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Monday, January 07, 2013

Anno nuovo, vecchio squallore

Anno nuovo, solite desolazioni in campo politico. Lo spettacolo continua ad essere indecoroso, nonostante il brividino della "salita" in campo di Monti. Pdl e Lega si sono appena ri-alleati e non hanno uno straccio di accordo nemmeno sul candidato premier. Figuriamoci sul resto... Berlusconi fa l'ennesimo passo indietro (o di lato, o giravolta, come preferite) e torna a candidare Alfano, mentre Maroni candida Tremonti (ma le primarie no, eh?). La scelta è rinviata a dopo il voto, perché per ora basta indicare il "capo della coalizione" (escamotage consentito dalla legge elettorale). Se quello sul candidato premier è solo un pour parler è perché sanno bene di non poter vincere le elezioni. Ma appunto, dare agli elettori la sensazione di non credere nemmeno loro nella vittoria, tanto da non sentire l'urgenza di accordarsi sin d'ora sulla premiership, non è certo un segnale incoraggiante. Anche perché per qualcuno ritrovarsi con Tremonti piuttosto che Alfano, o chissà chi, a Palazzo Chigi potrebbe fare una certa differenza... E che addirittura rispunti il nome di Tremonti è l'ulteriore dimostrazione che non hanno capito proprio nulla del fallimento della precedente esperienza di governo.

Dall'altra parte troviamo il comunista Vendola che non si accontenta di far piangere i ricchi - no, devono proprio andarsene «al diavolo» - e il Pd a caccia di personalità di spicco della cosiddetta "società civile", secondo la vecchia pratica degli "indipendenti di sinistra", per rafforzare il suo profilo di governo e dare alle proprie liste una lucidata di competenza. E questi ben contenti di farsi reclutare: un posto assicurato in Parlamento val bene qualsiasi salto della quaglia - politico e professionale. Così l'ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli dopo aver sottoscritto il manifesto di Giannino accetta di fare il Calearo del 2013, mentre l'economista Carlo Dell'Aringa sarà il nuovo Ichino. Come andrà a finire è già scritto: isolati ma felici. Non potevano mancare, poi, il giornalista (Massimo Mucchetti, e forse anche Severgnini) e il magistrato (Pietro Grasso).

E Monti? Tutto, o quasi, avrebbe potuto fare il professore entrando in politica. E invece sulla scheda per la Camera troveremo associati al simbolo che porta il suo cognome quelli di Casini e Fini. Ha scelto un'operazione centrista, neo-democristiana di rito moroteo, cioè destinata a guardare a sinistra dopo il voto, offrendosi come zattera di salvataggio per il duo Casini-Fini. Altro che scelta civica, una scelta cinica, con un'agenda che più che un programma elettorale o un manifesto politico somiglia ad una lezioncina per l'apertura dell'anno accademico.

Friday, December 21, 2012

Con o senza Monti candidato, sarà centro-centrosinistra

Anche su Notapolitica

Si candida o non si candida? Ormai è diventato come sfogliare i petali di una margherita. Non è da escludere che la suspense che si è creata nell'ultima settimana sulle intenzioni di Monti non sia destinata a sciogliersi nemmeno nella conferenza stampa di domenica mattina. Il professore, infatti, potrebbe esporre in quella sede la sua agenda-appello con le riforme da fare nella prossima legislatura e solo in un secondo momento, sulla base delle reazioni dei partiti (soprattutto del Pd di Bersani), prendere la sua decisione definitiva sulle modalità del suo impegno in politica: se defilato, sfruttando l'altissima "notiziabilità" che gli deriva dalla centralità della sua figura, e dai suoi appuntamenti para-istituzionali, per parlare al paese e cercare di influenzare "dall'alto" la campagna elettorale; o se da candidato premier, alla guida di una coalizione centrista.

Un passaggio intermedio, quello dell'agenda-appello, da interpretare come ultima chiamata rivolta ai "montiani" del Pdl e del Pd, perché Monti ha bisogno che la sua eventuale candidatura sia sostenuta da un arco il più possibile ampio e trasversale di posizioni e "storie" politiche, affinché non venga percepita come un mero soccorso dei centristi - Casini, Fini e Montezemolo - che navigano in una pozza di voti. Quanto "aperto", dunque, dovrà essere il suo appello? Fino al punto da tentare Berlusconi di aderirvi, dal momento che l'intesa con la Lega appare ancora in alto mare?

Di sicuro, da una parte Monti è tentato dalla discesa in campo in prima persona, perché a questo punto restare nelle retrovie significherebbe delegare la rappresentanza della propria agenda a personaggi non proprio freschissimi politicamente ed essere oggetto passivo delle «mistificazioni» altrui sull'operato del governo e sulle sue intenzioni future. Ma dall'altra la teme, perché potrebbe arrivare terzo o addirittura quarto.

La candidatura diretta del quasi ex premier può cambiare considerevolmente il risultato elettorale del cartello di liste centriste in suo nome - che faticherebbero ad arrivare al 10% senza di lui, mentre il professore in campo potrebbe puntare al 15-20% - ma non cambierebbe poi di molto lo scenario politico post-voto. Che si candidi o meno, che l'allenza Pd-Sel riesca o meno a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, un'intesa tra Monti e i centristi da una parte e il Pd dall'altra è praticamente obbligata (Bersani si è già pronunciato per un'apertura ai moderati in ogni caso). Se il premier incaricato sarà Bersani o Monti dipenderà dai rapporti di forza che usciranno dalle urne, ma un'apertura di Bersani ai centristi per puntellare la maggioranza e un coinvolgimento di Monti, magari per il Colle, come copertura internazionale, è un esito più che probabile. D'altra parte, tanti o pochi che siano, Monti o chiunque in suo nome dovrà decidere dove portare i suoi voti, a quali sommarli per dar vita ad una coalizione di governo, e visto che nei confronti di Berlusconi e dei frammenti dell'ex centrodestra vige una vera e propria "conventio ad excludendum", i giochi sembrano fatti.

Dunque, il dubbio di Monti oggi è sulla formula che gli offre più chance di tornare a Palazzo Chigi senza precludersi, eventualmente, la strada per il Colle: se conquistandosi sul campo il suo gruzzolo di voti (e quanti dovrebbe essere in grado di raccoglierne), o se defilandosi facendo affidamento sulla non autosufficienza numerica e sulla ragionevolezza del Pd. Ma a meno di colpi di scena, e a prescindere da chi occuperà quali "caselle", il nuovo scenario politico sembra abbastanza delineato: una maggioranza di centro-centrosinistra, quindi centrodestra frammentato, diviso tra un centro "montiano" che difficilmente darà buona prova di sé al governo con la sinistra, e una destra post-berlusconiana marginalizzata, non tanto dal punto di vista numerico ma per le derive demagogiche, complottiste e anticapitaliste, per la perdita della cultura di governo.

Insomma, come abbiamo osservato in altre occasioni e come sottolineano oggi Andrea Mancia e Simone Bressan, finisce qui una certa idea di centrodestra, "fusionista", che negli ultimi vent'anni aveva dato prova di esistere nel paese e non solo nella mente di qualche ingenuo idealista, ma che è stata soffocata sul nascere dai «contrapposti egoismi», da un berlusconismo culturalmente miope e politicamente suicida da una parte, e dalle varianti di centro e di destra dell'antiberlusconismo. A decidere se in Italia è il caso di accontentarsi di un centro neo-democristiano, culturalmente subalterno alla sinistra e moderato nel senso di moderatamente socialista (come nella Prima Repubblica), o invece occorre spingere per qualcosa di diverso, più ambizioso e radicalmente alternativo, saranno gli elettori, ma probabilmente non il 24 febbraio 2013.

Tuesday, December 18, 2012

Le convergenze parallele di Monti

Anche su L'Opinione

Le cronache e i retroscena di questi giorni raccontano di un Mario Monti impegnato in esasperati tatticismi ed equilibrismi il cui scopo sembra quello di restare in corsa per entrambe le "caselle" che verranno riempite dopo il voto: Palazzo Chigi e Quirinale. Peccato che per la prima occorra schierarsi, per l'altra restare imparziali. Roba da "convergenze parallele", insomma. A prescindere dagli innumerevoli bizantinismi possibili – quasi sempre efficaci solo nei palazzi, nella testa di chi li escogita, non tenendo conto che alla fine dagli elettori bisogna passare – la situazione può essere riassunta in termini piuttosto semplici. Monti ha dinanzi a sé due scelte entrambe onorevoli: ritrarsi e starsene in silenzio fino a dopo le elezioni, preservando il suo profilo super partes, pronto a offrirsi di nuovo come riserva della Repubblica in caso di pareggio elettorale o condizioni di emergenza e ingovernabilità simili al novembre scorso (linea suggerita dal presidente Napolitano); oppure scendere in campo in prima persona, schierarsi, "abbassarsi" a chiedere agli italiani un mandato politico per proseguire il suo lavoro a Palazzo Chigi. Verrebbe meno alla sua terzietà, all'impegno di non candidarsi, ma per lo meno lo farebbe mettendoci la faccia e senza paracadute istituzionali.

Tutte le altre combinazioni, le infinite sfumature di grigio, che servirebbero a salvare capra e cavoli (preservare il profilo di terzietà, per non bruciarsi la strada verso il Colle, allo stesso tempo escogitando una formula per incanalare il consenso alla "continuità" della sua azione di governo) sono indegne operazioni di palazzo.

L'idea di un'agenda-appello rivolta a tutti i partiti, prevedendo o meno per quelle forze che dovessero aderire il diritto all'uso in "franchising" del nome di Monti per liste e simboli, è un modo per offrire una sponda ai centristi e tornare a Palazzo Chigi con i voti del Pd. Ma sulla scheda ci vanno simboli e nomi, non i programmi. E per quanto siano convincenti le sue idee, le gambe su cui dovrebbero correre (Casini? Montezemolo? Qualche suo ministro?) sarebbero molto meno credibili delle sue. Ancora più beffarda l'idea di una lista «equidistante e autonoma», «che non si allea con alcun partito esistente» (nemmeno con i centristi montiani della prima ora?), quindi portatrice esclusiva dell'"agenda Monti", ma pronta ad allearsi con il Pd di Bersani dopo le elezioni.

In ogni caso, insomma, un'operazione centrista che culminerebbe, dopo il voto, in una manovra di palazzo per tornare a Palazzo Chigi senza mandato politico, solo a seguito di un pareggio elettorale e/o di movimenti scissionisti da Pd e Pdl. Ma il presidente Napolitano ieri ha avvertito il professore: "Toccherà a me dare l'incarico e mi baserò sull'esito del voto". Il rischio, infatti, è che le liste "montiane" non arrivino al 10%, ma se andasse male resterebbe un "capitale" di terzietà sufficiente per puntare al Colle. Per Monti, quindi, si aprirebbe un ruolo alla Ciampi, da "legittimatore" del centro-sinistra.

Oltre alla mancanza di rispetto per gli elettori, sul piano politico vorrebbe dire sciupare l'occasione di una "normalizzazione" in senso europeo – sull'asse Ppe vs Pse – del nostro sistema politico. Sarebbe invece un ritorno alla peggiore Prima Repubblica, con un "centrino" in piena sudditanza e subalternità culturale alla sinistra. Non è questa la storia né il presente dei popolari e dei centrodestra europei.

Né può valere l'alibi Berlusconi. Oggi il Cav conta appena sul 15% del 50% di italiani che esprimono preferenze nei sondaggi, e i centristi ancora meno. Dunque, non rappresentano ostacoli insormontabili per chi volesse davvero dar vita ad una nuova offerta di centrodestra. Se Monti non si fida del vecchio e compromesso ceto politico, c'è una prateria per scavalcarlo del tutto. Certo, bisogna metterci il coraggio, scommettere sulla propria capacità di raccogliere consensi, ma questa è la democrazia, bellezza. Il vero punto è: c'è qualcuno – Monti o chiunque altro – che ha un progetto di centrodestra? Oppure l'unica idea rispettabile è quella di un centro consociativo, stampella della sinistra? Se nessuno ha intenzione di federare i "moderati", o proporre un nuovo centrodestra, come pretendere che Berlusconi lasci?

Insomma, tutto si riduce ad una semplice domanda: vedremo un dibattito tv tra Monti da una parte e Bersani dall'altra? Se no, Monti resterà solo una "risorsa" di palazzo per il centrosinistra. Se avrà coraggio, guiderà un Ppe italiano contro Bersani. Potrebbe perdere, e non potrebbe riciclarsi per incarichi super partes, ma l'atto fondativo resterebbe. Altrimenti, farà il nuovo Ciampi, che servirà al centrosinistra ma non al paese.

Tuesday, December 11, 2012

Nel futuro di Monti il ruolo di "legittimatore" di Bersani?


L'ennesima ricandidatura di Berlusconi è un atto di disperata resistenza – personale e politica – dal cortissimo respiro. Non ha alcuna possibilità di vincere, ma proprio per questo attribuire la reazione dei mercati al timore per un suo possibile ritorno al governo è azzardato. Le cancellerie europee e la comunità finanziaria non lo amano di certo, ma non ne temono il ritorno a Palazzo Chigi. A spaventare, semmai, è la possibilità che l'uscita di scena di Monti sia definitiva e che le elezioni le vinca Bersani. Una lettura – non molto lusinghiera per il Cav ma nemmeno per il segretario del Pd – che onestamente non si può escludere. E' già stato detto tutto il peggio della ri-discesa in campo del Cav, ma non che ha trovato dei complici inconsapevoli in quanti hanno sbagliato tutto negli ultimi 12 mesi. Ogni volta che ha fatto un mezzo passo indietro, quelli che avrebbero dovuto/potuto sostituirlo, alcuni dotati di risorse consistenti e autorevolezza mondiale, per una ragione o per l'altra non hanno mai fatto un mezzo passo in avanti.

Era proprio la via più sicura cercare di "rottamarlo", stringergli un cappio politico e giudiziario intorno al collo, invece di riconoscergli un ruolo di co-fondatore di un nuovo centrodestra? L'errore è stato pensare che gli italiani insieme a Berlusconi volessero liquidare il bipolarismo e una certa idea di centrodestra. Tutte, ma proprio tutte le operazioni volte al superamento del berlusconismo (Casini, Montezemolo, Alfano dall'interno) si sono rivelate operazioni "centriste". Mirano cioè a liquidare anche il bipolarismo, a costruire un grande centro perno del sistema, che da una parte, alla sua destra, isolerebbe la Lega, lo zoccolo duro berlusconiano, la destra ex missina, nonché i pochi, e poveri, liberisti, e dall'altra non chiuderebbe certo le porte ad un'alleanza con il Pd o con la sua componente riformista. Peccato che queste operazioni non decollano, il "popolo" di centrodestra sembra ancora affezionato allo schema bipolare di un centrodestra "fusionista", alternativo alla sinistra. Se tutti avessero avuto lo stesso progetto – un centrodestra alternativo al centrosinistra in uno schema bipolare – Berlusconi probabilmente avrebbe accettato di prendersene alcune "quote" e di farsi da parte (sostituito da Monti, da Montezemolo, o persino da Alfano).

Da un anno il Pdl è al 15%, l'area astensione/indecisi vicina al 50%, milioni e milioni di elettori di centrodestra in "libera uscita" sono arrabbiati e disgustati come non mai. Mai come oggi disponibili a prendere in considerazione nuove offerte politiche, a patto però che non odorino di alleanza con la sinistra. I Casini, i Montezemolo, i Monti, avevano due strade dinanzi a sé: o sedersi attorno a un tavolo con Berlusconi e organizzare un nuovo centrodestra offrendogli delle "quote"; oppure, scavalcarlo completamente, rivolgendosi però al suo elettorato con un'offerta politica di centrodestra, bipolare, chiaramente alternativa alla sinistra. Hanno scelto, invece, uno sterile tatticismo centrista. Per non "sporcarsi le mani", certo, ma anche perché coltivano un progetto diverso: di centro, non di centrodestra.

Le annunciate dimissioni risparmiano Monti da quel logoramento cui sarebbe stato sottoposto da parte di Berlusconi e del Pdl, ma possono essere interpretate sia come propedeutiche a una sua discesa in campo, diretta o indiretta, sia come una ritirata tattica per preservare la sua figura in vista di un incarico futuro (Palazzo Chigi o Quirinale). A questo punto, però, ci pare piuttosto remota l'unica ipotesi che darebbe al premier qualche chance dal punto di vista elettorale: un Monti che sfidando Berlusconi cercasse di conquistare l'elettorato di centrodestra, presentandosi in alternativa al centrosinistra e ricalibrando la sua agenda per i prossimi anni, spiegando cioè che il secondo tempo intende giocarlo diversamente dal primo. Un'operazione di fatto fondativa di un nuovo centrodestra, che però avrebbe dovuto preparare per tempo, non schierandosi politicamente ma perseguendo una via diversa al risanamento, non basata su aumenti di tasse e non subendo tutti i veti della sinistra.

Se Monti si facesse avanti alla testa, direttamente o indirettamente (concedendo l'uso del suo nome), di un'operazione centrista (Casini, Montezemolo), a prescindere dai pezzi di ceto politico, dal Pdl e dal Pd, che riuscisse ad aggregare, rischierebbe di andare incontro ad un misero 10-12% e, quindi, di bruciarsi. Resta l'ipotesi più probabile: Monti non si espone ma nemmeno resta in silenzio durante la campagna elettorale. Difende il suo operato, i sacrifici di quest'anno, la credibilità riconquistata in Europa, indicando implicitamente in Berlusconi e Grillo gli irresponsabili e, dunque, preparandosi a svolgere il ruolo di "legittimatore" di un governo di centrosinistra – o dal Quirinale, o da Palazzo Chigi se dalle urne dovesse uscire una situazione di stallo al Senato. E sarà un errore storico.

Friday, December 07, 2012

AAA nuova offerta politica di centrodestra cercavasi

Anche su L'Opinione e Notapolitica

AAA nuova offerta politica di centrodestra cercasi. Ha avuto un anno di tempo per manifestarsi. Un anno in cui Berlusconi – tra passi indietro, avanti e di lato – e il Pdl sono rimasti nel totale immobilismo, anzi impegnati in un'incessante opera di autolesionismo, travolti dagli scandali, in verticale perdita di consensi. Mai momento fu più propizio. Il Cav. era all'angolo, il suo partito allo stremo. Perché non si è (ancora) manifestata questa nuova offerta? Dov'è quel PPE italiano che avrebbe dovuto aprire l'era post-berlusconiana? E non si risponda finché Berlusconi è in campo eccetera eccetera. Cosa bisogna aspettare per farsi avanti, che muoia? Mai le truppe berlusconiane sono state così sbandate e il loro generale così lontano dal campo di battaglia. Eppure...

Tutti coloro che con ottime ragioni hanno manifestato la necessità di liquidare il fallimentare berlusconismo sostituendolo con una forza popolare, moderna, europea, hanno commesso un errore fatale. Invece di rivolgersi direttamente al "popolo" deluso e disgregato di centrodestra – come fece con successo Berlusconi nel 1994, durante la prima grave cesura del nostro sistema politico repubblicano – si sono gingillati in esasperati tatticismi, intestarditi in manovre tutte interne al ceto politico, ignorando un dato fondamentale nel paese: in questo ventennio gli elettori di centrodestra, pur con tutte le loro differenze, sono stati abituati a ragionare in termini bipolari e alternativi al centrosinistra. Questa "alternatività" i milioni di elettori lasciati per 12 mesi in libera uscita da una forza che dal 38% è scesa al 15, non l'hanno vista in Casini, di cui già non si fidavano, né in Montezemolo e nella sua ItaliaFutura, né in Monti, e addirittura nemmeno nei liberisti duri e puri di FermareilDeclino. Non credono più a Berlusconi, sono disgustati dal Pdl, ma i sondaggi e le parziali scadenze elettorali di quest'anno dimostrano che non si sono spostati a sinistra, né sono attratti dal Terzo polo o da Grillo. Sono sì in attesa di una nuova offerta politica, ma chiaramente di centrodestra.

Gettare le fondamenta di un PPE italiano attorno alla personalità di Mario Monti avrebbe potuto (potrebbe ancora?) funzionare se il professore avesse accettato – non subito, ovviamente, ma sul finire della legislatura – di giocare un simile ruolo politico, visto che lui stesso si è definito culturalmente vicino al popolarismo europeo. Il premier, insomma, doveva decidere se diventare un De Gasperi, un Ciampi, o un Dini. Ma se Monti preferisce restare super partes, riserva della Repubblica, per i soggetti che a lui si richiamano (Casini e Montezemolo) si fa dura: significa di fatto rendersi disponibili a fare le "stampelle centriste" di un Monti-bis sostenuto da una maggioranza egemonizzata dalla sinistra Bersani-Cgil. Una prospettiva che non può allettare gli elettori di centrodestra.

Per Casini si trattava di lavorarsi i "montiani" del Pdl affinché spingessero Alfano a rottamare Berlusconi. E per poco non gli riusciva. Ma a parte il fatto che gli elettori di centrodestra non avrebbero affatto seguito una classe dirigente, quella del Pdl, di cui non hanno alcuna stima, verso un "centrismo montiano" non chiaramente alternativo alla sinistra, visto che il professore non si schiera, c'è anche da dubitare che Casini a quel punto avrebbe dato seguito alla chimera dell'"unità dei moderati", visto che ha sempre lavorato a destrutturare il bipolarismo, per un sistema in cui il centro possa di volta in volta, dopo il voto, allearsi con chi esce vincitore dalle urne.

Anche Montezemolo, pur respingendo qualsiasi "avance" di pezzi del vecchio ceto politico, ha ceduto però ad alcuni autoproclamati (e molto interessati) rappresentanti della cosiddetta "società civile". Timoroso di scendere in campo in prima persona, anche lui ha dato il nome di Monti alla sua lista e lanciato un'alleanza con il mondo del socialismo cattolico – Acli, Sant'Egidio, Cisl – che, come ripete da un paio di giorni uno dei suoi più autorevoli esponenti, guarda al Pd.

FermareilDeclino è l'unica potenziale nuova offerta che non ha peccato di politicismo e si è concentrata sui contenuti. Ma ha ecceduto in anti-berlusconismo – viscerale, sconfinato in un atteggiamento di colpevolizzazione dell'elettorato di centrodestra – e in intellettualismo. Tipico dell'intellettuale è il gusto della provocazione e il voler convincere tutti delle proprie tesi – così si spiegano gli appelli a Renzi e ai suoi elettori scambiati per liberisti "in sonno" – mentre l'iniziativa politica richiede di individuare la tipologia di elettori cui rivolgersi per affinare il messaggio.

Insomma, per ragioni diverse – nobili quelle di Monti e dei promotori di FermareilDeclino, "politiciste" quelle di Casini e Montezemolo – nessuno finora ha davvero messo in campo una nuova offerta politica di centrodestra. Dunque, se oggi Berlusconi può osare ri-discendere in campo, è soprattutto per il vuoto lasciato dall'esasperato tatticismo di chi, probabilmente, non ha mai avuto in mente un'idea di centrodestra maggioritario a cui gli elettori potessero sintonizzarsi.

Monti decida chi vuole essere: Ciampi, Dini o De Gasperi

Anche su Notapolitica

Che si consideri un errore, una farsa, o tragicomica la ricandidatura di Berlusconi, non si possono ignorare fondamentali leggi della politica che varrebbero per chiunque al suo posto. Sul serio: come si può pensare di far accettare a un leader come Berlusconi quello che sta subendo senza che reagisca? A nessuno – tanto meno a uno come Berlusconi – si può chiedere di subire una "Piazzale Loreto". Chi ne ha il coraggio e la forza vada a prenderlo e lo appenda a testa in giù, ma non si appenderà da solo. Perché a questo equivale chiedere a Berlusconi di accettare una legge elettorale che liquida il Pdl e il bipolarismo (e, tra l'altro, peggiore del porcellum); di lasciare che la sua classe dirigente per riciclarsi svenda la sua eredità politica, quale che sia, ad un non meglio definito "centrismo montiano"; di continuare a sostenere un governo che lancia la volata al centrosinistra, che si prepara, a pochi mesi dal voto, a varare un decreto "ad personam" per non farlo candidare, e i cui ministri usano la propria carica come trampolino di lancio in politica. E tutto questo senza alcuna prospettiva di un nuovo centrodestra, nemmeno della cosiddetta "unità dei moderati"? Guardiamoci negli occhi, caro Monti, cari amici di sinistra: era realistico pensare che la tenuta del governo non ne avrebbe risentito?

Semplificando al massimo, la scelta del Pdl è se morire berlusconiano o morire democristiano, seppellendo un'idea di centrodestra mai nata. In un senso o nell'altro si tratta sempre di morire, questa non è una scelta, si può scegliere solo il "come". Dal "come", però, dipendono molte cose future. La questione non è Berlusconi sì o no – lo è per coloro cui è utile, anzi indispensabile l'equivoco Berlusconi per giustificare la propria funzione politica – ma è la prospettiva: e quelle che vedo in giro sono solo tante "stampelle centriste", neppure capaci di unità tra di loro e di una proposta programmatica chiara, altro che un nuovo centrodestra "normale", europeo, alternativo alla sinistra.

La "proposta montiana" (semplifichiamo: Montezemolo, Casini e i "montiani" del Pdl) si pone già oggi come «appendice diniana», si accontenta di un ruolo di argine, per «riequilibrare a destra una sinistra sbilanciata a sinistra». Non si pone come nuova offerta politica di centrodestra (per superare Berlusconi, magari!), ma come "stampella centrista" di un Monti-bis: non potrebbe essere altrimenti, perché sostenendo Monti – e dal momento che Monti non si schiera come alternativo alla sinistra e, anzi, resta super partes – non potrebbe mai escludere l'eventualità, piuttosto probabile, di trovarsi in una coalizione sì con Monti di nuovo premier, ma che avrebbe per forza di cose (visti i numeri) come azionista di maggioranza il Pd di Bersani. E una simile coalizione politica, nonostante il "top player" Monti, potrebbe fare solo del male all'Italia.

Ora, a molti del Pdl questa prospettiva può piacere, perché ci tengono alla loro carriera e capiscono che tutto ciò che restasse a destra verrebbe isolato, e anche perché comunque – intento più che dignitoso – si andrebbe a rafforzare il ruolo di Monti come argine alla sinistra. Non ci si può stupire però che la cosa non piaccia a Berlusconi e a molti la cui idea di centrodestra era diversa e ben impiantata in una logica bipolare e "fusionista". Per non parlare del fatto che la "proposta montiana" senza un Monti chiaramente alternativo alla sinistra non è elettoralmente attraente: l'elettorato di centrodestra ha già dimostrato di non seguirla e si dividerà tra astensionismo e ridotta berlusconiana. Il che indebolisce la prospettiva di un Monti-bis, perché con una doppia, forte legittimazione di Bersani (primarie e politiche), il centro "montiano" che non arriva al 10% e un centrodestra frammentato, e radicalizzato da Berlusconi, sarebbe difficile spiegare a Bersani che deve restare in panchina.

Per sostituirsi allo schieramento berlusconiano quello "montiano" deve candidarsi senza ambiguità in alternativa al centrosinistra. Ma anche ammesso che lo facesse (e non mi pare questa l'intenzione di Casini e Montezemolo, che si allea con le Acli scaricando Giannino), se Monti resta super partes l'operazione non sarà credibile agli occhi degli elettori di centrodestra. Quindi, o Monti si sveglia e si impegna – con chi ci sta – a guidare un centrodestra moderno, europeo, liberale (evviva!), o ci becchiamo lo spettacolo che stiamo vedendo. Insomma, Monti vuol essere Ciampi, Dini o De Gasperi? Questo sarà pure legittimo chiedere di saperlo prima di votare, o no?

Wednesday, December 05, 2012

Verso la Terza Stampella?


C'è un'ala liberale e riformatrice, in ItaliaFutura, che ieri è andata in «subbuglio», come scrive Arnese su Formiche.net, quando ha letto su Repubblica un autorevole firmatario del manifesto Verso la Terza Repubblica, il presidente delle Acli Andrea Olivero, prospettare «un'alleanza strategica» con Bersani e Casini, sottolineare la necessità di «unire il centro alla sinistra», di «mettere insieme le forze tradizionali del centrosinistra e quelle liberali del cattolicesimo sociale [almeno la distinzione tra cattolicesimo liberale e cattolicesimo sociale la vogliamo conservare?] e del mondo dell'impresa». Con Monti a Palazzo Chigi, ovviamente.

Sempre su Formiche.net, un firmatario dello stesso manifesto, Paolo Mazzanti, esprimeva un'idea molto diversa sull'impegno di Monti, diciamo alternativa a Bersani-Vendola: «Uno schieramento che s'ispira all'agenda Monti non potrà che essere alternativo al centrosinistra a trazione bersanian-vendoliana». E ancora: «Se Monti s'impegnerà direttamente, sarà probabilmente possibile riunire tutte le forze di centro e parte delle forze di centrodestra che s'ispirano alla sua azione in un'unica coalizione. Se invece Monti deciderà di restare super partes, ognuno andrà probabilmente per conto suo. E le probabilità di vittoria dell'asse Bersani-Vendola aumenteranno».

In serata arrivava la nota di ItaliaFutura: tante belle parole, liberali e riformatrici, per ribadire equidistanza tra l'«Unione 2.0» e la «Forza Italia 2.0». Peccato che l'alleanza - appena siglata! - di Montezemolo con Acli, Sant'Egidio e Bonanni (Cisl), da cui è scaturito il manifesto V3Rep dica tutt'altro: Olivero (le Acli, non una minuzia) vuole allearsi con l'Unione 2.0. Come la mettiamo?

Con un «Grazie, è stato un piacere, ma non ci siamo ben capiti», mi risponde su twitter Romano Perissinotto, fondatore del Comitato Italia Futura Lombardia. Che ne è, dunque, di V3Rep e dell'alleanza con Acli, Sant'Egidio e Bonanni? «E' una grande realtà che può fare a meno delle dichiarazioni di Olivero». Sarà anche una grande realtà, quella in cui possono convivere chi si sente alternativo e chi complementare a Bersani-Vendola, ma a me pare un gran casino. Montezemolo ha stretto alleanza con le Acli poche settimane fa, oggi Olivero dichiara che si vuole alleare con Bersani. Diciamo che la nota della serata di ieri, che ripropone il minestrone "popolare, liberale e riformista" (mancano solo fascisti e comunisti), e l'intervista di Andrea Romano oggi, non sono sufficienti a sgombrare il dubbio che una lista Montezemolo-Riccardi possa prima o dopo il voto allearsi con il Pd bersaniano. Giannino su questo almeno aveva visto giusto, era assurdo che FiD seguisse i montezemoliani verso la Terza Stampella del Pd.

C'è poi Daniele Bellasio che si chiede come mai «il centro non sfonda», anzi è «in crisi» (crisi che va ben oltre l'ambiguità di Monti), in un contesto apparentemente così favorevole (Pd che si sposta a sinistra e centrodestra praticamente inesistente). Sarà che nonostante il disgusto gli italiani restino affezionati al bipolarismo e respingano i tatticismi centristi? Certo, potrebbero essere Montezemolo e Casini «l'altro polo», se non stessero ancora lì sul punto di fare la stampella alla sinistra-sinistra di Bersani-Vendola. La realtà è che sembrano mancare convinzioni sufficientemente forti per sentirsi, e quindi essere percepiti dall'elettorato, come alternativi alla sinistra. C'è sempre il sospetto, più che fondato, che l'intenzione sia quella di allearsi con il centrosinistra e dichiarazioni come quelle di Olivero ne sono la conferma.

Friday, November 23, 2012

Napolitano sequestra il cantiere dei "montiani": Pdl isolato e senza Cav

Anche su L'Opinione

Il presidente Napolitano ha voluto togliere dalla mischia elettorale il nome di Monti per preservare il suo profilo super-partes e, dunque, la praticabilità sia di un Monti-bis, sia di un'ascesa del professore al Colle, o – perché no? – a via XX settembre come ministro dell'Economia. Insomma, ha voluto preservarlo come "riserva della Repubblica": non si può candidare né può essere candidato da un partito, perché si vota per il Parlamento ed è già senatore a vita. Ma è disponibile «a chiunque, dopo le elezioni, volesse chiedergli un parere, un contributo, un impegno» (da notare le parole "chiunque" e "impegno"). Ha quindi ricordato alle forze politiche che non esistono candidati premier: né Monti, né chi uscirà vincitore dalle primarie. Perché i partiti hanno sì il diritto, o meglio la «facoltà» di avere in mente un nome, di «evocarlo» direbbe Casini (come si fa con gli spiriti), ma sono le consultazioni al Quirinale «la sede in cui ogni partito può esprimere una sua preferenza o una sua proposta». Napolitano ha anche voluto farci sapere che sarà il suo successore a sbrigare la pratica dell'incarico. Il che vuol dire che nel puzzle post-voto la casella del Quirinale sarà riempita prima di quella di Palazzo Chigi. E potrebbe rappresentare un equo indennizzo per il Pd, nel caso accettasse un Monti-bis: 7 anni garantiti di poteri sempre più "presidenzialisti" potrebbero far gola più di 5 traballanti al timone di un paese ancora nella tempesta. Il 10 marzo, o quando sarà, in filigrana sulla scheda ci sarà il nome del prossimo presidente della Repubblica, non del premier.

Molto poco istituzionalmente corretta, va detto, l'uscita di Napolitano: la carica di senatore a vita non implica la rinuncia al diritto di elettorato passivo (candidarsi, per esempio, alla Camera), o un'interdizione dai pubblici uffici (proporsi come candidato premier di una o più forze politiche). Scorrettezza però soltanto teorica, perché non sembra che Monti abbia intenzione di "bruciarsi" politicamente. Continuerà a non respingere i tanti "scudieri" che si accalcano alla sua corte, non sconfesserà chi lo evoca, ma non è interessato a ricevere uno scomodo mandato politico dal corpo elettorale. Anzi, meglio non averne e continuare a giocare da riserva della Repubblica, buona per qualsiasi maggioranza. Ammiccamenti sì, candidatura no. E' comprensibile: da un lato non vuole fungere da zattera di salvataggio per un ceto politico vecchio e screditato (e chi può biasimarlo?); dall'altro, non è nelle sue corde creare dal nulla una sua forza politica, né ha i mezzi per farlo.

Neanche Monti, tuttavia, può aggirare la questione del mandato politico. A parte la prospettiva poco edificante dal punto di vista democratico, è pensabile realizzare le riforme di cui questo paese ha disperatamente bisogno senza un preciso mandato elettorale, senza prima esporre la propria agenda ai cittadini per ricevere il loro consenso, e per di più con l'appoggio di una "grande coalizione" sbilanciata a sinistra? Il Cav ha fallito nonostante tre forti mandati popolari, ma ciò non significa che sia destinata al successo una strategia del "si fa ma non si dice". E nel caso del piano B - Monti al Quirinale a coprire le spalle a Bersani premier - il professore si troverebbe a dover esercitare un potere di veto sull'indirizzo politico-economico del governo, accentuando così la deriva "presidenzialista" in atto.

Nella stessa giornata in cui Alfano otteneva le sue primarie, al prezzo di uno strappo forse irreversibile con il Cav per inseguire con gran parte del suo gruppo dirigente il sogno di un non meglio precisato cantiere dei moderati, di cui Monti dovrebbe essere il «federatore» (definizione di Frattini), il presidente Napolitano chiudeva di fatto il cantiere: nessuna candidatura di Monti prima del voto. E così Alfano e i suoi si ritrovano d'un tratto senza Berlusconi (anzi, probabilmente se lo ritroveranno contro) e privi di uno sbocco politico. L'unico che il segretario rischia di riuscire a rottamare è il Cav, mentre si tiene i vecchi colonnelli, tutti aggrappati ad uno zatterone in patetico inseguimento di Monti, Casini e Montezemolo, i quali non mostrano il minimo interesse per il Pdl, se non per indurlo a sacrificare Berlusconi e, così, liquidarlo.

Le prossime elezioni rischiano di rivelarsi un esercizio inutile. Giocate pure fino al 10 marzo, bambini, ma poi la sera del voto il pallone vi verrà tolto, sembra avvertire Napolitano. E che idea di centrodestra si può coltivare attorno al Monti-bis se Monti, in qualunque casella istituzionale finisse, fosse solo una specie di argine, una badante democristiana per una maggioranza di centro-sinistra?

Tuesday, November 20, 2012

Il marchio Monti in franchising non può bastare

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Pensavate di averle viste di tutte? Vi sbagliavate. Il meglio deve ancora venire: il meglio del peggio, s'intende. Nel weekend Montezemolo ha lanciato la sua alleanza con l'associazionismo cattolico-solidarista Verso la Terza Repubblica (tutta gente che ha pasteggiato allegramente anche nella prima e nella seconda) in appoggio al Monti-bis. La non discesa in campo del presidente della Ferrari dà vita all'ennesimo paradosso della politica italiana: un non candidato che lancia una lista per sostenere un'altra non candidatura, quella di Mario Monti a Palazzo Chigi. Un'operazione davvero troppo fumosa, persino per i tempi eccezionali che viviamo. Monti non si candida, nemmeno Montezemolo (e nemmeno Bonanni), ma ci sarà una lista Montezemolo col nome di Monti nel simbolo e come programma. Una fiduciaria, un franchising, più che una lista politica.

Afferriamo l'idea di porre fine alla stagione dell'uomo solo al comando, ma questa sorta di "leading from behind" – metterci la faccia e anche la firma, ma senza scendere in campo, senza misurarsi personalmente nelle urne – offre davvero maggiori garanzie di serietà e trasparenza rispetto agli interessi, evidentissimi, di cui la lista LCdM-Todi è espressione? Ci sarà dato di sapere almeno se il professore ha effettivamente concesso a Montezemolo & soci il diritto di "commercializzare" politicamente il suo ben affermato marchio, o se invece si tratta di uno sfruttamento non autorizzato? Davvero pensa di appaltare a tali "scudieri" (Montezemolo, Bonanni, Riccardi, Casini, Fini) il compito di fornirgli una legittimazione elettorale, senza degnarsi di esporre lui stesso agli italiani la sua agenda per i prossimi anni? E se la sente il presidente del Consiglio di garantire sui candidati che saranno inseriti (da chi?) nelle liste che invocano il suo bis?

Il guaio, dal punto di vista politico, è che il marchio Monti rischia di rivelarsi poco più che una furba trovata dei Montezemolo e dei Casini per risparmiarsi il gravoso onere della chiarezza della loro proposta politica. Insomma, non serve faticare troppo per spiegare agli italiani che cosa si vuole fare in concreto: il riferimento a Monti basta e avanza. Ma così è difficile scorgere nell'operazione LCdM-Todi qualcosa di più di una lobby centrista alla ricerca di un posto al sole nel più che probabile bis del professore. Si dirà che tanto il programma è obbligato, che tutti lo conoscono. Come dice Napolitano, «Monti ha segnato il cammino ai partiti». Vero solo in parte. Perché il marchio Monti richiama molte cose diverse – alcune buone, altre meno – ma anche molti vuoti, capitoli nemmeno aperti. Sarebbe interessante, quindi, capire in concreto rispetto a quali politiche dovrebbe esserci «continuità». Continuità, per esempio, anche nel non abbattere lo stock di debito pubblico e negli esigui tagli alla spesa? Se la mera «continuità» con l'esperienza Monti è una garanzia dal punto di vista della cultura di governo, non può bastare, invece – lo ammetteranno anche i più montiani – dal punto di vista dei contenuti. O meglio, dipende da come si pensa di uscire dalla crisi italiana, iniziata ben prima del crack Lehmann o di quello greco: uscire dalla crisi cambiando il paese da cima a fondo, oppure manovrando con astuzia sperando, con l'aiuto dell'Europa, che il costo del nostro debito torni magicamente ai livelli pre-crisi, cioè vicino a quello tedesco?

Nel secondo caso, nient'affatto peregrino data la componente di irrazionalità che anima i mercati, potrebbe bastare la sola presenza di Monti a Palazzo Chigi, nel primo no. Ci sta che in questo anno il professore, ritrovatosi all'improvviso il timone tra le mani, non abbia voluto rischiare una virata a 180 gradi che avrebbe potuto ribaltare la barca Italia e far finire in mare milioni di connazionali. E così si è limitato ad usare la leva più immediata e sicura: più tasse. Ma ora, pur nei vincoli di bilancio ristrettissimi, qualche spazio di manovra c'è, alcune opzioni di fondo, molto diverse tra di loro, tra cui scegliere ci sono. Per esempio, Draghi insiste nel raccomandare un risanamento meno recessivo, centrato cioè sui tagli alla spesa e non su aumenti di tasse. Fino ad oggi Monti ha intrapreso la via opposta. Nel suo bis a Palazzo Chigi seguirebbe o no i suggerimenti di Draghi?

Insomma, se l'operazione Monti-bis è cambiare il paese, ma senza proclami per non spaventare l'elettorato e i "poteri forti", e per evitare di infiammare le piazze, tatticamente può avere un senso. Il sospetto, tuttavia, guardando l'operato di questi mesi, gli scudieri che si accalcano ansiosi di fargli strada, e la sua ambiguità sull'agenda per i prossimi anni, è che l'obiettivo sia minimale: non affondare, tenersi a galla aspettando che la tempesta passi, dunque evitare di consegnare il timone a Bersani-Vendola, che ci porterebbero contro gli scogli, ma sostanzialmente senza cambiare il paese, quindi garantendo tutti i soggetti interessati al mantenimento dello status quo.

Saturday, November 10, 2012

Le ragioni politiche dietro lo sfogo del Cav

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Proviamo una lettura meno caricaturale dello psicodramma del Pdl. Secondo Berlusconi le primarie non bastano, anzi così organizzate (provincia per provincia) rischiano di alimentare le faide interne e dar vita ad uno spettacolo ancor più disgustoso agli occhi degli elettori. Ci vorrebbe il Berlusconi del 1994, un nuovo Berlusconi, o almeno un leader con il famoso "quid", di cui però il Cav non vede traccia nel partito. Come dargli torto? Ha corteggiato invano suoi possibili successori, da Montezemolo a Monti, i quali hanno cortesemente declinato. In parte per la natura stessa del personaggio, che non ammette co-protagonisti, in parte per l'assalto mediatico-giudiziario, intorno al Cav c'è solo terra bruciata. Personalità esterne alla politica esitano a farsi avanti per paura di ricevere lo stesso trattamento, e in ogni caso non accetterebbero mai di caricarsi sulle spalle il corpaccione dello screditato Pdl e la pesante, controversa eredità del suo fondatore.

Il Cav capisce che la sua stagione è finita e fatica ad accettarlo. Quindi continua a "sragionare" di un nuovo Berlusconi e di "shock". Il partito dovrebbe aspettare che si manifesti, come una sorta di messia, o andarselo a cercare. Dopo aver sbraitato, è lui stesso ad ammettere di non avere assi nella manica, di non sapere neanche lui cosa fare, e a definire il suo uno «sfogo». Fin qui l'aspetto psicologico. Ora quello politico. Legittimo che Alfano e i suoi coltivino ambizioni, ma commettono il tragicomico errore di ignorare i propri limiti se pensano di costruire il proprio futuro politico rompendo con Berlusconi, nell'illusione che ciò renda possibili chissà quali nuove e formidabili alleanze. E senza di lui, o peggio avendolo contro, nemmeno le primarie sovvertirebbero il clima di smobilitazione. Comprensibile che il malumore del Cav aumenti sentendosi epurato da un gruppo dirigente mediocre – il cui appeal sull'elettorato non è ancora nemmeno lontanamente comparabile al suo – convinto che il sacrificio del capo e appiattirsi su Monti servano ad un disegno politico in realtà manifestamente suicida.

Dopo un anno, a nulla sono serviti i passi indietro di Berlusconi (se non ad irritarlo), anzi l'agognata unità dei "moderati" che avrebbero dovuto favorire è quanto mai lontana. Il gioco di Casini è un altro: la deberlusconizzazione del Pdl non come precondizione di un'alleanza, ma come premessa della sua liquefazione. Quello di Fini di ieri mattina (con Alfano possibile una «pagina nuova per tutti i moderati») è solo l'ultimo dei "baci della morte". Lo stesso D'Alimonte, rivelando candidamente il senso della sua proposta di riforma elettorale, dà la misura della stupidità del Pdl che in Senato ha votato, con Udc e Lega, un testo simile: «Con questo meccanismo Casini potrebbe decidere di fare un'alleanza elettorale con il Pd sul modello siciliano. Arriverebbero al 40%, e con 14 punti di premio arriverebbero al 54%: se il Pd facesse un listone unico con Sel potrebbe disinnescare la pregiudiziale di Casini nei confronti di Vendola». Biscotto servito e tanti saluti al Pdl.

La soglia – per ora al 42,5%, ma Pd e Udc sono già d'accordo sul 40 – è funzionale ad un'alleanza Pd-Sel-Udc o, in ogni caso, regala una enorme rendita di posizione post-voto ad un Casini in crisi, che nelle ultime tornate elettorali non è apparso in grado di intercettare voti Pdl e il cui progetto Terzo polo si è dimostrato velleitario. Tra l'altro, è una legge peggiorativa del porcellum in termini di governabilità: se nessuno raggiunge la soglia, non scatta il premio ed è proporzionale puro; ma la coalizione che la raggiungesse potrebbe comunque essere troppo disomogenea, come lo sarebbe una formata da Pd, Sel e Udc.

Wednesday, October 31, 2012

Perché Grillo ha fallito il "boom"

In Sicilia non ha "sfondato" tra astensionisti ed elettori di centrodestra

E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.

Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.

Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.

Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.

La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".

Monday, October 29, 2012

Le sirene neocentriste bersaglio dell'ira del Cav

Difficile comprendere dove finisca lo sfogo per l'assurda sentenza di condanna ricevuta venerdì, accompagnata da a dir poco irrituali motivazioni "politiche", e dove cominci, invece, la politica. Si vedrà nelle prossime settimane. Ma i toni sopra le righe nei confronti del governo Monti e della cancelliera Merkel hanno senz'altro a che fare sia con l'ennesimo tentativo di "farlo fuori" per via giudiziaria, sia con lo scollamento in atto tra il fondatore del Pdl e la sua classe dirigente, segretario Alfano compreso. Il Cav ha voluto evitare che il combinato disposto della sentenza dei giudici di Milano e della sua decisione di non ricandidarsi, con apertura al metodo delle primarie, potesse incoraggiare qualcuno, in primis nel suo partito ma ovviamente anche tra i suoi avversari, a credere che sia disposto a farsi eliminare dalla scena politica.

Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.

Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.

In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?

Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
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Thursday, October 25, 2012

Primarie, non è il momento di essere troppo choosy

La doppia mossa di Berlusconi (ritiro e primarie) era l'unica possibile, necessaria anche se non sufficiente, per tentare di rianimare il Pdl e rifondare il centrodestra. Ora occorre che siano primarie credibili: le più aperte possibili nelle regole, per attirare il maggior numero di elettori, non solo i militanti, e candidature estranee alla nomenclatura del partito; che non siano le vecchie facce a infestare tv, radio e giornali, monopolizzandone la comunicazione; e che si confrontino linee politiche davvero differenti, perché il Pdl, e un ipotetico nuovo centrodestra, ha urgente bisogno di sciogliere la matassa ormai indistinguibile della sua politica economica, il cui bandolo negli anni si è perso, tra la mutazione del tremontismo e veri e propri rigurgiti assistenzialisti. Solo poche ore fa i deputati del Pdl in Commissione Lavoro (con la sola eccezione di Cazzola) hanno votato, insieme al Pd, un aumento delle tasse per sussidiare gli esodati.

Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.

Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.

C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.

Friday, October 12, 2012

Con le preferenze l'inganno raddoppia: c'è ma non si vede

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Sembra un successo politico per il Pdl l'adozione della sua proposta di riforma elettorale come testo base in Commissione Affari costituzionali al Senato, per di più con la risurrezione, per l'occasione, della vecchia alleanza, CdL (con Casini e Fini) più Lega, e l'apparente isolamento di Pd e Idv. E' invece l'ennesimo atto di autolesionismo di un partito prossimo al suicidio per la sua stupidità politica, prim'ancora che per gli scandali. Tempo per rimediare ce ne sarebbe, l'iter parlamentare è appena all'inizio, a patto di accorgersi dell'errore.

A ben vedere, infatti, senza votare il testo base il Pd incassa il premio di maggioranza alla coalizione (preferito rispetto al partito), seppure ridotto al 12,5%. D'ora in avanti, quindi, potrà sia continuare a trattare per un premio più consistente e i collegi, sia lucrare politicamente sul ritorno alle preferenze, che nell'arco di pochi mesi, dopo i casi Fiorito nel Lazio e Zambetti in Lombardia, sono passate da un'estrema popolarità, come antidoto all'odiato porcellum, all'impopolarità in quanto strumento criminale della 'ndrangheta e del clientelismo.

Oltre alla follia di farsi alfiere delle preferenze proprio nel momento in cui le cronache ricordano all'opinione pubblica tutto il marcio che sono capaci di tirar fuori, con questo testo (il modello greco!) il Pdl cancella la novità sistemica rappresentata dall'ingresso in politica di Berlusconi, il governo scelto dagli elettori, e contraddice lo spirito costitutivo di un partito unitario del centrodestra. Casini, infatti, fa bingo, conquistando con il 5-6% dei voti la golden share di qualsiasi governo e nel Pdl gli unici a poter festeggiare sono coloro che possono contare su una propria corrente, quindi soprattutto gli ex An. Se, dunque, le preferenze oggi servono ad evitare la scissione del partito, sono anche la migliore garanzia della sua ulteriore, rapida balcanizzazione immediatamente dopo il voto. E semmai il Pdl dovesse ripensarci, il Pd se ne intesterebbecomunque il merito. Un capolavoro, non c'è che dire.

Il fenomeno del Parlamento dei nominati va superato, non c'è dubbio, ma per non ricaderci sotto una forma ancor più subdola, occorre capire per quale motivo i vertici dei partiti vogliono mantenere il totale controllo sugli eletti: il guaio è che lo strumento della fiducia lega la sopravvivenza dei governi ai giochi e agli umori del Parlamento, nonostante da quasi vent'anni ormai i cittadini siano convinti di decidere nelle urne chi li dovrà governare. In poche parole, non c'è una piena separazione tra esecutivo e legislativo e ciò finisce per ledere l'indipendenza e il corretto funzionamento sia dell'uno che dell'altro potere. Controllando gli eletti, i partiti di maggioranza si sforzano di blindare la volontà degli elettori, quelli all'opposizione di ribaltarla.

Beninteso che nessun sistema è perfetto, alcuni mettono un freno al malcostume politico, altri lo alimentano esponenzialmente. Se il binomio collegio uninominale-primarie è l'unico modo per restituire davvero ai cittadini il potere di scegliersi i propri rappresentanti, le preferenze sono una truffa persino peggiore delle liste bloccate del vituperato porcellum. Soprattutto se corte, queste ultime consentono all'elettore di sapere in anticipo nomi e cognomi di chi contribuisce ad eleggere con il proprio voto. Esprimendo le sue preferenze, invece, si illude di scegliere, ma nel migliore dei casi gli eletti vengono decisi dai giochi tra le correnti, di cui è all'oscuro, nel peggiore il voto è inquinato dal clientelismo e dalla malavita. Poiché l'elettore non conosce i cavalli che il partito ha deciso di far correre per davvero nella sua circoscrizione, le preferenze "d'opinione" (che di media in pochissimi esprimono) si disperdono, e per garantirsi il seggio è sufficiente controllare/comprare qualche migliaio di voti, che non basterebbero, invece, in un collegio uninominale.

Wednesday, October 10, 2012

Basta bluff incrociati: primarie aperte per un centrodestra "all'americana"

Non è la prima volta che l'ex premier si rende disponibile a farsi da parte pur di riunire quelli che chiama i "moderati", ma forse mai in modo così esplicito. E, soprattutto, a differenza che in altri momenti, oggi ci troviamo davvero nei minuti di recupero. Non solo per il Pdl, anche per gli altri attori che da anni puntano a raccoglierne l'eredità ma che, sempre più vicini all'ora "X", appaiono impreparati.

Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?

Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.

Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.

È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Monday, October 08, 2012

Dove cascano gli asini

Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.

E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.

Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.

Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.

Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.

Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.

Tuesday, October 02, 2012

L'effetto Monti: si affolla il fronte anti-Bersani

Ma al prof. conviene chiedere agli italiani

La parziale e cauta frenata di ieri da parte di Monti («quando lasceremo ad altri, nei prossimi mesi, il governo...»), per alleggerire la tensione su Pd e Pdl, non cambia le carte in tavola: la sua  disponibilità non a candidarsi premier ma ad essere richiamato in servizio dopo il voto ha smosso le acque della politica italiana. Rischia addirittura di sconvolgere la geografia e la morfologia dei partiti. Se il discrimine degli ultimi vent'anni è stato quello tra berlusconismo e antiberlusconismo, sembrerebbe che se ne stia per costituire uno nuovo, tra montismo e antimontismo. Entrambi, in realtà, non sono che i fenomeni visibili di quella sorta di cordone sanitario che puntualmente si riattiva per evitare di consegnare la guida del paese ai post-neo-comunisti.

Il bis di Monti oggi è auspicato da Washington a Berlino, passando per Bruxelles, dal mondo finanziario ed economico, sia internazionale che nostrano – dalle elites, insomma – ma più si avvicina il momento delle elezioni e più sarà chiaro anche agli italiani, a quella parte maggioritaria che non si fida della sinistra, che è l'unica alternativa realistica ad un governo Bersani-Vendola. Com'era previdibile, Casini e Fini sono stati i primi ad aggrapparsi alla zattera Monti. Non era scontato, anche se non sorprende, che lo abbia fatto Montezemolo. Se il numero uno della Ferrari non si candida in prima persona non è perché disinteressato alle poltrone, o per rompere con i personalismi della II Repubblica. Semplicemente i sondaggi non sono favorevoli e a Luchino piace vincere facile, avere la pista tutta per sé, piuttosto che doverci mettere la faccia e sudarsela, rischiando la figuraccia: così come non si sarebbe mai candidato sfidando Silvio, oggi non osa intralciare la strada che porta al Monti-bis. Sperando, magari, di essere ricompensato con una chiamata a far parte della squadra.

Ma anche nel Pdl e nel Pd qualcosa si muove...
(...)
Insomma, Monti è in campo e nessuno può più far finta di niente. Ed è forse sbagliato chiamarlo "Monti-bis". Stavolta non si tratterebbe di una carta d'emergenza, ma di una vera e propria ipotesi politica, prospettata già prima del voto e dopo un anno e mezzo di governo. C'è tutto il tempo perché anche gli elettori più disgustati dalla politica comprendano la posta in gioco. E per chi si porrà il problema di come fermare la gioiosa macchina da guerra 2.0 di Bersani, si profila un menu abbastanza ricco da accontentare tutti i palati, dai più abitudinari ai più esigenti: c'è l'aperitivo delle primarie servito da Renzi; mentre alle politiche la vecchia zuppa Pdl, la minestra riscaldata di Casini-Fini, o nuove portate, quella «riformatrice e liberale» di Montezemolo e quella liberista di Fermareildeclino. Anche Giannino e i suoi si sono dovuti esprimere sull'ipotesi Monti e hanno colto il nodo.

Chiaro che Monti sia preferibile a Bersani, ma tranne quella delle pensioni le altre riforme sono state un bluff. Con il prof si galleggia anziché affondare, ma per tornare a navigare non basta Monti, bisogna emendare la sua "agenda" nel senso giusto, quello indicato da Fermareildeclino (meno Stato, meno tasse), ma anche dal Pdl (debito e cuneo fiscale), per quanto meno credibile per i trascorsi al governo. Non si rende conto Monti che proprio non candidandosi apertamente, non promuovendo una lista o un rassemblement, non chiedendo il consenso dei cittadini spiegando loro cosa vorrebbe fare nei prossimi cinque anni, illudendosi di diventare "politico" senza sporcarsi le mani, rischia di offrirsi come zattera di salvataggio per vecchie nomenclature parassitarie o come tram per opportunisti senza coraggio? Se il suo bis prendesse forma semplicemente da un impasse politico, rischierebbe di restare prigioniero dei veti contrapposti di una maggioranza troppo disomogenea, come accaduto da marzo in poi. Viceversa, uscendo dall'illusione dell'unità nazionale, rivelando il suo programma per ottenere una legittimazione popolare, costringerebbe i nemici della sua "agenda" ad uscire allo scoperto.
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Saturday, September 29, 2012

Sarà Monti-bis vs. Bersani-Vendola

Da New York il premier Mario Monti ha detto una cosa ovvia, che tutti avevamo già da tempo intuito, e cioè che in caso di impasse politico, se dal voto del 2013 non uscisse una maggioranza chiara in Parlamento, o di instabilità finanziaria, lui c'è, e risponderebbe, se chiamato, con quello spirito di servizio del novembre scorso. Finora sull'argomento non si era mai espresso così esplicitamente. Anzi, aveva addirittura lasciato intendere il contrario. Non un tatticismo interno, ma la volontà – parlando al pubblico del Council on Foreign Relations e di Bloomberg Tv – di rassicurare investitori e comunità internazionale sulla stabilità dell'Italia. Come se avesse detto "tranquilli, lascio giocare i ragazzi ma poi se fanno casino gli tolgo il pallone". I possibili effetti politici della sua disponibilità, finalmente esplicita, si possono leggere tra le righe delle reazioni: raggelato Bersani, entusiasta e "cavalcante" Casini, neutro Berlusconi. Un primo effetto potrebbe riguardare la legge elettorale: la trattativa potrebbe complicarsi, le posizioni del Pd bersaniano irrigidirsi, fino al rischio di tenerci il "porcellum", ma anche sbloccarsi con un affondo del fronte proporzionalista Pdl, Udc e Lega.

Fanno sorridere i retroscena di Repubblica (e quelli fotocopia dell'HuffPost italiano) che si sforzano di avvalorare la tesi di un Berlusconi anti-Monti, e il Giornale a ruota che parla di "sfida" del Cav. Com'è ovvio, in campagna elettorale cerca di interpretare gli umori dei suoi potenziali elettori, il che lo porta ad attaccare il governo sulle tasse e su Equitalia. Ma Berlusconi non ha nulla da temere da un Monti-bis (sempre meglio che restare isolati all'opposizione), l'unico problema sarebbe farlo accettare ai "falchi" del suo partito, soprattutto gli ex An. Anzi, secondo alcuni avrebbe anche proposto al professore di candidarsi, sostenuto da lui, da Casini e da Montezemolo. Per il Cav il «grande imbroglio» non è il governo tecnico: presentando il libro di Brunetta non se l'è presa con Monti, ma con la Germania e l'euro (anche se l'unico "grande imbroglio" è stato quello del Pdl ai suoi elettori).

Chi invece si è sentito colpito dall'uscita del premier è Bersani, per il quale la disponibilità esplicita di Monti al bis rappresenta un ostacolo formidabile alla sua aspirazione di conquistare Palazzo Chigi. Il segretario del Pd ha percepito qualcosa di ancora più terrorizzante...
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Monday, September 10, 2012

Il Monti-bis e i partiti alle misere manovre

Gli ultimi dati Istat indicano che il nostro Pil quest'anno sta precipitando verso un rovinoso -3%. Il calo nel II trimestre è stato dello 0,8%, -2,6% se confrontato con il II trimestre 2011. Nel 2012 abbiamo già acquisito una perdita del 2,1%. Per mantenerci entro il -2,5% la caduta dovrebbe quasi arrestarsi nei prossimi due semestri, ma nulla fa pensare che sarà così. I dati dei consumi parlano chiaro: la spesa delle famiglie italiane nel II trimestre è scesa del 3,5% (-10,1% gli acquisti di beni durevoli, -3,5% i non durevoli, -1,1% i servizi). Solo cinque mesi fa il governo stimava un calo del Pil annuo dell'1,2%. Delle due l'una: o ha colpevolmente sottovalutato gli effetti depressivi delle sue politiche, oppure ha consapevolmente tentato di nascondere la realtà.

Sia come sia, questi dati confermano che lo scudo anti-spread messo a punto da Draghi non risolve da solo i problemi dell'Italia. La sfida resta quella di trovare una politica credibile per abbattere il debito senza deprimere l'economia, risultato a cui invece ci sta portando la ricetta Monti. Su questo dovrebbe vertere la campagna elettorale alle porte, ma i partiti sembrano piuttosto concentrati sulle alchimie politiche. Il Pdl in queste prime fasi risulta non pervenuto, incapace di iniziativa politica, paralizzato in attesa della decisione di Berlusconi sulla sua ricandidatura. A onor del vero, una proposta concreta per abbattere il debito l'ha elaborata, ma leadership e personale politico non rinnovati non la rendono credibile.

Per il Pd il governo tecnico è servito a "cacciare" Berlusconi e a varare decisioni impopolari, un intermezzo necessario a preparare la presa del potere. Bersani scalpita, vede Palazzo Chigi a portata di mano e scalda i motori della sua gioiosa macchina da guerra 2.0, che lo fa assomigliare a Occhetto nonostante lui si creda Hollande. Si dice pronto, davanti all'Italia e al mondo, ad assumersi la responsabilità di governare, ma per ora si barcamena, cercando di scacciare i fantasmi di Monti e Renzi. La campagna del giovane sindaco di Firenze è per lo più rivolta al rinnovamento interno, non si capisce ancora in che direzione guiderebbe il Paese. Ma dal Pd non servono tante parole, sappiamo cosa aspettarci: rigore a base di tasse, quindi depressivo, e tentativo di rilancio con investimenti pubblici nelle ristrette pieghe del bilancio. Il piano l'ha svelato D'Alema qualche giorno fa: arrivare primi e convincere Casini a governare con Vendola.

Casini spera invece di convincere il Pd a sostenere un Monti-bis. E' più interessato alle formule, a rafforzare la sua rendita di posizione, sperando in un risultato elettorale incerto che disponga i due poli a farsi guidare verso il centro. Crede che come programma basti una generica evocazione dell'"agenda Monti" e come rinnovamento una sorta di Udc allargata a qualche esponente della società civile (Marcegaglia, Bonanni) e a qualche ministro "tecnico" (Passera, Riccardi). Ma che credibilità avrebbero personaggi che accettassero di "intrupparsi" senza chiari impegni al cambiamento, né programmatico né di apparato? «La pesca a strascico di Casini e i docili tonni della società civile», è il duro attacco di Montezemolo via Italia Futura.

Prende le distanze dall'Udc anche Fermareildeclino, le cui proposte sono tra le più chiare e condivisibili. Ma restano l'incertezza su leadership e personale politico (come per Italia Futura) e il rischio che un certo antiberlusconismo viscerale che contraddistingue Giannino & Co possa apparire troppo colpevolizzante per gli elettori che in Berlusconi hanno creduto e che FilD con la sua agenda mira a conquistare.

Quanto a Monti, il premier ha osservato nei giorni scorsi che «l'Italia ha bisogno di un governo politico», ma in un modo che non sembra escludere una continuazione della sua esperienza, a suo giudizio tutt'altro che "tecnica". Il professore però continua a giocare da riserva della Repubblica: disponibile a tornare a guidare il Paese "su richiesta" dopo il voto, se i partiti lo chiameranno di nuovo, o per l'impossibilità di formare una maggioranza o per il peggioramento del quadro economico. Rispetto ad un governo Bersani-Vendola, l'ipotesi Monti-bis è senz'altro il male minore. Ma se spuntasse come opzione residuale per superare uno stallo post-elettorale rischierebbe di fungere da zattera di salvataggio dei vecchi partiti, senza un mandato forte per le riforme necessarie. Un conto è un premier calato dall'empireo per uno scorcio di legislatura; tutt'altro all'inizio di una nuova, sostenuto tra i mal di pancia di chi si sente scippato della vittoria elettorale e di chi è tentato di svolgere fino in fondo il ruolo dell'opposizione per recuperare i consensi perduti. Se Monti dev'essere, che gli italiani trovino il suo nome sulla scheda e che le forze politiche si riposizionino di conseguenza.

Tuesday, September 04, 2012

Alternative a Bersani-Vendola cercasi. Fate presto

Anche su L'Opinione

D'accordo, abbiamo passato un agosto relativamente tranquillo. Lo spread non ha fatto troppo le bizze e la Borsa ha chiuso il mese sopra i 15 mila punti. Niente tempesta di Ferragosto, anche gli speculatori sono andati in vacanza. Ma la crisi non è finita. Ce lo ricordano i dati Istat sull'occupazione, ancora in calo, quelli sul mercato dell'auto (negativi non solo in Italia) e le stime di Confcommercio sui consumi, nel 2012 calo del 3,3% con possibile chiusura di 150 mila attività commerciali. A settembre, dunque, si torna a fare sul serio ed è l'ora delle decisioni. I mercati sono in attesa di verificare i meccanismi di stabilità finanziaria che l'Europa si è impegnata a mettere in campo. Per quanto riguarda l'Italia, il governo è chiamato a fissare l'agenda per mettere a frutto i suoi ultimi mesi e a decidere sulla richiesta di aiuti Ue, mentre in vista delle elezioni del 2013 il mondo politico deve cominciare a dare risposte credibili per il dopo-Monti.

In particolare, chi è interessato a evitare un governo Bersani-Fassina-Vendola deve darsi una mossa, mettere da parte ambizioni, o piuttosto velleità personali, per offrire al paese un'alternativa credibile. La situazione appare molto simile a quella del '93-'94: c'è una gioiosa macchina da guerra che non vede l'ora di mettere le mani sull'intero bottino (forte è la tentazione di scaricare sul Pdl le colpe di un mancato accordo di riforma della legge elettorale e tornare al voto con il "porcellum"); gli italiani provano nausea per i vecchi partiti e non si fidano di Bersani, l'Occhetto dei nostri giorni; il 40% circa dell'elettorato si dichiara indeciso e una grossa fetta è in attesa di un'offerta politica nuova. Solo che non si profila all'orizzonte un leader con una sufficiente capacità d'aggregazione, come fu Berlusconi nel '94.

Il Pdl non è riuscito a rilanciarsi e il tempo sta scadendo, o è già scaduto. Qualche timido passo l'ha mosso nelle settimane scorse, ma troppo poco. È immobile e continuamente risucchiato nell'eterno tramonto del suo leader, caratterizzato dall'indecisionismo su tutto: candidatura, sostegno a un Monti-bis, legge elettorale, linea economica, politica europea. Casini ha già avuto dimostrazione alle amministrative che i voti in uscita dal Pdl difficilmente prendono la strada dell'Udc. Il suo piano di sostituirsi a Berlusconi come federatore di una rinnovata area moderata e di centro non sembra avere molte chance. Rischia di restare appeso ad un 6-7%, lusinghiero e sufficiente per mantenere la sua rendita di posizione ma non per determinare rivoluzioni nel campo moderato. Poi ci sono i "nuovi" - Grillo, Italia Futura e i liberisti di "Fermare il declino" - che giustamente rifiutano di accompagnarsi ai "vecchi" e puntano non all'ennesimo partitino, ma a rappresentare un'offerta politica maggioritaria, almeno nel loro campo. Tradotto in voti: almeno un 20%. Pdl, Udc, Italia Futura e anti-declinisti sono tutti in corsa per lo stesso settore dell'elettorato: quello deluso dal centrodestra berlusconiano ma che rifiuta di "buttarsi" tra le braccia della sinistra-sinistra di Bersani. Tutti rischiano di fallire: i primi due perché percepiti come "vecchi", i "nuovi" perché nonostante gli ottimi propositi potrebbero apparire movimenti troppo elitari, intellettuali.

Da una parte è comprensibile, e positivo, che ciascuno voglia giocare la sua partita; dall'altra il rischio è che nessuna di queste offerte ottenga il consenso necessario a imporsi come forza egemone. Il liquefarsi, o l'eccessiva frammentazione dell'offerta politica nel campo del centrodestra rischia di spianare la strada all'esito che davvero in pochi nel paese si augurano - praticamente il solo Bersani, che si crede l'Hollande italiano. Uniti o divisi questi soggetti dovranno saper mobilitare il blocco elettorale dell'ex centrodestra, per determinare almeno le condizioni per un Monti-bis che ci salvi da una deriva greca.