Pagine

Showing posts with label sinistra liberale. Show all posts
Showing posts with label sinistra liberale. Show all posts

Thursday, April 11, 2013

Una rivoluzione conservatrice contro uno status quo progressista

Anche su Libertiamo

Margaret Thatcher «vista da sinistra», nell'articolo di Simona Bonfante per Libertiamo, non era una conservatrice. Poiché era anti-socialista, in definitiva era una progressista. C'era da aspettarselo che prima o poi qualcuno azzardasse la provocazione intellettuale, nel solco della ormai vasta letteratura per cui il "liberismo è di sinistra".

Il ragionamento è a prima vista seducente. D'altra parte, è anti-socialista anche quella sinistra riformista che non crede nelle virtù della pianificazione economica e che è disposta a concedere che il libero mercato può essere strumento di promozione sociale e non di sfruttamento. E così si salvano capra e cavoli. Siccome la Thatcher aveva ragione (si ha l'onestà intellettuale di ammetterlo), ma la destra rimane sporca e cattiva, si dice che aveva ragione in modo "progressista". È un ottimo escamotage dialettico di chi si ritiene di sinistra, ma di una sinistra riformista e liberale, quindi anti-socialista, per riconoscere le ragioni della Thatcher senza passare per conservatore.

Dunque, più che un'analisi sulla Lady di ferro, abbiamo la solita polemica, tutta interna alla sinistra, tra socialismo di ispirazione marxista e riformismo-laburismo. Ma il fatto che, come la sinistra liberale oggi, la Thatcher fosse anti-socialista, non fa di lei una progressista. Così come il fatto che fosse nemica della "conservazione", intesa come status quo, non significa che fosse progressista, dal momento che lo status quo contro cui si è battuta era il frutto di politiche tipicamente progressiste.

Il problema di questi ragionamenti è che filano solo sulla base di equivoci linguistici e mere astrazioni, cioè solo attribuendo un significato letterale a quelle che sono categorie politiche, e solo presumendo una destra e una sinistra che non esistono nella realtà storica, che non corrispondono al loro "idealtipo". Solo in un mondo immaginario, infatti, la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce lo status quo. Può darsi sia stato vero in un'epoca pre-marxista, quando la divisione era tra Ancien Régime e liberalismo. Ma non è questa la realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, compreso l'ultimo ventennio: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra.

Se al conservatorismo si attribuisce il significato letterale di conservazione dello status quo, e per questo un'accezione negativa, mentre al progressismo il significato di un cambiamento di segno pregiudizialmente positivo, il gioco delle apparenze è fatto: anche MT può diventare progressista. Ma conservatori e progressisti sono categorie politiche che vanno ben oltre il loro significato letterale. È ovvio che in una realtà socio-economica di fatto socialistizzata, com'era il Regno Unito sul finire degli anni '70 (e com'è oggi l'Italia), essere conservatrice per la Thatcher non significava certo essere per lo status quo, per la conservazione, ma non per questo significava essere progressista. Anzi, essere conservatrice significava essere per il cambiamento di uno status quo progressista. Di fatto, fu una rivoluzionaria, ma la sua fu una rivoluzione conservatrice.

Se si vuole dire che una parte della sinistra (minoritaria, per la verità) ha tratto insegnamento dalla Thatcher, e che le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti "di sinistra" in termini di promozione sociale, il che è innegabile, lo si dica apertamente. Che la sinistra europea post-thatcheriana (parliamo soprattutto di Blair) abbia saputo far tesoro di quella lezione, adottando politiche semi o simil-liberiste, è certamente un fatto storico, culturale e politico di un certo rilievo. Ma temporaneo e minoritario, nient'affatto di dimensioni imponenti. Anzi, trascurabile ai fini di una ridefinizione delle categorie politiche di destra e sinistra tale da arrivare a sostenere che la Thatcher non fosse conservatrice ma progressista. E comunque non c'è niente di tutto questo nell'analisi di Simona Bonfante, che si limita a sostenere che MT in definitiva fu progressista perché anti-socialista. In questo modo il gusto, il vezzo della provocazione intellettuale rischia di mangiarsi tutto: storia, cultura, politica.

È vero, piuttosto, che la sinistra post-thatcheriana, per tornare a vincere, ha dovuto fare i conti con il thatcherismo, quindi in qualche modo spostarsi verso destra. Ma certo questo non viene facile da dire, se si parte dal pregiudizio che a destra ci sono quelli che hanno torto, che vogliono conservare lo status quo, e a sinistra quelli che hanno ragione, che sono per il cambiamento. È una brutta forma di subalternità culturale quella dei liberali italiani che, per rendere accettabili concetti come il thatcherismo e il liberismo, avvertono l'esigenza di sostenere che sono "di sinistra", solo perché per la cultura dominante a sinistra ci sono i "buoni" fautori del progresso e a destra i "cattivi" che conservano. Ed è tra i motivi per cui non abbiamo avuto, e non avremo, una Thatcher in Italia.

Monday, October 31, 2011

L'usato sicuro e a km zero di Renzi

Risvegli: Berlusconi che si dice pronto a porre la fiducia su ciascuno dei provvedimenti annunciati nella lettera all'Ue, dunque a mettere in gioco per una volta per obiettivi alti la sopravvivenza del suo governo, e l'usato anni '80 - ma sicuro e soprattutto, in Italia, ancora a chilometri zero - esposto da Matteo Renzi alla Leopolda, sono piccoli ma incoraggianti segnali di risveglio. Nel primo caso di un Berlusconi consumato che cerca di rilanciarsi nell'unico modo possibile: leadership di governo; nel secondo di un giovane sindaco che tenta di togliere un bel po' di muffa alla sinistra italiana.

Già, perché la lettera di intenti recapitata all'Ue almeno un primo effetto positivo l'ha avuto: è stata «sufficiente a dissolvere il bluff su cui si è retta la politica italiana negli ultimi 90 giorni. Fondamentalmente - scrive Luca Ricolfi su La Stampa di oggi - il bluff con cui un po' tutti - sindacati, Confindustria, opposizione - hanno finto che il problema fosse solo l'inerzia del governo, e che invece le cosiddette parti sociali fossero perfettamente consapevoli della gravità della situazione, dell’urgenza di intervenire, della strada da imboccare, delle misure da prendere». Le reazioni che ha suscitato da parte delle forze politiche e sociali dimostrano quello che su questo blog non mi stanco di ripetere. Quello italiano è un blocco, un immobilismo, di sistema, che va ben oltre l'attuale governo e la sola figura di Berlusconi. Pensare che un suo passo indietro possa sbloccare la situazione è o ingenuità o malafede. Può certamente terremotare il sistema politico, ma non di per sé avviare l'Italia sulla via delle riforme necessarie per rilanciarsi. L'hanno capito oltreoceano giornali di così diversa estrazione come New York Times e Wall Street Journal, e in Italia lo sottolineano commentatori come Angelo Panebianco, che oggi sul Corriere denuncia i molti «furbi e ipocriti» e parla del «vorrei ma non posso» del governo e del «potrei ma non voglio» dell'opposizione; e Ricolfi, appunto, che smaschera il «bluff» delle opposizioni, politiche e sociali: «Non appena il governo, incalzato dall'Europa, ha timidamente manifestato l'intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato - "modernizzare il sistema di Welfare", "liberalizzazioni", "mercato del lavoro" - sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l'opposizione».

No, non sono idee particolarmente nuove quelle di Renzi, elencate in ben 100 punti - anche troppi - alla Leopolda. Riforme di cui si parla da anni e che tutti sanno essere necessarie. A partire dall'eliminazione delle pensioni di anzianità e dal passaggio al sistema contributivo per tutti; proseguendo con la flexsecurity di Ichino e le privatizzazioni di imprese pubbliche, delle municipalizzate e del patrimonio immobiliare dello Stato; le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali, compreso il trasporto pubblico regionale; l'idea molto blairiana della Delivery Unit e di mettere in competizione il pubblico con il pubblico (scuole, università e servizi sanitari); l'abolizione del valore legale del titolo di studio; l'abolizione dell'Irap da finanziare con il taglio dei sussidi alle imprese; la riforma fiscale trasferendo il peso dalle persone e dal lavoro alle cose; e l'immancabile riforma della politica (ritorno all'uninominale; abolizione dei vitalizi dei parlamentari e del finanziamento pubblico sia ai partiti che agli organi di partito), una vera e propria sburocratizzazione dei partiti. Ma per una esaustiva analisi da un punto di vista liberale vi rimando al post di Carlo Stagnaro, su Chicago Blog.

Tra una spolverata e l'altra di demagogia giovanilista, di green e di digital, c'è però un approccio indubbiamente moderno e direi blariano, che per la sinistra rappresenta certamente una novità. Non sono idee nuove, è vero, e se c'è del Veltroni si tratta del Veltroni migliore, quello del Lingotto, ma direi che c'è di più. Purtroppo sono idee ancora largamente minoritarie a sinistra e anche in un partito, il Pd, che millanta cultura di governo e riformista. Minoritarie non solo tra i vertici, che basterebbe "rottamarli", ma - quel che è ancor più preoccupante - nella base. E l'accusa a Renzi di essere di «destra», un «berluschino», è diffusa. La stessa battuta di Bersani sull'«usato anni '80» non è che un maldestro tentativo di addossargli il marchio d'infamia del reaganismo e del thatcherismo. Sarà pure un «usato anni '80», ma meglio un usato sicuro che un usato '900 che aspetta solo di essere rottamato; anche perché in Italia è un usato a chilometri zero, visto che qui di politiche liberali non se ne sono viste, mentre con quelle stataliste di chilometri ne abbiamo fatti almeno 300 mila senza arrivare da nessuna parte.

Un altro momento prezioso dell'incontro alla Leopolda è stato l'intervento di Alessandro Baricco. Raro, davvero raro, sentire da un uomo di cultura, da un "intellettuale" di sinistra, in poche, comprensibili e inequivocabili parole un'autocritica così radicale e sincera. Un «ripasso degli errori», come lui stesso l'ha definito. «Con l'alibi della difesa dei più deboli abbiamo creato un sistema di tutele e privilegi a difesa della mediocrità e del servilismo. Non so come è accaduto, ma è accaduto», mentre «la cosa migliore che possiamo fare per i più deboli è concedergli un sistema dinamico e non un sistema bloccato», perché «il rischio è una chance proprio per i deboli». Una sinistra che oggi è «ciò di più conservativo che c'è in questo Paese». Una sinistra che «ha cercato di vincere a tavolino tutte le partite». Possibile, si è chiesto Baricco, «che tutte le volte che vince l'altro è perché ha barato»?

Thursday, October 15, 2009

Sì, Blair sì. Magari...

Il "no" di Freedom Land a Tony Blair primo presidente dell'Ue sotto il Trattato di Lisbona (al cui processo di ratifica manca la firma "liberale" del ceco Vaclav Klaus) risponde a una pura logica di schieramento (Blair è un «uomo di sinistra»), ma a ben vedere fa a pugni anche con essa. A chi segue da un po' di tempo questo blog non devo spiegare perché il mio sostegno a Blair è più che convinto, ma forse vale la pena richiamare un po' di dati di contesto.

Le probabilità di veder diventare Blair presidente del Consiglio europeo non sono molte. Purtroppo. Sarà difficile, come ha spiegato di recente anche il ministro Frattini, perché le resistenze sono molte e nessuno ha voglia di spaccare il Consiglio proprio alla prima elezione, eleggendo un presidente "debole". Blair rappresenta una sinistra così «alla moda e user friendly» che oltre alle perplessità della Merkel, a non volerlo presidente è proprio la sinistra europea. A me pare piuttosto che Blair sia del tutto fuori moda. Soprattutto a sinistra. Sarà un caso?

No, perché Blair con la sinistra prevalente in Europa, rimasta incollata a vecchie pastoie ideologiche del secolo scorso, e quindi incapace di governare i processi socio-economici di oggi, non ha nulla a che fare. Ed è questo che le socialdemocrazie europee non gli perdonano. Di aver saputo rinnovare, e di aver avuto successo nel rinnovamento laddove loro hanno fallito, o non hanno neanche provato. Blair è troppo "liberista", troppo "filoamericano", addirittura "guerrafondaio". Insomma, troppo "di destra". E rappresenta un europeismo più fresco e dinamico, distante da quello "politicamente corretto" e burocratico dominante nel Continente.

Blair sarebbe quindi una scelta coraggiosa proprio perché non alla moda, controcorrente, un po' come la sorprendente vittoria dei liberali nelle elezioni politiche tedesche.

Quali sarebbero, poi, le alternative? L'unica che mi convincerebbe sarebbe Aznar, ma non mi pare che la sua candidatura sia sul tavolo. Né quella di Rasmussen. Le ipotesi che si fanno sono altre, e anche se di centrodestra tutte peggiori di Blair. Come quella del belga Juncker. Da far rabbrividire.

Nella politica europea non si può ragionare solo sulla base del logoro schema destra/sinistra. Bisognerebbe prestare attenzione anche alla nazionalità, e alla cultura politica che ciascun Paese esprime. C'è una gran differenza tra la Gran Bretagna e l'Europa continentale. E tra l'Europa centrale e i Paesi dell'Est. Ignorare queste differenze culturali, che spesso vanno oltre quelle tra destra e sinistra, è un errore. Per esempio: meglio un leader di sinistra liberale britannico o un democristiano tedesco? Meglio un giovane leader dell'Est o un grigio tecnocrate belga?

Non è così improbabile che pescando nel centrodestra europeo tiriamo su una figura dalla cifra statalista e antiamericana. Senza considerare che con Blair presidente eviteremmo di consegnare il ruolo, altrettanto importante, di ministro degli Esteri dell'Ue a un socialista come Frank-Walter Steinmeier o - Dio ce ne scampi - a un comunista come Massimo D'Alema. Per non parlare dell'assoluto bisogno che ha l'Europa di presentarsi agli occhi del mondo con una personalità forte, di peso, e carismatica. Pena l'irrilevanza.

Wednesday, November 14, 2007

Se la libertà di licenziamento può essere anche di sinistra

Ieri Pietro Ichino, sul Corriere, è tornato efficacemente sul tema liberalismo e sinistra, spiegando che una sinistra moderna non può più fare a meno di «un mercato libero e ben funzionante, eliminandone distorsioni e asimmetrie», perché «finora non è stata inventata alcuna tecnica migliore di questa» e perché «dove non opera un vero mercato concorrenziale, le ingiustizie sono, mediamente, molto più diffuse e più gravi».

Tuttavia, siccome il mercato «non crea, ma evidenzia con grande precisione le differenze di capacità tra gli individui», rimane attuale «il mestiere tipico della sinistra». Una sinistra moderna e liberale dovrebbe sì garantire «in modo più efficace il sostegno ai "perdenti", la loro inclusione nel grande gioco a somma positiva», ma senza ricorrere ai vecchi metodi e alle vecchie politiche distorsive dei meccanismi di mercato, che «generano in realtà posizioni di rendita da un lato, esclusioni dall'altro», ma dando solo «una confortante illusione di uguaglianza tra i cittadini».

Ichino scende nel concreto: il mercato del lavoro, reso troppo ingessato, pieno di vincoli, nel tentativo «fallito» di favorire l'ugualianza dei trattamenti, non funziona e diffonde la percezione, «falsa», di «scarsità del lavoro». Il mercato del lavoro «ha bisogno di regole, ma non della giungla di regole che oggi lo rendono vischioso e inaccessibile». Ha bisogno di una deregulation, occorre permettere «un incontro più libero fra domanda e offerta». Sarebbe così «spazzata via l'attuale ingiusta divisione fra chi sta dentro e chi è escluso dalla cittadella fortificata del lavoro regolare». Certo, in questo modo «le differenze di trattamento fra i lavoratori regolari» aumenterebbero, «evidenziando le disuguaglianze di capacità tra gli individui».

Dunque, «una vera liberalizzazione del mercato del lavoro, con tutti i vantaggi che essa porta con sé in termini di mobilità sociale, pari opportunità e valorizzazione del merito», è politicamente opportuno che si accompagni a «un sistema capace di dare un sostegno forte ai più deboli».

L'esempio europeo che cita Ichino, come Giavazzi, è quello danese: «Grande libertà nei rapporti contrattuali fra imprese e lavoratori, compresa la libertà di licenziamento per motivi economici, ma al tempo stesso grande capacità del sistema di prendere per mano chi perde il posto, garantendogli continuità del reddito combinata con servizi efficienti di informazione e orientamento, formazione mirata alle possibilità di lavoro effettive...». Un sistema di cui è artefice una social-democrazia scandinava.

Ma ci sono altri strumenti per sostenere le fasce più deboli della società: potenziare l'istruzione, per «combattere la disparità» iniziali, l'esenzione fiscale totale per i redditi di lavoro bassi, sono gli esempi che ci sembrano più convincenti, tutti «propri dell'agenda di una sinistra moderna».

Questo, conclude Ichino, «non significa che solo la sinistra possa liberalizzare il mercato del lavoro. Significa che anche la destra, se vuole farlo davvero, deve imparare a fare almeno un po' il mestiere proprio della sinistra». E' l'unico passaggio in cui Ichino sembra distratto: per ora la destra è riuscita a muovere qualche passo, certamente ancora insufficiente, per una maggiore flessiblità del mercato del lavoro, mentre la sinistra, con il Governo Prodi, sta semmai cercando di introdurre controriforme.

Tuesday, October 16, 2007

Berlusconi ha la rivincita in tasca; il dilemma di Veltroni

«Non me ne andrò fino al 2011», ha sempre ripetuto Romano Prodi. Eppure, nella lettera di congratulazioni inviata a Veltroni per il successo delle primarie ha buttato là una data, il 2009, testualmente riferita alle elezioni europee, ma che potrebbe sottintendere, invece, una proposta di accordo lanciata al segretario del Pd per gestire l'inevitabile dualismo dei prossimi mesi: "Fammi andare avanti fino al 2009, poi accetterò di farmi da parte". D'altra parte, Veltroni avrebbe sì bisogno di un altro anno prima di presentarsi al voto, per fare il partito e per preparare l'alleanza di «nuovo conio», ma forse gli converrebbe anche che a traghettare il paese in questi 12 mesi fosse un governo "cuscinetto", per fare sì che nella memoria degli elettori sbiadisca il ricordo dei disastri dell'attuale coalizione di centrosinistra.

Non è di questo avviso Berlusconi, che invece ha fretta. Con un governo così fallimentare, e gli italiani così incazzati, l'occasione è troppo ghiotta, la rivincita se la sente in tasca. E' impensabile quindi che accetti proprio ora di far partire il dialogo per le riforme, che Prodi sarebbe pronto a strumentalizzare per restare in piedi e che Veltroni sfrutterebbe per prepararsi al meglio.

Trovano conferma dallo stesso Cav., dunque, le parole di Gianni Letta, riportate nel retroscena di Minzolini, oggi su La Stampa: «... forse qualche mese fa si poteva tentare, ma ormai la partita è finita. Siamo agli sgoccioli, ai minuti di recupero. Possono essere uno, due, o tre, ma il fischio finale dell'arbitro sta per arrivare. E si andrà a votare».

In modo molto sintetico ed efficace Berlusconi ha spiegato inoltre perché il grande show di domenica scorsa non è destinato di per sé a produrre alcun cambiamento. Se il Pd non sarà disposto a rinunciare all'alleanza con la sinistra comunista e massimalista farà la stessa fine dell'Ulivo, e Veltroni la stessa di Prodi.

Così la pensa anche Stefano Folli, che ha rievocato il precedente dell'ottobre 2005, quando le finte primarie dell'Unione per la candidatura a premier si trasformarono in un plebiscito a favore di Prodi. L'investitura popolare avrebbe dovuto trasformarlo nel premier più forte mai visto in Italia, ma oggi si deve arrendere alla sua irrilevanza e al fallimento strutturale della sua coalizione, fatta per vincere e non per governare.

Una fine che rischia di fare anche Veltroni, se non farà «buon uso» del successo delle primarie, se non aggiungerà fatti concreti, visibili e percepibili dall'elettorato, soprattutto fra i ceti medi e produttivi: «Le parole non bastano e il crisma del voto popolare servirà al leader solo in una prima fase. Senza risultati tangibili, la magia svanirà inevitabilmente».

Chi ha colto il senso dell'operazione obbligata che sta tentando e che tenterà nei prossimi mesi Veltroni è, come spesso gli capita, Luca Ricolfi, su La Stampa. Gran parte del "popolo della sinistra" è oggi stordito dal vedere Veltroni e il Pd muoversi verso il centro e far proprie istanze tipiche della destra, come tasse e sicurezza. Ma «se Veltroni pensasse di rubare voti alla destra facendosi esso stesso destra, gli elettori moderati mangerebbero la foglia e gli preferirebbero l'originale», osserva Ricolfi. E' questo un rischio fondato che però il segretario del Pd non può fare a meno di correre.

«Quel che Veltroni sta tentando di fare non è di spostare verso destra il baricentro del nuovo partito, ma di costruire una sinistra radicalmente riformatrice. Una sinistra moderna, liberale, e quindi fondata su un'idea diversa di progresso, su un'idea diversa di eguaglianza, su un'idea diversa di libertà». Il «guaio», sottolinea Ricolfi, è che lo fa «senza dirlo, senza spiegarlo». Non una «rivoluzione silenziosa», ma addirittura una «rivoluzione di nascosto».
«Se volesse davvero spiegare la rivoluzione liberale di cui è diventato un (convinto?) paladino, dovrebbe anche fare i conti fino in fondo con il passato della sinistra. E dire: amici e compagni, per anni vi abbiamo riempiti di stereotipi buonisti, idee semplicistiche, maxi-programmi irrealizzabili; vi abbiamo nascosto i fatti, quando non quadravano con le convinzioni che vi avevamo impartito; vi abbiamo insegnato a criticare la destra sempre e comunque, qualsiasi cosa facesse; abbiamo coltivato il vostro senso di superiorità morale, la certezza di rappresentare "la parte migliore del Paese"; per cacciare Berlusconi abbiamo contratto un'alleanza politica innaturale, che sta paralizzando l'Italia; ora però ci siamo resi conto dei nostri errori, e anche se ci abbiamo messo quasi vent'anni a capirli (il muro di Berlino è caduto nel 1989), chiediamo a voi di metterci meno tempo - molto meno tempo - di quanto ne abbiamo messo noi».
Sai che sberla?! Sarebbe un discorso «nobile e coraggioso», ma Veltroni non può permetterselo, perché «un minuto dopo cadrebbe il governo». Dunque, «finché vorrà salvare Prodi, Veltroni non potrà mai spiegare sul serio la sua rivoluzione liberale». E finché non la spiegherà, mancheranno i fatti concreti e a noi rimarrà il sospetto.

Thursday, October 04, 2007

Un battito di interventismo liberal

Battito di interventismo liberal sul New York Times. Lo segnala Camillo: è di Roger Cohen, che scrive: One reluctant liberal interventionist signed the Iraq Liberation Act in 1998 that said: "It should be the policy of the United States to support efforts to remove the regime headed by Saddam Hussein." His name was Bill Clinton. Baghdad is closer to Sarajevo than the left has allowed. For this left, anyone who supported the Iraq invasion, or sees merits to it despite the catastrophic Bush-Rumsfeld bungling, is a neocon. That makes Vaclav Havel and Adam Michnik and Kanan Makiya and Bernard Kouchner neocons, among others who don't think like Norman Podhoretz but have more firsthand knowledge of totalitarian hell than countless slick purveyors of the neocon insult.

Ebbene, se tutti costoro sono dei neocon, e la scelta fosse tra questi e una sinistra liberal con il volto di MoveOn, Cohen non avrebbe dubbi: «When Michnik and Kouchner are neocons and MoveOn.org is the Petraeus-insulting face of never-set-foot-in-a-war-zone liberalism, I'm with the Polish-French brigade against the right-thinking American left».

Saturday, September 15, 2007

Per un Partito democratico di conio liberale

Mai come in questi mesi e anni, forse, economisti e intellettuali ce la stanno mettendo tutta per far germogliare a sinistra una piantina liberale. Ce la stanno mettendo tutta Giavazzi e Alesina, con i loro editoriali e con il loro ultimo libro, "Il liberismo è di sinistra". Ce la sta mettendo tutta Michele Salvati, che dopo aver sostenuto la nascita del Partito democratico, adesso lo vuole anche di nuovo conio: liberale. Anzi, "per la rivoluzione liberale", è il titolo del suo ultimo pamphlet. Ne parlava ieri Dario Di Vico sul Corriere.

A partire dal metodo. La quota dei consensi che il Pd riuscirà a conquistare «non la si può decidere a tavolino», non risulterà dalla somma degli apparati di Ds e Margherita, ma dalla «capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi». In Italia purtroppo è ancora diffusa la convinzione che per conquistare nuovi consensi si debbano stipulare alleanze, allargare le proprie coalizioni, subendo i ricatti dei piccoli partiti centristi che mirano alla palude o di quelli estremisti, con i quali è impossibile governare. Per aumentare i propri consensi, invece, ci vuole una proposta di governo competitiva, che convinca la parte pragmatica dell'elettorato. Purtroppo, questa corretta premessa incontra un forte limite nell'assenza di un sistema elettorale uninominale.

Salvati individua tre campi d'azione sui quali il Pd potrebbe adottare una visione liberale: meno tasse; il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime»; più flessibilità in uscita nel mercato del lavoro.

«L'attuale disegno dei trasferimenti e delle aliquote è mal fatto, non aiuta le persone in condizioni di reale bisogno, ha effetti redistributivi deboli, non di rado conseguenze inique e non diffonde tra i destinatari gli incentivi giusti». Ridurre la pressione fiscale di almeno due punti entro la fine della legislatura, non solo «è un obiettivo realistico ma è giustificabile sulla base dei valori che la sinistra sostiene».

Sulla sicurezza, a Salvati «dispiace di dover stabilire una relazione tra due problemi sostanzialmente diversi, l'immigrazione da una parte e la legalità dall'altra. Ma la connessione sta nella realtà oltre che nella percezione dei cittadini». Una sensazione tutt'altro che infondata, lette le «impressionanti statistiche sulla criminalità degli immigrati» recentemente pubblicate dal Ministero dell'Interno. La ricetta che propone Salvati è il blairiano «tough on crime, tough on the causes of crime».

«Guai - avverte Di Vico - se i nostri connazionali che abitano le periferie delle grandi città avvertono che le scuole sono peggiorate a causa dell'immigrazione, che lo stesso è avvenuto per le strutture sanitarie, che la concorrenza degli extracomunitari rende più difficile ottenere case a prezzi accessibili»... e posti negli asili, aggiungerei. Tutte situazioni molto reali, purtroppo.

Anche per quanto riguarda il mercato del lavoro, Salvati centra il problema: i costi della flessibilità a carico di pochi, troppo pochi, diventano insopportabili: «... la sinistra e il sindacato hanno concesso che la flessibilità richiesta dalle imprese si scaricasse tutta sui nuovi assunti, attraverso contratti con garanzie minori rispetto a quelli standard». Una sinistra riformista e liberale può accettare la perpetuazione di un doppio mercato del lavoro? Di continuare a iper-tutelare i fannulloni e a sprangare la porta d'accesso ai giovani?

Per Salvati il rimedio sta nel modello danese. In pratica, libertà di licenziamento: prevedere che l'ingresso avvenga con un contratto a tempo indeterminato, ma «il datore di lavoro non dev'essere frenato da vincoli legali e giudiziali che ne rendano la rescissione difficile o onerosa e dunque lo inducano ad adottare i contratti a tempo determinato».

Tutto condivisibile e molto liberale, ma chi dei leader del Pd è disposto a rischiare in proprio per un partito di un simile conio?

Thursday, September 06, 2007

I dilemmi della sinistra

Proprio in questi giorni, con le polemica sulla sicurezza divampata con le dichiarazioni del ministro dell'Interno Giuliano Amato e quella mai cessata sulle tasse, che coinvolge sia Padoa-Schioppa sia Prodi, la sinistra italiana sta affrontando i due temi su cui tradizionalmente, nei paesi democratici, agli occhi degli elettori le sinistre sono più inaffidabili: tasse e sicurezza, appunto.

Le sinistre europee hanno già fatto i conti con queste due difficoltà, alcune, come il New Labour di Blair, con successo. Proprio Blair ha posto la sicurezza, la lotta alle illegalità e alla microcriminalità, particolarmente odiosa perché colpisce i ceti medi e meno abbienti, tra i temi centrali del rinnovamento del suo partito.

Le due questioni sono centrali oggi anche nel dibattito interno alla sinistra italiana, tanto da oscurare a volte ciò che accade dall'altra parte. Centrali per la sinistra ma ancor di più per il Partito democratico, che per primo dovrebbe caratterizzarsi per un'idea non retrogada della sinistra e del conflitto politico. Veltroni, Rutelli e Amato sono i più impegnati su questo fronte, ma stanno facendo abbastanza?

Liberare la sinistra da vecchi tabù su tasse e sicurezza è incompatibile con qualsiasi tipo di alleanza con la "Cosa Rossa". Non so dire se i tre ne abbiano consapevolezza per il futuro, ma la dimostrazione è davanti agli occhi di tutti. Le loro pur caute fughe in avanti provocano tensioni crescenti all'interno del Governo Prodi, ma non possono permettersi di provocarne sia pure indirettamente la caduta. Almeno non adesso.

Il miracolo politico di Veltroni, Rutelli e Amato sarebbe quello di far nascere il Pd sotto nuove stelle politiche, al contempo senza rompere l'Unione prima della (o sulla) Finanziaria, altrimenti eventuali elezioni sarebbero perse. Riusciranno ad arrivare a primavera raggiungendo anche il primo obiettivo?

Se, insomma, Veltroni vuole costruire su basi nuove il Partito democratico, non può fare a meno di scontrarsi con l'impietosa esperienza di governo dell'Unione, implicitamente sconfessando governo e coalizione.

Wednesday, May 30, 2007

L'avviso di sfratto da "casa Pannella"

Pannella e Capezzone (foto: dumplife su flickr.com)Se Anchise comincia a pesare...

Alcune cose sconcertano davvero della lettera di Pannella «a e su» Capezzone. Innanzitutto, l'invito esplicito a formalizzare la scissione, ma una scissione "alla radicale", cioè a fondare un nuovo soggetto, "suo", associazione o movimento. Lì sì, nel suo orticello, ammesso all'interno del sistema solare, dell'oligarchia radicale, potrebbe divertirsi come vuole senza fare concorrenza alla linea del sole, Pannella, o, piuttosto, alla non-linea di questi ultimi tempi. Occorre che la politica di Capezzone, pur essendo radicale (anzi, proprio per questo) non sia percepita come la politica dei radicali, ma, appunto, solo "sua", e del suo giocattolo.

Ma Capezzone aspira a qualcosa di più che a un posto nell'azienda di papà. Privato della segreteria, contende a Pannella quella leadership "di fatto", senza cariche di partito, che esercita da sempre il leader radicale. E' il primo che si sta dimostrando in grado di farlo. E ammesso che non sia stata la cellula di Torre Argentina a espellere, prima di tutto umanamente, il "corpo estraneo" Capezzone, ma sia stato egli stesso a escluderla dalle sue iniziative, Pannella dovrebbe prestare maggiore attenzione a non confondere Torre Argentina con la totalità delle compagne e dei compagni. Esclusa la prima, non è detto che siano esclusi tutti i radicali.

Non solo, come un Di Pietro qualsiasi, il leader radicale (o chi per lui) si riduce a contare le presenze in aula del presidente della Commissione Attività produttive, col rischio che qualcuno gli faccia notare che certe assenze sono più produttive delle interrogazioni di alcuni deputati radicali interessati a sapere come mai i cani di grossa taglia non possono entrare nei treni Eurostar. Sconcerta anche che Pannella rinfacci continuamente a Capezzone di essere stato "nominato" deputato, e "nominato" presidente di commissione, per grazia ricevuta dal suo partito, dalla Rosa nel Pugno, e dall'Unione.

I presidenti delle commissioni parlamentari sono eletti dai membri delle commissioni stesse, senza neanche la formalizzazione di candidature. Tutti sappiamo che dietro c'è un accordo politico di maggioranza, e a volte tra maggioranza e opposizione, su un nome. Rimanendo però sottinteso che si tratta di cariche istituzionali non sottoposte a disciplina di partito. Proprio Pannella pretende di far valere nel caso di Capezzone, chiedendogli di mostrare riconoscenza e ossequio eterni (merci che con la politica c'entrano poco), quel sostanzialismo partitocratico, contrario al formalismo delle regole, che ha denunciato per una vita? Proprio lui pretende di esercitare un potere "di fatto" che gli deriverebbe da una prassi partitocratica? Mi risulta che nessuno degli altri partiti abbia mai richiamato al rispetto della linea un presidente della Camera, o di commissione, rinfacciandogli la sua "nomina" di origine partitica. Sarebbe stato un fatto grave e Pannella il primo a insorgere.

Bisogna ricordare a Pannella che la Costituzione espressamente esclude il vincolo di mandato, proprio per ridurre il "potere" dei partiti sui rappresentanti, perché si ammette l'ipotesi teorica che non il dissenziente, ma il partito abbia violato il mandato elettorale e che gli elettori ne siano i giudici ultimi? Proprio Pannella rivendica il potere di nomina che questa legge elettorale "porcellum", grazie all'assenza delle preferenze e alla possibilità delle candidature multiple, attribuisce ai vertici dei partiti sui candidati e sugli eletti?

Il reale stato d'animo verso Capezzone, oggi abilmente dissimulato in una lettera dai toni concilianti e confidenziali, viene invece alla luce in una delle ultime direzioni, quando Pannella spiega che Capezzone è quel radicale che il regime ha scelto per liquidare definitivamente i radicali. Un clima paranoico, da bunker, in cui ogni critica, o condotta concorrente, è vissuta come tradimento e minaccia di distruzione anziché come risorsa e sfida.

La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto il costante pericolo della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, ha sviluppato all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo, di comunione, e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.

La colpa di Capezzone, in fondo, è di rappresentare un elemento di discontinuità con la natura mistica e religiosa del corpo radicale. Non per chissà quali posizioni iper-laiciste e anticlericali, ma perché quel corpo mistico, che crede nella sua diversità e superiorità antropologica, ha dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo, e poi ex, segretario. Quel corpo ha continuato a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".

L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici. In una parola: laica.

L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70, senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali.

Non passa giorno senza che Capezzone accusi il governo di questa o quella nefandezza, e chi rimane in silenzio di esserne complice. "Anche noi - è il discorso che Pannella sembra rivolgere a Capezzone - pensiamo tutto il male possibile di questo governo, ma per senso di responsabilità nei confronti delle nostre scelte evitiamo di dirlo e siamo impegnati in altro piuttosto che nel ricordarlo tutti i giorni". Dunque, la divergenza è sull'opportunità di criticare il governo.

Rimane inevaso, nella lettera di Pannella, il nodo politico dello scontro con Capezzone, che riguarda il ruolo politico dei radicali nella maggioranza e al governo ed è profondamente avvertito tra i radicali. Non se uscirvi o meno, ma innanzitutto il *come* starci. Se subalterni, puntellando l'"alternanza" prodiana, o se cercando spazi per l'"alternativa" che era stata indicata come obiettivo in campagna elettorale, e rispetto alla quale Prodi ormai è di ostacolo, nient'affatto «buono a niente».

La formula dei «buoni a niente», con la quale in modo calzante si etichetta la compagine di governo, per spiegare che quando si è accettato di appoggiare Prodi si sapeva che si avrebbe avuto a che fare con dei «buoni a niente», e quindi che oggi «non si è delusi perché non ci si era illusi», è divenuta un alibi dietro il quale rassegnarsi alla propria irrilevanza. Ed è una formula inevitabilmente scaduta, perché scattava una fotografia che poteva essere fedele negli ultimi mesi di governo berlusconiano, ma non oggi che le parti sembrano piuttosto invertite e il «capace di tutto» Prodi. La Finanziaria "tassa e spendi"; una politica estera tra realismo e cinismo; l'affossamento dei Pacs; i giochi di potere del premier con le banche "amiche", da Telecom al nuovo, inquietante, Fondo per le Infrastrutture; e - ricordiamolo - la più grave violazione della legalità degli ultimi anni, la vicenda non ancora risolta degli otto senatori, che ha colpito il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi.

Per il leader radicale, il Governo Prodi «deve comunque essere aiutato a durare». Il disagio da parte di Pannella è comprensibile. Ciò che Capezzone fa e dice è pienamente inscrivibile nella storia radicale, per contenuti e per metodo, questo gli viene persino riconosciuto, ma oggi nei rapporti con Prodi e la maggioranza è stata scelta una diversa condotta, si è scelto di privilegiare alcuni temi. Tuttavia, non si può pretendere che altri non calchino una linea politica che per il momento si è deciso di non calcare, oppure che formalizzino una scissione. Da una parte, l'approccio è da "spina nel fianco", dall'altra da "ultimo giapponese", ricordando che l'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, ha atteso 27 anni prima di uscire dalla giungla.

Essere gli «ultimi giapponesi» di Prodi aveva senso finché si trattava di conquistare l'"alternanza" a Berlusconi. Se davvero l'obiettivo è riformare la sinistra in senso liberale; se nessuna sinistra liberale e democratica in Europa governa insieme ai neocomunisti; e se per sua definizione il prodismo non è che il tentativo di coniugare riformisti e massimalisti nell'esperienza di governo; se è vero tutto questo, la riforma della sinistra in senso liberale, l'"alternativa", passa per il fallimento dell'"utopia prodiana" e la resa dei conti con i neocomunisti, che i radicali dovrebbero accelerare e non ritardare. Quello «scontro» tra sinistra liberale e neocomunista che lo stesso Pannella negli ultimi mesi del 2005 ripeteva essere «necessario e salutare», ma che una volta nelle istituzioni i radicali non sono riusciti a innescare.

Avuta la certezza che Berlusconi fosse battuto, e l'"alternanza" ottenuta, avrebbero dovuto dimenticarsela come priorità, concentrandosi sull'"alternativa", l'obiettivo proclamato in campagna elettorale. Non spetta ai radicali la conservazione dell'"alternanza" prodiana, soprattutto perché, come prevedibile, dal rappresentare una condizione per l'"alternativa" oggi l'"alternanza" è divenuta di ostacolo.

La laicità pare assunta come unico, fragile, filo che tiene legati i radicali a una Unione che, con malcelato fastidio, null'altro concede loro se non di rinchiudersi nel recinto dei laicisti. Così, nella difficoltà strategica in cui si trovano in questa compagine governativa, la laicità diviene l'unico carattere identitario dal quale riscuotere una dose minima di accettabilità da parte dei vicini.

Si trovano ingabbiati nella lealtà a Prodi - ormai, ancor di più dopo queste elezioni amministrative, persino più zelante di quella dei Ds e della Margherita - e in una Rosa nel Pugno che esiste solo alla Camera, nelle mani del capogruppo Villetti, ridotta esattamente a ciò che dall'inizio lo Sdi voleva che fosse e che in tutti i modi Pannella voleva scongiurare che divenisse. Eppure, i radicali sembrano vittime di una strana Sindrome di Stoccolma, che li porta a rincorrere i socialisti, sostenendoli alle amministrative e mendicando qualche mobilitazione. Quegli stessi socialisti che hanno accettato di giocare il ruolo degli aguzzini dei radicali, dopo averli rinchiusi nel ghetto dei diritti civili per meglio, di fatto, neutralizzarli.

Vengono alla mente le parole di Biagio de Giovanni, rimaste senza risposta, che rimproverava ai radicali di sentirsi «sale della terra, mai terra» e di essere incapaci di una «proposta generale». Quando i radicali furono capaci di una «proposta generale» riuscirono a raccogliere nel '93 oltre 40 mila iscrizioni e nel '99 l'8,5% dei voti. E' in questa incapacità che confida il "regime" nel tenere sotto controllo l'intemperanza radicale: rinchiusi, ma felici, nel ghetto dei diritti civili, mentre Prodi e Padoa Schioppa continuano indisturbati a riempire il sacco, a perpetuare quel binomio tasse-spesa pubblica che è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico.

In questo governo pieno di statalisti e dirigisti, di repressione fiscale e burocratica, di manovre punitive nei confronti dei ceti produttivi, di aumento della spesa pubblica, quindi degli sprechi e dei privilegi della "casta" politica e delle sue clientele, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria (vedremo se Montezemolo imprimerà una svolta), e degli "outsider", gli esclusi da un assetto burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. La crisi della "casta" politica, la decomposizione della mai nata Seconda Repubblica, che a molti ricorda il '92, anche l'incombente appuntamento referendario, creano le condizioni per rivolgere un nuovo appello a un "Terzo Stato" dei produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della partitocrazia.

E' condivisibile lo scrupolo dei radicali di non voler apparire "inaffidabili" come i Mastella, i Di Pietro e i Diliberto, ma tra l'inaffidabilità e i trasformismi da una parte, e il rimanere intrappolati tra Villetti e le macerie del "prodismo" dall'altra, non si poteva trovare una via di mezzo, un diverso equilibrio? Non era anche questa la sfida dei radicali nelle istituzioni?

Stupisce invece la totale assenza di consapevolezza che Prodi, oggi, rappresenta un fattore di blocco, di congelamento dello status quo della politica italiana e dello stesso Berlusconi. Tutti, anche (se non per primi) Ds e Margherita, stanno già giocando la loro partita per il dopo-Prodi, tranne i radicali, gli unici che sembrano non aver ancora capito che quella partita è iniziata. Ed è un bene, consapevoli che i nuovi scenari, probabili, possibili, o inverosimili, presentano molti rischi e strettissime opportunità, ma che proprio per questo bisognerebbe fare lo sforzo di giocare le proprie carte con spregiudicatezza.

Saturday, March 03, 2007

La sinistra di mezzo

La crisi è della sinistra riformista, che si ostina a voler governare con chi si oppone alle riforme in nome del tabù dell'"unità". Ne è convinto anche Luca Ricolfi, che da questa crisi distingue "tre sinistre".

Quella estremista, massimalista, ma che lui preferisce chiamare radcon, ossia "radicalmente conservatrice", anti-americana e anti-moderna; la sinistra liberale, modernizzatrice, per un "radicale cambiamento" fatto di "liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare". Questa sinistra "è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi, non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi)".

In mezzo c'è la "terza sinistra", la sinistra cosiddetta "sinistra riformista": "Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare... che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri".

Wednesday, February 28, 2007

La crisi è della sinistra riformista

«E' la sinistra riformista e non la sinistra radicale, la responsabile della crisi del Governo cui abbiamo assistito. Mentre infatti l'identità della sinistra radicale è ben determinata, quella dei riformisti no, e questa è la causa di tutti i problemi del centro-sinistra».

«Abbiamo trascorso la passata legislatura facendo una opposizione insensata e non ci siamo adeguatamente preparati per quando saremmo andati al Governo: l'anti-berlusconismo è stato l'unico punto programmatico di comodo che abbiamo scelto per la nostra politica, e questo di oggi è il risultato. Una cosa è certa: questo Governo, che si presenta alle Camere con un programma tanto minimale quanto vago non durerà».

«Ora mi aspetto che qualcuno tra noi alzi il ditino e assuma la responsabilità dell'accaduto».

Nicola Rossi

Qui siamo d'accordo e, crediamo, anche Bazarov.

Rompere con la sinistra «reazionaria»

Finché è Punzi su L'Opinione (2005) a sostenere che il «socialismo è morto»; o su LibMagazine, a sottolineare che, se in nessun paese europeo la sinistra moderna e democratica governa insieme a quella neocomunista, ci sarà pure un motivo... e che, se davvero aspiriamo a riformare la sinistra in senso liberale, dobbiamo capire che il tentativo di portare la sinistra antagonista nell'esperienza di governo è un'anomalia solo italiana e che la resa dei conti con i neocomunisti non va rinviata ma provocata, e passa per il fallimento dell'"utopia prodiana".

Non da oggi, ma anche oggi alla luce della crisi del Governo Prodi, lo sostiene Anthony Giddens: «La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta definire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono conservatori sotto mentite spoglie».

Che conclude: «... i progressisti in Italia devono continuare a perseguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Partito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effimere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con rigenerato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa accada a breve termine».

Monday, February 26, 2007

L'utopia prodiana al capolinea e la sinistra in ritardo

Il numero XV di LibMagazine è on line con un ricco Speciale "Crisi di Governo". Tra i contributi anche una mia analisi: L'utopia prodiana al capolinea. La sinistra ancora in ritardo con la storia, di cui riporto qualche estratto iniziale:
Ancora 48 ore o qualche mese, ma l'"utopia prodiana" sembra volgere al termine. Ma in cosa consisteva esattamente l'"utopia prodiana"? Nell'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra neocomunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.

"Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi undici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si è tentato di smentire la prima. Chi ha detto, infatti, che senza l'ala "radicale" - che qui preferiamo chiamare con il suo nome: "comunista", o "neocomunista" - non si vince? Per undici anni Prodi, come Berlusconi per il centrodestra, è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. L'altra faccia della medaglia, però, è che il prodismo, nell'arco di questo lungo periodo, ha impedito alla sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di un antagonismo post-ideologico, e quindi di diventare forza di governo...

LEGGI TUTTO

Da Blair-Fortuna-Zapatero a Prodi-Prodi-Prodi

Villetti, Pannella e Boselli al termine dell'incontro con il Capo dello StatoUn «nuovo Governo in cui risultino fortemente ampliate e rafforzate la politica e la componente riformatrici e liberali della maggioranza», auspicavano in un comunicato congiunto Radicali italiani, Associazione Luca Coscioni e Nessuno Tocchi Caino.

Non la prosecuzione di questo governo con un semplice allargamento della maggioranza a singole personalità, ma un nuovo governo, un Prodi-bis, rafforzando la politica riformatrice e liberale. Dunque, "sì" alla conferma di Prodi, ma fra le due possibilità, governo così com'è, o governo e programma rinnovati, i radicali annunciavano di preferire quest'ultima. «Il problema non è accattare qualche voto individuale in più, ma offrire l'occasione a nuove forze di condividere la politica del governo Prodi. In questo modo potrà rafforzarsi, rinunciando alla prospettiva di un piccolo allargamento per sopravvivere, e puntando invece a rafforzarsi politicamente», spiegava Pannella in una conferenza stampa. I radicali preferiscono, ma sono pronti ad adeguarsi.

Sarà per questa "preferenza" senza conseguenze che la posizione radicale non ha incontrato l'attenzione dei media? O sarà perché all'uscita del vertice dei segretari Pannella si dimenticava di raccontare ai giornalisti presenti dello «scontro violentissimo» di cui ha riferito, invece, domenica sera a Radio Radicale?

Tralasciando il fatto che questa posizione giungeva fuori tempo massimo, con almeno un giorno di ritardo, cioè quando al vertice dei segretari dell'Unione una decisione era già stata presa e a poche ore dal termine delle consultazioni al Quirinale, dal punto di vista politico fa acqua da tutte le parti e fa a pugni persino con la logica.

Dirla mezza per non dirla tutta. Ciò che i radicali hanno proposto presuppone l'uscita di scena di Prodi, ma non volendo neanche alluderlo, né solo pensarlo, non hanno potuto che pronunciare frasi contraddittorie.

Quali sono queste «nuove forze» che dovrebbero «condividere la politica del governo Prodi»? Vengono chiamati in causa Rotondi, Tabacci, Follini, il Nuovo Psi, Lombardo. Insomma, poco più che «singole» personalità, tra l'altro le stesse a cui l'Unione si è rivolta per quell'allargamento a uno-due-tre senatori che i radicali sostenevano di non volere. Di queste, solo Follini sembra aver accettato, mentre gli altri in un modo o nell'altro hanno prospettato «larghe intese», o comunque una soluzione senza Prodi.

E' del tutto evidente che qualsiasi serio rafforzamento della politica del Governo Prodi in senso riformatore e liberale vedrebbe peggiorare l'instabilità sul lato sinistro della maggioranza. Inoltre, Rifondazione e Comunisti italiani hanno già avvertito che il programma "non si tocca" e concesso al massimo un allargamento a «singoli» senatori. Se davvero governo e programma fossero così rinnovati da poter raccogliere il consenso di «nuove forze», la sinistra comunista e massimalista non farebbe più parte della maggioranza e a guidare l'Esecutivo non potrebbe più essere Prodi. Prima di tutto perché Prodi stesso ha già chiarito di non essere disponibile a guidare una maggioranza diversa, con un programma e un governo diversi. Romano è sempre ostinato, come nel '98. Tra l'altro, le «nuove forze» che si aggregassero dovrebbero essere tali da sostituire numericamente Rifondazione e Pdci, ma neanche l'Udc sarebbe sufficiente: dunque, siamo alle «larghe intese». Se invece i radicali si riferiscono davvero ai nomi citati, si tratta della campagna acquisti già in corso.

La lealtà a Prodi passa per il rinvio alle Camere del governo così com'è, tutt'al più acquistando qualche senatore. Tutte le altre soluzioni - dalle «larghe intese» al rinnovo in senso liberale del governo e del programma - sono incompatibili con la tenuta della coalizione uscita vittoriosa, anche se di poco, dalle urne. Si tratterebbe di superare la formula "Unione" e il prodismo. E' questo che, senza esplicitarlo, chiedevano i radicali? "Vorremmo, ma non possiamo", oppure "Potremmo, ma non vogliamo"? Sarebbe la stessa cosa che chiedono, in termini centristi, Casini e Tabacci.

L'equivoco di fondo sta nell'errore di lettura iniziale di quella che Pannella chiama l'«utopia prodiana», che è irriformabile, perché si fonda sull'idea che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra neocomunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese.

Ma se in nessun paese europeo una sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci sarà pure un motivo. In Gran Bretagna Blair ha svecchiato il Labour dopo un decennio di coraggiose scommesse politiche; in Germania il socialdemocratico Schroeder si è rifiutato di allearsi con i Bertinotti di lì ed ha sostanzialmente pareggiato nel confronto con la Merkel. Nei paesi scandinavi, o in Danimarca, Olanda, e anche in Spagna, la sinistra non governa con i comunisti.

Se davvero l'obiettivo è riformare la sinistra in senso liberale, bisogna capire che governare insieme alla sinistra massimalista è un'anomalia solo italiana e che la resa dei conti con i neocomunisti non va rinviata ma provocata. Anche perché, rispetto a una sinistra neocomunista, una sinistra liberale e riformatrice è alternativa almeno quanto lo è rispetto alla destra.

Dunque, essere gli «ultimi giapponesi» di Prodi aveva senso finché si trattava di conquistare l'«alternanza»; perché se una maggioranza di centrosinistra senza Bertinotti e Diliberto è incompatibile con il "prodismo", l'ovvia conseguenza è che la riforma della sinistra in senso democratico e liberale, l'«alternativa», passa per il fallimento dell'«utopia prodiana».

Dopo le elezioni, nei loro rapporti interni alla maggioranza e al Governo, i radicali hanno commesso a mio avviso due errori fondamentali. Primo: appena avuta la certezza che Berlusconi fosse battuto, che l'«alternanza» fosse ottenuta, avrebbero dovuto dimenticarsela come priorità, concentrandosi sull'«alternativa», l'obiettivo proclamato in campagna elettorale. Soprattutto perché l'alternanza da condizione poteva ben presto rivelarsi, come mi pare sia accaduto, un ostacolo all'alternativa, ammesso che per alternativa non s'intenda conservare le poltrone.

Secondo: al di là dei contenuti da sempre loro patrimonio, i radicali non hanno approfondito come stare nella maggioranza, cioè quale dovesse essere il loro ruolo specifico nell'Unione e quale l'atteggiamento nei confronti del Governo Prodi. Un particolare che forse non può incidere di per sé positivamente sulla crescita del soggetto politico, ma certamente può incidere, e molto, negativamente.

L'impegno dei radicali (se non della Rosa nel Pugno, visto che è stata quasi subito congelata) avrebbe dovuto essere quello di attivare e stimolare il conflitto con la sinistra neocomunista e massimalista. Quello «scontro» tra sinistra liberale e neocomunista che Pannella negli ultimi mesi del 2005 ripeteva essere «necessario e salutare», ma che non sono riusciti a innescare, non favorito certo dalle issues cui hanno scelto di dare maggiore rilevanza nella loro attività di questi mesi.

Oggi i radicali dichiarano che la sinistra comunista è «inaffidabile» e chiedono - par di capire anche se provocasse la sua uscita dalla maggioranza - quel rafforzamento della componente riformatrice e liberale al quale loro stessi, dall'inizio, avrebbero dovuto lavorare.

Eppure, non solo autorevoli dirigenti del partito in questi mesi hanno guardato alla sinistra comunista, chi cercando una sponda sui diritti civili o sulla nonviolenza, chi addirittura intravedendo da quelle parti dei liberali o dei laburisti. E c'era persino chi avrebbe voluto essere a Vicenza a manifestare, o sostenere un referendum cittadino sulla base Usa. Si è addirittura "criminalizzato" Capezzone, il cui tentativo, con il tavolo dei «Volenterosi», era proprio quello di rafforzare la politica e la componente riformatrice e liberale della maggioranza. Guardando dove? Certo non dalle parti di Bertinotti, D'Alema e Salvi. Una prospettiva anche quella di allargamento, ma non su esigenze di pallottoliere, come oggi, bensì unendo laicamente personalità di diversa estrazione politico-culturale su obiettivi concreti di riforma. Chi ha voluto vedere nell'impegno di Capezzone un disegno neo-centrista oggi - ironia della sorte - si trova a chiedere a Rotondi, Tabacci, Follini e Lombardo di puntellare la maggioranza al Senato.

La Finanziaria "tassa e spendi"; una politica estera tra realismo e cinismo; l'affossamento dei Pacs; i giochi di potere del premier, il nuovo «capace di tutto», con le banche "amiche", dalla telefonia al nuovo, inquietante, Fondo per le Infrastrutture; e - ricordiamolo - la più grave violazione della legalità degli ultimi anni, la vicenda non ancora risolta degli otto senatori, che colpisce il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi.

Nel dibattito interno ai radicali c'è il Pannella del «violentissimo scontro» durante il vertice dei segretari dell'Unione, mentre all'esterno una garbata, e senza conseguenze, preferenza per un Prodi-bis e addirittura un entusiasta Boselli a Porta a Porta. La Rosa nel Pugno non esiste che alla Camera, e ha Villetti come leader. Così, invece che Blair-Fortuna-Zapatero, i radicali sembrano aver fatto proprie le parole d'ordine dello Sdi: Prodi-Prodi-Prodi.

E' come se all'indomani delle elezioni si fossero rifiutati di accettare il fatto che la combinazione tra una maggioranza striminzita al Senato e la vittoria elettorale della sinistra massimalista poneva le basi per una fine molto anticipata del Governo Prodi. Talmente anticipata e poco gloriosa, che visto il ruolo marginale che l'oligarchia ulivista aveva riservato ai radicali c'era piuttosto da chiedersi se non fosse il caso di non partecipare al governo e di limitarsi a un leale appoggio esterno, o quanto meno, oggi, è forse il caso di non recitare la parte degli «ultimi giapponesi». Anche perché Prodi, oggi, rappresenta un fattore di congelamento dello status quo della politica italiana, impedendo nuovi possibili scenari, con tutti i loro rischi di ulteriore conservazione ma anche con le sole opportunità di rinnovamento.

E' condivisibile lo scrupolo di non voler apparire "inaffidabili" come i Mastella, i Di Pietro e i Diliberto, ma tra l'inaffidabilità e i trasformismi da una parte, e il rimanere ingabbiati tra Villetti e il tramonto del "prodismo" dall'altra, non poteva trovarsi una via di mezzo, un diverso equilibrio? Non era anche questa la sfida dei radicali nelle istituzioni?

L'unica certezza a questo punto è che Prodi – non importa se dura ancora 48 ore o sei mesi – è "bruciato", ma nessuno si vuole prendere la responsabilità del suo incenerimento. Ds e Margherita lo sanno perfettamente, ma hanno bisogno di circa un anno – meglio con Prodi, ma se non fosse possibile anche senza – prima delle elezioni anticipate, per far partire il progetto del Partito democratico e presentare un nuovo leader, per esempio Veltroni.

E forse in quel nuovo "centro-sinistra" vedremo l'Udc al posto di Rifondazione e Pdci, i cui leader sono molto spaventati dalla crisi. Non può sfuggire, infatti, come un D'Alema spazientito nella sua replica al Senato abbia sfidato i dissenzienti comunisti («è questa la politica internazionale dell’Italia, se non vi piace non votatela») e non si può del tutto escludere che lo abbia fatto per calcolo: se avesse vinto, si sarebbe preso i meriti dello statista, altrimenti avrebbe aperto la fase del dopo-Prodi, com'è poi accaduto. Inoltre, di poche ore fa sono le sue dure parole contro quella «sinistra che non serve al paese», l'apertura al sistema elettorale tedesco, modello caro a Casini, e il retroscena di Francesco Verderami, sul Corriere della Sera, che vede D'Alema e Rutelli uniti dal progetto di un nuovo centrosinistra che vada dai Ds all'Udc.

Sembra questo lo scenario a cui Ds e Margherita stanno lavorando, formalmente per la legge elettorale e le riforme istituzionali, in vista del prossimo, inevitabile, tonfo del Governo Prodi. Tutti, comunque, stanno già giocando la loro partita per il dopo-Prodi, tranne i radicali, gli unici che sembrano non aver ancora capito che quella partita è iniziata.

Monday, February 19, 2007

Ernesto Rossi, i Radicali e il Pci

Ernesto RossiSi è sviluppato su Notizie Radicali un interessante dibattito sull'eredità storica e politica di Ernesto Rossi, di cui giorni fa ricorreva il 40° anniversario della morte.

A polemizzare con Bandinelli e Vecellio è il prof. Pier Vincenzo Uleri, al quale non è piaciuta la letterina di Bandinelli a Il Foglio, nella quale veniva declassato a «volatile commemorazione» un incontro tenutosi a Firenze con gli autori di tre libri sulla figura di Rossi. Dunque, ha duramente replicato:
«Non mi convince l'idea di Bandinelli secondo la quale le iniziative dei Radicali sarebbero un quotidiano "approfondimento... fedele delle battaglie di quel grande maestro" per cui non sarebbe necessario e utile organizzare incontri per ricordare e ripensare la figura del maestro. Non ho titolo per giudicare se sia vero che le battaglie dei Radicali sono un "fedele... approfondimento", ma temo che sia solo un modo per mettere la bandiera del Partito Radicale sulla figura e la memoria di Ernesto Rossi».
A Vecellio, invece, fa notare che «non ha davvero alcuna rilevanza storica e politica sapere oggi cosa si dissero Rossi, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia sul Terminillo». Piuttosto, osserva Uleri, «sarebbe necessario discutere del come e perché Rossi non aderì al Partito Radicale di Pannella, Bandinelli, dei fratelli Aloisio e Giuliano Rendi, Spadaccia, Sergio Stanzani, Massimo Teodori etc. etc.; una o più ragioni (giuste o sbagliate) ci saranno pure state. E se nel 1963, a distanza di quattro anni dalla lettera di Pannella a "Paese Sera", Rossi ritorna sulla questione della prospettiva dei rapporti tra Radicali e Pci (esprimendo la preoccupazione "di non lavorare per il re di Prussia"), una ragione ci sarà pure stata».

Insomma, al di là degli screzi, la questione centrale sembra politica: i rapporti dei Radicali con il Pci. Premetto che non sono uno storico e non conosco approfonditamente il pensiero e le vicende politiche di Rossi, ma non mi sembra questione da poco, visto che Ernesto Rossi scriveva:

Terminillo (Rieti) 5 agosto 1963 - Caro Pannella,... condivido quasi tutte le vostre idee: ma io sono molto più preoccupato di quanto non dimostriate di esserlo voi, di non "lavorare per il re di Prussia". I dirigenti comunisti se ne fregano dei principi dell'89; se ne fregano della difesa dello stato laico, non hanno un attimo di esitazione a seminarci per la strada se viene una nuova parola d'ordine da Mosca: sono i "gesuiti moderni": il loro unico, vero, permanente obiettivo è la grandezza della Chiesa (della Urss). (...) "Si può anche mangiare la zuppa col diavolo - dicono gli inglesi - ma occorre adoperare un cucchiaio col manico molto lungo". Mi pare che voi non teniate sempre conto sufficiente di questa esigenza: fate troppo credito alla buona fede democratica dei dirigenti comunisti. In tutti i modi non è per questo motivo che non me la sento di accettare il Suo cortese invito di sfogarmi sul bollettino di Agenzia Radicale. ... Anche questa volta avete fatto il passo più lungo della gamba. Non vorrei dispiacere a Parri e a Piccardi, dando la mia collaborazione ad un bollettino che puo far nascere equivoci per il simbolo e per la parola "radicale" che continua ad usare. (...)
Ernesto Rossi

Parole superate, direte voi, dopo la caduta del Muro nell'89 e la fine dell'Urss. I dirigenti oggi ex comunisti non hanno più «parole d'ordine da Mosca», né come obiettivo la «grandezza della Chiesa Urss». Eppure... eppure qualche cosa non torna. E non torna perché non è un caso se il Presidente Napolitano, credendo di fare un'apertura saggia e ragionevole, non ha suggerito di «tener conto», nella stesura della legge sui Dico, delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie». E' la logica dell'art. 7 della Costituzione, del togliattiano "non si governa contro la Chiesa", ad essere inscritto nel Dna pcista.
«Non si riesce a governare se non siamo scelti dalla Chiesa e dalla Dc. Se facciamo polemiche troppo gravi li compattiamo, le loro differenze non esplodono».
Da questa logica è del tutto assente - anche se così, spesso, ci viene presentata - il proposito di non "spaccare" l'Italia tra laici e cattolici, di preservare la coesione della società italiana come se fosse un valore assoluto, come se lo richiedesse una sorta di responsabilità istituzionale nei confronti dell'unità repubblicana. Si tratta, invece, di un compromesso di potere tra "poteri".

Anche oggi gli ex comunisti si mettono facilmente d'accordo con la ex sinistra democristiana quando si tratta di mortificare il pensiero laico e liberale. In economia come sui diritti civili. E' questo, ancora e sempre di più, il problema italiano.

Nonostante siano mutate le condizioni storiche che suggerirono a Rossi quel pessimismo, gli eredi diretti di quel Pci «se ne fregano» ancora della difesa dello Stato laico, si dimostrano ancora i «gesuiti moderni», si barcamenano tra le domande di maggiore libertà personale che provengono da una società secolarizzata e in veloce evoluzione da una parte, e le «preoccupazioni», i diktat, che giungono dalle gerarchie ecclesiastiche dall'altra. Avendo a che fare con entrambe in modo strumentale. Continuano a considerare le libertà dei cittadini e la laicità dello Stato come «sovrastrutture» sacrificabili di fronte alla necessità, che risponde a una mera logica di potere, di riuscire nella riedizione della sola formula oligarchica che li può proiettare al governo del paese: quella del compromesso storico catto-comunista.

Come dimostrano limpidamente un editoriale di Ezio Mauro e altri interventi di qualche giorno fa, la loro unica preoccupazione è non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico». Se oggi la Chiesa "scomunica" i cattolici democratici e passa "a destra", loro che se ne fanno? Come recuperano l'aggancio ai "mondi" e ai "poteri cattolici"?

Probabilmente Ernesto Rossi non immaginava il disfacimento dell'Urss e a ragione non si fidava di condividere il fronte della difesa dello Stato laico con i comunisti, il cui pensiero strettamente dogmatico era per definizione in antitesi con la laicità. Ma chi l'avrebbe mai detto che in Italia neanche vent'anni dopo il 1989 saremmo riusciti ad avere una sinistra moderna, laica, liberale? Era la strada che Pannella può rivendicare di aver indicato a Togliatti e al Pci fin dalla lettera aperta a Paese Sera, e per tutti questi decenni fino al progetto della Rosa nel Pugno. Eppure, ancora oggi, sembra non esserci niente da fare.

All'ultimo Comitato di Radicali italiani, nel mio intervento mi sono permesso, in un passaggio colpevolmente superficiale, di evocare una lettura sugli anni '60 e '70: «Mentre conquistavamo il divorzio e l'aborto si stava di fatto socializzando l'economia e dilatando a dismisura il debito pubblico, ponendo le basi per il definitivo rafforzamento del regime partitocratico». Nazionalizzazioni, casse integrazione e "socializzazioni delle perdite", carrozzoni burocratici e Statuto dei lavoratori. Fatti realmente accaduti, nonostante i radicali, fedeli alla lezione di Ernesto Rossi, già allora non mancavano di denunciarli.

Dunque, fu da ingenui scommettere che dalle battaglie per i diritti civili potesse emergere un rapporto con i comunisti volto alla costruzione di una nuova sinistra, democratica, laica e liberale? Piuttosto che riuscire a riformare la "vecchia" sinistra, la straordinaria e per molti versi contraddittoria mobilitazione per i diritti civili fu egemonizzata dal Pci, che arrivò per ultimo e in modo strumentale su quel fronte, ma finì col metterci sopra il suo cappello, secondo il metodo, consolidato tra i partiti comunisti, dell'assimilare per neutralizzare.

Quella di Pannella e dei radicali è la storia della costante ricerca, da coerenti anticomunisti democratici, da una parte di parlare con il "popolo della sinistra", per smascherare un Pci che rappresentava quel popolo contraddicendone le istanze reali di modernità, e dall'altra di interloquire con gli stessi vertici comunisti sempre perseguendo l'obiettivo di una rigenerazione in senso democratico e liberale della sinistra.

Da parte del Pci - poi Pds e Ds - fin dagli anni '60 è proseguito invece il riflesso dell'annientamento dell'immagine e della conoscenza dei radicali, proprio per la sintonia potenziale che avrebbero potuto avere con il "popolo della sinistra", cui è stata sempre trasmessa nient'altro che demonizzazione nei confronti dei liberali, degli Einaudi, dei Rossi.

Fu davvero troppo corto, quindi, il manico di quel cucchiaio di cui parlava Ernesto Rossi nella lettera del '63? Si è lavorato "per il re di Prussia"?

L'ultimo tentativo, quello della Rosa nel Pugno, cui è stato "concesso" di aggregarsi all'Unione per inglobare quel 2% di voto radicale necessario a vincere le elezioni, è stato stroncato dai Ds, sia manovrando contro di essa i congegni elettoralistici, sia avvalendosi della pusillaminità dello Sdi. Delle cronache di questi giorni fanno parte il fragile e sbiadito compromesso dei Dico, le uscite "togliattiane" e filo-concordatarie di Napolitano e Fassino, i Nicola Rossi e i Debenedetti con il loro «sogno di una sinistra liberale già finito», il cinismo e il realismo della politica estera dalemiana.

Oggi che i radicali condividono responsabilità di governo con la vecchia sinistra di sempre, esposti al logoramento e all'ulteriore erosione del loro elettorato a causa di condizioni loro imposte soprattutto da Prodi e dai Ds, non c'è il concreto rischio, dopo decenni di tenace "ricerca", di fare la fine dei menscevichi? Volendo tirare delle conclusioni, viene da chiedersi, con il prof. Uleri: «Col senno del prima e del poi, avevano ragione Mario Pannunzio, Rossi e l'anonimo autore di un fondo de "Il Mondo" titolato "L'alleanza dei cretini", o Pannella, Spadaccia, Bandinelli etc. etc?»

P.S. All'intervento di Uleri, Bandinelli ha reagito con intellettuale distacco, Vecellio con una replica sprezzante. Spadaccia, invece, inviando una sua vecchia relazione. Poco abituati a ricevere solide obiezioni come quella di Uleri?

Tuesday, February 06, 2007

Da Ernesto Rossi ai «volenterosi»

Ricordo più che opportuno di Ernesto Rossi da parte di Guido Gentili, sul Sole 24 Ore di oggi: «Di sinistra sì, fu Rossi. Ma anticomunista. E così liberale (e liberista temperato, tanto da definire don Sturzo un "liberista manchesteriano" dell'Ottocen­to) da non essere inquadrabile in una casella politi­ca. Con il metro di oggi potremmo definirlo un riformatore-liberale-volenteroso o un riformista blairiano ante litteram, a maggior ragione se si considera che voleva un'Europa unita modellata sull'esempio degli Stati Uniti».

Fu Ernesto Rossi a scatenare la polemica contro le responsabilità miste nell'Iri e nel capitalismo privato. Lo stato corporativo, non il "capitalismo selvaggio", fu al centro della sua analisi critica.

«E di che cosa discutiamo nel febbraio 2007?», si chiede Gentili:
«Degli incroci pericolosi tra economia e politica; di Fondo per le infrastrutture misto pubblico-privato; di controllo delle reti; di rinascita del modello Iri; di politica antitrust; di pubblica amministrazione inefficiente; di scarsa cultura del mercato; di rendite e grandi manovre finanziarie».
Fu «implacabile, Rossi, nel denunciare le commistioni tra politica ed economia, il conservatorismo dei sindacati, i socialisti... sempre a metà strada tra riformismo e massimalismo». Nel 1953 scriveva sul Mondo: «La mobilità e la libertà del lavoro sono condizioni necessarie perché tutta la manodopera possa essere impiegata a salari che eguaglino la sua produttività marginale»; «Il dinamismo economico ha un costo, ma rifiutarsi di pagare questo prezzo significa rinunciare al progresso».

Ha ragione Gentili: «Questioni attualissime», che la sinistra saprebbe affrontare meglio se l'egemonia culturale catto-comunista non avesse cancellato la memoria di personaggi come Ernesto Rossi.

Friday, February 02, 2007

Grazie a quella volpe di Intini

La tesi del complotto «è suggestiva e insieme autoconsolatoria», osserva Massimo Franco, sul Corriere di oggi, ma il centrosinistra non ha che da prendersela con se stesso per quanto accaduto ieri al Senato. Si è trattato di «un maldestro pasticcio parlamentare» e dell'ennesima figuraccia politica dovuta all'«esigenza di non rompere con l'estrema sinistra», che non fa che confermare come oggi in Europa sia impossibile per una sinistra che voglia essere davvero democratica e liberale governare con i comunisti. Si possono sommare i voti alle elezioni, e anche vincerle, ma l'esito è inevitabilmente un malgoverno o un non-governo che aliena il consenso per gli anni a venire.

Segnalo la fantozziana intervista, a Radio Radicale, di Intini, tra i maggiori responsabili (purtroppo della Rosa nel Pugno) della figuraccia fatta ieri al Senato.

Bordon ha le idee chiare su quanto è accaduto: «Un errore di gestione da parte di chi ha dato indicazione di voto da parte del Governo». Cioè di quella volpe di Intini. Insomma, da un sottosegretario agli Esteri ci si aspetta maggiore accortezza. Anche se quella posizione gli fosse stata suggerita, avrebbe dovuto usare tutti gli strumenti cognitivi a sua disposizione e accorgersi della sua assurdità.

«Nel momento in cui la maggioranza vota contro un ordine del giorno che esprime parere favorevole all'operato del Governo si apre un problema politico», spiega correttamente Bordon. «Se ancora qualcosa contano gli atti parlamentari dal punto di vista formale, il Senato ha approvato l'operato del Governo. Tutto il resto è bizantinismo puro, che ci allontana dall'opinione pubblica, non è raccontabile...»