Wednesday, September 26, 2012
Non resta che il pulsante "eject": primarie del centrodestra
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Monday, September 24, 2012
Prendi i soldi e... dimettiti!
Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».
Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.
E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».
Wednesday, November 16, 2011
Dopo la casta, il mito statalista
Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.
Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.
I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.
Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.
Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).
Wednesday, April 21, 2010
Fini ha scelto il suo gioco
Se i finiani più duri e puri non avendo più niente da perdere spingono per dar vita subito a gruppi autonomi e quindi a una scissione, il presidente della Camera sa che non è il momento e da quando la crisi è deflagrata sta cercando di convincerci che si tratta di rafforzare, rendere più democratico il partito attraverso un confronto su "questioni politiche" come il rapporto con la Lega, la politica per il Sud e via dicendo. Propositi meritevoli ma nessuna di tali questioni giustifica l'apertura di una crisi così lacerante, meno che mai dopo l'ennesimo successo elettorale. No, c'è una questione sola che lo richiedeva: Fini si sente chiuso politicamente da una Lega che esprime una classe dirigente sempre più credibile, tanto da governare regioni, rivendicare una voce nelle fondazioni bancarie, addirittura ipotizzare un primo ministro di sua espressione tra qualche anno; e da Berlusconi, la cui parabola sembra non conoscere fasi discendenti.
Ma Fini temeva questa situazione, l'aveva messa in conto, e non avendo mai davvero creduto più di tanto - sbagliando - che il Pdl (l'episodio del "predellino" se l'è legato al dito e ancora lo condiziona) potesse servire alle sue ambizioni, ha scelto di non entrare nel governo (dove un minimo bisogna pur lavorare), di non avere incarichi nel partito e di godersi gli onori di presidente della Camera, approfittando di questa comoda tribuna per smarcarsi da Berlusconi, logorarlo con il "controcanto" e, da adesso in poi, probabilmente con le "imboscate" parlamentari della sua corrente.
Una fase due? Magari come nel 2004? Fini pensa di aver diritto ad un "patto di consultazione" permanente, è geloso delle cene tra Berlusconi e Bossi ad Arcore nonostante il Pdl sia ben rappresentato, non si sente più adeguatamente rappresentato dalle quote 70-30 tra ex FI ed ex An e formalizzare una corrente è il primo passo per metterle in discussione. Tutto ciò ci riporta ad una logica da Prima Repubblica, per cui non solo tutte le cariche - che si tratti di nomine nel partito, governative, negli enti pubblici o in Rai - e persino le presenze nelle trasmissioni televisive vengono designate rispettando una logica spartitoria (alla corrente di minoranza spetta una quota prefissata di posti), ma una logica per cui alle correnti è permesso anche di ingabbiare, costringerlo ad un gioco estenuante di mediazioni sull'azione di governo, il più delle volte semplicemente "di potere", e quindi di logorare il presidente del Consiglio espresso dalla corrente avversaria.
Personalmente ho un'idea di partito diversa. Un partito che certamente discute democraticamente al suo interno ed elabora la sua linea politica, ma quando si è al governo, è il governo (nel quale tra l'altro sono rappresentate tutte le diverse anime del partito, compresa quella "finiana") che decide, che determina l'indirizzo politico; il gruppo parlamentare contribuisce, mentre il partito passa silenziosamente in secondo piano, fa più che altro convegnistica, si fa comitato elettorale quando serve, e chi ambisce alla leadership futura si prepara ma non la persegue certo sulla base del logoramento del proprio governo.
Fini sa che il "patto di consultazione" non lo avrà e quindi conclude che il suo percorso politico deve continuare ai danni di Berlusconi, del Pdl e dell'esperienza di governo. Adesso gli elettori non comprenderebbero una rottura e molti degli stessi finiani non lo seguirebbero. Per cui ecco come andrà a finire domani: Fini pronuncerà il suo discorso alto e di prospettiva, non nascondendo le divergenze da Berlusconi ma con aplomb istituzionale; non evocherà scissioni, rotture, né annuncerà la nascita di correnti. Insomma, l'ennesimo "rientro". Ma la corrente ci sarà di fatto e a poco a poco intensificherà la conflittualità nel partito, in Parlamento, in tv, nelle dichiarazioni quotidiane, nel tentativo appunto di logorare il premier. Tra qualche anno, verso il termine della legislatura, avvicinandosi la scadenza elettorale e il governo essendo riuscito a fare ben poco, Fini costituirà i suoi gruppi e darà vita al suo partito, pronto a presentarsi come l'uomo di una destra nuova, che di fronte agli elettori, ai cosiddetti 'poteri forti' e ai salotti buoni pretenderà di presentarsi non corresponsabile delle promesse mancate del berlusconismo, mostrando la patente di spirito indipendente dal "padrone" Berlusconi.
Questo il disegno, che riesca è tutta un'altra storia. Per me è suicida e avrebbe fatto meglio, invece, a preparare la sua leadership individuando due-tre cavalli di battaglia su cui caratterizzarsi; accordandosi con Berlusconi e la Lega sul loro conseguimento nell'arco della legislatura; investendo la propria figura politica su di essi. Grazie al suo ruolo istituzionale e con la sua voglia di distinguersi da Berlusconi, per esempio, avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo di mediazione con l'opposizione sulle riforme.
Magari sulla sua strada Fini incontrerà Montezemolo. Lui smentisce di voler entrare in politica ma intanto ha lasciato la presidenza della Fiat e ammette che sarà più libero di esprimersi. La mia sensazione è che Montezemolo si vede come riserva bipartisan della Repubblica, o in alternativa come leader di una coalizione di centrodestra, ma siccome non è stupido, finché entrare in politica significherà scegliere se farlo con Berlusconi o contro Berlusconi, cercherà di non compiere o ritardare il più possibile questa scelta. Quindi di restarsene alla larga, per avvicinarvisi solo, eventualmente, verso il termine della legislatura, se e quando il bilancio dell'esperienza di governo sarà palesemente negativo. E in quel caso Fini rimarrà scudiero.
Friday, November 14, 2008
Una storia di ordinaria partitocrazia
La cosa strana è che Veltroni si ostini ad appoggiare la candidatura di Orlando, quando tanti parlamentari del suo partito potrebbero presiedere con maggiore equilibrio la Commissione di Vigilanza Rai. Non si capisce cosa ancora trattenga Veltroni dal rompere definitivamente con Di Pietro. Ogni fondamentale della politica indica che sarebbe nell'interesse del Pd che questa rottura si consumi. Eppure, Veltroni persevera al punto da indurci a supporre l'esistenza di un oscuro patto siglato con Di Pietro, nel senso che forse l'ex pm e schegge impazzite della magistratura hanno in mano carte che possono fare molto male al Pd e a Veltroni.
L'iniziativa del PdL di eleggere Villari, con il voto - andrebbe ricordato - di due parlamentari dell'opposizione, è senz'altro spregiudicata, ma istituzionalmente corretta. Mette in difficoltà l'avversario politico, sì, ma assegna la presidenza della Commissione a un esponente dell'opposizione, nonostante all'opposizione facciano riferimento già il presidente e due consiglieri del consiglio di amministrazione della Rai.
Più discutibili dal punto di vista istituzionale le reazioni scomposte di Veltroni e del Pd. Queste sì, atti di «imbarbarimento della politica». Capisco anche che il partito, vedendosi scavalcato, eserciti delle pressioni su Villari per farlo dimettere. Ma addirittura annunciare le sue dimissioni prim'ancora che le comunichi il diretto interessato mi sembra un sopruso, un atto di arroganza, e un vulnus istituzionale ancora più grave di quello che si contesta alla maggioranza. «Mi ha telefonato ora il senatore Villari, per comunicarmi che andrà dal presidente della Camera e dal presidente del Senato a rassegnare le sue dimissioni... Sì, credo che lo farà in queste ore, andrà dai presidenti di Camera e Senato», dettava Veltroni alle agenzie.
E invece, quelle ore sono già passate senza che Villari si sia dimesso. Incontrerà i presidenti, riferirà al suo gruppo, e poi prenderà una decisione. Il presidente della Repubblica Napolitano sembra non avere intenzione di esercitare un ruolo attivo nella vicenda («Non ho titolo per intervenire»), mentre Schifani e Fini annunciano di voler incontrare il neo-eletto. Ma l'esito di questi incontri potrebbe sconfessare Veltroni, indebolendo ancora di più la sua leadership già appannata. L'ipotesi che si profila infatti è che Villari assuma la presidenza per garantire l'inizio dei lavori di questa commissione (che dovrebbe essere interesse dell'opposizione far funzionare al meglio), cercando nel contempo di trovare una soluzione più condivisa per la presidenza.
All'interesse istituzionale che una commissione parlamentare di controllo possa svolgere il suo lavoro Veltroni sembra anteporre il rispetto di un accordo partitocratico tra il Pd e il partito giustizialista di Di Pietro. Possibile che un Pd dalla pretesa "vocazione maggioritaria" debba pendere dalle labbra di questo Orlando?
Tuesday, January 22, 2008
Festival di ipocriti e strane manovre
Destano preoccupazione, inoltre, le reazioni di alcuni giornali e giornalisti, che pur scrivendo peste e corna di questo governo, nell'ora della crisi che sembra decisiva sembrano temere che non sia però il momento "giusto". Chissà perché...
E ieri sera, a Porta a Porta, di fronte a Mastella, persino uno come Folli fingeva di non capire il filo - tutto politico - che lega la vicenda giudiziaria in cui è stata coinvolta la famiglia dell'ex ministro all'apertura della crisi.
I giornalisti, esattamente come aveva fatto Prodi in aula alla Camera, fingevano di non ricordare che Mastella si è dimesso non ritirandosi nel privato, ma sollevando una gravissima questione politica e istituzionale. E in queste ore si è deciso a far cadere il governo perché la maggioranza ha dimostrato di non voler neppure prendere in considerazione quella questione. Non potevano pensare di liberarsi di Mastella senza occuparsi della deriva eversiva di certa magistratura e facendo ricadere sull'Udeur l'intera vergogna per il diffuso malcostume della politica.
Non si può, soprattutto da giornalisti, derubricare a faccenda privata il caso Mastella, cadendo dalle nuvole se poi finisce per provocare una crisi di governo. Non possono permettersi di fare i finti babbei. Con l'arresto "ad orologeria" della moglie di Mastella, del tutto immotivato, si è voluto tentare di influenzare il giudizio del Csm su De Magistris; colpire il ministro artefice della riforma dell'ordinamento giudiziario, che pone un ragionevole limite di otto anni al mandato dei procuratori capo; il ministro che voleva porre un limite allo scempio delle intercettazioni, con le quali i magistrati tengono sotto ricatto la politica, a volte per favorire alcune fazioni, altre volte per protagonismo o per accrescere il potere della propria corporazione; si è voluta cavalcare l'ondata di anti-politica dando in pasto all'opinione pubblica un capro espiatorio mentre si tenevano al riparo i pezzi più pregiati della "casta".
In Italia sono intercettati ogni anno dai 70 mila ai 100 mila cittadini, per una spesa che in cinque anni ha toccato quota un miliardo e 150 milioni di euro. Gli italiani sono i più intercettati al mondo. Pensate che negli Stati Uniti di Bush, della guerra al terrorismo, del Patriot Act, non si superano ogni anno le 10 mila autorizzazioni dei magistrati ad intercettare. E da noi c'è anche qualcuno che ha il coraggio di parlare di "Grande Fratello" e di diritti civili...
Se un ministro della Giustizia dimettendosi denuncia alla maggioranza che lo sostiene un'«emergenza democratica», questa non dovrebbe per lo meno interrogarsi sulla questione? Il fatto che invece la ignori costituisce o no un problema politico?
Innanzitutto, va detto che sul piano giudiziario l'arresto della moglie di Mastella è un fatto aberrante e gravissimo, senza alcun fondamento giuridico, che ha portato alla crisi di governo perché ha fatto esplodere in modo non ricomponibile nella maggioranza le due incompatibili visioni della giustizia: quella giustizialista e giacobina di Di Pietro, dei comunisti e di frange del Pd e quella di Mastella.
Poi, certo, ma su tutt'altro piano, si può aprire la discussione sulla mala-politica italiana, di cui l'Udeur e i Mastella sono soci all'1,4%, o forse anche di più, considerando il loro peso politico effettivo, ma sempre con una quota minoritaria rispetto a partiti, reti di clientele, assetti di potere ben più solidi che operano in altre realtà del Paese.
E allora, mi spiace, ma per fare prediche contro la pratica della lottizzazione, contro l'invadenza della politica nelle nomine pubbliche, bisogna mostrare valida patente di liberisti. Laddove ci sia una Asl o un'azienda municipalizzata, la Rai o l'Eni, bisognerebbe indicare quali poteri, e in che modo, dovrebbero effettuare le nomine di quei vertici e di quei CdA. E non ci si venga a raccontare che basterebbe una legge che imponesse criteri stringenti, o il solito "passo indietro" da parte della politica. Sarebbe come gettare fumo negli occhi dei cittadini.
Finché un'azienda resta di proprietà pubblica - statale, regionale, o comunale - (e persino se vive e prospera di finanziamenti pubblici) l'affiliazione politica conterà sempre più dei curricula e del merito. Pretendere che così non sia, parlare di meritocrazia senza affidarsi completamente al mercato, vuol dire ingannare la gente. Anzi, laddove c'è la mano statale, regionale, o degli enti locali, dev'essere trasparente la responsabilità politica e partitica delle nomine, in modo che almeno i cittadini ne siano messi al corrente e possano sanzionare politicamente chi è causa di inefficienze.
Se davvero si ritiene questa invadenza, questa penetrazione, un'aberrazione della politica - e sono tra coloro che la ritengono tale - bisognerebbe avere il coraggio di dire che lo Stato, gli enti locali, i poteri pubblici in generale, devono restare fuori dall'economia e gestire il minimo indispensabile dei servizi.
Friday, January 18, 2008
Lo Stato al massimo della sua espansione
"Cercasi radiologo targato Ds". "AAA. Cercasi pediatra vicino An". "AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc". «Dovrebbero avere l'onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della "Mastella Dynasty": la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia... è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi».
Scopre l'acqua calda Gian Antonio Stella. E davvero serviva un caso Mastella per far rimanere sbigottito Francesco Merlo. La mala-politica delle clientele e delle raccomandazioni portata alla luce in queste ore non è forse già da tempo, molto tempo, una realtà sotto gli occhi dei cittadini, che semmai i grandi giornalisti hanno avuto qualche "pudore" di troppo nel raccontare?
«Ad ogni intercettazione, ad ogni retroscena, ad ogni rivelazione non viene fuori il reato della politica, ma la mancanza di dignità della politica. E la dignità, almeno per noi, vale più del Diritto», ma la mancanza di dignità non è penalmente perseguibile.
Dunque, Merlo si pone finalmente la domanda giusta su tutta questa vicenda: «Può un giudice dar corpo giudiziario all'umore popolare - e qualunquista - contro lo strapotere della politica?» Si risponde che «da quel che sinora è venuto fuori, quest'inchiesta sembra appartenere alla famiglia delle inchieste di Potenza, a quelle indagini italiane, sempre più frequenti, che non al codice penale rimandano ma al moralismo ideologico e alla giustizia spettacolo, alla ruota del pavone. Perciò, come dicevamo, in questa vicenda giudice e imputato finiscono con il somigliarsi».
Purtroppo, ecco come conclude il suo articolo, mancando l'ultimo miglio, Francesco Merlo: «Oggi contro il familismo di Stato, contro i cugini delle mogli, contro gli oncologi di partito, sembra che il qualunquismo abbia scelto le procure. Alle fine tutti pensano di essere lo Stato. Dobbiamo rassegnarci che non ci sia lo Stato, ma un affollamento di surrogati di Stato?»
Non si tratta di «surrogati di Stato», non è che «non ci sia lo Stato», è proprio questo che abbiamo davanti lo Stato all'ennesima potenza. Ma sarebbe più corretto dire, per non confondere potenza con efficienza, lo Stato al massimo della sua espansione.
Ciò che davvero ci acceca, ci impedisce di cogliere le radici del problema, è l'idealizzazione dello Stato, come se davvero fosse un ente dotato di moralità e imparzialità proprie. A gestirlo sono pur sempre, e saranno sempre, gruppi di privati. Abolirlo, dunque? Certamente no, perché certe sue funzioni sono insostituibili. Ma cominciare ad avere consapevolezza di ciò che realmente lo Stato è: un male necessario, sopportabile a piccole dosi, purché i gruppi di privati chiamato a gestirlo siano eletti democraticamente e sostituibili; purché le risorse della collettività e gli ambiti di intervento a loro affidati siano ridotti allo strettamente necessario.
A chiarire alla perfezione il concetto è Stefano Magni:
«Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E' vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E' vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Non è detto che queste cose su cui si sta indagando siano vere. Ma se lo fossero? Sarebbe ordinaria amministrazione: si chiama Stato. Lo Stato è l'insieme dei politici, ciascuno con i propri interessi privati, più o meno pericolosi per gli altri. Se affidi un'attività importante come la sanità allo Stato, non puoi aspettarti di meglio: saranno i politici a scegliere i dirigenti e anche i medici, in base a criteri che decidono loro (magari il merito, magari l'amicizia o la parentela). Se affidi la scelta delle aziende che devono fornire un servizio allo Stato e non ai consumatori, avrai per forza le tangenti sugli appalti. E vince l'azienda che paga di più il politico che deve scegliere».Così i politici tutelano i propri interessi: «Posti di lavoro, anche importanti, in cambio di voti. Voti che gli servono per avere più potere, distribuire posti di lavoro e benefici a un maggior numero di persone che, in cambio, gli daranno ancora più voti». E il circolo si chiude.
Ed è comprensibile che la gente sia indignata, ma gli esiti possibili di questa indignazione diffusa e dello scollamento tra politica e cittadini sono due, «uno estremamente negativo, l'altro estremamente positivo». Quello negativo sarebbe «la pretesa di moralizzare la politica». Ma «chi opta per questa soluzione invoca a gran voce la dittatura militare o un maggior potere epuratore dei giudici». In entrambi i casi, meno democrazia e un regime, che gli stessi moralizzatori avranno contribuito a creare, «molto più facilmente corrompibile, proprio perché ha la facoltà di controllare gli altri, ma non si autocontrolla».
L'esito «estremamente positivo, invece, è la richiesta di liberarci dallo Stato e dalle sue pratiche. Perché lo Stato ci succhia risorse e ci restituisce inefficienza, quindi meglio fare da soli. Una tendenza di questo tipo potrebbe concretizzarsi con una forte richiesta di autonomia locale, di meno tasse e di molte meno regole, in modo da limitare i danni che i politici possono farci».
Bisogna intraprendere presto questa via, «prima che monti l'ondata di antipolitica autoritaria».
Thursday, January 17, 2008
La mala-politica e la mala-giustizia
Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.
Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.
Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?
E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.
Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.
Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.
Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.
In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.
Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.
«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.
«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.
Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.
Friday, December 14, 2007
Per le fumose stanze della Corte costituzionale
Più il sistema diventa simile a quello tedesco, più ci sarebbe spazio per una forza centrista, per quella "cosa bianca" che sarebbe esiziale per l'alternanza; più si avvicina, invece, a quello spagnolo, più sarebbe favorito un assetto bipartitico che vedrebbe largamente maggioritari Pd e Pdl, e satelliti gli alleati.
Negli ultimi giorni ha cominciato a spirare una brutta aria. Contro l'accordo Veltroni-Berlusconi sono stati lanciati siluri mediatico-giudiziari lungo l'asse Palazzo-Chigi-procure-la Repubblica. I piccoli partiti hanno minacciato di non votare la Finanziaria e Mastella esplicitamente di far cadere Prodi, il quale, ovviamente, già si muove a tutela dei "nanetti" per motivi di autoconservazione. Oltre a Udc e Lega, anche An pare ormai convinta dell'ineluttabilità del sistema tedesco, soprattutto se la Consulta non dovesse ammettere il referendum.
Qualcuno dà già per spacciato il Vassallum. «Il CaW sotto attacco delle armate rosse e prodiane inizia a parlare tedesco», titolava oggi Il Foglio. All'interno del Pd mariniani, dalemiani, rutelliani e fassiniani sono tutti fautori del "tedesco puro", perché guardano alla possibilità di un'alleanza tra il Pd e una "cosa bianca", magari montezemoliana, l'unica che potrebbe riportarli al governo dopo il disastro prodiano, anche nel caso in cui il partito di Berlusconi ottenesse la maggioranza relativa. Lasciarsi convincere del modello tedesco sarebbe un azzardo per Berlusconi.
L'arma che finora Berlusconi e Veltroni hanno tentato di utilizzare per convincere i riottosi è quella del referendum. La legge che ne uscirebbe, infatti, produrrebbe in modo ancor più brutale gli esiti del Vassallum.
Ma oggi un retroscena di Federico Geremicca, su La Stampa, gettava pesanti ombre sulla Corte costituzionale, che sarebbe pronta ancora una volta a giocare il ruolo di conservazione da «suprema cupola della mafiosità partitocratica», per usare un'espressione di Pannella, al quale però, a quanto pare, non interessa poi tanto la sorte di questo referendum e del diritto dei cittadini a esprimersi.
Dubbi, cavilli, ma soprattutto «pressioni» per evitare il voto. La novità degli ultimi giorni, scrive Geremicca, è che «il responso rischia di essere assai meno scontato di quel che sembrava alcune settimane fa. Nei corridoi della Corte tira infatti un'arietta che, al momento, non lascia ipotizzare né un percorso tutto in discesa, né una facile unanimità».
Quel solito criterio di «immediata applicabilità della norma» così come uscirebbe dal referendum, che la Corte si è di sana pianta inventata per aumentare la propria discrezionalità nei giudizi di ammissibilità, lascia di fatto alla Corte lo spazio per una decisione politicissima: sono in gioco la sorte del Governo, della legislatura, la sopravvivenza dei piccoli partiti, l'assetto dell'intero sistema politico.
«Di scontato c'è poco o nulla», conclude Geremicca. Di certo c'è solo il «diluvio di pressioni».
Per Prodi, referendum o legge elettorale veltroniana, poco cambia: l'orizzonte è la caduta. Ma se per caso la Consulta bloccasse almeno uno dei quesiti referendari, quello che assegna il premio di maggioranza, allora al tavolo di discussione sulla legge elettorale Veltroni e Berlusconi si troverebbero con la pistola scarica. E a quel punto, se una nuova legge elettorale dovesse essere approvata, di certo i piccoli partiti riuscirebbero a strapparne una conveniente e il governo sarebbe salvo.
Il vertice di maggioranza sulla legge elettorale è guarda caso fissato al 10 gennaio, presumibilmente circa cinque giorni prima della decisione della Corte. Cosicché fino a quella data la pistola carica puntata sulla tempia sembrano averla Veltroni e Berlusconi, che non potranno usare fino in fondo il ricatto referendario. A quel vertice rischia di essere deciso il responso della Corte, o per lo meno qualcuno capirà quante e quali pressioni esercitare.
Wednesday, December 05, 2007
La vera radice degli sprechi
«Davanti a noi ci sono due strade: la prima è pretendere con passione illuminista che chi ci governa sia un fenomeno della legalità e della buona amministrazione. Il secondo è affidare a chi ci amministra meno risorse possibili, limitandone l'ambito di intervento... non basta, come taluni dicono, "riqualificare la spesa". Non è sufficiente avere "amministratori parsimoniosi" e moraleggiare su eroi del risparmio. No, la soluzione è meno letteraria. Lo Stato si deve occupare di meno cose e magari spendere di più su ciò per cui deve la sua esistenza: giustizia, ordine pubblico, sanità e istruzione».
L'espansione dei compiti che lo Stato si attribuisce, e per i quali chiede ulteriori risorse, lo rende poi incapace di assolvere al meglio i compiti essenziali che giustificano la sua esistenza. L'espansione dei compiti dello Stato non è dovuta a reali esigenze dei cittadini, ma al bisogno della classe politica di controllare e gestire sempre più servizi, perché tramite quel controllo e quella gestione crea rapporti di clientela e ricava consensi per rimanere al potere.
Porro riduce a quattro le aree di intervento dello Stato. E' già qualcosa. Noi avremmo qualche dubbio su sanità e istruzione, inserendo invece difesa e reti: infrastrutture, energia, acqua.
Tuttavia, crediamo sbagliato parlare di settori di intervento pubblico. Lo Stato dovrebbe arrivare solo laddove per un'impresa privata sarebbe anti-economico investire, cioè solo per il completamento di reti e servizi. Raggiungere alcune località sperdute e scarsamente popolate, per esempio. Del completamento delle reti e dei servizi a livello periferico si dovrebbe occupare lo Stato direttamente o indirettamente. Se solo di questo si trattasse potrebbe farlo anche in perdita.
Tuesday, November 27, 2007
Rifondazione si arrende, Dini pesa di più, ma rimane la controriforma
Come volevasi dimostrare, il vero pericolo per la sopravvivenza del governo era costituito da Dini: lui e i suoi non avrebbero votato al Senato un ddl sul welfare che avesse previsto «spese aggiuntive palesi e occulte» per accontentare la sinistra massimalista. Siccome era chiaro che Rifondazione non si sarebbe presa il rischio della caduta di Prodi, e della conseguente entrata in vigore dello scalone Maroni, alla fine il governo ha deciso di presentare un maxiemendamento che di fatto riporta il ddl al protocollo su cui le parti sociali si erano accordate lo scorso 23 luglio.
Marcia indietro sui due punti più controversi. Si torna al testo originario sui lavori usuranti, la cui estensione era la maggiore preoccupazione di Dini, mentre per venire incontro a Confindustria salta il tetto di otto mesi alla proroga per i contratti a termine e viene ripristinato anche su questo punto quanto previsto dall'accordo del 23 luglio. Modifiche solo sul job on call e sullo staff leasing, abolito. Modifiche negative ma tutto sommato marginali.
E' evidente che nel merito il provvedimento del governo è una inaccettabile e pericolosa controriforma, per i conti pubblici, per il sistema pensionistico e la forza lavoro attiva. Anziché alzare l'età di pensionamento (come si fa in tutta Europa), da noi la abbassiamo, con un costo di 10 miliardi di euro gran parte del quale sulle spalle dei lavoratori flessibili, per lo più giovani, di cui qualcuno pretende anche di dirsi paladino.
Rifondazione comunista non ha tirato oltre la corda, perché Dini l'avrebbe certamente spezzata. Sì alla fiducia, dunque. «Abbiamo deciso di restare legati ad un vincolo con il nostro elettorato, altrimenti a gennaio entrerà in vigore lo scalone Maroni», ha spiegato Elettra Deiana al termine della riunione del gruppo alla Camera.
Per ora, il segretario di Rifondazione comunista Giordano si è limitato a chiedere una «verifica» per gennaio prossimo, escludendo però l'ipotesi ventilata del ritiro dei propri ministri e sottosegretari dalla compagine governativa.
Rimane il bilancio sull'operato del governo tracciato proprio oggi sul Corriere della Sera dal senatore Dini, il quale osservava «che il combinato disposto del primo "decreto Tesoretto", della legge Finanziaria, del secondo decreto e dell'accordo sul Welfare comportano circa 37 miliardi di spesa pubblica», senza tagli di spesa né, ovviamente, riduzione delle entrate, e dunque che «il partito del "tassa e spendi" ha quindi vinto ancora una volta la sua battaglia».
Ma ad «un'analisi più strutturale» appare evidente il «profondo radicamento del nostro Paese, nel centrosinistra con maggior forza (specie nelle sue frange estreme) ma anche nelle altre parti politiche, di un vero e proprio "partito unitario della spesa pubblica", annidato specie nelle Regioni e negli enti locali».
Spesa pubblica che è linfa vitale della «partitocrazia», da cui «trae origine il fenomeno — solo italiano — della lottizzazione... dell'esercito fatto di decine di migliaia di persone, di consiglieri di amministrazione, consulenti e quant'altro annidati in quelle migliaia di cellule del socialismo reale all'italiana che sono le migliaia di enti, aziende pubbliche e municipalizzate». Lì operano quelli che si possono definire «i funzionari della partitocrazia, tutti soggetti che giustificano, motivano e consolidano la propria ragion d'essere nel chiedere e generare flussi di spesa pubblica aggiuntiva».
Ha ragione Dini, se ne è accorto, a definirla «la questione delle questioni», economica, ma anche sociale e politica.
Monday, September 24, 2007
La battaglia laica contro la partitocrazia
Radicali, liberali, laici, socialisti della maggioranza seguiranno i movimenti dei senatori "liberaldemocratici" capeggiati da Dini? Non credo, sono troppo addormentati nel sonno "laicista". Attenzione: non ho problemi a definirmi laico o, se proprio insistono, laicista. Il problema è un altro. E' di analisi di fondo. E i radicali, i liberali, i laici, i socialisti sbagliano analisi di fondo. Non che Dini sia mosso da motivazioni ideali piuttosto che dal desiderio di guidare un governo pre-elettorale e, magari, fare da padrino al prossimo Parlamento che potrebbe portarlo al Quirinale.
Sbagliano analisi, dicevo, perché la principale battaglia di laicità oggi, quella da cui dipendono anche i rapporti tra Stato e Chiesa, è quella contro la partitocrazia e l'espansione abnorme dello Stato, che a tutti i livelli toglie spazio all'iniziativa e alla scelta individuale, a danno maggiore dei ceti meno abbienti, dei non garantiti, dei giovani.
I radicali l'hanno capito tempo addietro, ma sembrano esserselo scordato. La battaglia laica contro la partitocrazia può avere successo non tagliando immunità e auto blu (anche quello, certo), o manifestando un astioso orgoglio a Porta Pia, ma principalmente spezzando il binomio tasse-spesa pubblica, la vera e propria linfa che mantiene al potere le classi dirigenti di sinistra e di destra, che con il denaro dei contribuenti favoriscono le loro clientele (tra cui la Chiesa), e con una riforma istituzionale in senso presidenzialista e uninominale.
Una grande intuizione di Pannella il concetto di "partitocrazia", solo per poco più d'un decennio reso concreto da una politica che mirava ad aggredirne la linfa vitale. Persa un po' di vista, invece, sia negli anni '70 e nei primi anni '80, che oggi da ultimi giapponesi di Prodi. Addirittura, il documento che accompagna i 26 (o 42?) punti della campagna d'autunno radicale, alcuni certamente condivisibili e liberali, rifiuta di riconoscere la centralità della questione fiscale e statalista nella sopravvivenza della partitocrazia, di cui il deficit di laicità non è che un'escrescenza.
Dunque, per chi, radicale, liberale, laico, socialista, si trova nella maggioranza, uno spostamento come quello di Dini dovrebbe quanto meno essere di esempio, per tentare di raggiungere una posizione meno irrilevante rispetto ai futuri sviluppi nelle due coalizioni, verso uno spazio politico che c'è e che verrà occupato da chi sarà in grado di rappresentare le aspettative di libertà frustrate nell'elettorato.
Un discorso simile vale per i temerari di Decidere.net, che ad oggi sembrano aver troppo repentinamente e scontatamente scavallato l'incerto e fumoso confine tra sinistra e destra, rischiando così di risultare non più interlocutori della prima e già acquisiti dalla seconda.
Tuesday, August 07, 2007
La più urgente questione sociale
Secondo Panebianco, e concordiamo con lui, «una diagnosi corretta deve assumere i costi abnormi della politica e la dissipazione del denaro pubblico come punte dell'iceberg, le manifestazioni più appariscenti di una patologia. Che cosa è l'iceberg sommerso? E' lo Stato "predatore" o rentseeking, cacciatore di rendite, divoratore di capitali che trasforma in rendite politiche a fini di consenso. E' lo Stato che promuove un gigantesco spostamento di risorse dalle attività produttive a quelle improduttive. Questa incessante opera di trasferimento ha l'immediato vantaggio di dare stabilità al sistema attraverso i "pagamenti" a un immenso stuolo di clientes. Ma ha effetti catastrofici, nel lungo termine, per la società nel suo insieme. Lo Stato predatore, letteralmente, "si mangia" il futuro della società, ne compromette le possibilità di sviluppo, sottrae chance di vita alle generazioni future. Attraverso alta fiscalità, alta spesa pubblica e bassi tassi di sviluppo, consuma oggi risorse destinabili allo sviluppo domani. Si regge su coalizioni ridistributive che, essendo politicamente più forti delle coalizioni produttive, sono in grado di ottenerne il taglieggiamento».
E' questa la prima e più seria questione sociale del nostro paese e si assume una grande responsabilità chi non riesce a vederla o fa finta che non esista. Per questione sociale intendo che interessa la stragrande maggioranza dei cittadini e, tra questi, proprio i meno abbienti, non godendo di posizioni di vantaggio tali da poter vivere di rendita e in assenza di sviluppo e servizi.
Molti italiani, però, che «si scandalizzano per i privilegi dei politici e lo sperpero di denaro pubblico, ossia per le manifestazioni più visibili dell'azione dello Stato predatore», osserva Panebianco, sono «colpevoli e complici». Colpevoli di essersi fatti illudere dall'«ideologia del pasto gratis», per cui sia possibile «consumare oggi una risorsa (per esempio, continuare a mantenere in perdita l'Alitalia) senza sottrarla a qualcun altro e senza compromettere la possibilità di generare altre risorse domani». Un'idea né di destra né di sinistra, ma un'idea semplicemente sbagliata, a cui anche «una certa cultura cattolica» ha contribuito.
Impietoso, ma anche incontestabile Panebianco nel distribuire a ciascuno, centrosinistra e centrodestra, le proprie quote di responsabilità.
Dunque, è il circolo vizioso tasse-spesa pubblica, vera linfa vitale della partitocrazia e dello «Stato predatore», che bisogna spezzare, per liberare risorse in mano ai ceti produttivi, nell'impresa come nel lavoro.
Thursday, July 05, 2007
Decidere.net è on line, ma il network siamo noi: muoviamoci!
Decidere.net è un network messo a disposizione di chiunque sia disposto a correre dei rischi per vedere la politica finalmente decidere su alcune riforme che vanno nella direzione della società della scelta, del superamento dell'obsoleto, anacronistico spartiacque tra destra e sinistra, di una maggiore equità nell'unico modo in cui oggi essa è realizzabile: con maggiore libertà.
I 13 "cantieri" aperti da Daniele Capezzone insieme agli altri promotori (tra cui il sottoscritto) sono di quelli che fanno tremare i polsi. Sono radicali, perché puntano a una profonda trasformazione; ma moderati, perché praticabili e ragionevoli, volti cioè all'utile per il maggior numero di cittadini senza danno per altri. Perché posso affermare questo? Semplice, perché sono tutti fondati sul principio che nessuno meglio di ciascuno di noi è in grado di avvicinarsi a comprendere e a realizzare il proprio utile e che il ruolo dello Stato, semmai, è quello di creare un contesto di regole e di strumenti favorevole. Compito dello Stato non è fabbricare pezzi di una felicità ideologicamente predefinita e così etichettata dal ceto politico, ma di consentire a ciascuno la ricerca della propria felicità.
Certo, queste 13 proposte urtano posizioni di rendita e corporazioni, ma anche diffusi pregiudizi nella nostra società. Si rivolgono al ceto produttivo, fatto di imprenditori e lavoratori, per liberarlo dalle catene dei burocrati e dei parassiti; e agli outsider, gli esclusi e i non garantiti, per farli rientrare in gioco, con merito e responsabilità.
Qualcuno ha osservato l'assenza dei diritti civili dai "cantieri" aperti. Manca del tutto anche la politica estera, e sapete quanto mi interessi. Innanzitutto, bisogna ricordare che non si tratta del manifesto fondativo di un partito, per cui tutti i campi della decisione pubblica devono essere coperti in modo sistematico, quanto piuttosto, nella felice immagine usata da Malvino, «una stretta di mano» tra gentiluomini: tanto più credibile quanto più "stretta" sopra un foglio che vincola gli aderenti su un campo ristretto e verificabile di soluzioni «precise e praticabili».
Anzi, proprio l'idea che il discrimine destra/sinistra sia sempre più inefficace, poco significativo, nel descrivere la realtà sociale e politica contemporanea ci porta a ritenere che nelle società in cui viviamo sia sempre più difficile trovarsi d'accordo su tutto, su un unico pacchetto preconfezionato, che finirebbe per divenire dottrinario.
Inoltre, non credete che non passino anche per questi 13 "cantieri" altrettante battaglie di laicità, se la si intende nel senso che abbiamo provato a spiegare "noi" di LibMagazine: «Laicità come estraneità dalla logica delle costruzioni ideologiche. Non solo anticlericalismo, dunque... laicità come sinonimo di anticlericalismo, ma chiarendo: contro ogni chiesa, cioè contro ogni costruzione ideologica».
Contro quelle chiese cattocomuniste, quindi, che usano i poteri pubblici per gestire le vite dei cittadini gestendone i denari, presupponendo che l'individuo non sia di per sé in grado di distinguere il bene, neanche il suo, e il giusto, ma abbia bisogno della guida di costruzioni ideologiche veicolate attraverso lo Stato. Da una parte chi crede che nello Stato vi sia una moralità superiore e disinteressata, che sia capace di produrre per voi il miglior film sulla vostra vita, invitandovi magari ad esserne spettatori; dall'altra chi è convinto che lo Stato debba fornirvi gli strumenti per girarvelo da voi, il vostro film.
Secondo la mia analisi sono fondamentalmente due gli shock che potrebbero spazzare via la partitocrazia e liberare il nostro paese dall'immobilismo. Tra questi non ci sono i diritti civili, ma l'elezione diretta del capo del Governo e un sistema elettorale maggioritario, in modo che gli occhi degli elettori siano puntati sulle persone candidate e non sui partiti, e che anche i politici siano valutati secondo merito: chi perde a casa, senza ripescaggi; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, fattore di blocco del sistema e linfa vitale del regime partitocratico. Che la spesa pubblica abbia ormai superato la metà del Pil significa che c'è una catena di interdipendenza spessissima tra chi amministra questa spesa – la classe politica di centrosinistra e di centrodestra – e le clientele che ne beneficiano in termini di privilegi, sprechi e posizioni di rendita.
Istituzioni maggiormente rappresentative - in cui il ricambio sia più frequente, veloce, consistente e, quindi, il potere mai per troppi anni "occupato" (e i soldi gestiti) dai soliti - potrebbero essere meno subalterne ai magisteri morali e sociali, all'autorità religiosa, che impediscono l'allargamento della sfera delle libertà personali, e più citizen-oriented, attente a registrare i cambiamenti culturali e di stili di vita che avvengono nella società.
Nessuno pensi che non ci sia da combattere e da incassare delusioni.
Chi pensa che l'ex segretario radicale avrà la strada spianata da poteri (e soldi) occulti, o che sia il prescelto dal "regime" ovunque accolto con tappeti rossi, si sbaglia di grosso. E' una strada tutta in salita quella che lo aspetta, e che aspetta coloro che lo seguiranno, come tutte le strade liberali (e radicali) in questo paese, con una differenza, si spera: che la forma, e la sostanza, di questo network, siano capaci di esercitare una forza di attrazione che i vecchi contenitori, liberali e radicali, sembrano aver perduto.
Ho sempre pensato, e avvertito quando e come potevo, che la demonizzazione di Capezzone da parte di Pannella e delle sue "guardie svizzere" avrebbe danneggiato seriamente ciò che rimane del soggetto politico radicale - in grave crisi finanziaria, strategica (dopo il fallimento della Rosa nel Pugno e l'irrilevanza in uno dei peggiori governi di sempre), ma anche umana - privandolo ulteriormente di un valore certo dal punto di vista culturale, politico e comunicativo.
Ma ho anche sempre pensato che a uscirne indebolito sarebbe stato anche il reprobo costretto, se non altro per non uscirne pazzo, a sperimentare altre vie. Insomma, non mi sembra che lanciando questa nuova sfida Capezzone scelga la via più comoda. Salpa da un porto, malmesso e ostile, ma in fin dei conti sicuro nella sua inerzia, a volerci rimanere da spettatore, per veleggiare in un oceano impervio, esposto alle insidie, entrambe potenzialmente letali, della bonaccia e della tempesta.
Non pensate che una volta avviato il network proceda da sé, con il vento in poppa di chissà quali poteri "forti". Non pensate che ci sarà comunque qualcuno a "spingere", cominciate a spingere voi. Questa è davvero una iniziativa che avrà tanta forza quanta tutti noi decideremo di dargli. Aderite! Ma non limitatevi a quello. Animate il sito con vostri contributi, ma soprattutto fate crescere il network, ciascuno dal suo punto di osservazione, con gli strumenti che ha a disposizione. Parlatene a lavoro, all'università, in famiglia, con gli amici, sui vostri blog. Discutete i 13 "cantieri", approfondite, ricercate, osservate le reazioni della politica, chi si muove contro e chi a favore.
JimMomo, intanto, torna tra qualche giorno.
Wednesday, June 20, 2007
L'oligarchia è nuda
Un'oligarchia "transpartitica", che opera come un sol corpo per autoconservarsi al potere tenendo bloccate le leggi che regolano le istituzioni e la vita politica, economica e sociale del Paese. Sempre loro, sempre gli stessi, qualsiasi cosa accada. Litigano in pubblico, ma si sostengono gli uni con gli altri in privato, perché gli uni sono indispensabili alla sopravvivenza degli altri e viceversa.
I protagonisti di questo sistema non è detto che meritino una condanna penale o una sanzione morale. Sicuramente, e in primo luogo, quello che più ci interessa, meritano una bocciatura politica, che solo l'intreccio di poteri e le forme istituzionali (per esempio, la legge elettorale) che hanno edificato gli evita.
Siamo dunque giunti al cuore del peccato originale di qualsiasi politico. Quel primigenio conflitto di interessi che nella sua azione fa confliggere l'interesse generale con il suo interesse a mantere il potere.
Questo e tanto altro nel nuovo numero di LibMagazine, on line ogni martedì.
Friday, June 01, 2007
Sì, ma non basta potare i rami
Si tratta in tutto di 3-4 miliardi di euro l'anno, denuncia Sergio D'Elia: «Non sono spese per sostenere la democrazia, semmai per alimentare l'antipolitica». Enormi quantità di soldi dei contribuenti «finiscono nelle tasche di consulenti, componenti di commissioni, amministratori di enti inutili. Questo fiume di soldi non arriva nelle tasche dei destinatari per le loro capacità professionali, ma solo grazie agli amici e agli sponsor politici. E' una rete clientelare che ha le dimensioni di un esercito nemico dello stato di diritto e delle libertà economiche».
Un enorme, diffuso conflitto di interessi, denuncia Cesare Salvi: «Ritenere che questo conflitto esista solo per la persona di Silvio Berlusconi è fare un torto alla verità». Salvi ha chiesto a Prodi di ridurre il numero dei componenti del suo governo (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari) e indicato gli obiettivi di ridurre a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori.
Tuttavia, il rischio di queste iniziative è di ridurre tutto a un'effimera campagna di moralizzazione, senza proporre soluzioni "di sistema". Spesso i promotori non si rendono conto che è il sistema, non la moralità dei singoli e della classe dirigente, a produrre le caste. Una volta potati, ammesso che si riesca a passare per quella via, i rami torneranno presto a crescere, se non verrà ridotta alla radice la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici e se non verranno introdotte le riforme istituzionali di modello anglosassone. Ancora una volta la soluzione è la Riforma.
Facevo notare in un post di qualche giorno fa, che per quanto si tratti di una vasta realtà di sprechi e privilegi che vanno certamente colpiti, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o al numero dei dipendenti del Quirinale e all'esercito dei consulenti, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica che alimenta caste e clientele della politica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.
Wednesday, May 30, 2007
L'avviso di sfratto da "casa Pannella"
Alcune cose sconcertano davvero della lettera di Pannella «a e su» Capezzone. Innanzitutto, l'invito esplicito a formalizzare la scissione, ma una scissione "alla radicale", cioè a fondare un nuovo soggetto, "suo", associazione o movimento. Lì sì, nel suo orticello, ammesso all'interno del sistema solare, dell'oligarchia radicale, potrebbe divertirsi come vuole senza fare concorrenza alla linea del sole, Pannella, o, piuttosto, alla non-linea di questi ultimi tempi. Occorre che la politica di Capezzone, pur essendo radicale (anzi, proprio per questo) non sia percepita come la politica dei radicali, ma, appunto, solo "sua", e del suo giocattolo.
Ma Capezzone aspira a qualcosa di più che a un posto nell'azienda di papà. Privato della segreteria, contende a Pannella quella leadership "di fatto", senza cariche di partito, che esercita da sempre il leader radicale. E' il primo che si sta dimostrando in grado di farlo. E ammesso che non sia stata la cellula di Torre Argentina a espellere, prima di tutto umanamente, il "corpo estraneo" Capezzone, ma sia stato egli stesso a escluderla dalle sue iniziative, Pannella dovrebbe prestare maggiore attenzione a non confondere Torre Argentina con la totalità delle compagne e dei compagni. Esclusa la prima, non è detto che siano esclusi tutti i radicali.
Non solo, come un Di Pietro qualsiasi, il leader radicale (o chi per lui) si riduce a contare le presenze in aula del presidente della Commissione Attività produttive, col rischio che qualcuno gli faccia notare che certe assenze sono più produttive delle interrogazioni di alcuni deputati radicali interessati a sapere come mai i cani di grossa taglia non possono entrare nei treni Eurostar. Sconcerta anche che Pannella rinfacci continuamente a Capezzone di essere stato "nominato" deputato, e "nominato" presidente di commissione, per grazia ricevuta dal suo partito, dalla Rosa nel Pugno, e dall'Unione.
I presidenti delle commissioni parlamentari sono eletti dai membri delle commissioni stesse, senza neanche la formalizzazione di candidature. Tutti sappiamo che dietro c'è un accordo politico di maggioranza, e a volte tra maggioranza e opposizione, su un nome. Rimanendo però sottinteso che si tratta di cariche istituzionali non sottoposte a disciplina di partito. Proprio Pannella pretende di far valere nel caso di Capezzone, chiedendogli di mostrare riconoscenza e ossequio eterni (merci che con la politica c'entrano poco), quel sostanzialismo partitocratico, contrario al formalismo delle regole, che ha denunciato per una vita? Proprio lui pretende di esercitare un potere "di fatto" che gli deriverebbe da una prassi partitocratica? Mi risulta che nessuno degli altri partiti abbia mai richiamato al rispetto della linea un presidente della Camera, o di commissione, rinfacciandogli la sua "nomina" di origine partitica. Sarebbe stato un fatto grave e Pannella il primo a insorgere.
Bisogna ricordare a Pannella che la Costituzione espressamente esclude il vincolo di mandato, proprio per ridurre il "potere" dei partiti sui rappresentanti, perché si ammette l'ipotesi teorica che non il dissenziente, ma il partito abbia violato il mandato elettorale e che gli elettori ne siano i giudici ultimi? Proprio Pannella rivendica il potere di nomina che questa legge elettorale "porcellum", grazie all'assenza delle preferenze e alla possibilità delle candidature multiple, attribuisce ai vertici dei partiti sui candidati e sugli eletti?
Il reale stato d'animo verso Capezzone, oggi abilmente dissimulato in una lettera dai toni concilianti e confidenziali, viene invece alla luce in una delle ultime direzioni, quando Pannella spiega che Capezzone è quel radicale che il regime ha scelto per liquidare definitivamente i radicali. Un clima paranoico, da bunker, in cui ogni critica, o condotta concorrente, è vissuta come tradimento e minaccia di distruzione anziché come risorsa e sfida.
La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto il costante pericolo della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, ha sviluppato all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo, di comunione, e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.
La colpa di Capezzone, in fondo, è di rappresentare un elemento di discontinuità con la natura mistica e religiosa del corpo radicale. Non per chissà quali posizioni iper-laiciste e anticlericali, ma perché quel corpo mistico, che crede nella sua diversità e superiorità antropologica, ha dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo, e poi ex, segretario. Quel corpo ha continuato a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".
L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici. In una parola: laica.
L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70, senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali.
Non passa giorno senza che Capezzone accusi il governo di questa o quella nefandezza, e chi rimane in silenzio di esserne complice. "Anche noi - è il discorso che Pannella sembra rivolgere a Capezzone - pensiamo tutto il male possibile di questo governo, ma per senso di responsabilità nei confronti delle nostre scelte evitiamo di dirlo e siamo impegnati in altro piuttosto che nel ricordarlo tutti i giorni". Dunque, la divergenza è sull'opportunità di criticare il governo.
Rimane inevaso, nella lettera di Pannella, il nodo politico dello scontro con Capezzone, che riguarda il ruolo politico dei radicali nella maggioranza e al governo ed è profondamente avvertito tra i radicali. Non se uscirvi o meno, ma innanzitutto il *come* starci. Se subalterni, puntellando l'"alternanza" prodiana, o se cercando spazi per l'"alternativa" che era stata indicata come obiettivo in campagna elettorale, e rispetto alla quale Prodi ormai è di ostacolo, nient'affatto «buono a niente».
La formula dei «buoni a niente», con la quale in modo calzante si etichetta la compagine di governo, per spiegare che quando si è accettato di appoggiare Prodi si sapeva che si avrebbe avuto a che fare con dei «buoni a niente», e quindi che oggi «non si è delusi perché non ci si era illusi», è divenuta un alibi dietro il quale rassegnarsi alla propria irrilevanza. Ed è una formula inevitabilmente scaduta, perché scattava una fotografia che poteva essere fedele negli ultimi mesi di governo berlusconiano, ma non oggi che le parti sembrano piuttosto invertite e il «capace di tutto» Prodi. La Finanziaria "tassa e spendi"; una politica estera tra realismo e cinismo; l'affossamento dei Pacs; i giochi di potere del premier con le banche "amiche", da Telecom al nuovo, inquietante, Fondo per le Infrastrutture; e - ricordiamolo - la più grave violazione della legalità degli ultimi anni, la vicenda non ancora risolta degli otto senatori, che ha colpito il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi.
Per il leader radicale, il Governo Prodi «deve comunque essere aiutato a durare». Il disagio da parte di Pannella è comprensibile. Ciò che Capezzone fa e dice è pienamente inscrivibile nella storia radicale, per contenuti e per metodo, questo gli viene persino riconosciuto, ma oggi nei rapporti con Prodi e la maggioranza è stata scelta una diversa condotta, si è scelto di privilegiare alcuni temi. Tuttavia, non si può pretendere che altri non calchino una linea politica che per il momento si è deciso di non calcare, oppure che formalizzino una scissione. Da una parte, l'approccio è da "spina nel fianco", dall'altra da "ultimo giapponese", ricordando che l'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, ha atteso 27 anni prima di uscire dalla giungla.
Essere gli «ultimi giapponesi» di Prodi aveva senso finché si trattava di conquistare l'"alternanza" a Berlusconi. Se davvero l'obiettivo è riformare la sinistra in senso liberale; se nessuna sinistra liberale e democratica in Europa governa insieme ai neocomunisti; e se per sua definizione il prodismo non è che il tentativo di coniugare riformisti e massimalisti nell'esperienza di governo; se è vero tutto questo, la riforma della sinistra in senso liberale, l'"alternativa", passa per il fallimento dell'"utopia prodiana" e la resa dei conti con i neocomunisti, che i radicali dovrebbero accelerare e non ritardare. Quello «scontro» tra sinistra liberale e neocomunista che lo stesso Pannella negli ultimi mesi del 2005 ripeteva essere «necessario e salutare», ma che una volta nelle istituzioni i radicali non sono riusciti a innescare.
Avuta la certezza che Berlusconi fosse battuto, e l'"alternanza" ottenuta, avrebbero dovuto dimenticarsela come priorità, concentrandosi sull'"alternativa", l'obiettivo proclamato in campagna elettorale. Non spetta ai radicali la conservazione dell'"alternanza" prodiana, soprattutto perché, come prevedibile, dal rappresentare una condizione per l'"alternativa" oggi l'"alternanza" è divenuta di ostacolo.
La laicità pare assunta come unico, fragile, filo che tiene legati i radicali a una Unione che, con malcelato fastidio, null'altro concede loro se non di rinchiudersi nel recinto dei laicisti. Così, nella difficoltà strategica in cui si trovano in questa compagine governativa, la laicità diviene l'unico carattere identitario dal quale riscuotere una dose minima di accettabilità da parte dei vicini.
Si trovano ingabbiati nella lealtà a Prodi - ormai, ancor di più dopo queste elezioni amministrative, persino più zelante di quella dei Ds e della Margherita - e in una Rosa nel Pugno che esiste solo alla Camera, nelle mani del capogruppo Villetti, ridotta esattamente a ciò che dall'inizio lo Sdi voleva che fosse e che in tutti i modi Pannella voleva scongiurare che divenisse. Eppure, i radicali sembrano vittime di una strana Sindrome di Stoccolma, che li porta a rincorrere i socialisti, sostenendoli alle amministrative e mendicando qualche mobilitazione. Quegli stessi socialisti che hanno accettato di giocare il ruolo degli aguzzini dei radicali, dopo averli rinchiusi nel ghetto dei diritti civili per meglio, di fatto, neutralizzarli.
Vengono alla mente le parole di Biagio de Giovanni, rimaste senza risposta, che rimproverava ai radicali di sentirsi «sale della terra, mai terra» e di essere incapaci di una «proposta generale». Quando i radicali furono capaci di una «proposta generale» riuscirono a raccogliere nel '93 oltre 40 mila iscrizioni e nel '99 l'8,5% dei voti. E' in questa incapacità che confida il "regime" nel tenere sotto controllo l'intemperanza radicale: rinchiusi, ma felici, nel ghetto dei diritti civili, mentre Prodi e Padoa Schioppa continuano indisturbati a riempire il sacco, a perpetuare quel binomio tasse-spesa pubblica che è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico.
In questo governo pieno di statalisti e dirigisti, di repressione fiscale e burocratica, di manovre punitive nei confronti dei ceti produttivi, di aumento della spesa pubblica, quindi degli sprechi e dei privilegi della "casta" politica e delle sue clientele, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria (vedremo se Montezemolo imprimerà una svolta), e degli "outsider", gli esclusi da un assetto burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. La crisi della "casta" politica, la decomposizione della mai nata Seconda Repubblica, che a molti ricorda il '92, anche l'incombente appuntamento referendario, creano le condizioni per rivolgere un nuovo appello a un "Terzo Stato" dei produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della partitocrazia.
E' condivisibile lo scrupolo dei radicali di non voler apparire "inaffidabili" come i Mastella, i Di Pietro e i Diliberto, ma tra l'inaffidabilità e i trasformismi da una parte, e il rimanere intrappolati tra Villetti e le macerie del "prodismo" dall'altra, non si poteva trovare una via di mezzo, un diverso equilibrio? Non era anche questa la sfida dei radicali nelle istituzioni?
Stupisce invece la totale assenza di consapevolezza che Prodi, oggi, rappresenta un fattore di blocco, di congelamento dello status quo della politica italiana e dello stesso Berlusconi. Tutti, anche (se non per primi) Ds e Margherita, stanno già giocando la loro partita per il dopo-Prodi, tranne i radicali, gli unici che sembrano non aver ancora capito che quella partita è iniziata. Ed è un bene, consapevoli che i nuovi scenari, probabili, possibili, o inverosimili, presentano molti rischi e strettissime opportunità, ma che proprio per questo bisognerebbe fare lo sforzo di giocare le proprie carte con spregiudicatezza.
Thursday, May 24, 2007
Il partito-Corriere e l'ombra Montezemolo
In un certo senso si può dire che il Corriere della Sera stia perseguendo «l'alternanza per l'alternativa» meglio di chi questa espressione l'ha coniata. Pur senza entusiasmi, indicando per tempo quali sarebbero state le inadeguatezze dell'attuale compagine al governo e le riforme necessarie al paese, il quotidiano di via Solferino ha prima sostenuto l'«alternanza» prodiana a Berlusconi. Adesso è impegnato a trovare un'«alternativa».Non sappiamo dire se questa sarà migliore o peggiore dell'esistente, ciò che sappiamo è che l'esistente non ce lo possiamo più permettere. Dunque, è attorno al Corriere, che ovviamente rappresenta degli interessi precisi e agisce coerentemente con essi, che si stanno coagulando i soggetti che guardano oltre lo status quo retto in concorso da Prodi e Berlusconi.
Una campagna di delegittimazione dei partiti che sfiora anti-politica e qualunquismo, entrata nel vivo con il libro-inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, accompagnata da editoriali che evocano un «crollo» del sistema simile a quello del '92-'93 (Sergio Romano) e che dettano l'agenda delle riforme (Mario Monti).
Un canovaccio rispettato oggi da Montezemolo, che ha aperto l'Assemblea annuale di Confindustria con un vero e proprio programma di governo, accompagnato dall'attacco alla politica che pensa alla propria sopravvivenza ed è incapace di rispondere ai bisogni del paese.
E' la nuova crisi dei partiti che lascia spazio al partito-Corriere, mentre il partito-Repubblica al momento sembra troppo appiattito sull'asfittico processo costituente del Partito democratico per poter competere. E chissà che a rappresentare le forze e gli interessi allettati da una "rupture" all'italiana non si candidi proprio Montezemolo, con il suo discorso di oggi.
Interessante dare uno sguardo a come ha reagito il mondo politico. Reazioni molte diverse tra loro, ma tutte sotto il segno della paura. Chi con sdegno altezzoso (Prodi, la sinistra comunista, Mussi, i Sindacati), chi pronto a non farsi sfuggire l'eventuale nuovo carro (Casini, Rutelli, Fassino, Bersani), chi sente vacillare il suo ruolo di opposizione (il centrodestra), chi con stizzita superiorità, ma con opportunistica cautela (D'Alema), chi ha messo in guardia dall'anti-politica (Mastella, Bonino, Tabacci). Non manca chi un Montezemolo così lo vorrebbe a capo dei Volenterosi (Polito, Capezzone, Della Vedova).
La stessa paura che giorni fa faceva dire al dalemiano di ferro Latorre: "Non faremo la fine di Craxi". Un modo di farsi coraggio, mentre si avvicina la probabile uscita di nuove imbarazzanti intercettazioni che riguardano i vertici Ds sugli intrallazzi finanziari di Unipol, che la dice tutta sull'estrema fragilità di una classe dirigente. Un'uscita infelice, che nel rassicurare sulle proprie sorti implicitamente ammette una situazione analoga a quella del '92-'93, di fine regno. L'impressione è che se non arriva prima il Partito democratico, a concludere l'esperienza dei Democratici di Sinistra sopraggiungerà la morte naturale.
E' il momento del ciascuno faccia il proprio gioco, ma chi resta fermo è perduto.
Politica spazzatura
Non tanto che Visco abbia fatto quel che più d'un generale della Guardia di Finanzia lo accusa di aver fatto - cioè di aver imposto con la minaccia la rimozione dei comandanti della GdF in Lombardia che avevano osato indagare sulla scalata a Bnl di una società, Unipol, legata al suo partito - ma che una volta beccato sia ancora lì, tranquillo al suo posto, con governo e coalizione al completo a fargli da scudo; l'emergenza rifiuti, il degrado e la criminalità a Napoli, che non hanno impedito a Rosa Russo Iervolino e ad Antonio Bassolino - che da sindaco prima, da governatore poi, ha avuto nelle mani un potere pressoché assoluto per vent'anni - di entrare a far parte del Comitato dei 45 per il Partito democratico; e gli allarmanti dati Istat sull'aumento della povertà in Italia. Sono tutti segni dell'inarrestabile decadimento del nostro ceto politico.Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.
«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».
Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.
Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.
Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?
Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.
Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.
Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.
Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.
Tuesday, May 22, 2007
I costi della non-politica
Dai vicepremier Rutelli e D'Alema, spaventati dal possibile tracollo elettorale dei loro partiti in caso di sciopero generale degli statali - quindi proprio da quel cosiddetto "motore riformista" della coalizione (Ds/Margherita) che avrebbe dovuto incarnare la responsabilità e la serietà al governo - giungono le più forti pressioni sul ministro "tecnico" Padoa-Schioppa per accontentare i Sindacati nel rinnovo dei contratti del pubblico impiego.
«Meno tecnica e più politica», gli si chiede, intendendo per "politica" una maggiore sensibilità verso l'esigenza dei partiti di non scontentare le proprie clientele.
A difendere il ministro, e a denunciare il comportamento molto poco "politico", e invece davvero "tecnico", dei partiti, scende in campo Mario Monti, sul Corriere della Sera:
«Non si accorgono, i critici del ministro dell'Economia, che egli sta difendendo il ruolo della politica, mentre sono essi a comportarsi da tecnici. Sì, da esperti in "tecniche di sopravvivenza", applicate al governo. Padoa-Schioppa cerca di evitare che la credibilità complessiva del governo vada in pezzi, dopo molti arretramenti e rinvii su importanti punti programmatici; cerca di orientare le decisioni del governo al rispetto delle generazioni future. Credibilità e impegno per il futuro sono l'essenza stessa della politica. Se mancano, è difficile che i cittadini non disprezzino i politici. Ma per i tecnici della sopravvivenza, che si ritengono politici, contano di più i risultati delle prossime elezioni amministrative e la rigida tutela conservatrice degli interessi di categoria dei propri elettori».


