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Saturday, December 01, 2012

Sinistra irriformabile: perso il "treno" Renzi

Perso l'ennesimo treno verso democrazia e modernità

Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.

L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.

È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Friday, November 30, 2012

Chi ha paura della sconfitta

La «paura della sconfitta», scrive oggi Massimo Franco sul Corriere, spinge Renzi al «tutto per tutto». E' vero al contrario: di Bersani e non di Renzi. Il «tutto per tutto», la «forzatura» di quest'ultimo sarebbe cercare fino all'ultimo di convincere i cittadini ad andare a votare, per qualunque dei candidati rimasti in gara; il «tutto per tutto» di Bersani e dei suoi uomini consiste nel piegare le regole a competizione in corso per cercare di impedirglielo. Chi dei due finge di giocare alla democrazia e ha «paura della sconfitta»? La spregiudicatezza con cui Bersani da una parte, in tv, si atteggia a leader serio, pacato e bonario, con tanto di lacrimuccia, ma dall'altra si avvale del 98% dei membri dei comitati provinciali e del Comitato dei garanti per garantirsi la vittoria, è degna di quella dei leader comunisti dell'Est europeo nel prendere il potere nel II dopoguerra.

Le regole sono un pasticcio, scritte così appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma è abbastanza chiara: l'art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che «dichiarino» di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volontà, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che «dimostrino» o che «risultino». Un'autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Così sembrava pensarla anche Berlinguer in un'intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it è perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. In ogni caso, con queste regole praticamente il Pd costringe migliaia di elettori, anche suoi elettori, a inventarsi una scusa, a mentire, per esercitare il diritto di voto.

Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Qui bisogna mettersi d'accordo. In effetti un problema c'è, e non è di poco conto: nei sistemi a doppio turno, infatti, in teoria al ballottaggio potrebbe risultare eletto un candidato con meno voti di quanti ne abbia presi il suo avversario al primo turno. Un peccato originale di questo sistema, ma non si può adottarlo e poi pretendere di mantenere bloccato il corpo elettorale tra primo e secondo turno, è un controsenso. Alle primarie dei Socialisti francesi Hollande ha vinto al secondo turno con 600 mila elettori in più rispetto al primo. E quando il Pd proporrà il doppio turno di collegio per le elezioni politiche cosa si inventerà? Scommettiamo che il problema di "bloccare" il corpo elettorale tra i due turni svanirà nel nulla?

Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governerà il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrarietà nell'interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.

Friday, July 24, 2009

Eppur si muove

Finalmente qualcosa si muove sul piano delle riforme. Poco - non quanto dovrebbe e sarebbe necessario per assicurarci un'uscita di slancio dalla crisi - ma si muove e non era scontato, visto l'immobilismo economico-sociale che contraddistingue la politica nel nostro Paese. «Negli ultimi vent'anni - osservava tempo fa il governatore Draghi - la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Quindi, non basterà aspettare con le mani in mano che la tempesta della crisi passi, «una risposta incisiva all'emergenza è possibile solo se accompagnata da comportamenti e da riforme che rialzino la crescita dal basso sentiero degli ultimi decenni».

I sindacati (tutti tranne la Cgil) e l'opinione pubblica (il 59%, almeno stando ad un recente sondaggio del Financial Times) sembrano ormai favorevoli, o per lo meno possibilisti, all'innalzamento graduale dell'età effettiva di pensionamento, e Confindustria l'ha richiesta a gran voce. Il governo deve aver preso una briciola di coraggio - dalla totale chiusura di poche settimane fa di Tremonti e Sacconi (secondo cui in tempo di crisi non si doveva toccare nulla) - e un passo nella direzione giusta l'ha mosso. Non solo l'aumento graduale dell'età di pensionamento per le donne nella pubblica amministrazione a partire dal 2010 - per il quale il governo ha astutamente aspettato la "copertura" politica della condanna da parte della Corte di Giustizia europea - ma a sorpresa anche un percorso che porterà nel 2015 ad agganciare, in modo parziale, le pensioni alle aspettative di vita media.

Certo, il 2015 è lontano e queste riforme differite nel tempo rischiano di essere revocate dai successivi governi, come accadde con la controriforma del Governo Prodi che abolì lo "scalone" Maroni, diminuendo di fatto l'età di pensionamento e soprattutto caricandone i costi sulle spalle dei lavoratori flessibili, i più indifesi. Ma l'agganciamento delle pensioni alla speranza di vita è una «riforma strutturale fondamentale. Ci porta come sistema delle pensioni alle condizioni di maggiore affidabilità e stabilità in Europa», ha rivendicato Tremonti, per il quale solo poche settimane fa quel sistema andava bene così com'era.

I risparmi economici non saranno dispersi nel mare magnum della spesa pubblica, ma «rimarranno nel circuito del welfare», ha assicurato il ministro evocando proprio quel riequilibrio tra le varie categorie della nostra spesa sociale di cui l'Italia ha bisogno per adeguarsi al livello di servizi e ammortizzatori degli altri grandi Paesi europei come Francia, Germania e Gran Bretagna.

L'Italia infatti ha assoluto bisogno che la sua spesa pensionistica pesi di meno in rapporto al PIL. Dagli ultimi dati Eurostat relativi al 2006 sulla composizione della spesa sociale nei 27 Paesi membri dell'Unione europea risulta che mentre gli altri paesi spendono in pensioni mediamente il 46,2% del loro budget sociale (il 11,9% del PIL), in Italia le pensioni assorbono ben il 60,5% dell'intera spesa sociale (e il 15,5% del PIL). Squilibrio ancora maggiore se ci confrontiamo con le nazioni paragonabili all'Italia per dimensioni e strutture economico-sociali e demografiche (Francia, Germania, Gran Bretagna). Ciò permette a queste nazioni di dedicare più risorse dell'Italia ad altre voci di spesa sociale: gli ammortizzatori sociali; l'assistenza sanitaria; i servizi sociali alla famiglia e ai bambini (anche il doppio o il triplo dell'Italia), come gli asili nido (che incentivano il lavoro femminile e aiutano le donne a conciliare carriera e famiglia, con effetti positivi anche sui redditi e sul PIL).

Manca il capitolo tasse. Nel nostro Paese sopportiamo ancora una delle pressioni fiscali più elevate d'Europa - oltre il 43% - ed è un sistema che continua ad essere iniquo ed evaso, e a costituire un freno per l'economia. E' difficile in tempi di crisi, quando il bilancio statale è sottoposto a uno stress inevitabile a causa della recessione, parlare di tagli alle tasse, ma nell'orizzonte di una legislatura è un tema che dovrà essere affrontato.

Sulle pensioni come su altri temi (l'università, la pubblica amministrazione), il governo muove piccoli passi, troppo piccoli, e con piccole dosi di coraggio, ma nelle giuste direzioni. Qual è stata finora la reazione del Pd a questi piccoli passi? Non quella di incoraggiarlo a fare di più, magari offrendosi di condividere la responsabilità politica di scelte più coraggiose, ma tanti "no" pregiudiziali. Sulle pensioni, tranne isolati e lodevoli casi individuali, il Pd è apparso appiattito sulle posizioni immobiliste della Cgil, contestando persino l'adeguamento dell'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nella PA, imposto dall'Ue; sulla giustizia insegue l'alleato Di Pietro, dal quale si riesce a distinguere solo quando l'ex pm attacca il capo dello Stato; ha cavalcato la protesta dell'Onda studentesca contro i tentativi della Gelmini di riformare l'università; per non parlare di certi epiteti usati nei confronti del ministro Brunetta.

L'unico fronte su cui il Pd ha incalzato il governo rimproverandogli di non avere coraggio è quello – sbagliato – della spesa pubblica come strategia anti-crisi. Tremonti stavolta ha risposto bene, bisogna dargliene atto: «Se avessimo avuto più coraggio avremmo potuto fare più deficit e debito. Ma avremmo aumentato i rischi e i costi per l'Italia. Non credo sia questo l'interesse del Paese né degli italiani». A parte il deterioramento del bilancio statale, fisiologico per effetto della recessione, l'Italia non sta peggio di altri Paesi che hanno messo in atto enormi piani di spesa pubblica. Non si troverà neanche meglio, ma certamente non peggio. E ciò dovrebbe far riflettere sull'utilità di certi pacchetti di stimolo.

La reazione del Pd spiega perché non possiamo far altro che tenerci stretti i piccoli passi che muove il governo di centrodestra. Se il governo si muove poco ma nella giusta direzione, il Pd andrebbe in senso opposto. Una linea, quella di Tremonti e Sacconi, definita dal Sole 24 Ore «del riformismo nordeuropeo». E' questo uno degli "eccezionalismi" della politica italiana. I socialisti in Italia sono stati per decenni odiati e demonizzati dai comunisti prima e dai post-comunisti poi, egemoni a sinistra. Dopo Tangentopoli, nel corso degli anni, alcuni dalla mentalità più aperta e pragmatica sono passati da sinistra a destra, da dove ora governano la politica economica del Paese con le loro idee (vedi Tremonti, Sacconi, Brunetta e Cazzola).

Abbiamo così in Italia la stranezza di un centrodestra che invece di politiche orientate al libero mercato, ai tagli della spesa e delle tasse, pratica una politica economica e sociale ispirata al riformismo delle socialdemocrazie nordeuropee, moderatamente e responsabilmente statalista (che cerca cioè di far funzionare lo stato, ma non di alleggerirlo); e dall'altra parte un centrosinistra egemonizzato da ex e post-comunisti e da ex Dc di sinistra, che invece di sposare il mercato e il riformismo blairiano è arroccato su una linea immobilista, assistenzialista, tassa & spendi.

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.

Tuesday, April 15, 2008

Gli italiani si concedono a Silvio III

I risultati definitivi.
Senato, tutte le sezioni:
PdL 38,17% (147)
Lega Nord 8,06% (25)
MpA 1,08% (2)
Totale: 47,32% (174)

Pd 33,69% (118)
Di Pietro 4,31% (14)
Totale: 38% (132)

Udc 5,69% (3)
Sinistra Arcobaleno 3,2% (--)
La Destra 2,09% (--)
Socialisti 0,86% (--)
Altri (6)

Camera, tutte le sezioni:
PdL 37,38% (276)
Lega Nord 8,29% (60)
MpA 1,1% (8)
Totale: 46,8% (344)

Pd 33,17% (217)
Di Pietro 4,37% (29)
Totale: 37,54% (246)

Udc 5,6% (36)
Sinistra Arcobaleno 3,08% (--)
La Destra 2,4% (--)
Socialisti 0,97 (--)
Altri (4)

Mi ritengo soddisfatto dell'esito di queste elezioni. Innanzitutto, perché è stato evitato il "male maggiore": una vittoria zoppa di Berlusconi. Dato per scontato che avrebbe facilmente ottenuto il premio di maggioranza alla Camera, un pareggio al Senato sarebbe servito solo a ritrovarci di nuovo impantanati. E l'Italia altri due-tre anni di non governo non se li poteva proprio permettere. Meglio così, dunque.

Soddisfatto perché gli elettori hanno approvato la tendenza bipartitica avviata con la nascita di Pd e PdL, consegnando ai due principali partiti il 72% dei voti e alle due coalizioni addirittura l'85%. Era essenziale che gli elettori mandassero un segnale chiaro alle velleità terziste di Casini. Da non sottovalutare l'esclusione totale dal Parlamento dei comunisti e dei verdi, cioè delle forze politiche più anti-moderne, il partito del "No". Adesso i fratelli Pecoraro Scanio potranno prestare direttamente le loro mani per l'ambiente nel napoletano. Per questo non finiremo mai di ringraziare Veltroni, che ha indotto con destrezza molti dei potenziali elettori della Sinistra Arcobaleno a votare Pd, nell'illusione di una rimonta che non c'è minimamente stata. Ha sfruttato il loro anti-berlusconismo per "cannibalizzare" la sinistra.

Un esito positivo anche perché ha dimostrato a Veltroni che per rendere credibile un nuovo partito non basta qualche faccia nuova e sprovveduta, una mano di vernice qua e là a coprire i segni del tempo. L'opposizione sarà per Veltroni e il Pd il vero banco di prova. E' nei prossimi cinque anni che il leader del Pd dovrà dimostrarsi capace di una vera "rottura" con il passato. Ricadrà nella solita, sterile opposizione a Berlusconi, appiattendosi sulle posizioni conservatrici dei sindacati e gridando alla "macelleria sociale" per qualsiasi timido tentativo di riforma, o incalzerà Berlusconi perché realizzi riforme più coraggiose e cambiamenti più drastici?

Se avessimo avuto un esito più incerto al Senato, Veltroni avrebbe trascorso i prossimi anni a cercare di cucinarsi Berlusconi come Berlusconi ha fatto con Prodi. Ora, invece, non ha più alibi e dovrà utilizzare il tempo all'opposizione in modo più proficuo per il rinnovamento del Pd. Ne sarà capace?

Rispetto al mio pronostico ho indovinato l'ampio distacco (ben 9 punti) tra Berlusconi e Veltroni (chiunque non si fosse bevuto la propaganda dei principali quotidiani ne avrebbe avuto sentore), sottostimando però entrambi perché non ho saputo prevedere l'exploit della Lega e il crollo della Sinistra Arcobaleno. Anche per quanto riguarda il dato dell'affluenza sono stato troppo pessimista. Un calo fisiologico per la seconda elezione in due anni: 80% e non 78, a dimostrazione che gli italiani blaterano blaterano ma poi a votare ci vanno.

L'unica nota negativa è che il grande successo ottenuto dopo una campagna dal profilo ben poco liberale dal punto di vista economico rischia di rafforzare in Berlusconi e nella Lega le tendenze assistenzialiste e protezioniste. Vigileremo. E' anche vero però che con una vittoria così netta e una coalizione che si proclama più coesa non ci sono più alibi: o riforme o morte.

Tuesday, February 12, 2008

Seminando sudditanza, si raccoglie irrilevanza

Se si semina sudditanza, si raccoglie irrilevanza. E il fatto che tra i radicali alla sola Emma Bonino sia stata offerta una candidatura nelle liste del Pd la dice lunga sul suo atteggiamento remissivo in questo anno e mezzo al governo a braccetto con D'Alema.

Già, torniamo sui radicali, che hanno speso tutti i 18 mesi di questa legislatura cercando di dimostrarsi il più possibile affidabili e leali. Peccato però, che non si stia dimostrando una strategia vincente per farsi accettare. Hanno fatto male i loro conti: era ampiamente prevedibile che colui il quale avrebbe usufruito della loro inedita e costosa (dal punto di vista dell'immagine) affidabilità, e quindi avrebbe potuto ricambiarla in futuro con un minimo di riconoscenza, cioè Romano Prodi, era chiaro - dicevamo - che non avrebbe gestito la fase successiva. Dell'affidabilità dei radicali Veltroni non sa che farsene.

Intendiamoci: a nostro avviso i post-comunisti non avrebbero in ogni caso cambiato idea sui radicali. E' da quarant'anni che li respingono, li sabotano e quando possono tentano di cancellarli dalla scena politica italiana. E però è anche vero che Pannella questo lo sa benissimo da tempo, era stato avvertito - pensate - addirittura da Ernesto Rossi, decenni fa: perseverare è diabolico. E adesso la sua insistenza, la sua minaccia di "non mollarli", appare a tratti umiliante, masochistica, come se ci godesse nel sentirsi respinto. Patologia.

Ci ha provato l'"amico" Adriano Sofri, oggi su la Repubblica, a prendere le difese dei radicali respinti dal Pd veltroniano. Ma se questo è il loro avvocato, allora tanto vale che si difendano da sé.

Analizziamo la memoria difensiva redatta da Sofri e infatti vi troveremo le prove degli errori dei radicali. Ciò che dal punto di vista di Sofri appare degno di merito nelle loro scelte e nei loro comportamenti, ripugna la maggior parte dei militanti e simpatizzanti radicali, che in questi due anni hanno visto sconfessata la loro storia e disattesi persino gli impegni assunti in campagna elettorale. Ciò che a Sofri sembra apprezzabile è la causa dell'attuale irrilevanza politica ed elettorale dei radicali.

«La partecipazione al governo dei Radicali italiani non è più stata una circostanza "tattica", come potevano far temere i precedenti, ma un reimpianto saldo dentro la vicenda della miglior sinistra». Strano, perché in campagna elettorale si era parlato di «alternanza per l'alternativa», di una «minestra» che si era costretti a mangiare per uscire dall'isolamento e tirare il fiato, senza che ciò comportasse una revisione dell'analisi pannelliana delle due coalizioni come facce dello stesso regime. Ricordate il ritornello? «Palermitani e corleonesi» e bla bla bla...

«La pattuglia radicale non ha avanzato veti e ultimatum, gran voluttà dei commensali minori del governo Prodi. Venivano da una stagione dubbia, in cui avevano rischiato di sovrapporre americanismo e bushismo, e liberismo e feticismo del mercato: tentazioni abbandonate, con l'aiuto robusto dei fatti».

Pannella, Bonino e gli altri sappiano che citare a propria difesa la testimonianza di Sofri significa ammettere ciò che molti hanno ormai capito da tempo: che di "americanismo" e "liberismo" nei radicali non c'è più traccia. Sofri sarà anche contento, ma i radicali crediamo lo siano molto meno.

Forse è vero che nel 2006, senza di loro, il centrosinistra non avrebbe neanche pareggiato le elezioni. Ma oggi, quanti voti possono spostare i radicali a favore del Pd, dopo aver dissipato in soli due anni tutta la loro credibilità, senza trarne nemmeno il classico piatto di lenticchie? Stavolta abbiamo la sensazione che l'ostracismo di Veltroni non dipenda dall'allergia alla cultura liberale, ma da una scommessa che ormai, a causa della loro irrilevanza, non vale la posta. E in politica, si sa, nessuno fa beneficienza.

Tuesday, January 15, 2008

Sedicenti "laici", quattro utili idioti e venduti

Non chiamateli laici, ché la laicità è tutt'altra cosa: chiamateli utili idioti. Se fossimo malati di complottismo, ci sarebbe da pensare che siano tutti nel libro paga della Santa Sede. "Autogol", "regalo", chiamatelo come volete. Presentivo che il Vaticano avrebbe sfruttato a proprio vantaggio il clima di censura e intimidazione che da alcuni giorni stava montando intorno alla visita di Ratzinger all'Università La Sapienza. Ieri ho ricordato come alla Columbia University avesse potuto parlare persino Ahmadinejad, senza che nessuno avesse dovuto rinunciare a manifestare il proprio dissenso e la propria dura critica, anche nei confronti dell'invito.

Una scelta smaccatamente politica quella con cui il Vaticano ha ritenuto «opportuno soprassedere» dall'evento (il Viminale ha negato che ci potessero essere possibili problemi di sicurezza). Dunque, il Papa e i suoi "strateghi" hanno strumentalizzato le proteste censorie come avrebbe fatto qualunque politico accorto. La prova - a quanto pare qualcuno ne ha ancora bisogno - che tra le mura vaticane c'è una regia tutta politica, e abile, per la gestione degli eventi pubblici e dei rapporti con le istituzioni e la società italiani. Meglio passare da censurato che pronunciare un banale discorsetto destinato a cadere nel dimenticatoio nel giro di 24 ore. Questo in Vaticano lo hanno compreso quasi subito. Mentre dall'altra parte c'è un mondo sedicente "laico" ufficiale che non ci ha capito e continua a non capirci nulla.

Ecco, vedete, al Papa si vieta di parlare. Il paradosso è che a Benedetto XVI, che gode in Italia di una sovraesposizione mediatica non paragonabile a quanto accade in nessun altro paese in occidente, oggi si è concesso un argomento in più per sostenere che lo Stato laico nega la presenza della religione nella sfera pubblica. Un falso, soprattutto in Italia, nonostante l'episodio accaduto a La Sapienza. A dimostrarlo le tradizioni, le processioni, gli eventi, le presenze televisive, le programmazioni culturali che in Italia, come da nessun'altra parte nel mondo, non solo trovano aperti gli spazi e i poteri pubblici, ma anche enorme risonanza sui media.

Così il Vaticano passa all'incasso del capitale di immagine gentilmente e gratuitamente offertogli dai collettivi degli studenti comunisti e da quel manipolo di professori-asini firmatari della lettera con la quale si chiedeva, sulla base di una citazione errata da un discorso di Ratzinger, di annullare l'«incongruo evento» (lasciamo perdere come la pensi il Papa su Galileo Galilei, il senso della citazione è stato evidentemente travisato).

Ci sarebbe voluto molto a organizzazare civili e allegre manifestazioni di dissenso il giorno stesso della visita, senza mettere in discussione la legittimità e l'opportunità della stessa presenza del Papa nell'Ateneo? Come sempre abbiamo dovuto assistere a occupazioni, toni aggressivi, gesti cupi e oscurantisti. «Impedirgli di parlare in un ateneo è ottuso, oltre che incivile, antidemocratico, illiberale», ha scritto oggi Giordano Bruno Guerri su il Giornale.

Sì, anche «antidemocratico» e «illiberale», perché se è vero che la democrazia si deve difendere dai propri presunti nemici, deve riuscire a farlo attraverso meccanismi istituzionali che non neghino a priori i suoi stessi principi, di cui la libertà d'espressione è uno dei più importanti. E' come possedere un bel gioiello ma non indossarlo mai temendo che qualcuno lo rubi. Nel momento in cui, per difendere la democrazia, dovrei impedire a chi la pensa diversamente di parlare, la democrazia è già morta. E in ogni caso non serviva certo un'intelligenza al di sopra della norma per capire quale autogol potesse rivelarsi, anche solo dal punto di vista dialettico-politico, impedire al Papa di parlare.

Ma lo ripetiamo: non è la prima volta che le università italiane si dimostrano off limits per il confronto e il dibattito: già a diplomatici ed esponenti del governo israeliano e a Magdi Allam era stato impedito di prendere la parola. Oggi accade di nuovo ed è un motivo in più per riflettere sullo stato di degrado culturale, comatoso, in cui versa l'università italiana: in parte in mano ai facinorosi dei collettivi comunisti, che passano le giornate oziando e sognando la rivoluzione, con le spalle coperte dai facoltosi genitori giornalisti o professori; in parte in mano ai professori meno preparati e meno produttivi tra quelli dei Paesi Ocse, nostalgici del Sessantotto.

Costoro sono in debito nei confronti dei laici e dei liberali, cui dovrebbero un cospicuo risarcimento per il danno d'immagine procurato appropriandosi di una cultura da cui evidentemente sono lontanissimi.

Ciò che è accaduto in questi giorni è invece un altro motivo per sostenere lo smantellamento dell'intero sistema pubblico universitario: passare dall'abolizione del valore legale del titolo di studio e degli ordini professionali all'autofinanziamento degli atenei, in modo che lo Stato partecipi ai costi alla luce dei risultati raggiunti, ma non garantisca ad occhi chiusi la loro sopravvivenza e i vitalizi ai docenti.

Friday, November 30, 2007

Quel monaco, l'innominato

Avete notato? Del Dalai Lama, della sua prossima visita in Italia, neanche ne parlano gli esponenti di governo, quasi ci fosse una specie di consegna del silenzio. Non ne parla nemmeno Emma Bonino, che ha accuratamente evitato (o a cui è stato risparmiato) l'argomento durante la sua ultima intervista settimanale a Radio Radicale. Il Dalemone ci ha visto giusto quando, per neutralizzarla, ha insistito perché prendesse il Commercio Estero: ammutolita. A tutti costoro, ai conduttori televisivi e a Papa Ratzinger, si rivolge Filippo Facci, con parole che non possiamo che sottoscrivere:
«Si vergognino e basta. Lo facciano quei conduttori di talkshow che pensano che parlare del Dalai Lama e della Cina non faccia ascolti, e che un delitto molto vicino sia più interessante di carneficine molto lontane. Lo facciano quei miei colleghi, intrisi di realpolitik da cortile, che passano la vita a sezionare le cose bianche e naturalmente la milionesima ipotesi di proporzionale alla tedesca con soglia di sbarramento alla norvegese e scorporo alla molisana: convinti che determinate questioni siano solo velleità da idealisti e da radicaloidi anziché sostanza politica pura, allo stato brado. Si vergogni il presidente della Camera Fausto Bertinotti, capace di intrattenersi 50 volte al giorno coi cronisti e però incapace di dare una risposta ufficiale ai 285 parlamentari che per iniziativa di Benedetto Della Vedova gli hanno chiesto di ricevere il Dalai Lama con tutti i crismi, e se possibile di farlo parlare nell'emiciclo parlamentare. Si vergogni Romano Prodi, l'uomo che vorrebbe sospendere l'embargo delle armi alla Cina, il presidente del Consiglio che non incontrerà il Dalai Lama questo dicembre come non volle incontrarlo nell'ottobre 2006: nel 1994, diversamente, il Dalai Lama fu ricevuto ufficialmente da Oscar Luigi Scalfaro e dal premier Silvio Berlusconi, eppure l'import-export con la Cina rimase in piedi. Si vergognino pure, dal primo all'ultimo, i comunisti italiani: è l'unico gruppo dove non compare neppure un firmatario tra i 285 che hanno chiesto a Bertinotti d'incontrare il leader tibetano. Rifondazione comunista? Solo Pietro Folena e Maurizio Acerbo: solo loro due riescono a scacciare il sospetto che la sinistra italiana sia multilaterale solo in chiave antiamericana. Poi c'è il Vaticano, che ha certo responsabilità più complicate giacché milioni di cattolici cinesi rischiano persecuzioni ogni giorno: ma va detto che neppure Benedetto XVI, che a sua volta non incontrerà il Dalai Lama, ne esce infine splendidamente. Ma è tutto il nostro Paese a uscirne come il solito paesaggio di mezze stature e piccoli interessi».

Tuesday, November 27, 2007

Rifondazione si arrende, Dini pesa di più, ma rimane la controriforma

Il "socialismo reale all'italiana"

Come volevasi dimostrare, il vero pericolo per la sopravvivenza del governo era costituito da Dini: lui e i suoi non avrebbero votato al Senato un ddl sul welfare che avesse previsto «spese aggiuntive palesi e occulte» per accontentare la sinistra massimalista. Siccome era chiaro che Rifondazione non si sarebbe presa il rischio della caduta di Prodi, e della conseguente entrata in vigore dello scalone Maroni, alla fine il governo ha deciso di presentare un maxiemendamento che di fatto riporta il ddl al protocollo su cui le parti sociali si erano accordate lo scorso 23 luglio.

Marcia indietro sui due punti più controversi. Si torna al testo originario sui lavori usuranti, la cui estensione era la maggiore preoccupazione di Dini, mentre per venire incontro a Confindustria salta il tetto di otto mesi alla proroga per i contratti a termine e viene ripristinato anche su questo punto quanto previsto dall'accordo del 23 luglio. Modifiche solo sul job on call e sullo staff leasing, abolito. Modifiche negative ma tutto sommato marginali.

E' evidente che nel merito il provvedimento del governo è una inaccettabile e pericolosa controriforma, per i conti pubblici, per il sistema pensionistico e la forza lavoro attiva. Anziché alzare l'età di pensionamento (come si fa in tutta Europa), da noi la abbassiamo, con un costo di 10 miliardi di euro gran parte del quale sulle spalle dei lavoratori flessibili, per lo più giovani, di cui qualcuno pretende anche di dirsi paladino.

Rifondazione comunista non ha tirato oltre la corda, perché Dini l'avrebbe certamente spezzata. Sì alla fiducia, dunque. «Abbiamo deciso di restare legati ad un vincolo con il nostro elettorato, altrimenti a gennaio entrerà in vigore lo scalone Maroni», ha spiegato Elettra Deiana al termine della riunione del gruppo alla Camera.

Per ora, il segretario di Rifondazione comunista Giordano si è limitato a chiedere una «verifica» per gennaio prossimo, escludendo però l'ipotesi ventilata del ritiro dei propri ministri e sottosegretari dalla compagine governativa.

Rimane il bilancio sull'operato del governo tracciato proprio oggi sul Corriere della Sera dal senatore Dini, il quale osservava «che il combinato disposto del primo "decreto Tesoretto", della legge Finanziaria, del secondo decreto e dell'accordo sul Welfare comportano circa 37 miliardi di spesa pubblica», senza tagli di spesa né, ovviamente, riduzione delle entrate, e dunque che «il partito del "tassa e spendi" ha quindi vinto ancora una volta la sua battaglia».

Ma ad «un'analisi più strutturale» appare evidente il «profondo radicamento del nostro Paese, nel centrosinistra con maggior forza (specie nelle sue frange estreme) ma anche nelle altre parti politiche, di un vero e proprio "partito unitario della spesa pubblica", annidato specie nelle Regioni e negli enti locali».

Spesa pubblica che è linfa vitale della «partitocrazia», da cui «trae origine il fenomeno — solo italiano — della lottizzazione... dell'esercito fatto di decine di migliaia di persone, di consiglieri di amministrazione, consulenti e quant'altro annidati in quelle migliaia di cellule del socialismo reale all'italiana che sono le migliaia di enti, aziende pubbliche e municipalizzate». Lì operano quelli che si possono definire «i funzionari della partitocrazia, tutti soggetti che giustificano, motivano e consolidano la propria ragion d'essere nel chiedere e generare flussi di spesa pubblica aggiuntiva».

Ha ragione Dini, se ne è accorto, a definirla «la questione delle questioni», economica, ma anche sociale e politica.

Friday, November 23, 2007

Dini aspetta al varco

La svolta di Berlusconi potrebbe aiutare Dini, che l'ha molto apprezzata, a convincersi che sia l'ora di staccare la spina al governo. Bisogna vedere come il protocollo welfare uscirà dalla Camera. Dini si è detto pronto a votare contro il disegno di legge, perché nel testo approvato in commissione Lavoro, alla Camera, ci sono «cedimenti all'estrema sinistra» che causano «un aumento di spesa notevole» rispetto ai 10 miliardi previsti all'inizio, che, pur «malvolentieri», i suoi Liberaldemocratici accettarono. «Vediamo come esce dalla Camera, poi decidiamo».

E' difficile che Prodi si giochi il posto accontentando oltre la sinistra comunista. Ed è difficile che sia la sinistra comunista a rompere, visto che significherebbe tenersi lo "scalone" Maroni. In ogni caso, mi pare che Dini aspetti al varco e se si tira troppo la corda sia disposto a spezzarla.

Wednesday, October 03, 2007

Prodi, brutto schiaffo ai riformisti e alla Bonino

«Quando si firma un protocollo, poi si deve andare avanti con coerenza. Lo porterò il 12 al prossimo Cdm. Avremo, io credo, una approvazione al Cdm, poi è chiaro che il Parlamento farà le sue modifiche. Ma non c'è nulla di particolare in questa procedura». Romano Prodi, ieri sera, rispondendo a un'intervista al Tg1.

Non so come la vedete voi, ma a me pare di capire sostanzialmente la stessa cosa che hanno detto, forse in tono comprensibilmente un po' più battagliero, il presidente della Camera Bertinotti («sul welfare la partita è aperta») e il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero («il protocollo non si può blindare, va migliorato»): Prodi non blinda il protocollo.

Così parrebbe di capire, ma non è così semplice. Come si comporterà il sottosegretario di turno quando in Parlamento dovrà dare il parere del Governo sugli emendamenti alle norme attuative del protocollo? Se infatti il parere fosse contrario ma l'emendamento fosse approvato, il Governo si troverebbe in minoranza. Questo Prodi non lo spiega.

Se, come pare di capire, Prodi avesse inteso, con le sue parole al Tg1, aprire a eventuali modifiche in Parlamento, sarebbe un evidente schiaffo ai riformisti e alla Bonino, la quale ci aveva fatto sapere - forse convinta che per Prodi il protocollo fosse "blindato" - che solo per spirito di coalizione (lei e i radicali vorrebbero addirittura l'innalzamento dell'età pensionabile) aveva accettato il compromesso sul pacchetto welfare/pensioni, purché, però, non si fosse cercato di modificarlo in Parlamento. Par di capire invece, che per Prodi, quello cui spetta la «sintesi», una volta licenziato dal Cdm il provvedimento possa essere modificato eccome. Non lo considera affatto un punto fermo per la permanenza in carica del suo governo?

Dunque, se così fosse, bisognerà concludere che chi ha accettato quel protocollo per spirito di coalizione si sia fatto fregare: ha semplicemente accettato di arretrare fino ad una posizione che si trova oggi a dover rinegoziare. Eppure, gli avvertimenti non sono certo mancati. Era chiaro a molti, infatti, compreso il sottoscritto, che l'accordo di luglio non segnava che un primo step, che la sinistra massimalista e comunista avrebbe ottenuto di poter ridiscutere a ottobre.

Ma Emma Bonino aveva avvertito: «Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». Alla luce delle parole di Prodi comincerei a scriverli quegli emendamenti. I Radicali li scriveranno davvero?

Sunday, September 30, 2007

Errore rosso di Ferrero, errore blu della Bonino

Come appariva già chiaro mesi fa, il pacchetto su welfare e pensioni su cui il governo ha chiuso l'accordo con i sindacati non era che un cedimento in attesa dello sfondamento che avrebbe preparato la sinistra massimalista e comunista a ottobre, sotto l'approvazione di una Legge Finanziaria su cui è già calata la condivisibile bocciatura di Mario Monti.

Errore, ancora una volta, dei presunti riformisti e dei pochi sedicenti liberali del centrosinistra, che abbarbicati a quell'accordo come a un salvagente stanno sulla difensiva e non porteranno a casa neanche quello. Se pure riusciranno a resistere agli attacchi della sinistra comunista, si renderanno responsabili di una controriforma che mette a rischio le pensioni future delle giovani generazioni e le impoverisce già oggi togliendo dalle buste paga dei lavoratori flessibili i soldi necessari a mandare in pensione i 58enni.

«Sul welfare la partita è aperta», minaccia Bertinotti, mentre Emma Bonino si scontra con il ministro della Solidarietà sociale, Ferrero: «Il protocollo non si può blindare, va migliorato». Dichiarazioni bollate come «irricevibili» dalla Bonino. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Prodi, che si è assunto l'onere di trovare la «sintesi».

«Se qualcuno vorrà mettere mano al protocollo sappia che noi ci riterremo liberi di agire in Parlamento di proporre o sostenere modifiche, specie in materia di innalzamento dell'età pensionabile o del mantenimento, così com'è, della legge Maroni». La Bonino e i radicali (tranne Capezzone) difendono la controriforma delle pensioni che mantiene a 58 anni l'età pensionabile, che dal 2008 doveva passare a 60 anni, difendendo così unicamente il Governo Prodi.

Come ho già scritto, per riequilibrare una bilancia che pende da un lato, quello della sinistra massimalista e comunista, bisogna mettersi sul piatto opposto, non accomodarsi in mezzo.

Presentassero subito emendamenti per alzare ulteriormente l'età pensionabile o per mantenere così com'è la legge Maroni. Se il Governo dovesse andare sotto, o cadere, e quindi la riforma Maroni rimanesse in piedi, tutti saremmo grati alla Bonino, ai radicali e ai riformisti, che dimostrerebbero di tenere più alle proprie convinzioni che alle proprie poltrone. Ma sospettiamo che sia il contrario.

Saturday, August 25, 2007

Veltroni attacca Prodi e il prodismo

Verso una "rupture" veltroniana?

Ci era parso a suo tempo che qualcosa di positivo e di nuovo, seppure ancora insufficiente, Veltroni l'avesse detto a Torino, annunciando la sua candidatura alla leadership del Partito democratico.

Registriamo oggi che Veltroni si dice pronto a far compiere al Partito democratico un passo che riteniamo assolutamente necessario: rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista. E' passato infatti dall'idea di un Pd «maggioritario ma non autosufficiente», esposta nel discorso di Torino, che avevamo giudicato inadeguata a garantire una rottura con l'esperienza dei riformisti nell'Ulivo e del centrosinistra formato Unione, all'idea di un partito maggioritario e, se necessario, anche autosufficiente.

«Il Partito democratico nasce per superare l'idea che quel che conta è vincere le elezioni. Ovvero battere lo schieramento avversario mettendo in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il paese». E ancora: «Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo».

Quindi il Partito democratico «non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico» e «piuttosto, qualunque sistema elettorale avremo in futuro, dovrà accettare il rischio, o sperimentare l'opportunità, di correre da solo». Meglio soli che male accompagnati, anche se il prezzo da pagare fosse quello di perdere le elezioni. Una svolta di mentalità che se confermata dai fatti produrrebbe essa stessa un cambiamento politico.

Quante volte ci era capitato di denunciare il «feticcio dell'unità» della sinistra! In un lungo articolo scritto per LibMagazine sulla crisi del Governo Prodi, "L'utopia prodiana al capolinea. La sinistra ancora in ritardo con la storia", avevamo definito "utopia prodiana" proprio l'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra comunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.

"Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Ebbene, questo «schema tattico ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione», scrive oggi Veltroni. E il riferimento non può che essere all'eterogenea Unione prodiana, oggi afflitta da paralisi decisionale.

Per undici anni Prodi (come Berlusconi) è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. Il prezzo pagato nell'arco di questo lungo periodo è stato l'incapacità della sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo.

Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. Il superamento di questa anomalia solo italiana passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".

Ma è proprio vero che il Pd non vincerebbe facendo a meno dell'alleanza con l'ala comunista e massimalista? Parte dei consensi sarebbe recuperata da sinistra, da quanti farebbero confluire il loro voto su chi avrebbe chance reali di battere la destra. Ma una parte decisiva di voti verrebbe da quel "centro" politico dell'elettorato, da quel ceto medio produttivo, de-ideologizzato e pragmatico, che il "riformismo debole" alleato con i comunisti non potrà mai conquistare. Una leadership lungimirante avrebbe dovuto progettare tutto ciò anni fa, ma rinviare ancora vorrebbe dire pagare un conto ancora più salato.

In Italia è ancora diffusa la convinzione da parte dei leader di entrambi i poli che per conquistare nuovi consensi, e allargare la propria coalizione, servano alleanze con i piccoli partiti contigui piuttosto che cercarli politicamente nel paese, convincendo gli elettori della bontà della propria proposta di governo. L'assenza di un sistema elettorale veramente maggioritario e di una cultura bipartitica non aiuta, spingendo i partiti più grandi ad allearsi con i partiti minori anziché contendergli i voti. Il vantaggio del collegio uninominale, invece, sarebbe proprio quello di costringere le forze politiche maggiori a trovare candidati che possano intercettare il consenso dell'elettorato di mezzo, o addirittura avversario, allargando così la loro base elettorale politicamente, non "geograficamente", subendo i ricatti dei partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare.

Certo, tranquillizza Veltroni, nel futuro il patto con Rifondazione o con il nuovo soggetto a sinistra del Pd potrà proseguire, seppure su basi di maggiore chiarezza programmatica. Ma se si rivelasse impossibile... Infine, l'ultimo colpo a Prodi: «Le alleanze di governo si fanno e si disfano davanti agli elettori, prima del voto», ma «a regime la leadership del partito dovrà coincidere con la premiership o con la candidatura a premier».

Le «parole giuste», «contro la logica dell'Unione e del prodismo», ha riconosciuto stamattina anche Il Foglio. E' su «un programma di governo incisivamente riformatore» che va fondata la coalizione, e non il contrario, com'è accaduto, raccogliendo cioè «una coalizione per poi stilare un colossale e ambiguo documento programmatico di carattere elettorale», osserva il quotidiano di Ferrara, che conclude: «Pur nei limiti ovvii delle impostazioni generali e preliminari, quella proposta da Veltroni è giusta, coglie le contraddizioni vere, offre risposte chiare e impegnative. Si dirà che sono solo parole, ma sono le parole giuste e non vanno sottovalutate. L'averle scritte esplicitamente come premessa alla battaglia per la conquista della guida del partito, d'altra parte, ha un senso di sfida anche a se stesso, alle tentazioni di un atteggiamento più possibilista e transigente, nelle quali ora sarà più difficile e sarebbe rovinoso cadere».

E non le deve sottovalutare innanzitutto Berlusconi, al quale la possibilità di non poter usare contro il Pd l'argomento dell'Italia "in mano ai comunisti" dovrebbe suonare come campanello d'allarme.

Rutelli il passo in avanti di Veltroni lo aveva già compiuto giorni fa, parlando di «alleanze di nuovo conio», e oggi su Europa torna sull'argomento: «Gli alleati di oggi – che dureranno per la legislatura, secondo l'impegno preso con gli elettori – non è detto che lo siano a vita... Dipende dalla sinistra più radicale, se continuerà a isolarsi, a cercare una caratterizzazione su temi troppe volte conservatori e talvolta del tutto minoritari. Attenzione: non in minoranza tra i "moderati" o "la borghesia", come si diceva un tempo: minoritari nel popolo, nei ceti popolari... Negli anni a venire, l'alternativa al ritorno della destra non potrà che essere un centrosinistra di nuovo conio».

Nel frattempo, Veltroni fa muovere qualcosa anche su una questione cruciale: le tasse. Il liberal Ds Morando e Giaretta della Margherita stanno preparando la piattaforma del candidato alla guida del Pd sulla riduzione del debito e delle tasse, partendo da quella che hanno riconosciuto essere una buona idea tremontiana: alleggerire il patrimonio statale. Resta da capire, però, se ricorrendo alla Cassa Depositi e Prestiti (la nuova Iri progettata da Tremonti) e se tagliando la spesa pubblica.

Qualche boccata d'aria questi giorni di fine estate ce la stanno regalando.

Thursday, August 09, 2007

Due vigliacchi, uno da una parte e uno dall'altra

Due metà della stessa mela marcia. Perfetta fotografia della politica (e della società) italiana. Due estremisti da cui gli alleati delle rispettive coalizioni oggi si dissoceranno con forza, per tornare domani a subirne i ricatti pur di rimanere al potere o tentare di riconquistarlo.

«Tiziano Treu e Marco Biagi sono assassini», dichiara Francesco Caruso, il deputato no global di Rifondazione comunista. Li incolpa della morte sul lavoro di due giovani, sostenendo che «le loro leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza del lavoro».

«Pulizia etnica contro i culattoni», grida l'ex sindaco di Treviso, oggi vicesindaco, Giancarlo Gentilini, della Lega Nord. «Darò subito disposizioni alla mia comandante [dei vigili urbani], affinché faccia pulizia etnica dei culattoni», ha detto ai microfoni di Rete Veneta, come riportato anche dai quotidiani locali. «Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili».

Vedete? Miracoli di una legge elettorale proporzionale, dove a fare le liste sono i partiti. Sfido chiunque a trovarmi un collegio uninominale in cui questi due loschi figuri avrebbero qualche chance di essere rieletti.

In una situazione del genere, con le attuali coalizioni veri e propri verminai dove prosperano vecchie ideologie fallite da cui persino le anime più aperte, moderne e innovatrici non riescono a liberarsi, non serve rilanciare la panacea di un "grande centro", ma un sistema elettorale che restituisca in mano ai cittadini la scelta sul singolo individuo da eleggere come rappresentante.

Ha veramente senso parlare ancora di "destra" e di "sinistra"? Cos'è "di destra" e cosa "di sinistra" in una società post-ideologica? In un sistema politico democratico, e non bloccato, oligarchico e corporativo, vincono le elezioni coloro che mostrano di saper decidere e governare rispondendo alle esigenze dei ceti medi e produttivi, di quel "centro" pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo.

Stare lì con il bilancino a soppesare ogni dichiarazione, per cercare di stabilire se da liberali si possa soffrire di meno da una parte o dall'altra è tempo sprecato. Faranno prima quelli ad evolvere in qualcosa di simile a Blair, o gli altri a diventare dei Rudolph Giuliani? Sembrano comunque orizzonti piuttosto lontani. E allora è meglio concentrarsi sui contenuti, laicamente, cercare di aggregare forze sulle proposte concrete, vedere chi ci sta, chi accetta di impegnarsi sul serio: Lib-, né di destra, né di centro, né di sinistra, «laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque (...) i liberali non sono di sinistra, non sono di destra e non sono di centro. Possono trovarsi a sinistra, a destra o al centro, ma solo a volerceli vedere, cioè ad avere gli occhi che guardano ancora dall'interno di quelle costruzioni ideologiche».

Sunday, June 10, 2007

Patetiche e marginali le manifestazioni anti-Bush

Non più di 10-15 mila al corteo "No War", dove "Prodi = Bush". In piazza del Popolo 50, 100, 200. Questo l'ordine di grandezza dei presenti al «presidio» per "L'altra America", convocati da tre partiti di governo: Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi.

Se un dato politico si può trarre dalle manifestazioni di ieri contro Bush è che pur essendo fenomeno diffuso l'antiamericanismo nel nostro paese, rispetto a qualche anno fa oggi la quantità di italiani che ritengono di scendere in piazza per la "pace", contro la politica americana, si è assottigliata fino all'irrilevanza. Una triste marginalità ben descritta da questo articolo di Aldo Cazzullo.

«Alle tre e mezzo c'era più folla intorno al presidente emerito che sotto il palco», ironizza Luca Telese su il Giornale, che si riferisce al gelato "americano" preso proprio a piazza del Popolo dall'ex presidente Cossiga, che in mattinata dalle finistre del suo appartamento in Prati aveva esposto ben cinque bandiere: americana, britannica, israeliana, italiana, sarda.

Anche Pannella insiste con la sua versione di "Altra America", che si riconosce in Lincoln, Martin Luther King e Ike Eisenhower. Nomi che secondo il leader radicale dovrebbero far riflettere Bush. Avevamo già invitato Pannella, invece, a riflettere e a leggere un po' di stampa in lingua inglese.

Per quanto riguarda il bilancio politico della visita del presidente Bush in Italia e dei suoi incontri con Napolitano e Prodi, Maurizio Molinari osserva che «a prevalere sono stati i dossier che consentono ai due leader di operare in sintonia e in tempi stretti» (clima, interdipendenza globale, Kosovo e Libano), mentre sono rimasti «sullo sfondo i dissensi su Afghanistan, Iraq, Abu Omar e Calipari».

«Un nuovo inizio», lo ha definito Molinari, nei rapporti tra Prodi e Bush, «apparso convinto dell'esistenza di un'agenda compatibile con il governo italiano nel lungo termine».

Simile la lettura di Augusto Minzolini: «Il primo comandamento della diplomazia prevede che quando non si è d'accordo su un argomento, è meglio accantonarlo». E' quello che hanno fatto Bush e Prodi. Obiettivo della diplomazia Usa era «attutire», «rammendare». E «con George W. che in queste commedie è un vero mattatore».

Il rapporto tra Bush e Prodi «non è quello della pacca sulle spalle, ma la classica amicizia che secondo il protocollo diplomatico debbono dimostrare i capi di governo di due Paesi alleati, specie se hanno litigato da poco». Un'«amicizia diplomatica», appunto, mentre quella che unisce Bush e Berlusconi è «vera, personale, non fosse altro perché i due si piacciono. Parlano lo stesso linguaggio e quasi sempre la pensano allo stesso modo».

Ma il sigillo che ha colto l'aspetto più rilevante dei buoni rapporti ostentati sia da Bush che da Prodi l'ha messo Mario Sechi: «Ogni volta che George Bush gli dava una pacca sulla spalla, Romano Prodi perdeva voti dalla tasca della giacca», sfotte. E, aggiungiamo noi, gli si vedeva bene una ruga di paura sul viso. «Dopo le urne, anche le piazze, care al centrosinistra, si sono svuotate», osserva Sechi, mettendo il dito proprio là dove più duole alla classe dirigente della sinistra italiana, «in larghissima parte figlia del Sessantotto», che può «abbandonare perfino il controllo delle istituzioni, ma non può permettersi di perdere quel consenso popolare che le ha consentito di perpetuarsi, credere di essere nel giusto e perseverare nei propri errori».

Tuesday, May 22, 2007

Per Furio Colombo la Chiesa buona è "de sinistra"

Altro che il più bell'articolo della domenica. L'editoriale di Furio Colombo che tanto ha entusiasmato Pannella da convincerlo a lanciare una specie di sondaggio, a cui ha già risposto Malvino, è la dimostrazione più lampante di cosa nella cultura post-comunista impedisce di accettare la Chiesa per quella che è.

L'ex direttore dell'Unità non è infastidito dal fatto che la Chiesa stia tentando di imporre alla società italiana la sua etica, ma che ultimamente quell'etica non corrisponde alla sua. Più esattamente, non corrisponde a quell'etica che a suo parere dovrebbe essere propria della Chiesa. Insomma, Colombo è il tipico intellettuale che ha in mente una Chiesa a sua immagine e somiglianza, a suo uso e consumo, e che s'innervosisce se s'accorge che così non è.

In questo modo tutte le colpe ricadono su Ratzinger, allo stesso modo in cui tutte le colpe ricadono su Bush. Come se il Papa, e l'attuale presidente degli Stati Uniti, non fossero figure perfettamente coerenti con lo spirito delle istituzioni di cui sono espressione, nel bene e nel male.

No. Colombo è uno di quelli che ha una sua idea di cos'è, e di cosa debba essere la Chiesa, di cosa sono gli Stati Uniti, e di cosa debbano essere. Una sua idea di Chiesa "buona" e di Usa "buoni", che naturalmente esiste solo nel suo immaginario.

E così vive nell'attesa che la Chiesa si redima ai suoi occhi, che torni a una non meglio precisata età dell'oro in cui era capace di esprimere valori positivi, "de sinistra".

Così riscrive la storia della Chiesa a suo piacimento. Papa Giovanni XXIII «ha illuminato il mondo», Papa Giovanni Paolo II «lo ha guidato contro leader opportunisti e mediocri e non ha mai smesso di gridare pace», come se questi Papi non l'avessero pensata esattamente come Ratzinger sul matrimonio, sulla famiglia, sull'omosessualità. Come prova definitiva della grande apertura mentale dei Papi del passato c'è quel Paolo VI che «aveva visto i miei documentari sul Vietnam». Eh sì, allora cambia tutto. Può essere persona ottusa e ignorante chi ha visto e apprezzato i documentari di Colombo sul Vietnam??

Si dice certo che questa antipatica parentesi di attacchi ai "Dico" e ai gay si chiuderà e «la Chiesa tornerà alla carità, al sostegno dei poveri e dei deboli...». Anzi, addirittura si dice certo che «farà (lo ha già fatto altre volte in passato) inimmaginabili passi avanti».

«La grandezza della Chiesa sta in questo: fra qualche anno la piazzata sulla famiglia sarà come non fosse mai avvenuta. La Chiesa sarà passata avanti, impegnata di nuovo in grandi ideali come la povertà, la pace e il rispetto per le persone, partecipando alla ricerca comune di nuove strade per un mondo che sta morendo».

Ecco cosa impedisce a un post-comunista di abbracciare una visione liberale e laica della società. Gli basta un accenno del Papa, in piazza San Pietro, alla pace e ai poveri per accontentarsi e scordarsi della «piazzata sulla famiglia», con tanti saluti ai laici che avevano sperato di farci un tratto di strada insieme. Insomma, quando parla di matrimonio, è contro il divorzio, l'aborto, e l'eutanasia, allora la Chiesa fa passi indietro, quando invece fa del pauperismo, del pacifismo, e dell'anti-capitalismo, compie «inimmaginabili passi avanti».

Da qui quel fastidioso atteggiamento doppio della sinistra comunista e post-comunista nei confronti della Chiesa: ascoltata ed esaltata come insostituibile fonte di valori morali quando parla di pace e poveri, addirittura protagonista insieme allo Stato di «una comune missione educativa» nella società (parole del Presidente Napolitano), viene fatta oggetto di un isterismo intollerante, sembra quasi che si vorrebbero i vescovi imbavagliati, quando esprime la sua idea di famiglia e s'intende con la destra.

Mai rompere, però. Al massimo, appunto, mettersi comodi in sala d'attesa con Furio Colombo, ad aspettare che tornino i bei tempi, quando si andava tanto d'amore e d'accordo a parlare di pace e solidarietà, delle ingiustizie del capitalismo. E magari, per accelerare un po', per ristabilire quell'unità d'intenti catto-comunista che fa da fondale al Partito democratico, chissà che non valga la pena sacrificare i "Dico" e tutte le altre diavolerie...
Tutto sembrerà tornato com'era prima l'idillio tra le due chiese a spese del liberalismo.

Monday, March 26, 2007

I polli che Bertinotti ha allevato gli si rivoltano contro

A Bertinotti occorre rispondere con le parole che egli stesso ha sempre usato trovandosi a commentare episodi simili a quello accaduto a lui oggi all'Università La Sapienza: le contestazioni, per quanto dure, sono pur sempre manifestazioni di democrazia.

Eppure, adesso che è toccato a lui non sembra averla presa proprio bene. «Assassini, assassini!», gli hanno gridato alcuni ragazzi. Altri «vergogna!», «guerrafondaio!» e «buffone!». Buffone dev'essere un insulto davvero insopportabile se ha fatto scattare sia Berlusconi sia il presidente della Camera, che si è fermato ed ha risposto: «Buffone? Buffone sei tu se dici così. Chiedetemi scusa».

Poi Bertinotti si è detto consapevole di avere «un avversario anche sul terreno dell'estrema sinistra che rifiuta la politica e quindi con ciò rifiuta tutte le esperienze di lavoro e di compromesso che si fanno per cambiare il mondo».

Adesso li chiama «avversari» quei ragazzi, ma sono "polli" che ha allevato, svezzato, nutrito, convinto e illuso lui stesso. Se ne è servito per occupare il posto che occupa. E' naturale che gli chiedano conto del suo operato, quando questo va contro tutto ciò che in questi anni è stato loro detto nelle piazze. Votando la missione in Afghanistan, ma già sottoscrivendo il programma dell'Unione che non prevedeva alcun ritiro da Kabul, la sinistra neocomunista tradisce il proprio punto qualificante: il no alla guerra senza se e senza ma.

Il dissenso del senatore Turigliatto rispetto al suo gruppo è un esempio emblematico della funzione della norma costituzionale che vieta qualsiasi vincolo di mandato in carico ai parlamentari. Perché a volte - anzi spesso - è il partito a violare il mandato dei suoi elettori e il singolo che intende rispettarlo con tutto ciò che comporta a venire isolato.

Sunday, March 11, 2007

Ds eredi più fedeli dell'immobilismo del vecchio Pci

Ieri, alla manifestazione "Diritti ora!", il segretario di Rifondazione Franco Giordano ha fatto un'autocritica non da poco per un comunista: ha riconosciuto cioè, citando divorzio e legge 194, che è stato un errore nei decenni scorsi da parte dei comunisti aver ritenuto che i diritti civili venissero dopo quelli sociali. Oggi sappiamo, ha aggiunto, che non possono essere disgiunti e non devono esserlo mai più.

Allo stesso tempo l'ammissione di una verità storica sempre negata da parte post-comunista e un significativo passo in avanti, se verrà confermato nei fatti.

Una forte discontinuità, quella di Giordano, con la tradizione autoritaria e moralista berlingueriana, che continua invece a caratterizzare i Ds.

Nel frattempo, infatti, dirigenti Ds per il Pd, facevano pressioni su Cecchi Paone per impedirgli di attaccare il Vaticano.

Il Partito democratico, se mai nascerà, si prepara ad essere tra i partiti più conservatori tra le sinistre europee. E sui diritti si farà scavalcare a sinistra addirittura dai comunisti, dai quali, dal punto di vista dottrinario, non ci si aspetterebbe tale attenzione ai diritti "borghesi".

Il fatto curioso, invece, è che pur chiamandosi comunisti - e non c'è dubbio che lo siano - sempre più la vera eredità del vecchio Pci, nei suoi aspetti più deteriori e nel suo immobilismo sociale, resti saldamente in mano ai Ds, mentre Rifondazione assume più i tratti di un partito antagonista, anti-capitalista e anti-americano sì, ma movimentista. Insomma, conservatori i primi, reazionari i secondi, che quanto meno però mostrano di sapersi adeguare al vissuto del "loro popolo".

Saturday, March 03, 2007

Qui lo Dico e qui lo nego

Ineccepibile ricostruzione del "tramonto dei Dico" da parte di Pierluigi Battista, sul Corriere: "«Libertà di coscienza», con i numeri del Senato, equivale a un affossamento dei Dico"; e individua la radice dell'errore: "Il governo avrebbe potuto agire diversamente, parlamentarizzando sin dall'inizio il percorso di una legge sulle unioni di fatto".

Il 10 marzo, a Roma, è prevista una manifestazione organizzata dall'Arcigay, a cui hanno aderito anche i radicali, che con ogni probabilità mobiliterà l'area "laicista" della maggioranza. Contrariamente a quanto possa apparire, Battista non paragona questa manifestazione a quella di Vicenza contro la base Usa. Semplicemente, osserva che "sul piano simbolico" può diventare per il governo un nuovo momento di scontro e di divisione difficilmente componibile. Come dargli torto? Qualcosa mi dice che però sui "Dico" i comunisti alla Vendola un occhio sapranno chiuderlo.

Wednesday, February 28, 2007

Rompere con la sinistra «reazionaria»

Finché è Punzi su L'Opinione (2005) a sostenere che il «socialismo è morto»; o su LibMagazine, a sottolineare che, se in nessun paese europeo la sinistra moderna e democratica governa insieme a quella neocomunista, ci sarà pure un motivo... e che, se davvero aspiriamo a riformare la sinistra in senso liberale, dobbiamo capire che il tentativo di portare la sinistra antagonista nell'esperienza di governo è un'anomalia solo italiana e che la resa dei conti con i neocomunisti non va rinviata ma provocata, e passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".

Non da oggi, ma anche oggi alla luce della crisi del Governo Prodi, lo sostiene Anthony Giddens: «La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta definire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono conservatori sotto mentite spoglie».

Che conclude: «... i progressisti in Italia devono continuare a perseguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Partito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effimere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con rigenerato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa accada a breve termine».