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Thursday, July 24, 2008

Sui tagli il Pd getta la maschera

E' così che l'opposizione perderà la faccia. In autunno, pare. Di fronte a una manovra finanziaria che per la prima volta aggredisce la spesa pubblica (meno di quanto ci sarebbe bisogno), il Pd minaccia di ricorrere alla piazza «accarezzando la protesta di tutti gli scontenti, anche quelli più ingiustificati». Perché è così, l'avevo scritto in un post di qualche giorno fa, che vanno le cose qui in Italia.

Tutti «responsabili», tutti a riempirsi la bocca della necessità di tagliare la spesa, denunciando sprechi e privilegi. Poi, quando da qualche parte si comincia, l'opposizione di turno si straccia la vesti ed è pronta a fiancheggiare qualsiasi categoria. Gli operatori del settore protestano e i leader dell'opposizione, Veltroni in testa, irresponsabilmente si accodano.

Oggi, nel suo editoriale su Il Sole24 Ore, è Guido Gentili a denunciare l'ipocrisia del Partito democratico, ricordando che «il Governo sta nel complesso tagliando meno di quello che in campagna elettorale aveva promesso il leader del Pd Veltroni, e cioè 15 miliardi l'anno». Sì, ma dove si taglia è il problema, si potrebbe obiettare.

E' il solito trucco retorico. Presi uno per uno, tutti i settori sono vitali e strategici. In realtà, in tutti i settori sprechi e inefficienze proliferano. Per 80 miliardi l'anno, calcolava Luca Ricolfi. Sulla sanità e sulla sicurezza, per esempio, hanno torto sia Formigoni che i sindacati di polizia. Ma chi l'ha detto che per migliorare un servizio servono più soldi? Che non si possa persino migliorare diminuendo i costi? E che ai tagli alle voci di spesa debbano per forza corrispondere meno servizi per i cittadini?

Il problema è che non esiste più (se in Italia è mai esistita) la concezione del ministro che semplicemente amministra, mentre oggi i nostri ministri passano il tempo a chiedere soldi e a proporre riforme sulla carta. Il loro compito è invece di far funzionare la macchina con il minimo della spesa, di utilizzare in modo più efficiente le risorse che hanno.

La novità è che oggi per la prima volta si comincia a tagliare, riconosce Guido Gentili:
«Può piacere o non piacere, ma questa volta è scongiurato l'errore in cui incorse il Governo Prodi al suo esordio nel 2006: un Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) rigoroso sul piano dei principi che faceva però solo da elegante sfondo a una "stretta" fiscale punitiva nei confronti di professionisti, piccoli e medi imprenditori e lavoratori autonomi».
La manovra triennale «comincia a mordere per decreto, da subito, nei settori-chiave della spesa pubblica come la sanità, l'università, la scuola, la giustizia, il pubblico impiego, l'amministrazione della sicurezza». Gli stessi settori, osserva Gentili, nei quali sia il programma del Pd, sia il Libro Verde di Padoa-Schioppa, individuavano sprechi e inefficienze.

Ma ovviamente, «in attesa dei frutti futuri, tagliare costa sul piano politico immediato», perché il bilancio dello Stato è usato come ammortizzatore sociale e fondo speciale clientele. Quindi, «quasi sempre le contrapposizioni sono dettate da un riflesso condizionato politico, per il quale l'opposizione di turno s'affianca alle proteste delle categorie interessate ai tagli».

Wednesday, March 12, 2008

Bufale quotidiane, per ignoranza e pregiudizi

I giornali italiani una ne scrivono mille ne combinano. Eclatanti due casi nelle ultime ore.

Oggi pomeriggio sono stati diffusi dal Ministero dell'Economia i dati della Trimestrale di cassa, ovviamente disastrosi: il "tesoretto", se c'è, lo scopriremo solo a giugno, Padoa-Schioppa non si sbilancia, ma intanto sono riviste al ribasso, e di molto, le stime di crescita del Pil nel 2008: +1,5%, aveva previsto il governo qualche mese fa; +0,6% dice ora. Rivista invece al rialzo l'inflazione, al 2,6%. «Risanamento solido», esulta il ministro, il che è come dire: "L'intervento è riuscito ma il paziente è morto".

Ebbene, Corriere.it titola: «Pil dimezzato» (!). Come dimezzato? Il Pil «dimezzato» è compatibile con uno scenario post guerra atomica. Dimezzata, semmai, potrà essere la crescita del Pil, altrimenti vorrebbe dire che una recessione fulminea ha eroso il 50% della ricchezza prodotta ogni anno in Italia. E' evidente che chi ha inserito quel titolo non ha idea di cosa sia il Pil e a cosa si riferisca quel +0,6%, che è un indice di incremento. Insomma, non è all'improvviso sparita mezza torta, ma solo metà della sottile fetta che ogni anno si aggiunge alla torta intera. Vallo a spiegare...

Quel titolo, «Pil dimezzato», è rimasto a caratteri cubitali sull'homepage di Corriere.it per alcune ore, per essere sostituito poi dal più cauto «Stime dimezzate sul Pil».

Il secondo strafalcione, stavolta non dovuto all'ignoranza ma al pregiudizio anti-americano, riguarda tutti (o quasi) i quotidiani italiani, anche di centrodestra (mi riferisco a il Giornale). Tutti oggi riportavano in grande evidenza e con malcelata soddisfazione la notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero «cancellato» la Cina dalla lista dei «cattivi», quei Paesi che violano sistematicamente i diritti umani. Falso. Si salva solo La Stampa, che titola: «La Cina esce dalla top ten dei cattivi». Ah, dalla «top ten»! Già è meglio.

La maggior parte dei titoli lasciavano intendere che gli Usa non contestassero più alla Cina le violazioni dei diritti umani. Washington è più accondiscendente con Pechino nell'anno delle Olimpiadi, era la maliziosa lettura politica che i somari in redazione davano. Il segno politico è esattamente il contrario. Il rapporto annuale redatto dal Dipartimento di Stato Usa contiene invece un duro atto d'accusa nei confronti della Cina, fornendo l'elenco e la descrizione dettagliati delle violazioni, sottolineando addirittura il peggioramento di alcune situazioni. Giudizio severo anche per la Russia di Putin, di cui si denuncia l'involuzione autoritaria.

Se la Cina non risulta - per quest'anno - tra i primi dieci per "cattiveria", basta andarsi a leggere chi sono i primi dieci più "cattivi" (Corea del Nord, Myanmar, Iran, Siria, Zimbabwe, Cuba, Bielorussia, Uzbekistan, Eritrea e Sudan) per non rimanere stupiti più di tanto. A pesare in questi casi è anche il grado di chiusura e impenetrabilità dei regimi dall'esterno. Una decisione che si può non condividere - e non la condivido - ma non sono certo cancellate dal rapporto le violazioni della Cina.

Thursday, January 10, 2008

Ma di che cosa stanno parlando?

Prodi è intento a trovare un accordo, a far vedere che è in corso un dialogo promettente, con Sindacati e Confindustria, per intervenire sui salari e poter così restituire ai lavoratori un po' di potere d'acquisto. E' un'operazione di mera facciata, volta unicamente a tirare avanti altri mesi, ricattando le forze politiche della sua maggioranza: sarebbe da irresponsabili, soprattutto per i partitini di sinistra, far cadere un governo che ha in tasca un'intesa con le parti sociali a vantaggio dei lavoratori.

Ma è lo stesso ministro dell'Economia Padoa-Schioppa a farci capire che si sta parlando del nulla. «Le risorse non le abbiamo ancora, dobbiamo procurarcele con la lotta all'evasione fiscale e con il contenimento della spesa», ha detto il ministro al vertice di maggioranza che si è tenuto questo pomeriggio. Insomma, l'extra-gettito 2008 è ancora tutto da valutare, sempre che ci sia e sia consistente come quello sperperato nell'anno precedente.

In ogni caso, i tempi sono lunghi, mentre Prodi lascia credere all'opinione pubblica che si stanno discutendo importanti provvedimenti, addirittura di "svolta", nell'immediato. «La trimestrale di cassa è il momento in cui conosceremo le cifre - ha spiegato Padoa-Schioppa - ma per agire bisognerà aspettare il bilancio di assestamento a giugno-luglio. Gli interventi più significativi arriveranno, invece, con la prossima Finanziaria 2009». E' lo stesso Padoa-Schioppa a delineare il calendario da cui si evince che Prodi sta spacciando per un "nuovo inizio" nel 2008 interventi che forse, se i conti lo permetteranno, farà con la Finanziaria 2009.

Non solo. Trattandosi di un extra-gettito, dovranno essere misure una tantum, che non confluiscano nella spesa corrente. Non si capisce quindi, a parte l'annunciata "armonizzazione" delle rendite finanziarie, cioè l'aumento delle tasse sui risparmi, come il governo pensi di ridurre la pressione fiscale, seppure solo ai lavoratori dipendenti dallo stipendio medio-basso. Sarà solo una mancia per il 2009?

Siamo all'ennesimo, puro illusionismo prodiano.

Monday, December 17, 2007

Le tre paure e la rassegnazione

Anche Luca Ricolfi ritiene abbastanza "verista" il quadro dipinto dal New York Times della nostra infelicità, del malessere e della sfiducia nelle istituzioni.

Basta guardare agli ultimi giorni: scioperi selvaggi e agitazioni attuati o minacciati; le disastrose Finanziarie del 2007 e del 2008, che hanno frenato la crescita e peggiorato i conti pubblici; i due schiaffoni al ministro Padoa-Schioppa, punito per le sue "epurazioni" (caso Petroni e caso Speciale). Tutto questo sotto lo sguardo assente e trasognato della "casta" politica.

A fronte di tutto questo e molto altro, «non c'è speranza né rabbia, non c'è voglia di cambiare né impegno. Solo una grande rassegnazione, e un cocktail pericoloso di scetticismo e di paura», osserva Ricolfi. Innanzitutto, «generica paura del futuro», per l'incertezza normativa e politica, per l'evidenza che «da anni non siamo governati». Paura «per la situazione economica delle famiglie»: finalmente qualcuno si accorge che «la realtà, molto probabilmente, è che le statistiche non sono state in grado di registrare lo "scalino" dell'euro (fra il 2002 e il 2003), e ora sottovalutano le difficoltà delle famiglie a far quadrare i bilanci... appesantiti dall'aumento del costo del denaro e dalla stangata fiscale della prima finanziaria del governo Prodi». Infine, «la paura della criminalità e dell'immigrazione».

«Ci vorranno anni - conclude Ricolfi - per liberarci da questa classe dirigente, anni per tornare a recuperare il potere di acquisto perduto, anni per tornare a vivere in città più sicure. Molti italiani ormai l'hanno capito, altri se ne stanno rendendo conto dopo le illusioni e le ubriacature dell'ultimo decennio. Forse è anche questo che ci rende un po' tristi, come ci dipinge il New York Times».

Le presunte gite di Speciale aggravanti per Padoa-Schioppa e il Governo

Se il filmato, diffuso da la Repubblica, che sembrerebbe ritrarre il generale Speciale in gita domenicale al Passo Rolle con moglie e amici al seguito utilizzando i mezzi della Guardia di Finanza - un elicottero e un aereo da trasporto Atr 42 - dovesse essere rappresentativo dell'uso che il comandante ha fatto delle risorse pubbliche, sarà un Tribunale militare a stabilirlo.

Ci sembra evidente che Bonini e la Repubblica cerchino in qualche modo di dimostrare che l'allontanamento del generale Speciale dal comando fosse giustificato dal suo discutibile operato. Per la scarsa considerazione che abbiamo per gli apparati dello Stato nella gestione delle risorse pubbliche, ai massimi livelli di sprechi e privilegi, non ci stupiremmo, anzi, avremmo solo delle conferme, se venisse accertata una condotta davvero biasimevole da parte di Speciale. Non sarebbe il primo e non sarà, purtroppo, nemmeno l'ultimo, ad approfittare con disinvoltura e arroganza disarmanti dei potenti mezzi a disposizione per uso personale. E sui troppi "occhi chiusi" dai finanzieri, o dai vigili urbani, le voci sono molte e non del tutto infondate.

Tuttavia, queste circostanze non alleggeriscono, semmai aggravano, la posizione del Governo e del ministro Padoa-Schioppa. Ne sanciscono definitivamente l'incapacità. Per loro, infatti, parla l'atto di revoca di Speciale su cui si è espressa la Corte dei Conti: non solo non era motivata, e prefigura un «eccesso di potere», ma pensavano persino di promuoverlo alla Corte dei Conti. Insomma, agli atti non risulta che la decisione di rimuoverlo fosse minimamente dovuta ai disdicevoli comportamenti che oggi sembrano venire alla luce.

Dunque, se quella condotta era nota al ministro, non averne fatto riferimento esplicito come giustificazione della revoca delinea una comprensione ai limiti di un comportamento omertoso. Se invece non ne era a conoscenza, allora sarebbe dimostrata la sua incapacità nel gestire la macchina amministrativa.

Un'aggravante, dicevamo, perché con la loro epurazione politica il Governo e Padoa-Schioppa hanno creato le condizioni tali per cui, se davvero il generale Speciale si fosse macchiato della condotta che gli viene attribuita, un cattivo funzionario pubblico se ne potrebbe tranquillamente andare a spasso con la patente del martire politico, in barba ai contribuenti che gli avrebbero pagato le gite domenicali.

Un'incapacità simile a quella dei magistrati che perseguono un imputato senza avere prove sufficienti per ottenerne la condanna. Nel caso in cui quello stesso imputato fosse davvero colpevole, il danno sarebbe doppio: non solo si perde il processo, ma si regala a quell'imputato l'aureola del martire.

Sunday, December 16, 2007

Mr. Spocchia. E gli schiaffoni sono due

Ma lui resta col suo muso arrogante inchiodato al suo posto. L'impermeabilità della nostra classe politica a qualsiasi ammissione delle proprie responsabilità è uno degli elementi che rendono gli italiani «depressi e arrabbiati», come ha scritto l'altro giorno il New York Times.

Quelli compiuti dal Ministero del Tesoro, di cui Padoa-Schioppa è il titolare, responsabile politico e amministrativo, allontanando prima il consigliere Rai Petroni, poi il generale della Guardia di Finanza Speciale, non sono errori politici, che pure rientrano in una complessa attività di governo. Sono atti illegali, abusi di potere dichiarati tali dai Tribunali competenti. E in qualsiasi paese democratico le dimissioni sarebbero l'unica via, invocata dalla stampa, indicata dalla politica per salvaguardare la propria credibilità, e praticata dal ministro non "coinvolto", ma responsabile.

Di quanti atti illegali il ministro Padoa-Schioppa dovrà ancora macchiarsi, approfittando del suo ufficio per avvantaggiare la parte politica oggi al governo, perché qualcuno abbia un sussulto di dignità?

E' vero che ombre piuttosto consistenti si addensano sull'operato del generale Speciale, che per la Procura militare di Roma, secondo quanto riportava tempo fa Carlo Bonini, sarebbe responsabile del più tipico dei peculati - e dei più diffusi, temiamo, nella Guardia di Finanzia - ma è anche sotto gli occhi di tutti come la sua rimozione non fosse affatto dovuta a questi presunti illeciti, ma all'aver in qualche modo intralciato il viceministro Visco nei suoi tentativi di proteggere Unipol dalle indagini della Finanza.

Wednesday, December 05, 2007

Padoa-Schioppa ministro pirata

«Vedremo come andrà a finire», avevamo scritto in un post di qualche tempo fa. Ebbene, è andata a finire che il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva, presentata dal Ministero dell'Economia, degli effetti della sentenza del Tar del Lazio, che il 16 novembre aveva ritenuto illegittima la revoca del consigliere del CdA Rai, Angelo Maria Petroni.

In una democrazia matura non c'è alcun dubbio che sconfessato il proprio operato addirittura dal più alto tribunale amministrativo, un ministro si sarebbe immediatamente dimesso. Ma Padoa-Schioppa, oltre a muoversi ai confini delle regole - e, anzi, potremmo ora sostenere ben oltre quel confine - non si muove dalla sua poltrona e ci rimane con una certa arroganza da Mr. Spocchia.

Il ministro Padoa-Schioppa giustificò la revoca del consigliere d'amministrazione Rai "in quota" all'opposizione con la necessità di superare la situazione di stallo dell'azienda, immobilizzata dai contrapposti veti dei vertici "politici". Adesso sarebbe lecito chiedersi, e chiedergli, chi se non lui, Padoa-Schioppa, ha contribuito più di tutti ad aggravare quello stallo con un'iniziativa illegittima, la cui reale motivazione ora appare in tutta la sua evidenza: l'occupazione prodiana della Rai?

Come sia stato possibile che un'autorevole ministro "tecnico", stimato economista, ex membro del board della Bce, si sia prestato a un gioco di potere e poltrone di così basso livello, agendo come braccio armato di Prodi, rimane un mistero buffo e, purtroppo, triste.

Monday, November 05, 2007

Almeno ci risparmiassero le prediche

Nicola Rossi è giustamente fuorioso per l'emendamento approvato nei giorni scorsi, con parere favorevole del governo, sulla cosiddetta «stabilizzazione» del personale precario della pubblica amministrazione. Collaborazioni che a) nascondevano rapporti di lavoro dipendente, e allora dovrebbe essere un giudice a stabilizzarle, oppure b) erano, per l'appunto, collaborazioni, e non c'è motivo alcuno per la loro stabilizzazione.

La pubblica amministrazione si conferma il luogo in cui i governi di qualsiasi colore politico cercano di sistemare a) chi a vario titolo è riuscito a mettere un piede dentro, a tempo determinato o per una collaborazione, sperando che il favore venga ricambiato da voti, oppure b) per sistemare il proprio personale politico, una forma indiretta di finanziamento pubblico.

Fuori da queste logiche, naturalmente, restano i giovani e il merito. Se, infatti, le poche posizioni vacanti nella pubblica amministrazione vengono occupate per stabilizzare i precari, con o senza legami con partiti e sindacati, al di fuori di ogni valutazione del merito, per i giovani outsider senza santi nei palazzi del potere le opportunità saranno «semplicemente precluse».

«Se proprio non si può evitare il cedimento agli interessi particolari, si potrebbe evitare almeno la predica?», chiede sarcastico Nicola Rossi, e noi con lui, al ministro Padoa-Schioppa.

Sunday, November 04, 2007

Contribuenti e consumatori derubati di nuovo

L'intervista di Padoa-Schioppa, stasera al Tg1, non ci tranquillizza neanche un po'. Se Berlusconi si sta comprando i senatori di tasca sua, Prodi sta comprando il sostegno al suo governo di tasca nostra. Come documentato cifre e voti alla mano da Oscar Giannino, su Libero, la Finanziaria costa ogni giorno quasi un miliardo di euro in più, a causa della miriade di microspese cui il governo si dovrà piegare per mantenere compatta la maggioranza al Senato.

Boeri e Garibaldi denunciano che dell'extragettito 2007, superiore a 16 miliardi di euro, dovuto a nuove entrate tributarie per oltre 13 miliardi, 11 miliardi sono andati a finanziare nuove spese correnti già nel corso dell'anno e solo 5 per ridurre l'indebitamento. Cifre che «dimostrano chiaramente il meccanismo del tax push: quando le entrate tributarie aumentano, si finisce sempre per trovare un modo di spendere queste risorse aggiuntive anziché utilizzarle per tagliare il debito». Dunque, «per risanare i conti pubblici bisogna ridurre la spesa pubblica che invece viaggia come un treno in corsa: continua a aumentare, quale che sia il colore politico del governo in carica, del 2% in termini reali ogni anno».

Nel frattempo, dalla Finanziaria è sparita l'introduzione in Italia della class action. Secondo Mario Monti, l'ennesimo tentativo abortito di dotare i consumatori italiani di «uno strumento vitale per una democrazia economica», la class action, è «un altro esempio di come l'attuale incarnazione del bipolarismo permetta alle lobby di dormire tra due guanciali».

Negli Usa, chiarisce l'ex commissario Ue, sono noti «alcuni eccessi spettacolari, che l'Europa e l'Italia faranno bene a evitare e che non è difficile evitare», ma «la funzione svolta dalla class action nel mantenere una disciplina nel mercato è importante».

Derubati ancora una volta contribuenti e consumatori, categorie cui appartiene la generalità dei cittadini e che qualsiasi governo, in una democrazia post-ideologica e non classista, dovrebbe tutelare.

Thursday, October 11, 2007

Prove tecniche di veltronomics

Esiste davvero, o sta almeno prendendo forma, una veltronomics? Veltroni, come già Rutelli, prospetta alleanze di «nuovo conio» per il Pd, parla della necessità di tagliare le tasse, di un «nuovo patto fiscale» tra Stato e cittadini, e di abbattere una volta per tutte il debito pubblico. Evocazioni, per ora, nessuna cifra.

Eppure, nonostante il distacco nei sondaggi, il centrodestra farebbe bene a preoccuparsi, anche perché di là non si vede alcun fermento di idee, ma solo l'attesa di una rivincita da tratti personalistici. Berlusconi continua a strillare contro le tasse, ma è dal 2001 che non tira fuori una proposta concreta, dopo che con un'ampia maggioranza di governo non ha saputo mantenere la promessa che fu decisiva per riportarlo al governo: le due aliquote al 22 e 33%.

Sembra che Veltroni voglia caratterizzare il Pd imprimendo una discontinuità con l'esperienza di governo attuale proprio a partire dalla politica economica. E se le sue parole sono ancora vaghe, bisogna però prestare attenzione agli uomini che sono a lavoro per elaborare le sue proposte (per esempio Morando, Nicola Rossi, Ichino, Boeri e i professore di lavoce.info) e ai suoi punti di riferimento, fra tutti Montezemolo e il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.

Proprio ieri già nei primi minuti della sua audizione dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato ha stroncato la Finanziaria di Prodi e Padoa-Schioppa, che «mantiene le principali poste del bilancio pubblico sui livelli previsti per l'anno in corso, non sfrutta il favorevole andamento delle entrate per accelerare la riduzione del debito e non restituisce ai contribuenti una quota significativa degli aumenti di gettito». Anzi, le tasse di fatto aumentano: «La struttura dell'Irpef si caratterizza per un elevato grado di progressività che, per effetto dell'inflazione, determina ogni anno un aumento del prelievo sulle famiglie superiore a quello della capacità contributiva», ha spiegato Draghi, che è poi tornato anche sulla necessità di alzare l'età pensionabile. «La sfida cruciale della finanza pubblica italiana consiste nel realizzare congiuntamente l'abbattimento del peso del debito e la riduzione del carico fiscale che grava sui contribuenti onesti».

Più di una sintonia, hanno registrato gli osservatori, tra gli appunti del governatore e il discorso di Veltroni di sole 48 ore prima, sulla «cura shock» che servirebbe al nostro paese: aggredire il debito pubblico, ridurre le imposte.

Sicuramente Draghi è più vicino a Veltroni di quanto non lo sia a Padoa-Schioppa, ma anche a Tremonti e a Berlusconi. Su un punto, tuttavia, ha notato Giavazzi (e noi con lui) Draghi e Veltroni divergono. Sulle dismissioni del patrimonio demaniale come ricetta per ridurre il debito. Pur essendo certamente favorevoli alle privatizzazioni, tuttavia non crediamo che sia il colpo risolutivo per abbattere il debito.

Lo spiega bene Franco Debenedetti, sul Sole di oggi. Le dismissioni, seppure benvenute, mancherebbero l'obiettivo, perché è «l'incapacità di contenere la crescita (assoluta) delle spese per la pubblica amministrazione che ha prodotto il debito. Quindi, se non si blocca quel meccanismo, il debito si riformerà; e a quel punto veramente avremmo solo più il Colosseo e Piero della Francesca da vendere...».

Invece, sottolinea Debenedetti, «bisogna cambiare paradigma. Finora abbiamo venduto pezzi del patrimonio, e certo l'operazione va continuata e portata a termine. Attendono di essere dismesse le quote di Terna, Enel, Eni, innumerevoli società comunali e un immenso patrimonio immobiliare. Attendono Poste, Rai, forse anche rami delle Ferrovie. Ma questo è sempre il vecchio paradigma. Quello nuovo è ridurre il perimetro della Pubblica amministrazione, dismettere intere funzioni svolte dallo Stato, con i relativi beni strumentali e personale addetti». Il nuovo paradigma significa «estendere la facoltà di "scegliere il fornitore" anche a servizi finora ritenuti di riserva pubblica. Scegliere quindi anche tra scuole diverse, tra università in concorrenza, soprattutto tra diversi livelli di protezione che i singoli cittadini vogliono avere, da lavoratore e da pensionato, da sano e da malato».

E sul tagliare la spesa pubblica insiste molto anche Francesco Giavazzi, il quale si aspetta che proprio questo nuovo paradigma entri a far parte della «cultura economica» del Pd.

«Non si tratta, come propone Walter Veltroni, di costruire "un fisco più giusto". Il problema è ridurre la spesa perché questa spesa aiuta soprattutto coloro che sono abbastanza furbi, o abbastanza potenti, ad avvantaggiarsene. Cancellare la concertazione come metodo di lavoro del governo è il primo passo, altrimenti la spesa continuerà a fluire verso chi è rappresentato al tavolo della concertazione, e non sono certo i poveri, i giovani, le donne sole con figli. E poi occorre il coraggio di abbandonare l'illusione illuminista che questa spesa possa essere "riqualificata", resa meno ingiusta, più efficiente. La spesa migliorerà solo quando il cittadino si accorgerà che talvolta i privati possono offrire gli stessi servizi che offre un'amministrazione pubblica, ma in modo più efficiente e a costi inferiori. Agli inizi del secolo scorso più spesa pubblica voleva dire più stato sociale, meno disuguaglianza. Oggi spesso vuol solo dire più privilegi. Ma questo è un guado che la sinistra fa ancora fatica ad attraversare».

Insomma, prima di poter parlare davvero di una veltronomics, occorre che questo guado Veltroni e il Pd lo attraversino.

Due generazioni al palo. Tutti bamboccioni?

Malgrado gli oboli di Stato per le fasce di reddito più basse - come tutti gli anni previsti in Finanziaria - i "bamboccioni", secondo l'infame definizione del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, resteranno probabilmente a casa con mamma e papà. Non basteranno i pochi spiccioli offerti dal ministro, a conferma del fatto che alla base del problema dei giovani con non lasciano la casa dei genitori ci sono cause strutturali che riguardano il nostro sistema universitario, il mercato del lavoro e quello immobiliare, l'accesso al credito e il caro-euro. Tutti ostacoli al dinamismo economico e alla mobilità sociale.

Il reddito degli under 30 resterà ancora «troppo basso», ha osservato il presidente dell'Istat, per non dire del peso di affitti che appaiono esorbitanti, almeno in rapporto al reddito. Per Biggeri, intervenuto oggi davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, «l'uscita dalla casa dei genitori potrebbe esser ostacolata dai livelli di reddito che, in oltre i due terzi dei casi, non superano i 1.000 euro mensili, e in quasi un terzo non raggiunge i 500 euro».

Brava davvero Damiana Verucci (Il Tempo), che con un'accurata inchiesta giornalistica lancia il suo documentato "sputo" nell'occhio di Padoa-Schioppa, confermando almeno una delle questioni che avevamo indicato: il proibitivo accesso al credito.

Friday, October 05, 2007

Padoa-Spocchia istiga allo scontro generazionale

Il ministro Padoa-Spocchia ha colpito ancora: ha bollato i giovani che restano a casa con i genitori fino e oltre la soglia dei trent'anni come «bamboccioni», nel corso di un intervento in cui stava illustrando il piano del governo per incoraggiarli a uscire di casa.

Ebbene, secondo il ministro, che si permette di esprimere giudizi su un'intera generazione, 150 euro l'anno (su un reddito inferiore ai 30 mila euro) e 300 l'anno (su un reddito inferiore ai 15 mila euro!) dovrebbero convincere un ragazzo a trovarsi una casa in affito o ad accendere un mutuo.

Chiaramente no. Chiunque conosca un minimo il mercato immobiliare (sia per l'acquisto che per l'affitto), soprattutto nelle grandi città, sa bene che sono cifre risibili. A scanso di equivoci, qui non si è affatto convinti che la soluzione siano i sussidi, ma comunque, al ministro che fa del sarcasmo presentandosi con pochi spiccioli in tasca, sputeremmo volentieri in un occhio.

E' stata una «battuta infelice», ha osservato Veltroni, intervistato a Radio anch'io. Non è detto che Veltroni sia in grado di proporre le ricette liberali che servono a cambiare questo penoso stato di cose, ma per lo meno sembra avere chiaro che «la condizione di vita di quei ragazzi è il principale problema di questo paese». E', diciamo, il sintomo più preoccupante, che racchiude in sé tutte le maggiori ingiustizie e distorsioni di cui la politica e i governi che si sono succeduti sono i principali responsabili.

«I ragazzi oggi affrontano un viaggio nell'incertezza e meritano non solo il rispetto ma anche l'accompagnamento nella ricerca di opportunità». Più che un «accompagnamento» avremmo bisogno di mobilità sociale e dinamismo economico.

A riprova della centralità della questione generazionale, di cui la difficoltà ad uscire dalla casa dei genitori è il sintomo più vistoso, ecco le varie cause che ne sono alla base.

Università inefficienti che sfornano pochi laureati e in drammatico ritardo rispetto ai ragazzi europei. Dalle università umanistiche è raro che si esca prima dei 25 anni, da quelle tecnico-scientifiche non prima dei 27/28. I titoli di studio sono carta straccia, la preparazione è mediamente di scarso livello. Le carriere universitarie hanno barriere all'accesso che nulla hanno a che vedere con il merito e le capacità scientifiche e per di più gli interni, fannulloni o totalmente incompetenti, fanno il bello e cattivo tempo ostacolando ed eliminando la concorrenza degli elementi migliori. Ho visto e sentito cose nelle università italiane che voi stranieri non potete neanche immaginare.

I primi salari sono tremendamente più bassi della media degli altri paesi Ocse, nei quali soprattutto i neolaureati riescono a guadagnare molto di più dei neolaureati italiani, ridotti spesso in condizioni di sottoproletariato. Questo a causa sia dell'elevata pressione fiscale e contributiva sui salari stessi, sia dell'eccessivo costo del lavoro per le imprese, che non riescono a investire il dovuto sulle risorse umane più fresche, anche se di valore. Inoltre, salario basso e contratto flessibile sono il prezzo che i neoassunti pagano indirettamente perché sia assicurato il posto fisso a chi è già dentro, che non è licenziabile neanche se fannullone o improduttivo, pesando sul bilancio delle aziende.

Per non parlare dell'assenza di un sistema universale di ammortizzatori sociali. Solo il 17% dei lavoratori nel nostro paese gode di una qualche forma di sussidio, ma con meccanismi dannosi sia per i lavoratori che per lo Stato, come la cassa integrazione.

Poi c'è l'ampio e complesso capitolo del mercato immobiliare. Se un'ampia fetta di privilegiati, e una meno ampia di bisognosi, usufruiscono di prezzi di favore da parte di enti pubblici o para-pubblici, è chiaro che i prezzi della fetta restante della torta abitativa salgono. Ma da recenti inchieste giornalistiche dobbiamo dedurre che i politici non siano toccati da questo problema: da Casini a Veltroni, da Mastella a Marini, politici e sindacalisti hanno lucrato sulle case degli enti, entrando in affitto laddove non avrebbero avuto il diritto di entrare e, oggi, comprando a prezzi stracciati.

Inoltre, dall'introduzione dell'euro (in cui mi pare che Padoa-Schioppa e Prodi abbiano avuto un qualche ruolo di responsabilità), i prezzi per l'acquisto o l'affitto di una casa sono più che raddoppiati nelle grandi città. Con uno stipendio di 3 milioni di lire, prima del 2002, ci si poteva permettere un'abitazione di tutto rispetto, pagando un affitto di oltre un milione. Ebbene, oggi quello stipendio, che è anche un buono stipendio, vale 1.500 euro, ma sfido chiunque a trovarmi una casa che non sia un monolocale, in una grande città, con un affitto inferiore ai 1000 euro. Per non parlare dell'acquisto. Un 70 metri quadrati a Roma in un quartiere dignitoso ma non centrale veniva sui 330 milioni. Oggi arriva tranquillamente a 450 mila euro. Cioè oltre 800 milioni di vecchie lire. A questi problemi si deve sommare il "cancro" italiano dell'estrema difficoltà nell'accesso al credito.

Siamo sicuri che i ragazzi italiani non lascino la casa dei genitori perché sono tutti mammoni e viziati?

Friday, September 21, 2007

Rai. Senza pudore Mr. Spocchia colpisce ancora

Ogni volta che il ministro dell'Economia prende la parola in aula dà sfoggio di una spudoratezza che sembra non contemplare limiti. Fu così per il suo intervento sul caso Visco-Speciale, quando il Governo rimediò una figuraccia deliberando un decreto incompleto. Così, ieri, nella discussione al Senato sulla sostituzione del consigliere del CdA Rai Petroni (in quota CdL), con il super-prodiano Fabiani.

L'attuale CdA Rai è stato nominato nel 2005 quando in maggioranza, in Parlamento, era il centrodestra e al governo Berlusconi. Allora fu trovato un equilibrio: Petruccioli (dei Ds) come presidente "di garanzia" e maggioranza del CdA in quota centrodestra. La sostituzione decisa dal Governo, senza neanche coinvolgere il Parlamento e la Commissione di Vigilanza, alla quale il ministro si è sottratto, ribalta quell'equilibrio politico. La stessa parte politica esprimerebbe così presidenza e maggioranza del CdA. Per noi la Rai dovrebbe essere privatizzata, se davvero non la si vuole lottizzata.

Sentire un ministro che ha appena rimosso dal CdA Rai un consigliere in quota all'opposizione, inserendo un fedelissimo del presidente del Consiglio, affermare al Senato che «il vero male di cui la Rai ha sofferto negli anni e ancora soffre è un rapporto con il potere politico che ne indebolisce la funzione civile, che limita la validità culturale e che la fa soffrire come impresa che opera nel mercato», e che sarebbe intervenuto «esclusivamente nella qualità di azionista, senza perseguire «alcuna finalità politica», è davvero un oltraggio alla nostra intelligenza.

Sempre più Mr. Spocchia che Padoa-Schioppa.

Wednesday, September 12, 2007

L'affaire Petroni e il ministro pirata

La Commissione parlamentare di Vigilanza Rai si è riunita il 5 e il 6 settembre per affrontare il tema della sostituzione del consigliere del CdA Rai Antonio Maria Petroni, che di lì a poco sarebbe stata deliberata dall'assemblea dei soci su richiesta del ministro Padoa-Schioppa. Al suo posto, Fabiano Fabiani, ex dirigente Iri. Ma ripercorriamo brevemente le tappe di questa vicenda che magari non tutti hanno potuto seguire.

L'attuale CdA Rai è stato nominato nel 2005 quando in maggioranza, in Parlamento, era il centrodestra e al governo Berlusconi. Petruccioli (dei Ds) come presidente "di garanzia" e maggioranza del CdA in quota centrodestra. La sostituzione del consigliere Petroni è quindi particolarmente delicata, perché modifica gli equilibri politici interni al CdA. La stessa parte politica esprimerebbe presidenza e maggioranza del CdA. Naturalmente, l'opposizione parla di occupazione dell'azienda pubblica, mentre per il governo e il centrosinistra si tratta di garantire il regolare funzionamento del CdA.

Tutto inizia l'11 maggio scorso, quando per uscire da una situazione di "impasse" del vertice Rai il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa comunica che si è interrotto il rapporto di fiducia con Petroni e chiede la convocazione dell'assemblea dei soci per la revoca del suo mandato di consigliere in CdA. Il 16 maggio la Commissione di Vigilanza rivendica il suo ruolo e minaccia il ricorso alla Consulta, ma Padoa-Schioppa non desiste.

Il 7 giugno la III sezione del Tar del Lazio accoglie il ricorso presentato nel frattempo da Petroni e sospende le procedure di revoca. Il 4 luglio il Governo dà mandato all'Avvocatura dello Stato di impugnare di fronte al Consiglio di Stato la decisione del Tar, per sbloccare le procedure di revoca del consigliere Petroni.

L'1 agosto la IV sezione del Consiglio di Stato accoglie il ricorso, dando il via libera alla convocazione dell'assemblea dei soci Rai che dovrebbe deliberare la revoca del consigliere. A questo punto, dopo più di un braccio di ferro in CdA tra i consiglieri in quota alla maggioranza e quelli in quota all'opposizione, il collegio dei sindaci convoca l'assemblea dei soci per il 10 e 11 settembre.

Nel frattempo il presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi, il 23 agosto convoca il ministro Padoa-Schioppa in Commissione per il 6 settembre. Tuttavia, il ministro si rende disponibile a intervenire solo dopo il 10 settembre, fuori tempo utile però perché la Commissione possa discutere del caso, la cui decisione finale è prevista appunto proprio per il 10, giorno in cui è convocata l'assemblea dei soci.

L'assenza del ministro Padoa-Schioppa ha evidentemente a che fare con l'interpretazione della normativa su chi abbia il potere di revoca di un consigliere del CdA Rai. Il sospetto, fondato, dei commissari dell'opposizione è che il ministro si sia sottratto alla Commissione per non riconoscere ad essa il potere di indirizzo: il governo può procedere autonomamente alla sostituzione di un consigliere del CdA Rai, oppure il Parlamento, attraverso la Commissione di Vigilanza, deve dettare al governo la linea da adottare nell'assemblea dei soci?

Insomma, se proprio il centrosinistra vuole sostituire Petroni, con un'azione politicamente discutibile, e assicurarsi la maggioranza in CdA, dovrebbe per lo meno passare per il Parlamento, e la Commissione di Vigilanza, non passare per la scorciatoia del ministro dell'Economia.

Vedremo come andrà a finire. Certo è che la disinvoltura del ministro Padoa-Schioppa nei rapporti con il Parlamento e il recente brutto pasticcio combinato sull'affaire riguardante il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale non depongono a favore di un ministro che dimostra sempre più di muoversi al confine delle regole.

Sunday, September 02, 2007

C'è ancora qualcuno disposto a credergli?

«Prima i tagli di spesa, poi le tasse», è il titolo che il Corriere dà all'intervista al ministro Padoa-Schioppa. Titolo fuorviante, perché il Dpef prevede ben 21 miliardi di nuove spese e il ministro parla di tagli, ma solo per compensare i nuovi impegni. Così la grande menzogna è servita: non si tratta di tagliare la spesa pubblica, ma di stabilizzarla e, semmai, «riqualificarla». Spostare risorse da una parte all'altra.

Per quanto riguarda la riduzione delle tasse, il ministro gioca la carta di ogni vecchio statalista e socialdemocratico, come non ce ne sono più in Europa. Ricorre al "terrorismo": agita lo spettro di licenziamenti e riduzione dei servizi pubblici. Ma davvero c'è ancora qualcuno disposto a credere che uno Stato così grasso, che spende più della metà del Pil, non riuscirebbe ad assicurare i servizi essenziali se dimagrisse di qualche chilo? E' davvero indispensabile ogni singolo centesimo di quel 50 e oltre per cento di Pil? In realtà, gli sprechi e i privilegi sono enormi e sotto gli occhi di tutti. Gli italiani non credono più alla balla delle tasse che servono a garantire i servizi. Quali servizi? I soldi dei contribuenti se ne vanno per lo più nel sostentamento e nelle regalie a caste, corporazioni, clientele, per tenere al potere la partitocrazia.

Si possono, invece, si devono abbattere le tasse contestualmente alla spesa pubblica.

Tuesday, June 12, 2007

Padoa-Schioppa ha perso la calma

Un po' di approssimazione. La tensione fa brutti scherzi. Fatto sta che il ministro Padoa-Schioppa evidentemente sta perdendo la calma, insieme alla residua credibilità di integerrimo euroburocrate. Prima si è visto sospendere dal Tar la rimozione di un consigliere di amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni; poi è stato tirato in mezzo al caso Visco-Guardia di Finanza; si è rifiutato di sottoscrivere - evento rarissimo - un rapporto dell'Ocse che si limitava a ricordarci ciò che tutti sanno: che la riforma delle pensioni va accelerata. La settimana nera del ministro si era chiusa con quel goffo attacco al generale Roberto Speciale, con il quale credeva di aver chiuso il caso a favore del governo.

Ieri è arrivata la doccia fredda dalla Corte dei Conti, a confermare quanto tutti avevamo capito ma il Governo si rifiutava di ammettere: cioè che per fretta e incompetenza mancava qualcosa nell'atto amministrativo con il quale il governo aveva sostituito il generale Speciale con il generale D'Arrigo a capo della Guardia di Finanza.

L'ufficio controllo preventivo di legittimità della magistratura contabile ha infatti deciso di chiedere chiarimenti sulla regolarità del decreto di nomina del generale D'Arrigo. I rilievi dovrebbero essere formalizzati oggi al Ministero dell'Economia, che avrà 30 giorni di tempo per rispondere. Il Governo, fa sapere il portavoce Sircana, risponderà oggi stesso ai rilievi. Se i chiarimenti o gli elementi integrativi risulteranno convincenti, allora il provvedimento di nomina sarà registrato. Altrimenti, la decisione toccherebbe al collegio della Sezione di controllo.

Il ministro in aula aveva ignorato le molte richieste di chiarimento sugli atti emanati dal governo e autorevoli esponenti della maggioranza, come l'on. Violante, avevano negato con insistenza in televisione che vi fossero problemi.

Il problema invece c'era, eccome. Il decreto di nomina di D'Arrigo avrebbe dovuto essere preceduto da un altro provvedimento, motivato, di revoca del generale Speciale. Il provvedimento varato dal Governo e controfirmato il 2 giugno scorso dal Presidente della Repubblica, invece, era unico. «Se i rilievi della Corte dei Conti - ha spiegato il costituzionalista Sergio Fois - sono per mancanza o insufficienza di motivazioni, il provvedimento va reiterato». Insomma, l'atto va emanato ex novo e serve una nuova firma di Napolitano.

Monday, June 11, 2007

Padoa-Schioppa come Juppé

Dopo aver avallato i progetti di spremitura dei contribuenti ideati dal viceministro Visco, e registrato il messaggio lasciato dal Nord nelle urne, adesso, al Tg1, il ministro Padoa-Schioppa promette che sarà possibile abbassare le tasse e assicura che farà accettare ai Sindacati la riforma delle pensioni. Francesco Giavazzi non ne è troppo convinto, trovando non poche analogie tra la situazione in cui si trova, oggi, l'attuale governo e quella in cui si trovava l'ex presidente del Consiglio francese Alain Juppé.

Juppé riuscì a riportare, seppure per un breve periodo, in equilibrio i conti pubblici, «non intervenendo sulle spese, che aumentarono, ma con un sostanzioso incremento della pressione fiscale». Tuttavia, «quando in autunno affrontò la riforma previdenziale, venne travolto dagli scioperi... e costretto alle dimissioni». La sorpresa non fu l'opposizione dei sindacati, che «facevano il loro mestiere». Ad affondarlo «fu il mancato sostegno della classe media e della borghesia».

Così, oggi, il nostro ministro dell'Economia si dice certo di poter convincere i Sindacati ad appoggiare la sua riforma pensionistica, ma «non capisce che, come Juppé, verrà travolto dai ceti medi del Nord, che già lo hanno abbandonato, non dai sindacati».

A tenere «ben presente» l'esperienza di Juppé è Nicolas Sarkozy, la cui strategia è «radicalmente diversa», anche grazie all'ampia maggioranza parlamentare conquistata ieri. Primo passo, «un'ampia riduzione delle tasse destinata a favorire un po' tutti». Prima dell'estate.

Le riforme più delicate e importanti, come l'unificazione dei contratti di lavoro, in autunno. Giavazzi definisce «intelligente» il progetto di Sarkozy per il mercato del lavoro, delegato a «due dei migliori economisti francesi: Olivier Blanchard e Charles Wyplosz». Il nuovo contratto offrirà «garanzie crescenti nel tempo». «Precari all'inizio, ma con la prospettiva di divenire dipendenti stabili... se il rapporto tra lavoratore e impresa dimostra di funzionare».

La strategia di Sarkozy non gli impedirà di avere contro i Sindacati e la sinistra, ma gli garantirà la fiducia e l'appoggio del ceto medio, conquistati con i tagli alle imposte e la detassazione degli straordinari, che lo aiuteranno a resistere alle proteste.

L'impressione però è che la nostra classe politica, e persino autorevoli "tecnici", ciò che vogliono a qualsiasi costo evitare è proprio quel rischio che fa grandi le leadership, quello di risultare a volte impopolari ad alcuni per non essere antipopolari nei confronti di tutti i cittadini. Cercando di rinviare il momento delle decisioni indispensabili, fuggono dalle proprie responsabilità. Sperano così di non scontentare nessuno, soprattutto corporazioni e burocrazie, finendo invece per esasperare tutti.

Thursday, June 07, 2007

Si tengano la poltrona, ma la faccia l'hanno persa

E' andata a finire nell'unico modo in cui poteva andare a finire. Nessuna sorpresa, ieri, al Senato. Venga messo a verbale che la mozione approvata - l'unica - dalla maggioranza, non contiene alcun apprezzamento alla Guardia di Finanza, ma solo all'operato del Governo, e la si finisca lì.

Una piccola, patetica sorpresa, la scelta del ministro Padoa-Schioppa di andare all'attacco, perdendo così l'ultimo angolo di faccia che gli era rimasto, dopo che al Generale Speciale, per telefono (parole non smentite), aveva molto all'italiana assicurato: «... noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione». La sistemazione era alla Corte dei Conti (poi rifiutata da Speciale), il supremo organo di controllo degli atti amministrativi.

Decisamente, qualcosa non torna. Per smontare il suo lungo e retorico, quanto inutile, discorso, e lasciare in mutande il ministro, basta chiedersi come abbia potuto egli stesso proporre il Generale Speciale per quell'alto incarico alla Corte dei Conti, mentre di lui pensava tutto il male possibile. Ieri sera, in aula al Senato, lo ha accusato di una gestione «opaca» e «personalistica» della Guardia di Finanza, piena di favoritismi compiuti usando in modo disinvolto trasferimenti, premi, ed encomi, «venute meno le regole etiche e deontologiche»; e di «mancanza di lealtà» nei riguardi dell'autorità politica, per l'«assenza di una comunicazione serena, di trasparenza, di prudenza e di riservatezza».

Se il comportamento di Speciale fosse stato davvero degno di tali gravi accuse, non sarebbe stato difficile per il Governo sostituirlo esibendo ottime motivazioni, ben prima che scoppiasse sui giornali il caso con Visco, né raccogliere le prove sufficienti a deferirlo agli organi di giustizia civile e militare, anziché proporgli una promozione alla Corte dei Conti.

Sotto il peso di questa semplicissima contraddizione crolla tutta la requisitoria del ministro, insieme a ogni residua briciola di credibilità.

Non sfugga che Padoa-Schioppa ha anche garantito «la legittimità sostanziale e formale» dell'atto del governo. Ci auguriamo per lui che si sia accertato dell'intenzione della Corte dei Conti di ricevere il provvedimento, qualunque esso sia (perché ancora non ci è dato sapere cosa precisamente disponga), conferendo con l'onorevole Luciano Violante, che nel pomeriggio, alla Camera, incontrava per l'appunto i magistrati della Corte, per raccomandarsi, supponiamo, e trovare un appiglio giuridico.

Tuesday, May 22, 2007

I costi della non-politica

«... i costi del non decidere, del decidere a vantaggio delle corporazioni, del decidere contro i giovani...»

Dai vicepremier Rutelli e D'Alema, spaventati dal possibile tracollo elettorale dei loro partiti in caso di sciopero generale degli statali - quindi proprio da quel cosiddetto "motore riformista" della coalizione (Ds/Margherita) che avrebbe dovuto incarnare la responsabilità e la serietà al governo - giungono le più forti pressioni sul ministro "tecnico" Padoa-Schioppa per accontentare i Sindacati nel rinnovo dei contratti del pubblico impiego.

«Meno tecnica e più politica», gli si chiede, intendendo per "politica" una maggiore sensibilità verso l'esigenza dei partiti di non scontentare le proprie clientele.

A difendere il ministro, e a denunciare il comportamento molto poco "politico", e invece davvero "tecnico", dei partiti, scende in campo Mario Monti, sul Corriere della Sera:

«Non si accorgono, i critici del ministro dell'Economia, che egli sta difendendo il ruolo della politica, mentre sono essi a comportarsi da tecnici. Sì, da esperti in "tecniche di sopravvivenza", applicate al governo. Padoa-Schioppa cerca di evitare che la credibilità complessiva del governo vada in pezzi, dopo molti arretramenti e rinvii su importanti punti programmatici; cerca di orientare le decisioni del governo al rispetto delle generazioni future. Credibilità e impegno per il futuro sono l'essenza stessa della politica. Se mancano, è difficile che i cittadini non disprezzino i politici. Ma per i tecnici della sopravvivenza, che si ritengono politici, contano di più i risultati delle prossime elezioni amministrative e la rigida tutela conservatrice degli interessi di categoria dei propri elettori».

Monday, May 21, 2007

Il ricatto dei Sindacati: o la borsa o lo sciopero

... e il Governo cede la borsa

Dopo il vertice domenicale a Palazzo Chigi il Governo cala le brache e accontenta le richieste dei Sindacati per il rinnovo del contratto degli statali: 101 euro al mese. Contestualmente è stato deciso che i prossimi rinnovi avranno cadenza triennale e non più biennale. A partire, però, dal prossimo (2008-2010).

Forti le pressioni esercitate dai vicepremier, Rutelli e D'Alema, spaventati dal possibile tracollo elettorale dei loro partiti in caso di sciopero, sul ministro "tecnico" Padoa-Schioppa, che a questo punto per salvare almeno la faccia non potrebbe far altro che dimettersi.

Chissenefrega del rigore sui conti pubblici, di quel cosiddetto "motore riformista" della coalizione - Ds/Margherita - che avrebbe dovuto incarnare la responsabilità e la serietà al governo, se è per evitare uno sciopero scomodo alla vigilia di elezioni amministrative.

I «fondi aggiuntivi» cui si riferisce Nicolais, il ministro della (Dis)Funzione Pubblica, fanno parte del cosiddetto "tesoretto", l'aumento di gettito fiscale affluito nelle casse dello Stato grazie alla "ripresina" dell'anno scorso. Una cifra già esigua e probabilmente una tantum, considerando la politica economica di questo governo, che verrà dispersa in mille rivoli assistenziali e clientelari, senza alcuna possibilità di verifica del rendimento degli investimenti fatti.

A fronte di un "tesoretto" una tantum, l'aumento dello stipendio agli statali bisognerà pagarlo anche negli anni avvenire e a regime il suo peso graverà su una spesa pubblica già fuori controllo. Per di più all'orizzonte non si scorge il minimo criterio di efficienza e produttività cui gli aumenti dovrebbero essere legati. Prima i 101 euro, poi si tratta sulla riforma della pubblica amministrazione, è il molto poco tranquillizzante ricatto del segretario della Cgil, Epifani, che propone al Governo di barattare i soldi, tutti e subito, con una generica disponibilità all'«ascolto» delle proposte di riforma dell'Esecutivo per il pubblico impiego.

Dopo un solo anno di governo siamo già alle regalie elettorali. E per un voto amministrativo che in realtà riguarda pochi capoluoghi. Chissà cosa capiterà quando si avvicineranno ben più importanti scadenze elettorali.

Quali trattative? La resa totale del Governo dimostra che non c'è appello al rigore che tenga. Quando i soldi ci sono, vengono spesi, prevale nei politici l'istinto all'acquisto del consenso pagando il conto con il denaro dei contribuenti. Male o bene non importa, purché si spendano. E il più delle volte è male.