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Tuesday, June 27, 2006

Quel maledetto pezzo di carta

... e tutta la «volgarità» di cui è capace Sartori

All'incasso del 61% e rotti di "no" alla riforma costituzionale della CdL tentano di passare in molti ma di riformatori se ne vedono pochi. Qualche riformista con idee vaghe - e qualcuna deleteria - di riforma. La mia idea sul voto di domenica l'avevo già espressa. Sono ancora convinto che qualsiasi esito non avrebbe reso più vicina, né più lontana, la prospettiva che mi sta a cuore, quella di una riforma "americana" delle istituzioni. Presidenzialista, federalista, bipartitica. Riporre in soffitta il vecchio arnese della "fiducia" tra due poteri - legislativo ed esecutivo - che dovrebbero rimanere separati, ciascuno con la sua legittimazione popolare, e una legge elettorale uninominale ad un turno mi sembrano le cose essenziali.

E mi sembra che nessuno si azzardi a dare forma e forza a un progetto di riforma organico che sia alternativo. I radicali ne hanno uno, appunto quello americano, anglosassone, ma forse l'alleanza con lo Sdi li rende timidi nel riproporlo e mi è apparsa tardiva la presa di posizione di Pannella a coprire la falla.

Insomma, prospettive riformatrici languono. Il mito delle riforme «condivise» non mi convince. Anzi, mi spaventa. Soprattutto se a "condividerle" sono spezzoni di oligarchie partitocratiche. Ci vorrebbe un vasto fronte riformatore che partisse dal basso, interno e trasversale ai partiti e alle coalizioni, che decidesse di agire per via referendaria sul sistema elettorale. Sarebbe una bella spallata, da cui ripartire.

A quanto pare questa dannata carta costituzionale vecchia di sessant'anni siamo destinati a tenercela. Vorrei vedere stravolti la forma di governo e il sistema politico, "cancellata" la prima parte. Una costituzione liberale regola le funzioni, i limiti, i meccanismi di formazione delle istituzioni democratiche, la separazione dei poteri. Farò arrabbiare coloro secondo i quali la democrazia dev'essere riempita di «senso», ma ritengo che una costituzione sia uno strumento tecnico, che serva solo a tracciare il quadro formale, l'architettura istituzionale di una democrazia. E se il congegno che ne esce non è democratico, allora non si chiamerà neanche costituzione. Può essere accompagnata da una carta dei diritti, che però non siano vuoti enunciati, ma precise disposizioni dei limiti all'azione del governo sulle libertà dei cittadini.

Mi ritrovo nella radicalità dell'approccio di Piero Ostellino, che ritiene la nostra una costituzione «né liberale né sovietica», ma solo «paradossale», proprio nella prima parte. Una «finzione retorica, nella migliore delle ipotesi; una vecchia ipoteca sulle nostre libertà, nella peggiore», per convincere alcuni italiani di trovarsi in uno Stato liberale e altri in uno Stato socialista. Il risultato è «un ibrido fra i principi del costituzionalismo liberale e i programmi del costruttivismo sociale della Costituzione sovietica del 1936... Ma una Costituzione che non pone al centro dello Stato l'Individuo, bensì la Collettività, non è una Costituzione liberale».

Sacrificate le libertà "formali", borghesi, ad essere solo un mezzo, non il fine, e comunque subordinate a quelle "sostanziali", collettive. Una costituzione che poteva piacere a Dossetti, o a Togliatti, ma per esempio non a Gaetano Salvemini, che la definì «la più scema che mai sia stata prodotta dai cretini in tutta la storia dell'umanità».
«Ti par poco farsi un'idea di quell'Himalaya di somaraggini? Un'assenza così totale di senso giuridico non si è mai vista in nessun paese del mondo... i soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile di emendare, o prima o poi, quel mostro di bestialità... Non c'è nulla da fare. Bisogna lasciare che la barca vada a mare come può, e bisogna mettersi a costruire un'altra barca». Gli italiani «meritavano di meglio che un'Assemblea costituente formata in gran maggioranza da somari, scelti non dagli elettori ma dalle camorre centrali dei partiti così detti di massa. Meritavano di meglio che quel polpettone incoerente che sarà la Costituzione italiana».
Non ci è sfuggito, sabato scorso, l'editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera. «Un solo Sì o un solo No per decidere su decine e decine di questioni»? Per Sartori «un'assurdità».
«Che fare? Secondo me, dovremmo fare come facciamo sempre in casi analoghi. Ci sentiamo male? Siamo malati? Andiamo da un dottore e ci rimettiamo a lui. Abbiamo una grana legale? Andiamo da un avvocato che la gestisce per noi. Non sappiamo come investire i nostri soldi? Chiediamo a un consulente finanziario. Alla stessa stregua, se uno non sa se la nuova Costituzione sia buona o cattiva, allora una persona di buon senso chiede lumi ai costituzionalisti, a chi ne sa... un Paese serio dovrebbe ascoltare i propri esperti. Se gli esperti dicono No, dovrebbe votare No».
Ci associamo a Massimo Adinolfi (Azioneparallela), che in un brillante commento su Leftwing - settimanale on line di sinistra che ha intitolato il proprio numero in polemica proprio con Sartori («La repubblica degli intenditori») - ha trovato l'aggettivo corretto per l'editoriale del professore "so tutto io": «Volgare».

«Se davvero fosse serio che il voto si allineasse al parere degli esperti, tanto varrebbe abolire il referendum». Il Parlamento, le elezioni... insomma, la democrazia. «E' incredibile - sbotta Adinolfi - che la difesa dei valori costituzionali sia affidata dal Corriere a un articolo così volgare... Difficile - insiste - trovare uno scienziato dalla politica che abbia un'opinione così volgare (ripeto: volgare) dell'agire politico e delle sue forme democratiche d'espressione».

Semplicemente, il più diffuso quotidiano del nostro paese ha dato spazio in prima pagina a una posizione tecnicamente anti-democratica, inneggiante a una platoniana Repubblica dei tecnici, dei saggi, a una democrazia sotto tutela. D'altra parte, votando c'è sempre il rischio che il gregge non ascolti il parere degli esperti, siano essi vescovi o insigni costituzionalisti.

14 comments:

Nihil said...

L'unico che ho letto disposto a proseguire con le riforme è stato Chiamparino. L'intervista è sul Corsera, non l'ho trovata per intero online ma riporto questa frase:
"La vittoria del no non ha voluto dire la Carta non si tocca. Piuttosto i cittadini hanno rifiutato l'idea che una Costituzione si possa modificare a maggioranza. Già sbagliammo noi con 5 articoli, figuriamoci la Cdl che ne cambiava 52; queste modifiche non andavano bene. Ora bisogna trovare le risposte giuste a domande che esistono".

Paolo di Lautréamont said...

Eccellente la prima parte del post. Non sono dalla parte di Adinolfi, abile costruttore di se stesso, più che (facile) denigratore di Sartori...
Domani ci torno su con un articolo.

JimMomo said...

Spero che tu non abbia confuso Adinolfi.

Sostiene Proudhon said...

(...dal commento sembrerebbe proprio che abbia sbagliao adinolfi...)

su sartori concordo in pieno, saranno i segni dell'età, anche io sono rimasto stupito che il corriere si sia affidato ad un articolo così volgare (giusta la definizione), una vera caduta di stile.
nel merito del tuo articolo, naturalmente rispetto la tua legittima opinione a favore del presidenzialismo e la tua visione assai tecnica e funzionale delle istituzioni, anche se io la penso diversamente (ma neanche troppo, ritrovo anch'io un'esagerata dose di retorica, ma vado piuttosto alla ricerca di un giusto equilibrio).
quello che vorrei obiettare, invece, è il giudizio sul popolo del "no". ti confesso di aver ragionato a lungo poiché un cambio di forza di governo, un'accellerazione del federalismo e uno sveltimento delle istituzioni sono temi su cui ragionare. poi ho tratto le mie conclusioni - che ti risparmio - e ho scelto per il no. il 62% che ha condiviso la mia scelta, in parte l'ha condivisa per via di un atteggiamento conservatore. ma un'altra, larga parte di chi ha scelto no (compresi soprattutto gli elettori di centrodestra che hanno optato per il no e compreso me da sinistra) ha fatto una scelta di tipo riformista cosciente, non da riformista dell'utlima ora (è questo il giudizio che contesto). che il massimalismo sia tutto mai, siamo d'accordo. ma che il carattere gradualistico del riformismo sia muovere un passo alla volta, questo non significa che ogni passo vada compiuto. ci sono alcune questioni che sono davvero fondamentali, di sistema. ti faccio un esempio: io vedo l'assoluta necessità di un federalismo vero e funzionante, e non voglio cambiare la forma di repubblica parlamentare né a favore del presidenzialismo, né del semi-presidenzialismo (pur volendola decisamente sveltire e migliorare).
insomma, non è che "sulla costituzione non si vota", ma domani mi chiedessi di votare per il federalismo ti direi di si, se mi chiedessi di votare per il presidenzialismo ti direi di no, e non ci vedo nulla di conservatore in questo, è una preferenza ragionata sulle forme di governo. (se poi volessi ragguagli più precisi sulla mia posizione nel merito della riforma li trovi sul blog, ovviamente.)
un saluto

JimMomo said...

Grazie per il commento utile e garbato (che non guasta).

Ma io non penso affatto che il "popolo" dei no sia conservatore. E' che (era il titolo del precedente post) sono pessimista su chi incasserà politicamente la vittoria dei no. Inoltre, nella classe politica vedo poco spirito riformatore. C'è una stanchezza per le riforme istituzionali, perché la nostra politica ha sciupato parecchie occasioni.

A me dispiace questo. Come sai non mi dispiace troppo che sia naufragata *questa* riforma, che comunque consideravo non mia.

Sono certo che se si aprisse un dibattito serio sulle riforme istituzionali (serio vuol dire con la politica che si divide in base a delle convinzioni e non ai calcoli elettorali) la gente sceglierebbe di nuovo l'uninominale e, come minimo, il premierato.

ciao

Sostiene Proudhon said...

beh proprio perché asspiamo entrambi che il dibattito serio sulle riforme istituzionali è un'utopia (basta pensare che nelle ultime 24 ore fassino ribadisce che bisogna applicare il federalismo a 360° e la lega insiste nel ripetere di dover pensare nuove strade per il federalismo... mi sembra una barzelletta) io penso che rivedere l'articolo 138 e imporre la maggioranza qualificata metterebbe la classe politica con le spalle al muro, costringendola a trovare un percorso serio perché condiviso.
poi ti confermo che se io potessi votare domani, 100% approverei un maggioritario uninominale a doppio turno (il turno unico è l'arma in mano alla partitocrazia), e sul premierato approverei al 100% poteri di nomina e revoca più sfiducia costruttiva per dare maggiore stabilità. all'80%, invece, ragionerei favorevolmente all'impostazione inglese dove il rapporto tra premier (scioglimento delle camere) e parlamento (fiducia) è paritetico. oltre non vado.
un saluto anzi buona notte che è tardi

Ottavio said...

Niente segni dell'età e nient'affatto volgare, è piuttosto la rappresentazione di un'idea di delega del pensiero come rinuncia a fare qualcosa che costa.
E' la chiara e netta realtà di comportamento della stragrande maggioranza delle persone.
Quello che è sicuramente sbagliato e tremendamente ingenuo è il credere che con la delega si scelgano le persone adatte ad affrontare i problemi sottoposti.
Nella maggioranza dei casi si delega a chi ha un viso simpatico, a chi è bravo nella dialettica, a chi ha successo, ha chi è contro qualcuno a noi antipatico, insomma a chi se va bene ha poco a che fare con la decisione da prendere.

Ottavio said...

A proposito di delega del pensiero, già il solo chiamare all'americana una possibile riforma la rende odiosa e di conseguenza sbagliata per almeno metà degli italiani, se poi si tiene conto che l'eventuale valutazione nel merito è spesso delegata alla politica allora si può intuire l'inattuabilità di questa ipotesi di riforma.

Un bel no così netto al referendum ha messo almeno 10 anni di stallo ad ogni tipo di riforma, a meno che non si decida di nuovo di fare una riforma a colpi di maggioranza.

In entrambe i casi sopracitati spero di essere smentito al più presto e il più clamorosamente possibile.

JimMomo said...

Osservazioni intelligenti, Ottavio, io credo che se solo avessimo la possibilità di spiegare cosa significa quel richiamarsi a una riforma "americana", sarebbe plebiscitata, anche a sinistra.

Ottavio said...

Mi sembra che poca politica abbia convinzioni vere e la rimanente maggioranza sia bravissima nei calcoli.

Sono comunque d'accordo con te e anche se sarà molto difficile meglio insistere che lasciar perdere, non si sa mai.

Astrolabio said...

ma come si fa a cambiare tutta la costituzione se prima non c'è una guerra o una rivoluzione?

non credo che ci siano precedenti storici.

Sostiene Proudhon said...

la Svizzera (che di guerre non ne sa molto...) ha fatto tante di quelle modifiche con lo strumento della revisione costituzionale che nel 2001 (mi pare) ha finito con l'approvarne definitivamente una nuova.
in ogni caso, i limiti e i metodi sono contenuti nella costituzione stessa, ecco come si fa

Grendel said...

@Astro: guarda che la costituzione USA è stata emendata 27 volte in poco più di 200 anni.

Uio said...

E infatti basta leggerla un attimo per capire che sarebbe più utile, anche se meno "storico e romantico", fosse riscritta e risistemata. Ammodernandola.

Personalmente ero, sono e rimango contro una riforma che imponga il bipartitismo: azzoppa, quasi uccide la libera scelta democratica. Scegliere tra due è poco, troppo poco.

Il sistema inglese e quello tedesco funzionano, senza dover avere SOLO due partiti.