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Monday, June 19, 2006

L'Italia degli outsider

C'è sempre un quarto statoPiù liberale, quindi più giusta

Da pochi giorni eletto presidente della Commissione Attività produttive della Camera, non si può certo dire che Daniele Capezzone perda tempo. Ha già lanciato un ispirato manifesto-appello, pubblicato sabato scorso su Il Sole 24 Ore, «per uno statuto degli outsider e una nuova alleanza sociale». Parla «al popolo dei non garantiti», milioni di consumatori, giovani, donne, imprenditori dell'innovazione, lavoratori del privato, disoccupati, sottoccupati, pensionati, immigrati, tutti «fuori dal fortino delle garanzie e dei privilegi», «silenziati prima ancora che silenziosi».

Raccoglie le prime illustri adesioni, rigorosamente bipartisan ma tutte unite dal comune denominatore liberale: da Alberto Alesina a Francesco Giavazzi, da Oscar Giannino ad Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro, dell'IBL. Già in campagna elettorale Capezzone e i radicali avevano fatto di tutto per introdurre nel dibattito politico i temi posti dalla cosiddetta "agenda Giavazzi". Oggi ancor più stonate suonano le pretestuose lagnanze di chi vede una Rosa nel Pugno «sbilanciata sui temi tradizionali dei radicali» (come se le riforme economiche non ne facessero parte) e i «contenuti sociali» sacrificati (Cesare Marini, il Riformista, 17 giugno).

I fatti dicono che la Rosa nel Pugno in questi giorni ha aggredito le due questioni sociali più vaste e urgenti del paese con altrettante campagne aperte. L'iniziativa nonviolenta di Pannella e altri 1.500 cittadini, non per un atto di clemenza, ma di giustizia, e ora quella di Capezzone. Peccato che sul campo siano scesi solo i radicali, mentre i socialisti dello Sdi sono rimasti a scaldare le poltrone in tribuna, in attesa di qualche campo profughi allestito per loro in zona Ds.

Il manifesto di Capezzone, che si può sottoscrivere qui (e vi sollecito a farlo) ha il merito di comunicare tutto l'ottimismo e la freschezza di un giovane politico di talento. «L'Italia ce la può fare. E' ancora possibile invertire la rotta sia rispetto ai segni concreti di declino, sia rispetto alla retorica del "declino inevitabile"». Detto questo, però, non cede a facili illusioni: le cose non vanno affatto bene e «occorre voltare pagina». L'analisi è precisa e implacabile:
«Un sistema dei partiti vecchio, eppure ancora troppo potente e costoso, inchioda il paese e la politica italiana a risse di fazioni, a scontri di tifoserie: e da oltre un decennio, a maggioranze troppo timide rispetto alle grandi urgenze di cambiamento, si contrappongono opposizioni dedite a tentare di scalzare e demonizzare i Governi, ma incapaci di sfidarli sul terreno di solide controproposte di riforma. Così, si moltiplicano le occasioni e i fenomeni di sterile conflittualità, che fanno il gioco delle componenti più illiberali e conservatrici dei due schieramenti, così come delle mille lobby impegnate a proteggere i propri privilegi, mentre si impediscono quei confronti che nutrono le democrazie, rendono più saldo il tessuto civile e aiutano il prevalere, dentro e fuori i Poli maggiori, delle forze liberali e riformatrici».
Per invertire la pesante tendenza di tutto questo, «occorre una terapia d'urto»:
«Servono non maggiori protezioni ma una più concreta offerta di chances al popolo dei "non garantiti": occorre un vero e proprio "statuto degli outsider", di quanti (consumatori, giovani, imprenditori del rischio e dell'innovazione, donne, lavoratori del privato, disoccupati, sottoccupati, pensionati sociali e al minimo, immigrati) sono e restano fuori dal fortino delle garanzie e dei privilegi. Questa Italia degli "outsider", dei "non garantiti", di fatto priva di tutele, è oggi senza volto e senza voce, silenziata prima ancora che silenziosa».
Altrettanto chiara è la via che viene indicata dal manifesto. Tre priorità:
1) «imboccare con decisione la via delle liberalizzazioni» e delle "riforme senza spesa" (i servizi di pubblica utilità, anche a livello locale, in una corretta suddivisione dei ruoli tra pubblico e privato; il superamento degli ordini professionali; l'abolizione del valore legale del titolo di studio universitario; nuove imprese aperte in 7 giorni), perché «la concorrenza è per definizione un agente di giustizia sociale: e il superamento delle rendite monopolistiche e oligopolistiche, con relativa riduzione dei costi dei servizi, è un fattore fondamentale di miglioramento delle condizioni di vita in primo luogo delle fasce più povere della popolazione».

2) riforme strutturali: sanità, pubblico impiego e pensioni, «a partire dall'innalzamento dell'età media effettiva di pensionamento, in una nuova alleanza tra padri e figli, e con atti di generosità dei primi nei confronti dei secondi». Non solo tagli della spesa, ma anche nuove regole per controllarne la crescita in futuro.

3) per il mercato del lavoro «ripartire» dal Libro Bianco di Marco Biagi. Invece delle garanzie attuali, che tutelano 17 lavoratori su 100 che perdono il lavoro, «pensare al modello inglese, con un sussidio di disoccupazione, e un meccanismo di "welfare to work"».

Una «coraggiosa» politica di riforme e di modernizzazione, conclude Capezzone, «avrebbe la doppia caratteristica di rimettere il paese in movimento e - insieme - di aiutare i più deboli».

«Ogni volta che ho introdotto una riforma, mi sono pentito solo di non essermi spinto ancora più avanti».
Tony Blair

13 comments:

G.L. said...

Una volta tanto non è il caso di perdersi in sottigliezze. In ambito economico siamo quasi d'accordo. Qua la mano.

www.mariniello.net said...

Condivido, ma non firmo: le richieste sono giuste, ma sono stonate se si guardano i compagni di viaggio di Capezzone.
State nel posto sbagliato: lo sapete, ma le poltrone fanno gola a tutti, specie a chi non ne ha mai avuta una: vi capisco. GM

JimMomo said...

Se ne farà una ragione della tua mancata firma, per fortuna però i vertici dell'istituto Bruno Leoni non fanno il tuo ragionamento.

Phastidio said...

Io credo molto poco a queste raccolte di firme, ma ho aderito, per non lasciare nulla di intentato...

aa said...

jim: se ho tempo firmo (faccio come Hitchens - batutta cattiva).

Adesso, pero': dimmi se al posto di capezzone non era meglio mandare uno come turci... sinceramente.

...

credo anch'io molto poco alle

semplicemente liberale said...

Posso dirlo? Questi appelli non servono a nulla. Concretamente.

www.mariniello.net said...

Risposta isterica, degna di un radicale. GM

nihil said...

Le petizioni online non valgono la carta su cui sono scritte.

John Christian Falkenberg said...

Capezzone rischia di dimostrare quanto (poco) i Radicali siano vicini ai loro attuali compagni di strada, pero' penso valga comunque la pena dii provarci, anche con un manifesto blairiano e non tatcheriano

JimMomo said...

Perché "rischia"? Credi che tenti di nasconderlo? Secondo me no.

C'è chi intende la politica con alleanze e posizioni e chi la intende con iniziative.

semplicemente liberale said...

"C'è chi intende la politica con alleanze e posizioni e chi la intende con iniziative"

Mai pensato che vengono prima le alleanze, i rapporti di forza, le strategie, e poi le iniziative?

L'iniziativa è l'azione. Ma se prima dell'azione non c'è un disegno e se per quell'azione non ci sono risorse spendibili, l'iniziativa si chiama velleità.

Che in politica fa rima con inutilità.

Anonymous said...

domanda: ma mingardi non e' un po' troppo "accademico"?

(battuta cattiva)

aa

semplicemente liberale said...

Silenzio tombale dalle parti di Torre Argentina, caro aa. :)

Game Set Match.