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Monday, June 06, 2016

Il centrodestra può ripartire solo da Milano, i romani cercano un Marino al cubo

Tutte le forze politiche ricevono da queste elezioni amministrative indicazioni e ammonimenti

CENTRODESTRA - E' piuttosto evidente che il centrodestra torna ad essere competitivo quando 1) è unito, 2) è alternativo a Renzi e alla sinistra, 3) si presenta con il volto di uno come Parisi e non con quello del duo Salvini-Meloni...

L'analisi dell'"esperimento" romano per il centrodestra è piuttosto facile e sta tutta in un tweet di Francesco Storace (che sosteneva Marchini): "Siamo andati così male che almeno non abbiamo sulla coscienza il mancato ballottaggio di Giorgia Meloni".

Già, perché se si tratta della mozione degli affetti e del "celodurismo" di destra, può anche commuovere il 20% della Meloni "da sola", ma la realtà è che la prova di forza per la leadership nel centrodestra è persa malamente. Malamente perché la Meloni arriva terza staccata da Giachetti e senza nemmeno poter recriminare sul boicottaggio da parte di Berlusconi: è troppo distante da Giachetti (4 punti percentuali, 24,8 a 20,7) e troppo pochi (anzi forse nulli) i voti spostati da Berlusconi su Marchini, che ha preso più o meno quanto prese nel 2013 da solo. I suoi voti non sarebbero andati comunque alla Meloni, nemmeno se Berlusconi non lo avesse sostenuto. Diverso il discorso se Marchini avesse preso il 14-16%, o se il distacco della Meloni da Giachetti fosse stato intorno all'1%, allora sì Giorgia avrebbe potuto prendersela con Berlusconi.

La verità è che Salvini e Meloni hanno fatto carte false per giocare su Roma la propria prova di forza, per dimostrare la loro leadership nel centrodestra, e hanno preso la legnata. Questo non vuol dire che Berlusconi e Forza Italia se la passino bene, ma la controprova l'abbiamo a Milano. La lezione per il centrodestra è che con il profilo Salvini-Meloni fai il duro ma arrivi terzo. Per provare a vincere il profilo giusto è quello di Parisi. Il problema per Salvini è che in città che hanno ovviamente problemi anche grandi, come Milano, ma tutto sommato funzionicchiano, funzionano candidati moderati (più dell'80% degli elettori milanesi appoggia le proposte di Sala e Parisi), mentre in città allo sbando, dove c'è il caos, come a Roma, lo spazio della protesta lo occupa agevolmente il M5S. Per riassumerla con un tweet, scegliamo quello di Marco Taradash: "Un centrodestra di governo può rinascere solo dal centro(destra). Da Milano insomma, non da Roma". Uniti, in alternativa a Renzi e alla sinistra, ma con il volto di Parisi, non di Salvini-Meloni.

ROMA E MILANO - Ma la differenza tra Roma e Milano non è solo il profilo dei candidati... E' anche, e soprattutto, drammaticamente il profilo degli elettori... A Roma manca la borghesia, manca un ceto produttivo. La maggior parte delle famiglie dipende da uno stipendio pubblico, che sia statale o comunale, di un'amministrazione o di una partecipata. E anche le imprese, edilizie e non, dipendono dalla spesa pubblica improduttiva, centrale o comunale. Tanto che tutti i candidati hanno coccolato i 60 mila dipendenti tra comunali e municipalizzate (180 mila voti con i rispettivi famigliari?).

Ciò ovviamente non impedisce ai romani di lamentarsi delle cose che non vanno, ma la maggior parte di loro è parte del problema.

E i romani vogliono un Marino al cubo. Le motivazioni per cui elessero Marino nel 2013 sono le stesse per cui oggi votano Virginia Raggi. Attribuiscono al voto per una figura lontana dai partiti tradizionali e autoproclamatasi onesta, incorruttibile (che però non sia un ricco signore borghese e belloccio), un valore palingenetico. Credibilità? Competenze? Curriculum? Proposte? Se ne fregano... Nessuno forse se lo ricorda, ma già votando Marino i romani avevano votato contro l'establishment del Pd. Marino si candidò in polemica con il Pd, promettendo indipendenza dai vertici, ostentando la sua lontananza dal partito e la sua provenienza dalla "società civile", la sua "moralità". L'allora leadership del Pd, bersaniana, aveva appoggiato David Sassoli e i renziani Paolo Gentiloni. Gli elettori di sinistra scelsero Marino alle primarie e i romani lo incoronarono col 60%. Solo dopo pochi mesi questo 60% era scomparso. Non riuscivi più a trovarne uno che avesse votato per Marino... Da questo punto di vista, cioè le motivazioni di voto dei romani, la Raggi è un Marino al cubo e sì, può far peggio dei partiti. Ma statene certi, del 60% con cui verrà eletta sindaco dopo pochi mesi non si troverà nessuno.

IL M5S - Il successo a Roma del M5S è indiscutibile, così come del ballottaggio a Torino. Eppure, anche per il Movimento dal voto arriva alcuni warning. Innanzitutto, continua a non far presa sull'astensionismo. L'astensione in crescita, quasi la metà nelle grandi città, indica che la maggior parte degli elettori schifati dai partiti tradizionali preferisce restare a casa piuttosto che votare M5S. E con bassa affluenza, le percentuali, ovviamente, crescono. Inoltre, il M5S riesce a inserirsi alla grande nel vuoto delle forze politiche tradizionali e nelle situazioni allo sbando come Roma, intercettando il voto di protesta, ma non è ancora in grado di giocarsi la partita in situazioni "normali", tra proposte di governo credibili.

RENZI E IL PD - Non che sia andata bene al Pd renziano, ma le analisi che sentiamo/leggiamo e sentiremo/leggeremo nei prossimi giorni sono esageratamente negative. Il voto delle amministrative è sempre più "local" e sempre meno test nazionale. Dipende sempre più dalle realtà locali e dai candidati sindaci. Ed è giusto che sia così. E non esistono più da un pezzo le roccaforti. Ormai, se hai governato male una città, o semplicemente la gente si è stancata, puoi perdere. Anche a Torino e Bologna. Detto questo, il Pd è in vantaggio a Torino e Bologna, se la gioca a Milano ed incredibilmente è al ballottaggio a Roma dove la situazione era davvero disperata (dove va reso merito a Giachetti). Aspetterei, insomma, prima di parlare di avviso di sfratto a Renzi. Prima, dovranno farsi avanti alternative credibili a livello nazionale: con Salvini da una parte e Di Battista dall'altra può ancora dormire sonni tranquilli. Sui limiti strutturali del Pd, su Renzi deve intervenire, ha detto tutto Mario Sechi: il Pd, anche Giachetti a Roma, si è di nuovo rinchiuso nel suo recinto, rivolgendosi solo all'elettorato di sinistra, "ante-Renzi", e questo gli toglie molte possibilità di espandere i suoi voti ai ballottaggi e, ancor più preoccupante per Renzi, al referendum costituzionale di ottobre.
"Per miopia ideologica, vizio antico, tic antropologico, presunzione di autosufficienza che non c'è. Dov'è il renzismo che apriva le porte a chi voleva fare politica pur venendo da altre storie politiche? ... A chi farà appello il Pd? Come intende espandere il suo bacino elettorale? Adotta la strategia vista nelle elezioni comunali? Parla al suo elettorato ristretto (e mobile) che non è maggioranza nel Paese o pensa finalmente a qualcosa di più grande? Bisogna invece inseguire i voti potenziali di chi è rimasto a casa, di chi non è un militante del Pd ma ha un interesse per il futuro dell'Italia. Il renzismo è a un bivio: o si compie mostrando agli elettori un'offerta politica senza pregiudizi e steccati, oppure deraglia. Servono idee e cambi di passo nel partito, subito"
I "RADICALI" - Sono arrivati 1 a Roma e Milano. Decidano loro se grazie all'effetto morte di Pannella, a cui hanno fatto ampiamente ricorso sia Magi e Bonino a Roma che Cappato a Milano, o nonostante quell'onda emotiva. Se l'effetto Pannella ha contato, a questo si deve il superamento della "soglia psicologica" dell'1%, altrimenti sarebbero rimasti sotto. Se viceversa non ha contato, allora evidentemente gli elettori devono aver "riconosciuto" ben poco di Pannella in quelle liste...

Thursday, May 19, 2016

Una grande, forse irripetibile occasione sciupata

Tante battaglie. Alcune vinte, ma troppo poche. E alcune nemmeno battaglie ma poco più che scorribande. Altre, è stata già una vittoria averle combattute, in questo Paese. Ma la guerra - e ammetterlo, riconoscerlo, non diminuisce la sua grandezza - è persa. Basta guardare all'Italia oggi, a come è ridotto questo Paese, dall'"alto" della sua classe dirigente fino al "basso" della più dimenticata periferia... Un Paese rimbambito, rammollito, assuefatto agli opposti e convergenti statalismi. Statalismi di lotta e di governo. Un Paese che probabilmente è ancora più illiberale oggi di come Pannella l'ha trovato all'inizio della sua storia politica. Un Paese in cui per tentare di far passare qualcosa di liberale bisogna far ricorso all'argomento della mera convenienza pratica, non alla forza, dirompente, dell'idea stessa di libertà, che così poco evidentemente riesce a far presa sugli italiani...

Guai quindi a lasciarsi confondere dalle commemorazioni. Celebrare conquiste e vittorie di Pannella è fuori luogo, significherebbe accontentarsi, scambiare per libertà qualche lumicino flebile e intermittente acceso nelle tenebre... Troppo poco rispetto agli sforzi, enormi, profusi. Pannella è stato sì un gigante. Ma forse più di vita e di libertà, che di politica e liberalismo. Di errori ne ha commessi, ma va detto che le forze avversarie erano soverchianti e quelle alleate non alla sua altezza. Purtroppo, l'amarezza di questo giorno è resa ancora più profonda dal dover constatare, con tutta onestà, che Pannella ci lascia più testimonianza che reale cambiamento in senso liberale. Pannella è quello che ha (quasi sempre) ragione, e con decenni di anticipo, ma non quello che vince. Resta l'amaro in bocca di una grande, forse irripetibile occasione sciupata.

Ma si sa, che la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia.
Forse è stato questo il senso del suo vagare, forse era giusto così...
Ed era sbagliato aspettarsi qualcosa di più e qualcosa di diverso.
Ma è stato comunque un bel rumore. Ciao Marco.

Thursday, February 07, 2013

Che vuol fare Giannino da grande?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?

E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.

Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.

Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.

E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.

Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?

Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?

Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?

Friday, October 14, 2011

Tirare a campare


Qualche considerazione sul voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni. L'opposizione rimedia l'ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di "cacciare" Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d'aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all'imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L'Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c'è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l'ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto - ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato - serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l'opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo "tecnico", la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli "indignados". La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i "no" nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d'animo attuale del premier.

Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall'antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l'Udc a scegliere prima del voto pena l'irrilevanza, mentre con l'attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l'assetto bipolare.

2. La "soluzione spagnola". Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi - a differenza di ieri - i mercati giudicano la Spagna meglio dell'Italia (come risulta dall'andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione - Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 - potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi. Prima di tutto, per una considerazione di ordine "sistemico". In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un'alternativa a Zapatero c'è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l'opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz'appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all'origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione - Pd, Idv e Sel - sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini. Nel frattempo, tra cantonate, recrminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l'interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l'impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo», come avevo fin da subito sostenuto su questo blog, compresa la citazione di Onida. L'esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. Queste le parole di Napolitano:
«Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina - espressasi anche nell'articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato - che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che... fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (...) Circa l'ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l'inconveniente determinatosi e consentire un'attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell'organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».
4. «Non ci sono più i radicali». E' sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver "salvato" il governo - come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e "sofrini" hanno riportato, evidentemente così accecati dall'antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni - ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l'arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli... E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro "fortune" esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

L'obiettivo dei radicali, come potrà appurare chiunque guardi ai fatti con serenità d'animo e senza pregiudizi, era unicamente fare uno sgarbo al Pd come ripicca per come vengono trattati. I deputati radicali si sono recati a votare alla prima chiama, ma solo dopo che il quorum era di fatto già stato raggiunto, perché aveva votato "sì" uno dei tre deputati in bilico della maggioranza, e sarebbe bastato per arrivare a 315, anche se quando ha votato Beltrandi avevano votato in 297. Il fatto che siano entrati alla prima chiama è una conferma. Se infatti avessero aspettato la seconda chiama, delle due l'una: o non sarebbero riusciti a fare lo sgarbo al Pd, perché se il quorum fosse stato raggiunto alla prima sarebbero entrati anche tutti gli altri gruppi di opposizione; oppure, in assenza del quorum alla prima chiama, entrando alla seconda avrebbero davvero "salvato il governo", responsabilità e rischio che non volevano assumersi.

Monday, March 28, 2011

Ipocriti!

La coalizione internazionale guidata dalla Nato in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, avrebbe assicurato poche ore fa alla Bbc il segretario generale dell'Alleanza Anders Fogh Rasmussen dopo le critiche da parte russa (secondo Mosca l'intervento in atto non sarebbe autorizzato dalla risoluzione dell'Onu). Bando alle ipocrisie, com'era ovvio, e auspicabile, l'intervento militare alleato non si è limitato a proteggere i civili dalle bombe di Gheddafi. Interpretando il mandato Onu in modo più esteso, l'intervento di fatto ha offerto, nonostante le numerose e ripetute smentite, una vera e propria copertura aerea agli insorti, che hanno così potuto rompere l'assedio di Bengasi e riprendere ad avanzare.

Un intervento, quindi, che oltre a proteggere i civili ha di fatto ribaltato, appena in tempo utile, le sorti del conflitto a favore dei ribelli. Un esito inevitabile e ragionevole. Con loro e non con Gheddafi ci siamo schierati, sarebbe onesto dirlo - e rivendicarlo - anziché nascondersi dietro l'alibi dell'intervento "umanitario". Non furono "umanitari" i bombardamenti contro la Serbia di Milosevic. Non lo sono quelli di oggi contro le forze di Gheddafi. Nonostante l'espressione «cambio di regime» venga ancora ipocritamente respinta per allontanare lo spettro di Bush, prima demonizzato poi riabilitato nei fatti, è innegabile che questo - e giustamente - sia l'obiettivo ultimo dell'intervento: cacciare Gheddafi. Diverse le circostanze politiche, molto diversa la Libia dall'Iraq, diverso l'impiego della forza, diversa (peggiore) l'organizzazione della coalizione, ma di questo si tratta. Nonostante a sinistra - siccome adesso alla Casa Bianca c'è Obama - molti si affaticano a spiegare perché in Libia sì può mentre in Iraq non si doveva (Libia vs. Iraq instruction for dummies), e a destra - solo perché Berlusconi con Gheddafi ha concluso molti affari e anche un trattato di amicizia, e perché in Libia l'Italia ha (aveva?) cospicui interessi - molti adottano le stesse infantili argomentazioni della sinistra contro la guerra in Iraq. Ipocriti!

P.S.
E tra l'altro mi chiedo: perché Pannella e i radicali non danno vita ad una bella iniziativa per l'esilio di Gheddafi, quindi a sostegno dei tentativi di Berlusconi, ostacolati evidentemente da quei "criminali" di Obama, Sarkozy e Cameron che vogliono la guerra a tutti i costi?!

Friday, December 10, 2010

Pannella ha perso il suo partito?

Con la loro gloriosa - sì, gloriosa - storia è normale che si interpreti il «dialogo» intrapreso in questi giorni da Pannella con i più alti e nobili obiettivi politici, come hanno fatto stamattina Biagio Marzo, su L'Opinione, e lo storico Ciuffoletti, sul Quotidiano nazionale. Certo, i radicali sono contro le ammucchiate e per il bipartitismo, ma in questa fase il «dialogo» bifronte pannelliano ha raggiunto innanzitutto lo scopo di recuperare un minimo di ascolto dalle parti del Pd, dopo mesi di indifferenza e angherie. Manfrina, insomma. Ma il quesito inedito che ancora nessuno si è posto (forse per una malintesa idea di rispetto nei confronti del leader radicale), e che invece sarebbe ora di porsi è il seguente: volendo giocare una partita diversa, più ambiziosa, rispetto a quella per la mera visibilità, Pannella, ad oggi, avrebbe davvero la forza politica di imporre ai suoi deputati e senatori, e al suo movimento, scelte non scontate?

Temo di no. Conserva il suo straordinario fiuto, quindi si è reso conto che in questa crisi i radicali non potevano restare immobili e silenti. Ma da mesi si sono aperte, tra maggioranza e opposizioni, vaste praterie politiche (sulla giustizia, sulla scuola e l'università, sulla politica di stabilità dei conti pubblici, e persino sulla politica estera) che i radicali - e solo loro - avrebbero potuto cavalcare e da cui invece si sono mantenuti a debita distanza. Ormai il 14 dicembre è alle porte. Non sarà il "giorno del giudizio" che molti si aspettano, nemmeno per il bipolarismo. Se anche il governo dovesse cadere, non è detto che si apra la fase auspicata dai terzopolisti, ma certo martedì prossimo il voto per il bipolarismo coincide con la fiducia o con l'astensione, mentre i radicali voteranno scontatamente la sfiducia, rimandando al dopo ulteriori valutazioni. Ma sinceramente ogni seria interlocuzione con Berlusconi, o con il blocco Pdl-Lega, è quasi del tutto da escludere (probabilmente da ambo le parti). E' venuto progressivamente a mancare in questi anni nel «mondo radicale» un contrappeso alle posizioni culturalmente di vecchia sinistra, e persino antagoniste e antiberlusconiane, che si sono invece sempre più radicate e rafforzate. Pannella ha tentato di tenere la barra dritta sulla sostanziale equivalenza tra il «capace di tutto» e i «buoni a nulla», sull'analisi del «monopartitismo imperfetto», dell'alternativa radicale a tutto, ma sono ormai degli orpelli rispetto a un posizionamento politico avvertito sempre più dai radicali - dirigenti e militanti - come appropriato. Hanno scelto il loro "meno peggio".

Il «dialogo» di questi giorni è quindi figlio della tattica, è fine a se stesso. Ma seppure volesse verificare se esistano le condizioni per aggiustare o cambiare rotta - e non ci giurerei - non credo che oggi Pannella avrebbe la forza di imprimere una svolta non scontata ai radicali, per la quale si troverebbe a scontrare con una irriducibile opposizione da parte di Emma Bonino innanzitutto, di quasi tutti i suoi parlamentari (forse solo Rita Bernardini lo seguirebbe) e di quel «mondo radicale» com'è diventato oggi, di cui lo stesso Pannella registra già in queste ore, con «dolore», la «rivolta rabbiosa» al suo «dialogo» con Berlusconi. E' triste, lo so. Ma Pannella ha perso il pieno controllo strategico del suo partito e gli incontri, l'iniziativa di questi giorni ha anche, come corollario, l'effetto (forse deliberato forse no) di perpetuare l'illusione che sia lui a condurre i giochi e a poter ancora disporre dei "suoi" parlamentari.

Wednesday, December 01, 2010

La campagna per Aziz non aiuta i cristiani in Iraq

L'ambasciatore iracheno a Roma è contrario alla pena di morte e ha preso in consegna la richiesta di grazia dei legali del figlio di Tarek Aziz, che trasmetterà, assicura, alle «più alte cariche». Ai microfoni di Radio radicale, però, aggiunge anche che «gli iracheni si chiedono spesso perché tutta questa attenzione per Aziz. Il sistema giudiziario iracheno, ricostruito anche con l'aiuto degli italiani nel 2003, ha sentenziato che questa persona è un criminale. Se si intende non riconoscere l'autorità irachena è un conto; se questa mobilitazione è legata al fatto che Aziz è cristiano, si tratta di una questione personale che non sappiamo neppure se sia vera». Un'affermazione che desta stupore. L'ambasciatore ipotizza che Aziz possa non essere cristiano e comunque, ricordando le vittime cristiane del regime di Saddam (270 chiese distrutte, gente uccisa perché andava in chiesa), dice di non aver «mai sentito Aziz difendere le persone che hanno perduto la loro chiesa, né pentirsi ora di ciò che ha fatto».

Ma si sa, l'ambasciatore deve difendere d'ufficio le scelte del suo Paese. Piuttosto, degno di nota è l'allarme di un deputato iracheno cristiano, Yonadam Kanna, intervistato dall'AdnKronos: la campagna internazionale per salvare Tareq Aziz rischia di danneggiare proprio i cristiani che vivono in Iraq. Definisce le «pressioni» per sospendere la condanna una «intromissione negli affari iracheni» e avverte che «l'insistenza» nel voler salvare Aziz «in quanto cristiano rischia di alimentare ancora di più l'ostilità per la nostra comunità». E ciò è comprensibile, dal momento che l'appartenenza religiosa dell'ex numero due di Saddam ha alimentato la convinzione - vera o falsa che sia a questo punto è secondario - che i cristiani fossero una componente privilegiata dell'ex regime. Ecco perché oggi sono così malvisti e perché graziare Aziz potrebbe acuire anziché allentare le tensioni religiose.

Qualcuno sembra voler «seminare il panico tra i cristiani e spingerli a lasciare il Paese», mentre per evitare questo scenario, riferisce Kanna, vari gruppi parlamentari iracheni «hanno formulato una serie di raccomandazioni a garanzia della sicurezza dei cristiani e della loro permanenza nel Paese».

Tuesday, November 30, 2010

La migliore (o la meno peggio) riforma possibile

I punti forti e quelli deboli della riforma Gelmini sono indicati con precisione, oggi sul Corriere della Sera, da Francesco Giavazzi, che coglie anche il nodo politico della situazione: «La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica». Perché? Perché tutte le critiche e le opposizioni alla riforma, sia nel Palazzo che nella piazza, sono nel senso della conservazione dell'esistente e non di un'ulteriore e più radicale spinta riformatrice. Nessuno, limitandoci ai tre appunti mossi da Giavazzi, si lamenta perché la riforma non abolisce il valore legale dei titoli di studio, o non fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, o perché non separa medicina dalle altre facoltà. E sbaglia Giavazzi a ritenere che il Partito radicale di oggi sosterrebbe queste tre proposte, quando alla fine dei conti i 6 deputati radicali voteranno esattamente come hanno già votato i 3 senatori, cioè contro la migliore (o la meno peggio) riforma possibile. «Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa», riconosce infatti Giavazzi:
«La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti "in prova per sei anni", e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la "precarizzazione" dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca... innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione... per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati».
E infine, neanche le rimostranze sui tagli hanno più senso ormai: «I fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa». Un dibattito comunque fuorviante, quello sulle risorse, perché possono essere troppe o troppo poche, ma si tratta di una riforma per lo più ordinamentale e di governance, quindi utile a spendere meglio quello che c'è.

Oltre ai tre appunti condivisibili di Giavazzi, da un punto di vista liberale la riforma è criticabile perché troppo timida. Va tenuto presente, però, come fa Giavazzi, che né nella nostra classe politica, e tanto meno nelle piazze, c'è chi assuma questo punto di vista. Altro che privatizzazione e smantellamento dell'università pubblica... Pur cercando di introdurre elementi di merito e di valutazione dei risultati nell'assegnazione dei fondi, e di responsabilità nella gestione dei bilanci (prevedendo pesanti sanzioni in caso di disavanzo), essenzialmente la riforma non tocca le "strutture", non riconosce il mercato come unico vero giudice di meriti e demeriti individuali e collettivi: non vengono spostate risorse rilevanti dal fondo ordinario verso la disponibilità degli utenti; non vengono alzati i tetti delle rette universitarie; non viene modificato lo status delle università come enti 100% statali (seppure si apre alla sperimentazione di «modelli organizzativi diversi», come le fondazioni), né quello del personale docente e non docente come dipendente pubblico.

Sarebbe urgente, invece, attrarre cospicui investimenti privati - gli unici che nel mondo di oggi possono davvero fare la differenza - ma per far questo andrebbe introdotto un sistema di incentivi serio per le donazioni, andrebbero "aperti" i consigli di amministrazione, ma i privati che investono o donano dovrebbero essere messi nella condizione di intervenire sull'offerta sia didattica che scientifica, e di controllare davvero come vengono spese le risorse. Ecco perché, allo stato attuale, pur essendoci la possibilità teorica, nessun privato butta soldi nel calderone pubblico. In poche parole, la riforma Gelmini è un valido tentativo di far funzionare meglio il baraccone statale, mentre andrebbe smantellato almeno nelle strutture che conosciamo oggi.

Thursday, November 18, 2010

Doccia gelata sui bollenti spiriti

La giornata è all'insegna del raffreddamento degli ardenti spiriti dei finiani, che oggi, meno sicuri dei loro numeri, cominciano a temere di aver compiuto il classico passo più lungo della gamba. Giorni fa lasciavano intendere di non essere disponibili ad un reincarico del premier, oggi parlano di un Berlusconi-bis; oggi, nel suo videomessaggio, un confuso Fini non rinnova la richiesta di dimissioni, ma dice che Berlusconi ha il dovere - «l'onore e l'onere» - di governare (ma non doveva dimettersi?). Allo stato attuale la "maggioranza" che sostiene il governo Berlusconi potrebbe contare alla Camera su 309-310 seggi, al netto dei 36 finiani: ancora -6 dalla maggioranza assoluta, dunque. Francamente, ritengo ancora improbabile che il governo riesca a ottenere la fiducia anche alla Camera (mentre al Senato è molto probabile). E non è scontato che sia auspicabile, visto che comunque sarebbe troppo fragile per sostenere riforme di rilievo e durare fino alla fine della legislatura.

I numeri, però, contano rispetto agli scenari futuri. E con questi numeri alla Camera, e quanto più Berlusconi si avvicina a quota 316 (considerando che il Senato dovrebbe riconfermargli la fiducia), ogni ipotesi di governi ribaltonisti, "tecnici" o di transizione, sarebbe da escludere. Ed è ciò che più allarma i finiani, insieme all'atteggiamento del presidente Napolitano, che certo non ha offerto sponde nell'incontro dell'altro giorno al Quirinale sulla calendarizzazione dei lavori delle camere e dei dibattiti sulla fiducia. L'uscita dal governo non sembra aver provocato quel cedimento strutturale che forse qualcuno si aspettava.

E' passato quasi inosservato questo comunicato di ieri di Pannella, ripreso oggi solo dal Sole 24 Ore, che si è spinto a titolare "Premier a caccia di nove deputati. Pannella tratta: da noi sei voti". Sei sono i seggi che mancano a Berlusconi e proprio sei sono i deputati radicali. Il Sole corre troppo, ma cosa ha dichiarato il leader radicale? Questa volta il suo rimprovero a Berlusconi (per essersi azzardato a ribadire "o fiducia, o voto"), è in forma di «dialogo», non di «sterile polemica», ha premesso, in conclusione ribadendo che «quando ci si riconosce carattere e dignità di interlocutore politico, che sia Bersani, Berlusconi, Bossi o Di Pietro, noi lo riteniamo non solamente utile ma anche necessario. Che si tratti di capi o vice-capi della maggioranza o dell'opposizione».

Un segnale di disponibilità al dialogo, insomma. E che tra i leader citati manchino Fini e Casini (il cosiddetto Terzo polo) non sembra affatto una dimenticanza. Troppo presto per capire se ci troviamo di fronte ad una nuova "pannellata". Al momento, sembra più un segnale di avvertimento rivolto al Pd. Due giorni fa i gruppi parlamentari del Pd si sono riuniti con Bersani a Montecitorio e i radicali avevano chiesto che fosse invitato Pannella. Il niet dei democratici è stato vissuto come un nuovo schiaffo in un lungo record di indifferenza. E' dalle elezioni regionali che i vertici Democrat stanno scientemente ignorando i radicali, a cui in caso di elezioni anticpate non potrebbero certo assicurare 9 posti in lista sicuri (6 alla Camera e 3 al Senato).

Politicamente per i radicali (o meglio, i radicali di una volta) ci sarebbe una prateria. Basti pensare ai temi economici, alla grande questione della crisi dell'eurodebito e, in particolare, del debito italiano, o alla giustizia. Il problema è che ormai il loro encefalogramma politico è piatto. Da anni hanno puntato tutto sulla bioetica, sull'immigrazione (a porte spalancate, barconi compresi), sulle carceri, su Tarek Aziz e sulla montatura dell'esilio di Saddam, sulle battaglie pseudo-legali contro le liste di centrodestra, assumendo sempre più i toni e gli slogan dell'antiberlusconismo e i contenuti di una sinistra antagonista piuttosto che blairiana. Se prima la critica a Berlusconi e alla deriva clericale era riequilibrata da una sintonia di fondo con gli elettori del centrodestra, ormai la distanza è a livello antropologico, e c'è l'orgoglio di rimarcarlo, di vantarsene, come d'altronde il resto della sinistra.

E anche se Pannella volesse tornare a stupire, anche se avesse intuito uno spazio di manovra, i suoi non glielo consentirebbero - Bonino in primis («non c'è alcuna apertura di credito» in particolare a Berlusconi, e l'appello è in primo luogo a Bersani, ha subito corretto il tiro). Quindi, credo sia ancora una volta solo manfrina. Ottenere un po' di visibilità, un po' di titoli di giornali, per farsi ricevere da Bersani. Certo, resta il fatto che nessuno come loro teme le elezioni, e non essendo per nulla interessati a operazioni terzopoliste o ribaltoniste, arrivato il fatidico 14 dicembre potrebbe astenersi. Ma che il loro malessere nei confronti del Pd, e il loro interesse a che la legislatura prosegua, prenda le forme di un dialogo politico con Berlusconi e il centrodestra (sui temi e non sui posti, s'intende), ci credo poco.

Friday, April 30, 2010

Pannella se ne faccia una ragione

Christian Rocca torna a smontare la tesi assurda pannelliana secondo cui sarebbero stati Bush e Blair ad impedire l'esilio di Saddam Hussein perché volevano a tutti i costi la guerra e segnala un articolo del New York Times in cui si riporta che nella sua autobiografia Laura Bush si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l'esilio («if one of them could have persuaded Saddam to go into exile, if they could have conveyed that the United States was not bluffing»). A conferma, ancora una volta, che gli americani l'esilio lo volevano, anzi l'avevano ideata loro la proposta, e che era Saddam a non volerlo perché francesi, tedeschi (e russi) ebbero un ruolo determinante nel far credere al dittatore che sarebbero stati capaci di fermare gli americani.

Sono anni che lo scriviamo. Tesi confermata da diplomatici, dal numero due del regime iracheno (Tarek Aziz), ma evidente a tutti anche tra quel febbraio e quel marzo del 2003. Così André Glucksmann, in un'intervista a La Stampa: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Non ci voleva la Cia per accorgersene. Lo ripetiamo per l'ennesima volta. Non è che Francia, Germania e Russia non volevano la guerra. Volevano che Saddam restasse dov'era e hanno agito di conseguenza. Punto.

Saturday, March 13, 2010

Tradimento e inganno o speranza d'alternativa?

Mai come oggi forse nella storia radicale, e nella loro personale, Marco Pannella ed Emma Bonino sono stati così distanti in modo così eclatante. Divergenze nel corso degli anni ce ne sono certamente state, e anche di notevoli, ma mai sono emerse in modo così vistoso. Tenere un piede fuori, ma anche uno dentro Piazza del Popolo, non è cosa facile, anche per i contorsionismi radicali:

Bonino stamattina, poche ore prima della manifestazione:
«Mi auguro e voglio che sia non tanto e non solo una manifestazione contro un regime da basso impero, ma una manifestazione di proposta e soprattutto di speranza. Credo sia possibile un nuovo inizio per preparare un'alternativa».
Pannella oggi a Radio Radicale:
«Questa mobilitazione e questo linciaggio dell'avversario sono un logoro gioco delle parti. A Piazza del popolo si compie oggettivamente l'ennesimo tradimento, l'inganno del popolo serio e buono che vi sarà convogliato».
Due strade che sono destinate a dividersi? Non si può escludere, ma certo si rafforza l'impressione di due separati in casa, animati evidentemente da ambizioni e ossessioni diverse.

Friday, March 12, 2010

Dal caso Italia al caso mezza Italia

Liste forse escluse, l'immagine del Pdl ai minimi, candidati deboli, Berlusconi non può che personalizzare su di sé la campagna elettorale per provare a vincere (o a questo punto a non pedere) le regionali, aiutato dallo schieramento avversario che, persa un'occasione buona per dimostrare fair play e sensibilità democratica, sembra non riuscire ad esprimere altro che dipietrismo contro Berlusconi. La manifestazione di domani rischia di dare una mano al premier, ancor di più dopo il nuovo caso intercettazioni che coinvolge Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini (che guarda caso si era schierato con decisione contro questo uso delle intercettazioni, tanto che è stato subito punito), e il commissario dell'Agcom Innocenzi, reo evidentemente di essersi permesso di sollevare dubbi sulla correttezza di Annozero.

Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.

Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...

Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».

Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.

Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".

Sunday, March 07, 2010

Napolitano ci ha messo la faccia, gli altri l'hanno persa

Tutti dovrebbero fare i conti con questa realtà. Nella spiegazione che ha fornito della sua firma al decreto "interpretativo" sul caos liste, il presidente della Repubblica non solo chiarisce che il testo presentatogli «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità», ma mostra di condividerne il merito, o quanto meno di aver condiviso con il governo l'esigenza di un intervento legislativo, laddove spiega che si trattava di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici» e sottolinea che «non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo». Non era sostenibile. Diversamente dalle opposizioni Napolitano ha ritenuto opportuno un intervento, ha riconosciuto che in gioco c'era «il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Dunque, se non il merito, almeno l'opportunità del decreto l'ha condivisa.

Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.

Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.

Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.

Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.

E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.

Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!

Friday, March 05, 2010

Ci vuole sangue freddo

UPDATE ore 21:41
Dunque, alla fine Berlusconi sembra essere riuscito a varare un decreto, sia pure «interpretativo» delle norme esistenti, e a ottenere il via libera del Quirinale, coinvolto attivamente nella stesura del testo perché rimanesse in ambiti interpretativi. Napolitano non avrebbe firmato riaperture dei termini, o rinvii delle elezioni per decreto. In un articolo per L'Occidentale Calderisi spiega bene come il "pasticcio" si sia determinato per «un'applicazione formalistica e irragionevole» delle norme da parte delle Corti d'Appello di Milano e Roma, fino a negare sostanza e finalità della legge stessa. Vedremo se quanto previsto nel decreto sarà davvero solo "interpretativo", e se basterà a ottenere dai Tar della Lombardia e del Lazio la riammissione del "listino" Formigoni e della lista del Pdl per la provincia di Roma. Certo è che rimane la macchia dell'"aiutino" dall'alto, e in corsa, per sanare due situazioni che molto probabilmente in Lombardia, molto più difficilmente nel Lazio, si sarebbero potute risolvere comunque con la riammissione, quindi con una vittoria piena e con tutt'altro capitale politico da spendere in campagna elettorale.
Era facile prevederlo, eppure Berlusconi ci sta ricadendo. Ancora una volta il suo slancio rischia di scontrarsi con un muro che è là, immobile, e non da oggi. A prescindere dal merito e dall'opportunità di provarci, e di provarci adesso, non capisco quale mal riposto ottimismo abbia fatto pensare a Berlusconi che Napolitano potesse dare via libera a un decreto per risolvere le esclusioni del "listino" Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista del Pdl dalla provincia di Roma. Senza il consenso dell'opposizione, e Bersani aveva espresso chiaramente il suo netto rifiuto, Napolitano un decreto così non lo firma. E forse ha pure ragione.

Il problema è che Berlusconi si mette spesso in condizioni simili: appare come quello che vuole fare qualcosa di scorretto, o quanto meno impulsivo, forzare la situazione, e che viene fermato dal saggio presidente. Ma perché infognarsi in questo modo? Perché andare a sbattere subito, compromettendo davvero una possibile "soluzione politica"? Perché, per esempio - a maggior ragione dopo la riammissione del "listino" Polverini - non aspettare l'esito del ricorso al Tar lombardo. Una possibile via d'uscita indolore che - su questo ha ragione Bersani, i cui calcoli sono altri ovviamente - conviene attendere anche al centrodestra, che potrebbe ritrovarsi, all'indomani di una eventuale riammissione, con una vittoria piena, non macchiata da un intervento dall'alto e in corsa discutibile, e con un capitale politico da spendere in campagna elettorale.

Il gioco vale la candela: una volta ottenuta la riammissione di Formigoni dal Tar della Lombardia, infatti, ipotesi non improbabile, senza che il governo sia accorso a togliere le castagne dal fuoco, si potrebbe sì gridare al tentato "sabotaggio", a una manovra volta a colpire il solo centrodestra sulla base di cavilli procedurali pretestuosi e infondati. A quel punto non sarebbe più il Pdl "inefficiente", sarebbero i radicali e il centrosinistra a fare la figura di quelli che hanno giocato "sporco", provato a "vincere facile", escludendo gli avversari dalle elezioni illegittimamente.

Certo, la situazione della lista del Pdl per la provincia di Roma è più complessa, la vedo difficilmente recuperabile. Ed è giusto che sia così, perché qui l'errore e l'ingenuità, frutto di arroganza, sono davvero intollerabili. E' quindi un prezzo che si può pagare. Se il Tar riammette Formigoni, il governo dovrebbe rinunciare a qualsiasi intervento per salvare il Pdl nel Lazio. Su queste basi vedrete che Bersani sarà disposto ad accettare un intervento se invece Formigoni dovesse restare escluso.

Bonino tra battaglia di legalità e ambizione di governo

Su il Velino:

A fronte dei suoi compagni di partito, il segretario Staderini e l'ex europarlamentare Marco Cappato, che ieri chiedevano a gran voce l'annullamento delle elezioni in tutte le regioni, le dichiarazioni di Emma Bonino lasciano intravedere una candidata tutta proiettata verso il voto, in pieno "flirt" con una possibile vittoria a tavolino. «Dura lex, sed lex», è la risposta pronta alle recriminazioni della sua avversaria. È comprensibile la difficoltà della Bonino, stretta tra una "battaglia di legalità" che portata alle estreme conseguenze, come fanno i dirigenti del suo partito, non può che condurre ad una autodenuncia dell'intero sistema politico, e quindi all'annullamento delle elezioni, e una campagna elettorale che se non altro per rispetto della coalizione che sostiene la sua candidatura va portata avanti, nonostante quanto sta accadendo e magari puntando l'indice sulla sciatteria e l'incapacità dei propri avversari.

Già l'iniziativa dello sciopero della fame e della sete aveva messo in luce le contraddizioni. «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma», avvertiva Pannella a la Repubblica, adombrando un possibile ritiro, coerente dal suo punto di vista con la totale mancanza di legalità, ma suscitando allarme e disappunto nelle file del centrosinistra. La stessa Bonino è dovuta intervenire, smentendo il suo leader, per rassicurare Bersani ricordandogli di essere «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»).

L'analisi che fanno i Radicali della realtà del nostro Paese, e quindi la loro linea politica, l'intransigenza della loro denuncia dell'illegalità, fino all'ultimo timbro, e della non-democrazia italiana, è difficilmente compatibile con la traiettoria della carriera politica di Emma Bonino, oggi arrivata ad un punto particolarmente stridente: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza della regione Lazio. Difficile ottenere tutto ciò in un "regime". Che non sia un "regime"? Non si spiega come Emma Bonino possa starsene tranquillamente a fare campagna elettorale in un Paese da cui Pannella minaccia di fuggire in esilio restituendo il passaporto. C'è qualcosa di stonato e l'iniziativa dello sciopero della sete non può bastare alla Bonino per conciliare l'anima di lotta "partigiana" (così la definisce Pannella) e l'ambizione di governo.

Una contraddizione che infatti riemerge anche in queste ore...
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Wednesday, March 03, 2010

Aspettate a cantare vittoria

Sono in attesa di altre illustri esclusioni dalla competizione elettorale, ma sembra che tardino ad arrivare. Come mai? Come mai, se l'illegalità è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, per ora sono stati esclusi solo i "listini" di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Dove sono gli altri "casi Formigoni"? Che fine hanno fatto i «controlli in tutta Italia»? In Emilia e in Toscana... in Campania e in Basilicata, tutto regolare?

Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.

In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.

In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.

Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.

Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.

Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Thursday, February 11, 2010

"Par condicio" tranne che nei talk amici

L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".

Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.

Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.

E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.

Monday, January 25, 2010

Nessuna scorciatoia, caro Pd

Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.

L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.

Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.

Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».

E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».

Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.