Anche su L'Opinione e Notapolitica
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
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Friday, June 28, 2013
Tuesday, May 14, 2013
L'Imu mette ko il mercato immobiliare
Anche su Notapolitica e L'Opinione
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.
Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.
Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.
Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.
Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.
Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.
La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.
Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.
L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.
Thursday, May 09, 2013
Imu, la stangata continua (e raddoppia)
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Wednesday, March 27, 2013
Tranne i marò, tutti colpevoli con disonore
Anche su Notapolitica
Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?
A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.
Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.
Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.
Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?
A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.
Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.
Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.
Friday, March 22, 2013
Scandalo marò, l'ultima infamia del governo Monti
Anche su L'Opinione
Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.
Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.
Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.
Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.
Inaccettabile, indecorosa, oscena. Sono solo alcuni degli aggettivi che ci vengono in mente per descrivere la vera e propria catastrofe diplomatica del nostro governo sul caso dei marò, costretti a tornare in India alla fine di un balletto che ci ha ridicolizzati davanti agli occhi di tutto il mondo.
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio, come abbiamo più volte sottolineato, ma nessuno si sarebbe meravigliato se, come accaduto a Natale, i nostri marò fossero tornati in India al termine della licenza concessa loro dal governo indiano, questa volta per votare. Invece, per bocca del ministro Terzi, qualche giorno fa il nostro governo annunciava che questa volta non sarebbero tornati, sarebbero rimasti in Italia, perché l'India viola «gli obblighi di diritto internazionale», scatenando l'ira di Nuova Delhi. Una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma almeno i marò erano salvi.
Una svolta che si è dimostrata scellerata, però, quando è apparso evidente che non era stata adeguatamente preparata, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico. Tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, che non hanno esitato a violare l'immunità diplomatica del nostro ambasciatore a Nuova Delhi (roba che neanche durante la Guerra Fredda!). Nemmeno l'Unione europea - a riprova della sua totale nullità politica - ha preso posizione a nostro favore tramite l'insignificante e patetica baronessa Catherine Ashton, né ci siamo preoccupati di avere al nostro fianco qualche potenza nel prevedibile braccio di ferro con l'India che ne sarebbe seguito. Temendo l'isolamento e una grave rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Nuova Delhi, il governo italiano alla fine si è di nuovo calato le brache, tornando sulla propria decisione e ordinando ai marò di tornare in India, dove è facile immaginare che troveranno un clima molto più ostile e autorità molto meno ben disposte nei loro confronti dopo lo scherzetto di questi giorni. Insomma, se prima dell'incidente potevamo confidare in un giudizio positivo sulla giurisdizione, ora difficilmente la Corte suprema indiana mollerà l'osso.
Ma questo non è solo uno smacco senza precedenti per l'immagine e lo status internazionale del nostro paese. Non abbiamo solo perso una prova di forza a cui era prevedibile che gli indiani ci avrebbero sottoposti. E' una prova di incompetenza - non la prima - e di viltà tali da parte di un governo che si definisce "tecnico" da lasciarci semplicemente sbigottiti e infuriati. Surreali e ai limiti della volgarità e dell'insulto alla nostra intelligenza le interviste di Terzi e De Mistura sulle rassicurazioni indiane: no, tranquilli, i nostri marò non rischiano la pena di morte, ma solo un processo ingiusto da uno Stato che non ha giurisdizione su di loro, che li ha tratti in arresto con l'inganno e ha violato l'immunità diplomatica. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.
Ne abbiamo viste di tutti i colori, si può dire tutto il peggio dei governi precedenti, ma probabilmente mai il cinismo e la meschinità di cui hanno dato prova il premier Monti, il ministro Terzi e tutti gli altri responsabili di questa vergognosa vicenda. Dovrebbero tutti dimettersi subito da ogni incarico: da Monti a Terzi fino all'ultimo dei ministri, dei funzionari e dei diplomatici coinvolti, passando per De Mistura. Una commissione parlamentare di inchiesta andrebbe istituita per far luce su circostanze e responsabilità di tutta la vicenda, fin dal suo inizio. Ha disonorato la Repubblica, umiliato gli italiani, giocato con la vita dei due marò: per questo Monti dovrebbe dimettersi anche da senatore a vita.
Tuesday, March 19, 2013
Italia, Europa: stessa maionese impazzita
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?
IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.
E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.
Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.
Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.
E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?
La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?
E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.
Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.
Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.
Come non intravedere una qualche sinistra corrispondenza tra il delirio di cui ogni volta che c'è da assumere una decisione sembrano preda i vertici europei e quello cui assistiamo ogni giorno nella caotica realtà politica, istituzionale ed economica italiana?
IN ITALIA - L'elezione dei presidenti di Camera e Senato proposti dal Pd non cambia il segno di questa fase politica, che vede Bersani inseguire Grillo e questi rigettare ogni ipotesi di accordo per la nascita di un governo. I nomi di Boldrini e Grasso servivano proprio a lusingare gli istinti grillini e in parte ci sono riusciti. E' stata definita una vittoria di Bersani, ma si può chiamare così il prolungamento di un'agonia? Certo, la linea del segretario è uscita rafforzata, è riuscito ad aprire una breccia nella rappresentanza parlamentare del M5S, a farne esplodere le contraddizioni, ma il Pd si sta infilando in un vicolo cieco dal quale è sempre più difficile che riesca a far uscire se stesso ed il paese. L'elezione dei presidenti Boldrini a Grasso non aumenta di uno zero virgola le chance di veder nascere un governo Pd-Monti con l'appoggio esterno del M5S, ma chiude quasi del tutto le porte a qualsiasi altro tentativo di dare un governo al paese evitando l'immediato ritorno al voto.
E loro stessi, i neo presidenti, sono sintomi del vero e proprio impazzimento politico-istituzionale che il nostro paese sta vivendo. Solo tre mesi fa Grasso era niente meno che il procuratore nazionale antimafia, non un magistrato qualunque. Era già improprio che si candidasse alle elezioni, oggi è addirittura presidente del Senato. Della serie, una Repubblica fondata sulle procure. Laura Boldrini è una signora che ha usato il suo incarico in un organismo internazionale per fare opposizione politica al governo del suo paese. Legittimo, ma è stata premiata per quello. Se da portavoce dell'UNHCR lanci critiche così violente contro il governo del tuo paese, fino a farne un caso "europeo", e dopo pochi mesi ti candidi, vieni eletta e diventi presidente di una Camera proprio contro la parte politica che avevi accusato, diventa forte il sospetto che le tue critiche fossero frutto di un pregiudizio politico, piuttosto che di valutazioni di merito. Apprezzabili o meno, i discorsi di insediamento di Boldrini e Grasso erano totalmente fuori luogo. Discorsi "programmatici", un'orgia di retorica con accenti addirittura palingenetici rispetto ai mali e ai vizi della nostra società e del mondo intero, che inducono a chiedersi seriamente se queste persone siano davvero consapevoli della natura istituzionale del compito che sono stati chiamati a svolgere.
Per non parlare della definitiva "caduta in politica" di Mario Monti. Veniamo da una tre giorni, infatti, da cui è emersa anche tutta la meschinità di colui che doveva essere il "salvatore della patria". Dei suoi errori di politica economica e dei suoi bluff sulle riforme ci eravamo ormai accorti un po' tutti. Ma il duplice disperato tentativo, in rapidissima sequenza, prima di occupare la poltrona di presidente del Senato, respinto da Napolitano, e poi di ottenere il sostegno alla sua corsa per il Colle, gettano un'ombra persino inquietante sulla reale statura del personaggio, se pensiamo all'aura di credibilità e spirito di servizio che lo circondava solo pochi mesi fa.
Il Pd, da parte sua, va avanti come un treno con il suo disegno di occupazione delle istituzioni, forte (o debole?) del 25% dei voti sul 72% dei cittadini che si sono espressi (cioè il 18% reale): dopo Camera e Senato, ora la presa del Quirinale. Palazzo Chigi subito, con la complicità dei grillini, oppure fra tre mesi, dopo il vero e proprio salto nel buio del ritorno al voto. In ogni caso, il paese è bloccato sul dilemma della sinistra: come cavare il massimo di potere, che avevano cominciato ad assaporare, con il minimo dei voti ottenuti. Sono condannati ad inseguire un movimento anti-sistema che parla di decrescita, perché prendere atto dei numeri usciti dalle urne e far prevalere la responsabilità di dar vita ad un governo "costituente" presupporrebbe scendere a patti con il nemico che continuano a demonizzare e che vorrebbero vedere in galera. Insomma, la sinistra gioca allo sfascio non solo quando è all'opposizione, quando per delegittimare l'avversario è pronta a offrire in pasto anche l'immagine del paese, ma anche quando è chiamata ad essere forza di governo.
E IN EUROPA - Se l'Italia è una maionese impazzita, l'Europa non è da meno. Ci riferiamo all'incredibile decisione di Ue, Bce e Fmi di rapinare, perché di questo si tratta, i correntisti ciprioti. Il piano di salvataggio di Cipro, infatti, sarebbe condizionato ad un prelievo forzoso sui conti correnti e di deposito. Noi italiani l'abbiamo sperimentato con Amato nel 1992 (lo 0,6%), ma in questo caso si parla di percentuali che variano dal 6 al 15% delle somme depositate. Dopo aver trasformato una crisi periferica come quella greca in una crisi sistemica capace di contagiare l'intero sistema finanziario europeo, e quindi di minacciare la tenuta stessa dell'euro, con Cipro si rischia di ripetere lo stesso errore. La Grecia sarà un "caso unico", si diceva, ma se i "casi unici" cominciano ad essere due, si rischia di non venire più creduti. Possibile che per 10 miliardi di euro a Cipro l'Europa sia pronta a rischiare una "corsa agli sportelli" stile 1929 in Spagna, Portogallo e Italia?
La peculiarità della realtà economica e finanziaria di Cipro (le vivaci proteste di Putin e Medvedev rivelano i cospicui interessi russi) non è un'attenuante per l'Ue. Il prelievo forzoso ai danni dei correntisti calpesta i principi su cui l'Europa dovrebbe essere fondata. E se è vero che non resta altra soluzione, la colpa dell'Ue è aver permesso a Cipro di continuare ad essere un centro finanziario offshore dentro l'Eurozona. Com'è stato possibile?
E' forte la sensazione che stiamo oltrepassando un punto di non ritorno sulla strada del fallimento del progetto europeo. Un fallimento politico-istituzionale, per l'incapacità a darsi istituzioni funzionanti, e democratiche, e persino a realizzare l'obiettivo minimo dell'integrazione monetaria ed economica. E un fallimento ideale, dal momento che la confisca di cui si parla è un furto legalizzato, degno di un impero medievale o di una Unione di repubbliche sovietiche. Era difficile, ma stiamo riuscendo a far rivivere l'Urss in Occidente.
Se poi a tutto questo aggiungiamo l'Alto rappresentante per la politica estera Ue che non prende posizione nella disputa legale tra l'Italia e l'India, le cui autorità hanno disposto il sequestro del nostro ambasciatore, allora la misura dell'inutilità europea è colma.
Siamo entrati in Europa, e nell'euro, per essere noi italiani, da sempre scapestrati, un po' più europei, ma vediamo che decennio dopo decennio è l'Unione europea che sta diventando più "italiana". Nel perseverare in un modello economico e sociale insostenibile; nell'elefantiasi burocratica; nella lontananza dei decisori pubblici dalla realtà dei cittadini; nello stallo politico-istituzionale; nella follia dei processi decisionali; nel calpestare i fondamenti dello stato diritto. E' la peste italiana a diffondersi in Europa, non le "best practice" europee ad essere importate in Italia.
Friday, March 15, 2013
"Smacchiato" il piano di Bersani
Anche su Notapolitica
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Le ripetute fumate nere per l'elezione dei presidenti di Camera e Senato hanno "smacchiato" il piano di Bersani. Come previsto, i grillini si sono rivelati non integrabili: non sono disposti ad alcun accordo sui presidenti delle Camere, figuriamoci per una maggioranza di governo. Se ne restano seduti in aula a votare i propri candidati in un esercizio di autismo politico.
La carta di riserva che il Pd avrebbe in mente di giocare sarebbe quella di un accordo con Scelta Civica per eleggere un Franceschini alla Camera e un montiano al Senato. Ma è chiaro che senza coinvolgimento del Pdl, come premessa almeno di un tentativo di formare un governo di larghe intese e di una scelta condivisa per il successore di Napolitano al Colle, nemmeno Monti avrebbe alcuna convenienza (oltre alla poltrona, che già ha). I montiani infatti vogliono scongiurare il ritorno al voto e un accordo Pd-Scelta Civica per la presidenza delle due Camere che escludesse il Pdl, e non preludesse quindi alle larghe intese, non avrebbe i numeri per evitare elezioni già a giugno.
Il guaio è che il Pd sembra persistere in uno stato confusionale o di negazione del risultato elettorale, da cui non è uscito con i numeri sufficienti per poter escludere il Pdl da tutti i giochi. Ma piuttosto che rivedere il progetto di "conventio ad excludendum" ai danni del centrodestra, Bersani preferisce il voto a giugno e nessuno dei suoi ha ancora avuto il sussulto di dignità di chiamargli un'ambulanza.
Come ampiamente previsto, alla prima verifica la linea di coinvolgimento del M5S è naufragata ed è ovvio che, permanendo la totale preclusione del Pd nei confronti del Pdl, Bersani sta di fatto scegliendo il voto a giugno, probabilmente pensando in questo modo di evitare nuove primarie ed essere ancora lui il candidato del centrosinistra. Un azzardo totale, a conferma del rischiosissimo "all-in" di cui abbiamo parlato giorni fa su Notapolitica. Gli elettori, infatti, potrebbero farsi convincere dallo stallo che si è verificato ad abbandonare Grillo e tornare a votare Pd, ma potrebbero anche, dinanzi all'ostinazione e all'arroganza di Bersani, perseverare tentati dalla spallata finale ai vecchi e rissosi partiti. Un vero e proprio salto nel buio, a cui Bersani ci condannerebbe come paese solo perché non vuole nemmeno saperne di prendere atto dei numeri veri e di mollare la "ditta" a Renzi.
Friday, March 01, 2013
L'unica road map che può salvare il paese dall'ingovernabilità
Anche su L'Opinione e su Notapolitica
E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.
Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.
Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».
Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.
Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.
Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.
E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.
Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.
Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».
Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.
Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.
Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.
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Thursday, February 28, 2013
Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.
Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.
La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.
Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).
Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".
Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.
Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.
Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.
La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.
Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).
Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".
Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.
Tuesday, February 26, 2013
Il solito masochismo della sinistra
Anche su L'Opinione
Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso ed è quindi prematuro azzardare una distribuzione dei seggi. Al Senato, se anche Pd-Sel riusciranno a chiudere davanti a Pdl-Lega (forse 1%), sono le corse regionali che contano e il centrodestra ha già conquistato un numero sufficiente di regioni-chiave da rendere matematicamente impossibile una maggioranza Bersani-Monti. Alla Camera, dove però la distanza tra le due coalizioni sembra ridursi più velocemente che al Senato, un'eventuale vittoria di Bersani sarebbe inutile. Oltre al problema politico di prendersi il 55% dei seggi con il 29% dei voti.
Ma la lezione politica si può trarre ed è spietata per il Pd: l'annunciato boom di Grillo, infatti, c'è stato, anzi ha superato le aspettative (24% al Senato e 25 alla Camera, secondo partito e in alcune regioni il primo), ma ai danni essenzialmente del centrosinistra. Né il Pd, né il centro montiano riescono a intercettare i molti delusi del centrodestra. Nonostante gli sforzi dei commentatori, dei giornali e dei politici di sinistra nel dipingerlo come cripto-fascista e nel far credere che il suo movimento avrebbe tolto voti solo al centrodestra, l'avrebbe addirittura svuotato elettoralmente, Grillo il grosso dei voti li ha pescati nell'estrema sinistra e nel Pd, in misura minore nella Lega e nell'astensione, mentre Berlusconi sembra aver mantenuto le migliori aspettative della vigilia (29-30%). L'elettorato deluso e arrabbiato del centrodestra, infatti, ha protestato soprattutto non recandosi ai seggi (l'affluenza è calata di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2008, quasi 3 milioni di voti in meno). Il giaguaro, lungi dall'essere smacchiato ha ruggito ancora (a proposito, qualcuno avverta il segretario del Pd che l'espressione è sinonimo proprio di un'impresa assurda perché destinata al fallimento).
E ancora una volta la sinistra è riuscita nel miracolo di perdere elezioni che poteva, e doveva vincere a mani basse. Non sono bastati la credibilità azzerata del Cavaliere dopo il caso Ruby, gli scandali che hanno colpito Pdl e Lega, la bufera finanziaria della fine 2011 che ha costretto Berlusconi a mollare e a favorire la nascita del governo Monti. Né un vantaggio di 12-14 punti percentuali che i sondaggi attribuivano alla coalizione guidata da Bersani soltanto pochi mesi fa. Quel vantaggio, nell'arco di qualche settimana, si è praticamente azzerato. Non solo per merito della rimonta di Berlusconi, che c'è stata, ha portato il centrodestra ad un risultato più che onorevole, ma che non avrebbe potuto impensierire Bersani se solo avesse ottenuto un risultato almeno vicino a quello dello sconfitto Veltroni nel 2008. Soprattutto quindi, bisogna riconoscere, per il clamoroso autogol - l'ennesimo - della sinistra.
Abbiamo assistito più o meno allo stesso fenomeno che portò alla caduta del primo governo Prodi. Allora fu Rifondazione comunista a sfilarsi dall'esperienza di governo. Oggi si sono sfilati gli elettori ancor prima che si formasse il governo. Resta un mistero tutto da analizzare ciò che spinge gli elettori di sinistra a votare in massa Grillo proprio nel momento in cui si spalanca davanti a loro la possibilità di mandare Bersani a Palazzo Chigi e Berlusconi davvero a casa. Certo, c'è da chiedersi cosa sarebbe stato se le primarie le avesse vinte Renzi, ma è probabilmente vero che alla maggior parte degli elettori di sinistra non interessa governare, bensì lamentarsi. Adesso riprenderanno il piagnisteo su quanto è brutta la legge elettorale (lo è, ma si può fare peggio) e a chiedersi come mai così tanti elettori ancora votano Berlusconi, piuttosto che chiedersi come mai così tanti del Pd hanno votato Grillo.
Per Ingroia la sconfitta è umiliante, per Monti bruciante. Quanto al primo, speriamo solo che abbia la decenza di non tornare a fare il magistrato. Per quanto riguarda il premier uscente, alla Camera sembra riesca a superare per un soffio la soglia del 10% e ad eleggere un drappello di deputati. Anche al Senato il bottino è piuttosto magro (meno di 20 senatori). Il progetto esce bocciato dalle urne, soprattutto perché lontano dal rappresentare la terza forza del paese: se anche si fossero create le condizioni per sostenere un governo Bersani, non avrebbe avuto la forza necessaria per condizionarlo. E poi perché anche il professore ha partecipato alla riesumazione di Berlusconi, commettendo un duplice, madornale errore, che su queste pagine denunciamo da sempre. Prima, al governo, sciupando un'occasione irripetibile per riformare il paese, si è limitato ad aggiungere tasse; poi, sedotto da Fini e Casini si è infilato nel tunnel senza uscita dell'antiberlusconismo, rinunciando ad aprire una pagina nuova e unitaria nel centrodestra e optando, invece, per un'asfittica operazione centrista.
Anche se c'è andato vicino, Berlusconi non poteva vincerle queste elezioni, ma poteva dimostrare – e c'è riuscito – che chiunque fosse interessato ad un progetto di centrodestra in Italia – e gli elettori, sia pure sfiduciati, sembrano ancora interessati – deve accettare di avere ancora a che fare con lui. A meno che non si voglia aspettare in riva al fiume il passaggio del famoso cadavere, ma in senso letterale. Sbaglierebbe, ovviamente, il Pdl a crogiolarsi in questa onorevole sconfitta. La strada per recuperare credibilità come forza di governo è ancora lunga e non può sottrarsi alla prospettiva di una vera e propria rifondazione del centrodestra su basi diverse dall'irripetibile forza carismatica del suo leader.
Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso ed è quindi prematuro azzardare una distribuzione dei seggi. Al Senato, se anche Pd-Sel riusciranno a chiudere davanti a Pdl-Lega (forse 1%), sono le corse regionali che contano e il centrodestra ha già conquistato un numero sufficiente di regioni-chiave da rendere matematicamente impossibile una maggioranza Bersani-Monti. Alla Camera, dove però la distanza tra le due coalizioni sembra ridursi più velocemente che al Senato, un'eventuale vittoria di Bersani sarebbe inutile. Oltre al problema politico di prendersi il 55% dei seggi con il 29% dei voti.
Ma la lezione politica si può trarre ed è spietata per il Pd: l'annunciato boom di Grillo, infatti, c'è stato, anzi ha superato le aspettative (24% al Senato e 25 alla Camera, secondo partito e in alcune regioni il primo), ma ai danni essenzialmente del centrosinistra. Né il Pd, né il centro montiano riescono a intercettare i molti delusi del centrodestra. Nonostante gli sforzi dei commentatori, dei giornali e dei politici di sinistra nel dipingerlo come cripto-fascista e nel far credere che il suo movimento avrebbe tolto voti solo al centrodestra, l'avrebbe addirittura svuotato elettoralmente, Grillo il grosso dei voti li ha pescati nell'estrema sinistra e nel Pd, in misura minore nella Lega e nell'astensione, mentre Berlusconi sembra aver mantenuto le migliori aspettative della vigilia (29-30%). L'elettorato deluso e arrabbiato del centrodestra, infatti, ha protestato soprattutto non recandosi ai seggi (l'affluenza è calata di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2008, quasi 3 milioni di voti in meno). Il giaguaro, lungi dall'essere smacchiato ha ruggito ancora (a proposito, qualcuno avverta il segretario del Pd che l'espressione è sinonimo proprio di un'impresa assurda perché destinata al fallimento).
E ancora una volta la sinistra è riuscita nel miracolo di perdere elezioni che poteva, e doveva vincere a mani basse. Non sono bastati la credibilità azzerata del Cavaliere dopo il caso Ruby, gli scandali che hanno colpito Pdl e Lega, la bufera finanziaria della fine 2011 che ha costretto Berlusconi a mollare e a favorire la nascita del governo Monti. Né un vantaggio di 12-14 punti percentuali che i sondaggi attribuivano alla coalizione guidata da Bersani soltanto pochi mesi fa. Quel vantaggio, nell'arco di qualche settimana, si è praticamente azzerato. Non solo per merito della rimonta di Berlusconi, che c'è stata, ha portato il centrodestra ad un risultato più che onorevole, ma che non avrebbe potuto impensierire Bersani se solo avesse ottenuto un risultato almeno vicino a quello dello sconfitto Veltroni nel 2008. Soprattutto quindi, bisogna riconoscere, per il clamoroso autogol - l'ennesimo - della sinistra.
Abbiamo assistito più o meno allo stesso fenomeno che portò alla caduta del primo governo Prodi. Allora fu Rifondazione comunista a sfilarsi dall'esperienza di governo. Oggi si sono sfilati gli elettori ancor prima che si formasse il governo. Resta un mistero tutto da analizzare ciò che spinge gli elettori di sinistra a votare in massa Grillo proprio nel momento in cui si spalanca davanti a loro la possibilità di mandare Bersani a Palazzo Chigi e Berlusconi davvero a casa. Certo, c'è da chiedersi cosa sarebbe stato se le primarie le avesse vinte Renzi, ma è probabilmente vero che alla maggior parte degli elettori di sinistra non interessa governare, bensì lamentarsi. Adesso riprenderanno il piagnisteo su quanto è brutta la legge elettorale (lo è, ma si può fare peggio) e a chiedersi come mai così tanti elettori ancora votano Berlusconi, piuttosto che chiedersi come mai così tanti del Pd hanno votato Grillo.
Per Ingroia la sconfitta è umiliante, per Monti bruciante. Quanto al primo, speriamo solo che abbia la decenza di non tornare a fare il magistrato. Per quanto riguarda il premier uscente, alla Camera sembra riesca a superare per un soffio la soglia del 10% e ad eleggere un drappello di deputati. Anche al Senato il bottino è piuttosto magro (meno di 20 senatori). Il progetto esce bocciato dalle urne, soprattutto perché lontano dal rappresentare la terza forza del paese: se anche si fossero create le condizioni per sostenere un governo Bersani, non avrebbe avuto la forza necessaria per condizionarlo. E poi perché anche il professore ha partecipato alla riesumazione di Berlusconi, commettendo un duplice, madornale errore, che su queste pagine denunciamo da sempre. Prima, al governo, sciupando un'occasione irripetibile per riformare il paese, si è limitato ad aggiungere tasse; poi, sedotto da Fini e Casini si è infilato nel tunnel senza uscita dell'antiberlusconismo, rinunciando ad aprire una pagina nuova e unitaria nel centrodestra e optando, invece, per un'asfittica operazione centrista.
Anche se c'è andato vicino, Berlusconi non poteva vincerle queste elezioni, ma poteva dimostrare – e c'è riuscito – che chiunque fosse interessato ad un progetto di centrodestra in Italia – e gli elettori, sia pure sfiduciati, sembrano ancora interessati – deve accettare di avere ancora a che fare con lui. A meno che non si voglia aspettare in riva al fiume il passaggio del famoso cadavere, ma in senso letterale. Sbaglierebbe, ovviamente, il Pdl a crogiolarsi in questa onorevole sconfitta. La strada per recuperare credibilità come forza di governo è ancora lunga e non può sottrarsi alla prospettiva di una vera e propria rifondazione del centrodestra su basi diverse dall'irripetibile forza carismatica del suo leader.
Wednesday, February 20, 2013
Il crollo di Monti, primo ad arrendersi a Grillo
Anche su Notapolitica e L'Opinione
E' la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è il primo, stamattina, ad arrendersi a Grillo, che ieri sera tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello.
Secondo le ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013.
Insomma, stamattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd. Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A quattro giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella.
La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare».
Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.
UPDATE ore 23:00
Le 12 ore di disastro comunicativo per Monti, forse fatali, si sono concluse emblematicamente in serata con un vero e proprio colpo di grazia: la plateale smentita - via Twitter - da parte del portavoce della Merkel, della supposizione di Monti secondo cui la cancelliera non gradirebbe il Pd al governo.
E' la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è il primo, stamattina, ad arrendersi a Grillo, che ieri sera tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello.
Secondo le ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013.
Insomma, stamattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd. Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A quattro giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella.
La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare».
Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.
UPDATE ore 23:00
Le 12 ore di disastro comunicativo per Monti, forse fatali, si sono concluse emblematicamente in serata con un vero e proprio colpo di grazia: la plateale smentita - via Twitter - da parte del portavoce della Merkel, della supposizione di Monti secondo cui la cancelliera non gradirebbe il Pd al governo.
Thursday, February 14, 2013
Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Wednesday, February 06, 2013
E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.
Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.
Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.
E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.
Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).
Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.
Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».
Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.
Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.
Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.
Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.
Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.
E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.
Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).
Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.
Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».
Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.
Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.
Tuesday, February 05, 2013
C'è una Corte che chiede meno Stato
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
LEGGI TUTTO su Notapolitica
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Monday, February 04, 2013
Reazioni più "shock" della proposta favoriscono il Cav
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Dalle reazioni scomposte, "shockate" e talvolta "shockanti", dei suoi avversari, si direbbe proprio che con la sua proposta-shock Berlusconi abbia di nuovo colpito nel segno. Anziché cercare di depotenziarla e sminuirla, Monti, Bersani e gran parte della stampa sono riusciti a dare l'impressione che Berlusconi stia promettendo agli italiani mari e monti. E ci sono riusciti proprio con la gravità delle loro accuse. Avrà mica promesso la luna! La tanto contestata proposta-shock è una goccia, la «classica punta dell'iceberg», la definisce Luca Ricolfi. Bollando come non fattibile e irresponsabile una proposta che richiede una copertura di 4 miliardi di euro l'anno e di altri 4 una tantum, i suoi avversari stanno da una parte ingigantendo oltre misura la portata di ciò che Berlusconi promette agli italiani e allo stesso tempo silurando la credibilità delle loro stesse proposte, dal momento che anche Monti promette riduzioni di imposte di svariate decine di miliardi e Bersani niente meno di «dare lavoro».
Attenzione anche ad accusare Berlusconi di non aver mai mantenuto le sue promesse. Perché se gli italiani ricordano bene che non è riucito ad abbassare le tasse, e più in generale a mantenere le promesse di cambiamento, ricordano anche, però, cosa hanno fatto gli altri e ricordano soprattutto che tra le poche che il Cav ha mantenuto c'è proprio la promessa di abolire la tassa sulla prima casa. Quella cosa lì – forse l'unica che ricordano – l'ha fatta per davvero, e le proposte sull'Imu richiamano alla memoria politica degli italiani una promessa mantenuta da Berlusconi.
Premesso che il problema principale della proposta-shock non è la sua fattibilità, né la sua utilità, ma resta la credibilità personale di chi la fa, e che può essere demagogica quanto si vuole ma suggerisce agli italiani un rapporto tra Stato e cittadini "da sogno", come spesso accade sono le reazioni, più che la proposta in sé, a favorire Berlusconi. I suoi avversari – soprattutto Monti – si fanno schiacciare su posizioni minacciose e cupe (anche lievemente ricattatorie le parole del professore). Né dev'essere sfuggito agli italiani che da quando è iniziata la campagna elettorale, dopo aver dato a Berlusconi dell'irresponsabile e del populista, i suoi avversari si sono messi ad inseguirlo proprio sul terreno dell'Imu e della riduzione delle tasse, avanzando proposte non così dissimili quanto a fattibilità e onerosità finanziaria.
Chiamare in causa il «voto di scambio», o addirittura un «tentativo di corruzione», non solo è fuori luogo, esagerato, ma anche intellettualmente disonesto e autolesionista. Le promesse elettorali possono essere più o meno serie ma tali sono. Altrimenti, bisognerebbe per coerenza concludere che anche promettere sussidi di disoccupazione, assunzioni dei precari nel pubblico impiego, incentivi a questo o a quel settore produttivo, o promettere di «dare lavoro», secondo il lessico paternalistico usato da Bersani, costituiscono voto di scambio o tentativi di corruzione. E impegnarsi a ridurre «gradualmente» le tasse, non è forse un tentativo di "graduale" corruzione? Insomma, così tutto può diventare voto di scambio.
Più inquietante è la concezione del rapporto tra Stato e cittadini che quest'accusa rivela. Restituire l'importo versato per l'Imu, infatti, sarebbe ben diverso dal distribuire soldi (o "diritti") a pioggia per comprare il voto degli elettori. Si tratta di restituire a ciascun contribuente la stessa somma di denaro che fino ad un anno prima gli apparteneva, che fino a prova contraria si era guadagnato onestamente, e non di gratificarlo con denari non suoi o privilegi non goduti prima. C'è una bella differenza, insomma, in termini sia logici che economici, tra il retrocedere quote di tassazione ai contribuenti e la cosiddetta redistribuzione che tanto piace a sinistra, questa sì, sarebbe più appropriato paragonarla al voto di scambio.
Non bisogna mai dimenticare che una regola base delle campagne elettorali in qualsiasi democrazia è saper trasmettere un messaggio positivo, una prospettiva di speranza, non cupa, saper raccontare una storia di riscatto. Chiamatelo sogno, o futuro, ma impegni e promesse ci vogliono. E il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue, e non sia più credibile, non rende meno valida questa regola, non esenta i suoi avversari dal rispettarla.
Dalle reazioni scomposte, "shockate" e talvolta "shockanti", dei suoi avversari, si direbbe proprio che con la sua proposta-shock Berlusconi abbia di nuovo colpito nel segno. Anziché cercare di depotenziarla e sminuirla, Monti, Bersani e gran parte della stampa sono riusciti a dare l'impressione che Berlusconi stia promettendo agli italiani mari e monti. E ci sono riusciti proprio con la gravità delle loro accuse. Avrà mica promesso la luna! La tanto contestata proposta-shock è una goccia, la «classica punta dell'iceberg», la definisce Luca Ricolfi. Bollando come non fattibile e irresponsabile una proposta che richiede una copertura di 4 miliardi di euro l'anno e di altri 4 una tantum, i suoi avversari stanno da una parte ingigantendo oltre misura la portata di ciò che Berlusconi promette agli italiani e allo stesso tempo silurando la credibilità delle loro stesse proposte, dal momento che anche Monti promette riduzioni di imposte di svariate decine di miliardi e Bersani niente meno di «dare lavoro».
Attenzione anche ad accusare Berlusconi di non aver mai mantenuto le sue promesse. Perché se gli italiani ricordano bene che non è riucito ad abbassare le tasse, e più in generale a mantenere le promesse di cambiamento, ricordano anche, però, cosa hanno fatto gli altri e ricordano soprattutto che tra le poche che il Cav ha mantenuto c'è proprio la promessa di abolire la tassa sulla prima casa. Quella cosa lì – forse l'unica che ricordano – l'ha fatta per davvero, e le proposte sull'Imu richiamano alla memoria politica degli italiani una promessa mantenuta da Berlusconi.
Premesso che il problema principale della proposta-shock non è la sua fattibilità, né la sua utilità, ma resta la credibilità personale di chi la fa, e che può essere demagogica quanto si vuole ma suggerisce agli italiani un rapporto tra Stato e cittadini "da sogno", come spesso accade sono le reazioni, più che la proposta in sé, a favorire Berlusconi. I suoi avversari – soprattutto Monti – si fanno schiacciare su posizioni minacciose e cupe (anche lievemente ricattatorie le parole del professore). Né dev'essere sfuggito agli italiani che da quando è iniziata la campagna elettorale, dopo aver dato a Berlusconi dell'irresponsabile e del populista, i suoi avversari si sono messi ad inseguirlo proprio sul terreno dell'Imu e della riduzione delle tasse, avanzando proposte non così dissimili quanto a fattibilità e onerosità finanziaria.
Chiamare in causa il «voto di scambio», o addirittura un «tentativo di corruzione», non solo è fuori luogo, esagerato, ma anche intellettualmente disonesto e autolesionista. Le promesse elettorali possono essere più o meno serie ma tali sono. Altrimenti, bisognerebbe per coerenza concludere che anche promettere sussidi di disoccupazione, assunzioni dei precari nel pubblico impiego, incentivi a questo o a quel settore produttivo, o promettere di «dare lavoro», secondo il lessico paternalistico usato da Bersani, costituiscono voto di scambio o tentativi di corruzione. E impegnarsi a ridurre «gradualmente» le tasse, non è forse un tentativo di "graduale" corruzione? Insomma, così tutto può diventare voto di scambio.
Più inquietante è la concezione del rapporto tra Stato e cittadini che quest'accusa rivela. Restituire l'importo versato per l'Imu, infatti, sarebbe ben diverso dal distribuire soldi (o "diritti") a pioggia per comprare il voto degli elettori. Si tratta di restituire a ciascun contribuente la stessa somma di denaro che fino ad un anno prima gli apparteneva, che fino a prova contraria si era guadagnato onestamente, e non di gratificarlo con denari non suoi o privilegi non goduti prima. C'è una bella differenza, insomma, in termini sia logici che economici, tra il retrocedere quote di tassazione ai contribuenti e la cosiddetta redistribuzione che tanto piace a sinistra, questa sì, sarebbe più appropriato paragonarla al voto di scambio.
Non bisogna mai dimenticare che una regola base delle campagne elettorali in qualsiasi democrazia è saper trasmettere un messaggio positivo, una prospettiva di speranza, non cupa, saper raccontare una storia di riscatto. Chiamatelo sogno, o futuro, ma impegni e promesse ci vogliono. E il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue, e non sia più credibile, non rende meno valida questa regola, non esenta i suoi avversari dal rispettarla.
Monday, January 28, 2013
TentennaMonti
Anche su Notapolitica e L'Opinione
«Ho verso Berlusconi sentimenti di gratitudine e sbigottimento. Ammetto di fare una certa fatica a seguire la linearità del suo pensiero». Lo stesso sarcasmo usato da Mario Monti durante la conferenza stampa dello scorso 23 dicembre, oggi potrebbe venire usato contro di lui. Al professore dobbiamo senz'altro gratitudine, per aver contribuito a salvare (per il momento) l'Italia dal baratro finanziario in cui stava per precipitare nel novembre 2011, per avergli restituito una certa credibilità, ma facciamo molta fatica, oggi, a seguirlo nel suo "flip-flopping" elettorale, spesso all'interno di una stessa intervista. Dal tema delle tasse a quello delle alleanze, in quattro settimane il premier uscente è stato capace di sostenere tutto e il contrario di tutto, senza riuscire ad inquadrare un target preciso nell'elettorato.
Al governo ha basato la politica di consolidamento fiscale sull'aumento delle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa – mentre non solo non era l'unica via praticabile, ma anche quella esplicitamente sconsigliata da Draghi. Tutti ricordiamo i toni sprezzanti con i quali, sempre nell'incontro con la stampa del 23 dicembre, stroncò la "promessa" di Berlusconi di abolire l'Imu: l'anno successivo, ammonì, si sarebbe dovuta reintrodurre l'imposta, ma addirittura «doppia». Oggi, in piena campagna elettorale, scopriamo che pensare di ridurre le tasse, in particolare l'Imu, non è poi così da irresponsabili. Parlando a Omnibus, su La7, Monti propone un alleggerimento dell'Imu di 2,5 miliardi: dunque, 1,5 i miliardi che ballano tra la sua proposta e quella "irresponsabile" di Berlusconi. Di più: ora Monti si impegna a ridurre la spesa pubblica corrente sul Pil di 4,5 punti in cinque anni, più o meno quanto Berlusconi e Giannino, e nello stesso periodo a tagliare tasse per 27 miliardi di euro, tra Irpef e Irap. Eppure, «io non prendo impegni, non faccio promesse», rivendicò orgogliosamente una decina di giorni fa a SkyTg24. Oggi siamo già a «non vogliamo fare promesse, ma prendere impegni seri». Si è convinto a fare anche lui promesse "irresponsabili", o forse non erano poi così irresponsabili quelle degli altri?
Prima, durante i mesi di governo, Monti non fa altro che ringraziare i partiti della "strana maggioranza" per il senso di responsabilità dimostrato nel sostenere i provvedimenti in Parlamento, pagandone i costi politici. Una volta "salito" in politica, li accusa invece di aver opposto resistenze che hanno impedito di portare fino in fondo le riforme. Ma poi, stamattina ad Omnibus, nonostante tutto rilancia la «grande coalizione» come «politica necessaria» per fare le riforme. Ma come, dopo averne denunciato i veti e le resistenze, con quegli stessi partiti vorrebbe riproporre una grande coalizione per le riforme?
Qualche giorno fa l'intesa post-elettorale con Bersani sembrava cosa fatta, o quanto meno uno sbocco inevitabile, nelle parole e nei fatti del professore e delle figure di spicco tra le forze che lo sostengono. Impugnava la roncola contro Berlusconi e il centrodestra, mentre solo qualche pizzicotto al Pd; poi, all'improvviso, l'apertura anche al partito e al «popolo» di Berlusconi, ma senza Berlusconi. Una cosa è certa: scordatevi di conoscere prima del voto le reali intenzioni del professore: a Radio anch'io, qualche giorno fa, ammetteva candidamente lui stesso che «al momento non c'è nessuna possibilità di sapere con chi saremo e contro di chi». La confusione è tanta, e il sospetto è che Monti sia semplicemente alla ricerca di sponde e poteri di interdizione per imporre il suo bis a Palazzo Chigi senza averne i voti. Sarà anche la persona più seria, preparata e affidabile possibile, ma votereste per qualcuno che non prende impegni e non sa o non vuole dire a chi porterà in dote i vostri voti?
«Ho verso Berlusconi sentimenti di gratitudine e sbigottimento. Ammetto di fare una certa fatica a seguire la linearità del suo pensiero». Lo stesso sarcasmo usato da Mario Monti durante la conferenza stampa dello scorso 23 dicembre, oggi potrebbe venire usato contro di lui. Al professore dobbiamo senz'altro gratitudine, per aver contribuito a salvare (per il momento) l'Italia dal baratro finanziario in cui stava per precipitare nel novembre 2011, per avergli restituito una certa credibilità, ma facciamo molta fatica, oggi, a seguirlo nel suo "flip-flopping" elettorale, spesso all'interno di una stessa intervista. Dal tema delle tasse a quello delle alleanze, in quattro settimane il premier uscente è stato capace di sostenere tutto e il contrario di tutto, senza riuscire ad inquadrare un target preciso nell'elettorato.
Al governo ha basato la politica di consolidamento fiscale sull'aumento delle tasse piuttosto che sui tagli alla spesa – mentre non solo non era l'unica via praticabile, ma anche quella esplicitamente sconsigliata da Draghi. Tutti ricordiamo i toni sprezzanti con i quali, sempre nell'incontro con la stampa del 23 dicembre, stroncò la "promessa" di Berlusconi di abolire l'Imu: l'anno successivo, ammonì, si sarebbe dovuta reintrodurre l'imposta, ma addirittura «doppia». Oggi, in piena campagna elettorale, scopriamo che pensare di ridurre le tasse, in particolare l'Imu, non è poi così da irresponsabili. Parlando a Omnibus, su La7, Monti propone un alleggerimento dell'Imu di 2,5 miliardi: dunque, 1,5 i miliardi che ballano tra la sua proposta e quella "irresponsabile" di Berlusconi. Di più: ora Monti si impegna a ridurre la spesa pubblica corrente sul Pil di 4,5 punti in cinque anni, più o meno quanto Berlusconi e Giannino, e nello stesso periodo a tagliare tasse per 27 miliardi di euro, tra Irpef e Irap. Eppure, «io non prendo impegni, non faccio promesse», rivendicò orgogliosamente una decina di giorni fa a SkyTg24. Oggi siamo già a «non vogliamo fare promesse, ma prendere impegni seri». Si è convinto a fare anche lui promesse "irresponsabili", o forse non erano poi così irresponsabili quelle degli altri?
Prima, durante i mesi di governo, Monti non fa altro che ringraziare i partiti della "strana maggioranza" per il senso di responsabilità dimostrato nel sostenere i provvedimenti in Parlamento, pagandone i costi politici. Una volta "salito" in politica, li accusa invece di aver opposto resistenze che hanno impedito di portare fino in fondo le riforme. Ma poi, stamattina ad Omnibus, nonostante tutto rilancia la «grande coalizione» come «politica necessaria» per fare le riforme. Ma come, dopo averne denunciato i veti e le resistenze, con quegli stessi partiti vorrebbe riproporre una grande coalizione per le riforme?
Qualche giorno fa l'intesa post-elettorale con Bersani sembrava cosa fatta, o quanto meno uno sbocco inevitabile, nelle parole e nei fatti del professore e delle figure di spicco tra le forze che lo sostengono. Impugnava la roncola contro Berlusconi e il centrodestra, mentre solo qualche pizzicotto al Pd; poi, all'improvviso, l'apertura anche al partito e al «popolo» di Berlusconi, ma senza Berlusconi. Una cosa è certa: scordatevi di conoscere prima del voto le reali intenzioni del professore: a Radio anch'io, qualche giorno fa, ammetteva candidamente lui stesso che «al momento non c'è nessuna possibilità di sapere con chi saremo e contro di chi». La confusione è tanta, e il sospetto è che Monti sia semplicemente alla ricerca di sponde e poteri di interdizione per imporre il suo bis a Palazzo Chigi senza averne i voti. Sarà anche la persona più seria, preparata e affidabile possibile, ma votereste per qualcuno che non prende impegni e non sa o non vuole dire a chi porterà in dote i vostri voti?
Friday, January 25, 2013
La lezione politica del caso Mps
Decidetevi: "Il Pd fa il Pd e la Banca fa la Banca", come dice Bersani; oppure "noi abbiamo sostituito Mussari", come dice D'Alema? Il Pd non può negare di avere il controllo del Monte Paschi di Siena e allo stesso tempo intestarsi il merito di aver sostituito Mussari, sulle cui dismissioni tra l'altro sembra aver pesato molto di più il pressing della Banca d'Italia che non un improvviso ravvedimento del Pd senese. In realtà, tutti sanno che i vertici di Mps sono nominati dalla Fondazione Mps, i cui membri sono quasi tutti scelti dagli enti locali - Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana - da decenni amministrati dal Pd e dai suoi diretti antenati Ds e Pci.
Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.
Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.
Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.
Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?
Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.
Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.
Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
«In questi anni i regolatori e la politica hanno preferito banche meno capitalizzate, cioè con meno risorse per prestiti a imprese e famiglie, per non far diluire il controllo delle fondazioni. E' un tema politico eccome, per effetto di questa scelta l'economia italiana è ancor più asfittica. Le fondazioni devono cedere il controllo attraverso meccanismi di mercato, a maggior ragione per i denari che ci hanno perso e che le impossibilita alla loro vera funzione, il sostegno sociale e culturale ai territori».Una domanda quindi andrebbe posta ai candidati-premier, a parte Giannino che nel suo programma elettorale ha già dato risposta affermativa: "Vi impegnate a separare una volta per tutte le banche dalla politica superando il sistema delle fondazioni, per aprire il sistema bancario alla concorrenza?"
Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.
Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?
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