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Friday, June 23, 2006

Sì, no, forse. Chi passerà all'incasso dei "no"?

Se dovessimo giudicare la riforma costituzionale che siamo chiamati a confermare con il referendum del 25 e 26 giugno nel merito, il nostro giudizio non potrebbe essere che negativo. Siamo abituati a guardare al merito delle decisioni, laicamente, senza pregiudizi ideologici, senza curarci cioè di chi sia il proponente, ma della validità della proposta. E non ci si può aspettare che i radicali facciano altrimenti. Questa non è la mia riforma. Non è presidenzialista. Non è federalista. Non è uninominalistica e bipartitica. Non è americana.

Mi rendo conto che propporre qui in Italia, in Europa, una riforma "americana" delle istituzioni può apparire, non senza ragioni, velleitario, ma la riforma che andremo a votare è davvero troppo lontana dal modello verso cui ritengo che debba indirizzarsi il nostro paese.

Un capo dell'esecutivo eletto direttamente dai cittadini, non licenziabile prima della scadenza del suo mandato, quindi non soggetto alla concessione della "fiducia" da parte del Parlamento (lo strumento della "fiducia" parlamentare è la prima arma della partitocrazia), a sua volta eletto e senza poter essere sciolto prima della sua scadenza naturale. Una legge elettorale, che sia inserita nella Costituzione, maggioritaria e uninominale. Questo è l'essenziale. Poi, di che "federalismo" parliamo se ancora ci sono i prefetti? Certo, anche il premierato inglese non mi sarebbe sgradito, ma ciò che andremo a votare non ha nulla di tutto questo.

Voterò "no", dunque. Dovrei votare "no". Come al solito però, il dibattito sulla riforma costituzionale è stato totalmente politicizzato. Prima di votare occorre quindi chiedersi quale scenario politico uscirà del voto: quale dei due esiti possibili produrrà migliori condizioni di agibilità politica per un trasversale fronte riformatore? La vittoria dei "no" potrebbe rafforzare il concetto che la Costituzione "non si tocca", ma la vittoria dei "sì" potrebbe far scattare atteggiamenti conservatori nella CdL, che si accontenterebbe di difendere la propria riforma dai tentativi di modifica. La vittoria dei "sì" avrebbe l'effetto positivo di uno shock, infrangendo il tabù della Costituzione intoccabile, ma d'altra parte esporrebbe le istituzioni al rischio di ulteriore paralisi.

Visto che il mio orientamento nel merito sarebbe quello di votare "no", un "no" riformatore e americano, il mio problema è quello di capire chi, politicamente, passerà all'incasso dell'eventuale vittoria dei "no". C'è spazio per un "no" riformatore? A sinistra è nettamente prevalente il fronte dei conservatori "senza se e senza ma", e non v'è dubbio che proprio questi passeranno all'incasso politico di un'eventuale vittoria dei "no".

I riformisti, sia i leader sia gli autorevoli promotori del comitato Barbera-Ceccanti, non sono credibili, visto che nel merito la riforma è molto simile, forse addirittura un po' più cauta, a quella che proporrebbero loro e che fu in effetti elaborata dalla Bicamerale condotta da D'Alema. Inoltre, da sinistra nessuno (a quanto pare nemmeno i radicali) si è speso per dare forma e forza a un progetto di riforma organico che fosse alternativo. Il "no" dei riformisti è quindi politicamente debole, incapace di appropriarsi di un eventuale successo, opportunista e furbo perché si traduce con un "No, la riforma va bene se la facciamo noi che siamo più bravi".

E' il tipico caso in cui emerge tutta la differenza dei riformisti dai riformatori, con i primi velleitari, sinonimo di gradualismo e compromesso, che diluiscono la radicalità delle riforme aprendo così la strada alle controriforme. Quei riformisti - per usare le parole di Pannella - che «non hanno riformato niente, neanche loro stessi», che «non costituiscono la possibilità nemmeno di alternanze serie».

Dunque, che fare del mio "no"? Presto detto: si parte. E se proprio avrò occasione, sarà un "Sì".

Ieri Il Foglio riportava le parole inequivoche di Gaetano Salvemini sulla costituzione del '48 e i costituenti, che potrebbero valere anche per l'oggi. Dalle «scempiaggini dei costituenti», scriveva nel 1947, su Controcorrente, «sta uscendo la Costituzione più scema che mai sia stata prodotta dai cretini in tutta la storia dell'umanità. Ti par poco farsi un'idea di quell'Himalaya di somaraggini? Un'assenza così totale di senso giuridico non si è mai vista in nessun paese del mondo... i soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile di emendare, o prima o poi, quel mostro di bestialità... Non c'è nulla da fare. Bisogna lasciare che la barca vada a mare come può, e bisogna mettersi a costruire un'altra barca». Gli italiani «meritavano di meglio che un'Assemblea costituente formata in gran maggioranza da somari, scelti non dagli elettori ma dalle camorre centrali dei partiti così detti di massa. Meritavano di meglio che quel polpettone incoerente che sarà la Costituzione italiana».

16 comments:

Maurizio said...

Questa non è la mia riforma. Non è presidenzialista. Non è federalista. Non è uninominalistica e bipartitica. Non è americana.
[...]
Un capo dell'esecutivo eletto direttamente dai cittadini, non licenziabile prima della scadenza del suo mandato, quindi non soggetto alla concessione della "fiducia" da parte del Parlamento (lo strumento della "fiducia" parlamentare è la prima arma della partitocrazia), a sua volta eletto e senza poter essere sciolto prima della sua scadenza naturale. Una legge elettorale, che sia inserita nella Costituzione, maggioritaria e uninominale.


Se ho ben capito, qui stai descrivendo il sistema americano, auspicato dai radicali. A chi volesse capire perché lo auspicano, cosa consiglieresti di leggere (o ascoltare)? Cioè, vorrei capire quali proprietà positive ha il sistema americano. Grazie.

Nicola R said...

Bè, l'indicazione del primo ministro sulla scheda ed un primo legame con l'elettorato è già previsto nella riforma. Non sarà il miglior risultato possibile, ma è già un miglioramento deciso rispetto ad oggi. E la fiducia del Parlamento non esisterà più; ci sarà solo un voto sul programma (quindi su un atto, diciamo così, di Governo).
Ma la domanda che ci si dovrebbe porre in un Referendum di questo genere, non è "come vorrei fare la mia riforma", che richiederebbe 60 milioni di risposte diverse (una per italiano, circa).
La domanda giusta è "la Riforma migliora o peggiora lo status quo?".
E la risposta è ovvia e univoca: SI!

panka said...

meno male alla fine voterai si nel caso votassi...
Ti fa cosi male dirlo?
Votare no per fare una riforma seria è una cazzata. Votare no significa non cambiare. Votare si significa accettare il cambiamento, anche in chiave futura. La prima volta le cose sono piu difficili. Quando si è visto come si fa la strada è battuta.

giuseppe said...

Mah... un bel post, ma una chiusura non all'altezza del solito, ottimo, Jim.
A mio modesto, discutibile e non polemico parere :-)

Dunque: voteresti "no" a causa dei contenuti ma poi, pensando a chi ne trarrà vantaggio, voteresti "si".

E così facendo, premieresti chi non è stato all'altezza di una riforma 'decente'.

Come ricordavano oggi a Radio Radicale, siamo favorevoli alle riforme, ma non certo alle riforme sgangherate che tutti vogliono modicare ancor prima che entrino in vigore.

Mah... sento puzza di una seconda 'porcata'....

Saluti.

sergio vivi said...

Dato che la Costituzione fonda le sue Radici Profonde nei Principi Fondamentali e nella Parte Prima, che la riforma non ha toccato e che rimarranno qualunque sia l'esito del referendum, non ho nessuna remora, usando anch'io una "prepotenza di metodo" (il voto), a finire di rompere il "giocattolo" con un SI PRAGMATICO. Al Parlamento il compito (e il dovere) di procurarmene uno più bello.

www.mariniello.net said...

Post realista, bravo. GM

watchdogs said...

allora, votare sì per poi ritornare sopra la costituzione è come smontare completamente la macchina se hai bucato una ruota, per poi rimontarla tutta. a parte che come, legittimamente, esprime dubbi sul fatto che si cambierebbe qualcosa se vincessero i no, io dalla mia dubito che si cambierebbe qualcosa anche dopo una vittoria dei sì, e ci ritroveremmo con questo obbrobrio, per via di una maggioranza di governo debole e divisa e di un'opposizione agguerrita che farà le barricate in caso di vittoria dei sì. Pur auspicando alcune modifiche alla costituzione, penso che sarebbe di gran lungo più deleterio far vincere i sì e che poi non si tocchi più la costituzione, rispetto a una vittoria dei no...

watchdogs said...

giuseppe, visto che le porcate ultimamente gli si ritorcono contro, pensa se gli italiani eleggessero un "premier forte" tipo chavez :-)

l'eretico said...

Jim, ma cosa sono queste contorsioni democristiane? Neanche un mese fa... http://jimmomo.blogspot.com/2006/06/referendum-che-fare.html

Sostiene Proudhon said...

Posso dire un'eresia? Io sostengo la validità della "partitocrazia", esercitata proprio mediante la fiducia. Senza che mi si fraintenda, il modello costituzionale americano è, senza entrare nel merito, appartenente ad un'altra cultura che a te, legittimamente, piace, ma io mi considero un sostenitore della repubblica parlamentare. infondo l'elezione diretta del presidente, letteralmente intesa, non avviene neanche in america. connotare come "partitocratico" l'istituto della fiducia è un modo per descrivere il primato del parlamento sul governo. i partiti, presi nelle giuste dosi, sono uno strumento di partecipazione. il problema sta nei contrappesi e nelle limitazioni, per evitare che il sistema dei partiti assuma quelle connotazioni che ti portano, giustamente, a definirlo negativamente "partitocrazia". però, secondo me, è possibile ottenere questo obiettivo aggiornando l'impianto costituzionale, non adottandone uno che preveda un'altra forma di governo; disegnando un sistema elettorale che fortifichi il bipolarismo, garantisca una solida governabilità e impedisca il frazionamento e il partitismo. insomma, per fartela breve, io personalmente sarei disposto ad arrivare fino e non oltre al premierato inglese, dove potere di scioglimento delle camere al premieri e rapporto fiduciario delle camere stabiliscono un rapporto paritetico fra primo ministro e parlamento, ma il presidenzialismo (né tantomeno il semipresidenzialismo) no, non mi piacciono. e questo ovviamente non perché voglia paventare lo spauracchio di finti regimi come chi ha il coraggio di sostenere che negli u.s.a. non ci sia vera democrazia etc., ma semplicemente perché preferisco di gran lunga le forme di governo parlamentari. è solo, ovvio, la mia opinabile opinione

Anonymous said...

e dunque?

ugofc81 said...

Ciao, Federico, a Sestri mi desti un' impressione, oggi me la confermi: Sei un uomo libero.

Maurizio said...

Stavo per votare sì per le tue stesse ragioni, ma alla fine ho votato no. Credo si debba giudicare le leggi nel merito, non fare "meta-ragionamenti" come "se voti no la costituzione non cambia per altri 50 anni". Se poi cercano di impadronirsi del no, si ribatte loro che hanno torto, proprio come si ribatte a quelli che cercano di impadronirsi del 75% di astensioni al referendum sulla fecondazione.

JimMomo said...

Ringrazio tutti gli intervenuti e scusate se non rispondo singolarmente.

Due note. 1) Non ho ancora votato, essendo tornato da poco. Sì o No rimane impregiudicata la battaglia per una riforma "americana", anglosassone. Impregiudicate nel senso che nessun esito la renderà più facile, o più vicina. Dunque, che si voti sì o no è questione di sensibilità, e opportunità, l'importante è che i favorevoli alla riforma presidenzialista, bipartitica, si ritrovino subito.

2) No, eretico, non vedo contraddizione. Anche un mese fa tendevo per Panebianco, con argomenti simili, ma non avevo ancora deciso. Dov'è la contraddizione. Anche se ci fosse? E' passato un mese di campagna...

Robinik said...

Be... l'appoggio alla Sinistra è AMERICANISSIMO :D
Sei uno spasso!

watchdogs said...

ogni volta che vedo un commento di robinik penso a colui -non ricordo chi- che gli disse "l'aquila ti ha beccato il cervello". AHAHAHAH