciti vincitori dalle elezioni del 2008 (il che sarebbe un altro inedito nell'intera storia repubblicana, persino rispetto al "ribaltone" del 1995). Ma è un disegno che ormai viene teorizzato alla luce del sole da Bocchino, e quindi riconducibile a Fini. Conclude il Corriere:
È vero, sia Casini sia Bertinotti sono stati nel contempo presidenti della Camera e capi di partito. Anche nella prima Repubblica è accaduto che sullo scranno più alto di Montecitorio sedessero leader politici, oltretutto a capo di correnti avverse alla segreteria del loro partito, dal democristiano Gronchi al comunista Ingrao. Ma non è mai accaduto che il presidente in carica si mettesse alla testa di una nuova forza, nata da una scissione del partito di maggioranza relativa, che compatto l'aveva indicato per la terza carica dello Stato».
«Ora però dovrebbe valutare se il difficile lavoro di costruire un partito, con la ragionevole prospettiva di condurlo presto in una durissima campagna elettorale, sia compatibile con la presidenza della Camera. Nessuno può obbligarlo a dimettersi; la scelta può essere soltanto sua. L'intellettuale di maggior spicco tra quelli vicini al nuovo partito, il professor Alessandro Campi, auspica che il leader si concentri sulla battaglia politica, con la piena libertà di adeguarsi alle asprezze con cui sarà combattuta nei prossimi tempi. È un consiglio su cui Fini, prima di prendere la sua decisione, farebbe bene a riflettere».
Friday, September 10, 2010
Non si risolve con un'alzata di spalle
L'intenzione di Berlusconi e Bossi di coinvolgere il Quirinale sul caso Fini è stata banalmente ridotta dai commentatori e dai costituzionalisti ad una improbabile pretesa di ottenere dal presidente Napolitano le dimissioni del presidente della Camera, facendo passare ovviamente i due per «analfabeti». Ad esporre correttamente i termini del problema che il premier e il leader della Lega faranno eventualmente presente a Napolitano è Calderoli: «Quello di cui deve preoccuparsi Napolitano è il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento: non ha competenze rispetto a dimissioni o ruoli politici - è consapevole il ministro leghista - ma ce l'ha rispetto al corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, al punto che la Costituzione prevede che non solo abbia la possibilità di sciogliere le Camere, ma possa scioglierne anche soltanto una». Una possibilità, aggiunge, «non legata a una maggioranza o a una posizione politica, ma ad una oggettiva possibilità di funzionamento della Camera» stessa.
Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.
Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.
Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.
Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.
Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«E' decente che un presidente di assemblea faccia politica attiva, costituisca un suo gruppo parlamentare a nome del quale parla, si faccia portavoce del progetto di fondazione di un partito e intraprenda un negoziato politico sulle sorti della legislatura con la maggioranza di centrodestra, con l'area di centro e con la minoranza di centrosinistra? Dico decente in senso non morale, ma politico. Fa bene questo quadretto alle istituzioni, alla loro credibilità civile, alla loro saldezza nello spirito pubblico?».Il direttore del Foglio ha evidentemente il problema di riconoscere di essersi sbagliato sulle reali intenzioni di Fini. Il suo «piano originario», scrive, «anche in considerazione del ruolo che era andato a ricoprire, era diverso». Aveva suscitato il suo «interesse» perché «voleva o diceva di voler mettere in circolazione nuove idee di una destra diversa da quella di questi anni, sperimentare pluralismo e dissenso dentro il partitone unificato che aveva vinto le elezioni, e giocava la partita in solitario, come si conveniva a chi doveva funzionare da garante super partes. Questo era compatibile con la presidenza della Camera». Fin qui nulla di male. Anzi, avrebbe potuto dare un contributo positivo al partito con le sue distinzioni su temi quali la bioetica, l'immigrazione, la cittadinanza, persino il Sud e il federalismo. Conoscendo il percorso e gli errori politici di Fini (e l'uso fatto della presidenza di Montecitorio dai suoi predecessori) personalmente mi appariva chiaro, come a molti altri, dove voleva andare a parare. Ma, come detto, il dissenso poteva essere ancora gestito politicamente. Poi però Fini, coerentemente con le sue reali intenzioni, ha varcato la linea rossa, che in tempi non sospetti avevo individuato nella giustizia. Si è fatto sempre più chiaro l'obiettivo di sfidare la leadership di Berlusconi - non nelle urne, ma per logoramento nei Palazzi - non rinunciando a offrire sponde verbali e non solo agli attacchi mediatico-giudiziari.
«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
«Fini non ha tutti i torti quando dice che è stato buttato fuori senza tanti complimenti, e attaccato pesantemente con notevole rozzezza, ma non è nel suo buon diritto quando aggiunge che può stare seduto dove sta, fino al compimento della legislatura, senza troppi problemi. È appena ovvio che non si può attribuire a Giorgio Napolitano il compito, come ha detto Bossi con formula esilarante, di "spostare Fini da un'altra parte". Ma i poteri di garanzia, invocati su Repubblica da Stefano Rodotà con puntigliosa e protocollare ipocrisia come poteri inattaccabili, hanno un protocollo deontologico che sta in stretta connessione con la loro inviolabilità virtuale: devono comportarsi in un certo modo. Ricordo gli strali di Rodotà contro i giudici costituzionali che accettarono un invito a cena del presidente del Consiglio: bisogna essere e parere inattaccabili, quando si maneggiano le garanzie. E, nonostante la privacy, forse non aveva torto. Nel caso di Fini, che tiene comizi alle feste del neonato suo partito, proclama l'inesistenza del partito di provenienza o Pdl, si tratta di ben più di un invito a cena privato (con sospetto delitto), forse inopportuno: si tratta di una performance da teatro politico, di una sortita in campo aperto che non fa essere il presidente, né certo lo fa parere, super partes ovvero capace di obiettività nella gestione dei lavori di assemblea. Le forme sono sostanza, ci insegnano su questo sempre i vati del costituzionalismo progressista, i profeti dell'establishment politicamente connotato. La questione formale di come si possano dirigere i lavori della Camera facendo attivamente politica, e conflittualmente esposti sulla scena dei rancori e delle polemiche, non si può risolvere con un'alzata di spalle».
Friday, August 27, 2010
L'unica arma del Cav. per non farsi logorare
L'ipotesi di elezioni anticipate entro l'anno (a novembre) appare definitivamente tramontata dopo l'incontro Berlusconi-Bossi di mercoledì. Quindi Fini (ma seppure in modo diverso anche Casini) potrà continuare nella sua opera di logoramento di Berlusconi e del Pdl. Ma ricapitoliamo per quanti tornassero solo ora dalle vacanze: dopo lo strappo di luglio e la costituzione di gruppi parlamentari autonomi da parte del presidente della Camera, da tempo preparata e minacciata (aspettavano solo un pretesto, offerto da una inutile nota dell'ufficio di presidenza del Pdl), Fini e i suoi si sono spaventati di fronte alla prospettiva di un ritorno alle urne, tornando a garantire al governo massima lealtà sul programma fino al termine della legislatura. Anche se poi, come ha onestamente avvertito Bocchino, nel merito dei provvedimenti si vedrà nelle commissioni. Tireranno al massimo la corda, cercando di fermarsi un attimo prima che si strappi.
A lungo si è polemizzato su governi tecnici, ribaltoni e prerogative del capo dello Stato, ma al momento (ripeto: al momento) senza Pdl e Lega non ci sono numeri al Senato per maggioranze alternative, quindi Berlusconi e Bossi avrebbero gioco relativamente facile, nell'eventualità di crisi e consultazioni al Quirinale, a ottenere da Napolitano lo scioglimento delle Camere. Ma una crisi nasconde sempre insidie e tornare al voto è sempre un'incognita. Non perché appaiano particolarmente floride le prospettive elettorali di un partito di Fini o di un eventuale "Terzo Polo" (alle prese con sbarramenti proibitivi al Senato), o perché sia scontato che Berlusconi non riconquisterebbe una maggioranza al Senato, ma perché la Lega gratterebbe molti seggi al Pdl al nord e l'impressione è che in generale i cittadini non gradiscano essere richiamati ad esprimersi dopo soli due anni.
Quindi Berlusconi cerca altre strade per puntellare la maggioranza. Ha pensato e pensa all'Udc di Casini. In effetti, sostituire Fini con Casini non ha senso, è una scemenza, ma non per le ragioni dei finiani, piuttosto per i motivi espressi molto efficacemente da Bossi e su cui torniamo brevemente. Innanzitutto, Pier esigerebbe l'apertura di una crisi formale (e non scommetterei sul suo esito), ma soprattutto, pur essendo rivali, l'obiettivo di Fini e Casini è identico: liberarsi di Berlusconi e porsi alla guida di un nuovo centrodestra. La retorica centrista della "responsabilità nazionale" è fuffa, un minuto dopo che gli fosse data la possibilità di essere decisivi per la tenuta della maggioranza, comincerebbero a esercitare il potere di ricatto che gli è stato concesso al fine di logorare Berlusconi e mostrarsi unici oppositori della Lega. Risultato? La palude.
Alla fine Berlusconi e Bossi hanno convenuto per la strategia che sembra avere più senso: proseguire con l'attuale maggioranza, dopo la verifica sui cinque punti programmatici, e vedere cosa succede, cioè se i finiani si assumeranno mai la responsabilità di portare il Paese al voto anticipato. Anche a patto di interpretarla correttamente, anche questa non è una strada priva di insidie. L'unica arma che Berlusconi ha per sfuggire al logoramento (più facile a dirsi che a farsi) - che di certo dopo il voto di fiducia riprenderà nelle commissioni, in aula, sui giornali e sulle tv - è portare in Parlamento riforme il più possibile di alto profilo, non accettare trattative al ribasso come sul ddl intercettazioni, e quindi rendere politicamente costoso per i finiani sia accettare provvedimenti a loro sgraditi, sia far cadere un governo che cerca di "fare", di cambiare davvero il Paese. Se le riforme passano, per convinzione o per paura delle urne da parte dei finiani (o di Casini o di Rutelli che potrebbero tappare alcuni buchi), tanto meglio per il governo (e per il Paese); se non passano, sarà crisi e voto, ma facendone ricadere la responsabilità su chi si sarà dissociato dalla maggioranza che ha ricevuto il consenso per governare.
Ma ci sono insidie non da poco. Primo, perché portare in Parlamento riforme di alto profilo, ambiziose, organiche e qualificanti, per le quali valga la pena anche immolarsi, e sostenerle fino in fondo rimanendo compatti (soprattutto se singoli parlamentari cominceranno a sentirsi determinanti), non sarà facile. In questi primi due anni il governo non c'è riuscito, il suo profilo riformatore è stato deludente, quindi dovrà cambiare passo. Secondo, perché nel frattempo continuerà a diffondersi l'immagine di una maggioranza instabile e litigiosa (di per sé una sconfitta per Berlusconi, anche se gli elettori dovessero individuarne la causa nelle bizze di Fini), l'opinione pubblica potrebbe spazientirsi di entrambi i litiganti, e il disegno del ribaltone coltivato a sinistra potrebbe da un momento all'altro trovare i numeri di cui necessita, magari aiutato da qualche altra campagna mediatico-giudiziaria, dalle sentenze della Consulta (in arrivo a dicembre quella sul legittimo impedimento) e di Milano. Va detto che nonostante ci tenga a difendere le sue prerogative, spesso anche travalicando il ruolo che gli compete, Napolitano difficilmente avallerà governi non sostenuti anche da Pdl e Lega, ma potrebbe essere tentato da un esecutivo tecnico di pochi mesi (tre), giusto il tempo di cambiare la legge elettorale.
Insomma, oltre che sperare in una "bomba" che costringa Fini alle dimissioni ingloriose (improbabile ma non da escludere), Berlusconi può solo dimostrare agli italiani di rappresentare davvero il "governo del fare", concentrare l'azione di governo, e indirizzare il dibattito nel Paese, su riforme storiche. Ma se passa il tempo a farsi logorare, minacciando le urne, i rischi crescono e le condizioni per liberarsi di lui potrebbero materializzarsi. E' ciò in cui sperano - ciascuno a proprio modo e coltivando i propri disegni - Fini e gli altri.
A lungo si è polemizzato su governi tecnici, ribaltoni e prerogative del capo dello Stato, ma al momento (ripeto: al momento) senza Pdl e Lega non ci sono numeri al Senato per maggioranze alternative, quindi Berlusconi e Bossi avrebbero gioco relativamente facile, nell'eventualità di crisi e consultazioni al Quirinale, a ottenere da Napolitano lo scioglimento delle Camere. Ma una crisi nasconde sempre insidie e tornare al voto è sempre un'incognita. Non perché appaiano particolarmente floride le prospettive elettorali di un partito di Fini o di un eventuale "Terzo Polo" (alle prese con sbarramenti proibitivi al Senato), o perché sia scontato che Berlusconi non riconquisterebbe una maggioranza al Senato, ma perché la Lega gratterebbe molti seggi al Pdl al nord e l'impressione è che in generale i cittadini non gradiscano essere richiamati ad esprimersi dopo soli due anni.
Quindi Berlusconi cerca altre strade per puntellare la maggioranza. Ha pensato e pensa all'Udc di Casini. In effetti, sostituire Fini con Casini non ha senso, è una scemenza, ma non per le ragioni dei finiani, piuttosto per i motivi espressi molto efficacemente da Bossi e su cui torniamo brevemente. Innanzitutto, Pier esigerebbe l'apertura di una crisi formale (e non scommetterei sul suo esito), ma soprattutto, pur essendo rivali, l'obiettivo di Fini e Casini è identico: liberarsi di Berlusconi e porsi alla guida di un nuovo centrodestra. La retorica centrista della "responsabilità nazionale" è fuffa, un minuto dopo che gli fosse data la possibilità di essere decisivi per la tenuta della maggioranza, comincerebbero a esercitare il potere di ricatto che gli è stato concesso al fine di logorare Berlusconi e mostrarsi unici oppositori della Lega. Risultato? La palude.
Alla fine Berlusconi e Bossi hanno convenuto per la strategia che sembra avere più senso: proseguire con l'attuale maggioranza, dopo la verifica sui cinque punti programmatici, e vedere cosa succede, cioè se i finiani si assumeranno mai la responsabilità di portare il Paese al voto anticipato. Anche a patto di interpretarla correttamente, anche questa non è una strada priva di insidie. L'unica arma che Berlusconi ha per sfuggire al logoramento (più facile a dirsi che a farsi) - che di certo dopo il voto di fiducia riprenderà nelle commissioni, in aula, sui giornali e sulle tv - è portare in Parlamento riforme il più possibile di alto profilo, non accettare trattative al ribasso come sul ddl intercettazioni, e quindi rendere politicamente costoso per i finiani sia accettare provvedimenti a loro sgraditi, sia far cadere un governo che cerca di "fare", di cambiare davvero il Paese. Se le riforme passano, per convinzione o per paura delle urne da parte dei finiani (o di Casini o di Rutelli che potrebbero tappare alcuni buchi), tanto meglio per il governo (e per il Paese); se non passano, sarà crisi e voto, ma facendone ricadere la responsabilità su chi si sarà dissociato dalla maggioranza che ha ricevuto il consenso per governare.
Ma ci sono insidie non da poco. Primo, perché portare in Parlamento riforme di alto profilo, ambiziose, organiche e qualificanti, per le quali valga la pena anche immolarsi, e sostenerle fino in fondo rimanendo compatti (soprattutto se singoli parlamentari cominceranno a sentirsi determinanti), non sarà facile. In questi primi due anni il governo non c'è riuscito, il suo profilo riformatore è stato deludente, quindi dovrà cambiare passo. Secondo, perché nel frattempo continuerà a diffondersi l'immagine di una maggioranza instabile e litigiosa (di per sé una sconfitta per Berlusconi, anche se gli elettori dovessero individuarne la causa nelle bizze di Fini), l'opinione pubblica potrebbe spazientirsi di entrambi i litiganti, e il disegno del ribaltone coltivato a sinistra potrebbe da un momento all'altro trovare i numeri di cui necessita, magari aiutato da qualche altra campagna mediatico-giudiziaria, dalle sentenze della Consulta (in arrivo a dicembre quella sul legittimo impedimento) e di Milano. Va detto che nonostante ci tenga a difendere le sue prerogative, spesso anche travalicando il ruolo che gli compete, Napolitano difficilmente avallerà governi non sostenuti anche da Pdl e Lega, ma potrebbe essere tentato da un esecutivo tecnico di pochi mesi (tre), giusto il tempo di cambiare la legge elettorale.
Insomma, oltre che sperare in una "bomba" che costringa Fini alle dimissioni ingloriose (improbabile ma non da escludere), Berlusconi può solo dimostrare agli italiani di rappresentare davvero il "governo del fare", concentrare l'azione di governo, e indirizzare il dibattito nel Paese, su riforme storiche. Ma se passa il tempo a farsi logorare, minacciando le urne, i rischi crescono e le condizioni per liberarsi di lui potrebbero materializzarsi. E' ciò in cui sperano - ciascuno a proprio modo e coltivando i propri disegni - Fini e gli altri.
Tuesday, July 07, 2009
L'accorato appello di Shirin Ebadi
Chiara e netta la richiesta di aiuto lanciata oggi dal premio Nobel Shirin Ebadi: se il governo iraniano non vi ascolta, richiamate il vostro ambasciatore. Durante la sua audizione dinanzi alla Commissione diritti umani del Senato, ha più volte pregato l'Italia, e i Paesi dell'Unione europea, di intervenire in modo più incisivo: «Chiedete al regime iraniano di fermare le violenze e di liberare gli arrestati». E «se il governo continua - ha proseguito la Ebadi - vi prego di richiamare il vostro ambasciatore e di abbassare - non di interrompere, ma solo di abbassare - il livello delle relazioni diplomatiche con l'Iran». Solo allora, ha spiegato, «il regime capirà che state protestando veramente» e non solo a parole. Il premio Nobel si è detta a favore di «sanzioni politiche» contro il regime, non economiche, e in astratto a favore del dialogo, facendo però notare che il regime «usa il dialogo solo per perdere tempo».
Il fatto che gli iraniani siano andati a votare in massa, ha spiegato ai membri della Commissione, non significa che le elezioni siano regolari. Le elezioni in Iran «non sono libere, perché l'idoneità dei candidati dev'essere approvata dal Consiglio dei Guardiani». Le manifestazioni contro i brogli elettorali sono state «assolutamente pacifiche, nemmeno un vetro è stato rotto», ha raccontato la Ebadi. Ha confermato che si è trattato di manifestazioni realmente di massa, con un milione di persone a Teheran, e che le proteste hanno interessato anche «altre grandi città», coinvolgendo - fatto raro - anche le minoranze come i curdi, gli azeri e i baluci. La violenza della repressione è «talmente feroce che alcuni esponenti importanti del clero hanno protestato, dicendo che il regime ha perso la sua legittimità e incoraggiando il popolo alla resistenza». Shirin Ebadi ha anche riferito che ora le manifestazioni si sono fermate a causa di questa «ferocia», ma che «la gente alle 10 di sera si affaccia dalle proprie finestre» e intona il grido "Allah è grande" in segno di protesta. "Allah è grande", ha spiegato, perché è uno slogan meno pericoloso di "Morte al dittatore".
Poi la fatidica domanda: meglio l'isolamento, o continuare ad avere relazioni con l'Iran pur esercitando pressioni? A questa domanda rivolta da uno dei senatori, Shirin Ebadi ha risposto dicendosi in teoria «d'accordo con il dialogo», ma «per quanti anni - ha chiesto - volete continuare a negoziare mentre nel frattempo la gente viene uccisa? D'accordo con il dialogo, ma fino a quando? Loro vengono, voi li ospitate e quando tornano ammazzano le persone. Che utilità ha tutto questo?» ha chiesto. Adesso, ha detto il premio Nobel, «dovete chiedere di fermare violenze, ma se non cessano dovete imporre sanzioni politiche». E a proposito di dialogo, quello che sembra un messaggio alla strategia di engagement perseguita nonostante tutto dall'amministrazione Obama: il regime, ha detto, «ha dimostrato che con il dialogo sta facendo solo perdere tempo».
Shirin Ebadi si è poi soffermata in particolare sul movimento delle donne in Iran, che «è molto forte, il più forte movimento femminista del Medio Oriente», anche perché le donne iraniane sono «le più istruite» e svolgono lavori e professioni importanti in tutti i settori. Per questo «non accettano leggi discriminatorie» ed è dall'inizio della rivoluzione che sono «in lotta per i loro diritti». Le donne hanno avuto un «ruolo molto importante» anche nelle proteste dei giorni scorsi contro i brogli elettorali e nell'attacco al dormitorio dell'università di Teheran, dove dei cinque studenti uccisi due erano ragazze.
Intanto, riguardo il fronte della protesta in Iran, secondo quanto riporta il Los Angeles Times, il movimento politico Kargozaran, che fa riferimento all'ayatollah Rafsanjani, che presiede il Consiglio degli Esperti, non riconosce i risultati elettorali ufficiali che hanno sancito la rielezione di Ahmadinejad: «Dichiariamo il risultato inaccettabile a causa delle condizioni inopportune in cui si è svolto il processo elettorale, per gli evidenti brogli e per la parzialità della maggior parte dei membri del Consiglio dei Guardiani che sostenevano uno specifico candidato», si legge nella nota diffusa di Kargozaran e riportata dal LAT.
Il fatto che gli iraniani siano andati a votare in massa, ha spiegato ai membri della Commissione, non significa che le elezioni siano regolari. Le elezioni in Iran «non sono libere, perché l'idoneità dei candidati dev'essere approvata dal Consiglio dei Guardiani». Le manifestazioni contro i brogli elettorali sono state «assolutamente pacifiche, nemmeno un vetro è stato rotto», ha raccontato la Ebadi. Ha confermato che si è trattato di manifestazioni realmente di massa, con un milione di persone a Teheran, e che le proteste hanno interessato anche «altre grandi città», coinvolgendo - fatto raro - anche le minoranze come i curdi, gli azeri e i baluci. La violenza della repressione è «talmente feroce che alcuni esponenti importanti del clero hanno protestato, dicendo che il regime ha perso la sua legittimità e incoraggiando il popolo alla resistenza». Shirin Ebadi ha anche riferito che ora le manifestazioni si sono fermate a causa di questa «ferocia», ma che «la gente alle 10 di sera si affaccia dalle proprie finestre» e intona il grido "Allah è grande" in segno di protesta. "Allah è grande", ha spiegato, perché è uno slogan meno pericoloso di "Morte al dittatore".
Poi la fatidica domanda: meglio l'isolamento, o continuare ad avere relazioni con l'Iran pur esercitando pressioni? A questa domanda rivolta da uno dei senatori, Shirin Ebadi ha risposto dicendosi in teoria «d'accordo con il dialogo», ma «per quanti anni - ha chiesto - volete continuare a negoziare mentre nel frattempo la gente viene uccisa? D'accordo con il dialogo, ma fino a quando? Loro vengono, voi li ospitate e quando tornano ammazzano le persone. Che utilità ha tutto questo?» ha chiesto. Adesso, ha detto il premio Nobel, «dovete chiedere di fermare violenze, ma se non cessano dovete imporre sanzioni politiche». E a proposito di dialogo, quello che sembra un messaggio alla strategia di engagement perseguita nonostante tutto dall'amministrazione Obama: il regime, ha detto, «ha dimostrato che con il dialogo sta facendo solo perdere tempo».
Shirin Ebadi si è poi soffermata in particolare sul movimento delle donne in Iran, che «è molto forte, il più forte movimento femminista del Medio Oriente», anche perché le donne iraniane sono «le più istruite» e svolgono lavori e professioni importanti in tutti i settori. Per questo «non accettano leggi discriminatorie» ed è dall'inizio della rivoluzione che sono «in lotta per i loro diritti». Le donne hanno avuto un «ruolo molto importante» anche nelle proteste dei giorni scorsi contro i brogli elettorali e nell'attacco al dormitorio dell'università di Teheran, dove dei cinque studenti uccisi due erano ragazze.
Intanto, riguardo il fronte della protesta in Iran, secondo quanto riporta il Los Angeles Times, il movimento politico Kargozaran, che fa riferimento all'ayatollah Rafsanjani, che presiede il Consiglio degli Esperti, non riconosce i risultati elettorali ufficiali che hanno sancito la rielezione di Ahmadinejad: «Dichiariamo il risultato inaccettabile a causa delle condizioni inopportune in cui si è svolto il processo elettorale, per gli evidenti brogli e per la parzialità della maggior parte dei membri del Consiglio dei Guardiani che sostenevano uno specifico candidato», si legge nella nota diffusa di Kargozaran e riportata dal LAT.
Thursday, June 11, 2009
Mi vergogno anche della politica estera degli anni '80
Fortunatamente, in extremis, è stata risparmiata al nostro Senato una pesante umiliazione. E Schifani almeno ha auspicato il «pieno rispetto dei diritti umani riconosciuti dalla Comunità internazionale». Ma abbiamo comunque offerto a Gheddafi una tribuna per la sua retorica anti-americana, cosa di cui a Washington non saranno contenti.
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
«Una conseguenza inevitabile del susseguirsi incessante di governi improvvisati, e di tante piccole furberie che a noi sembravano sottili equilibrismi di statisti consumati ma che all'estero apparivano solo come frutto di politici inesperti e inaffidabili. Per rifarsi una patina di rispettabilità internazionale, il punto di partenza più naturale è il teatro dietro casa, il Mediterraneo. Purtroppo per noi, a tutti gli altri una tale politica appare terribilmente provinciale. Queste aspirazioni si saldano con il terzomondismo dormiente in molti ambienti italiani, secondo cui Gheddafi, con tutti i suoi problemi, è un interlocuotre accettabile perché proviene pur sempre dalla parte "politicamente corretta" del mondo. E' questa una motivazione che ha svolto un ruolo fondamentale negli anni '80 e '90, quando diversi governi di centro-sinistra hanno corteggiato Gheddafi per fare uno sgarbo all'alleato americano e mettersi a posto la vecchia coscienza militante, e che forse spiega il coinvolgimento anche di certi ambienti della sinistra (come la Fondazione Italianieuropei) nello spettacolo di questi giorni».Si riferisce al nostro al-Dalemah. Infine, il «degrado» dell'università italiana. Perotti osserva come l'intervento del dittatore libico a La Sapienza e la laurea honoris causa a Sassari non abbiano sollevato indignazione e proteste paragonabili a quelle contro la visita di Papa Benedetto XVI.
Wednesday, June 10, 2009
Senato indegno, umilia la democrazia
La visita ufficiale del dittatore libico Gheddafi a Roma ci sta tutta. La Libia ha accettato di abbandonare e smantellare per davvero (al contrario della Corea del Nord) i suoi programmi (per la verità piuttosto desueti) di armamenti di distruzione di massa; da tempo non sostiene più organizzazioni terroristiche (che da tempo ormai per i gusti del regime libico si sono troppo islamizzate e hanno sempre meno a che fare con la causa palestinese e il panarabismo); infine, ma non meno importante, Italia e Libia hanno da poco firmato un trattato di amicizia, che prevede anche un accordo sul contrasto al traffico di clandestini.Un trattato controverso, perché il regime di Gheddafi, sia pure non più minaccioso per gli altri, continua a opprimere il suo popolo e a violare i diritti umani. Tuttavia, di fronte ai libici non abbiamo molta autorità morale, visto che sui rapporti tra i due popoli pesano lo sterminio e le atrocità commesse dagli italiani negli oltre 30 anni di occupazione, che in qualche modo dovrebbero essere riconosciuti e "riparati". Il trattato di amicizia e la visita ufficiale di Gheddafi in Italia, quindi, non dovrebbe suscitare troppo scandalo. Certo, nella natura dispotica del potere di Gheddafi avremmo potuto trovare un facile alibi per rimandare sine die la "riconciliazione", ma in questo caso non ci saremmo comportati molto diversamente dalla Turchia nei confronti degli armeni.
Detto questo, sarebbe stato bene non esagerare. La posizione del governo e della maggioranza (ma anche del Pd, su questo concorde con il PdL), fin qui difendibile, diventa indifendibile se al leader libico viene addirittura concesso di parlare in aula al Senato. Passi per la folcloristica tenda, ma che un dittatore sia legittimato da una così importante istituzione di un paese democratico è davvero ripugnante. Gli Stati Uniti parlano, trattano e concludono accordi con tutti, ma il Congresso è un luogo sacro e quasi invalicabile. Evidentemente non la pensano così i nostri senatori riguardo la nostra camera alta e i valori che rappresenta.
UPDATE: Gheddafi come al solito si è presentato vestito da pupazzo. Con quei capelli tinti, gli occhiali scuri e le spalline, sembra uno strano incrocio tra Michael Jackson e Kim Jong Il.
Tuesday, April 15, 2008
Gli italiani si concedono a Silvio III
I risultati definitivi.Senato, tutte le sezioni:
PdL 38,17% (147)
Lega Nord 8,06% (25)
MpA 1,08% (2)
Totale: 47,32% (174)
Pd 33,69% (118)
Di Pietro 4,31% (14)
Totale: 38% (132)
Udc 5,69% (3)
Sinistra Arcobaleno 3,2% (--)
La Destra 2,09% (--)
Socialisti 0,86% (--)
Altri (6)
Camera, tutte le sezioni:
PdL 37,38% (276)
Lega Nord 8,29% (60)
MpA 1,1% (8)
Totale: 46,8% (344)
Pd 33,17% (217)
Di Pietro 4,37% (29)
Totale: 37,54% (246)
Udc 5,6% (36)
Sinistra Arcobaleno 3,08% (--)
La Destra 2,4% (--)
Socialisti 0,97 (--)
Altri (4)
Mi ritengo soddisfatto dell'esito di queste elezioni. Innanzitutto, perché è stato evitato il "male maggiore": una vittoria zoppa di Berlusconi. Dato per scontato che avrebbe facilmente ottenuto il premio di maggioranza alla Camera, un pareggio al Senato sarebbe servito solo a ritrovarci di nuovo impantanati. E l'Italia altri due-tre anni di non governo non se li poteva proprio permettere. Meglio così, dunque.
Soddisfatto perché gli elettori hanno approvato la tendenza bipartitica avviata con la nascita di Pd e PdL, consegnando ai due principali partiti il 72% dei voti e alle due coalizioni addirittura l'85%. Era essenziale che gli elettori mandassero un segnale chiaro alle velleità terziste di Casini. Da non sottovalutare l'esclusione totale dal Parlamento dei comunisti e dei verdi, cioè delle forze politiche più anti-moderne, il partito del "No". Adesso i fratelli Pecoraro Scanio potranno prestare direttamente le loro mani per l'ambiente nel napoletano. Per questo non finiremo mai di ringraziare Veltroni, che ha indotto con destrezza molti dei potenziali elettori della Sinistra Arcobaleno a votare Pd, nell'illusione di una rimonta che non c'è minimamente stata. Ha sfruttato il loro anti-berlusconismo per "cannibalizzare" la sinistra.
Un esito positivo anche perché ha dimostrato a Veltroni che per rendere credibile un nuovo partito non basta qualche faccia nuova e sprovveduta, una mano di vernice qua e là a coprire i segni del tempo. L'opposizione sarà per Veltroni e il Pd il vero banco di prova. E' nei prossimi cinque anni che il leader del Pd dovrà dimostrarsi capace di una vera "rottura" con il passato. Ricadrà nella solita, sterile opposizione a Berlusconi, appiattendosi sulle posizioni conservatrici dei sindacati e gridando alla "macelleria sociale" per qualsiasi timido tentativo di riforma, o incalzerà Berlusconi perché realizzi riforme più coraggiose e cambiamenti più drastici?
Se avessimo avuto un esito più incerto al Senato, Veltroni avrebbe trascorso i prossimi anni a cercare di cucinarsi Berlusconi come Berlusconi ha fatto con Prodi. Ora, invece, non ha più alibi e dovrà utilizzare il tempo all'opposizione in modo più proficuo per il rinnovamento del Pd. Ne sarà capace?
Rispetto al mio pronostico ho indovinato l'ampio distacco (ben 9 punti) tra Berlusconi e Veltroni (chiunque non si fosse bevuto la propaganda dei principali quotidiani ne avrebbe avuto sentore), sottostimando però entrambi perché non ho saputo prevedere l'exploit della Lega e il crollo della Sinistra Arcobaleno. Anche per quanto riguarda il dato dell'affluenza sono stato troppo pessimista. Un calo fisiologico per la seconda elezione in due anni: 80% e non 78, a dimostrazione che gli italiani blaterano blaterano ma poi a votare ci vanno.
L'unica nota negativa è che il grande successo ottenuto dopo una campagna dal profilo ben poco liberale dal punto di vista economico rischia di rafforzare in Berlusconi e nella Lega le tendenze assistenzialiste e protezioniste. Vigileremo. E' anche vero però che con una vittoria così netta e una coalizione che si proclama più coesa non ci sono più alibi: o riforme o morte.
Friday, April 11, 2008
Il mio non endorsement e un pronostico
Qualche grande giornale, scottato dall'esperienza del 2006, ha già abbandonato la pratica dell'endorsement, una trasparenza sempre dovuta al lettore, soprattutto se tra le righe la scelta è compiuta.
Per motivi diversi anche qui, al contrario che nel 2006, non troverete un endorsement. Eserciterò il mio diritto di voto ma senza la convinzione che ti spinge a scrivere un vero e proprio endorsement. Dunque, mettiamola così.
Alla Camera Berlusconi non avrà problemi a conquistare il premio di maggioranza, ma per consolidare l'assetto bipartitico (spianando la strada nella prossima legislatura ad una riforma elettorale in questo senso) è essenziale che entrambi i principali partiti, Popolo della Libertà e Partito democratico, superino insieme il 70% dei consensi. Non è molto importante la percentuale del PdL, perché comunque basterà a ottenere il premio alla Camera, seppure il risultato potrebbe non essere esaltante, sia per la disaffezione dell'elettorato liberale che per il voto di coloro che alla Camera decideranno di "aiutare" "La Destra" e l'Udc. E' importante invece che non ci sia il crollo del Pd e che Veltroni lo tenga al di sopra della soglia minima del 32%.
In una campagna in cui molto si è parlato del voto per il "male minore", a me è sempre apparso evidente il "male maggiore", che può derivare non dalla vittoria di uno o dell'altro, ma da una vittoria zoppa come quella di Prodi nel 2006. Il male maggiore è un "pareggio" di seggi al Senato e il Lazio è la regione più in bilico: PdL e Pd sono neck-and-neck. Avremmo una situazione di stallo che aprirebbe la strada ad una Grossa Coalizione sul modello tedesco; oppure, come ritengo più probabile, se Berlusconi vincesse alla Camera ottenendo uno striminzito margine di seggi al Senato, Veltroni cercherebbe di cucinarselo in un paio d'anni come Berlusconi ha fatto con Prodi, anche considerando che nei prossimi due anni ci sono tre insidiosi appuntamenti elettorali (europee e referendum nel 2009 e regionali nel 2010). Non sarebbe certo da rimpiangere la fine anticipata del Cav., solo che questa volta l'Italia non può assolutamente permettersi altri due anni di non-governo.
Ecco, voterò alla luce di queste considerazioni. E adesso un pronostico (ovviamente solo per la Camera), che - è bene specificarlo per non essere accusati di violare la legge - non si fonda su alcun sondaggio né su alcuna rilevazione scientifica. Giusto un giochino. E lunedì vediamo se ci ho preso.
PdL + Lega + MpA 44,4%
Pd + Di Pietro 35,5%
Sinistra Arcobaleno 8,1%
Udc 4,8%
La Destra 4,0%
Socialisti 1,2%
Altri 2%
Per motivi diversi anche qui, al contrario che nel 2006, non troverete un endorsement. Eserciterò il mio diritto di voto ma senza la convinzione che ti spinge a scrivere un vero e proprio endorsement. Dunque, mettiamola così.
Alla Camera Berlusconi non avrà problemi a conquistare il premio di maggioranza, ma per consolidare l'assetto bipartitico (spianando la strada nella prossima legislatura ad una riforma elettorale in questo senso) è essenziale che entrambi i principali partiti, Popolo della Libertà e Partito democratico, superino insieme il 70% dei consensi. Non è molto importante la percentuale del PdL, perché comunque basterà a ottenere il premio alla Camera, seppure il risultato potrebbe non essere esaltante, sia per la disaffezione dell'elettorato liberale che per il voto di coloro che alla Camera decideranno di "aiutare" "La Destra" e l'Udc. E' importante invece che non ci sia il crollo del Pd e che Veltroni lo tenga al di sopra della soglia minima del 32%.
In una campagna in cui molto si è parlato del voto per il "male minore", a me è sempre apparso evidente il "male maggiore", che può derivare non dalla vittoria di uno o dell'altro, ma da una vittoria zoppa come quella di Prodi nel 2006. Il male maggiore è un "pareggio" di seggi al Senato e il Lazio è la regione più in bilico: PdL e Pd sono neck-and-neck. Avremmo una situazione di stallo che aprirebbe la strada ad una Grossa Coalizione sul modello tedesco; oppure, come ritengo più probabile, se Berlusconi vincesse alla Camera ottenendo uno striminzito margine di seggi al Senato, Veltroni cercherebbe di cucinarselo in un paio d'anni come Berlusconi ha fatto con Prodi, anche considerando che nei prossimi due anni ci sono tre insidiosi appuntamenti elettorali (europee e referendum nel 2009 e regionali nel 2010). Non sarebbe certo da rimpiangere la fine anticipata del Cav., solo che questa volta l'Italia non può assolutamente permettersi altri due anni di non-governo.
Ecco, voterò alla luce di queste considerazioni. E adesso un pronostico (ovviamente solo per la Camera), che - è bene specificarlo per non essere accusati di violare la legge - non si fonda su alcun sondaggio né su alcuna rilevazione scientifica. Giusto un giochino. E lunedì vediamo se ci ho preso.
PdL + Lega + MpA 44,4%
Pd + Di Pietro 35,5%
Sinistra Arcobaleno 8,1%
Udc 4,8%
La Destra 4,0%
Socialisti 1,2%
Altri 2%
Monday, January 28, 2008
La vera vittoria sarà di chi si rinnova
Prodi o elezioni, era la minaccia che fino a qualche settimana fa veniva sbandierata ai quattro venti da tutti i principali maggiorenti del Pd, come prova della lealtà nei confronti del premier in carica. Un'ora dopo la caduta di Prodi, per gli stessi tornare subito alle urne diventava una sciagura, la «cosa peggiore» che si potesse pensare.
Ci vuole una nuova legge elettorale. Su questo ci sono pochi dubbi, ma su quale legge nessuno si espone. Sembra quasi che qualsiasi vada bene e che ci si divida tra sostenitori dell'attuale e promotori di una riforma, quale che sia. Se ci fosse un accordo di massima sull'assetto politico che questa nuova legge elettorale dovrebbe determinare, ci vorrebbero un paio di settimane per approvarla. Peccato che proprio il Pd sia diviso tra le correnti ad oggi più rappresentate in Parlamento (dalemiani, Popolari, rutelliani), per la bozza Bianco (sul modello tedesco), e il segretario e i suoi fedelissimi, per una versione più maggioritaria, come il vassallum. Ciascuna delle parti è spinta da un'idea diversa di Pd: per gli uni, un partito maggioritario che si allei dopo il voto, a seconda delle congiunture e delle convenienze, con la sinistra o con un "grande centro"; per gli altri, un partito maggioritario che corra e governi da solo.
Riconoscere la necessità di una nuova legge elettorale non vuol dire che vada bene una qualunque. Il modello tedesco consoliderebbe il ritorno a un sistema dagli esiti proporzionali. Dunque, se non fosse possibile approvare una legge maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, a mio avviso sarebbe preferibile rimandare la discussione alla nuova legislatura, quando nel Pd la linea prevalente sarà quella bipartitica di Veltroni.
L'attuale legge elettorale ha accentuato l'instabilità connaturata nella coalizione prodiana, ma a ben vedere il suo effetto distorsivo ha giocato a favore di Prodi, e non contro. Non siamo partiti da una situazione in cui a fronte di una vittoria nelle urne, la legge ha prodotto una maggioranza numericamente striminzita in Senato, come erroneamente si pensa. Al contrario, l'Unione ha perso le elezioni per il Senato, ciononostante vedendosi attribuire una maggioranza, seppure risicatissima, di seggi. Dunque, Prodi e i suoi ministri dovrebbero esser grati a questa legge, che gli ha concesso di rimanere per venti mesi al governo, perché se il premio di maggioranza fosse stato assegnato a livello nazionale (come volevano Calderoli e la CdL) e non regionale (come ha voluto Ciampi), da subito il centrodestra si sarebbe trovato in maggioranza al Senato.
L'altro argomento per cui tornare subito al voto sarebbe la «cosa peggiore» è che bisogna affrontare le emergenze (le molte) che affliggono il nostro Paese, tra l'altro in un contesto economico internazionale di possibile recessione. Semmai, questo sembra un argomento a favore delle "elezioni subito", proprio per dare al Paese un governo politicamente responsabile, forte del sostegno e della legittimazione popolare per effettuare le scelte necessarie.
E tra i grandi giornali il Corriere della Sera è l'unico che si è sfilato dal coro che in questi giorni invoca un "governo per le riforme". Sergio Romano, motivando perché non si dovrebbe perdere altro tempo, ha ricordato come lo stesso Prodi abbia voluto determinare, facendosi sfiduciare dal Senato, le condizioni per una soluzione della crisi «conforme» agli interessi dell'opposizione, cioè le elezioni, mettendo così i bastoni tra le ruote a colui che ha individuato quale maggiore responsabile della sua caduta: il Pd di Veltroni.
Dal "retroscena" di Francesco Verderami, oggi sul Corriere, pare che Berlusconi e il Pd dovranno infine piegarsi dinanzi alla volontà del Quirinale di fare un tentativo, incaricando Marini o Amato per un governo "di scopo" (una nuova legge elettorale) e a termine. Aspettare un altro paio di mesi e votare a giugno sarebbe la mediazione tra le due posizioni - le elezioni subito, invocate da Berlusconi, e tra 8/12 mesi, come propone Veltroni. Certo, se Berlusconi si rifiutasse di appoggiarlo, tale governo sarebbe tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desidera per il Paese.
Veltroni anche oggi è tornato a chiedere all'opposizione di pazientare ancora 8/12 mesi. Un modo per ricordare che se anche le forze politiche non trovassero un accordo, entro il 15 giugno verrebbe comunque votato il referendum, vero obiettivo del segretario del Pd in merito alla legge elettorale.
Al di là delle apparenze, non c'è accordo nel Pd, neanche sul proseguimento della legislatura, e confermo che mi pare di vedere la posizione di Veltroni più compatibile con quella di Berlusconi. D'Alema, Marini e Rutelli sanno che votando subito sarebbe sconfitta certa ma, quel che è peggio, gruppi parlamentari e partito "veltroniani". Per questo vogliono innanzitutto buttare la palla avanti e, prima o poi, se sarà possibile, arruolando l'Udc far approvare una legge elettorale il più possibile ricalcata sul modello tedesco. Viceversa, Veltroni vorrebbe sì, innanzitutto, arrivare al referendum, ma si prepara ben volentieri alle elezioni anticipate, perché sa che votando entro l'estate si risparmierebbe la lunga guerra di logoramento che i suoi avversari gli stanno preparando nel partito e potrebbe plasmare il partito e i gruppi parlamentari.
Probabilmente solo chi avrà la forza e il coraggio di rinnovarsi davvero e per primo, avrà l'occasione di una vittoria vera e duratura, non solo elettorale, ma anche di governo. Così oggi il Berlusconi che vediamo correre verso le urne ripresentando il centrodestra tale e quale al 2006 - se non più deteriorato di allora nei rapporti, personali e politici, tra i leader e i partiti - si offre di tenere in mano quel cerino con il quale Prodi si è già bruciato.
Le vittorie, quella vere, solide, sono di chi sa prepararle rinnovandosi durante il tempo trascorso all'opposizione. Ds e Margherita non seppero o non vollero rinnovare il centrosinistra durante il Governo Berlusconi, ripresentandosi nel 2006 con Prodi e la sinistra comunista; non ha saputo o voluto farlo il Cav. durante questi due anni. Sembrava ben intenzionato con "l'annuncio del predellino", finito però in un nulla di fatto. Adesso si prepara sì a tornare al governo, ma in un quadro instabile, sorretto da una maggioranza probabilmente meno ampia di quella della scorsa legislatura (30 senatori di margine, se va bene, invece di 50), una coalizione ancor più litigiosa, due alleati il cui obiettivo manifesto è quello di logorarlo personalmente. E se nell'arco di un paio d'anni facesse la fine di Prodi e si tornasse a votare, «noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati», scommette Veltroni...
Lo sosteniamo da tempo: la probabilissima sconfitta elettorale equivarrebbe ad un disastro, se il Pd si ripresentasse più o meno nella stessa formula prodiana, ma addirittura palingenetica se invece corresse da solo. Fuori dell'Unione, infatti, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più, pur perdendo le elezioni. Anche a Berlusconi, quindi, converrebbe il referendum per lanciare il PdL e correre da solo.
Ci vuole una nuova legge elettorale. Su questo ci sono pochi dubbi, ma su quale legge nessuno si espone. Sembra quasi che qualsiasi vada bene e che ci si divida tra sostenitori dell'attuale e promotori di una riforma, quale che sia. Se ci fosse un accordo di massima sull'assetto politico che questa nuova legge elettorale dovrebbe determinare, ci vorrebbero un paio di settimane per approvarla. Peccato che proprio il Pd sia diviso tra le correnti ad oggi più rappresentate in Parlamento (dalemiani, Popolari, rutelliani), per la bozza Bianco (sul modello tedesco), e il segretario e i suoi fedelissimi, per una versione più maggioritaria, come il vassallum. Ciascuna delle parti è spinta da un'idea diversa di Pd: per gli uni, un partito maggioritario che si allei dopo il voto, a seconda delle congiunture e delle convenienze, con la sinistra o con un "grande centro"; per gli altri, un partito maggioritario che corra e governi da solo.
Riconoscere la necessità di una nuova legge elettorale non vuol dire che vada bene una qualunque. Il modello tedesco consoliderebbe il ritorno a un sistema dagli esiti proporzionali. Dunque, se non fosse possibile approvare una legge maggioritaria e tendenzialmente bipartitica, a mio avviso sarebbe preferibile rimandare la discussione alla nuova legislatura, quando nel Pd la linea prevalente sarà quella bipartitica di Veltroni.
L'attuale legge elettorale ha accentuato l'instabilità connaturata nella coalizione prodiana, ma a ben vedere il suo effetto distorsivo ha giocato a favore di Prodi, e non contro. Non siamo partiti da una situazione in cui a fronte di una vittoria nelle urne, la legge ha prodotto una maggioranza numericamente striminzita in Senato, come erroneamente si pensa. Al contrario, l'Unione ha perso le elezioni per il Senato, ciononostante vedendosi attribuire una maggioranza, seppure risicatissima, di seggi. Dunque, Prodi e i suoi ministri dovrebbero esser grati a questa legge, che gli ha concesso di rimanere per venti mesi al governo, perché se il premio di maggioranza fosse stato assegnato a livello nazionale (come volevano Calderoli e la CdL) e non regionale (come ha voluto Ciampi), da subito il centrodestra si sarebbe trovato in maggioranza al Senato.
L'altro argomento per cui tornare subito al voto sarebbe la «cosa peggiore» è che bisogna affrontare le emergenze (le molte) che affliggono il nostro Paese, tra l'altro in un contesto economico internazionale di possibile recessione. Semmai, questo sembra un argomento a favore delle "elezioni subito", proprio per dare al Paese un governo politicamente responsabile, forte del sostegno e della legittimazione popolare per effettuare le scelte necessarie.
E tra i grandi giornali il Corriere della Sera è l'unico che si è sfilato dal coro che in questi giorni invoca un "governo per le riforme". Sergio Romano, motivando perché non si dovrebbe perdere altro tempo, ha ricordato come lo stesso Prodi abbia voluto determinare, facendosi sfiduciare dal Senato, le condizioni per una soluzione della crisi «conforme» agli interessi dell'opposizione, cioè le elezioni, mettendo così i bastoni tra le ruote a colui che ha individuato quale maggiore responsabile della sua caduta: il Pd di Veltroni.
Dal "retroscena" di Francesco Verderami, oggi sul Corriere, pare che Berlusconi e il Pd dovranno infine piegarsi dinanzi alla volontà del Quirinale di fare un tentativo, incaricando Marini o Amato per un governo "di scopo" (una nuova legge elettorale) e a termine. Aspettare un altro paio di mesi e votare a giugno sarebbe la mediazione tra le due posizioni - le elezioni subito, invocate da Berlusconi, e tra 8/12 mesi, come propone Veltroni. Certo, se Berlusconi si rifiutasse di appoggiarlo, tale governo sarebbe tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desidera per il Paese.
Veltroni anche oggi è tornato a chiedere all'opposizione di pazientare ancora 8/12 mesi. Un modo per ricordare che se anche le forze politiche non trovassero un accordo, entro il 15 giugno verrebbe comunque votato il referendum, vero obiettivo del segretario del Pd in merito alla legge elettorale.
Al di là delle apparenze, non c'è accordo nel Pd, neanche sul proseguimento della legislatura, e confermo che mi pare di vedere la posizione di Veltroni più compatibile con quella di Berlusconi. D'Alema, Marini e Rutelli sanno che votando subito sarebbe sconfitta certa ma, quel che è peggio, gruppi parlamentari e partito "veltroniani". Per questo vogliono innanzitutto buttare la palla avanti e, prima o poi, se sarà possibile, arruolando l'Udc far approvare una legge elettorale il più possibile ricalcata sul modello tedesco. Viceversa, Veltroni vorrebbe sì, innanzitutto, arrivare al referendum, ma si prepara ben volentieri alle elezioni anticipate, perché sa che votando entro l'estate si risparmierebbe la lunga guerra di logoramento che i suoi avversari gli stanno preparando nel partito e potrebbe plasmare il partito e i gruppi parlamentari.
Probabilmente solo chi avrà la forza e il coraggio di rinnovarsi davvero e per primo, avrà l'occasione di una vittoria vera e duratura, non solo elettorale, ma anche di governo. Così oggi il Berlusconi che vediamo correre verso le urne ripresentando il centrodestra tale e quale al 2006 - se non più deteriorato di allora nei rapporti, personali e politici, tra i leader e i partiti - si offre di tenere in mano quel cerino con il quale Prodi si è già bruciato.
Le vittorie, quella vere, solide, sono di chi sa prepararle rinnovandosi durante il tempo trascorso all'opposizione. Ds e Margherita non seppero o non vollero rinnovare il centrosinistra durante il Governo Berlusconi, ripresentandosi nel 2006 con Prodi e la sinistra comunista; non ha saputo o voluto farlo il Cav. durante questi due anni. Sembrava ben intenzionato con "l'annuncio del predellino", finito però in un nulla di fatto. Adesso si prepara sì a tornare al governo, ma in un quadro instabile, sorretto da una maggioranza probabilmente meno ampia di quella della scorsa legislatura (30 senatori di margine, se va bene, invece di 50), una coalizione ancor più litigiosa, due alleati il cui obiettivo manifesto è quello di logorarlo personalmente. E se nell'arco di un paio d'anni facesse la fine di Prodi e si tornasse a votare, «noi saremmo pronti per una vittoria vera e duratura, gli unici ad esserci rinnovati», scommette Veltroni...
Lo sosteniamo da tempo: la probabilissima sconfitta elettorale equivarrebbe ad un disastro, se il Pd si ripresentasse più o meno nella stessa formula prodiana, ma addirittura palingenetica se invece corresse da solo. Fuori dell'Unione, infatti, il Pd potenzialmente può «pescare» 10 punti percentuali in più, pur perdendo le elezioni. Anche a Berlusconi, quindi, converrebbe il referendum per lanciare il PdL e correre da solo.
Thursday, January 24, 2008
Prodi, ultimo atto. Liveblogging
Mentre Prodi sta pronunciando, come un disco rotto che gira sempre più lentamente, lo stesso discorso da tre giorni, apriamo questo breve liveblogging delle dichiarazioni di voto dal Senato. Le previsioni danno sfiduciato Prodi con almeno tre voti di differenza.Previsione al termine delle dichiarazioni di voto: 156 sì, 161 no, 1 astenuto su 318 votanti
(Andreotti non ancora rientrato in aula e Fisichella incerto, ma probabile no*)
Finocchiaro (PD-ULIVO): sì
Schifani (FI): no
Matteoli (AN): no
Caprili (RC-SE): sì
D'Onofrio (UDC): no
Castelli (LNP): no
Salvi (SDSE): sì
Ripamonti (Verdi-Com.it): sì
Andreotti (senatore a vita) potrebbe non partecipare al voto
Peterlini (Autonomie): sì
Cutrufo (DCA-PRI-MPA): no
Formisano (Misto-Italia dei Valori): sì
Mastella e Barbato (Misto-Popolari-Udeur): no
Cossiga (senatore a vita): sì
Angius (Misto-PS): sì
Storace (La Destra): no
Scalera (Misto-LD): si astiene
Dini (Misto-LD): no
Manzione e Bordon (Misto-UD): sì
Fisichella (Misto): * non parteciperà al voto se anche gli altri senatori dimissionari (Franca Rame e Willer Bordon) non parteciperanno
Turigliatto (Misto-Sinistra Critica): no
De Gregorio (Misto-Italiani nel mondo): no
Rossi (Misto-Movimento politico dei cittadini): sì
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