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Wednesday, February 06, 2013

E' già "Unione" tra Monti e Bersani e già litigano tutti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Doveva essere l'inizio della Terza Repubblica, ma stiamo assistendo all'eterno ritorno delle due grandi anomalie che hanno contraddistinto la politica italiana fin dalla Prima. Una sinistra che, chiusa nel suo recinto ideologico, non riesce ad allargare i suoi consensi oltre la soglia di 1/3 dell'elettorato, nell'ipotesi migliore; e che per superare la storica diffidenza della maggioranza degli italiani, per essere credibile come forza di governo, sia agli occhi dei cittadini che delle cancellerie europee e dei mercati, ha bisogno della legittimazione di una forza centrista e di una figura "tecnica". A fronte di questo deficit di credibilità della sinistra, c'è sempre stato un pezzo più o meno consistente, a seconda delle fasi storiche, del mondo democristiano, "moderato" si direbbe oggi, che ha giocato il ruolo di "sdoganatore" e legittimatore della sinistra. Nella prima Repubblica guidando i giochi, nella seconda subendoli.

Fino alla caduta del muro il problema non si è posto, vigeva la "conventio ad excludendum" nei confronti del Pci, al governo solo negli enti locali. Ciò non di meno non sono mancate esperienze di governo di centrosinistra – dai primi anni '60 con la partecipazione attiva del Partito socialista di Nenni, fino al cosiddetto "compromesso storico", il tentativo di coinvolgimento del Pci. Nella II Repubblica fu il democristiano Romano Prodi a guidare i primi governi di centrosinistra con l'ex Pci principale azionista di maggioranza, ma dotato di una stampella centrista – prima il Ppi e la piccola formazione dell'ex premier tecnico Dini, poi la Margherita.

Il progetto del Pd, originariamente, doveva servire proprio a superare questa anomalia, la storica "non autosufficienza" della sinistra italiana. Eppure, siamo nel 2013, dopo l'inglorioso fallimento dell'ultimo governo Berlusconi, e torniamo al punto di partenza: Bersani – gli fa onore il suo realismo – è costretto ad aprire alla collaborazione con il centro montiano, consapevole che l'alleanza progressista, da sola, rischia di non avere i numeri per governare. E che anche nel caso li avesse, avrebbe comunque bisogno di spalle più larghe per superare la diffidenza interna e dei mercati.

E Monti – esattamente come Aldo Moro negli anni '60 e '70, quando però era ancora la Dc a distribuire le carte, e come Dini, Ciampi e Padoa Schioppa negli anni '90-2000, in una posizione, invece, di totale subalternità – si presta per il ruolo di legittimatore della sinistra. Con l'unica differenza che questa volta l'accordo non è pre-elettorale, ma post-elettorale. Il calo del Pd nei sondaggi e lo spostamento a sinistra della sua campagna per far fronte alla concorrenza di Grillo e Ingroia sul lato sinistro, hanno indotto Bersani all'apertura nei confronti di Monti, sia per rafforzare la sua personale credibilità internazionale, sia per non dare agli elettori l'immagine di un centrosinistra ancora chiuso nel suo recinto e, dunque, "unfit" a guidare il paese. Ai suoi elettori il segretario del Pd giustifica l'apertura al centro con la necessità di combattere, e ridurre all'opposizione, i nemici storici, «il berlusconismo, il leghismo e il populismo». Ma la realtà è ben diversa: si tratta di evitare alla sinistra un'altra vittoria mutilata.

Come ha risposto Mario Monti? Ha ricambiato: «Apprezzo ogni apertura e disponibilità da parte di Bersani». E siccome i sondaggi non sono gran ché, fa anche lui esercizio di realismo e si rimangia l'indisponibilità, precedentemente espressa, a far parte come ministro di un governo di centrosinistra. A chi gli prospetta questa ipotesi, il premier uscente si limita ad osservare che «sono temi prematuri», ma senza escluderla. Forse ad oggi «non esiste alcun accordo con il Pd», ma la propensione, quella sì, se la capolista alla Camera in Lombardia di "Scelta civica per Monti", Ilaria Borletti Buitoni, invita esplicitamente a votare Ambrosoli, il candidato del Pd alla Regione, facendo infuriare Albertini («così si cancella la proposta politica del presidente Monti»).

Se Bersani è interessato ad una collaborazione, allora «dovrà fare delle scelte all'interno del suo polo», ha detto Monti rivelando che quanto meno sono già iniziate le trattative. Ferma la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere». Che Monti e Casini pongano al segretario del Pd una pregiudiziale su Vendola è del tutto strumentale. L'alleanza progressista è inadatta a governare non perché ci sia Vendola, la cui forza rappresenta il 3-4%, e che tra l'altro è il governatore di una regione importante come la Puglia, che non sembra in mano ai soviet. E' la corrente maggioritaria del Pd, succube della Cgil e delle sue ricette economiche vecchie di mezzo secolo, a non offrire sufficienti garanzie.

Non sorprende che Vendola non l'abbia presa bene («spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l'alleanza del centrosinistra»), ma il patto tra "progressisti e moderati" dopo il voto sembra, se non cosa fatta, uno sbocco inevitabile per entrambi. E lo stesso Vendola ha firmato una carta degli intenti in cui si dice che il centrosinistra dovrà «cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale» e dovrà impegnarsi «a promuovere un accordo di legislatura con queste forze».

Evidente il vantaggio che può trarre Berlusconi da questa situazione. L'errore strategico di Monti, infatti, è che invece di porsi come nuova offerta politica di centrodestra, chiaramente alternativa alla sinistra, contendendo quindi al Cavaliere il suo elettorato deluso, ha inteso sfidare il berlusconismo puntando su una collaborazione con la parte riformista del centrosinistra, che sarebbe il Pd, proprio in chiave antiberlusconiana. Ma così l'odore di una "Unione 2.0" si fa sempre più persistente, con tutto il suo carico di contraddizioni e litigiosità. Stavolta ancora prima del voto, centristi e sinistra cominciano a litigare tra di loro e al loro interno, mentre Berlusconi può già rappresentare l'unica alternativa al governo dei "tassatori" Bersani-Monti.

Sembra uno di quei film in cui il protagonista è condannato a rivivere per sempre la stessa giornata.

Tuesday, October 26, 2010

Il caso Chirac, esempio di scudo reiterabile

Fini continua a dimostrare una strumentalità senza pudore, e senza che nessuno lo colga in contraddizione. Ultima della serie la questione della non reiterabilità del lodo, che alla fine sembra abbia imposto con successo, nonostante sia del tutto demenziale. Proprio perché lo scudo giudiziario si riferisce alla carica, e non alla persona che la ricopre in quel momento, sarebbe stato infatti coerente garantirne la reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.

Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.

Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.

Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.

Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.

Monday, August 23, 2010

Alle comiche finiane

Inevitabile e doverosa la richiesta di chiarimento che il governo chiederà al Parlamento a settembre. Nulla di trascendentale e di rivoluzionario, i cinque punti ricalcano il programma votato dagli elettori e riprendono né più né meno la linea che il governo sta già portando avanti, tanto che i finiani hanno subito annunciato che voteranno la fiducia. Ma la novità non sta nel merito dei cinque punti, quanto piuttosto nell'atteggiamento di Berlusconi, che ha finalmente chiarito che non intende farsi «logorare» in trattative «al ribasso» su ogni singolo provvedimento del programma come quelle che hanno portato allo snaturamento del ddl intercettazioni. Un «prendere o lasciare» estraneo alla politica, da «mercato rionale», ha commentato il presidente della Camera Fini.

Se volete invece conoscere le intenzioni dei finiani, seguite Bocchino, che non le nasconde e conferma la linea del logoramento: sì alla fiducia sui cinque punti, ma poi nel merito si vedrà nelle commissioni. Fini e i suoi pensano di logorare Berlusconi come si faceva durante la "Prima Repubblica", quando il presidente del Consiglio in carica era costretto dalle correnti avversarie all'interno della Dc ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo e sulle poltrone. Fino alla caduta, avanti il prossimo e nuovo giro di giostra. Oggi Bocchino se ne è uscito con un altra delle sue, ma davvero molto, molto emblematica.

Vuole salvare Berlusconi dalla «trappola» che starebbero tessendo Bossi e Tremonti, che spingerebbero per andare a elezioni anticipate «il primo per prendersi i voti di Berlusconi e il secondo per prendere il suo posto a Palazzo Chigi». Senza maggioranza al Senato, sarebbe Bossi a «chiedere un passo indietro al Cavaliere, che verrebbe pensionato da quello che ritiene l'alleato più fedele, aprendo così la strada a un governo Tremonti che sarebbe a propulsione leghista e otterrebbe il voto di una maggioranza larghissima» con l'obiettivo di «mandare a casa Berlusconi». Ma Bocchino offre al Cav. la via per salvarsi: allargare la maggioranza ai «partiti di Fini, Casini e Rutelli» e ai «moderati del Pd ormai delusi». Dai numeri, soprattutto a Palazzo Madama, e dalla ben nota contrarietà della Lega al rientro dei centristi, si dedurrebbe che Bocchino stia proponendo di sostituire la Lega con i quattro pezzetti che cita, ma poi precisa di proporre un semplice «allargamento» della maggioranza.

Si tratta di una provocazione indicativa del tipo di rendita di posizione che i finiani si illudono di ricavare con le loro mosse di questi ultimi mesi. Berlusconi costretto a trattare non solo con un alleato su due temi precisi e concreti, ma con minimo altri tre che hanno solo l'obiettivo di logorarlo e che ambiscono a guidare un centrodestra deberlusconizzato e deleghizzato. Insomma, come nella legislatura 2001-2006, solo un po' più vecchi e un po' più frustrati. Ma tra le righe si può anche leggere che il partito Fini lo farà (Bocchino scrive già di «partiti di Fini, Casini e Rutelli») e dedurre che questo delirio sia frutto anche del presidente della Camera, almeno a voler prendere sul serio Bocchino quando parla di «strategia degli uomini del presidente della Camera» che «vanno considerati un tutt'uno con il loro leader».

La verifica di settembre sarà un impegno non da poco per i finiani, che da una parte si trovano a dover esprimere, o a negare, la fiducia per il 95% al programma con il quale si sono presentati agli elettori; dall'altra alla continuità dell'azione di governo rispetto a temi (soprattutto giustizia, immigrazione e sicurezza) su cui in questi mesi hanno espresso apertamente le loro critiche; nonché per il restante 5% al cosiddetto "processo breve", di cui però hanno già approvato la versione uscita dal Senato, e apparirebbe quindi pretestuoso volerla rimettere in discussione alla Camera.

Se poi a settembre daranno vita ad un partito, cadranno anche gli ultimi dubbi sui reali obiettivi di Fini e dei suoi, cioè ricostituire quella rendita di posizione che An e Udc avevano nella Cdl prima dell'avvento del partito unico. E si aggraverebbe ulteriormente l'incompatibilità del ruolo politico che sta giocando Fini nella maggioranza e nei confronti del governo con la carica di presidente della Camera, ruolo che dovrebbe essere di garanzia. Come ha spiegato anche il ministro Brunetta a il Giornale, confessando il «disagio e dolore» che prova dal banco del governo quando Fini presiede le sedute a Montecitorio:
«Il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte... Quello che vorrei è che sentisse l'esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell'incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l'ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».
E se il capo dello Stato avesse davvero avuto a cuore la stabilità del Paese e la tenuta della legislatura, e voluto scongiurare l'ipotesi delle elezioni - che certo non è Berlusconi a volere, sapendo che rappresentano comunque un rischio - avrebbe dovuto chiamare Fini a rispondere del suo uso politico della carica istituzionale che ricopre, fino ad imporgli le dimissioni. Detto questo, credo che sbaglino gli esponenti di centrodestra a insistere sulla cosiddetta "costituzione materiale". A suggerire il ritorno alle urne - in caso di crisi di governo e di indisponibilità di Pdl e Lega a formare nuovi esecutivi - è la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, a prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico.

Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini).

UPDATE ore 19:44
Un sempre più ridicolo Bocchino costretto a ben due precisazioni nell'arco di poche ore. La prima per correggere il tiro: non di una sostituzione della Lega con i centristi si tratterebbe ma di un «democratico allargamento della maggioranza»; la seconda, da cui fa sparire il riferimento ai «moderati del Pd ormai delusi», resa necessaria dalla netta dissociazione di tre finiani (Moffa, Viespoli e Menia).

Tuesday, August 17, 2010

Carta e prassi impongono di non tradire il responso delle urne

Errore da parte del Pdl alzare il livello della polemica con il presidente Napolitano (che comunque alla prova dei fatti difficilmente autorizzerebbe "ribaltoni"), contribuendo tra l'altro ad alleggerire la pressione su Fini. Ma nel merito ineccepibile, e prim'ancora legittima, la posizione: in caso di crisi ritorno alle urne, no governi tecnici. Napolitano invece continua a sbagliare su Fini. Innanzitutto, perché balza agli occhi il suo doppio standard: silenzio, nemmeno una parola, mentre per due anni un'altra istituzione è stata oggetto di campagne d'odio e veleni prive di fondamento. E poi perché invece di difendere il presidente della Camera, dovrebbe porsi egli stesso il problema dell'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica che ricopre, che in caso di crisi potrebbe rivelarsi per il Colle motivo di imbarazzo. Napolitano sbaglia anche a pretendere da chi comunque sarebbe chiamato a consultare (il presidente del Senato e i partiti di maggioranza) di non esprimersi sul da farsi in caso di crisi. E in ogni caso, dovrebbe quanto meno riprendere anche chi altrettanto irresponsabilmente evoca governi tecnici senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, Pdl e Lega. Invece, i suoi moniti di questi giorni nei confronti di chi prospetta in caso di crisi il ritorno alle urne come unica soluzione sembrano di fatto aver legittimato speculazioni circa la possibilità di dar vita ad un "governo tecnico" sostenuto dagli attuali gruppi di opposizione e dal neonato gruppo "finiano", contro la volontà dei partiti usciti vincitori dalle urne.

Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".

Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.

Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.

Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Thursday, January 24, 2008

Prodi contro tutti

Ciò che nutre ancora la speranza di Prodi di potercela fare ad ottenere la fiducia anche al Senato è il fatto che gli incerti, come Fisichella, i diniani e gli Ud Bordon e Manzione, e persino l'Udeur, che ha provocato la crisi, non vogliono quella fine traumatica della legislatura, quelle "elezioni subito", che uno scontro all'ultimo sangue in Senato provocherebbe, ma un governo di "tregua", istituzionale, innanzitutto per approvare una nuova legge elettorale, ciascuno con le idee diverse nel merito. Insomma, quelli da cui dipende la sua caduta, allo stesso tempo non vorrebbero tornare subito alle urne.

Così Prodi li sfida: se mi fate cadere avrete ciò che non volete. Poi ci sono le 600 nomine pubbliche con le quali può sempre "comprare" qualche assenza nel campo avversario, o qualche voto tra gli "incerti": i vertici di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Terna, Tirrenia non sono poca cosa.

Proprio per favorire uno scenario meno conflittuale, che rendesse possibile il proseguimento della legislatura con un governo di "tregua", istituzionale, soprattutto Napolitano e D'Alema si sono adoperati nelle ultime ore per convincere il professore a dare le dimissioni: "Se ti bocciano in Senato ti precludi la possibilità di un altro incarico". Un reincarico, un Prodi-bis di breve durata, a tempo, è stata l'esca con la quale hanno cercato di tentare Prodi, che però non si è fidato. Innanzitutto, crede possibile un reincarico anche venendo bocciato dal Senato mentre teme, a ragione, che da dimissionario verrebbe messo da parte in fretta. Inoltre, ciò che vuole evitare a tutti i costi è che la legislatura prosegua senza di lui. Dunque, non ha alcun interesse a svelenire il clima per permettere accordi sopra la sua testa. Prodi accarezza l'idea di essere di nuovo lui il candidato premier del centrosinistra se si andasse a elezioni anticipate, o comunque di mettere i bastoni tra le ruote di Veltroni presentando una sua lista salva-nanetti.

L'idea di D'Alema sarebbe stata quella di riagganciare Udeur e Udc promettendogli un governo di "tregua", di breve durata, per varare una nuova legge elettorale sul modello tedesco, con Veltroni emarginato nel ruolo dello spettatore. «L'operazione - ha spiegato ieri il sottosegretario Naccarato - è denominata "due piccioni con una fava". Cioè un modo per far fuori insieme Prodi e Berlusconi. Io ci aggiungerei anche un terzo piccione, Veltroni. L'idea è quella di portare in Parlamento un governo con un unico punto programmatico: una legge elettorale sul modello tedesco. Gli ideatori? Napolitano e D'Alema». Che l'operazione sia stata in campo è quasi certo. Che potesse riuscire, improbabile.

Casini chiedeva che Prodi rinunciasse ad andare in Senato e comunque avrebbe avuto molto da perdere in termini di immagine e voti, senza avere la certezza che il modello tedesco avesse potuto trovare i numeri in Parlamento. Era uno scenario ovviamente guardato con sospetto da Veltroni, cui non dispiacerebbe arrivare alle elezioni senza Prodi, ma non con il modello tedesco. Allora meglio l'offerta di Berlusconi, che il forzista Crosetto ha spiegato così: «Riforme tutti insieme dopo le elezioni. E intanto Walter va alle urne con questa legge che gli consente di scegliere lui chi mettere in lista e chi fare fuori».

Sull'altro lato, Berlusconi sembra consapevole infatti che tornare al governo con l'attuale legge elettorale, pur vincendo in modo schiacciante le elezioni, non lo metterebbe nelle migliori condizioni per governare. Fini e Casini tornerebbero da subito a perseguire l'obiettivo di logorarlo e l'Udc ha già preannunciato che all'indomani del voto lavorerebbe a un governo di "larghe intese".

«Io sono stanco, la macchina non c'è e soprattutto non ho la bacchetta magica. E invece ora tocca correre davvero e chissà come faremo...», riporta sul Corriere di oggi Marco Galluzzo, che spiega: Berlusconi «ha la consapevolezza che se tornasse al governo sarebbe comunque una via crucis». Al Senato avrebbe sì 30 o 40 senatori in più della sinistra, un'ampia maggioranza, eppure Berlusconi confida: «Sono preoccupato». Il margine al Senato potrebbe anche essere molto più largo di quello risibile di cui ha goduto Prodi, ma la pluralità di apparati da soddisfare renderebbe Berlusconi di nuovo ricattabile da An e Udc.

A questo punto le soluzioni a disposizione del Cavaliere sarebbero due. Una volta caduto Prodi, potrebbe rilanciare l'accordo con Veltroni per una nuova legge elettorale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica - che però troverebbe difficoltà a trovare i voti in Parlamento, dove nel Pd sono più forti le correnti dalemiana, mariniana e rutelliana, favorevoli al modello tedesco - oppure per andare al referendum. E potrebbe, dopo la probabile vittoria, allargare comunque la sfera del consenso, coinvolgere in qualche modo il Pd o come minimo promuovere una "pacificazione nazionale" su alcune tematiche, con una formula ancora tutta da trovare: si va dalla "Grossa Coalizione" per la quale spinge l'Udc al "modello Sarkozy", su cui sarebbe d'accordo An, prendendo il meglio della sinistra, da Amato a Ranieri.

Tuesday, January 22, 2008

Prodi kamikaze, ma Berlusconi non abbia fretta

Corretta dal punto di vista istituzionale la decisione di Prodi di parlamentarizzare la crisi. Il Parlamento dà e toglie la fiducia ai governi ed è giusto che le motivazioni politiche della nascita, o della caduta, di un governo vengano espresse in quella sede e che le forze politiche si assumano davanti al Paese le proprie responsabilità in modo trasparente.

Dubitiamo tuttavia che quella di Prodi sia fino in fondo una scelta di trasparenza e non, piuttosto, dietro la retorica dell'"istituzionalmente corretto", il tentativo di prendere tempo (da lunedì a giovedì) per delle disperate quanto opache manovre.

Visti i numeri in Senato, le ultime spericolate carte che rimangono in mano a Prodi sarebbero le 600 nomine negli enti pubblici previste nelle prossime settimane, con le quali potrebbe ancora tentare gli incerti, a suon di denaro pubblico, come ha già fatto per far approvare la Legge Finanziaria. In teoria, disporrebbe di monete di scambio per "comprarsi" due Senati, la forza d'urto di un Mastella moltiplicato per 600. In pratica, è tutto molto più complicato per il professore.

In questo momento, alla luce delle dichiarazioni di oggi, la situazione numerica al Senato è sfavorevole a Prodi.

Considerando che Marini, in quanto presidente del Senato, non voterà e che uno dei senatori a vita, Pininfarina, sarà assente per motivi di salute, i votanti saranno presumibilmente 320 e il quorum per la fiducia di 161 voti.

Ai 156 senatori dei partiti della CdL si aggiungono quelli del dissidente di estrema sinistra Turigliatto e dei tre senatori dell'Udeur (compreso Mastella), che saranno regolarmente in aula, come hanno ribadito oggi, ad esprimere il loro no. Totale: 160. Numero che potrebbe bastare, perché in caso di parità Prodi non otterrebbe la fiducia.

I tre senatori diniani e i due dell'Unione democratica, Bordon e Manzione, non hanno ancora sciolto la riserva ma hanno chiesto a Prodi di recarsi immediatamente al Quirinale per rassegnare le dimissioni, qualora domani l'Udeur, come pare praticamente certo, votasse contro la fiducia alla Camera. Tra gli "incerti" anche Fisichella, che però aveva assicurato che quello per la Finanziaria era l'ultimo voto di fiducia che concedeva a Prodi.

A meno di eclatanti, quanto devastanti per la credibilità di Berlusconi, defezioni nel centrodestra, per salvarsi Prodi dovrebbe convincere tutti questi sei incerti attualmente orientati per il "no" e ottenere il voto compatto di tutti i 7 senatori a vita (compresi Pininfarina e Ciampi, spesso assenti, e Cossiga, orientato verso il "no").

E in ogni caso, Prodi si salverebbe solo con l'aiuto dei senatori a vita. Anche se dal punto di vista costituzionale il loro voto vale esattamente come quello dei senatori eletti, il presidente Napolitano, rinviando Prodi alle Camere al termine della precedente crisi, aveva esplicitamente chiesto che ottenesse una «maggioranza politica», cioè la maggioranza dei senatori eletti. Si rimangerà queste parole?

In queste ore Berlusconi e Fini ricordano quelle parole del Capo dello Stato, proprio perché i conti sui quali Prodi basa il suo ottimismo comprendono anche i voti dei senatori a vita.

Ma una volta caduto Prodi, cosa accadrà? Berlusconi chiede elezioni subito e definisce quella attuale una buona legge elettorale, che darebbe al centrodestra una maggioranza solida. Veltroni risponde che votare ora sarebbe la «cosa peggiore» per il Paese.

Dunque, dobbiamo concludere che la crisi di governo abbia infranto le premesse e le basi di massima dell'accordo tra i due leader? E' presto per dirlo. Probabilmente dovremo aspettare l'avvio delle consultazioni al Quirinale, quando esporranno al presidente della Repubblica i loro reali punti di vista, oggi inevitabilmente condizionati dal gioco delle parti che la situazione richiede nei due campi finché Prodi rimarrà in sella.

Certamente, come ho già osservato più volte, a Veltroni conviene che tra l'esperienza disastrosa del Governo Prodi e le elezioni si frappongano un governo cuscinetto di circa un anno e una legge elettorale che favorisca la scelta del Pd di correre da solo. Berlusconi non ha queste necessità, ma non dovrebbe sottovalutare le profonde divisioni che ormai si sono aperte anche nel centrodestra fin dagli ultimi mesi della scorsa legislatura.

La richiesta di Berlusconi di andare a votare subito, anche con l'attuale legge elettorale, potrebbe rivelarsi un tentativo di alzare la posta, di esercitare una pressione in vista di una trattativa sui tempi di un governo di transizione che abbia come unico obiettivo l'approvazione di una nuova legge elettorale o lo svolgimento del referendum. Tra elezioni subito, come reclama Berlusconi, e nella primavera del 2009, come forse vorrebbe Veltroni, i due potrebbero raggiungere un compromesso per un governo di transizione dalla durata certa, e breve. Berlusconi invoca elezioni subito, ma in realtà non chiuderebbe le porte a un accordo per una nuova legge elettorale in senso maggioritario, purché comprenda l'indicazione di un termine temporale preciso, e molto breve, entro cui tornare alle urne.

Ci auguriamo davvero che Berlusconi non s'illuda che possa essere genuina la ritrovata unità del centrodestra nella prospettiva di un voto imminente con l'attuale legge elettorale. Una simile illusione sarebbe disastrosa. Fini, Casini e Berlusconi si ritroverebbero insieme per convenienza ma non per convinzione, mentre i dissapori personali e le divergenze programmatiche in questi anni e mesi sono andate approfondendosi. Ultimo esempio, proprio sul "caso Mastella", sulla giustizia: mai come questa volta, su questo tema, An aveva così nettamente contraddistinto la sua posizione da quella di Forza Italia.

Anche a Berlusconi è assolutamente necessaria una legge elettorale che gli consenta di correre da solo e farebbe bene a mettere da parte la sua fretta. Potrebbe non importare infatti la portata della vittoria sul Pd, se comunque in una delle Camere dipendesse da An e Udc, che proseguirebbero l'opera di logoramento del leader già avviata negli ultimi mesi della scorsa legislatura e ancora in atto.

Wednesday, November 28, 2007

Assist troppo invitanti

Dall'intervista di Claudio Landi al senatore Lamberto Dini (Radio Radicale, 27 novembre 2007).

Intervistatore: Tra poco lei, insieme con altri senatori, presenterete un nuovo gruppo, o per meglio dire, una componente di un nuovo gruppo. Di che cosa si tratta, quali sono i vostri obiettivi...
Dini: Mah, noi vogliamo portare avanti quelle che noi consideriamo le politiche di cultura liberale, e liberaldemocratiche, di cui noi pensiamo il paese abbia bisogno, abbia fortemente bisogno, per superare il declino nel quale è caduto.
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benissimo Marco Pannella...
Dini: Come?
Intervistatore: In un tale gruppo ci starebbe benis...
Dini: Ci starebbe benissimo Daniele Capezzone. Marco Pannella non lo so. (ride)
Intervistatore: Perché dice così?
Dini: Perché è caleidoscopico Marco Pannella, quindi, con tutto l'ammirazione e il rispetto che abbiamo per lui...

L'intervistatore alza involontariamente la palla e Dini schiaccia impietosamente.

Tuesday, November 27, 2007

Rifondazione si arrende, Dini pesa di più, ma rimane la controriforma

Il "socialismo reale all'italiana"

Come volevasi dimostrare, il vero pericolo per la sopravvivenza del governo era costituito da Dini: lui e i suoi non avrebbero votato al Senato un ddl sul welfare che avesse previsto «spese aggiuntive palesi e occulte» per accontentare la sinistra massimalista. Siccome era chiaro che Rifondazione non si sarebbe presa il rischio della caduta di Prodi, e della conseguente entrata in vigore dello scalone Maroni, alla fine il governo ha deciso di presentare un maxiemendamento che di fatto riporta il ddl al protocollo su cui le parti sociali si erano accordate lo scorso 23 luglio.

Marcia indietro sui due punti più controversi. Si torna al testo originario sui lavori usuranti, la cui estensione era la maggiore preoccupazione di Dini, mentre per venire incontro a Confindustria salta il tetto di otto mesi alla proroga per i contratti a termine e viene ripristinato anche su questo punto quanto previsto dall'accordo del 23 luglio. Modifiche solo sul job on call e sullo staff leasing, abolito. Modifiche negative ma tutto sommato marginali.

E' evidente che nel merito il provvedimento del governo è una inaccettabile e pericolosa controriforma, per i conti pubblici, per il sistema pensionistico e la forza lavoro attiva. Anziché alzare l'età di pensionamento (come si fa in tutta Europa), da noi la abbassiamo, con un costo di 10 miliardi di euro gran parte del quale sulle spalle dei lavoratori flessibili, per lo più giovani, di cui qualcuno pretende anche di dirsi paladino.

Rifondazione comunista non ha tirato oltre la corda, perché Dini l'avrebbe certamente spezzata. Sì alla fiducia, dunque. «Abbiamo deciso di restare legati ad un vincolo con il nostro elettorato, altrimenti a gennaio entrerà in vigore lo scalone Maroni», ha spiegato Elettra Deiana al termine della riunione del gruppo alla Camera.

Per ora, il segretario di Rifondazione comunista Giordano si è limitato a chiedere una «verifica» per gennaio prossimo, escludendo però l'ipotesi ventilata del ritiro dei propri ministri e sottosegretari dalla compagine governativa.

Rimane il bilancio sull'operato del governo tracciato proprio oggi sul Corriere della Sera dal senatore Dini, il quale osservava «che il combinato disposto del primo "decreto Tesoretto", della legge Finanziaria, del secondo decreto e dell'accordo sul Welfare comportano circa 37 miliardi di spesa pubblica», senza tagli di spesa né, ovviamente, riduzione delle entrate, e dunque che «il partito del "tassa e spendi" ha quindi vinto ancora una volta la sua battaglia».

Ma ad «un'analisi più strutturale» appare evidente il «profondo radicamento del nostro Paese, nel centrosinistra con maggior forza (specie nelle sue frange estreme) ma anche nelle altre parti politiche, di un vero e proprio "partito unitario della spesa pubblica", annidato specie nelle Regioni e negli enti locali».

Spesa pubblica che è linfa vitale della «partitocrazia», da cui «trae origine il fenomeno — solo italiano — della lottizzazione... dell'esercito fatto di decine di migliaia di persone, di consiglieri di amministrazione, consulenti e quant'altro annidati in quelle migliaia di cellule del socialismo reale all'italiana che sono le migliaia di enti, aziende pubbliche e municipalizzate». Lì operano quelli che si possono definire «i funzionari della partitocrazia, tutti soggetti che giustificano, motivano e consolidano la propria ragion d'essere nel chiedere e generare flussi di spesa pubblica aggiuntiva».

Ha ragione Dini, se ne è accorto, a definirla «la questione delle questioni», economica, ma anche sociale e politica.

Friday, November 23, 2007

Dini aspetta al varco

La svolta di Berlusconi potrebbe aiutare Dini, che l'ha molto apprezzata, a convincersi che sia l'ora di staccare la spina al governo. Bisogna vedere come il protocollo welfare uscirà dalla Camera. Dini si è detto pronto a votare contro il disegno di legge, perché nel testo approvato in commissione Lavoro, alla Camera, ci sono «cedimenti all'estrema sinistra» che causano «un aumento di spesa notevole» rispetto ai 10 miliardi previsti all'inizio, che, pur «malvolentieri», i suoi Liberaldemocratici accettarono. «Vediamo come esce dalla Camera, poi decidiamo».

E' difficile che Prodi si giochi il posto accontentando oltre la sinistra comunista. Ed è difficile che sia la sinistra comunista a rompere, visto che significherebbe tenersi lo "scalone" Maroni. In ogni caso, mi pare che Dini aspetti al varco e se si tira troppo la corda sia disposto a spezzarla.

Friday, November 16, 2007

Ecco come la situazione è bloccata

Nella lettura del voto sulla Finanziaria al Senato i commentatori commettono a mio avviso un evidente errore nel dare un peso eccessivo alla sconfitta di Berlusconi. L'ho già detto, la sua leadership - per motivi anagrafici, alleati "affamati" e mancanza di idee - è in via di deterioramento, come la coalizione, ed è un processo inarrestabile. Ma cosa volete che importi agli elettori se al Senato è stato "spallato"? Credete che qualche potenziale elettore di centrodestra, o qualche arrabbiato deluso da Prodi, davanti alla scheda si ricorderà che Berlusconi non è riuscito a far cadere Prodi il 15 novembre 2007, oppure che è stato quello che più ci ha provato? Dopo tutto, nonostante le intemperanze, le "(s)pallate", la sua voglia di rivincita solo personale, il vuoto di idee, Berlusconi è sempre il leader che più di tutti sa essere anche "fuori" dal Palazzo. Stato mentale in cui, nonostante tutti i libri sulla "casta", i giornalisti di questo paese non si ritrovano proprio. Quella di giovedì scorso di Berlusconi è una sconfitta dentro il Palazzo, non fuori.

Può davvero esserci una «nuova stagione» finché Prodi rimane avvinghiato al governo? Veltroni sembra l'unico a crederlo, ma neanche lui, in fondo, lo crede possibile. Anche lui ha fretta di chiudere con Prodi e tornare al voto, perché sa che non può sottrarsi dal sostenere il Governo Prodi, ma ogni giorno che passa paga un prezzo salato in termini di logoramento della sua immagine di "nuovo".

Hanno vinto di un soffio; hanno occupato tutte le cariche istituzionali; hanno rifiutato il dialogo pur conoscendo l'inconsistenza della maggioranza al Senato. Ne è venuto fuori un governo nel migliore dei casi paralizzato, nel peggiore disastroso. Inoltre, non è che il voto di ieri abbia definitivamente scongiurato l'ipotesi di una caduta traumatica, che è nelle mani di Dini e dei suoi personalissimi calcoli, nei prossimi delicatissimi passaggi parlamentari, come quelli sul protocollo welfare che abolisce lo scalone e, di nuovo, sulla Finanziaria. «Da qui alla fine dell'anno vedremo i provvedimenti che arriveranno e non avremo esitazione a votare contro, qualora li ritenessimo inadeguati». E, in particolare, sul protocollo welfare: «Se viene annacquato, noi votiamo contro e siamo pronti a far cadere il governo». E' pur vero che, per quanto la sinistra comunista e massimalista possa tirare la corda sul protocollo welfare, è difficile che la tiri a tal punto da costringere Dini allo strappo, perché a quel punto, se il governo cade, dovrebbe rendere conto ai propri elettori del mancato raggiungimento dell'obiettivo centrale, l'abolizione dello scalone Maroni, sacrificato per rincorre dei dettagli. Poco credibile.

Tuttavia, alla luce di tutti questi fatti (dall'aprile 2006 ad oggi), obiettivamente, come si può chiedere all'opposizione di dialogare sulla legge elettorale e sulle riforme istituzionali, con Prodi ancora a Palazzo Chigi? In condizioni normali nessuno dei partiti del centrodestra si sarebbe dimostrato disponibile, ma oggi un qualche interesse, per un verso An e Udc (il logoramento della leadership berlusconiana), per un altro la Lega (una legge elettorale proporzionale che ne metta in risalto la forza) lo hanno. E gareggiano a chi è più disponibile.

Casini ha ragione: Berlusconi, alla fine, si siederà a parlare con Veltroni. Ma solo una volta caduto Prodi. E, vedrete, non potrà che essere così. A Fini e Casini fa comunque gioco la fuga in avanti, ma il dialogo vero potrà partire solo dopo Prodi, con il coinvolgimento di Berlusconi, che a quel punto potrà dialogare senza sentirsi responsabile agli occhi degli elettori di essere complice della sopravvivenza di una tale esperienza di governo. E' Veltroni che si dovrebbe prendere la responsabilità di dichiarare conclusa una fase politica, quella dell'Unione. A quel punto, anche Berlusconi, che grida "elezioni subito", potrebbe vedere conveniente trovare un'intesa sulle riforme.

Caduta di Prodi ed elezioni nel 2008 sono due richieste nient'affatto irricevibili da parte di Veltroni, visto l'operato del governo e l'inconsistenza della maggioranza, se vuole seriamente aprire un dialogo vero sulla legge elettorale e le riforme. Se poi, con questi numeri al Senato, Veltroni intendesse anche riforme che rendano necessario cambiare la Costituzione, sarebbe evidente il tentativo meramente dilatorio.

D'altra parte, è verosimile anche quanto afferma Fini: «Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l'attuale legge elettorale». E' ragionevole supporre che sia questo il retropensiero di Veltroni e della maggioranza. E allora una nuova legge elettorale sarebbe la via più veloce che può percorrere l'opposizione per mandare a casa Prodi.

Tuttavia, la situazione appare bloccata da una reciproca e anch'essa fondata diffidenza: è evidente che Veltroni preferisca elezioni nel 2009, ma a mio avviso con una nuova legge elettorale non disdegnerebbe di votare anche nel 2008, proprio come vuole Berlusconi. Se non altro perché si risparmierebbe il logorio di un altro anno di Governo Prodi da sostenere. Il problema è che Berlusconi non si fida - e fa bene - perché teme che il dialogo sia strumentale alla sopravvivenza di Prodi; d'altra parte, neanche Veltroni può fidarsi: non è detto, infatti, che sacrificando Prodi per ottenere la disponibilità di Berlusconi, a quel punto il Cav. non determini le condizioni per un fallimento del dialogo per tornare subito alle urne.

Ecco come la situazione mi sembra bloccata.

Guardate, a scanso di equivoci. Io penso che ormai Berlusconi sia una palla al piede per il centrodestra e per il paese, come Prodi. Entrambi lo erano nel 2006 e lo sono ancor di più oggi, elementi di blocco verso qualsiasi evoluzione. Senza Berlusconi, può darsi che la destra divenga peggiore di com'è oggi, certo, ma c'è anche una piccola possibilità che diventi migliore. Sicuramente, con Berlusconi, non potrà essere nulla di più e di altro di ciò che è oggi: divisa, senza idee, inconcludente, seppure probabilmente sempre meglio di Prodi. Rimango sempre più convinto che sia necessario liberarsi di entrambi: di Prodi e di Berlusconi. Ma, viste le circostanze attuali, prima di Prodi.

Thursday, November 15, 2007

La Finanziaria passa, Prodi no

Il "sì" alla Finanziaria, per «senso di responsabilità», per scongiurare l'ipotesi dell'«esercizio provvisorio», poi Dini staccherà la spina al malato terminale, il Governo Prodi. E questa mattina alcuni segnali confermano le voci riportate oggi sui giornali dai retroscenisti.

«Noi ci riserviamo un giudizio complessivo quando tutti gli emendamenti saranno stati visti, approvati o respinti dall'aula, e a quel punto decideremo. D'altro canto, naturalmente è sotto gli occhi di tutti che il governo ha perso consensi, con questa finanziaria non li può recuperare, e quindi c'è un quadro politico che non può non essere messo in discussione». E' quanto ha spiegato Dini al Gr3. «Parlerò in aula con la dichiarazione di voto». Nella dichiarazione di voto Dini e i suoi annunceranno il "sì" alla Finanziaria ma anche di considerare conclusa questa fase politica.

Più diretto il senatore Bordon: «Voto sì... altrimenti ci esporremmo all'esercizio provvissorio e nello stesso tempo, almeno al Senato, da tempo non c'è più una vera e propria maggioranza politica. Credo che occorra dirlo, affermarlo, prenderne atto, e cercare di aprire un progetto politico che superi una situazione che ci porta ad avere qualche volta la maggioranza artmetica e, come si è visto, troppo spesso andare sotto».

Manzione e Scalera, forse Pallaro, seguiranno. Intanto, Cossiga ha già scritto a Prodi: voterà no, a causa dell'ipotesi di una Commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova.

Se Prodi non prenderà atto di non avere più una maggioranza al Senato, ci sarà sempre il protocollo sul welfare, con l'abolizione dello "scalone" Maroni, come occasione per farlo cadere. Ma la caduta di Prodi non è detto che porti a elezioni subito, perché di fronte a un nuovo scenario quasi tutti gli attori politici rivedranno le proprie strtategie, Berlusconi compreso.

Monday, September 24, 2007

La battaglia laica contro la partitocrazia

Corsivo di oggi per LibMagazine

Radicali, liberali, laici, socialisti della maggioranza seguiranno i movimenti dei senatori "liberaldemocratici" capeggiati da Dini? Non credo, sono troppo addormentati nel sonno "laicista". Attenzione: non ho problemi a definirmi laico o, se proprio insistono, laicista. Il problema è un altro. E' di analisi di fondo. E i radicali, i liberali, i laici, i socialisti sbagliano analisi di fondo. Non che Dini sia mosso da motivazioni ideali piuttosto che dal desiderio di guidare un governo pre-elettorale e, magari, fare da padrino al prossimo Parlamento che potrebbe portarlo al Quirinale.

Sbagliano analisi, dicevo, perché la principale battaglia di laicità oggi, quella da cui dipendono anche i rapporti tra Stato e Chiesa, è quella contro la partitocrazia e l'espansione abnorme dello Stato, che a tutti i livelli toglie spazio all'iniziativa e alla scelta individuale, a danno maggiore dei ceti meno abbienti, dei non garantiti, dei giovani.

I radicali l'hanno capito tempo addietro, ma sembrano esserselo scordato. La battaglia laica contro la partitocrazia può avere successo non tagliando immunità e auto blu (anche quello, certo), o manifestando un astioso orgoglio a Porta Pia, ma principalmente spezzando il binomio tasse-spesa pubblica, la vera e propria linfa che mantiene al potere le classi dirigenti di sinistra e di destra, che con il denaro dei contribuenti favoriscono le loro clientele (tra cui la Chiesa), e con una riforma istituzionale in senso presidenzialista e uninominale.

Una grande intuizione di Pannella il concetto di "partitocrazia", solo per poco più d'un decennio reso concreto da una politica che mirava ad aggredirne la linfa vitale. Persa un po' di vista, invece, sia negli anni '70 e nei primi anni '80, che oggi da ultimi giapponesi di Prodi. Addirittura, il documento che accompagna i 26 (o 42?) punti della campagna d'autunno radicale, alcuni certamente condivisibili e liberali, rifiuta di riconoscere la centralità della questione fiscale e statalista nella sopravvivenza della partitocrazia, di cui il deficit di laicità non è che un'escrescenza.

Dunque, per chi, radicale, liberale, laico, socialista, si trova nella maggioranza, uno spostamento come quello di Dini dovrebbe quanto meno essere di esempio, per tentare di raggiungere una posizione meno irrilevante rispetto ai futuri sviluppi nelle due coalizioni, verso uno spazio politico che c'è e che verrà occupato da chi sarà in grado di rappresentare le aspettative di libertà frustrate nell'elettorato.

Un discorso simile vale per i temerari di Decidere.net, che ad oggi sembrano aver troppo repentinamente e scontatamente scavallato l'incerto e fumoso confine tra sinistra e destra, rischiando così di risultare non più interlocutori della prima e già acquisiti dalla seconda.