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Monday, June 12, 2006

Conoscete la storia di Sergio D'Elia?

Prosegue la becera campagna d'odio contro Sergio D'Elia. Faceva figo mettersi la spilletta di Nessuno tocchi Caino, faceva chic farsi fotografare con Sergio, apparire alle conferenze stampa, comparire con la propria firma sugli appelli contro la pena di morte. Oh sì che faceva figo. Adesso in molti sembrano essersi scordati di quelle strette di mano, di quegli scatti, di quelle campagne. Quel D'Elia che hanno conosciuto e apprezzato che fine ha fatto? Una strumentalizzazione politica che dura il tempo d'una settimana di mezza estate vale il linciaggio di un uomo? D'Elia merita questi attacchi che hanno il solo scopo di poter titolare contro l'odiata sinistra che ha fatto «un terrorista [senza neanche precisare ex-] segretario della Camera»?

E' bene ripeterlo. Sergio D'Elia non ha mai fatto parte e non fa parte di quella lobby degli anni '70 - che c'è - i cui membri hanno conservato intatta una rete di relazioni che gli hanno garantito l'accesso alle leve del comando e alle postazioni nevralgiche del mondo dell'informazione e della cultura.

D'Elia è arrivato dov'è con le sue gambe e non grazie alle conventicole, ancora attive, che aiutano gli amici degli amici e si servono di un passato terribile, dosandone l'afflusso nei media, per regolare vecchi conti o per giocare ancora una loro partita politica. Il fatto che sia Il Foglio, sia il Manifesto, sia l'Unità, in questi giorni si siano rifiutati di pubblicare articoli e documenti che erano stati proposti in sua difesa non può non voler dire qualcosa.

D'Elia non ha nulla a che fare con il fenomeno del «pentitismo» accattone. Lui si è «dissociato» quando ancora la dissociazione non garantiva alcun vantaggio dal punto di vista processuale. «Dissociazione» vuol dire scioglimento delle organizzazioni, cessazione di qualsiasi vincolo associativo, rifiuto della violenza, non ha a che fare con le rivelazioni di un "pentito" in cambio di sconti di pena. Di più. D'Elia si è dissociato dall'interno del carcere, iniziando a condurre nel luogo più difficile una rischiosa lotta antiterrorista, volta a isolare i terroristi. La sua non fu, come per molti, la presa d'atto di una sconfitta militare della lotta armata, ma la ferma denuncia della sua totale e «devastante erroneità».

Per questo, oltre che per i vent'anni di attività politica, la sua storia è un «tesoro» per chi crede nella civiltà giuridica. E se si vuole proprio parlare della lobby degli anni '70 non si può prescindere dalla diversa storia personale di D'Elia.

L'altro ieri D'Elia ha incontrato Potito Peruggini, nipote di una delle vittime di Prima Linea. Mi ha colpito, sentendo un'intervista a Peruggini, la pacatezza e la civiltà con cui ha spiegato ciò per cui si batte. Non per la vendetta, per ottenere dallo Stato il marchio a vita sui colpevoli di allora, ma per la ricostruzione storica degli anni di piombo, nella consapevolezza che la verità storica non è proprietà esclusiva delle vittime o dei carnefici, ma patrimonio di un'intera comunità, la maggior parte della quale fu estranea a quella violenza, che in ogni caso la riguarda.

Peruggini dice qualcosa di vero. Non contesta la legittimità dell'elezione di D'Elia, né ritiene che rappresenti un'offesa per le vittime del terrorismo. Si concentra invece sulla vera offesa: l'etereo mondo degli intellettuali, il mondo della politica e della cultura, a volte per la coscienza sporca, tendono a sottovalutare il fatto che una vera riconciliazione non può venire da un'amnistia politica o da una qualche formula retorica, ma da un lavoro collettivo di ricostruzione storica di quegli anni che ne fissi la memoria nella coscienza nazionale.

A quasi trent'anni da quelle vicende «non abbiamo bisogno di tentativi di strumentalizzazione» e di un'«indignazione ad orologeria», spiega Peruggini, ma di «aiutare a riscrivere una pagina della storia del nostro paese, affinché tutti gli italiani ricevano una verità storica di quanto si tenta invece di manipolare per interessi di parte». A questo obiettivo dovrebbero essere volti gli sforzi dei parenti delle vittime e delle loro associazioni. E gli «irriducibili del terrorismo - conclude - diano un contributo alla ricostruzione di queste verità storiche, o tacciano, perché le loro vittime non hanno diritto di replica».

Lettura consigliata: Giuseppe Pisauro (L'Unità)

5 comments:

salvio said...

E ci si è messo pure quel populista di Grillo:

http://www.beppegrillo.it/2006/06/post_21.html

Simone da Roma said...

CONCORDO AL 100%

adriano68 said...

Mi hai quasi convinto!

giulio said...

resta il fatto che d'elia è stato condannato, è un assassino ed ora siede in parlamento. ha si scontato la pena e si è 'dissociato' dalla vecchia guardia rossa ma non basta a cancellare ciò che ha fatto. sicuramente è una persona cambiata rispetto all lontano '78, quando un ragazzo di 23 è morto anche per causa sua(23 anni...).
comunque non credo sia giusto che una persona del genere sieda nel nostro parlamento.

Anonymous said...

Concordo pienamente con Giulio, tra l'altro vorrei fare e far fare una piccola riflessione... Quando si fanno i concorsi per il pubblico impiego occorre presentare il Casellario Giudiziale lindo per essere vincitori e prendere il posto. Può una persona che ha sulla fedina e sulla coscienza omicidi e distruzione di famiglie rappresentare il popolo italiano? come può un elettore (benché ignori il passato dei candidati) votare un autore di simili berbarie? Non credo che scontare qualche anno di carcere possa cancellare il dolore dei familiari delle vittime innocenti.
Spero che qualcuno mi risponda!