Thursday, February 14, 2013

Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu

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Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.

Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.

Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.

Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.

Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.

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