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Wednesday, January 25, 2017

Corte scostituzionale...

Complimenti alla Consulta, che ammettendo ricorsi diretti (di incostituzionale c'è solo questo) è finalmente riuscita ad usurpare il potere di scrivere anche le leggi elettorali e di pronunciarsi su di esse preventivamente alla loro applicazione. Con le sue sentenze, non da oggi ma da decenni, ha dato il suo contributo alla confusione politico-istituzionale del nostro Paese e al suo (nostro) dissesto economico-finanziario. Siamo alle comiche, speriamo finali... Perché ciò che esce da questa sentenza non è che un "Porcellum" (già ritenuto incostituzionale dalla stessa Corte) con l'aggravante di non assicurare maggioranze. Perché in realtà, l'anima del "Porcellum" era il premio di maggioranza alla coalizione più votata senza quorum, che per quanto discutibile innestato su un sistema proporzionale, tuttavia garantiva una maggioranza ad una coalizione che quanto meno si era presentata al giudizio degli elettori, *PRIMA* del voto. Con questo "Consultellum", invece, avremo al 99% una coalizione di governo che nascerà *DOPO* il voto, quindi di fatto non votata da nessuno degli elettori ma frutto delle alchimie dei partiti. E non vi illudete che questa legge rappresenti un argine di sicurezza nei confronti del M5S...

Sunday, December 11, 2016

Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%

Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.

I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).

Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...

Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.

Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.

IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.

Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.

Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.

Tuesday, February 03, 2015

Mattarella, il paternalismo socialdemocristiano ci porta in Grecia

La vecchia logica del "nessun nemico a sinistra" a cui si è piegato Renzi (logica da 24%, non da 40) e l'insostenibile subalternità culturale del centrodestra

Cosa ci si poteva aspettare dal discorso alle Camere del nuovo presidente Sergio Mattarella? Esattamente ciò che ha pronunciato: il ricordo di Tachè, l'accenno ai marò (minimo sindacale, sarebbe stato gravissimo se li avesse dimenticati), l'enfasi sulla guerra al terrorismo (nessun applauso) sono stati gli unici passaggi non scontati. Per il resto, un discorso buono per tutte le stagioni, banalotto, tanto polveroso paternalismo dc e tanta retorica assistenzialista. Dal punto di vista economico-sociale, per le sue citazioni ha accuratamente selezionato gli articoli del cosiddetto "patto sociale" della Costituzione: più diritti e garanzie che libertà. Cattolicesimo sociale, direbbe qualcuno. Paternalismo dc, direi, anzi socialdemocristiano. Peccato che sia terribilmente out of time. Quella lunga lista di "diritti" e assistenzialismi è esattamente IL problema (LA follia) di questo Paese. Continuare a spacciare le pesanti droghe socialisteggianti e assistenzialiste - purtroppo sì, è vero, ancora scolpite nella nostra Costituzione - e per di più a un Parlamento che da sinistra a destra è un tossico di spesa pubblica, non è esattamente ciò che ci serve. Suona comodo e rassicurante, ma non è ciò che può farci uscire dalla crisi. Mattarella rappresenta la Grecia in noi che avanza...

E' stato un discorso di illusioni, non di speranze, di vecchie e pericolose illusioni scritte nella nostra Carta e nel Dna socialdemocristiano. Anche nella frase che probabilmente leggeremo domani sulle prime pagine dei giornali: «L'arbitro dev'essere e sarà imparziale... ma i giocatori lo aiutino con la loro correttezza». Non accadrà, all'occorrenza l'arbitro potrà anche segnare dei gol (è questo il senso del richiamo alla correttezza dei giocatori...): non per malafede, ma perché nel nostro sistema politico-istituzionale sono saltati regole e schemi. Completamente e irrimediabilmente. L'elezione diretta del presidente della Repubblica è urgente per dare alla carica la legittimazione popolare diretta richiesta dal ruolo che è ormai chiamato a svolgere in un sistema maggioritario.

Dal punto di vista strettamente politico si è trattato di un discorso "governativo": in nessun passaggio può essere suonato il campanello d'allarme di Renzi. Anzi, è arrivato un esplicito endorsement al percorso di riforme costituzionali (riforme che cambiano qualcosa - in peggio - per non cambiare, in realtà, nulla).

RENZI - Eppure, il premier non può dormire sonni tranquilli, come ho già scritto nel post precedente. Il problema è che Mattarella non è esattamente l'immagine di quel rinnovamento che Renzi aveva promesso in ogni ambito, suscitando grandi aspettative. Certo, magari non potrà fargli ombra come personalità, ma il suo grigiore finirà per ingrigire un bel po' anche lui, per intaccare nell'opinione pubblica la sua immagine di innovatore e "rottamatore".

Non credo affatto che Mattarella fosse la sua prima scelta. Quando si parla di capolavoro di Renzi bisogna intendersi. Ha scelto la via meno rischiosa per eleggere il nuovo capo dello Stato rapidamente, senza psicodrammi, intestandosi i meriti dell'operazione, così da poter al più presto archiviare la pratica e tornare a parlare di cose concrete. In questo una scelta molto saggia, e certamente vincente, perché ai cittadini (escludendo quel milione - per lo più di parassiti - che vive e parla di politica) del nuovo presidente frega assai poco. Ma la sua è stata una scelta né originale né coraggiosa: si può parlare di "capolavoro" solo perché Berlusconi e Alfano hanno di nuovo fatto la figura degli utili idioti? No, a mio modo di vedere è stata una vittoria tattica ma non strategica. Più uno scampato pericolo immediato. Di capolavoro si sarebbe potuto parlare se fosse riuscito a consolidare il suo potere portando al Quirinale un suo uomo (o donna): non nel senso di un suo servo, ma una figura in grado - per età, per esperienze politiche e per consapevolezza riformatrice - di rappresentare un'epoca di cambiamento, l'"era renziana", e anche un Pd diverso, meno ripiegato sulle sue due culture politiche fondatrici, ex comunista e sinistra dc.

Non è stata, insomma, una scelta da "partito della nazione", coerente con la strategia di un leader che ambisce a rivolgersi all'elettorato moderato, ex berlusconiano, per portare il Pd oltre la sua storica soglia di consenso. La scelta di ripartire dal Pd, di ricompattare innanzitutto il proprio partito è stata una scelta in parte dettata da realismo, suggerita dalla realtà dei numeri parlamentari, ma in parte anche dalla logica "nessun nemico a sinistra". Una logica vecchia e minoritaria, perdente, alla Bersani (e infatti Mattarella era anche tra i candidati di Bersani nel 2013). Una logica da Pd al 24%, non al 40. Attenzione, non sto dicendo che portando Mattarella al Colle Renzi si sia giocato tutto il consenso al di fuori del vecchio Pd che era riuscito ad aggregare: da qui alle prossime elezioni ci sono ancora molti mesi e molte scelte da compiere. Ma certo questa scelta in particolare, probabilmente per evitare guai peggiori, è stata dettata da una logica di vecchia appartenenza, da 24% e non da 40.

CENTRODESTRA - Per una volta non parliamo del complesso di superiorità, culturale e morale, della sinistra. L'elezione di Mattarella ha messo in chiara luce il patologico complesso di inferiorità del vecchio centrodestra: nessun esponente di FI o di Ncd ha osato criticare nel merito, oltre che nel metodo, la candidatura imposta da Renzi. Il problema è che Renzi non li avrebbe consultati, non avrebbe proposto una rosa di nomi, non che Mattarella rappresenta, come ha ben ricordato Piero Ostellino nell'editoriale di domenica, «quanto di più illiberale abbiano prodotto, da noi, la cultura politica egemone e il sistema politico». Né hanno saputo opporre una loro candidatura, tanto che il preferito di Berlusconi e dei suoi nelle ultime tre elezioni presidenziali è stato Giuliano Amato, un socialista della Prima Repubblica, presidente del Consiglio di centrosinistra nella Seconda, uno che ha messo le mani nelle tasche degli italiani appena ha potuto e accumulato ogni sorta delle prebende che ingrossano la nostra spesa pubblica.

E' il segno di qualcosa di più grave di una subalternità culturale, è una totale assenza di identità culturale. Gli esponenti di ciò che resta del principale partito del vecchio centrodestra letteralmente non sanno chi sono, da dove vengono e dove vogliono andare. Uno smarrimento accentuato dal declino di Berlusconi, dal momento che non possono più aggrapparsi, come fino a qualche anno fa, alla sua lucidità (un pallido ricordo) e al suo orgoglio (ormai ferito). Il berlusconismo come surrogato di una cultura politica non basta più. E se per la mancata realizzazione della promessa "rivoluzione liberale" Berlusconi può invocare qualche alibi - dall'aggressione mediatico-giudiziaria all'opposizione di nemici interni ed esterni - il fatto che i vent'anni della sua leadership abbiano lasciato un tale deserto di cultura politica è un fallimento di cui porta per intero la responsabilità.

Thursday, December 05, 2013

La controriforma elettorale della Corte

Anche su Notapolitica

La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.

Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.

Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.

La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.

Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.

Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.

Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.

Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.

Friday, September 06, 2013

Una pericolosa ferita al diritto di voto

Anche su Notapolitica

La legge Severino, di cui si discute in questi giorni l'applicabilità al caso Berlusconi, di fatto introduce una conseguenza sanzionatoria, incandidabilità e decadenza, nei confronti di coloro i quali subiscano condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione, a prescindere che sia inflitta o meno la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Quindi una sanzione "automatica", una tagliola che scatta anche se il giudice non ha ritenuto di disporre l'interdizione al momento della sentenza.

Per quanto si sostenga il contrario, la conseguenza sanzionatoria - sia essa penale o solo amministrativa - è auto-evidente: ogni sanzione, infatti, ha l'effetto di ridurre la capacità di esercitare un diritto, in questo caso il diritto di elettorato passivo. Ma anche se non rientrasse tra le norme penali, la cui irretroattività è sancita a livello costituzionale, la legge Severino non potrebbe comunque avere effetti retroattivi in assenza di una deroga esplicita - che non pare esserci - alla regola generale dell'irretroattività delle leggi.

Ma ammesso e non concesso che la legge Severino, come sostengono alcuni, non sia di natura sanzionatoria, che disponga da sé, implicitamente, la propria retroattività, e che si limiti a stabilire un requisito di eleggibilità (prevedere che chi non abbia compiuto 25 anni non sia eleggibile alla Camera non è certo una sanzione), a maggior ragione, se così fosse, andrebbe a mio avviso sottoposta al giudizio della Consulta. Se così fosse, infatti, in gioco non ci sarebbe solo la capacità giuridica del titolare del diritto di elettorato passivo, ma anche il concreto esercizio del diritto di elettorato attivo da parte di milioni di cittadini. Si può togliere a qualcuno il diritto di candidarsi ed essere eletto - e indirettamente ai cittadini il diritto di votarlo - infliggendogli una pena accessoria a seguito di un procedimento penale, il quale però prevede tutta una serie di garanzie a sua difesa. Ma togliere a 40 milioni di elettori il diritto di votare per qualcuno semplicemente restringendo i requisiti di eleggibilità, in modo retroattivo ed extragiudiziale, è faccenda un po' più delicata.

Siamo così sicuri che in democrazia il "controllo di legalità" debba prevalere in modo così netto, automatico e generalizzato sul "controllo democratico"? Non dovrebbe preoccuparci che l'elettorato attivo, cioè quello esercitato dal popolo, venga limitato non solo da una sanzione penale accessoria, applicata al termine di un regolare processo, com'è l'interdizione, ma anche da un semplice requisito di eleggibilità introdotto con legge ordinaria? Forse non è un caso se la non eleggibilità a deputato dei minori di 25 anni è una norma di rango costituzionale.

E se milioni di elettori ritenessero che il candidato o l'eletto condannato sia vittima di una persecuzione politica e volessero comunque che li rappresentasse? Sul diritto soggettivo al voto dovrebbe prevalere l'interesse legittimo collettivo ad avere un Parlamento privo di condannati? Ne siamo così certi? Il Parlamento equivale proprio ad un ufficio pubblico? Per la salute di una democrazia non sarebbe forse un "male minore" accettare che teoricamente un condannato in via definitiva possa venire eletto, se il popolo lo desidera, e se non interdetto da un giudice naturale, piuttosto che correre il rischio che un potere, anzi un ordine fuori controllo abusi del cosiddetto "controllo di legalità", o peggio di un semplice requisito di eleggibilità, per eliminare dalla vita pubblica i propri avversari politici?

E' proprio delle dittature (come dimostrano Iran, Cina, o Birmania con il caso Aung San Suu Kyi) approfittare del "controllo di legalità" per eliminare i dissidenti dalla competizione politica. Insomma, che i cittadini possano liberamente farsi rappresentare anche da un loro concittadino condannato, una volta espiate le pene stabilite al termine di un giusto processo, è un'utile polizza di assicurazione contro derive autoritarie. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici già esiste nel nostro ordinamento, ma giustamente può essere inflitta solo dal giudice naturale e qualsiasi suo inasprimento è sottoposto al principio dell'irretroattività. Se, come sostengono alcuni, la legge Severino stabilisce un requisito di eleggibilità e non introduce una sanzione penale, è ancora più grave la ferita inferta alla nostra democrazia, perché restringendo in modo automatico ed extragiudiziale l'elettorato passivo e attivo, di fatto limita il diritto di voto in via amministrativa.

Friday, August 02, 2013

Il solito tempismo di Napolitano

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Eh no, caro presidente Napolitano, le sue sono lacrime di coccodrillo. E' il suo solito tempismo! Possibile che ci arriva sempre in ritardo, come su quel maledetto 1956 a Budapest? Anche Lei, come molti illusi (o ipocriti), pensa davvero che solo ora che Berlusconi è condannato in via definitiva sia finalmente possibile riformare la giustizia? E' proprio questo che ha lasciato intendere con la sua nota di giovedì sera: rispetto per la magistratura, ma allo stesso tempo nemmeno Lei vi ripone troppa fiducia, se avverte che "ora" occorre sbrigarsi a ridimensionarla. Ed è grave che Lei abbia tra le righe ammesso che fino ad oggi il Parlamento era interdetto a farlo, non libero di riformare la giustizia, perché sarebbe sembrato un favore a Berlusconi e un dispetto ad alcuni settori influenti della magistratura. E' un'amara verità, quella della politica sotto il ricatto della magistratura, la quale però un presidente della Repubblica, che nel nostro paese è a capo dell'ordinamento giudiziario, aveva il dovere di denunciare apertamente ben prima di giovedì, non tra le righe di un comunicato successivo all'estromissione dalle istituzioni del leader di 10 milioni di italiani.

In quella nota Lei, presidente Napolitano, conferma indirettamente che contro Berlusconi ha agito una giustizia politica. Be', ora è un po' tardi per chiudere la stalla: le condizioni per riformare la giustizia non sono state mai favorevoli, è vero, ma oggi le chance sono pari allo zero. E' impensabile che proprio ora, dopo il maggior successo dei magistrati politicizzati, i partiti trovino la forza per arginare il loro strapotere. Se si azzardano, gli esponenti berlusconiani subiranno lo stesso trattamento del loro capo. E quelli del centrosinistra, che hanno cavalcato le iniziative mediatico-giudiziarie per sconfiggerlo, dal momento che non ci riuscivano politicamente, sono ancor più sotto il ricatto del partito dei giudici e dell'estremismo forcaiolo che essi stessi hanno alimentato. Si tratta di una magistratura che ha rivendicato il potere di selezionare la classe politica. E, complice anche il Suo silenzio, oggi se ne è appropriata. Ormai la magistratura politica ce la tieniamo, con o senza Berlusconi. Tante grazie, presidente.

Thursday, August 01, 2013

Comunque vada, condannata la nostra democrazia

Anche su Notapolitica

Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l'uno né l'altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il "partito della spesa" - trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica - e infine il "partito delle procure", hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo - attacco frontale o approccio sobrio - di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l'assetto di potere esistente e l'enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.

Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l'ha mancata. Ma la storia di questi vent'anni, il "caso Berlusconi", ciò che gli è capitato da quando è "sceso in campo", come è stato combattuto - cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani - pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta "Terza Repubblica". No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l'Italia.

Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c'è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il "fumus persecutionis". Un fatto che ormai nemmeno l'annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell'umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi - finanziari e umani - per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in  gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest'uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all'inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.

E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c'è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all'1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent'anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe "casse") muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.

Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell'osservare che questa sentenza non muterà di molto l'opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d'altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che.... A meno che non fosse chiaro all'opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un'altra spiegazione.

Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.

E invece i più "responsabili" del Pd sotto sotto si augurano l'assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle "larghe intese" può andare avanti e continuare ad occuparsi "responsabilmente" della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell'esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le "colombe" che i "falchi", mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.

Le prime, le cosiddette "colombe", illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l'ombrello del governo di "larghe intese" voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all'insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti "falchi" del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di Msi berlusconiano.

Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d'accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient'affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di "selezionare" la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.

Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del "partito delle procure"? I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese - subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola.

Wednesday, June 26, 2013

La vera anomalia

I processi politici non iniziano e non finiranno con Berlusconi

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Tv e giornali sono pieni di commenti sull'assurdità, o quanto meno sull'eccessiva severità, della condanna inflitta dal Tribunale di Milano a Berlusconi per il caso Ruby, e di sottili analisi politiche sull'impatto che potrà avere la sentenza sulla vita del governo Letta, su quelle "larghe intese" favorite dalla promessa di un processo di "pacificazione" tra Pd e Pdl, proprio a partire dalla figura del Cav. Certo, non può non balzare agli occhi l'estrema debolezza degli elementi probatori a sostegno delle tesi dell'accusa, tanto che c'è del grottesco nel fatto che i giudici per coerenza con la loro sentenza di condanna abbiano dovuto accusare di falsa testimonianza decine e decine di testimoni, compreso il commissario di polizia Giorgia Iafrate, che ha sempre negato di aver subito pressioni per il rilascio di Ruby da parte dell'ex premier. Così come è certo che non tanto dal campo berlusconiano, quanto piuttosto da sinistra arriveranno i maggiori pericoli per il governo Letta: come si può governare insieme al partito di Berlusconi dopo questa sentenza che lo addita come criminale? Chi per ambizioni personali (vedi Renzi), chi per puro antiberlusconismo e giustizialismo, in molti si impegneranno a delegittimare, a provare l'impraticabilità politica delle "larghe intese".

Ma non si vuole qui entrare nel merito del processo Ruby o degli effetti politici della sentenza. Ciò su cui vogliamo concentrarci è la pericolosa illusione in cui molti liberali, o troppo ingenui o in cattiva fede, rischiano di indugiare. Ci si illude - molti in buona fede anche nell'area di centrodestra - che il protagonismo politico di certe procure sia dettato dall'"anomalia" Berlusconi. A torto o a ragione, ce l'hanno con lui. Una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, una volta spezzato questo incantesimo, rotto questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.

La realtà purtroppo è molto diversa: Berlusconi è destinato a passare (prima o poi), questa magistratura invece ce la teniamo. Proprio ora che sta riuscendo, dopo vent'anni di accanimento mediatico-giudiziario, a mettere all'angolo Berlusconi, aprendo per lui addirittura la prospettiva non più solo teorica del carcere, la magistratura è più che mai "coperta" e intoccabile politicamente. Il punto è che accrescendosi il suo ruolo politico, si accresce fatalmente anche il suo potere di interdizione rispetto a qualsiasi tentativo di riforma organica della giustizia.

Nonostante non abbia mantenuto le promesse di una riforma generale, e in senso liberale, della giustizia (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. All'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione dei rapporti tra politica e giustizia che molti auspicano.

Fuori causa Berlusconi, nessun altro leader ad oggi sembra disporre delle risorse, economiche e di consenso popolare, per resistere un solo mese agli assalti di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale alla loro determinazione nel voler riformare la giustizia - continueranno ad essere molestati giudiziariamente. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo.

Si scoprirà allora che la vera anomalia italiana è il protagonismo politico di certe procure, una magistratura che da ordine autonomo e indipendente come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista, che impedirà qualsiasi riforma lo riguardi, rendendo impossibile governare a qualsiasi leader di centrodestra e tenendo in ostaggio il centrosinistra. Un'anomalia che non inizia con Berlusconi e non finirà con lui. Altri leader del campo "moderato", o semplicemente non comunisti, prima di lui, come Craxi e Andreotti, sono stati sottoposti ad una persecuzione mediatico-giudiziaria simile.

Con sentenze come quella di lunedì sul caso Ruby, le procure ipotecano la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il loro ricatto. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.

Wednesday, May 22, 2013

Verso il porcellone

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Come spesso accade in Italia, non c'è nulla di più definitivo del transitorio. Quindi, se entro il 31 luglio verranno apportate le correzioni minime al "porcellum" annunciate oggi, è probabile che ci troveremo di fronte alla legge elettorale con la quale voteremo alle prossime elezioni. La situazione è, come al solito, piuttosto contorta, quasi in corto circuito, ed è più o meno la seguente.

Da una parte, la scelta di una mera manutenzione del "porcellum" mette in tempi rapidi in sicurezza la legge rispetto a possibili profili di incostituzionalità, e mette al riparo il governo dalle tensioni di un confronto totale tra le forze politiche sul sistema di voto. Dall'altra, però, proprio superando le cause di inadeguatezza, e forse anche incostituzionalità del "porcellum", il ritorno alle urne non sarà più politicamente impraticabile se il governo non funziona e vivacchia. Anzi, proprio per l'aprirsi dell'opzione voto, aumenteranno veti e pretese da una parte e dall'altra e, quindi, il rischio di paralisi della sua attività (già non particolarmente frenetica).

Ma su questo fronte molto dipenderà dalla soglia minima per far scattare il premio di maggioranza. Se bassa (35%), si riducono le possibilità di pareggio, e di un nuovo stallo. Quindi ottimo: si salvaguarda la governabilità. Ma non il governo Letta, perché crescerebbe la tentazione di staccare la spina al minimo incidente, essendo il premio a portata di coalizione. Quindi la legge elettorale sarebbe ok, ma di nuovo addio riforme costituzionali. E non è nemmeno detto che una soglia bassa dissolva i dubbi di incostituzionalità. Se alta (40-45%), difficile che il premio possa scattare: si tratterebbe di un proporzionale pressoché puro. Una pessima legge, quindi, che non salvaguarda la governabilità. Ma disincentivate le forze politiche dal rischio "palude", quindi dalla prospettiva di dover formare di nuovo un governo di "larghe intese", salvaguarda il governo Letta, la durata della legislatura, e paradossalmente accresce le chance del percorso di riforme di arrivare a conclusione.

E' ovvio, in questa situazione, che Berlusconi e il Pd spingano per correzioni minime che offrano se non la certezza almeno buone probabilità di non replicare un pareggio elettorale (il primo una soglia bassa, sia alla Camera che al Senato; il secondo per il ritorno al "mattarellum"), così da poter staccare la spina al governo quando diventi troppo dannosa la loro compartecipazione. Al contrario, il premier e i ministri ("colombe" ed ex Dc di Pd e Pdl) spingono per una soglia alta, un proporzionale quasi puro. Innanzitutto, come assicurazione sulla vita del governo, ma nel peggiore dei casi - il ritorno alle urne - un sistema che non produrrebbe una maggioranza in Parlamento, e renderebbe quindi inevitabile un nuovo governo di "larghe intese", favorendo l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il sempre più definitivo superamento del bipolarismo.

Tuesday, May 21, 2013

La trappola neocentrista

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.

Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.

Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».

In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).

Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.

Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.

Friday, May 10, 2013

Non una Convenzione, ma servono convinzioni per le riforme

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nel suo discorso per la fiducia il premier Enrico Letta aveva addirittura evocato le sue dimissioni, nel caso in cui dopo 18 mesi avesse constatato uno stallo dei lavori della Convenzione per le riforme. Ebbene, la Convenzione potrebbe non nascere nemmeno, stando alle ultime indiscrezioni. D'altra parte, perché correre il rischio di avvitarsi sul nome di chi dovrebbe presiederla? Quagliariello già vede crescere esponenzialmente la centralità del suo ministero, che senza Convenzione diventerebbe il vero e proprio motore del processo di riforme, naturalmente in collegamento con le commissioni parlamentari competenti.

Ma più importante della sede e delle formule è la volontà politica. Più che una "Convenzione", per le riforme servono convinzioni salde. Convinzione della necessità di fare sul serio, stavolta, volontà di cambiare il sistema, di superare inefficienze e farraginosità dei meccanismi decisionali; e convinzioni su dove, verso quale forma di governo si vuole approdare.

Il governo Letta, partito con i fattori di debolezza di cui abbiamo scritto qualche giorno fa, ha un solo modo per durare: fare cose. Se si ferma, se si limita a chiacchierare delle cose da fare, è destinato a cadere. E' ancora presto per parlare di inconcludenza dopo il rinvio alla prossima settimana del decreto su Imu e Cig in deroga - in fondo qualche giorno per un approfondimento tecnico ci sta tutto - ma certo restano tutte le incognite di un esecutivo che sembra nato più per scongiurare il ritorno alle urne a giugno, e per non fare uno sgarbo al presidente Napolitano appena rieletto, che sulla base di un accordo politico - nel senso di politiche da attuare - tra Pd e Pdl.

Non importa che sia un governo di legislatura, ma da alcuni segnali - il "mini-rinvio" della rata Imu, la Convenzione già tramontata, la ricerca delle coperture finanziarie nelle pieghe del bilancio anziché lavorare ad una vera e propria svolta di politica fiscale - si intuisce un programma troppo poco ambizioso e, di conseguenza, un orizzonte temporale ristretto. Ancora non è intellegibile la vera natura del governo Letta: se balneare, giusto il tempo di passare l'estate, o se davvero di "larghe intese". Più probabilmente la verità è che la sua identità è in fieri. Nessuno dei due principali azionisti della strana maggioranza - Pd e Pdl - ha ancora le idee chiare sulla sua missione e, quindi, la sua durata, ma nemmeno si pongono limiti a priori. Uno spazio di manovra che Letta e i suoi ministri non dovrebbero esitare a sfruttare.

Il Pd è la chiave di tutto: perché se il Cav non avrebbe dubbi a sostenere un processo riformatore, ripagato dalla legittimazione da parte dei suoi avversari e dell'establishment, e dal ruolo alla De Gaulle italiano che potrebbe vantare, più incerto è se il Pd sia davvero disposto a legittimarlo, se sia sincera in Letta, e condivisa nel suo partito, la volontà di pacificazione, o se invece si punta semplicemente a superare l'estate, magari incassando una riformicchia elettorale prima di tornare al voto, come suggerito da D'Alema nei giorni scorsi.

Se la via delle riforme costituzionali verrà seriamente intrapresa, allora la legge elettorale non potrà che arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Pretendere, invece, di cominciare dalla riforma del sistema di voto può voler dire che si ha in mente un governo semi-balneare e non di "larghe intese", una tregua e non una vera pacificazione. Peccato che, parafrasando le parole attribuite a Kissinger sull'Europa, in questo momento a voler parlare con il Pd non si sa nemmeno chi chiamare. Mancano interlocutori attendibili, in grado di assumere impegni ai quali tutto il partito si senta vincolato.

Dunque, in queste prime settimane in cui Pd e Pdl sembrano più che altro studiarsi a vicenda, sta a Letta incardinare la rotta delle riforme, economiche e costituzionali, impegnare i gruppi parlamentari, e occupare il dibattito politico, sui contenuti. Se tergiversa, se temporeggia, rischia di soccombere al ritorno dei rispettivi tatticismi. Deve rendere al più presto visibile, a portata di mano, la prospettiva di vere, sostanziali riforme, così da rendere il più possibile costoso politicamente affossarla in nome del ritorno alla logica dello scontro e della demonizzazione dell'avversario. Ma ciò implica, naturalmente, che il Pd decida definitivamente cosa vuol essere: se una forza di governo aperta a ricevere la fiducia della maggioranza degli italiani, o se un'incattivita forza identitaria chiusa nel recinto ideologico e lamentoso di un 20% di cittadini.

Tuesday, April 30, 2013

Letta non dura se il Pd non fa sul serio con la pacificazione

Se il Pd fa sul serio con la pacificazione, Berlusconi dev'essere figura di primo piano nel processo costituente, se no il governo Letta non dura

Anche su Notapolitica

Può farcela il governo Letta? Quali sono gli elementi di fragilità e quali, invece, i potenziali punti di forza? Non che vi fossero alternative, se non il salto nel buio di nuove elezioni. Un accordo tra Pd e Pdl resta l'unica prospettiva da cui potrebbero scaturire in breve tempo quelle 3/4 riforme in grado di restituire un minimo di credibilità alla politica, almeno arginare la crisi, e rafforzare bipolarismo e governabilità. Ma l'orchestra di violini che sta celebrando il nascituro governo è troppo simile a quella che accolse il governo Monti per non destare più di qualche sospetto.

Purtroppo, il fatto stesso che alla Camera e al Senato il premier Letta abbia esposto come programma una specie di enciclopedia, anziché un'agenda stringata, realistica, con pochi obiettivi concreti, ben delineati, ai quali inchiodare i partiti, nasconde l'assenza di un accordo politico - sui contenuti oltre che sulle poltrone da spartirsi - tra Pd e Pdl. Non c'è alcuna certezza programmatica, né sull'Imu - lo dimostrano le polemiche di questa mattina, e d'altra parte quello annunciato da Letta è solo un rinvio, poi "si vedrà" - né sulle riforme costituzionali. Qualsiasi Convenzione rischia di naufragare se Pd e Pdl non vi entrano con un'idea di massima condivisa sulla forma di governo e la conseguente legge elettorale a cui approdare. Non si può tornare alle urne prima dell'estate, e non si poteva fare uno sgarbo al presidente Napolitano, appena pregato di farsi rieleggere. Sembrano queste le uniche convergenze tra i due partiti che hanno portato alla nascita di questo governo.

Letta ha parlato con convinzione di pacificazione nazionale. Il banco di prova delle reali intenzioni del suo partito sarà però la Convenzione per le riforme. Ha minacciato di dimettersi il premier, se entro 18 mesi non vedrà profilarsi dei risultati, ma è la sopravvivenza del suo governo che sembra dipendere dalla Convenzione, non viceversa.

Se il Pd fa sul serio, Berlusconi (già tenuto fuori dai ministeri economici) dev'essere pienamente coinvolto nel processo costituente, altrimenti il governo Letta è destinato a durare molto poco. Al di là dell'Imu sulla prima casa, infatti, su cui il Cav alla fine potrebbe rivelarsi più elastico di quanto si creda (potrebbe rivendicare come un successo anche un mero alleggerimento, conservando l'abolizione totale come cavallo di battaglia elettorale), è la sua piena legittimazione come "padre costituente" della Terza Repubblica, poter rivendicare un ruolo da "De Gaulle" italiano, l'unica ricompensa politica per cui, dal suo punto di vista, potrebbe valere la pena far durare il governo Letta.

Dunque, senza il contrafforte di un autentico processo costituente, senza l'impegno sincero del Pd a concluderlo con successo, ad arrivare ad una nuova forma di governo, e senza riconoscere a Berlusconi il suo ruolo, come presidente della Convenzione oppure vicepresidente (come Alfano lo è di Letta), quello del "giovane" Letta sarà per il Cav un governo da impallinare senza troppi rimpianti. Un governo che d'altra parte ha già un punto debole nella sua composizione a medio-bassa intensità politica.

Enrico Letta è l'eterno giovane del centrosinistra. Giovanissimo ministro dell'Industria dei governi D'Alema e Amato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Prodi, di lui purtroppo non si ricordano battaglie e sfide politiche di particolare coraggio. Si è accomodato in fila, all'ombra prima di Prodi poi di Bersani. Chi lo conosce e lo segue assicura che ha buone idee, ma finora le ha tenute ben nascoste. Premier a parte, molto simile sarebbe potuta essere la compagine del governo Monti se un anno e mezzo fa i partiti avessero accettato di farsi coinvolgere blandamente.

Oggi i principali partiti - Pd, Pdl e Scelta civica - sono coinvolti, ma non espugnano il Tesoro, che sarà ancora guidato da un tecnico. Come Monti, anche Saccomanni si presenta con un background "liberale" e un lungo catalogo di buoni consigli alla politica, dispensati per anni dalla sua postazione in Bankitalia: meno spesa, meno tasse, riforme per la produttività. «Bisogna riallocare il carico fiscale, ridurre le imposte su lavoro e imprese e trovare i fondi altrove, tramite la riduzione delle spese improduttive e dell'evasione». Queste le sue ultime dichiarazioni pochi giorni prima la nomina a ministro. Ma pesa il precedente di Monti, che al governo ha fatto esattamente l'opposto di quanto predicava nei suoi editoriali. Al Lavoro un altro tecnico, il presidente dell'Istat Giovannini, se non altro non il solito ex sindacalista o giuslavorista.

Tra i criteri per la composizione della squadra di governo ha prevalso quello, più che opportuno, del rinnovamento e del ringiovanimento. Il che mette al riparo il governo Letta dalle tensioni che possono causare figure ingombranti, e impopolari, come Monti, Amato, D'Alema e Berlusconi, ma  è anche un fattore di fragilità, perché quelle coinvolte appaiono figure per lo più "sacrificabili" agli occhi dei partiti di provenienza.

Sia il Pd che Berlusconi hanno mandato avanti le rispettive componenti popolari, gli ex-democristiani, tanto da far parlare di un governo monocolore Dc. Questi ci credono, vagheggiano scenari neodemocristiani, ma rischiano di rivelarsi poco più che carne da macello. Defilata l'area ex Ds-Cgil del Pd, che presumibilmente in questa fase concentrerà le sue attenzioni sul partito, lasciando che siano le minoritarie correnti "centriste" e riformiste a mettere la faccia sul governo dell'"inciucio" con il caimano. Da comprendere la strategia di Berlusconi, che apparentemente ha "premiato", indicandoli come ministri, i protagonisti della quasi scissione del novembre scorso, quando sotto la sigla "Italia popolare" erano pronti a lasciare Silvio per Monti. Quale logica dietro questa scelta? La definitiva vittoria delle "colombe" sui "falchi"? Un nuovo assetto nel Pdl, che sancisce la centralità dei democristiani e marginalizza ex An e anima liberale di FI? Oppure più che una promozione, una rimozione dal partito?

Certo è che da quella frase su Facebook, subito dopo l'ufficializzazione della lista dei ministri («abbiamo trattato per formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero ministri in precedenti governi»), Berlusconi non appariva molto entusiasta, sembrava quasi vantare subito un credito.

Se figure come Brunetta e Gelmini, o lo stesso Berlusconi, di per sé poco digeribili per il Pd, avessero fatto parte del governo, sarebbe stato difficile escludere D'Alema, un'altra figura problematica più per il Pd che per il Pdl. La sensazione è che i veti del Pd, la sua necessità di mantenere un basso profilo politico per rendere il più indolore possibile ai suoi la pillola del "governissimo", abbiano però lasciato Berlusconi nella comoda posizione di poter recitare più parti in commedia, tutte da protagonista: sufficientemente coinvolto da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio - sulla politica economica e nella Convenzione - ma non a tal punto da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

Monday, April 29, 2013

L'enciclopedia Letta, non l'agenda

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.

Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.

Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.

Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.

Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.

Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.

Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.

Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.

Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?

La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

Tuesday, April 23, 2013

Da Napolitano schiaffi ai partiti e lezione di politica valida per tutti

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Con una durezza senza precedenti, e un velo di irritazione, il presidente Napolitano si è rivolto alle forze politiche che lo hanno appena rieletto nel suo discorso di insediamento alle Camere. Vere e proprie sberle verbali sono volate nell'aula di Montecitorio all'indirizzo dei partiti, colpevoli di inconcludenza, irresponsabilità, immaturità politica e democratica. Ne ha avute per tutti, grillini compresi. Ma è al Pd che ha attribuito la responsabilità dell'attuale situazione di stallo, di aver perso tempo, non riconoscendo subito che i risultati elettorali imponevano un'intesa tra forze diverse per la nascita di un governo. E ha denunciato aspramente come una pericolosa «regressione» l'idea di politica secondo cui ogni compromesso, ogni mediazione, ogni intesa, è un "inciucio" da demonizzare. E quanto più sferzanti risuonavano le sue parole, tanto più scroscianti (e forse un tantino ipocriti) gli applausi.

Un Napolitano commosso, ma non solo nei passaggi relativi alla sua storia personale e sulla «fiducia e l'affetto» che ha avvertito «crescere» in questi anni, per lui e l'istituzione che rappresenta. In certi momenti la sua commozione è apparsa scaturire da una rabbia e una frustrazione per l'inconcludenza della politica e la sempre più diffusa sfiducia nelle istituzioni, sentimenti che probabilmente oggi sono comuni a tutti gli italiani. Ma alcuni risvolti della sua dura reprimenda all'indirizzo dei politici, quelli sull'essenza del "fare politica" e del metodo democratico, farebbero bene ad ascoltarli attentamente anche molti cittadini italiani. Il senso del suo messaggio, infatti, è che la più che giustificata rabbia, e frustrazione verso la politica, non può tuttavia far venir meno la fiducia dei cittadini nella democrazia, nelle sue regole e istituzioni, la razionalità dei comportamenti, né la percezione della realtà, della complessità delle sfide che abbiamo di fronte.

Riguardo il nodo politico più atteso del suo discorso, il presidente Napolitano ha chiarito che non è per prendere atto dell'ingovernabilità nella legislatura appena iniziata che ha accettato la rielezione, ma «perché l'Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno». «Farò a tal fine ciò che mi compete, non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale... fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno». Ma nessuna condizione impropria: «Tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità: era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono», ricorda. Bando alle formule «di cui si chiacchiera», il presidente non attribuisce mandati particolari per la formazione del governo, l'unico vincolo è l'art. 94 della Costituzione, che vuole un governo che abbia la fiducia delle due Camere.

«La condizione è dunque una sola». Ai partiti, soprattutto al Pd che l'ha negata fino ad oggi, Napolitano chiede di «fare i conti con la realtà delle forze in campo in Parlamento», ricordando che «sulla base dei risultati elettorali - di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no - non c'è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sue sole forze. Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto», ammonisce il presidente, «non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni», i quali «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo».

Eppure, ricordando i suoi «sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità» dei partiti, Napolitano va oltre la "condizione" dell'assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche, avvertendo che se si troverà «di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato», non esiterà «a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Aggiungendo che «non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme». Quali siano queste «conseguenze», non l'ha esplicitato, ma si può intuire che possono andare dallo scioglimento delle Camere fino all'estrema ratio delle sue dimissioni.

In ogni caso, il messaggio è chiaro: Napolitano ha accettato la rielezione per dare un governo al paese. Chi dovesse negare la fiducia a questo governo nascente, o chi dovesse decidere di ritirarla, si assumerebbe la responsabilità di portare non solo alle dimissioni del premier, ma anche alle elezioni il paese o addirittura alle dimissioni dello stesso presidente della Repubblica. Un altro passo, quindi, verso lo schema presidenzialista, dove presidente e governo sono politicamente e istituzionalmente legati l'uno all'altro.
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Monday, April 22, 2013

Napolitano 2.0 male minore, ma ora il presidenzialismo

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La rielezione di Napolitano rappresenta senz'altro un sollievo, essendo scampati a ipotesi peggiori come Marini, il vendicativo Prodi o addirittura il "grillino" Rodotà. Ma anche indiscutibilmente un fallimento della classe politica, costretta a richiamare in servizio un signore di quasi 88 anni. E superato solo uno dei blocchi di questa fase politica, resta l'impasse sulla formazione del nuovo governo e, naturalmente, la gravissima crisi economica per lo più auto-indotta per eccesso di tassazione. Per la verità, è un fallimento soprattutto del Pd, che pur potendo contare su quasi la metà dei "grandi elettori" per il Colle non ha saputo indicare un proprio candidato senza spaccarsi, in una faida tra vecchie "glorie" (o salme) e tra generazioni, ma soprattutto dilaniato dall'eterna contrapposizione (nella sinistra) tra riformismo democratico e giacobinismo massimalista.

Un grave errore l'ha commesso anche il presidente Napolitano, permettendo al pre-incaricato Bersani di perdere tempo, e quindi, con l'avvicinarsi della scadenza del proprio mandato, facendosi da parte, rinunciando ad esercitare il potere di nomina del presidente del Consiglio che la Costituzione gli attribuisce. Anteporre la sua successione al Colle alla risoluzione del problema del governo, infatti, non ha avuto l'effetto sperato di favorire il dialogo tra le forze politiche, come pure era lecito aspettarsi trattandosi di un'elezione per la quale la Costituzione stessa (altro che inciucio!) richiede maggioranze qualificate. Anzi, il Pd ha scaricato sull'istituzione più alta della Repubblica tutto il peso delle proprie contraddizioni interne, quasi trasformando la successione al Colle in un suo congresso. Il dilemma delle forze alle quali aprire per tentare di formare un governo a guida Pd è entrato nella scelta del nome, producendo una situazione in cui, al di là degli antichi rancori personali, qualsiasi candidato, tranne Napolitano, avrebbe spaccato il partito. Marini e Cancellieri, perché identificati con una prospettiva di governo di "larghe intese" con il Pdl, non avrebbero ottenuto il consenso delle correnti e dei parlamentari contrari a tale ipotesi; Prodi, perché oltre a risuscitare irriducibili rivalità interne, sarebbe stato un dispetto al Pdl, senza per questo garantire un'apertura da parte del M5S; Rodotà, perché avrebbe significato "consegnarsi" a Grillo.

E' del tutto evidente, quindi, che a dispetto dei tentativi di negarlo da parte del Pd, era impossibile tenere distinta la scelta del nuovo presidente da un'ipotesi di governo o l'altra, dal momento che i poteri presidenziali di nomina e scioglimento delle Camere in questo caso sarebbero stati esercitati fin da subito. Anzi, le due questioni non potevano che essere intrecciate. Una circostanza che di per sé ci fa vivere una situazione tipicamente "presidenzialista", in cui dal nuovo presidente dipende anche la maggioranza di governo.

Un aspetto certamente positivo della rielezione di Napolitano è che sia pure indirettamente rilancia l'idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, sia tra coloro che alla fine lo hanno pregato di rendersi disponibile, sia tra i cittadini che avrebbero voluto nomi diversi. Se si è certi, per esempio, che gli italiani avrebbero voluto Rodotà, allora per coerenza si dovrebbe sostenere l'elezione diretta del presidente come logico completamento dello schema "Quirinarie", se siamo d'accordo che nelle urne - ancor meglio che nel web o nelle piazze - si esprime la volontà popolare. E' la prima volta nella storia repubblicana che un presidente viene rieletto. Se è vero che questa possibilità non è esclusa dalla Carta costituzionale, ma solo dalla prassi, e quindi non si può affermare che sia incostituzionale, è pur vero che la rielezione è concettualmente presidenzialista. E' prevista, infatti, e costituzionalmente limitata, nei sistemi in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e ha un mandato inferiore al nostro nella durata (4-5 anni e non 7), ma più politico, di governo. Tale è l'evoluzione in senso presidenzialista del ruolo del nostro capo dello Stato, avviata con l'adozione di un sistema maggioritario, che nel panorama politico non esistono proprio più figure "neutre", super partes, e anzi la situazione richiede proprio una figura "di governo", sia pure in un contesto di equilibrio tra i poteri. Inoltre, il presidente Napolitano, già riluttante ad accettare un secondo mandato, sarebbe ben disposto a lasciare nell'arco di uno o al massimo due anni, appena fosse riformato il sistema d'elezione alla presidenza della Repubblica.

Ma il dilemma in casa Pd è solo rinviato: governo con Pdl e Scelta Civica, o voto (con il rischio di un bagno di sangue), considerando che Napolitano, ora rieletto, può sciogliere le Camere? E' molto probabile che questo pomeriggio Napolitano chiarirà che i partiti devono assumersi fino in fondo le loro responsabilità e che quindi non c'è spazio per governi di "medie intese" o solo tecnici, come vorrebbero molti nel Pd per non mettere la faccia su un accordo con Berlusconi. Ed è anche probabile che alla fine il Pd dovrà piegarsi, accettare il male minore: rialzarsi tra un anno, dovendo spiegare ai propri elettori l'"inciucio" col "giaguaro", sarà difficile, ma votare subito sarebbe suicida.

E' ovvio che un governo di larghe intese lascerebbe un bazooka in mano a Grillo, cioè gli permetterebbe di intestarsi il ruolo di unico oppositore nei confronti del "sistema", dei partiti di maggioranza - per certi versi davvero un partito "unico" - ma non esistono scorciatoie. C'è solo una possibile road map, che qui avevamo indicato già all'indomani del voto di febbraio: o Pd e Pdl sono in grado di collaborare seriamente e proficuamente per un numero ristretto di mesi, assicurando al paese 3/4 riforme di cui ha assoluto bisogno, economiche ed istituzionali (per adeguare finalmente Costituzione e legge elettorale al semipresidenzialismo di fatto in cui siamo), oppure sì, il M5S aumenterà i suoi consensi, ma a ragione. Il governo di "larghe intese" si rivelerà uno sterile arroccamento, se i partiti si dimostreranno ancora incapaci di fare riforme, ma è al tempo stesso l'unica, forse l'ultima, chance di lanciare una controffensiva all'antipolitica di Grillo.

Un «pacchetto di provvedimenti economici», una nuova legge elettorale, l'elezione diretta del presidente e poi il voto, è la via che oggi sposa anche Matteo Renzi, nella sua tempestiva intervista a Repubblica, nonostante abbia anch'egli usato l'elezione del capo dello Stato per produrre un esito del tutto diverso, il ritorno immediato alle urne, da lui giudicato più conveniente dal punto di vista personale, e per regolare i conti interni: far fuori Bersani (e D'Alema). Ha finito però per scottarsi anche lui nell'esplosione del quartier generale: contribuendo a bruciare la candidatura di Marini, e da entusiasta sponsor di quella di Prodi, ha dismesso i panni del grande rottamatore e vestito quelli del riesumatore di salme, contraddetto la sua idea di leadership da conquistare nelle primarie, in una competizione a viso aperto, facendo ricorso ai vecchi intrighi correntizi pur di inseguire le proprie ambizioni. Da potenziale salvatore del Pd, rischia di restare coinvolto nel crollo del partito che lui stesso ha contribuito a provocare. Com'è rapidamente "invecchiato" Renzi in questi due-tre giorni, politicamente...

Wednesday, April 17, 2013

E' ora che gli italiani scelgano da soli il loro presidente

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Mentre Milena Gabanelli si chiama fuori (dopo una riflessione così prolungata da far trasparire scarso senso del ridicolo), e Rodotà dunque, alla fine, dovrebbe essere il nome scelto dal M5S per sfidare il Pd, e mentre Prodi sembra ormai uscito dalla partita, con il deludente ottavo posto ottenuto alle "Quirinarie", sembra Giuliano Amato il fortunato (o sfortunato) destinato ad entrare Papa nel Conclave presidenziale (con D'Alema nient'affatto rinunciatario). Rodotà, quindi, se il Pd intende ancora proseguire sulla via penitenziale e gravida di umiliazioni predisposta da Grillo. Amato, se invece prevarrà la linea di una qualche forma di dialogo e collaborazione con il Pdl. Cassese l'outsider, ma sarebbe il colmo se Berlusconi si facesse convincere a mandare al Colle un giudice della Consulta.

Queste le indicazioni dei retroscena della vigilia, che come si sa lasciano il tempo che trovano. Anche perché stentiamo a credere che davvero Pd e Pdl intendano puntare su Amato. Sarebbe una scelta politicamente suicida per entrambi e anche rischiosa per la tenuta del sistema, tanta è l'impopolarità dell'ex presidente del Consiglio socialista. Possibile che i partiti siano così sconnessi dalla realtà del paese da non cogliere la portata del risentimento anti-sistema che scatenerebbe l'elezione di Amato? Per gli italiani è, e sarà sempre, il parassita di Stato che si porta a casa più di 30 mila euro di pensioni al mese, nessuna delle quali ovviamente maturata con il sistema contributivo; colui che ha prelevato di notte i soldi dai conti corrente degli italiani e che continua a proporre nuove tasse patrimoniali; colui che per riciclarsi nella II Repubblica ha fatto finta di non conoscere Craxi, di cui fu sottosegretario e braccio destro. Insomma, Amato incarna tutto ciò che gli italiani disprezzano dello Stato e della casta: privilegi, tasse, trasformismo. Con la sua elezione anche il Quirinale, un'istituzione fino ad oggi solo marginalmente oggetto degli attacchi dell'antipolitica, potrebbe precipitare nella crisi di legittimazione e autorevolezza che stanno vivendo i partiti.

Ma al di là del merito, del "totonome", è il metodo di elezione del nostro presidente della Repubblica a meritare qualche riflessione. Si tratta infatti di un rito stucchevole e opaco, un bizantinismo ormai fuori dalla storia, con risvolti persino surreali. Basti pensare che la sola assenza di candidature ufficiali può portare ad un esito assurdo. Dove sta scritto, infatti, che il Giorgio Napolitano eletto nel 2006 fosse proprio "quel" Giorgio Napolitano e non un omonimo, e che non esistano altri Giuliano Amato o altre Emma Bonino?

Ma soprattutto, se è vero che gli ultimi presidenti hanno visto accrescere enormemente il loro peso politico pur senza esercitare poteri che non fossero previsti dalla nostra Costituzione, è indubbio che quello del capo dello Stato non è più il ruolo così neutro e imparziale come era stato concepito dai costituenti e interpretato dai primi 6/7 presidenti. Negli ultimi decenni si è trasformato. A causa della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico-istituzionale, non certo di una volontà prevaricatrice da parte degli inquilini del Colle, è diventato un ruolo supremamente politico, "intra partes" piuttosto che super partes. Ormai è inutile, velleitario, aspettarsi una figura neutra e imparziale. Primo perché non c'è. Secondo, perché ormai il contesto storico e politico richiede tutt'altro che neutralità. Proprio quest'ultimo settennato ci insegna a non confondere la correttezza con la neutralità: sempre corretto dal punto di vista formale, e attento garante delle istituzioni, Napolitano ha interpretato in modo tutt'altro che neutro e imparziale il suo ruolo.

D'altra parte, i nostri costituenti avevano sì concepito una figura di capo dello Stato alla quale per decenni neutralità e imparzialità sono state indossolubilmente associate, sembrando inderogabili, ma l'hanno anche dotato di poteri potenzialmente molto incisivi, tipicamente "presidenzialisti" (come il potere di nomina del presidente del Consiglio o di scioglimento delle Camere), lasciando ampia discrezionalità interpretativa sul suo ruolo. E invece di consegnare ai cittadini le chiavi del Quirinale, temendo svolte populiste hanno preferito lasciarle in mano ai partiti. Per circa 40 anni tali poteri sono rimasti "in sonno", essendo il sistema politico bloccato. Ma pur nel rispetto del dettato costituzionale, i connotati "presidenzialisti" hanno finito per prevalere su quelli "notarili".

Pertini e Cossiga hanno sdoganato le "esternazioni presidenziali", al di fuori dei messaggi formali alle Camere previsti dalla Costituzione. Da quando è stata introdotta la democrazia dell'alternanza, i presidenti che si sono succeduti hanno interpretato il loro ruolo di garanzia come interposizione, se non contrapposizione alla maggioranza a loro non affine politicamente, trovando nella Costituzione i poteri per farlo e dando luogo quindi ad una forma di diarchia. Il risultato è che oggi in Italia il semipresidenzialismo c'è già: nei poteri, ma senza investitura popolare. Un semipresidenzialismo "a corrente alternata". Il Quirinale ha lavorato come uno studio notarile durante i governi di centrosinistra, mentre ha esercitato i suoi poteri in senso presidenzialista durante i governi di centrodestra, dando vita ad una sorta di "coabitazione".

Napolitano è il presidente che ha portato a compimento questo processo. Pur nel rispetto formale dei suoi poteri costituzionali, è diventato un "dominus" della scena politica, riempiendo uno spazio politico lasciato vuoto dalla debolezza sia del governo che del Parlamento. Con tempismo perfetto ha saputo inserirsi nel dibattito quotidiano e nella dialettica tra le forze politiche, offrendo autorevoli "coperture" istituzionali o lanciando dure reprimende, oscillando tra arbitro ineccepibile, indebita sponda e giocatore a tutti gli effetti. È arrivato a condividere con l'esecutivo importanti atti di indirizzo, esercitando di fatto un potere di veto e/o di vaglio preventivo sui decreti legge, spesso sottoposti ai suoi uffici addirittura prima di arrivare in Consiglio dei ministri. Ma è intervenuto pesantemente anche sul processo legislativo: contribuendo ad affossare provvedimenti (come il ddl intercettazioni); condizionando il calendario parlamentare e l'agenda politica; e qualche volta vagliando i testi di legge prima che uscissero dalle commissioni parlamentari. Sia pure spinto da circostanze eccezionali, è arrivato a scegliersi un premier.

Completare con gli opportuni poteri ed equilibri questa innovazione presidenzialista, dandogli legittimità costituzionale e investitura popolare diretta, come avviene, per esempio, in Francia, è ormai indispensabile e urgente, se non si vuole incrinare anche la fiducia degli italiani nel Quirinale. In un paese normale, Pd e Pdl saprebbero approfittare dell'impasse politico per avviare una fase "ri-costituente": rieleggendo Napolitano come garante di un rapido processo di riforma (basato sullo scambio tra doppio turno di collegio e semipresidenzialismo) da portare a compimento in 12 mesi.