Non ho firmato il referendum leghista, e se fosse stato ammesso non mi sarei recato alle urne per far mancare il quorum. Non solo sono favorevole tuttora alla riforma Fornero (quella delle pensioni, l'unica cosa buona fatta dal Governo Monti), ma l'avrei voluta più radicale e l'hanno già sufficientemente smontata grazie al varco aperto dai cosiddetti "esodati". Detto questo, per capire che fine abbia fatto il referendum in questo Paese, ma soprattutto come si muove la Corte costituzionale (con quali margini di discrezionalità interpretativa della Carta), trovo interessante questo breve scambio di vedute avuto su twitter con uno dei più autorevoli costituzionalisti: Stefano Ceccanti. Lo spunto è un tweet di Alessandro Barbera (La Stampa), in cui per liquidare la scomposta reazione di Salvini (il "vaffa" alla Corte) con grande sicumera si limita a riportate l'articolo 75 della Costituzione (quello che disciplina l'istituto referendario): «Non sono ammessi referendum in materia tributaria e di bilancio».
Sobbalzo: la riforma Fornero era una legge tributaria? Non mi risulta. Di Bilancio? Nemmeno, penso io. Si tratta dell'articolo 24 (Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici) del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nel testo risultante per effetto di modificazioni e integrazioni successive. Una normale legge di conversione di un decreto, dunque.
Ceccanti mi risponde di leggermi la sentenza 2/1994 della Consulta, al punto 7 (anche allora si trattava, guarda caso, di pensioni: Governo Amato). La sostanza è molto chiara: anche se non sono propriamente leggi di bilancio, quando le disposizioni legislative oggetto del quesito referendario hanno uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio il referendum non è ammissibile. Ma cosa si intende per «stretto collegamento»? Quando, per esempio (siamo ancora sulla sentenza del '94), le norme oggetto di referendum sono «preannunciate» nel documento di programmazione economico-finanziaria; oppure quando una legge finanziaria le «comprende espressamente tra i provvedimenti collegati... considerandone gli effetti ai fini dell'equilibrio finanziario e di bilancio». Dunque, «gli effetti dell'atto legislativo oggetto delle richieste referendarie risultano strettamente collegati nel tempo all'ambito di operatività delle leggi di bilancio».
Insomma, per farla breve, una legge che determina le riduzioni di spesa (e gli aumenti??) previste nelle leggi di bilancio non si tocca. Il che chiaramente vale anche per la riforma Fornero relativamente alla finanziaria di Monti per il 2012.
Tutto sembra molto ragionevole, ma la domanda è: cosa dice la Costituzione? La Costituzione parla di "leggi di bilancio". Punto. Il criterio di «stretta connessione» viene introdotto per sua stessa ammissione dalla Corte con una interpretazione estensiva. Ma quali sono le conseguenze dell'interpretazione della Corte? Dal momento che ormai il 90% delle leggi ha uno «stretto collegamento» con le leggi di bilancio - nel senso che determinano più spesa e prevedono coperture, oppure maggiori entrate o meno spesa, e allora abrogarle richiede che si trovino coperture - si deve dedurre che nessuna di esse possa essere sottoposta a referendum. Sarebbe un'interpretazione molto restrittiva della possibilità di ricorrere allo strumento referendario, ma almeno una certezza. E invece no.
Ceccanti: «Il concetto è aperto, non può arrivare a ricomprenderle tutte, ma neanche a fermarsi alle sole qualificate in quel modo». [cioè alle "leggi di bilancio" in senso stretto]
Ma allora, è evidente che siamo nel campo dell'arbitrio più totale. Una conferma in fatto di Consulta... Anche il criterio è flessibile: decidono loro quando lo «stretto collegamento» con le leggi di bilancio delle norme oggetto di referendum è tale da non rendere ammissibile il quesito e quando non lo è e si può procedere. Non c'è nemmeno, per dire, una soglia riguardo lo "scoperto" accettabile: 100 milioni di euro, 1 miliardo, 10 miliardi...
Ceccanti: «Non direi arbitrio, la Corte decide sull'ammissibilità e ha dei margini, qui mi sembra ragionevoli».
Ceccanti: «Il senso del divieto di referendum sulle leggi di bilancio è di evitare scelte demagogiche, qui [il referendum proposto dalla Lega] siamo in caso analogo». [analogo a quello giudicato nella sentenza 2/1994]
Ceccanti: «D'altronde, se il Parlamento per quelle leggi deve trovare coperture, sarebbe strano esonerare il corpo elettorale».
Non so a voi, ma a me sembra lampante che quali referendum siano demagogici e quali no sia valutazione squisitamente politica e non giuridica... Tra una legge che stabilizza i precari nella pubblica amministrazione, o nella scuola, anch'essa in «stretto collegamento» con le leggi di bilancio, e un referendum che chiedesse di abrogarla, dove starebbe la demagogia? Non è che la demagogia dipende dai proponenti? E i referendum sull'acqua pubblica? Non era "demagogico" anche quello? Sicuri che quelle norme non fossero collegate a una legge di bilancio? Vi dirò di più: le norme che il primo quesito chiedeva di abrogare erano contenute nella manovra triennale d'estate (decreto legge 25 giugno 2008 recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), manovra come tale richiamata nella legge finanziaria 2009.
E' encomiabile da parte della Corte costituzionale tutta questa attenzione alla tenuta dei conti pubblici, ben al di là delle preoccupazioni dei costituenti, ma il combinato disposto che si viene a creare è piuttosto bizzarro: il Parlamento è tenuto a trovare le coperture per le sue leggi. Giusto. Anche il corpo elettorale, se le sue richieste determinano un buco di bilancio: giusto, forse (peccato che non abbia gli strumenti, perché il referendum è solo abrogativo e non propositivo). Sta a vedere, però, che l'unica che non è tenuta a preoccuparsi degli effetti finanziari delle sue decisioni è proprio la Corte costituzionale. Che infatti negli stessi anni della scrupolosa sentenza 2/1994, con le sentenze 495/1993 e 240/1994, sempre in materia pensionistica, apriva un buco di 30 mila miliardi delle vecchie lire. E che dire della prontezza, direi quasi "destrezza", con la quale in tempi più recenti i giudici della Consulta hanno dichiarato l'illegittimità costituzionale del "contributo di solidarietà" sulle pensioni d'oro (cioè le loro)?
La realtà è che a prescindere dal merito la Corte costituzionale si muove sempre più nell'arbitrio più totale, si conferma degna interprete di un diritto in cui non v'è più certezza, rappresentativa struttura apicale di un ordinamento in cui davvero sono saltate tutte le regole e qualsiasi pudore istituzionale. Tutto è permesso ai signori giudici, tanto il conto arriva a noi.
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Wednesday, January 21, 2015
Wednesday, October 24, 2012
Fornero nuovo nemico di classe
Come si spiega il livore che suscita, quasi ad ogni sua uscita pubblica, il ministro del lavoro Elsa Fornero? Forse ad irritare è il suo distacco accademico; forse non le si perdona il pragmatismo con cui osserva una realtà del mercato del lavoro così diversa, lontana ormai anni luce, da quella fantasticata dai reduci dell'ideologia del "posto fisso" e della cultura assistenzialista; e forse incide una certa misoginia. Fatto sta che il ministro Fornero è oggetto di una demonizzazione mediatica e ideologica "a prescindere", sembra ormai la vittima preferita di leader sindacali ed editorialisti alla ricerca di facili applausi e degli odiatori di professione che si aggirano sul web. Anche quando nel merito ciò che dice è difficilmente contestabile, piuttosto che ammetterlo, o quanto meno discuterne, aprire un dibattito, viene messa alla gogna per il suo modo di esprimersi, per le sue scelte lessicali, la frase o la parola molesta, e prontamente i media bollano l'episodio come "l'ennesima gaffe".
Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.
Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.
Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.
Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.
Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
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Tuesday, October 09, 2012
Dove cascano gli asini/2
E gli asini sono cascati veramente: gravemente insufficiente. E' il voto della Ragioneria generale dello Stato alla copertura finanziaria prevista dall'articolo 5 della controriforma delle pensioni "Damiano e altri". Altro che i 5 miliardi in 5 anni che qualche irresponsabile ha messo nero su bianco. Si tratta di 17 miliardi, o addirittura di 30 nei prossimi 10 anni. Al di là della cifra esatta una cosa è certa: gli oneri «sarebbero di rilevante entità», tali da compromettere, «sia sul piano finanziario sia sul piano degli obiettivi di innalzamento dell'età media di pensionamento», non solo gli effetti della riforma del 2011 ma anche di tutte quelle degli ultimi dieci anni. Riforme che come osserva l'Fmi pongono l'Italia «nella situazione migliore nel fronteggiare la pressione derivante dall'aumento della spesa previdenziale nei prossimi 20 anni».
In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».
Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.
Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.
In particolare, osserva la Ragioneria, «il reperimento nel settore giochi di ulteriori risorse, rispetto a quelle già previste, presenta un margine troppo elevato di aleatorietà, considerato anche che ulteriori elevazioni del livello di tassazione potrebbero determinare effetti dissuasivi sul gioco stesso».
Purtroppo alla cialtronata hanno partecipato tutti i partiti, dimostrando che quando parlano di "agenda Monti" non sanno cosa dicono. O meglio, hanno in mente solo una comoda zatterona su cui farsi traghettare nella prossima legislatura senza alcuno sforzo programmatico né di rinnovamento. Mentre sanno dare prova di «coesione» solo quando si tratta di tentare di smontare quelle poche riforme portate a casa dal governo Monti. L'unanimità a sostegno della controriforma dimostra inoltre che anche nel centrodestra (Pdl, Lega, Udc), come nel Pd, la maggior parte di coloro che criticano Monti lo fanno da una posizione statalista ed assistenzialista.
Le situazioni dei cosiddetti "esodati" vanno analizzate caso per caso, come sostiene la Fornero e come ha fatto, persino con troppa generosità, il governo. Chiunque proponga di affrontare il problema generalizzando la soluzione (tutti in pensione!), in realtà mira a smontare la riforma Fornero e a caricare i costi della controriforma sulle spalle dei lavoratori, con aumenti contributivi o ulteriori tasse, che soffocherebbero ulteriormente l'economia producendo più disoccupati. Il tutto per garantire ai cinquantottenni buoneuscite e pensioni che le generazioni future non vedranno nemmeno a settant'anni. Un vero e proprio crimine politico, questo sì, contro cui dovrebbero scendere in piazza giovani, studenti e meno giovani, quarantenni, se non fossero indottrinati dalla paccottiglia socialistoide delle scuole e università pubbliche e dei media.
Monday, October 08, 2012
Dove cascano gli asini
Surreale, ma allo stesso tempo rivelatore. Gli stessi partiti che si "litigano" Monti - chi vorrebbe il bis (Casini), chi addirittura lo vorrebbe candidato premier (Berlusconi), e chi comunque lo ritiene una «risorsa», e la sua "agenda" un «punto di non ritorno» (Bersani) - cercano di affossare la sua unica vera riforma, quella delle pensioni.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
E' ormai spudoratamente evidente che dietro il tentativo di salvare i cosiddetti "esodati" il vero obiettivo, sciagurato, è quello di smontare la riforma Fornero. E' iniziato oggi alla Camera l'esame di un provvedimento, a firma Damiano e altri, sostenuto da tutti i partiti (anche dal Pdl, tranne Cazzola), che di fatto reintroduce le pensioni d'anzianità. Un'operazione simile al primo atto del governo Prodi, che abolì lo "scalone" Maroni al modico prezzo di 9 miliardi di euro, conto scaricato sulle spalle dei lavoratori precari. Stavolta il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 5 miliardi - non esattamente noccioline di questi tempi - da reperire attraverso (indovinate un po'?!) nuove tasse.
Ma la copertura è a rischio per l'erario, perché il settore che si vorrebbe colpire, ancora quello dei giochi, è in contrazione (per la crisi e proprio per l'eccessivo prelievo fiscale), e ammesso che il valore non sia sottostimato, si tratterebbe comunque di tanti soldi, troppi. Basti pensare che il governo è disperatamente alla ricerca di 6,5 miliardi di euro per scongiurare definitivamente nuovi aumenti dell'Iva e che ci sarebbe da tagliare al più presto il cuneo fiscale, altrimenti ci saranno così tanti disoccupati che si porrà il problema non degli "esodati" ma di come pagare le pensioni. E come ha avvertito, già nel mese di agosto, il ministro Fornero, c'è il rischio che simili misure vengano prese male dall'Europa e dai mercati, compromettendo gli sforzi di stabilizzazione finanziaria fin qui compiuti.
Va detto, poi, che molti dei cosiddetti "esodati" sono dei miracolati, usciti dal lavoro con buonuscite generose e pensioni (per lo più calcolate col sistema retributivo) che le generazioni future possono soltanto sognare. Come vincere alla lotteria.
Non solo è surreale che tentino di smontare la riforma proprio coloro che o sostengono la necessità che l'esperienza Monti continui (Pdl e Udc), o che comunque non vada dispersa e, anzi, rappresenti un punto di partenza rispetto al quale non indietreggiare (il Pd, a parole). E' anche una definitiva cartina di tornasole: chi sostiene la controriforma "Damiano e altri" è letteralmente unfit, inadeguato a governare il paese, ci porterebbe in un baratro greco.
Bersani dovrebbe spiegare non solo come si concilia il suo alleato, Vendola, con l'"agenda Monti", ma come si concilia con essa lo stesso Pd, visto che mentre il segretario è impegnato a ripetere che l'operato del premier è un «punto di non ritorno», i suoi in Parlamento - come l'ex ministro Damiano, non proprio l'ultimo arrivato - lavorano per smontare le sue riforme.
Thursday, September 06, 2012
Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse
Anche su L'Opinione
L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale
L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.
All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.
Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).
All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.
Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?
L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale
L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.
All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.
Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).
All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.
Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?
Friday, June 29, 2012
Diritto al lavoro o al posto di lavoro? Il problema è costituzionale
Anche su L'Opinione
Nell'intervista al Wall Street Journal che ha innescato l'ennesima polemica il ministro Fornero parlava di job, non di work. Il posto di lavoro (in inglese job, appunto) non è un diritto, ma qualcosa che si conquista. Queste le sue parole, diventate semplicemente «il lavoro (work) non è un diritto» nell'ingenua sintesi del giornalista del quotidiano Usa. Tutto chiarito, dunque? Nient'affatto. Noi italiani ci appassioniamo spesso alle sottigliezze lessicali, andiamo a caccia dell'incidente linguistico a cui inchiodare il nostro avversario politico, ma che si riferisse a job o a work, il concetto espresso dal ministro si scontra con l'ideologia, e la realtà, dominante nel nostro paese che vede nel lavoro, anche nel posto di lavoro, un diritto. Prevalente, per esempio, rispetto ai diritti di proprietà. Chi ne è convinto non farà distinzioni e dal suo punto di vista la polemica è tutt'altro che pretestuosa: d'altronde, in quale altra forma il lavoro (work), che dovrebbe essere tutelato come un diritto, si manifesta concretamente se non nel posto di lavoro (job)? Ovvio che la distinzione lavoro-posto di lavoro possa apparire un sofisma.
La distinzione assolve il ministro dall'accusa di aver contraddetto la Costituzione, almeno nella sua lettera. Non si può certo pensare che il diritto al lavoro riconosciuto dalla Costituzione vada inteso nel senso che lo Stato, o le imprese, debbano garantire un posto di lavoro a tutti. Su questo si è espressa in diverse sentenze (nel 1965 e nel 2006) la Corte costituzionale, chiarendo che «i principi generali di tutela della persona e del lavoro... non si traducono nel diritto al conseguimento ed al mantenimento di un determinato posto di lavoro».
E' però indubbio che il senso attribuito nei decenni al diritto al lavoro dal legislatore e dalla giurisprudenza è stato proprio quello di un diritto al posto di lavoro. La norma che prevede l'intervento del giudice per reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore ingiustamente licenziato, o la particolare forma di sussidio ideata, la cassa integrazione, che cristallizza il posto di lavoro in attesa che il lavoratore possa rientrarvi, ne sono le prove inoppugnabili. Insomma, nella legislazione ordinaria, e nell'interpretazione delle norme da parte dei giudici del lavoro, si è avvalorata l'esistenza di un diritto costituzionale al posto di lavoro.
Se ciò è avvenuto, non devono essere così inequivocabili gli articoli della Costituzione in cui si parla di lavoro. In effetti, già l'articolo 1 attribuisce al lavoro una centralità nella nostra Repubblica non riconosciuta nemmeno alla libertà individuale («L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»). Può apparire ovvio che il «diritto al lavoro» di cui si parla nel primo comma dell'art. 4 s'intenda concretamente come un impegno ad adottare politiche idonee a fornire ai cittadini gli strumenti (ad es. istruzione e formazione) per trovare un posto di lavoro e a creare un contesto economico favorevole alla piena occupazione. Ma alle «condizioni che rendano effettivo questo diritto» fa riferimento la seconda proposizione del comma, mentre la prima sancisce ambiguamente un vero e proprio «diritto al lavoro». E per l'art. 35 «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni».
In ogni caso, non potrebbe mai esserci condivisione su quali debbano essere le politiche «che rendano effettivo questo diritto». Per alcuni, totale flessibilità in entrata e in uscita, liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, sgravio degli oneri fiscali e contributivi a carico dell'impresa, sussidi di disoccupazione non troppo generosi e non assistenziali. Per altri, esattamente il contrario: illicenziabilità, intervento pubblico, elevata contribuzione, reddito minimo garantito. Ad oggi prevalgono queste seconde politiche, e dunque il diritto effettivamente tutelato è al “posto di lavoro”. Insomma, un problema costituzionale esiste eccome.
Altro che «rivoluzione culturale», come qualcuno l'ha inappropriatamente definita, il ministro Fornero come spesso le capita si è lasciata impressionare dalle reazioni e non ha voluto ingaggiare una battaglia culturale sul tema, che non può certo esaurirsi come un banale equivoco lessicale. Qualsiasi significato si attribuisca al diritto costituzionale al lavoro, la sua attuazione concreta oggi si scontra con quei principi basilari che fanno funzionare l'economia e favoriscono, quindi, l'occupazione. Anche se il ministro predica bene sul WSJ, la sua riforma non cambia il paradigma italiano.
Nell'intervista al Wall Street Journal che ha innescato l'ennesima polemica il ministro Fornero parlava di job, non di work. Il posto di lavoro (in inglese job, appunto) non è un diritto, ma qualcosa che si conquista. Queste le sue parole, diventate semplicemente «il lavoro (work) non è un diritto» nell'ingenua sintesi del giornalista del quotidiano Usa. Tutto chiarito, dunque? Nient'affatto. Noi italiani ci appassioniamo spesso alle sottigliezze lessicali, andiamo a caccia dell'incidente linguistico a cui inchiodare il nostro avversario politico, ma che si riferisse a job o a work, il concetto espresso dal ministro si scontra con l'ideologia, e la realtà, dominante nel nostro paese che vede nel lavoro, anche nel posto di lavoro, un diritto. Prevalente, per esempio, rispetto ai diritti di proprietà. Chi ne è convinto non farà distinzioni e dal suo punto di vista la polemica è tutt'altro che pretestuosa: d'altronde, in quale altra forma il lavoro (work), che dovrebbe essere tutelato come un diritto, si manifesta concretamente se non nel posto di lavoro (job)? Ovvio che la distinzione lavoro-posto di lavoro possa apparire un sofisma.
La distinzione assolve il ministro dall'accusa di aver contraddetto la Costituzione, almeno nella sua lettera. Non si può certo pensare che il diritto al lavoro riconosciuto dalla Costituzione vada inteso nel senso che lo Stato, o le imprese, debbano garantire un posto di lavoro a tutti. Su questo si è espressa in diverse sentenze (nel 1965 e nel 2006) la Corte costituzionale, chiarendo che «i principi generali di tutela della persona e del lavoro... non si traducono nel diritto al conseguimento ed al mantenimento di un determinato posto di lavoro».
E' però indubbio che il senso attribuito nei decenni al diritto al lavoro dal legislatore e dalla giurisprudenza è stato proprio quello di un diritto al posto di lavoro. La norma che prevede l'intervento del giudice per reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore ingiustamente licenziato, o la particolare forma di sussidio ideata, la cassa integrazione, che cristallizza il posto di lavoro in attesa che il lavoratore possa rientrarvi, ne sono le prove inoppugnabili. Insomma, nella legislazione ordinaria, e nell'interpretazione delle norme da parte dei giudici del lavoro, si è avvalorata l'esistenza di un diritto costituzionale al posto di lavoro.
Se ciò è avvenuto, non devono essere così inequivocabili gli articoli della Costituzione in cui si parla di lavoro. In effetti, già l'articolo 1 attribuisce al lavoro una centralità nella nostra Repubblica non riconosciuta nemmeno alla libertà individuale («L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»). Può apparire ovvio che il «diritto al lavoro» di cui si parla nel primo comma dell'art. 4 s'intenda concretamente come un impegno ad adottare politiche idonee a fornire ai cittadini gli strumenti (ad es. istruzione e formazione) per trovare un posto di lavoro e a creare un contesto economico favorevole alla piena occupazione. Ma alle «condizioni che rendano effettivo questo diritto» fa riferimento la seconda proposizione del comma, mentre la prima sancisce ambiguamente un vero e proprio «diritto al lavoro». E per l'art. 35 «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni».
In ogni caso, non potrebbe mai esserci condivisione su quali debbano essere le politiche «che rendano effettivo questo diritto». Per alcuni, totale flessibilità in entrata e in uscita, liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, sgravio degli oneri fiscali e contributivi a carico dell'impresa, sussidi di disoccupazione non troppo generosi e non assistenziali. Per altri, esattamente il contrario: illicenziabilità, intervento pubblico, elevata contribuzione, reddito minimo garantito. Ad oggi prevalgono queste seconde politiche, e dunque il diritto effettivamente tutelato è al “posto di lavoro”. Insomma, un problema costituzionale esiste eccome.
Altro che «rivoluzione culturale», come qualcuno l'ha inappropriatamente definita, il ministro Fornero come spesso le capita si è lasciata impressionare dalle reazioni e non ha voluto ingaggiare una battaglia culturale sul tema, che non può certo esaurirsi come un banale equivoco lessicale. Qualsiasi significato si attribuisca al diritto costituzionale al lavoro, la sua attuazione concreta oggi si scontra con quei principi basilari che fanno funzionare l'economia e favoriscono, quindi, l'occupazione. Anche se il ministro predica bene sul WSJ, la sua riforma non cambia il paradigma italiano.
Tuesday, June 19, 2012
Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza
Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Thursday, May 24, 2012
La giornata: chiuse le casse nazionali, parte l'assalto alla cassa comune europea
Monti promette 8 miliardi ai giovani (dai fondi europei ancora inutilizzati), che funzioneranno per la crescita e l'occupazione come le decine di miliardi degli anni scorsi.
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Il ministro Fornero vuole per il pubblico impiego «qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati relativamente alla possibilità di licenziare». Ma dovrà chiarirsi con il ministro Patroni Griffi, che nel protocollo con i sindacati ha messo tutt'altro.
Intanto dal nuovo presidente di Confindustria Squinzi, insediatosi oggi, arrivano critiche alla riforma del lavoro, che «non convince». Lancia l'allarme fisco - una «zavorra intollerabile» per le imprese che sopportano una pressione fiscale e contributiva del 68,5%, denuncia - e attacca la spending review, «non deve essere solo una bella analisi, servono tagli veri». Sarà «tostissima», assicura la Fornero con un nuovo slancio di slang giovanilistico, dopo «paccata». Speriamo non lo sia come doveva essere «epocale» la riforma del lavoro.
Nuova stoccata di Draghi alle politiche di consolidamento di bilancio, che vanno «riqualificate con una diminuzione della spesa corrente e del prelievo fiscale». L'esatto opposto di quanto ha fatto finora il governo Monti (in carica da 7 mesi).
Continua a distanza la polemica tra Parigi e Berlino sugli Eurobond. «Non risolvono il problema dei debiti eccessivi e della scarsa competitività», avverte Westerwelle; «ci sono dieci passi da fare prima di arrivarci», insiste la Merkel.
Monti sembra porsi a metà strada tra Hollande (che li vuole subito, come punto di partenza) e Merkel (che li ritiene un punto di arrivo, prima ci vuole l'unione fiscale): «L'Italia è favorevole», ma «quando i tempi saranno maturi», che per Monti sarà «non fra moltissimo», non mesi ma nemmeno 5-10 anni.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona ai livelli pre-euro. Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali come se l'euro non ci fosse. A questo punto che senso avrebbe una condivisione solo parziale del debito? Chi propone gli Eurobond per coerenza dovrebbe proporre di condividere i debiti nella loro interezza, visto il rischio di rendimenti ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi sganciata dalla garanzia tedesca.
Altro che "federalisti" e unione politica, qui si vogliono gli Eurobond per continuare a spendere e a tenersi lo Stato e il modello sociale esattamente come sono oggi. Si parla di Eurobond e investimenti in infrastrutture per non ridurre il peso dello Stato e per aggirare vincoli e riforme scomode.
«Non può esistere un cresci-Italia senza un cresci-Europa» è una frase rivelatrice. Visto che non si può fare più spesa con i bilanci nazionali, bisogna fare più spesa a livello europeo (lì tanto c'è la garanzia tedesca). Ma ci muoviamo sempre all'interno di un'ottica secondo la quale la crescita si stimola in nessun altro modo che con la spesa pubblica. Chiuse le casse nazionali, ci si rivolge a quella comune europea. Le riforme strutturali non si fanno o si fanno male perché in fondo non ci si crede. Per Monti come per gli altri non può esistere un cresci-qualcosa senza un cresci-spesa. Di rigore se n'è fatto poco, tardi e male (solo tasse, tagli risibili).
Wednesday, April 11, 2012
La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito
SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.
CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.
ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.
PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.
STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.
In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.
PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.
ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?
CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.
ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.
PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.
STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.
In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.
PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.
ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?
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Wednesday, April 04, 2012
La giornata: reintegrato il reintegro, riforma Bluff-Italia
Al termine della solita chilometrica conferenza stampa più simile ad una lezione universitaria, il governo ha annunciato la capitolazione alle pressioni del Pd e della Cgil (evidentemente non contrastate da Pdl e Terzo polo): l'opzione del reintegro resta in tutti i casi di licenziamento individuale senza giusta causa, anche nei casi di motivo economico. Sarà il giudice a decidere. L'unica novità rispetto al passato è che viene introdotta l'opzione dell'indennizzo (da 12 a 24 mesi), tranne che nei casi di discriminazione. Inoltre - e vista l'irrisolutezza della norma finisce per essere un bene - il nuovo articolo 18 non sarà esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti, quindi resterà il dualismo tra una normativa semplice (al di sotto dei 15) e una complicata e di incerta applicazione (al di sopra), tale da disincentivare, come sempre è stato, il superamento della fatidica soglia.
Non solo il filtro giudiziale non viene abolito, ma la discrezionalità del giudice - e quindi l'indeterminatezza dell'esito della controversia - se possibile risulta persino accresciuta. Per salvare la faccia, infatti, il governo fa ricorso ad un vero e proprio sofisma: nei licenziamenti individuali senza giusta causa per motivo economico il giudice potrà reintegrare se valuta la «manifesta insussistenza» del motivo. Che vuol dire? Se la giusta causa è solamente insussistente, allora si applica l'indennizzo; se è manifestamente insussistente, allora il giudice può optare per il reintegro. Ma la «manifesta insussistenza» non equivale ad una discriminazione (nel qual caso il giudice sarebbe tenuto al reintegro), bensì copre «un'area grigia», ha precisato il ministro Fornero, così ammettendo implicitamente la completa discrezionalità del giudice. In questo la differenza con la bozza del 23 marzo è sottilissima ma sostanziale. Nella prima si prevedeva che per chiedere il reintegro il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare che dietro le inesistenti ragioni economiche addotte dal datore di lavoro si nascondeva un motivo disciplinare o una discriminazione; nella nuova formulazione è sufficiente che il giudice ritenga «manifesta» l'insussistenza della ragione economica, presumendo un altro motivo che non è nemmeno tenuto a specificare. E' come un'inversione dell'onere della prova, quindi è netta la vittoria di Bersani.
Se per la Fornero il nuovo articolo 18 toglie definitivamente alle imprese l'alibi per non investire, secondo Monti questo sistema sarà comunque «più prevedibile» del precedente. Eppure, di fatto la condanna al reintegro sarà sempre possibile: non dipenderà solo dalla percezione personale del giudice - se l'insussistenza della giusta causa la vede manifesta o meno - ma persino dall'umore con il quale si sarà svegliato quella mattina.
In attesa di capire quali concessioni ha ottenuto il Pdl sulla flessibilità in entrata tali da indurlo a cedere sull'articolo 18, e se le associazioni di categoria delle imprese intendono reagire ad una riforma che rischia di alzare costi e rigidità anziché abbassarli, registriamo che dopo il Financial Times anche il Wall Street Journal sembra voltare le spalle a Monti, paragonato solo pochi giorni prima niente meno che alla Thatcher. I due quotidiani finanziari, dopo la sbornia montiana, tornano ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.
E se la luna di miele di Monti con l'opinione pubblica interna, osserva il primo, è finita per via delle stangate fiscali, esacerbate dall'aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell'Imu – da cui scopriamo oggi che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – l'annacquamento della riforma del lavoro rischia di decretare la fine anche della luna di miele con l'opinione internazionale. Fino ad ora Monti ha goduto di un'apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell'economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L'unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l'economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. E ora questo flop sull'articolo 18, che rischia di smascherare il Bluff-Italia.
Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l'instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull'articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finisce esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una "Grande Coalizione" anche dopo le elezioni del 2013, all'agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. L'esito del vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con "Grande Coalizione": non un'eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.
Non solo il filtro giudiziale non viene abolito, ma la discrezionalità del giudice - e quindi l'indeterminatezza dell'esito della controversia - se possibile risulta persino accresciuta. Per salvare la faccia, infatti, il governo fa ricorso ad un vero e proprio sofisma: nei licenziamenti individuali senza giusta causa per motivo economico il giudice potrà reintegrare se valuta la «manifesta insussistenza» del motivo. Che vuol dire? Se la giusta causa è solamente insussistente, allora si applica l'indennizzo; se è manifestamente insussistente, allora il giudice può optare per il reintegro. Ma la «manifesta insussistenza» non equivale ad una discriminazione (nel qual caso il giudice sarebbe tenuto al reintegro), bensì copre «un'area grigia», ha precisato il ministro Fornero, così ammettendo implicitamente la completa discrezionalità del giudice. In questo la differenza con la bozza del 23 marzo è sottilissima ma sostanziale. Nella prima si prevedeva che per chiedere il reintegro il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare che dietro le inesistenti ragioni economiche addotte dal datore di lavoro si nascondeva un motivo disciplinare o una discriminazione; nella nuova formulazione è sufficiente che il giudice ritenga «manifesta» l'insussistenza della ragione economica, presumendo un altro motivo che non è nemmeno tenuto a specificare. E' come un'inversione dell'onere della prova, quindi è netta la vittoria di Bersani.
Se per la Fornero il nuovo articolo 18 toglie definitivamente alle imprese l'alibi per non investire, secondo Monti questo sistema sarà comunque «più prevedibile» del precedente. Eppure, di fatto la condanna al reintegro sarà sempre possibile: non dipenderà solo dalla percezione personale del giudice - se l'insussistenza della giusta causa la vede manifesta o meno - ma persino dall'umore con il quale si sarà svegliato quella mattina.
In attesa di capire quali concessioni ha ottenuto il Pdl sulla flessibilità in entrata tali da indurlo a cedere sull'articolo 18, e se le associazioni di categoria delle imprese intendono reagire ad una riforma che rischia di alzare costi e rigidità anziché abbassarli, registriamo che dopo il Financial Times anche il Wall Street Journal sembra voltare le spalle a Monti, paragonato solo pochi giorni prima niente meno che alla Thatcher. I due quotidiani finanziari, dopo la sbornia montiana, tornano ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.
E se la luna di miele di Monti con l'opinione pubblica interna, osserva il primo, è finita per via delle stangate fiscali, esacerbate dall'aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell'Imu – da cui scopriamo oggi che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – l'annacquamento della riforma del lavoro rischia di decretare la fine anche della luna di miele con l'opinione internazionale. Fino ad ora Monti ha goduto di un'apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell'economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L'unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l'economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. E ora questo flop sull'articolo 18, che rischia di smascherare il Bluff-Italia.
Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l'instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull'articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finisce esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una "Grande Coalizione" anche dopo le elezioni del 2013, all'agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. L'esito del vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con "Grande Coalizione": non un'eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.
Tuesday, April 03, 2012
La giornata: attacco al cuore della Lega e Monti pronto su art. 18... a cedere
La giornata è senz'altro caratterizzata dalla tempesta giudiziaria che ha travolto la Lega. Tre Procure da nord a sud - Milano, Napoli, Reggio Calabria - colpiscono al cuore il movimento nella persona del tesoriere, Belsito, accusato di appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato, per come sono stati spesi i rimborsi elettorali. Ma anche di riciclaggio, nell'ambito del filone reggino, da cui spuntano "contatti" con la 'ndrangheta. Sembra proprio la traduzione in inchiesta giudiziaria delle accuse che tempo fa Saviano aveva lanciato alla Lega dalla trasmissione televisiva "Vieni via con me", condotta con Fazio.
Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.
Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.
In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.
Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.
Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.
Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».
Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.
Ma l'attacco giudiziario mira al simbolo più prezioso del leghismo, Umberto Bossi: parte dei soldi infatti sarebbero stati dirottati «per sostenere i costi della famiglia Bossi», fanno sapere gli inquirenti. Se Berlusconi corre in soccorso dell'ex alleato, dicendosi certo della sua estraneità, Maroni si scorda del garantismo usato per Boni e ne approfitta per lanciare la sua campagna di «pulizia» nel partito.
Il fatto che a condurre la perquisizione dei finanzieri nella sede leghista di Via Bellerio c'era il pm Woodcock, titolare dell'inchiesta per la procura napoletana, dovrebbe bastare a suggerire una certa precauzione nell'emettere sentenze mediatiche. Dove c'è lui c'è tanto fumo e la cosa incredibile è l'agilità con cui si è lanciato in questa nuova caccia al politico solo pochi giorni dopo il flop conclamato sul caso Papa, ormai scagionato dall'accusa più infamante, quella della fantomatica P4, che lo aveva portato in carcere.
In mattinata abbiamo assistito ad un film già visto: le solite indiscrezioni da Bruxelles, riportate dal Financial Times, secondo cui all'Italia potrebbe servire una nuova manovra per rispettare i suoi impegni di bilancio; e le solite smentite di Palazzo Chigi. In realtà, nel rapporto degli osservatori della Commissione Ue citato dal FT non si dice che l'Italia ha bisogno di una manovra correttiva ora, anzi sarebbe «ingiustificata in questa fase», ma che c'è il rischio che si riveli necessaria nei prossimi mesi a causa della recessione e di tassi di interesse ancora relativamente alti sul nostro debito.
Il rapporto ci ricorda che il fiscal compact prevede uno sforzo colossale per il rientro dal debito e quindi suggerisce di procedere con privatizzazioni e dismissioni di immobili di Stato per abbatterne velocemente lo stock, cosa che il governo Monti si ostina a non prendere nemmeno in considerazione. Per il rapporto citato dal FT l'Italia è sotto esame anche sulla riforma del mercato del lavoro: ci avverte che «lo slancio riformatore dev'essere mantenuto», e che in particolare sul lavoro non possiamo permetterci compromessi al ribasso, altrimenti l'Italia violerebbe il piano di riforme concordato con i partner Ue.
Già, che ne è della riforma del lavoro. Oggi Monti ha incontrato Bersani, e già stasera o al massimo domani mattina dovrebbe tenersi un vertice Monti-ABC, forse decisivo. Sull'articolo 18 «nessuna novità concreta, ma spero ci sia presto», aveva confidato nel pomeriggio il segretario Pd, la cui linea è chiara: modello tedesco, cioè filtro giudiziale con reintegro come opzione in tutti i casi di licenziamento individuale, anche economici. Alfano, uscito dalla direzione del Pdl, invita alla cautela sul modello tedesco, sia sull'articolo 18 che sulla legge elettorale, ma la sensazione è che su entrambi i temi l'accordo si possa chiudere. Alfano si dice pronto a sposare il «punto di equilibrio» del governo, ma se si tocca sui licenziamenti, allora «anche noi abbiamo le nostre proposte» di modifica, sul versante della flessibilità in entrata. Potrebbe essere questo il terreno del compromesso.
Non ha tutti i torti, d'altra parte, Giuliano Cazzola, quando sostiene che rispetto al modello tedesco, verso il quale spingono Pd e sindacati, nella proposta «arzigogolata» del governo non è che ci sia «un maggior tasso di riformismo», dal momento che «i giudici del lavoro sarebbero bravissimi ad aggirare l'ostacolo» e «una gran parte dei licenziamenti economici si ribalterebbero in discriminatori».
Il ministro Fornero spera che il testo del ddl sia pronto «al massimo per domani mattina», «dal mio punto di vista è praticamente pronto». Ad essere "pronto" è anche Monti, peccato che sia pronto a cedere sull'articolo 18, pur cercando di salvare la faccia. Anche perché mentre faceva il Marco Polo in Asia si allargava il fronte del "no" tra i ministri del suo governo: quelli vicini al Pd (Barca e Balduzzi), quelli vicini alla Cei (Riccardi e Ornaghi), e persino Passera.
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Monday, March 26, 2012
Monti non ci sta a farsi logorare
Il Pd freme per tornare a Palazzo Chigi, sullo slancio delle amministrative, e a Monti non interessa tirare a campare. Quindi...
Niente da fare, la scelta del ddl invece del decreto per portare la riforma del lavoro in Parlamento, complice l'avvicinarsi delle elezioni amministrative, segna il ritorno dei partiti e Monti rischia grosso. Nei prossimi mesi si ballerà parecchio. La direzione del Pd ha dato un sostegno praticamente unanime alla linea di Bersani sulla necessità di modificare in Parlamento la riforma, in particolare sull'articolo 18. Monti ha prontamente e indirettamente risposto da Seul, in pratica minacciando di lasciare prima del 2013: «Se il Paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data». Il professore rifiuta il «concetto stesso di crisi» e avverte che non gli interessa «tirare a campare». Ovviamente l'Udc si è subito allineato, il Pdl a condizione che il governo tiri dritto: «Siamo d'accordo con lui – ha commentato Alfano dalla conferenza nazionale del Pdl sul lavoro – o facciamo una buona riforma o niente riforma», meglio aspettare un anno, e «se alle politiche vincerà la sinistra farà la sua riforma dettata dalla Cgil. Se, come penso, vinceremo noi faremo la nostra riforma proseguendo il cammino delle idee di Marco Biagi».
Modifiche sono accettabili, ma punto irrinunciabile, ha fatto capire il ministro Fornero, è il no al reintegro nei licenziamenti per motivi economici, cioè proprio l'opzione che il Pd vorrebbe che restasse a discrezione del giudice. «Guai» se la scelta del ddl venisse letta come un «cedimento», ma il fatto è che proprio così è stata intesa dai partiti. Ed era inevitabile. D'altra parte, appare davvero poco convincente la spiegazione fornita da Monti: «Il decreto sarebbe venuto a valle di un processo più lungo, ma con qualità al ribasso». Nel caso della riforma delle pensioni e delle liberalizzazioni il premier non è sembrato dello stesso avviso.
Il governo ha rinviato la prova di forza, ma se non ha dimostrato oggi di avere i muscoli per imporre una soluzione più rapida e più blindata, difficilmente li troverà a fine luglio, quando ci sarà da riportare al suo disegno originario la riforma, nel frattempo sfigurata dall'iter parlamentare.
D'altro canto, dall'approvazione fulminea del decreto salva-Italia l'azione del governo sembra aver perso via via incisività e agilità. Rispetto alla riforma delle pensioni e al notevole aumento dell'imposizione fiscale decisi a dicembre, il dl liberalizzazioni è uscito da Palazzo Chigi meno rivoluzionario del previsto, persino contraddittorio in alcuni punti, e ha vissuto un iter parlamentare travagliato e non privo di arretramenti e rinvii. Così anche altri provvedimenti. Ora, rinunciando al decreto, una delle due riforme (dopo quella delle pensioni) più attese dai mercati Monti la rimette nelle mani dei partiti, insieme alla sua stessa credibilità. Il risultato è che delle riforme per la crescita su cui l'Italia si è impegnata con l'Ue e con i mercati, che nel frattempo stanno manifestando segni di insofferenza, dopo 6 mesi solo una è legge: quella delle pensioni. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose, o in attesa di attuazione (come la separazione Snam-Eni e i servizi pubblici locali), e la riforma del lavoro naviga ancora nell'incertezza, così come la stessa sopravvivenza del governo.
Monti e Napolitano devono aver pensato che un'accelerazione proprio alla vigilia delle elezioni amministrative avrebbe potuto esasperare le tensioni nel Pd, mettendo a rischio la tenuta del governo, mentre all'indomani del voto – che dovrebbe sorridere ai Democrat – sarebbe stato più facile ricondurre il partito di Bersani a più miti consigli e far digerire la "manutenzione" dell'articolo 18. Ma è un grosso rischio. Un successo, infatti, coniugato al calo dello spread, potrebbe anche persuadere il Pd che sia giunta l'ora di far scattare il piano di liquidazione del governo Monti-Napolitano, di cui ha parlato Sechi sul Tempo, e di andarsi a giocare l'intera posta stoppando sul nascere il progetto tecno-centrista.
Nei giorni scorsi, tra l'altro, abbiamo appreso che dietro la scelta di affidarsi ad un ddl e non ad un decreto, come il governo Monti aveva fatto fino ad oggi con le altre sue riforme, non ci sono solo le difficoltà del Pd e la moral suasion del presidente della Repubblica. Per la prima volta si sono intraviste delle pericolose crepe all'interno della compagine di governo, con ministri apertamente contrari non solo al tipo di soluzione legislativa, ma anche nel merito di una riforma espressamente parte del programma concordato con le istituzioni europee e attesa dai mercati.
Niente da fare, la scelta del ddl invece del decreto per portare la riforma del lavoro in Parlamento, complice l'avvicinarsi delle elezioni amministrative, segna il ritorno dei partiti e Monti rischia grosso. Nei prossimi mesi si ballerà parecchio. La direzione del Pd ha dato un sostegno praticamente unanime alla linea di Bersani sulla necessità di modificare in Parlamento la riforma, in particolare sull'articolo 18. Monti ha prontamente e indirettamente risposto da Seul, in pratica minacciando di lasciare prima del 2013: «Se il Paese attraverso le sue forze sociali e politiche non si sente pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro non chiederemmo di continuare per arrivare a una certa data». Il professore rifiuta il «concetto stesso di crisi» e avverte che non gli interessa «tirare a campare». Ovviamente l'Udc si è subito allineato, il Pdl a condizione che il governo tiri dritto: «Siamo d'accordo con lui – ha commentato Alfano dalla conferenza nazionale del Pdl sul lavoro – o facciamo una buona riforma o niente riforma», meglio aspettare un anno, e «se alle politiche vincerà la sinistra farà la sua riforma dettata dalla Cgil. Se, come penso, vinceremo noi faremo la nostra riforma proseguendo il cammino delle idee di Marco Biagi».
Modifiche sono accettabili, ma punto irrinunciabile, ha fatto capire il ministro Fornero, è il no al reintegro nei licenziamenti per motivi economici, cioè proprio l'opzione che il Pd vorrebbe che restasse a discrezione del giudice. «Guai» se la scelta del ddl venisse letta come un «cedimento», ma il fatto è che proprio così è stata intesa dai partiti. Ed era inevitabile. D'altra parte, appare davvero poco convincente la spiegazione fornita da Monti: «Il decreto sarebbe venuto a valle di un processo più lungo, ma con qualità al ribasso». Nel caso della riforma delle pensioni e delle liberalizzazioni il premier non è sembrato dello stesso avviso.
Il governo ha rinviato la prova di forza, ma se non ha dimostrato oggi di avere i muscoli per imporre una soluzione più rapida e più blindata, difficilmente li troverà a fine luglio, quando ci sarà da riportare al suo disegno originario la riforma, nel frattempo sfigurata dall'iter parlamentare.
D'altro canto, dall'approvazione fulminea del decreto salva-Italia l'azione del governo sembra aver perso via via incisività e agilità. Rispetto alla riforma delle pensioni e al notevole aumento dell'imposizione fiscale decisi a dicembre, il dl liberalizzazioni è uscito da Palazzo Chigi meno rivoluzionario del previsto, persino contraddittorio in alcuni punti, e ha vissuto un iter parlamentare travagliato e non privo di arretramenti e rinvii. Così anche altri provvedimenti. Ora, rinunciando al decreto, una delle due riforme (dopo quella delle pensioni) più attese dai mercati Monti la rimette nelle mani dei partiti, insieme alla sua stessa credibilità. Il risultato è che delle riforme per la crescita su cui l'Italia si è impegnata con l'Ue e con i mercati, che nel frattempo stanno manifestando segni di insofferenza, dopo 6 mesi solo una è legge: quella delle pensioni. Le liberalizzazioni sono all'acqua di rose, o in attesa di attuazione (come la separazione Snam-Eni e i servizi pubblici locali), e la riforma del lavoro naviga ancora nell'incertezza, così come la stessa sopravvivenza del governo.
Monti e Napolitano devono aver pensato che un'accelerazione proprio alla vigilia delle elezioni amministrative avrebbe potuto esasperare le tensioni nel Pd, mettendo a rischio la tenuta del governo, mentre all'indomani del voto – che dovrebbe sorridere ai Democrat – sarebbe stato più facile ricondurre il partito di Bersani a più miti consigli e far digerire la "manutenzione" dell'articolo 18. Ma è un grosso rischio. Un successo, infatti, coniugato al calo dello spread, potrebbe anche persuadere il Pd che sia giunta l'ora di far scattare il piano di liquidazione del governo Monti-Napolitano, di cui ha parlato Sechi sul Tempo, e di andarsi a giocare l'intera posta stoppando sul nascere il progetto tecno-centrista.
Nei giorni scorsi, tra l'altro, abbiamo appreso che dietro la scelta di affidarsi ad un ddl e non ad un decreto, come il governo Monti aveva fatto fino ad oggi con le altre sue riforme, non ci sono solo le difficoltà del Pd e la moral suasion del presidente della Repubblica. Per la prima volta si sono intraviste delle pericolose crepe all'interno della compagine di governo, con ministri apertamente contrari non solo al tipo di soluzione legislativa, ma anche nel merito di una riforma espressamente parte del programma concordato con le istituzioni europee e attesa dai mercati.
Thursday, March 22, 2012
La riforma c'è, l'accordo no. E ora si balla
Anche su Notapolitica
Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.
Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.
Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.
In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.
L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.
Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.
Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.
Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.
Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.
In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.
L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.
Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.
Monday, March 19, 2012
Riforma del lavoro, giù le carte
Anche su Notapolitica
Si apre una settimana decisiva per la riforma del mercato del lavoro – se il governo intenderà far rispettare la scadenza del 23 marzo. Al tavolo dei negoziati con le parti sociali verrà girata l’ultima carta, proprio come nel poker alla texana. Martedì il premier e il ministro Fornero incontreranno sindacati e imprese con l’intenzione di tirare le fila del discorso e giungere ad un accordo di massima su tutti i dossier aperti. Sabato al convegno di Confindustria Monti ha confermato per questa settimana la chiusura delle trattative, facendo appello allo «spirito di coesione» delle parti e chiedendo a ciascuna di «cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte». Nel vertice di giovedì sera con il presidente del Consiglio l’ABC – il tridente dei leader di partito alle spalle di Monti, la prima punta – aveva sostanzialmente espresso il proprio via libera all’impostazione della riforma, rimettendosi comunque all’eventuale accordo tra il governo e le parti sociali. Una concordia, immortalata dallo scatto fotografico di Casini, che aveva autorizzato un certo entusiasmo, come se ormai l’accordo fosse cosa fatta. Un pressing però non molto gradito dalle parti sociali, che tra venerdì e sabato hanno bruscamente frenato. Tutti sono tornati a rimarcare i punti di distanza tra di loro e con le proposte avanzate dal governo. L’accordo, insomma, è ancora possibile ma né scontato né facile.
Sull’articolo 18 «tutte le soluzioni» appaiono «lontane da ogni possibile ipotesi di un accordo», ha messo le mani avanti la Camusso dal palco del convegno di Confindustria, poco prima che prendesse la parola il presidente del Consiglio. «Fondare tutto sul tema dell’articolo 18 – lamentava la leader della Cgil – significa far passare l’idea che l’unico problema sia quello di licenziare». Poi la doccia gelata: «Siamo belli lontani» dal raggiungere l’accordo, «impossibile chiudere martedì». Dagli incontri informali di sabato mattina «sono emersi estremismi», ha commentato Bonanni, della Cisl, avvertendo che senza accordo «il governo farà da solo e sarà una riforma più dura» e spiegando di comprendere la posizione delle imprese ma «non quella di altri», riferendosi senza citarla alla Cgil. Dubbioso anche Angeletti della Uil, che non scommetterebbe soldi sull’accordo perché «allo stato attuale non ci sono soluzioni condivise».
L’impressione tuttavia è che per la Cgil, e in misura minore per gli altri sindacati, meno oltranzisti, ormai non sia questione di trattare, ma di trattare una resa onorevole. Il tabù dell’articolo 18 in un modo o nell’altro verrà infranto. I mercati hanno probabilmente già scontato la riforma, sulla fiducia nel professor Monti, e una delusione costerebbe al governo la sua credibilità. Ma il premier si sforzerà di offrire un compromesso che non abbia il sapore dell’umiliazione per i sindacati, in modo da poter esibire la loro firma sulla riforma, che addolcirebbe enormemente la pillola per il Pd facilitando, quindi, i passaggi parlamentari; per i sindacati si tratta di arrivare all’accordo, se accordo ci dev’essere, in frenata, puntando i piedi, per non dare alla base, intransigente nel denunciare gli "inciuci" con i "padroni", l’impressione di una resa.
D’altra parte Emma Marcegaglia non ci sta ad un «compromesso al ribasso», se è così «meglio non farla, o quanto meno non avrà la firma di Confindustria». Nel suo intervento conclusivo sabato ha ripetuto le obiezioni della laconica nota diffusa venerdì sera da Abi, Cooperative, Ania, Confindustria, Rete Imprese Italia: «La riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni». Diverse le preoccupazioni degli imprenditori: la restrizione e il significativo aumento di oneri e vincoli burocratici delle forme "buone" di flessibilità in entrata; l’aumento del costo del lavoro che dovranno sopportare per finanziare i nuovi ammortizzatori, che non sarebbero comunque in grado di agevolare i processi di ristrutturazione; e la mancanza di chiarezza sulle soluzioni, «che anche l’Europa chiede all’Italia, per migliorare la flessibilità in uscita». Il rischio che paventano le imprese italiane è, quindi, di trovarsi «indebolite di fronte alla concorrenza internazionale», ma al tempo stesso rinnovano la disponibilità a lavorare per raggiungere «un accordo pienamente condiviso».
Il ministro Fornero ribadisce che un accordo con le parti sociali è «imprescindibile», perché darebbe «un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma», ma ci sono molte ragioni per dubitarne: una buona riforma con l’accordo di tutti i sindacati è come i neutrini più veloci della luce, come sfidare le leggi della fisica. Se infatti non si può disconoscere il valore politico e sociale di un accordo tra le parti, ciò che dovrebbe essere imprescindibile, al di sopra degli interessi di parte, è l’efficacia della riforma rispetto agli obiettivi che si prefigge per favorire la crescita economica e dell’occupazione. E sono essenzialmente tre: ridurre il dualismo del mercato del lavoro superando la logica del posto fisso, quindi aumentando la flessibilità in uscita; semplificare la selva di contratti flessibili senza irrigidire il mercato in entrata; passare gradualmente ma in modo incisivo dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto. Il tutto, se possibile, senza aumentare il cuneo fiscale, già a livelli massimi e fuori mercato.
Un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità "buona", così come il mantenimento della centralità della cassa integrazione chissà per quanti anni ancora, contraddirebbero gli obiettivi proclamati della riforma. Sull’articolo 18, il riferimento al modello tedesco è pericoloso: in Germania funziona perché storicamente i sindacati, più coinvolti nella gestione delle aziende, si comportano più responsabilmente, e la giustizia del lavoro viene amministrata in modo ultra-rapido e pragmatico. In Italia lasciare alla discrezione dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo significherebbe non liberare i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che fungono da deterrente ad assumere. Il ricorso al modello tedesco quindi può prestarsi ad una doppia interpretazione: un assist offerto ai sindacati per incoraggiarli a sottoscrivere una riforma che si richiama esplicitamente ad un sistema produttivo in cui i sindacati svolgono un ruolo centrale e in cui non vige certo il licenziamento facile; oppure un espediente, che si rivelerebbe ben presto velleitario, per nascondere ai mercati, dietro il riferimento all’efficienza germanica, una piccola riforma e per compiacere il partner tedesco.
Si apre una settimana decisiva per la riforma del mercato del lavoro – se il governo intenderà far rispettare la scadenza del 23 marzo. Al tavolo dei negoziati con le parti sociali verrà girata l’ultima carta, proprio come nel poker alla texana. Martedì il premier e il ministro Fornero incontreranno sindacati e imprese con l’intenzione di tirare le fila del discorso e giungere ad un accordo di massima su tutti i dossier aperti. Sabato al convegno di Confindustria Monti ha confermato per questa settimana la chiusura delle trattative, facendo appello allo «spirito di coesione» delle parti e chiedendo a ciascuna di «cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte». Nel vertice di giovedì sera con il presidente del Consiglio l’ABC – il tridente dei leader di partito alle spalle di Monti, la prima punta – aveva sostanzialmente espresso il proprio via libera all’impostazione della riforma, rimettendosi comunque all’eventuale accordo tra il governo e le parti sociali. Una concordia, immortalata dallo scatto fotografico di Casini, che aveva autorizzato un certo entusiasmo, come se ormai l’accordo fosse cosa fatta. Un pressing però non molto gradito dalle parti sociali, che tra venerdì e sabato hanno bruscamente frenato. Tutti sono tornati a rimarcare i punti di distanza tra di loro e con le proposte avanzate dal governo. L’accordo, insomma, è ancora possibile ma né scontato né facile.
Sull’articolo 18 «tutte le soluzioni» appaiono «lontane da ogni possibile ipotesi di un accordo», ha messo le mani avanti la Camusso dal palco del convegno di Confindustria, poco prima che prendesse la parola il presidente del Consiglio. «Fondare tutto sul tema dell’articolo 18 – lamentava la leader della Cgil – significa far passare l’idea che l’unico problema sia quello di licenziare». Poi la doccia gelata: «Siamo belli lontani» dal raggiungere l’accordo, «impossibile chiudere martedì». Dagli incontri informali di sabato mattina «sono emersi estremismi», ha commentato Bonanni, della Cisl, avvertendo che senza accordo «il governo farà da solo e sarà una riforma più dura» e spiegando di comprendere la posizione delle imprese ma «non quella di altri», riferendosi senza citarla alla Cgil. Dubbioso anche Angeletti della Uil, che non scommetterebbe soldi sull’accordo perché «allo stato attuale non ci sono soluzioni condivise».
L’impressione tuttavia è che per la Cgil, e in misura minore per gli altri sindacati, meno oltranzisti, ormai non sia questione di trattare, ma di trattare una resa onorevole. Il tabù dell’articolo 18 in un modo o nell’altro verrà infranto. I mercati hanno probabilmente già scontato la riforma, sulla fiducia nel professor Monti, e una delusione costerebbe al governo la sua credibilità. Ma il premier si sforzerà di offrire un compromesso che non abbia il sapore dell’umiliazione per i sindacati, in modo da poter esibire la loro firma sulla riforma, che addolcirebbe enormemente la pillola per il Pd facilitando, quindi, i passaggi parlamentari; per i sindacati si tratta di arrivare all’accordo, se accordo ci dev’essere, in frenata, puntando i piedi, per non dare alla base, intransigente nel denunciare gli "inciuci" con i "padroni", l’impressione di una resa.
D’altra parte Emma Marcegaglia non ci sta ad un «compromesso al ribasso», se è così «meglio non farla, o quanto meno non avrà la firma di Confindustria». Nel suo intervento conclusivo sabato ha ripetuto le obiezioni della laconica nota diffusa venerdì sera da Abi, Cooperative, Ania, Confindustria, Rete Imprese Italia: «La riforma del lavoro che il governo va delineando non pare ancora in grado di individuare le giuste soluzioni». Diverse le preoccupazioni degli imprenditori: la restrizione e il significativo aumento di oneri e vincoli burocratici delle forme "buone" di flessibilità in entrata; l’aumento del costo del lavoro che dovranno sopportare per finanziare i nuovi ammortizzatori, che non sarebbero comunque in grado di agevolare i processi di ristrutturazione; e la mancanza di chiarezza sulle soluzioni, «che anche l’Europa chiede all’Italia, per migliorare la flessibilità in uscita». Il rischio che paventano le imprese italiane è, quindi, di trovarsi «indebolite di fronte alla concorrenza internazionale», ma al tempo stesso rinnovano la disponibilità a lavorare per raggiungere «un accordo pienamente condiviso».
Il ministro Fornero ribadisce che un accordo con le parti sociali è «imprescindibile», perché darebbe «un valore aggiunto di notevole importanza alla qualità della riforma», ma ci sono molte ragioni per dubitarne: una buona riforma con l’accordo di tutti i sindacati è come i neutrini più veloci della luce, come sfidare le leggi della fisica. Se infatti non si può disconoscere il valore politico e sociale di un accordo tra le parti, ciò che dovrebbe essere imprescindibile, al di sopra degli interessi di parte, è l’efficacia della riforma rispetto agli obiettivi che si prefigge per favorire la crescita economica e dell’occupazione. E sono essenzialmente tre: ridurre il dualismo del mercato del lavoro superando la logica del posto fisso, quindi aumentando la flessibilità in uscita; semplificare la selva di contratti flessibili senza irrigidire il mercato in entrata; passare gradualmente ma in modo incisivo dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto. Il tutto, se possibile, senza aumentare il cuneo fiscale, già a livelli massimi e fuori mercato.
Un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità "buona", così come il mantenimento della centralità della cassa integrazione chissà per quanti anni ancora, contraddirebbero gli obiettivi proclamati della riforma. Sull’articolo 18, il riferimento al modello tedesco è pericoloso: in Germania funziona perché storicamente i sindacati, più coinvolti nella gestione delle aziende, si comportano più responsabilmente, e la giustizia del lavoro viene amministrata in modo ultra-rapido e pragmatico. In Italia lasciare alla discrezione dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo significherebbe non liberare i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che fungono da deterrente ad assumere. Il ricorso al modello tedesco quindi può prestarsi ad una doppia interpretazione: un assist offerto ai sindacati per incoraggiarli a sottoscrivere una riforma che si richiama esplicitamente ad un sistema produttivo in cui i sindacati svolgono un ruolo centrale e in cui non vige certo il licenziamento facile; oppure un espediente, che si rivelerebbe ben presto velleitario, per nascondere ai mercati, dietro il riferimento all’efficienza germanica, una piccola riforma e per compiacere il partner tedesco.
Sunday, March 18, 2012
Nessuno irrita Monti come Giavazzi
Anche per Francesco Giavazzi, a giudicare dal suo editoriale di ieri sul Corriere, il venir meno dell'urgenza per effetto del calo dello spread (determinato per lo più dagli interventi della Bce ma anche dalla fiducia dei mercati nel professor Monti) è un «fattore di rischio» e l'azione del governo dal dicembre scorso sembra aver perso incisività. Esattamente quanto si osservava qualche giorno fa su Notapolitica. Molto poi dipenderà dall'andamento del Pil, visto che il governo ha fondato i suoi programmi per il pareggio di bilancio sull'ipotesi che nel 2012 si contragga dell'1%, mentre sembra già ottimistico un -2%.
Ma soprattutto Giavazzi ha avvertito che «bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro» per convincere i mercati di un reale «cambio di passo» da parte dell'Italia e ha insinuato che alcuni «colleghi ministri» starebbero frenando la Fornero che invece «ha pronto un testo incisivo». Se avessero successo, conclude l'economista, il ministro «dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino».
Fatto sta che Monti se l'è presa e non poco con il suo «amico Giavazzi» e dal palco di Confindustria si è lasciato andare ad una lunga polemica piena di pungenti ironie. Fosse stato Berlusconi a riservare una polemica e un'irrisione così dure ad un editoriale sì critico, ma rispettoso e non infondato nei confronti del governo?
«E' bene per noi governo sentire la frusta dell'impazienza intellettuale, ma è troppo comodo per noi se quella frusta perde un po' di autorità perché è imprecisa». E giù ad elencare le presunte imprecisioni: le «cose sbagliate che disorientano»; «inaccettabile» bollare il dl liberalizzazioni come una «carta bruciata»; lo stile e la determinazione riconosciuti alla Fornero «il punto più pregiato di tutto l'articolo»; «credo che il ministro non possa abbandonarci al nostro destino, anche perché martedì siederò al suo fianco per presiedere la riunione con le parti sociali».
I timori di Giavazzi in realtà sono più che fondati e la stizza ben dissimulata di Monti ci ricorda che anche al più tecnico dei tecnici viene da fare il politico quando viene criticato sulla stampa. Se non fosse per la sua oratoria sobria, elegante e ironica, per il suo aplomb, si direbbe che a Monti siano saltati i nervi. E quando era la sua, con i suoi cattedratici editoriali sul Corriere, «l'impazienza intellettuale»?
L'editoriale di Giavazzi è un altro sintomo che l'unanimismo intorno a Monti sta mostrando le prime crepe (dopo Garante privacy e Corte dei Conti)? Molto dipenderà dalla riforma del lavoro che riuscirà a varare. Dopo la quale, ha già annunciato il premier, si impegnerà in un «roadshow» all'estero per presentare agli investitori la maggiore «attrattività» italiana. Come c'eravamo chiesti in occasione delle sue visite alla City di Londra e a Wall Street, non è che Monti è il nostro miglior piazzista piuttosto che un riformatore?
P.S. la dice lunga sullo stato di rincoglionimento dell'informazione italiana il fatto che le agenzie di stampa, con i siti internet a ruota per molte ore, abbiano scambiato la lunga citazione dedicata da Monti all'editoriale di Giavazzi per parole e dichiarazioni dello stesso Monti.
Ma soprattutto Giavazzi ha avvertito che «bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro» per convincere i mercati di un reale «cambio di passo» da parte dell'Italia e ha insinuato che alcuni «colleghi ministri» starebbero frenando la Fornero che invece «ha pronto un testo incisivo». Se avessero successo, conclude l'economista, il ministro «dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino».
Fatto sta che Monti se l'è presa e non poco con il suo «amico Giavazzi» e dal palco di Confindustria si è lasciato andare ad una lunga polemica piena di pungenti ironie. Fosse stato Berlusconi a riservare una polemica e un'irrisione così dure ad un editoriale sì critico, ma rispettoso e non infondato nei confronti del governo?
«E' bene per noi governo sentire la frusta dell'impazienza intellettuale, ma è troppo comodo per noi se quella frusta perde un po' di autorità perché è imprecisa». E giù ad elencare le presunte imprecisioni: le «cose sbagliate che disorientano»; «inaccettabile» bollare il dl liberalizzazioni come una «carta bruciata»; lo stile e la determinazione riconosciuti alla Fornero «il punto più pregiato di tutto l'articolo»; «credo che il ministro non possa abbandonarci al nostro destino, anche perché martedì siederò al suo fianco per presiedere la riunione con le parti sociali».
I timori di Giavazzi in realtà sono più che fondati e la stizza ben dissimulata di Monti ci ricorda che anche al più tecnico dei tecnici viene da fare il politico quando viene criticato sulla stampa. Se non fosse per la sua oratoria sobria, elegante e ironica, per il suo aplomb, si direbbe che a Monti siano saltati i nervi. E quando era la sua, con i suoi cattedratici editoriali sul Corriere, «l'impazienza intellettuale»?
L'editoriale di Giavazzi è un altro sintomo che l'unanimismo intorno a Monti sta mostrando le prime crepe (dopo Garante privacy e Corte dei Conti)? Molto dipenderà dalla riforma del lavoro che riuscirà a varare. Dopo la quale, ha già annunciato il premier, si impegnerà in un «roadshow» all'estero per presentare agli investitori la maggiore «attrattività» italiana. Come c'eravamo chiesti in occasione delle sue visite alla City di Londra e a Wall Street, non è che Monti è il nostro miglior piazzista piuttosto che un riformatore?
P.S. la dice lunga sullo stato di rincoglionimento dell'informazione italiana il fatto che le agenzie di stampa, con i siti internet a ruota per molte ore, abbiano scambiato la lunga citazione dedicata da Monti all'editoriale di Giavazzi per parole e dichiarazioni dello stesso Monti.
Wednesday, March 14, 2012
Niente accordo, niente paccata
Bene ha fatto il ministro Fornero, evidentemente stizzita per le reazioni negative dei sindacati alla proposta del governo sugli ammortizzatori sociali, ad alzare i toni del confronto. E speriamo non si tratti solo di una provocazione, di un tatticismo per spingerli a più miti consigli, ma di alzare l'asticella nel merito della riforma del mercato del lavoro.
Le viene attribuito il piglio antipatico della "maestrina", ma rimettiamo le cose al loro posto: i veri arroganti sono i sindacati, che minacciano rotture, scioperi, e s'impuntano come bambini viziati, mentre il ministro Fornero cerca di tenergli testa, di non farsi travolgere, e speriamo che non molli. Un nuovo incontro è in corso proprio in queste ore. Immaginatela così, come in un tiro alla fune: la Fornero tira la corda delle riforme verso la Germania, i sindacati verso la Grecia. Insieme a chi vi mettereste a tirarla?
Il ministro si chiede «come possano non dichiararsi d'accordo su una riforma che prevede inclusione e universalità di ammortizzatori sociali». E' rimasta stupita dalla mancanza di una sola parola di apprezzamento da parte dei sindacati, e quindi è sbottata: «È chiaro che se uno comincia a dire "no", perché noi dovremmo mettere lì una paccata di miliardi e poi dire "voi diteci di sì"? No, non si fa così».
Aggiungendo espressioni notoriamente urticanti per i sindacalisti, come «smantellare le protezioni» e «più facilità di uscita». La parola chiave della riforma, ha infatti spiegato, è «inclusione invece di segmentazione. Vuol dire dare effettiva parità di accesso al mercato del lavoro. Significa smantellare le protezioni che si sono costituite, che spesso sono state motivate da buoni principi ma che hanno implicazioni di conservatorismo molto forte, fino alla difesa dei privilegi». Il governo non è così ingenuo da pensare che la riforma possa far ripartire immediatamente la crescita e l'occupazione, ma è un «prerequisito fondamentale». Serve un mercato del lavoro «più dinamico», e «in un mercato del lavoro dinamico c'è maggiore facilità di entrata e un po' più di facilità di uscita». Evidente il riferimento al superamento dell'articolo 18.
E' ancora presto per giudicare, ne sappiamo ancora poco, ma riguardo i nuovi ammortizzatori il mantenimento della cassa integrazione straordinaria (Cigs) non è certo un buon segnale. Obiettivo del ministro Fornero è (era?) un sistema fondato su due pilastri: cassa integrazione ordinaria e sussidio di disoccupazione universale. Invece sembra aver ceduto alle pressioni delle parti sociali (compresa Confindustria) e quindi si andrebbe verso un sistema tripartito: Cigo-Cigs-Aspi. Ma accettando di lasciare in vita la Cigs, sia pure escludendola nei casi di aziende che chiudono, il sistema resterebbe comunque troppo squilibrato a tutela del "posto" piuttosto che del lavoratore, non accelerando le ristrutturazioni delle imprese. Giudicheremo nei fatti che riforma ci darà, ma intanto è importante non soccombere dialetticamente ai sindacati.
Le viene attribuito il piglio antipatico della "maestrina", ma rimettiamo le cose al loro posto: i veri arroganti sono i sindacati, che minacciano rotture, scioperi, e s'impuntano come bambini viziati, mentre il ministro Fornero cerca di tenergli testa, di non farsi travolgere, e speriamo che non molli. Un nuovo incontro è in corso proprio in queste ore. Immaginatela così, come in un tiro alla fune: la Fornero tira la corda delle riforme verso la Germania, i sindacati verso la Grecia. Insieme a chi vi mettereste a tirarla?
Il ministro si chiede «come possano non dichiararsi d'accordo su una riforma che prevede inclusione e universalità di ammortizzatori sociali». E' rimasta stupita dalla mancanza di una sola parola di apprezzamento da parte dei sindacati, e quindi è sbottata: «È chiaro che se uno comincia a dire "no", perché noi dovremmo mettere lì una paccata di miliardi e poi dire "voi diteci di sì"? No, non si fa così».
Aggiungendo espressioni notoriamente urticanti per i sindacalisti, come «smantellare le protezioni» e «più facilità di uscita». La parola chiave della riforma, ha infatti spiegato, è «inclusione invece di segmentazione. Vuol dire dare effettiva parità di accesso al mercato del lavoro. Significa smantellare le protezioni che si sono costituite, che spesso sono state motivate da buoni principi ma che hanno implicazioni di conservatorismo molto forte, fino alla difesa dei privilegi». Il governo non è così ingenuo da pensare che la riforma possa far ripartire immediatamente la crescita e l'occupazione, ma è un «prerequisito fondamentale». Serve un mercato del lavoro «più dinamico», e «in un mercato del lavoro dinamico c'è maggiore facilità di entrata e un po' più di facilità di uscita». Evidente il riferimento al superamento dell'articolo 18.
E' ancora presto per giudicare, ne sappiamo ancora poco, ma riguardo i nuovi ammortizzatori il mantenimento della cassa integrazione straordinaria (Cigs) non è certo un buon segnale. Obiettivo del ministro Fornero è (era?) un sistema fondato su due pilastri: cassa integrazione ordinaria e sussidio di disoccupazione universale. Invece sembra aver ceduto alle pressioni delle parti sociali (compresa Confindustria) e quindi si andrebbe verso un sistema tripartito: Cigo-Cigs-Aspi. Ma accettando di lasciare in vita la Cigs, sia pure escludendola nei casi di aziende che chiudono, il sistema resterebbe comunque troppo squilibrato a tutela del "posto" piuttosto che del lavoratore, non accelerando le ristrutturazioni delle imprese. Giudicheremo nei fatti che riforma ci darà, ma intanto è importante non soccombere dialetticamente ai sindacati.
Tuesday, February 07, 2012
Eppur qualcosa si muove
Anche su Notapolitica
A quanto pare si tratta ormai di capire non se l'articolo 18 verrà superato, ma come, e soprattutto in che termini farlo senza che i sindacati e il Pd ne escano umiliati. Il governo non ha intenzione di «esasperare alcunché, in particolare in una materia così sensibile e socialmente cruciale come il mercato del lavoro», ha assicurato il premier Mario Monti, ma certamente ha impresso un'accelerazione ad un dialogo partito con il freno a mano tirato. Prima il ragionamento di Monti sul posto fisso «monotono», poi il ministro Fornero, che al tavolo della scorsa settimana con le parti sociali ha chiarito le intenzioni del governo sulla riforma del lavoro: dialogo sì, ma la riforma s'ha da fare, anche senza l'accordo con sindacati e Confindustria, e «nel volgere di poche settimane». Con gli industriali a dare ragione al ministro, aprendo alle modifiche sull'articolo 18 (sì all'indennizzo in caso di licenziamento non discriminatorio, no al reintegro, ha ribadito la presidente Marcegaglia), e i sindacati attenti a non aizzare lo scontro.
Ieri il ministro degli interni, Anna Maria Cancellieri, ha rincarato la dose sul «posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà», e il ministro Fornero sui tempi: «Tergiversare, aspettare, non può essere la soluzione. Il governo ha il dovere di agire». Ed evidentemente articolo 18 e ammortizzatori sociali sono due temi, per usare le parole di Monti, che possono «dare un contributo alla crescita e aggredire la disoccupazione giovanile».
L'obiettivo è «spalmare le tutele su tutti, non dare a tutti un posto fisso a vita», perché «chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni», avverte la Fornero. Dal Pd continuano ad arrivare reazioni irritate alle dichiarazioni del governo su posto fisso e articolo 18. L'ex ministro Damiano e il responsabile economico della segreteria, Fassina, le bollano come tesi «infondate». «Non si può votare a scatola chiusa quello che propone Monti», avverte il primo, mentre il secondo denuncia nelle parole dei membri dell'esecutivo il «lessico tipico della destra».
Ma sul fronte sindacale qualcosa comincia a muoversi. Il segretario della Cisl Bonanni parla di una «robusta manutenzione», parola che non piace alla Cgil («non è giusta e nemmeno necessaria») ma anche il segretario della Uil Angeletti si dice «disposto a dire sì ad una legge che dica esplicitamente – fatte salve le ragioni discriminatorie – quando il licenziamento è consentito per motivi economici». Certo, con molti se e molti ma. Insomma, la situazione è molto fluida ma l'impressione è che il governo voglia accelerare, che articolo 18 e ammortizzatori siano sul tavolo, e che i sindacati, almeno Cisl e Uil, siano disposti a concedere qualcosa, magari con una formula che consenta loro di salvare la faccia, per esempio una sospensione sperimentale, della durata di 3 anni, dell'art. 18 per i licenziamenti di natura economica. E si sa, le dighe difficilmente reggono con una breccia aperta.
A quanto pare si tratta ormai di capire non se l'articolo 18 verrà superato, ma come, e soprattutto in che termini farlo senza che i sindacati e il Pd ne escano umiliati. Il governo non ha intenzione di «esasperare alcunché, in particolare in una materia così sensibile e socialmente cruciale come il mercato del lavoro», ha assicurato il premier Mario Monti, ma certamente ha impresso un'accelerazione ad un dialogo partito con il freno a mano tirato. Prima il ragionamento di Monti sul posto fisso «monotono», poi il ministro Fornero, che al tavolo della scorsa settimana con le parti sociali ha chiarito le intenzioni del governo sulla riforma del lavoro: dialogo sì, ma la riforma s'ha da fare, anche senza l'accordo con sindacati e Confindustria, e «nel volgere di poche settimane». Con gli industriali a dare ragione al ministro, aprendo alle modifiche sull'articolo 18 (sì all'indennizzo in caso di licenziamento non discriminatorio, no al reintegro, ha ribadito la presidente Marcegaglia), e i sindacati attenti a non aizzare lo scontro.
Ieri il ministro degli interni, Anna Maria Cancellieri, ha rincarato la dose sul «posto fisso nella stessa città, di fianco a mamma e papà», e il ministro Fornero sui tempi: «Tergiversare, aspettare, non può essere la soluzione. Il governo ha il dovere di agire». Ed evidentemente articolo 18 e ammortizzatori sociali sono due temi, per usare le parole di Monti, che possono «dare un contributo alla crescita e aggredire la disoccupazione giovanile».
L'obiettivo è «spalmare le tutele su tutti, non dare a tutti un posto fisso a vita», perché «chi oggi promette un posto fisso a vita promette facili illusioni», avverte la Fornero. Dal Pd continuano ad arrivare reazioni irritate alle dichiarazioni del governo su posto fisso e articolo 18. L'ex ministro Damiano e il responsabile economico della segreteria, Fassina, le bollano come tesi «infondate». «Non si può votare a scatola chiusa quello che propone Monti», avverte il primo, mentre il secondo denuncia nelle parole dei membri dell'esecutivo il «lessico tipico della destra».
Ma sul fronte sindacale qualcosa comincia a muoversi. Il segretario della Cisl Bonanni parla di una «robusta manutenzione», parola che non piace alla Cgil («non è giusta e nemmeno necessaria») ma anche il segretario della Uil Angeletti si dice «disposto a dire sì ad una legge che dica esplicitamente – fatte salve le ragioni discriminatorie – quando il licenziamento è consentito per motivi economici». Certo, con molti se e molti ma. Insomma, la situazione è molto fluida ma l'impressione è che il governo voglia accelerare, che articolo 18 e ammortizzatori siano sul tavolo, e che i sindacati, almeno Cisl e Uil, siano disposti a concedere qualcosa, magari con una formula che consenta loro di salvare la faccia, per esempio una sospensione sperimentale, della durata di 3 anni, dell'art. 18 per i licenziamenti di natura economica. E si sa, le dighe difficilmente reggono con una breccia aperta.
Friday, February 03, 2012
Meglio soli che male accompagnati
Un colpo di reni del ministro Fornero,
che al tavolo di oggi con le parti sociali sulla riforma del lavoro
chiarisce le intenzioni del governo: dialogo sì, ma la riforma
s'ha da fare (ce
lo ha ricordato anche la cancelliera Merkel la scorsa
settimana) e il governo la farà «nel volgere di poche
settimane», anche senza l'accordo con sindacati e
Confindustria.
I messaggi lanciati ieri dal premier
Mario Monti durante le sue apparizioni sulle reti Mediaset,
prima al Tg5 poi a Matrix, confermano che l'articolo 18
è sul tavolo: «Non è un tabù» e «può
essere pernicioso per lo sviluppo in certi contesti», quali
l'Italia, ha fatto capire. Da sempre sull'articolo 18 si scontrano
due visioni diametralmente opposte: chi lo ritiene una tutela
fondamentale, il baluardo dei diritti sociali; e chi invece un
potente feticcio che frena le assunzioni e ostacola la crescita
dimensionale delle imprese. In questa chiave bisogna leggere il
proposito, annunciato ieri sera dal premier, di «ridurre il
terribile apartheid che esiste nel mercato del lavoro tra chi è
già dentro e chi fa fatica a entrare o entra in condizioni
precarie». Siccome è impossibile obbligare le imprese ad
assumere a tempo indeterminato – al limite, se si aboliscono tutte
le altre tipologie di contratto, non assumeranno affatto – l'unico
modo per rimuovere o per lo meno ridurre l'apartheid è rendere
meno inamovibili gli insider, così che gli outsider
possano beneficiare della maggiore mobilità.
Confindustria ha preso la palla al
balzo. La presidente Marcegaglia si è detta «d'accordo»
sul fatto che la riforma vada fatta e trova «ragionevole»
che il governo vada avanti, anche perché «non è
un accordo sindacale, su un contratto che deve vedere le parti
sociali assolutamente coinvolte». Mercati ed Europa sono alla
finestra, «aspettano di vedere come faremo questa riforma, che
dimostrerà la capacità di cambiamento del Paese».
Gli industriali sembrano finalmente aver preso coraggio nel sostenere
anche il superamento dell'articolo 18: «Siamo totalmente
d'accordo che non deve essere più un tabù, crea una
dicotomia drammatica, pesantissima all'interno del mercato del
lavoro. Quindi il tema è sul tavolo e noi lo sosteniamo».
In particolare sul tavolo il ministro Fornero avrebbe portato lo stop
al reintegro dei lavoratori licenziati per motivi economici nei casi
di crisi aziendale.
Ma su un altro punto fondamentale della
riforma, il passaggio dal sistema di ammortizzatori attuale, che
tutela il posto di lavoro, anche se improduttivo, ad uno universale
che tuteli il singolo lavoratore, in qualsiasi settore sia impiegato,
che favorirebbe una più rapida ristrutturazione delle aziende
o riallocazione degli investimenti produttivi, Confindustria mostra
una certa resistenza, condivisa dai sindacati.
Sull'articolo 18 i sindacati sono
pronti alla levata di scudi ma sono cauti nelle loro reazioni per non
danneggiare la trattativa in corso. «Confindustria si fa
prendere un po' la mano sulla scorciatoia dei licenziamenti», è
la battuta della segretaria della Cgil Camusso, la quale piuttosto
che i toni ultimativi di oggi preferisce «apprezzare, pur
usando i condizionali d'obbligo, la dichiarazione del governo secondo
cui l'intento è di lavorare per raggiungere un accordo».
Bonanni della Cisl si augura che «in una situazione così
nessuno si metta in testa in modo così pervicace la questione
della flessibilità in uscita» e vede nell'articolo 18 un
modo «per coprire le reticenze del sistema, un ballon d'essai
per coprire altro». Ma il suo è un invito alla cautela:
«Non daremo l'esca a nessun estremista che aizzi allo scontro.
Il governo faccia lo stesso», suggerisce Bonanni.
Un tema, quello dell'articolo 18, che
promette di diventare dilaniante all'interno del Pd, dove si
scontrano la linea largamente maggioritaria, impersonata dall'ex
ministro Damiano e dal responsabile economico Fassina, allineata a
quella dei sindacati, e quella invece “liberale” di Ichino e dei
50 senatori che hanno sottoscritto la sua proposta. In mezzo Bersani,
che dovrà sostenere le scelte del governo Monti, anche nel
caso di un boccone amaro sull'art. 18.
Come prevedibile però la
polemica si è scatenata in particolare su un'affermazione del
premier Monti, quando ieri sera, ospite a Matrix, ha bollato
come «monotono» il posto fisso. Apriti cielo! Dal Pd
reazioni tra l'irritazione e lo scandalizzato, mentre Bersani tenta
di gettare acqua sul fuoco (il pensiero di Monti, «ed io un po'
lo conosco, è un po' più articolato» di quella
battuta). Nel Pdl Sacconi e Gelmini danno ragione al premier, mentre
Casini considera la sua una provocazione efficace, che non può
scandalizzare, e Della Vedova una battuta infelice. L'intenzione del
professore era quella di offrire un momento di verità nel
dibattito spesso pieno di ipocrisie sulla precarietà. Monotono
o meno, il posto fisso non esiste più, o esiste sempre meno,
dunque sarebbe sbagliato indicarlo ancora oggi ai giovani come
modello, come punto d'arrivo. L'unico modo per rendere meno precari i
nuovi lavoratori, senza irrigidire il mercato peggiorando così
il nostro gap competitivo, è rendere un po' meno inamovibili i
vecchi.
Thursday, January 26, 2012
Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma
Anche su Notapolitica
Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.
Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.
La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.
Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?
Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.
Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.
Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.
Tempo di primi bilanci. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra: in soli due mesi ha praticamente abolito le pensioni d'anzianità, ha deciso lo scorporo tra Snam rete gas ed Eni (unica misura di peso del dl liberalizzazioni, per il resto deludente) e qualche sorpresa positiva potrebbe riservarla il dl semplificazione in esame oggi. Tuttavia, nell'emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove e sempre più recessive tasse – piuttosto che aggredendone lo stock con un massiccio programma di dismissioni.
Un tema centrale per la crescita sarà in cima all'agenda del governo nelle prossime settimane: la riforma del mercato del lavoro, madre di tutte le liberalizzazioni. Nella lettera di intenti all'Ue il governo italiano si è impegnato ad attuare «entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato», in ottemperenza a quanto chiesto dalla Bce nella lettera riservata di agosto: maggiore flessibilità in uscita a fronte di un sistema di assicurazione dalla disoccupazione diverso dalla cassa integrazione (che tra l'altro copre una minima parte dei lavoratori), che faciliti la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi.
La concertazione tra il ministro del lavoro Elsa Fornero e le parti sociali è partita col piede sbagliato e rischia di portarci nella direzione esattamente opposta – più rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica – ossia verso la Grecia. «L'unico risultato positivo dell'incontro – ha dichiarato il segretario Cisl Raffaele Bonanni – è stata la convergenza e le posizioni sostanzialmente comuni di tutti i sindacati e di tutte le associazioni datoriali. (...) Se tutte le parti sociali difendono l'attuale modello, che ha funzionato e funziona bene, non si capisce proprio perché bisognerebbe mettere tutto in discussione». Revisione dell'articolo18 e cancellazione della cassa integrazione straordinaria sono «temi fuori agenda», ha intimato Bersani. Le dichiarazioni degli industriali, in particolare della presidente Marcegaglia e di uno dei candidati alla successione, Giorgio Squinzi, sembrano dello stesso tenore. A chiedere la riforma, superando l'art. 18, addirittura «per decreto» è Maurizio Sacconi. Richiesta strumentale ad inguaiare il Pd e pulpito poco credibile, dal momento che da ministro del Welfare solo due anni fa, nel 2009, Sacconi teorizzava che «in tempo di crisi non possono essere all'ordine del giorno né riforme degli ammortizzatori sociali, né dell'articolo 18 né dellle pensioni». Insieme a Tremonti uno dei principali responsabili dell'immobilismo del precedente governo e della crisi d'identità del Pdl.
Sindacati e Confindustria mostrano quindi di volersi attestare su una linea di difesa dello status quo, confermandosi entrambi, al dunque, fattori di conservatorismo sociale ed economico. Nel presunto interesse dei loro iscritti, rischiano però di danneggiare l'intero Paese. Hanno il diritto di bloccare le riforme in un settore di cui si sentono attori esclusivi ma che di fatto ha un valore strategico per l'intera nazione? Oppure forse il governo ha il dovere di superare queste resistenze con le buone o con le cattive?
Se poi nemmeno il governo ha intenzione di toccare l'art. 18 e la cassa integrazione, allora sarebbe più onesto richiudere il capitolo e ammettere che non vogliamo ottemperare agli impegni assunti con l'Ue, che non vogliamo fare i cosiddetti "compiti a casa", che invece in tutte le occasioni il premier Monti e i suoi ministri, i partiti e i media spacciano per fatti.
Non c'è chiarezza su quale sia la base di partenza del governo e quale la sua linea del Piave. Qualsiasi concessione nel senso di maggiori rigidità rispetto al modello di flexsecurity proposto da Pietro Ichino (che supera sia l'art. 18 sia la cassa integrazione) sarebbe un fallimento, mentre il ddl Nerozzi, ispirato al progetto Boeri-Garibaldi, sarebbe il disastro: contratto unico con triennio d'inserimento, dopo di ché articolo 18 per tutti (anche sotto i 15 dipendenti). Sul fronte degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione andrebbe superata a favore di un sussidio di disoccupazione che tuteli il lavoratore, e non il posto di lavoro, favorendo quindi la sua riallocazione e una rapida ristrutturazione dell'azienda. E' il progetto Ichino a prevederlo, anche se forse troppo generosamente per entità dell'assegno e durata. Ben diverso sarebbe il reddito minimo garantito o di cittadinanza, che rischia di disincentivare l'occupazione, dando vita a forme di puro assistenzialismo e ad abusi di ogni tipo, e di dissestare le casse pubbliche.
Non esiste riforma del lavoro nella direzione auspicata dall'Ue e dalla Bce senza eliminare l'articolo 18 (nei licenzialmenti per motivi economici) e rivedere gli ammortizzatori sociali. Meglio nessuna riforma piuttosto che un annacquamento o, addirittura, una restaurazione di rigidità e ulteriori costi sul lavoro e spesa pubblica, perché si chiuderebbe il capitolo per chissà quanti anni perdendo un'occasione forse irripetibile.
Monday, December 19, 2011
Non stupisce, purtroppo, la violenza della Camusso
Le interviste domenicali ci hanno regalato un Tremonti che si lamenta con Monti per le troppe tasse e il poco sviluppo, tra le cose più ridicole e spudorate sentite in tutto il 2011, e un Passera che si candida al ruolo di nuovo Prodi («occuparsi di bene comune è il più bello dei lavori»). Oggi invece entra nel vivo lo scontro sull'art. 18 e non stupisce la violenza verbale di Susanna Camusso, leader della Cgil, in un'intervista al Corriere della Sera: sulle pensioni parla di intervento addirittura «folle» da parte del governo, al quale attribuisce anche un «tratto autoritario». E poi ecco l'immancabile personalizzazione del "nemico", che in questo caso viene identificato nel ministro Fornero, accusata di una «aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici». Tra l'altro, oltre che un insulto alla Fornero, quando la Camusso afferma che «fatto da una donna, stupisce molto», insulta anche tutto il genere maschile, evidentemente essendo gli uomini i soli capaci delle peggiori nefandezze.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
Purtroppo invece non stupisce affatto la violenza verbale della Camusso, in pieno stile Cgil, e anzi accusare la Fornero di «aggredire» i lavoratori ricorda in modo inquietante l'appellativo «limaccioso» di Cofferati all'indirizzo di Marco Biagi. La Fornero stessa è consapevole della «personalizzazione dell'attacco» e si dice dispiaciuta «per un linguaggio che pensavo appartenesse a un passato del quale non possiamo certo andare orgogliosi».
Se poi, come già annunciato da Monti nel suo discorso alla Camera per la prima fiducia, il superamento dell'art. 18 dovesse limitarsi ai nuovi contratti - uno dei limiti della proposta di Ichino - l'impatto sarebbe estremamente limitato in termini di incentivo alla crescita e all'occupazione, sarebbe davvero poco più che simbolico, il terreno ideale per uno scontro meramente ideologico. Ma sarebbe ancor più deludente in termini di «equità». Il mercato del lavoro infatti resterebbe "duale" ancora per molti anni, finché gli attuali assunti a tempo indeterminato non andranno in pensione e i nuovi contratti non disciplineranno la maggioranza dei rapporti in essere.
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