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Monday, October 10, 2011
Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?
Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.
C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».
La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».
Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.
Friday, July 11, 2008
La partita più importante si gioca in Italia, non fuori
Con il Dpef si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shockA giudicare dalla dichiarazione finale del G8 di Toyako, in Giappone, in cui si legge dell'«importanza di implementare rapidamente tutte le raccomandazioni del Financial Stability Forum», presieduto dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, per contrastare la crisi finanziaria internazionale, si direbbe che all'estero nella sua disputa con Draghi il ministro Tremonti stia avendo la peggio.
Non mi pare che nei consessi europei o internazionali la crociata che Tremonti porta avanti con toni davvero troppo apocalittici nei confronti della speculazione e della globalizzazione stia riscuotendo molto successo. Il che è un bene e dovrebbe forse rassicurarci, indurci a non enfatizzare troppo le parole del ministro nel dibattito interno e a goderci un Dpef e una manovra finanziaria che effettivamente, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, sono impostati per la prima volta sui tagli alla spesa.
Vi consiglio però di sentire l'audizione di Tremonti sul Dpef dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, lo scorso 2 luglio. Non è rassicurante il fatto che il ministro, di fronte a ciò che succede (o meglio, alla sua interpretazione di ciò che sta accadendo) nell'economia mondiale, ritenga che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo per l'Italia. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma di fronte alla crisi la soluzione dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.
Figurarsi se vogliamo negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per cause interne, è la più fragile e la più esposta tra i Paesi sviluppati. Il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Proprio per l'arretratezza in cui ci troviamo, l'Italia ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi internazionale. Nella situazione in cui versa l'Italia, faremmo bene a guardare al nostro interno, non ai massimi sistemi. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello. Il rischio invece è che si limiti all'ordinaria amministrazione, a fare il minimo indispensabile, mentre ciò che serve è uno shock.
Lo ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Martino in un editoriale sul sito dell'Istituto Bruno Leoni: oltre all'aumento del prezzo del petrolio e all'inflazione, «sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive». Scrollandoci di dosso questi «45 anni di cattocomunismo» possiamo migliorare di molto la nostra condizione a prescindere dalle crisi internazionali. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me sembra che la partita più importante si giochi dentro.
«Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l'urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo renda meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive». E qui, dopo l'analisi, la critica di Martino:
«Tutti ci aspettavamo che il successo elettorale del PdL avrebbe indotto il nuovo governo, largamente dotato dei numeri per farlo, a mantenere quanto a gran voce promesso in campagna elettorale, dando vita ad una profonda riforma fiscale e riducendo il peso delle tasse gravante sulle famiglie e sulle imprese, invertendo il corso inaugurato dal governo dei sinistri. Invece, a nemmeno due mesi dal suo insediamento, il governo aumenta le tasse giustificando la decisione con le spiritosaggini del ministro dell'Economia che si appella all'autorità di Robin Hood, rinazionalizza quella autentica vergogna nazionale che è l'Alitalia e la sua montagna di debiti (la "compagnia di bandiera" perde oltre un milione di euro al giorno), taglia le già scarse risorse delle forze armate e delle forze di polizia e manda 2500-3000 militari a presidiare discariche e svolgere compiti di ordine pubblico come se non fossero sufficienti a quello scopo i 400.000 addetti delle forze dell'ordine. Non è questa la svolta promessa, non è questa la rivoluzione liberale di cui abbiamo bisogno. L'Italia non ha bisogno di un governo che gestisca l'esistente – è l'esistente la causa del nostro declino – l'Italia vuole ed ha chiesto in modo inequivocabile un cambiamento, una inversione di rotta. Se questo governo non si affretta a darcela rischia di incappare nel profondo disprezzo degli Italiani di oggi e di quelli che verranno».Non saranno i toni comprensibilmente astiosi dell'ex ministro Martino - uno dei tanti liberali doc a non aver trovato nella compagine governativa un incarico all'altezza del suo valore e della sua figura - a impedirci di dargli ragione. Nel Dpef varato dal governo e all'esame del Parlamento c'è un'importante svolta sulla spesa pubblica, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto al precedente governo Berlusconi. Di questo sarebbe ingiusto non darne atto.
Ma manca lo shock. Potrebbero rivelarsi ancora insufficienti le riforme di Brunetta, Sacconi e Gelmini - sempre che riescano a realizzarle - in tre settori chiave. Sarebbe stato opportuno, per esempio, già prevedere almeno entro il prossimo trienno un piano di riduzione delle aliquote fiscali. Il rischio è di ritrovarci con «un governo che gestisce l'esistente», quando è proprio «l'esistente la causa del nostro declino».
Lo stesso difetto nell'approccio di Tremonti lo registrava Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole24 Ore: «La risposta del Governo sembra essere: sul fronte interno c'è poco da fare, perché i vincoli di bilancio non consentono margini di manovra; sul fronte esterno, mobilitiamo i Governi europei contro la "speculazione". È una risposta inadeguata su entrambi i fronti».
C'è, spiega Tabellini, un «fronte esterno su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo», ma non riguarda la "speculazione". Sul «fronte interno, la politica monetaria può fare ben poco... Gli effetti dello shock invece dovrebbero essere contrastati con la politica fiscale. Lo strumento corretto è una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro: dal lato dell'offerta, scenderebbero i costi di produzione; dal lato della domanda, si darebbe sollievo al reddito disponibile delle famiglie». Si potrebbe così «difendere il potere d'acquisto delle famiglie senza scatenare una vana rincorsa tra prezzi e salari».
E' comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».
Secondo gli obiettivi del Dpef, nel 2010 sia la pressione fiscale che la spesa corrente al netto degli interessi in percentuale del Pil continueranno a essere praticamente sugli stessi livelli del 2007. «È un programma troppo rinunciatario, date le difficoltà del Paese», conclude Tabellini. Si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock.
Thursday, February 28, 2008
PdL, allarme programma "fanfaniano"
Di segnali preoccupanti ne abbiamo registrati parecchi: dall'evocazione dei dazi sulle importazioni extracomunitarie al piano fanfaniano di edilizia popolare. E certo il trittico Tremonti-Alemanno-Maroni all'Officina per il programma del PdL non è di quelli rassicuranti. Forse sono i tre nomi più riconducibili di tutto il centrodestra a politiche protezioniste e socialdemocratiche. Domani il programma dovrebbe essere noto e giudicheremo.
Intanto, oggi, un altro brutto segnale. Se persino il direttore del Giornale, Mario Giordano, è intervenuto con un suo editoriale, in modo così netto chiedendo un programma liberista, evidentemente i segnali che giungono dall'Officina non devono essere incoraggianti: «Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione... che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani».
Fanfani fu l'uomo del cedimento, della sconfitta culturale della prima Dc degasperiana, liberale, al catto-comunismo che in economia (e non solo) si poneva in continuità con il fascismo riproponendo come modello prevalente quello assistenziale e corporativo.
Cosa aspettarsi, dunque, da un programma con un simile riferimento? Partecipazioni statali, Cassa del Mezzogiorno, edilizia popolare? Ci spaventano, scrive Giordano, «così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato. Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo...».
Intanto, oggi, un altro brutto segnale. Se persino il direttore del Giornale, Mario Giordano, è intervenuto con un suo editoriale, in modo così netto chiedendo un programma liberista, evidentemente i segnali che giungono dall'Officina non devono essere incoraggianti: «Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione... che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani».
Fanfani fu l'uomo del cedimento, della sconfitta culturale della prima Dc degasperiana, liberale, al catto-comunismo che in economia (e non solo) si poneva in continuità con il fascismo riproponendo come modello prevalente quello assistenziale e corporativo.
Cosa aspettarsi, dunque, da un programma con un simile riferimento? Partecipazioni statali, Cassa del Mezzogiorno, edilizia popolare? Ci spaventano, scrive Giordano, «così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato. Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo...».
Friday, December 28, 2007
I limiti del "partito del rigore"
Mentre il presidente del Consiglio con un tono di voce da oltretomba fallisce negli ultimi illusionismi di fine anno, Panebianco e Ricolfi tornano a denunciare il declino italiano indicandone lucidamente le cause. Angelo Panebianco, sul Magazine del Corriere, se la prende con la cultura catto-comunista che ancora prevale nella politica e nella società italiana.
Si continua a proclamare la necessità di «riforme», ma in pochi spiegano quali, per fare cosa. «Politici e commentatori parlano poco di sviluppo perché temono di urtare la sensibilità di quelli che pensano che lo sviluppo sia una cosa, al tempo stesso, sporca (inquinante) e peccaminosa, immorale. E' più facile sentire omelie contro il denaro e il consumismo (e quindi, implicitamente, contro la crescita economica) che convinti discorsi a favore dello sviluppo». Semmai, abbondano discorsi a favore della «ridistribuzione senza crescita», che sembrano «ispirati a ideali di comunismo primitivo». Ma se in breve tempo non saremo in grado di sviluppare un tasso di crescita superiore al 3/4% annuo andremo incontro a un «impoverimento collettivo», e i greci, oltre che gli spagnoli, ci sorpasseranno.
E' «difficile immaginare un esecutivo ancora più dannoso e scomposto di quello che ci ha governati in questa legislatura», ma per Luca Ricolfi è anche «improbabile che un nuovo governo affronti i problemi che più stanno a cuore alla gente comune». E non solo perché «i nostri politici si sono autoconvinti che se non riescono a decidere non è colpa loro, ma delle istituzioni».
Anche perché quel "partito del rigore" che potrebbe subentrare, scalzando Rifondazione e i sindacati per tentare di realizzare «quel che Prodi e Padoa-Schioppa hanno sempre promesso nei loro Dpef, senza però mai mantenere l'impegno a causa dell'opposizione della sinistra estrema», punterebbe a «risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente». Sarebbe ragionevole, si chiede Ricolfi, una simile politica, a prescindere dalle sue possibilità di successo?
No, perché non terrebbe conto di due questioni fondamentali: il drammatico calo del potere di acquisto e lo stato sociale «sprecone» e «incompleto». Non basta, insomma, «liberarci dal partito della spesa», se poi finiamo nelle mani di quello «dei banchieri». Ricolfi indica «tre impegni fondamentali»: una «vera riduzione delle imposte»; finanziare lo stato sociale eliminando gli sprechi: se «il ministro X vuole spendere 100 per un nuovo servizio, il governo gli concede 30 ma solo dopo che il ministro ha già raccolto 70 eliminando sprechi in un servizio preesistente (secondo valutazioni prudenti, gli sprechi eliminabili senza ridurre i servizi erogati superano ampiamente i 50 miliardi di euro all'anno)»; un «piano oculato di dismissioni e privatizzazioni».
Si continua a proclamare la necessità di «riforme», ma in pochi spiegano quali, per fare cosa. «Politici e commentatori parlano poco di sviluppo perché temono di urtare la sensibilità di quelli che pensano che lo sviluppo sia una cosa, al tempo stesso, sporca (inquinante) e peccaminosa, immorale. E' più facile sentire omelie contro il denaro e il consumismo (e quindi, implicitamente, contro la crescita economica) che convinti discorsi a favore dello sviluppo». Semmai, abbondano discorsi a favore della «ridistribuzione senza crescita», che sembrano «ispirati a ideali di comunismo primitivo». Ma se in breve tempo non saremo in grado di sviluppare un tasso di crescita superiore al 3/4% annuo andremo incontro a un «impoverimento collettivo», e i greci, oltre che gli spagnoli, ci sorpasseranno.
E' «difficile immaginare un esecutivo ancora più dannoso e scomposto di quello che ci ha governati in questa legislatura», ma per Luca Ricolfi è anche «improbabile che un nuovo governo affronti i problemi che più stanno a cuore alla gente comune». E non solo perché «i nostri politici si sono autoconvinti che se non riescono a decidere non è colpa loro, ma delle istituzioni».
Anche perché quel "partito del rigore" che potrebbe subentrare, scalzando Rifondazione e i sindacati per tentare di realizzare «quel che Prodi e Padoa-Schioppa hanno sempre promesso nei loro Dpef, senza però mai mantenere l'impegno a causa dell'opposizione della sinistra estrema», punterebbe a «risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente». Sarebbe ragionevole, si chiede Ricolfi, una simile politica, a prescindere dalle sue possibilità di successo?
No, perché non terrebbe conto di due questioni fondamentali: il drammatico calo del potere di acquisto e lo stato sociale «sprecone» e «incompleto». Non basta, insomma, «liberarci dal partito della spesa», se poi finiamo nelle mani di quello «dei banchieri». Ricolfi indica «tre impegni fondamentali»: una «vera riduzione delle imposte»; finanziare lo stato sociale eliminando gli sprechi: se «il ministro X vuole spendere 100 per un nuovo servizio, il governo gli concede 30 ma solo dopo che il ministro ha già raccolto 70 eliminando sprechi in un servizio preesistente (secondo valutazioni prudenti, gli sprechi eliminabili senza ridurre i servizi erogati superano ampiamente i 50 miliardi di euro all'anno)»; un «piano oculato di dismissioni e privatizzazioni».
Tuesday, May 22, 2007
Per Furio Colombo la Chiesa buona è "de sinistra"
Altro che il più bell'articolo della domenica. L'editoriale di Furio Colombo che tanto ha entusiasmato Pannella da convincerlo a lanciare una specie di sondaggio, a cui ha già risposto Malvino, è la dimostrazione più lampante di cosa nella cultura post-comunista impedisce di accettare la Chiesa per quella che è.
L'ex direttore dell'Unità non è infastidito dal fatto che la Chiesa stia tentando di imporre alla società italiana la sua etica, ma che ultimamente quell'etica non corrisponde alla sua. Più esattamente, non corrisponde a quell'etica che a suo parere dovrebbe essere propria della Chiesa. Insomma, Colombo è il tipico intellettuale che ha in mente una Chiesa a sua immagine e somiglianza, a suo uso e consumo, e che s'innervosisce se s'accorge che così non è.
In questo modo tutte le colpe ricadono su Ratzinger, allo stesso modo in cui tutte le colpe ricadono su Bush. Come se il Papa, e l'attuale presidente degli Stati Uniti, non fossero figure perfettamente coerenti con lo spirito delle istituzioni di cui sono espressione, nel bene e nel male.
No. Colombo è uno di quelli che ha una sua idea di cos'è, e di cosa debba essere la Chiesa, di cosa sono gli Stati Uniti, e di cosa debbano essere. Una sua idea di Chiesa "buona" e di Usa "buoni", che naturalmente esiste solo nel suo immaginario.
E così vive nell'attesa che la Chiesa si redima ai suoi occhi, che torni a una non meglio precisata età dell'oro in cui era capace di esprimere valori positivi, "de sinistra".
Così riscrive la storia della Chiesa a suo piacimento. Papa Giovanni XXIII «ha illuminato il mondo», Papa Giovanni Paolo II «lo ha guidato contro leader opportunisti e mediocri e non ha mai smesso di gridare pace», come se questi Papi non l'avessero pensata esattamente come Ratzinger sul matrimonio, sulla famiglia, sull'omosessualità. Come prova definitiva della grande apertura mentale dei Papi del passato c'è quel Paolo VI che «aveva visto i miei documentari sul Vietnam». Eh sì, allora cambia tutto. Può essere persona ottusa e ignorante chi ha visto e apprezzato i documentari di Colombo sul Vietnam??
Si dice certo che questa antipatica parentesi di attacchi ai "Dico" e ai gay si chiuderà e «la Chiesa tornerà alla carità, al sostegno dei poveri e dei deboli...». Anzi, addirittura si dice certo che «farà (lo ha già fatto altre volte in passato) inimmaginabili passi avanti».
«La grandezza della Chiesa sta in questo: fra qualche anno la piazzata sulla famiglia sarà come non fosse mai avvenuta. La Chiesa sarà passata avanti, impegnata di nuovo in grandi ideali come la povertà, la pace e il rispetto per le persone, partecipando alla ricerca comune di nuove strade per un mondo che sta morendo».
Ecco cosa impedisce a un post-comunista di abbracciare una visione liberale e laica della società. Gli basta un accenno del Papa, in piazza San Pietro, alla pace e ai poveri per accontentarsi e scordarsi della «piazzata sulla famiglia», con tanti saluti ai laici che avevano sperato di farci un tratto di strada insieme. Insomma, quando parla di matrimonio, è contro il divorzio, l'aborto, e l'eutanasia, allora la Chiesa fa passi indietro, quando invece fa del pauperismo, del pacifismo, e dell'anti-capitalismo, compie «inimmaginabili passi avanti».
Da qui quel fastidioso atteggiamento doppio della sinistra comunista e post-comunista nei confronti della Chiesa: ascoltata ed esaltata come insostituibile fonte di valori morali quando parla di pace e poveri, addirittura protagonista insieme allo Stato di «una comune missione educativa» nella società (parole del Presidente Napolitano), viene fatta oggetto di un isterismo intollerante, sembra quasi che si vorrebbero i vescovi imbavagliati, quando esprime la sua idea di famiglia e s'intende con la destra.
Mai rompere, però. Al massimo, appunto, mettersi comodi in sala d'attesa con Furio Colombo, ad aspettare che tornino i bei tempi, quando si andava tanto d'amore e d'accordo a parlare di pace e solidarietà, delle ingiustizie del capitalismo. E magari, per accelerare un po', per ristabilire quell'unità d'intenti catto-comunista che fa da fondale al Partito democratico, chissà che non valga la pena sacrificare i "Dico" e tutte le altre diavolerie...
Tutto sembrerà tornato com'era prima l'idillio tra le due chiese a spese del liberalismo.
L'ex direttore dell'Unità non è infastidito dal fatto che la Chiesa stia tentando di imporre alla società italiana la sua etica, ma che ultimamente quell'etica non corrisponde alla sua. Più esattamente, non corrisponde a quell'etica che a suo parere dovrebbe essere propria della Chiesa. Insomma, Colombo è il tipico intellettuale che ha in mente una Chiesa a sua immagine e somiglianza, a suo uso e consumo, e che s'innervosisce se s'accorge che così non è.
In questo modo tutte le colpe ricadono su Ratzinger, allo stesso modo in cui tutte le colpe ricadono su Bush. Come se il Papa, e l'attuale presidente degli Stati Uniti, non fossero figure perfettamente coerenti con lo spirito delle istituzioni di cui sono espressione, nel bene e nel male.
No. Colombo è uno di quelli che ha una sua idea di cos'è, e di cosa debba essere la Chiesa, di cosa sono gli Stati Uniti, e di cosa debbano essere. Una sua idea di Chiesa "buona" e di Usa "buoni", che naturalmente esiste solo nel suo immaginario.
E così vive nell'attesa che la Chiesa si redima ai suoi occhi, che torni a una non meglio precisata età dell'oro in cui era capace di esprimere valori positivi, "de sinistra".
Così riscrive la storia della Chiesa a suo piacimento. Papa Giovanni XXIII «ha illuminato il mondo», Papa Giovanni Paolo II «lo ha guidato contro leader opportunisti e mediocri e non ha mai smesso di gridare pace», come se questi Papi non l'avessero pensata esattamente come Ratzinger sul matrimonio, sulla famiglia, sull'omosessualità. Come prova definitiva della grande apertura mentale dei Papi del passato c'è quel Paolo VI che «aveva visto i miei documentari sul Vietnam». Eh sì, allora cambia tutto. Può essere persona ottusa e ignorante chi ha visto e apprezzato i documentari di Colombo sul Vietnam??
Si dice certo che questa antipatica parentesi di attacchi ai "Dico" e ai gay si chiuderà e «la Chiesa tornerà alla carità, al sostegno dei poveri e dei deboli...». Anzi, addirittura si dice certo che «farà (lo ha già fatto altre volte in passato) inimmaginabili passi avanti».
«La grandezza della Chiesa sta in questo: fra qualche anno la piazzata sulla famiglia sarà come non fosse mai avvenuta. La Chiesa sarà passata avanti, impegnata di nuovo in grandi ideali come la povertà, la pace e il rispetto per le persone, partecipando alla ricerca comune di nuove strade per un mondo che sta morendo».
Ecco cosa impedisce a un post-comunista di abbracciare una visione liberale e laica della società. Gli basta un accenno del Papa, in piazza San Pietro, alla pace e ai poveri per accontentarsi e scordarsi della «piazzata sulla famiglia», con tanti saluti ai laici che avevano sperato di farci un tratto di strada insieme. Insomma, quando parla di matrimonio, è contro il divorzio, l'aborto, e l'eutanasia, allora la Chiesa fa passi indietro, quando invece fa del pauperismo, del pacifismo, e dell'anti-capitalismo, compie «inimmaginabili passi avanti».
Da qui quel fastidioso atteggiamento doppio della sinistra comunista e post-comunista nei confronti della Chiesa: ascoltata ed esaltata come insostituibile fonte di valori morali quando parla di pace e poveri, addirittura protagonista insieme allo Stato di «una comune missione educativa» nella società (parole del Presidente Napolitano), viene fatta oggetto di un isterismo intollerante, sembra quasi che si vorrebbero i vescovi imbavagliati, quando esprime la sua idea di famiglia e s'intende con la destra.
Mai rompere, però. Al massimo, appunto, mettersi comodi in sala d'attesa con Furio Colombo, ad aspettare che tornino i bei tempi, quando si andava tanto d'amore e d'accordo a parlare di pace e solidarietà, delle ingiustizie del capitalismo. E magari, per accelerare un po', per ristabilire quell'unità d'intenti catto-comunista che fa da fondale al Partito democratico, chissà che non valga la pena sacrificare i "Dico" e tutte le altre diavolerie...
Tutto sembrerà tornato com'era prima l'idillio tra le due chiese a spese del liberalismo.
Monday, February 19, 2007
Ernesto Rossi, i Radicali e il Pci
Si è sviluppato su Notizie Radicali un interessante dibattito sull'eredità storica e politica di Ernesto Rossi, di cui giorni fa ricorreva il 40° anniversario della morte.A polemizzare con Bandinelli e Vecellio è il prof. Pier Vincenzo Uleri, al quale non è piaciuta la letterina di Bandinelli a Il Foglio, nella quale veniva declassato a «volatile commemorazione» un incontro tenutosi a Firenze con gli autori di tre libri sulla figura di Rossi. Dunque, ha duramente replicato:
«Non mi convince l'idea di Bandinelli secondo la quale le iniziative dei Radicali sarebbero un quotidiano "approfondimento... fedele delle battaglie di quel grande maestro" per cui non sarebbe necessario e utile organizzare incontri per ricordare e ripensare la figura del maestro. Non ho titolo per giudicare se sia vero che le battaglie dei Radicali sono un "fedele... approfondimento", ma temo che sia solo un modo per mettere la bandiera del Partito Radicale sulla figura e la memoria di Ernesto Rossi».A Vecellio, invece, fa notare che «non ha davvero alcuna rilevanza storica e politica sapere oggi cosa si dissero Rossi, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia sul Terminillo». Piuttosto, osserva Uleri, «sarebbe necessario discutere del come e perché Rossi non aderì al Partito Radicale di Pannella, Bandinelli, dei fratelli Aloisio e Giuliano Rendi, Spadaccia, Sergio Stanzani, Massimo Teodori etc. etc.; una o più ragioni (giuste o sbagliate) ci saranno pure state. E se nel 1963, a distanza di quattro anni dalla lettera di Pannella a "Paese Sera", Rossi ritorna sulla questione della prospettiva dei rapporti tra Radicali e Pci (esprimendo la preoccupazione "di non lavorare per il re di Prussia"), una ragione ci sarà pure stata».
Insomma, al di là degli screzi, la questione centrale sembra politica: i rapporti dei Radicali con il Pci. Premetto che non sono uno storico e non conosco approfonditamente il pensiero e le vicende politiche di Rossi, ma non mi sembra questione da poco, visto che Ernesto Rossi scriveva:
Terminillo (Rieti) 5 agosto 1963 - Caro Pannella,... condivido quasi tutte le vostre idee: ma io sono molto più preoccupato di quanto non dimostriate di esserlo voi, di non "lavorare per il re di Prussia". I dirigenti comunisti se ne fregano dei principi dell'89; se ne fregano della difesa dello stato laico, non hanno un attimo di esitazione a seminarci per la strada se viene una nuova parola d'ordine da Mosca: sono i "gesuiti moderni": il loro unico, vero, permanente obiettivo è la grandezza della Chiesa (della Urss). (...) "Si può anche mangiare la zuppa col diavolo - dicono gli inglesi - ma occorre adoperare un cucchiaio col manico molto lungo". Mi pare che voi non teniate sempre conto sufficiente di questa esigenza: fate troppo credito alla buona fede democratica dei dirigenti comunisti. In tutti i modi non è per questo motivo che non me la sento di accettare il Suo cortese invito di sfogarmi sul bollettino di Agenzia Radicale. ... Anche questa volta avete fatto il passo più lungo della gamba. Non vorrei dispiacere a Parri e a Piccardi, dando la mia collaborazione ad un bollettino che puo far nascere equivoci per il simbolo e per la parola "radicale" che continua ad usare. (...)
Ernesto Rossi
Parole superate, direte voi, dopo la caduta del Muro nell'89 e la fine dell'Urss. I dirigenti oggi ex comunisti non hanno più «parole d'ordine da Mosca», né come obiettivo la «grandezza della Chiesa Urss». Eppure... eppure qualche cosa non torna. E non torna perché non è un caso se il Presidente Napolitano, credendo di fare un'apertura saggia e ragionevole, non ha suggerito di «tener conto», nella stesura della legge sui Dico, delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie». E' la logica dell'art. 7 della Costituzione, del togliattiano "non si governa contro la Chiesa", ad essere inscritto nel Dna pcista.
«Non si riesce a governare se non siamo scelti dalla Chiesa e dalla Dc. Se facciamo polemiche troppo gravi li compattiamo, le loro differenze non esplodono».Da questa logica è del tutto assente - anche se così, spesso, ci viene presentata - il proposito di non "spaccare" l'Italia tra laici e cattolici, di preservare la coesione della società italiana come se fosse un valore assoluto, come se lo richiedesse una sorta di responsabilità istituzionale nei confronti dell'unità repubblicana. Si tratta, invece, di un compromesso di potere tra "poteri".
Anche oggi gli ex comunisti si mettono facilmente d'accordo con la ex sinistra democristiana quando si tratta di mortificare il pensiero laico e liberale. In economia come sui diritti civili. E' questo, ancora e sempre di più, il problema italiano.
Nonostante siano mutate le condizioni storiche che suggerirono a Rossi quel pessimismo, gli eredi diretti di quel Pci «se ne fregano» ancora della difesa dello Stato laico, si dimostrano ancora i «gesuiti moderni», si barcamenano tra le domande di maggiore libertà personale che provengono da una società secolarizzata e in veloce evoluzione da una parte, e le «preoccupazioni», i diktat, che giungono dalle gerarchie ecclesiastiche dall'altra. Avendo a che fare con entrambe in modo strumentale. Continuano a considerare le libertà dei cittadini e la laicità dello Stato come «sovrastrutture» sacrificabili di fronte alla necessità, che risponde a una mera logica di potere, di riuscire nella riedizione della sola formula oligarchica che li può proiettare al governo del paese: quella del compromesso storico catto-comunista.
Come dimostrano limpidamente un editoriale di Ezio Mauro e altri interventi di qualche giorno fa, la loro unica preoccupazione è non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico». Se oggi la Chiesa "scomunica" i cattolici democratici e passa "a destra", loro che se ne fanno? Come recuperano l'aggancio ai "mondi" e ai "poteri cattolici"?
Probabilmente Ernesto Rossi non immaginava il disfacimento dell'Urss e a ragione non si fidava di condividere il fronte della difesa dello Stato laico con i comunisti, il cui pensiero strettamente dogmatico era per definizione in antitesi con la laicità. Ma chi l'avrebbe mai detto che in Italia neanche vent'anni dopo il 1989 saremmo riusciti ad avere una sinistra moderna, laica, liberale? Era la strada che Pannella può rivendicare di aver indicato a Togliatti e al Pci fin dalla lettera aperta a Paese Sera, e per tutti questi decenni fino al progetto della Rosa nel Pugno. Eppure, ancora oggi, sembra non esserci niente da fare.
All'ultimo Comitato di Radicali italiani, nel mio intervento mi sono permesso, in un passaggio colpevolmente superficiale, di evocare una lettura sugli anni '60 e '70: «Mentre conquistavamo il divorzio e l'aborto si stava di fatto socializzando l'economia e dilatando a dismisura il debito pubblico, ponendo le basi per il definitivo rafforzamento del regime partitocratico». Nazionalizzazioni, casse integrazione e "socializzazioni delle perdite", carrozzoni burocratici e Statuto dei lavoratori. Fatti realmente accaduti, nonostante i radicali, fedeli alla lezione di Ernesto Rossi, già allora non mancavano di denunciarli.
Dunque, fu da ingenui scommettere che dalle battaglie per i diritti civili potesse emergere un rapporto con i comunisti volto alla costruzione di una nuova sinistra, democratica, laica e liberale? Piuttosto che riuscire a riformare la "vecchia" sinistra, la straordinaria e per molti versi contraddittoria mobilitazione per i diritti civili fu egemonizzata dal Pci, che arrivò per ultimo e in modo strumentale su quel fronte, ma finì col metterci sopra il suo cappello, secondo il metodo, consolidato tra i partiti comunisti, dell'assimilare per neutralizzare.
Quella di Pannella e dei radicali è la storia della costante ricerca, da coerenti anticomunisti democratici, da una parte di parlare con il "popolo della sinistra", per smascherare un Pci che rappresentava quel popolo contraddicendone le istanze reali di modernità, e dall'altra di interloquire con gli stessi vertici comunisti sempre perseguendo l'obiettivo di una rigenerazione in senso democratico e liberale della sinistra.
Da parte del Pci - poi Pds e Ds - fin dagli anni '60 è proseguito invece il riflesso dell'annientamento dell'immagine e della conoscenza dei radicali, proprio per la sintonia potenziale che avrebbero potuto avere con il "popolo della sinistra", cui è stata sempre trasmessa nient'altro che demonizzazione nei confronti dei liberali, degli Einaudi, dei Rossi.
Fu davvero troppo corto, quindi, il manico di quel cucchiaio di cui parlava Ernesto Rossi nella lettera del '63? Si è lavorato "per il re di Prussia"?
L'ultimo tentativo, quello della Rosa nel Pugno, cui è stato "concesso" di aggregarsi all'Unione per inglobare quel 2% di voto radicale necessario a vincere le elezioni, è stato stroncato dai Ds, sia manovrando contro di essa i congegni elettoralistici, sia avvalendosi della pusillaminità dello Sdi. Delle cronache di questi giorni fanno parte il fragile e sbiadito compromesso dei Dico, le uscite "togliattiane" e filo-concordatarie di Napolitano e Fassino, i Nicola Rossi e i Debenedetti con il loro «sogno di una sinistra liberale già finito», il cinismo e il realismo della politica estera dalemiana.
Oggi che i radicali condividono responsabilità di governo con la vecchia sinistra di sempre, esposti al logoramento e all'ulteriore erosione del loro elettorato a causa di condizioni loro imposte soprattutto da Prodi e dai Ds, non c'è il concreto rischio, dopo decenni di tenace "ricerca", di fare la fine dei menscevichi? Volendo tirare delle conclusioni, viene da chiedersi, con il prof. Uleri: «Col senno del prima e del poi, avevano ragione Mario Pannunzio, Rossi e l'anonimo autore di un fondo de "Il Mondo" titolato "L'alleanza dei cretini", o Pannella, Spadaccia, Bandinelli etc. etc?»
P.S. All'intervento di Uleri, Bandinelli ha reagito con intellettuale distacco, Vecellio con una replica sprezzante. Spadaccia, invece, inviando una sua vecchia relazione. Poco abituati a ricevere solide obiezioni come quella di Uleri?
Sunday, February 11, 2007
La questione vaticana e la questione catto-comunista
Caro Luigi, Zagrebelsky ha ragione. Forse mai, negli ultimi anni, come sul riconoscimento delle unioni di fatto abbiamo assistito a patenti violazioni del Concordato del 1984 («La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti...») e dell'art. 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani»).Uno strappo clamoroso - è davvero innegabile - l'ultimatum allo Stato italiano che la Cei ha affidato ad un editoriale del suo organo ufficiale (Avvenire, 6 febbraio). Non solo gli innumerevoli inviti espliciti rivolti dalle gerarchie ecclesiastiche ai parlamentari cattolici affinché in aula operino e votino in linea con le direttive della Santa Sede, ma anche la minaccia, dai toni mafiosi, che l'approvazione di una legge possa rappresentare uno «spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».
Il Vaticano giura allo Stato italiano «inevitabili conseguenze» sulla sua vita politica, «perturbatici del quadro parlamentare, in definitiva della libera dialettica democratica», osserva Zagrebelsky nel suo intervento (la Repubblica, 9 febbario).
Anche Pasquino, oggi, in un bell'editoriale su l'Unità, ha sottolineato la differenza tra un legittimo ruolo pubblico, che nessuno nega alla Chiesa, e un'indebita ingerenza negli affari interni dello Stato italiano.
I vescovi che «non argomentano, ma intimano e pretendono di dettare i comportamenti di voto dei parlamentari» dimostrano che «la Chiesa ha deciso non soltanto di esaltare il suo ruolo pubblico, che nessuno negherebbe, anzi, nessuno in Italia ha mai negato, ma di fare politica in prima persona». Due attività del tutto diverse.
«Svolgere un ruolo pubblico significa partecipare a un dibattito portando argomenti e anche formulando proposte, nella consapevolezza che, alla fine, nei sistemi politici democratici, di quelle proposte decideranno coloro che sono stati eletti e che hanno la delega a scegliere interpretando un interesse generale».Ed è questa «conspavolezza» - che alla fine, in democrazia, ci si rimette al legittimo volere della maggioranza - che sembra mancare Oltretevere.
«Fare politica in prima persona, da parte della Chiesa, richiamandosi con durezza a non incontestabili principi religiosi e volendoli imporre non soltanto ai cattolici, ma a tutta la societa è, invece, bisogna dirlo con estrema chiarezza, un segnale inequivocabile di fondamentalismo».Che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, chiamandoli al rispetto di una lealtà a un'istituzione estranea alla Repubblica, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'art. 67 della nostra Costituzione. Eppure, più degli stessi partiti, la Chiesa sembra vincolare i parlamentari cattolici a un preciso mandato.
E a questo punto il problema non sono più solo i privilegi concordatari, ma ritorna di attualità la questione romana, la stessa organizzazione della religione cattolica in uno Stato, Città del Vaticano. Via lo Stato, accettino di far parte dello Stato italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno. Modello americano, insomma.
Tuttavia, per poter essere credibili, oltre che per onestà intellettuale, ma soprattutto per capire perché la nostra politica non riesce a liberarsi della tutela vaticana, dobbiamo riconoscere che di patenti violazioni degli accordi che intercorrono tra l'Italia e la Santa Sede si sono rese responsabili anche le più alte cariche delle istituzioni italiane.
Il Presidente della Repubblica Napolitano, con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei. Un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche subito preso alla lettera dai ministri più vicini alla Cei. Prodi avrebbe incontrato il Cardinale Bertone, Rosi Bindi il segretario della Cei Betori, ma come minimo i membri del Governo e delle istituzioni che ritengano opportuno incontrare le alte gerarchie dello Stato del Vaticano devono essere chiamati a farlo alla luce del sole.
Legittimare come politicamente necessario il concorso non del "mondo cattolico", ma dei vertici di uno Stato estero alla formazione delle leggi è una ferita intollerabile alla sovranità e alla laicità delle istituzioni. Il Presidente Napolitano ha quindi violato il suo ruolo di garante della Costituzione sia per omissione, per non aver reagito fermamente ai diktat di Oltretevere, ma soprattutto per attentato, di cui egli stesso si è reso responsabile. Tuttavia, a sinistra, purtroppo anche tra i radicali, e a destra per motivi diversi, c'è una cortina di conformismo impenetrabile sull'operato del Quirinale. Perché i «grandiosi» Zagrebelsky, Ezio Mauro e Scalfari non scrivono una riga su questo?
Anche Prodi, e i Ds in particolare, hanno assecondato la strategia della Chiesa: farsi inseguire, così da ottenere il duplice obiettivo di non trattare ufficialmente sui principi "non negoziabili" e, grazie ai suoi "ascari" nel Governo e in Parlamento, di capitalizzare anche il risultato del "male minore". Perché? Certo non perché mancasse la consapevolezza della partita, quella di sempre, giocata dai vescovi. Il perché l'ha spiegato senza giri di parole Ezio Mauro su la Repubblica: non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico».
Questa l'unica preoccupazione di Napolitano, di Prodi, e soprattutto dei Ds e degli editorialisti di Repubblica, che non salti il Partito democratico, anzi, meglio, quell'asse catto-comunista che ne dovrebbe essere il motore, ma che viene sottoposto a grande stress dai temi della bioetica e delle libertà civili, e dalle conseguenti pressioni della Chiesa. Se un assetto di potere è ritenuto prioritario rispetto alla laicità dello Stato e alle libertà dei cittadini, allora il problema non sono i vescovi, ma è la sinistra italiana, e il Partito democratico nasce sotto i peggiori auspici.
Anche Eugenio Scalfari, quando nel suo consueto intervento domenicale loda l'attitudine al compromesso e l'approccio inclusivo del Governo, non una debolezza, ma addirittura la forza che irrita il Vaticano, ha in realtà come fine unico la difesa a oltranza dell'operato di Prodi, della sua capacità di ricomporre l'alleanza catto-comunista esposta alle avversità. «Quale politica non fa compromessi?». Domanda retorica che mette sotto accusa di massimalismo chiunque denunci il superamento di quella soglia oltre la quale il compromesso diviene confusione e cedimento.
Non sbaglia a ricordare che solo i radicali hanno chiamato in causa il Concordato, ormai «caduto in desuetudine». Anzi, che «sta in piedi soltanto a tutela dei henefici che ne riceve la Chiesa», mentre «i limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati superati». Capezzone ha provocatoriamente chiesto come mai il governo non protestasse con la Santa Sede per l'«irritualità» della Cei nelle sue irruzioni palesemente anticoncordatarie nei confronti del potere legislativo, così come ha fatto con gli Stati Uniti pochi giorni prima per l'intervento dei sei amhasciatori che ci invitavano a restare in Afghanistan.
Ma, alla fine, conclude Scalfari, ha avuto ragione il Governo e Rosi Bindi è l'ultimo baluardo della laicità dello Stato. Rassicuriamo Scalfari. La Chiesa non ce l'ha con la Bindi. Anche lei dà il suo contributo. Serve il muso duro dell'intransigenza perché certi principi "non sono negoziabili", ma anche gli "ascari" che incassano il "male minore".
Dunque, ancora una volta è il catto-comunismo, quell'assetto di potere dal connotato geneticamente illiberale dal punto di vista del diritto, della giustizia, dell'economia e delle libertà civili che continua a stringere in una morsa il nostro paese, che dovremmo denunciare e contrastare.
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