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Thursday, September 06, 2012

Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse

Anche su L'Opinione

L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale

L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.

Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).

All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.

Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Wednesday, June 20, 2012

Sviluppo o gioco delle tre carte?

Misure reali, incisive, da subito operative, oppure solo annunci, bluff, rinvii e personalismi? Dopo uno studio più approfondito, il pacchetto sviluppo varato dal governo venerdì scorso sembra appartenere più alla categoria degli annunci e delle promesse che non dei fatti. E quel che è peggio è che ciò che luccica – incentivi e dismissioni – non è oro. All'indomani della conferenza stampa di presentazione del provvedimento i grandi giornali hanno accolto l'ultimo sforzo dell'esecutivo Monti con una generosità che non avrebbero riservato ai governi precedenti, titolando in prima pagina, enfaticamente, sui presunti 80 miliardi che starebbero per inondare l'economia reale, nonostante fosse già evidente ad una lettura superficiale del decreto quanto in realtà si trattasse di risorse più virtuali che reali. Innanzitutto, per rendere pienamente operativi i 61 articoli che compongono il pacchetto bisognerà aspettare ben 45 provvedimenti tra decreti e atti ministeriali, molti senza scadenza o con termini che vanno dai 60 giorni a fine 2013. Ed è nei dettagli che si nasconde il diavolo. In particolare, però, la delusione è sugli incentivi e sulle dismissioni, dove il governo mostra di fare il gioco delle tre carte.
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Tuesday, June 05, 2012

Per lo sviluppo minestre riscaldate

Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".

Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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