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Tuesday, February 20, 2007

Anti-concordatari, unitevi

Non solo radicali e socialisti. Gli anti-concordatari sono una parte minoritaria, ma non irrilevante come si crede. Nel mondo cattolico, per esempio, sono molti di più di quanto si creda. Bisogna solo che salti il tappo di conformismo. Anche nella Margherita è rimasto un drappello di liberali, tra i quali Valerio Zanone, che oggi ricorda come «quello del 1984 fu definito dai suoi sostenitori "l'ultimo Concordato", oltre il quale si sarebbe aperta la via della libertà senza privilegi...». Come tutti sappiamo, non è stato così... ancora.

E rimprovera al Manifesto per il Partito democratico, nel quale al Concordato viene tributato un significativo riconoscimento: «... se si vuole abbattere i vecchi steccati e progettare il futuro, non si comprende perché il programma del partito futuro debba trasmettere alla nuova generazione l'ipoteca stipulata da Mussolini nel 1929; fatta propria da Togliatti nel 1947 con quell'articolo 7 che fu definito da Croce "un errore logico e uno scandalo giuridico"...»

Persino un teocon come Marcello Pera, forse preda di una reminiscenza "americana", in un suo intervento su il Giornale avverte che la logica concordataria «mentre abbassa lo Stato da ordinamento pienamente sovrano a semplice ordine che si compone con un altro, trasforma la Chiesa proprio in un ordine, cioè in una istituzione temporale, in un potere politico che tratta e contratta».

Tra i cattolici Vittorio Messori e il vaticanista Giancarlo Zizola, che oggi su l'Unità definisce «opportuna una fase di revisione concordataria», ritenendo che la Chiesa debba «epurare ogni residuo di temporalismo».
«L'ambito religioso e quello politico non devono sovrapporsi, perché in questo modo si mette a rischio la missione di una chiesa che deve essere prima di tutto chiesa, e non "chiesa di Stato"».
Un cattolico liberale come Antonio Rosmini, ricorda Zizola, «riteneva che la chiesa non avesse bisogno di potere e privilegi, ma solo di libertà». Invece, nel ricorso a «mezzi impropri», politici e lobbistici, il vaticanista vede il segno di una crisi della Chiesa, «la difficoltà, in questo momento, di andare oltre una rimasticatura sull'etica o su paradigmi pre-scientifici... Ci si concentra in un tentativo di pressione per provare a sfondare sul piano politico, tralasciando le vie lunghe della testimonianza. È anche un indice di una difficoltà interna. Tramutare la perdita di flusso nella morale corrente, in una pressione sul pubblico, sulla politica, sugli strumenti concordatari».

Pur di «non confessare la propria diminuita capacità di testimoniare, ci si trova di fronte a questo paradosso della "ricristianizzazione" dell'Italia a forza di decreti legge».

Friday, February 16, 2007

Angelo, non Angiolo

Giorni fa, su Il Foglio (15 febbraio), comparivano due appelli rivolti ai vescovi italiani riguardanti la nota ufficiale preannunciata dal Cardinale Ruini sul voto dei parlamentari cattolici in merito al disegno di legge sui "Dico".

Il primo appello, da parte dei cattolici democratici (prime firme Alberigo e Melloni) implorava i vescovi di non imporre ai parlamentari cattolici il rifiuto della legge sui "diritti dei conviventi" e di equilibrare le loro prese di posizione. Il secondo, chiamato "contrappello" (promosso, tra gli altri, da Ferrara, Socci e Amicone), chiedeva ai vescovi di mantenere «chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare», ritenendo «ingiusta ogni forma di intimidazione intellettuale contro l'autonomia del pensiero religioso» e «improprio, sintomo di un uso politico della sfera religiosa», l'appello dei cattolici democratici, frutto di «un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale».

Il giorno dopo (16 febbraio) Il Foglio chiedeva ad alcuni opinionisti di commentare i due appelli. Di seguito le risposte di un editorialista del Corriere della Sera e di un radicale doc.

«[Penso] ci sia qualcos'altro, e per questo voglio prima leggere la nota che uscirà dalla Conferenza episcopale. Perché non ci si sta rivolgendo ai cattolici in generale, ma ai parlamentari, e se davvero si minacciano sanzioni in caso di voto favorevole alla legge sulle coppie di fatto, allora la questione è molto delicata perché tocca gli accordi concordatari. Io vorrei vivere in America, vorrei che non ci fosse nessun concordato, penso che la chiesa abbia il sacrosanto diritto di rivolgersi ai credenti su tutte le questioni che la toccano, e i laici che negano questo diritto non hanno capito bene che cos'è la libertà».
(Angelo Panebianco)

«E' sacrosanto quanto contenuto nel controappello, cioè che i vescovi devono mantenere chiara la loro impostazione di dottrina e di cultura in tema di legislazione familiare. E' giustissimo che occupino uno spazio pubblico nella vita della comunità, sono assolutamente d'accordo. Ma la supplica ai vescovi è decorosa, utile, accettabilissima, non è un tentativo d'imposizione ma una richiesta di attenzione, e del resto lo spazio pubblico deve anche accettare la pubblica critica».
(Angiolo Bandinelli)

Thursday, February 15, 2007

In attesa della nota ufficiale e vincolante della Cei

Benedetto XVIAttendiamo la nota ufficiale della Cei annunciata da Ruini all'indirizzo dei parlamentari cattolici sul comportamento di voto da tenere riguardo il disegno di legge sui Dico. Per i trasgressori della nota prevediamo una sanzione che va dal «gravemente immorale» fino anche alla scomunica. Staremo a vedere.

Ma se la nota dovesse davvero essere, come annunciato dallo stesso Ruini, «vincolante», contenere cioè una sorta di mandato imperativo, sarebbe un altro grave strappo anticoncordatario da parte del Vaticano. Il patto costituzionale che regola i rapporti tra Stato e Chiesa verrebbe denunciato unilateralmente.

Come dicevamo giorni fa, che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, richiamandoli alla lealtà nei confronti di un'istituzione straniera, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. Dell'art. 7 della nostra Costituzione, che dichiara lo Stato e la Chiesa, «ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani», del Concordato dell'84, che ribadisce quel principio di separazione, nonché dell'art. 67, in cui si legge che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Dettare, da parte della Chiesa, i comportamenti di voto ai parlamentari cattolici significa svolgere un'azione perturbatrice del regolare funzionamento delle istituzioni di un altro Stato, quello italiano. Se la Chiesa fosse una delle tante formazioni sociali potrebbe dettare ciò che vuole ai suoi iscritti. Il problema sorge dal fatto che la Chiesa cattolica è ancora uno Stato, lo Stato Città del Vaticano. E' per conservare questo status che ha sottoscritto i Patti Lateranensi prima e il Concordato dell'84 poi. Non ha voluto "sciogliersi" nella società italiana, ma conservare il suo status di Potere temporale, Stato tra gli altri Stati, la cui conseguenza inevitabilmente è il dovere di astenersi da indebite ingerenze negli affari interni altrui.

Dunque, alla provocazione dei "contro-appellanti", oggi su Il Foglio, è semplice rispondere: se fossimo in America, avreste ragione, ma siamo in Italia, la Chiesa è uno Stato estero. Se gli Stati Uniti avessero incistato all'interno - nel cuore - del loro territorio uno Stato estero confessionale che interviene per influenzare le decisioni dell'assemblea legislativa, avrebbero già mandato i marine a togliere quel ridicolo cappellone bianco dalla testa del Papa.

Il ruolo pubblico della religione (delle religioni) nessuno lo nega e lo ha mai negato. Il calendario è pieno di feste religiose riconosciute dallo Stato, come le strade di processioni, come stampa e tv sono piene delle posizioni del Papa e di tutti i cardinali. Piuttosto, nessuno solleva mai il problema del carattere statale che la Chiesa continua ad avere. E' questo, è ancora la "questione romana", il vero problema dal punto di vista istituzionale. Via lo Stato, accettino di far parte di quello italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno, anche candidandosi direttamente. Modello americano, insomma.

Oltre quello istituzionale, esiste poi il problema politico, da risolvere però - una volta risolto il primo - nel libero confronto del dibattito pubblico. Se «nessuna legge può sovvertire la norma indicata dal Creatore per la famiglia», e di cui ovviamente il Papa si fa rappresentante, qualsiasi legittima approvazione di un disegno di legge senza il suo consenso diverrebbe un atto «sovversivo» dell'ordine naturale. Nel momento in cui la Chiesa proclama che vi sono «norme inderogabili e cogenti» - definite e custodite esclusivamente da essa - che non possono essere affidate alla volontà del legislatore, assume un atteggiamento questa volta sì sovversivo: nega la democrazia stessa e propone la teocrazia, la sovranità delle autorità religiose sopra quella delle istituzioni pubbliche.

Sunday, February 11, 2007

La questione vaticana e la questione catto-comunista

Il Presidente Napolitano in udienza dal PapaCaro Luigi, Zagrebelsky ha ragione. Forse mai, negli ultimi anni, come sul riconoscimento delle unioni di fatto abbiamo assistito a patenti violazioni del Concordato del 1984 («La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti...») e dell'art. 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani»).

Uno strappo clamoroso - è davvero innegabile - l'ultimatum allo Stato italiano che la Cei ha affidato ad un editoriale del suo organo ufficiale (Avvenire, 6 febbraio). Non solo gli innumerevoli inviti espliciti rivolti dalle gerarchie ecclesiastiche ai parlamentari cattolici affinché in aula operino e votino in linea con le direttive della Santa Sede, ma anche la minaccia, dai toni mafiosi, che l'approvazione di una legge possa rappresentare uno «spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana».

Il Vaticano giura allo Stato italiano «inevitabili conseguenze» sulla sua vita politica, «perturbatici del quadro parlamentare, in definitiva della libera dialettica democratica», osserva Zagrebelsky nel suo intervento (la Repubblica, 9 febbario).

Anche Pasquino, oggi, in un bell'editoriale su l'Unità, ha sottolineato la differenza tra un legittimo ruolo pubblico, che nessuno nega alla Chiesa, e un'indebita ingerenza negli affari interni dello Stato italiano.

I vescovi che «non argomentano, ma intimano e pretendono di dettare i comportamenti di voto dei parlamentari» dimostrano che «la Chiesa ha deciso non soltanto di esaltare il suo ruolo pubblico, che nessuno negherebbe, anzi, nessuno in Italia ha mai negato, ma di fare politica in prima persona». Due attività del tutto diverse.
«Svolgere un ruolo pubblico significa partecipare a un dibattito portando argomenti e anche formulando proposte, nella consapevolezza che, alla fine, nei sistemi politici democratici, di quelle proposte decideranno coloro che sono stati eletti e che hanno la delega a scegliere interpretando un interesse generale».
Ed è questa «conspavolezza» - che alla fine, in democrazia, ci si rimette al legittimo volere della maggioranza - che sembra mancare Oltretevere.
«Fare politica in prima persona, da parte della Chiesa, richiamandosi con durezza a non incontestabili principi religiosi e volendoli imporre non soltanto ai cattolici, ma a tutta la societa è, invece, bisogna dirlo con estrema chiarezza, un segnale inequivocabile di fondamentalismo».
Che i vertici di uno Stato estero dettino i comportamenti di voto degli eletti nel nostro Parlamento, chiamandoli al rispetto di una lealtà a un'istituzione estranea alla Repubblica, rappresenta una chiara violazione della sovranità italiana. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato», recita l'art. 67 della nostra Costituzione. Eppure, più degli stessi partiti, la Chiesa sembra vincolare i parlamentari cattolici a un preciso mandato.

E a questo punto il problema non sono più solo i privilegi concordatari, ma ritorna di attualità la questione romana, la stessa organizzazione della religione cattolica in uno Stato, Città del Vaticano. Via lo Stato, accettino di far parte dello Stato italiano come ogni altra formazione sociale, e potranno condurre tutte le battaglie politiche che riterranno. Modello americano, insomma.

Tuttavia, per poter essere credibili, oltre che per onestà intellettuale, ma soprattutto per capire perché la nostra politica non riesce a liberarsi della tutela vaticana, dobbiamo riconoscere che di patenti violazioni degli accordi che intercorrono tra l'Italia e la Santa Sede si sono rese responsabili anche le più alte cariche delle istituzioni italiane.

Il Presidente della Repubblica Napolitano, con il suo invito a trovare una «sintesi» con la Chiesa, «tenendo conto» non delle preoccupazioni dei cittadini italiani di religione cattolica, ma di quelle «espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie», ha elevato la Santa Sede al ruolo di interlocutore necessario nella formazione di una legge, almeno implicitamente delegittimando qualunque soluzione legislativa, anche su altri temi, che non trovi l'assenso, per lo meno silenzioso, del Papa e della Cei. Un vero e proprio mandato a trattare con le gerarchie ecclesiastiche subito preso alla lettera dai ministri più vicini alla Cei. Prodi avrebbe incontrato il Cardinale Bertone, Rosi Bindi il segretario della Cei Betori, ma come minimo i membri del Governo e delle istituzioni che ritengano opportuno incontrare le alte gerarchie dello Stato del Vaticano devono essere chiamati a farlo alla luce del sole.

Legittimare come politicamente necessario il concorso non del "mondo cattolico", ma dei vertici di uno Stato estero alla formazione delle leggi è una ferita intollerabile alla sovranità e alla laicità delle istituzioni. Il Presidente Napolitano ha quindi violato il suo ruolo di garante della Costituzione sia per omissione, per non aver reagito fermamente ai diktat di Oltretevere, ma soprattutto per attentato, di cui egli stesso si è reso responsabile. Tuttavia, a sinistra, purtroppo anche tra i radicali, e a destra per motivi diversi, c'è una cortina di conformismo impenetrabile sull'operato del Quirinale. Perché i «grandiosi» Zagrebelsky, Ezio Mauro e Scalfari non scrivono una riga su questo?

Anche Prodi, e i Ds in particolare, hanno assecondato la strategia della Chiesa: farsi inseguire, così da ottenere il duplice obiettivo di non trattare ufficialmente sui principi "non negoziabili" e, grazie ai suoi "ascari" nel Governo e in Parlamento, di capitalizzare anche il risultato del "male minore". Perché? Certo non perché mancasse la consapevolezza della partita, quella di sempre, giocata dai vescovi. Il perché l'ha spiegato senza giri di parole Ezio Mauro su la Repubblica: non far saltare «l'alleanza tra i cattolici democratici e gli ex comunisti che è al centro della storia dell'Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico».

Questa l'unica preoccupazione di Napolitano, di Prodi, e soprattutto dei Ds e degli editorialisti di Repubblica, che non salti il Partito democratico, anzi, meglio, quell'asse catto-comunista che ne dovrebbe essere il motore, ma che viene sottoposto a grande stress dai temi della bioetica e delle libertà civili, e dalle conseguenti pressioni della Chiesa. Se un assetto di potere è ritenuto prioritario rispetto alla laicità dello Stato e alle libertà dei cittadini, allora il problema non sono i vescovi, ma è la sinistra italiana, e il Partito democratico nasce sotto i peggiori auspici.

Anche Eugenio Scalfari, quando nel suo consueto intervento domenicale loda l'attitudine al compromesso e l'approccio inclusivo del Governo, non una debolezza, ma addirittura la forza che irrita il Vaticano, ha in realtà come fine unico la difesa a oltranza dell'operato di Prodi, della sua capacità di ricomporre l'alleanza catto-comunista esposta alle avversità. «Quale politica non fa compromessi?». Domanda retorica che mette sotto accusa di massimalismo chiunque denunci il superamento di quella soglia oltre la quale il compromesso diviene confusione e cedimento.

Non sbaglia a ricordare che solo i radicali hanno chiamato in causa il Concordato, ormai «caduto in desuetudine». Anzi, che «sta in piedi soltanto a tutela dei henefici che ne riceve la Chiesa», mentre «i limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati superati». Capezzone ha provocatoriamente chiesto come mai il governo non protestasse con la Santa Sede per l'«irritualità» della Cei nelle sue irruzioni palesemente anticoncordatarie nei confronti del potere legislativo, così come ha fatto con gli Stati Uniti pochi giorni prima per l'intervento dei sei amhasciatori che ci invitavano a restare in Afghanistan.

Ma, alla fine, conclude Scalfari, ha avuto ragione il Governo e Rosi Bindi è l'ultimo baluardo della laicità dello Stato. Rassicuriamo Scalfari. La Chiesa non ce l'ha con la Bindi. Anche lei dà il suo contributo. Serve il muso duro dell'intransigenza perché certi principi "non sono negoziabili", ma anche gli "ascari" che incassano il "male minore".

Dunque, ancora una volta è il catto-comunismo, quell'assetto di potere dal connotato geneticamente illiberale dal punto di vista del diritto, della giustizia, dell'economia e delle libertà civili che continua a stringere in una morsa il nostro paese, che dovremmo denunciare e contrastare.