Tutto secondo copione? Pare di sì. Finalmente Veltroni si è degnato di avanzare una sua proposta di riforma elettorale. E, come temevamo, seppure rispetto al "porcellum" restituisca agli elettori la scelta dei candidati all'interno delle liste, si tratta di un'illusione, perché allo stesso tempo gli toglie la possibilità di scegliere il governo.
Uno "sciagurato ibrido", come l'ha definito Gianfranco Pasquino su l'unità, tra sistema tedesco (una quota di maggioritario e una di proporzionale) e spagnolo (circoscrizioni medio-piccole), che determinerebbe sul sistema politico e partitico italiano effetti ben peggiori del "porcellum".
Una proposta "furba". Innanzitutto, escogitata per dividere il centrodestra (Lega e Udc si sono già mostrati interessati) e rendere meno compatta la richiesta di elezioni anticipate nell'eventualità della caduta del Governo Prodi. Ma consentirebbe anche a Veltroni di presentare il Partito democratico da solo, senza però assumersi la responsabilità di una sconfitta e del ritorno al potere di Berlusconi, e senza precludersi la possibilità di governare il Paese. Solo dopo il voto, infatti, a seconda delle convenienze e dei numeri, potrebbe allearsi con i centristi, le cui file si ingrosserebbero grazie alla rendita di posizione che il sistema proposto gli attribuisce, oppure con la "cosa rossa". Nient'affatto da escludere, ovviamente, ipotesi consociative e "Grosse Koalition".
Se da solo un sistema elettorale non è in grado di garantire governi stabili e un sistema bipartitico, di certo un sistema proporzionale manderebbe in soffitta il bipolarismo, che per quanto in Italia sia imperfetto e pasticciato - proprio per la resistenza dei partiti e del ceto politico a completare le riforme istituzionali in senso anglosassone - almeno garantisce agli elettori un'alternativa chiara al momento del voto.
Oltre a una sistema elettorale uninominale (ad un turno o a doppio turno), o proporzionale dagli effetti fortemente maggioritari (come quello spagnolo), servirebbe infatti una reale separazione di poteri tra legislativo ed esecutivo, entrambi con una loro legittimazione popolare diretta. Con il superamento dello strumento della "fiducia", quindi del parlamentarismo, verso forme di presidenzialismo o premierato, allora sì, governi e legislature potrebbero giungere alla scadenza naturale dei loro mandati. Non si parlerebbe tutti i giorni di spallate, ma le opposizioni sarebbero costrette a fare politica.
Osserviamo, nel frattempo, due aspetti di deterioramento del centrodestra: un processo di sfarinamento e proliferazione partitica - ieri la nascita, benedetta da Berlusconi, della "cosa nera", La Destra di Storace, Buontempo, Santanchè - che sembra sempre più avvicinarlo ai livelli di frammentazione del centrosinistra; il logoramento della leadership berlusconiana. Se infatti Berlusconi gode ancora di un grande consenso popolare, che lo rende indispensabile come leader del centrodestra, appare sempre meno in grado, sicuramente meno di quanto lo fosse nei suoi ultimi e caotici anni di governo, di frenare la legittima aspirazione alla visibilità e alla leadership di Fini e Casini, quindi di garantire la compattezza della coalizione e la stabilità, l'efficacia, di un suo eventuale nuovo governo.
Insomma, mi sembra che Berlusconi, sempre più impegnato a circoscrivere il protagonismo altrui, e a rincorrere ogni piccola formazione e nuovo partitino, non sia più in grado di proporre ed esprimere una politica coerente e, quindi, che un centrodestra nel vuoto di idee si incammini verso l'immobilismo e la paralisi.
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Monday, November 12, 2007
Sunday, February 11, 2007
La questione vaticana e la questione catto-comunista
Caro Luigi, Zagrebelsky ha ragione. Forse mai, negli ultimi anni, come sul riconoscimento delle unioni di fatto abbiamo assistito a patenti violazioni del Concordato del 1984 («La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti...») e dell'art. 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani»).Uno strappo clamoroso - è davvero innegabile - l'ultimatum allo Stato italiano che la Cei ha affidato ad un editoriale del suo organo ufficiale (Avvenire, 6 febbraio). Non solo gli innumerevoli inviti espliciti rivolti dalle gerarchie ecclesiastiche ai parlamentari cattolici affinché in aula operino e votino in linea con le direttive della Santa Sede, ma anche la minaccia, dai toni mafiosi, che l'approvazione di una legge possa rappresentare uno «spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».
Il Vaticano giura allo Stato italiano «inevitabili conseguenze» sulla sua vita politica, «perturbatici del quadro parlamentare, in definitiva della libera dialettica democratica», osserva Zagrebelsky nel suo intervento (la Repubblica, 9 febbario).
Anche Pasquino, oggi, in un bell'editoriale su l'Unità, ha sottolineato la differenza tra un legittimo ruolo pubblico, che nessuno nega alla Chiesa, e un'indebita ingerenza negli affari interni dello Stato italiano.
I vescovi che «non argomentano, ma intimano e pretendono di dettare i comportamenti di voto dei parlamentari» dimostrano che «la Chiesa ha deciso non soltanto di esaltare il suo ruolo pubblico, che nessuno negherebbe, anzi, nessuno in Italia ha mai negato, ma di fare politica in prima persona». Due attività del tutto diverse.
«Svolgere un ruolo pubblico significa partecipare a un dibattito portando argomenti e anche formulando proposte, nella consapevolezza che, alla fine, nei sistemi politici democratici, di quelle proposte decideranno coloro che sono stati eletti e che hanno la delega a scegliere interpretando un interesse generale».Ed è questa «conspavolezza» - che alla fine, in democrazia, ci si rimette al legittimo volere della maggioranza - che sembra mancare Oltretevere.
«Fare politica in prima persona, da parte della Chiesa, richiamandosi con durezza a non incontestabili principi religiosi e volendoli imporre non soltanto ai cattolici, ma a tutta la societa è, invece, bisogna dirlo con estrema chiarezza, un segnale inequivocabile di fondamentalismo».Che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, chiamandoli al rispetto di una lealtà a un'istituzione estranea alla Repubblica, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'art. 67 della nostra Costituzione. Eppure, più degli stessi partiti, la Chiesa sembra vincolare i parlamentari cattolici a un preciso mandato.
E a questo punto il problema non sono più solo i privilegi concordatari, ma ritorna di attualità la questione romana, la stessa organizzazione della religione cattolica in uno Stato, Città del Vaticano. Via lo Stato, accettino di far parte dello Stato italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno. Modello americano, insomma.
Tuttavia, per poter essere credibili, oltre che per onestà intellettuale, ma soprattutto per capire perché la nostra politica non riesce a liberarsi della tutela vaticana, dobbiamo riconoscere che di patenti violazioni degli accordi che intercorrono tra l'Italia e la Santa Sede si sono rese responsabili anche le più alte cariche delle istituzioni italiane.
Il Presidente della Repubblica Napolitano, con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei. Un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche subito preso alla lettera dai ministri più vicini alla Cei. Prodi avrebbe incontrato il Cardinale Bertone, Rosi Bindi il segretario della Cei Betori, ma come minimo i membri del Governo e delle istituzioni che ritengano opportuno incontrare le alte gerarchie dello Stato del Vaticano devono essere chiamati a farlo alla luce del sole.
Legittimare come politicamente necessario il concorso non del "mondo cattolico", ma dei vertici di uno Stato estero alla formazione delle leggi è una ferita intollerabile alla sovranità e alla laicità delle istituzioni. Il Presidente Napolitano ha quindi violato il suo ruolo di garante della Costituzione sia per omissione, per non aver reagito fermamente ai diktat di Oltretevere, ma soprattutto per attentato, di cui egli stesso si è reso responsabile. Tuttavia, a sinistra, purtroppo anche tra i radicali, e a destra per motivi diversi, c'è una cortina di conformismo impenetrabile sull'operato del Quirinale. Perché i «grandiosi» Zagrebelsky, Ezio Mauro e Scalfari non scrivono una riga su questo?
Anche Prodi, e i Ds in particolare, hanno assecondato la strategia della Chiesa: farsi inseguire, così da ottenere il duplice obiettivo di non trattare ufficialmente sui principi "non negoziabili" e, grazie ai suoi "ascari" nel Governo e in Parlamento, di capitalizzare anche il risultato del "male minore". Perché? Certo non perché mancasse la consapevolezza della partita, quella di sempre, giocata dai vescovi. Il perché l'ha spiegato senza giri di parole Ezio Mauro su la Repubblica: non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico».
Questa l'unica preoccupazione di Napolitano, di Prodi, e soprattutto dei Ds e degli editorialisti di Repubblica, che non salti il Partito democratico, anzi, meglio, quell'asse catto-comunista che ne dovrebbe essere il motore, ma che viene sottoposto a grande stress dai temi della bioetica e delle libertà civili, e dalle conseguenti pressioni della Chiesa. Se un assetto di potere è ritenuto prioritario rispetto alla laicità dello Stato e alle libertà dei cittadini, allora il problema non sono i vescovi, ma è la sinistra italiana, e il Partito democratico nasce sotto i peggiori auspici.
Anche Eugenio Scalfari, quando nel suo consueto intervento domenicale loda l'attitudine al compromesso e l'approccio inclusivo del Governo, non una debolezza, ma addirittura la forza che irrita il Vaticano, ha in realtà come fine unico la difesa a oltranza dell'operato di Prodi, della sua capacità di ricomporre l'alleanza catto-comunista esposta alle avversità. «Quale politica non fa compromessi?». Domanda retorica che mette sotto accusa di massimalismo chiunque denunci il superamento di quella soglia oltre la quale il compromesso diviene confusione e cedimento.
Non sbaglia a ricordare che solo i radicali hanno chiamato in causa il Concordato, ormai «caduto in desuetudine». Anzi, che «sta in piedi soltanto a tutela dei henefici che ne riceve la Chiesa», mentre «i limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati superati». Capezzone ha provocatoriamente chiesto come mai il governo non protestasse con la Santa Sede per l'«irritualità» della Cei nelle sue irruzioni palesemente anticoncordatarie nei confronti del potere legislativo, così come ha fatto con gli Stati Uniti pochi giorni prima per l'intervento dei sei amhasciatori che ci invitavano a restare in Afghanistan.
Ma, alla fine, conclude Scalfari, ha avuto ragione il Governo e Rosi Bindi è l'ultimo baluardo della laicità dello Stato. Rassicuriamo Scalfari. La Chiesa non ce l'ha con la Bindi. Anche lei dà il suo contributo. Serve il muso duro dell'intransigenza perché certi principi "non sono negoziabili", ma anche gli "ascari" che incassano il "male minore".
Dunque, ancora una volta è il catto-comunismo, quell'assetto di potere dal connotato geneticamente illiberale dal punto di vista del diritto, della giustizia, dell'economia e delle libertà civili che continua a stringere in una morsa il nostro paese, che dovremmo denunciare e contrastare.
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