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Wednesday, February 06, 2013

E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.

Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.

Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.

E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.

Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).

Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.

Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».

Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.

Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.

Wednesday, August 18, 2010

Cossiga e il lato oscuro del potere

Ciò che affascina, intriga, e allo stesso tempo inquieta, della figura umana e politica di Francesco Cossiga è la sua frequentazione con il lato oscuro del potere. E come ne sia uscito piuttosto malconcio, provato dai turbamenti dell'anima, ma tutto sommato a testa alta. Non solo in momenti delicatissimi per la sopravvivenza della Repubblica si è trovato ai vertici dei cosiddetti "ministeri della forza" - sottosegretario alla difesa con delega a sovrintendere "Gladio", di cui si definì «l'unico referente politico»; ministro dell'Interno nel culmine degli anni di piombo (rapimento Moro), che affrontò con estrema durezza - ma ha sempre creduto nella nobiltà anche di quell'aspetto disincantato della politica che il più delle volte implica la responsabilità del "lavoro sporco".

C'è un angolo buio, infatti, che sfugge, almeno per un primo momento, al controllo democratico dell'informazione e dell'opinione pubblica e che ha a che fare con la sicurezza più elementare di uno Stato, con tutte le misure da mettere in atto - anche segretamente - per assicurarne la sua stessa sopravvivenza. E' una inevitabile zona d'ombra - cui neanche la democrazia può sfuggire, se non vuole esporsi disarmata agli attacchi dei suoi nemici - dove è labile il confine tra la democrazia e il suo contrario, e dove il male e il bene si confondono. E chi opera in quelle zone incerte si ritrova solo con la propria coscienza; è il solo a sapere, o a illudersi di sapere, se sta esercitando i suoi poteri per o contro la democrazia e le sue istituzioni, mentre dall'esterno gli altri - per cultura o per convenienza - sospettano e spesso si convincono dei peggiori teoremi. Cossiga ha veleggiato per questi perigliosi flutti, toccato con mano il potere allo stato puro, con i suoi pesi e la sua tragicità, pagando per intero, innanzitutto nella propria intima coscienza, il prezzo di scelte drammatiche e impopolari.

Una tragicità che non può capire chi coltiva un'idea semplicistica, moralistica, infantile della democrazia, dalla quale è portato a considerare tali zone come luoghi in cui vengono necessariamente orditi complotti e trame inconfessabili. E' molto più rassicurante in effetti credere in un potere che tutto sa e controlla, dispone, per poterlo accusare di ogni nefandezza, piuttosto che fare i conti con una realtà molto più complessa, nella quale magari chi detiene per un certo periodo quel potere brancola nel buio, non riesce a calcolare tutte le variabili ed è esposto ad ogni tempesta, dovendo dare ai suoi cittadini l'impressione del contrario. Più rassicurante, da un certo punto di vista, credere che Cossiga e la Dc non abbiano voluto salvare Moro, piuttosto che rassegnarsi all'idea che non abbiano potuto.

Moro, "Gladio", le stragi e gli anni di piombo. Esperienze che segnarono Cossiga nel profondo e da cui uscì con l'immagine indelebile del cattivo per antonomasia, il Kossiga delle leggi emergenziali, dei misteri d'Italia, dei servizi deviati, amico degli "amerikani" e della perfida Albione. Insomma, il volto "sporco" del regime. C'è ancora chi sotto sotto non ha smesso di considerarlo un "golpista" mancato. Un'immagine ingiusta, alimentata dalla sua ostentata vicinanza agli apparati di sicurezza, ma in modo decisivo da veri e propri miti. Ma Cossiga non ha rinnegato se stesso, non si è dato allo scaricabarile, e suo malgrado ha imparato a convivere con quell'immagine («non rinnego niente. Anzi mi tengo, sia chiaro, la kappa con la quale veniva effigiato il mio nome sui muri di tutt'Italia»). Un peso che si è aggiunto a quello già tremendo delle responsabilità che si è dovuto assumere nello svolgimento delle sue funzioni di sottosegretario prima, ministro poi e infine presidente, dando prova di un senso dello Stato inconcepibile per personaggi modesti come Moro.

Non c'era la pazzia, né la depressione, dietro le sue "picconate" alla Prima Repubblica. Alla consapevolezza dell'esigenza di rinnovamento del sistema politico dopo la caduta del Muro di Berlino si aggiungeva una lucidissima sofferenza interiore e un forte spirito di rivalsa nei confronti di una classe politica di ignavi, che nel momento delle accuse e dei veleni non aveva saputo fare quadrato, lo aveva lasciato solo, e alla fine persino accerchiato, come se certe scomode verità, o silenzi, non fossero frutto di una ragion di Stato condivisa ma attribuibili unicamente a Kossiga, l'"anima nera" della Repubblica. Concluso il suo settennato ha cominciato a giocare con quell'immagine di "cattivo", a togliersi i "sassolini dalle scarpe", come colui che non ha più nulla da perdere in termini di immagine e che non deve più alcun riguardo ai tanti mediocri che hanno abitato insieme a lui il mondo della politica. E' diventato il "picconatore" irriverente che abbiamo apprezzato e di cui questo Paese avrebbe avuto ancora bisogno. Ma da quella sua irriverenza e dalle sue provocazioni non ha mai cessato di trapelare un pizzico di malinconia, la malinconia di chi in fondo sa di rimanere incompreso.