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Wednesday, December 05, 2007

Dico di più: Cus

Non ho ancora avuto modo di leggere il disegno di legge, ma il contratto di unione solidale varato come testo base per il riconoscimento delle coppie di fatto dalla Commissione Giustizia del Senato mi sembra molto meno ambiguo dei Dico. Innanzitutto, non è uno scambio di raccomandate, ma un contratto, il cui rispetto è tutelato dalla giustizia civile, in cui le due parti regolano la propria convivenza, la dichiarano alla comunità in cui vivono, esprimendo attivamente una volontà definita e riconoscibile nell'atto stesso. E' già qualcosa con una sua dignità. Certo, probabilmente molti aspetti delicati (come la pensione) rimangono inevasi. Vedremo di capirci di più nei prossimi giorni.

Sul piano politico ci aspettiamo che l'aver svincolato il progetto dal papocchio governativo Bindi-Pollastrini e l'aver adottato il modello Biondi sia d'aiuto ai parlamentari più liberali del centrodestra per uscire allo scoperto e appoggiare il ddl.

Tuesday, May 08, 2007

Il fondamentalismo riguarda tutte le religioni

Fa bene ricordarselo, ogni tanto: "no taliban, no Di Segni"

Sul numero di maggio del mensile ebraico Shalom il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, interviene con forza contro i Dico. E in ciò non vi sarebbe nulla di particolare, se non che il rabbino ricorre a degli argomenti letteralmente inquietanti.

«Non è certo il matrimonio omosessuale accettato formalmente in altri Paesi, ma in ogni caso è una prima forma di riconoscimento legale di unioni omosessuali», che il rabbino si spinge però fino a paragonare alla legalizzazione di omicidio, furto e incesto.

Ma c'è di peggio, se possibile. Dopo aver premesso che «una posizione politica abituale tra gli ebrei, e spesso condivisa anche tra i più osservanti, è quella di non intervenire nelle scelte di libertà che lo Stato fa per i suoi cittadini, riservando solo alla coscienza individuale il diritto e dovere di fare scelte rigorose personali su argomenti nei quali la legge dello Stato concede spazi permissivi e di libertà», Di Segni ricorda che «secondo la Torà gli ebrei devono osservare 613 regole, ma questo non vuol dire che i non ebrei non debbano avere alcuna regola, perché in realtà le hanno anche loro, inquadrate in sette capitoli fondamentali (i cosiddetti precetti Noachidi), ed è nostro dovere come ebrei indurre i non ebrei a rispettare le loro regole. Come questo si possa realizzare è difficile dirlo, certo è che non possiamo rimanere indifferenti al superamento di determinati limiti, acconsentendo per esempio che la legge dello Stato ammetta l'omicidio, il furto, l'incesto».

Neanche Ratzinger e Ruini si erano spinti tanto in là. Se abbiamo capito bene il rabbino sta teorizzando che gli ebrei dovrebbero «indurre i non ebrei a rispettare» i cosiddetti precetti Noachidi e che se ciò non accade è solo perché è difficile capire come si possa realizzare. Insomma, par di capire, solo perché i rapporti di forza e di potere non lo consentirebbero.

Quindi si evoca implicitamente il paragone: gli ebrei non possono rimanere indifferenti a «una prima forma di riconoscimento legale di unioni omosessuali», come non potrebbero acconsentire alla legalizzazione di omicidio, furto e incesto.

Inoltre, il rabbino spiega che dall'accettazione di «modelli di organizzazione della società non ebraica» gli ebrei pagano «il prezzo» di una «drastica contrazione numerica... Le cause del disastro sono molteplici: ci si sposa di meno e molto più tardi, si fanno molti meno figli (anche perché ci si sposa tardi), i vincoli matrimoniali sono molto instabili (separazioni, divorzi)». Ed è «innegabile dal punto di vista sociale che queste unioni sono il segno di un rapporto debole con l'ebraismo».

In fondo, non sono pur sempre i "fratelli maggiori"?

Sunday, April 01, 2007

Il volto rozzo e ignorante della Cei

Mons. Bagnasco, presidente della CeiUn crescendo di dichiarazioni volte ad avvelenare il clima politico e rendere impossibile ogni sereno dibattito sui temi che per la Chiesa investono valori «non negoziabili».

Dopo la nota impegnativa rivolta ai parlamentari cattolici, l'interpretazione autentica di monsignor Anfossi («il legislatore che si sente parte della Chiesa non può votarli [i "Dico", n.d.r.]», che hanno indotto persino il cauto e "sottile" Amato a intervenire (qui non è l'islam), arriva il nuovo affondo, stavolta farneticante.

«Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente [?] della persona umana, non vi è più un criterio di giudizio per valutare il bene e l'unico criterio o il criterio dominante è il criterio dell'opinione generale, o dell'opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia. Che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente. Perché dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all'incesto come in Inghilterra [era in Germania, n.d.r.] dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Perché poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali», ha messo in guardia il capo della Cei, monsignor Bagnasco.

Quale dovrebbe essere, dunque, il «criterio dominante per valutare il bene e il male», secondo Bagnasco? A chi dovrebbe essere affidata l'interpretazione di questo criterio? Ma dove ha studiato, il monsignore? Che idea ha della democrazia? Nei paesi democratici i rappresentanti eletti non giudicano il bene e il male. Le maggioranze in democrazia non incarnano il bene, né per il loro numero hanno sempre ragione. Se così fosse non ci sarebbe bisogno di democrazia. E' per questo che sono previste elezioni periodiche da cui le maggioranze possono uscire minoranze. Ed è per questo che il legislatore dovrebbe astenersi dall'imporre per legge una visione morale.

A difendere i diritti delle minoranze da maggioranze «antidemocratiche o violente» c'è la Costituzione e, comunque, nessun controllo preventivo, nessuna tutela al di sopra della rappresentanza democratica può preservarci da esse. Bagnasco ci sta in sostanza dicendo che per difenderci da ipotetiche maggioranze «antidemocratiche o violente» dovremmo abolire la democrazia e affidarci a non meglio precisati criteri oggettivi, interpretati da qualche genere di Guardiani. In questa idea fasulla c'è tutta la rozzezza e l'ignoranza di gerarchie ecclesiastiche che nel migliore dei casi non hanno capito nulla della democrazia, nel peggiore usano una retorica pericolosa per sabotarla, imputandole l'incapacità di giudicare ciò che non le compete.

Di nuovo viene posto l'accento sul dato di natura: «Oggi ci scandalizziamo, ma se viene a cadere il criterio antropologico dell'etica che riguarda la natura umana è difficile dire "no". Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono, perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale».

Esattamente così, monsignor Bagnasco. Il nostro patto politico si fonda sulla libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta. Uno, due o più consenzienti fanno quello che vogliono, finché non ledono la libertà e non danneggiano i legittimi interessi altrui. Per la legge è questo, o questo dovrebbe essere, in un paese laico, l'unico «criterio oggettivo».

E' naturale, nel senso letterale del termine, ciò che esiste in natura, ma viene spesso usato questo concetto come sinonimo di normale. Una normalità derivata da un tipo specifico di cultura umana fondata su una rivelazione divina. Dunque, ciò che si spaccia per natura, è in realtà ciò che la cultura umana di un determinato periodo storico ritiene normale, buono, giusto, non in contraddizione con Dio. Che siano gli uomini, in definitiva, a stabilire cosa sia naturale e cosa no è la migliore dimostrazione del fatto che spesso ciò che viene definito come naturale è in realtà culturale. Le concezioni della famiglia, o dell'omosessualità, per esempio, nelle diverse epoche sono frutto della cultura, non della natura.

Agitare i fantasmi dell'incesto e della pedofilia come inevitabili forme di decadimento verso cui scivoleremmo riconoscendo le unioni di fatto è un modo disonesto di intervenire nel dibattito pubblico, ma certo non arretriamo. Sull'incesto tra persone adulte e consenzienti nessun tabù morale. Anche la pedofilia è questione ben più complessa di come viene presentata dalla cultura cattolica e nel senso comune. Non è in sé l'amore tra un adulto e un ragazzo il problema, ma la violenza, la costrizione, la sottomissione psicologica.

"Born to be Abramo", Elio e le Storie Tese (1997)

Sunday, March 11, 2007

E' andata così e così...

Il manifesto Diritti ora!Mi sono inoltrato con ragionevole ottimismo per le vie del centro di Roma fino a raggiungere, verso le 15,20, la bella piazza Farnese, proprio adiacente a Campo de' Fiori con il mercato della mattina in via di smobilitazione.

E si faceva fatica a entrare nella piazza, tanta era la calca. Quindi prometteva bene. Devo dire, invece, che sono combattuto nel fare un bilancio della manifestazione "Diritti ora!"

E' stata senz'altro chiassosa e festante ma assolutamente civile nei toni. Un po' d'ironia non mancava. I "Dico" non appassionano. C'era grande consapevolezza che non rispondono alla domanda di diritti soprattutto da parte degli omosessuali, per l'assenza, dall'impianto giuridico, di una chiara, e alla luce del sole, espressione di volontà da parte della coppia.

Tuttavia, non possono non essere registrate la banalità sconfortante degli interventi politici e l'ingenerosa, brutta accoglienza riservata a Benedetto Della Vedova da parte di un popolo "de sinistra" che ancora una volta si dimostra ottuso e fazioso.

Forse mi ero fatto delle illusioni, ma mi aspettavo anche più gente. Una dimostrazione di forza non c'è stata.

Purtroppo è mancata la spinta delle grandi organizzazioni. A giudicare dalle bandiere i Ds non c'erano proprio. Qualche bandiera della Cgil, qualcuna della Sinistra giovanile, poi lo Sdi, la Rosa nel Pugno, i radicali. I "big" sono rimasti alla larga e persino Marco Pannella, che c'era, non so perché non sia salito sul palco. Per il resto la folla era composta in gran parte dalla comunità omosessuale, romana e non solo. Eppure mi è parso che neanche le organizzazioni omosessuali abbiano saputo fare il pieno, riuscendo a mobilitare non più che il loro stretto seguito, poco più di una serata all'Alpheus. Quasi che tutto sommato le unioni civili non siano tra le priorità nemmeno dei gay, quelli non politicizzati, o che comunque il distacco dalla politica e la cura del privato siano il segno di questi tempi.

Purtroppo ho avuto la conferma che in questo paese la partecipazione politica spontanea è scarsa. Le grandi manifestazioni hanno luogo solo quando i grandi partiti, i sindacati, o le associazioni cattoliche, militarizzano i propri adepti. Se non si muovono questi non solo non si raggiungono i grandi numeri (milioni o centinaia di migliaia), nessuno se lo aspetterebbe, ma neanche i diecimila.

E qui veniamo a un tasto particolarmente dolente. Il balletto delle cifre sulle presenze alle manifestazioni è una delle cose che mi fanno davvero girare le palle.

Gli organizzatori dal palco, nel momento di punta, stimavano «almeno 50 mila» persone. Tra le 18 e le 19, quando la folla andava lentamente scemando, qualcuno azzardava persino 80 mila. La questura, stando a quanto leggo su Corriere.it, stima 20 mila.

Ora, facciamo un po' di calcoli. Dicesi «folla», come ben sanno gli ingegneri, quando 300 Kg pesano su un solo metro quadrato. Cioè, 4 persone a mq. E vi assicuro che si soffoca. Di più è fisicamente impossibile.

Piazza Farnese è circa 75 metri di lunghezza per 50 di larghezza: fanno 3750mq. Per 4, fanno 15 mila persone (per 3 fanno poco più di 11 mila). Se considerate il palco, i molti furgoni, l'edicola, i bar, lo spazio transennato retrostante le due fontante sui due lati corti, in cui per tutta la durata della manifestazioni si poteva camminare agevolmente, la mia stima è che dalle 15,30 alle 18 non c'erano più di 6-7-8 mila persone assiepate al centro della piazza. Poi, certo, bisogna considerare quanti in quelle ore sono passati, si sono fermati per qualche minuto e poi hanno proseguito la passeggiata del sabato pomeriggio. Campo de' Fiori, nel frattempo, era semi-vuota e il suo consueto traffico è iniziato come sempre verso sera. Siamo comunque ben lontani persino dalle stime della questura.

Questo, naturalmente, vale anche per San Giovanni, dove un milione di persone di sicuro non c'è mai entrato.

Thursday, March 08, 2007

Salvi ripone i "Dico" nel cassetto

Nell'annunciare che i "Dico" Bindi-Pollastrini non saranno adottati come testo base da cui far partire la discussione della Commissione Giustizia del Senato sulle unioni di fatto, Cesare Salvi ha colto con un esempio lampante i pericoli di intrusione statale nella sfera privata dei cittadini rappresentati dal ddl governativo: «Se un cittadino è destinatario della famosa raccomandata con ricevuta di ritorno, e questa ricevuta la firma il portiere del palazzo o la donna di servizio, cosa succede? Il cittadino è vincolato o meno all'unione civile?».

E' un pericolo che avevamo ravvisato per primi, prim'ancora che ci fosse un testo ufficiale, solo dall'andamento del dibattito. Per venire incontro alla Chiesa e ai settori cattolici integralisti della maggioranza gli autori del ddl giungevano a un esito paradossale: non riconoscendo alcun valore alla coppia, quasi cancellandola dagli atti ufficiali, degradando l'espressione di una volontà a semplice certificazione, davano rilevanza pubblica a un qualcosa di cui contemporaneamente volevano nascondere l'esistenza, facendo venir meno il socialmente rilevante, la stessa ragion d'essere del riconoscimento pubblico: l'impegno dei singoli in un rapporto di coppia.

Il meccanismo della certificazione di una condizione, la convivenza, direttamente produttiva di diritti, che scatta secondo modalità e tempi predisposti dallo Stato, è frutto di esiti paradossali e del tutto illiberali: come escludere, infatti, il rischio che avendo posto l'accento sulla situazione di fatto e non sulla volontà di una coppia, qualche giudice prima o poi riconosca i diritti se anche uno solo dei due conviventi lo richieda unilateralmente? Se è il "fatto" a generare i diritti dei conviventi, e non la volontà dei contraenti, allora basta anche uno solo dei due conviventi che denunci la situazione in cui si trova per far scattare i "Dico".

La libertà di convivere, ma senza "Dico", viene fortemente messa in dubbio da questa normativa, che a causa dei paletti politici con i quali è nata non può superare questa ambiguità di fondo.

Salvi ha praticamente smontato pezzo per pezzo l'impianto giuridico del ddl: «Resta da chiarire, nell'ipotesi di dichiarazione unilaterale, chi sia legittimato a far valere l'insussistenza tra le due persone del rapporto di convivenza... Particolare rilievo assume il fatto che l'unico onere a carico di chi presenta la dichiarazione sia quello di darne comunicazione mediante raccomandata al convivente prescelto, non essendo previsto che gli effetti giuridici riconducibili alla dichiarazione siano collegati all'effettiva conoscenza da parte del destinatario».

Non è chiaro «se la fattispecie da cui derivano gli effetti della convivenza sia un mero fatto giuridico oppure un atto giuridico o un negozio unilaterale, e in questa ipotesi se debba essere considerato o meno un negozio recettizio». Insomma, Salvi arriva allo stesso nodo che avevamo portato al pettine settimane fa: che succede «se il destinatario della raccomandata non è d'accordo? E' pensabile configurare una situazione per cui una persona possa trovarsi legata ad un vincolo giuridico senza volerlo e perfino senza saperlo?».

Allo stesso modo, «si pone l'interrogativo su quale sia il fatto giuridico che fa venir meno la convivenza, se sia il fatto materiale del venir meno della coabitazione, anche nell'ipotesi in cui si tratti di decisione condivisa dal partner (motivi di lavoro o di studio), ovvero il venir meno del vincolo affettivo».

Tali problemi, conclude Salvi - al quale è ingiusto attribuire un intento sabotatore, piuttosto il contrario - non si porrebbero «qualora si seguisse la via indicata dai disegni di legge di iniziativa parlamentare che fondano il rapporto di convivenza su una comune dichiarazione di volontà», dalla quale non si può prescindere se si vuole una legge dagli standard minimamente liberali.

Diritti gay: il tempo della delega alla sinistra è finito

Criticando l'intenzione dei vescovi di convocare le divisioni del Papa, pare a fine marzo, in piazza San Giovanni, Francesco Merlo scrive un paio di frasi davvero efficaci nello spiegare come Ruini e la Chiesa siano i veri materialisti, sessuocentrici e sessuofobici. L'ipocrisia innanzitutto:
«Ruini organizza la piazza perché vuole che nelle famiglie rimanga celata la diversità e la dissonanza, che l'omosessualità venga coltivata appunto come vizio nascosto, con questa idea barbara e blasfema che Dio sia maschio e il diavolo sia invece pederasta, che il diritto non sia compatibile con l'omosessualità, che ci siano dei viali di Roma dove, anche nella notte di Pasqua, è opportuno che gli omosessuali si vendano nell'inferno del vizio, mentre è sempre inopportuno che due uomini o due donne si amino alla luce del sole, ed è pagano e antiitaliano che i loro diritti di coppia siano tutelati da una timidissima legge, che non è certo rivoluzionaria».
«Nella tormentata storia della liberazione sessuale dell'Italia, la famiglia, se è in crisi, non lo è certo a causa degli omosessuali. Al contrario, gli omosessuali proprio perché vogliono "affamigliarsi" la rilanciano, ne accettano il codice alto che non può essere ridotto da nessuno, neppure da Ruini, alla tecnica sessuale, al modo con il quale in camera da letto si uniscono due corpi. E' Ruini e non gli omosessuali a credere che l'uomo sia una pratica sessuale. Nessuna persona sana quando parla con qualcuno pensa alle sue parti basse e all'uso che egli ne fa. E l'Italia, che forse non è un paese molto morale, è però abbastanza sana: all'anarchia del vizio nascosto preferisce la civiltà dei diritti...»

Secondo la loro visione la vita non è che un processo biologico, dove l'anima scompare dalla scena; l'amore e la famiglia non sono che meccanica sessuale, senza spiritualità. Hanno paura dell'uomo. Ma com'è ridotta una religione che ha paura dell'uomo?

Tuttavia, conclude Merlo, «nessun organizzatore di piazze, nessun Ruini riuscirà a toglierci quel Cristo semplice che fu dileggiato in piazza proprio perché diverso. Si può essere omosessuali e non stare con Cristo, ma non si può neanche immaginare Cristo che manifesta contro gli omosessuali».

Se la Chiesa ha già tolto la propria delega politica ai partiti d'ispirazione cattolica e intende intervenire direttamente in difesa di quei principi ritenuti «non negoziabili», il movimento omosessuale sta per fare altrettanto con la propria delega alla sinistra. E lo fa con questo articolo davvero splendido di Aurelio Mancuso, su il Riformista, che forse è espressione di un momento di consapevolezza piena e di maturità politica completa da parte del mondo omosessuale: «Questi ceti politici della sinistra italiana devono sapere che il tempo della delega è definitivamente concluso e questa manifestazione del 10 marzo vi metterà il sigillo».

Né destra, né sinistra, ma al di là di destra e sinistra, la decisione è di "investire" nella società italiana.

Infine, nota per Benedetto Della Vedova, dei Riformatori Liberali, che sarà alla manifestazione del 10 marzo: i "Dico" «non dicono nulla», ma «è ora che le coppie omosessuali abbiano un riconoscimento giuridico... un riconoscimento di serie A». Peccato che poi, come spesso gli capita, cade in alcune evidenti contraddizioni.

Saturday, March 03, 2007

Qui lo Dico e qui lo nego

Ineccepibile ricostruzione del "tramonto dei Dico" da parte di Pierluigi Battista, sul Corriere: "«Libertà di coscienza», con i numeri del Senato, equivale a un affossamento dei Dico"; e individua la radice dell'errore: "Il governo avrebbe potuto agire diversamente, parlamentarizzando sin dall'inizio il percorso di una legge sulle unioni di fatto".

Il 10 marzo, a Roma, è prevista una manifestazione organizzata dall'Arcigay, a cui hanno aderito anche i radicali, che con ogni probabilità mobiliterà l'area "laicista" della maggioranza. Contrariamente a quanto possa apparire, Battista non paragona questa manifestazione a quella di Vicenza contro la base Usa. Semplicemente, osserva che "sul piano simbolico" può diventare per il governo un nuovo momento di scontro e di divisione difficilmente componibile. Come dargli torto? Qualcosa mi dice che però sui "Dico" i comunisti alla Vendola un occhio sapranno chiuderlo.

Monday, February 26, 2007

Ufficiale: "Dico" fatti fuori per il voto di Andreotti

Due fatti sono appurati da stamattina. Primo: dietro l'astensione di Andreotti al Senato che ha provocato la crisi del Governo Prodi ci sono davvero i "Dico", come si vociferava nei primi momenti. L'ha ammesso lui stesso, in questa intervista di oggi al Corriere della Sera, in cui racconta: «Il ministro degli Esteri aveva impostato la sua relazione sull'affermazione che la politica della Farnesina è in continuità con i governi precedenti, fatto salvo però il periodo dell'Esecutivo Berlusconi. Ecco, è questo concetto che proprio non mi ha convinto. E poi c'era il clima di Vicenza».

Nessun complotto, dunque, «è un sospetto che in Italia non muore mai, ma è tutto sbagliato», però... Però «le ripeto, io stesso come cattolico, ma anche come persona, ero rimasto molto male impressionato dal fatto che il governo avesse proposto le famiglie omosessuali».

Secondo: Puff, dal documento in dodici punti di Prodi i "Dico" sono spariti e il senatore a vita - ari-puff - annuncia che giovedì voterà la fiducia. «In aula ci sarà un dibattito e alcuni temi che avevano disturbato saranno accantonati. Quindi non dovrebbero esserci difficoltà».

E i radicali? Semplicemente annichiliti. Votano tranquilli la fiducia. Non se la sentono neanche di dare un "segnale politico" che non metta a rischio la fiducia a Prodi.

Saturday, February 17, 2007

Il vestito a taglia unica di Stato sta sempre più stretto

Che splendidi liberal-conservatori Ostellino e Martino. Nel senso migliore del termine, non come quel reazionario di Pera.

«Che cosa sono i Dico?». Se lo chiede Piero Ostellino oggi nella sua column sul Corriere.
«Per un liberale, sono un'intrusione dello Stato negli affari privati degli Individui. Sono un'ulteriore manifestazione della vocazione collettivista, comunitaria, antindividualista della cultura politica nazionale che ha le sue radici nella stessa Costituzione della Repubblica. Sono la prova che i cittadini sono sempre percepiti come "comunità" invece che come singoli Individui. Sono la testimonianza dell'incapacità di una parte della classe politica di riconoscere il pluralismo, la soggettività, la diversità dei casi della vita. Sono la sua inclinazione a ridurre pluralismo, soggettività, diversità a omogeneità e a omologazione. I Dico non sono un allargamento degli ambiti di libertà. Sono piuttosto il misconoscimento dell'autonoma libertà di scelta individuale in nome del populismo e del paternalismo di Stato».
E così Antonio Martino, su Libero, al quale si associa Ostellino:
«Non vedo proprio perché tutti i casi possibili di non matrimonio debbano essere regolamentati per legge... Ritengo che queste situazioni, tutte quelle possibili e che non ricadono certo sotto un'unica fattispecie, debbano essere affidate a quello che è uno dei principi fondamentali del liberalismo, la libertà di contratto... Se si seguisse questo elementare principio di civiltà liberale, sono certo che le regole adottate dai conviventi sarebbero molto diverse a seconda dei casi. Perché, invece, abbiamo la luciferina presunzione di imporre a tutti un vestito della stessa taglia? Perché non lasciamo che a decidere in base a quali regole convivere siano gli stessi interessati, che conoscono meglio di chiunque altro cosa sia meglio adottare nel loro interesse? (...) Se due adulti consenzienti vogliono stipulare un contratto su qualcosa che riguarda soltanto loro, che diritto ha lo Stato di impedirglielo? Solo nel caso in cui un accordo ha implicazioni per soggetti terzi esiste, in generale, lo spazio per una disciplina legislativa».
«Così parla un liberale», conclude Ostellino: «... la moltiplicazione dei diritti si risolve, sul lato dell'autonomia individuale, nell'arbitraria estensione del potere regolatore dello Stato e, su quello sociale, in un costoso allargamento del welfare a nuovi soggetti, con aggravio per la finanza pubblica».

Direi ineccepibili parole, ma a parlare sono liberal-conservatori. Sarei pronto a sottoscriverle, ma come si fa - chiedo - a non vedere che prim'ancora che nei Dico sta nell'istituto del matrimonio civile la «luciferina presunzione di imporre a tutti un vestito della stessa taglia»? E a non vedere che è quella "taglia unica" che oggi sta stretta sempre a più cittadini? Perché Ostellino e Martino non chiedono che lo Stato faccia un passo indietro dagli affari di famiglia e lasci agli interessati piena libertà contrattuale anche nel matrimonio?

In che misura il loro - nell'escludere il matrimonio, come istituto riconosciuto e regolato dallo Stato, dal loro ragionamento - può essere definito un riflesso conservatore? Come risolverebbero, da liberali, il problema delle coppie omosessuali, che a differenza di quelle etero non potrebbero neanche contrarre matrimonio? Non vedono alcuna discriminazione in questo?

Se i matrimoni sono in calo e le coppie che scelgono la convivenza aumentano esponenzialmente, forse l'istituto giuridico "matrimonio", con il progressivo mutare della società, è divenuto troppo rigido, o comunque è percepito come tale. Il problema sorge proprio dal fatto che già oggi viene imposto a tutti «un vestito della stessa taglia»! Non i Dico, ma il matrimonio tradizionale. Ed è comprensibile che le nuove coppie di conviventi si sentano discriminate e reclamino di essere riconosciute. Esercitano la libertà contrattuale invocata da Ostellino e Martino, rinnovandola quotidianamente, ma per lo Stato quei contratti non valgono nulla rispetto al "vestito a taglia unica" del matrimonio civile. Dunque, con quell'istituto «l'intrusione dello Stato negli affari privati degli Individui» è già una realtà. E' quell'intervento il "peccato originale", la fonte delle discriminazioni a cui oggi si chiede di porre rimedio.

Ed è la concezione assistenziale di un welfare rivolto alle categorie e non ai singoli individui in difficoltà che come discriminazione "in positivo" finisce per creare conflitti anziché risolverli.

Quel vestito sta stretto a sempre più cittadini nella nostra società di oggi. Dunque, o se ne creano di taglie diverse, o si permette a ciascuno di farselo su misura, senza una taglia unica di Stato. Si tratterebbe di "privatizzare" il matrimonio e ogni forma di convivenza, come sostengo nel mio articolo «Pacs, un approccio libertario», pubblicato su LibMagazine, e come spiegava Stefano Magni alcune settimane fa su L'Opinione.

Friday, February 16, 2007

Angelo, non Angiolo

Giorni fa, su Il Foglio (15 febbraio), comparivano due appelli rivolti ai vescovi italiani riguardanti la nota ufficiale preannunciata dal Cardinale Ruini sul voto dei parlamentari cattolici in merito al disegno di legge sui "Dico".

Il primo appello, da parte dei cattolici democratici (prime firme Alberigo e Melloni) implorava i vescovi di non imporre ai parlamentari cattolici il rifiuto della legge sui "diritti dei conviventi" e di equilibrare le loro prese di posizione. Il secondo, chiamato "contrappello" (promosso, tra gli altri, da Ferrara, Socci e Amicone), chiedeva ai vescovi di mantenere «chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare», ritenendo «ingiusta ogni forma di intimidazione intellettuale contro l'autonomia del pensiero religioso» e «improprio, sintomo di un uso politico della sfera religiosa», l'appello dei cattolici democratici, frutto di «un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale».

Il giorno dopo (16 febbraio) Il Foglio chiedeva ad alcuni opinionisti di commentare i due appelli. Di seguito le risposte di un editorialista del Corriere della Sera e di un radicale doc.

«[Penso] ci sia qualcos'altro, e per questo voglio prima leggere la nota che uscirà dalla Conferenza episcopale. Perché non ci si sta rivolgendo ai cattolici in generale, ma ai parlamentari, e se davvero si minacciano sanzioni in caso di voto favorevole alla legge sulle coppie di fatto, allora la questione è molto delicata perché tocca gli accordi concordatari. Io vorrei vivere in America, vorrei che non ci fosse nessun concordato, penso che la chiesa abbia il sacrosanto diritto di rivolgersi ai credenti su tutte le questioni che la toccano, e i laici che negano questo diritto non hanno capito bene che cos'è la libertà».
(Angelo Panebianco)

«E' sacrosanto quanto contenuto nel controappello, cioè che i vescovi devono mantenere chiara la loro impostazione di dottrina e di cultura in tema di legislazione familiare. E' giustissimo che occupino uno spazio pubblico nella vita della comunità, sono assolutamente d'accordo. Ma la supplica ai vescovi è decorosa, utile, accettabilissima, non è un tentativo d'imposizione ma una richiesta di attenzione, e del resto lo spazio pubblico deve anche accettare la pubblica critica».
(Angiolo Bandinelli)

Monday, February 12, 2007

Dico. Compromesso buono per la coppia catto-comunista

LibMagazineOn line un nuovo, ricchissimo numero di LibMagazine

E' una cattiva legge. E le cattive leggi non vanno sostenute perché sembrano un "primo passo", o perché "tanto peggio, tanto meglio", "qualcosa è meglio di niente". C'è una soglia superata la quale il compromesso, la "sintesi", proprie della politica, si sviliscono in semplice confusione. Quando accade, la prima vittima è il diritto...
Continua sul numero XIV di LibMagazine

La rivista si sta espandendo, con l'ingresso di tanti validi nuovi collaboratori. Attualità, politica, esteri, cultura, "laicità", opinioni e interviste. Questa settimana una mia lunga intervista a Daniele Capezzone.