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Thursday, May 31, 2012

La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello "mafioso". Il tempismo è davvero troppo sospetto. E' passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l'informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l'hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l'intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com'era? L'anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così "ad orologeria".

VISCO-DRAGHI - Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L'alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c'è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d'Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell'1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L'inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell'azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d'Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell'ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l'euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l'obiettivo dell'unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l'unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull'altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell'unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c'è» e ciò «rende alla lunga l'unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO - La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

Friday, September 02, 2011

Expansion pack: Vampirismo fiscale

Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra

Non c'eravamo illusi dopo il ritiro dell'intervento sull'Irpef dalla manovra. Era chiaro infatti che nubi ancor più minacciose si stavano addensando sul fronte della repressione fiscale. L'incubo dello stato di polizia tributaria si sta materializzando proprio ad opera di quel centrodestra che l'aveva agitato per infiammare l'opinione pubblica contro Prodi, Padoa-Schioppa e Visco. La peggior nemesi che si potesse immaginare.

Con la possibilità data ai Comuni di pubblicare le dichiarazioni dei redditi on line (in realtà l'emendamento rinvia ad un decreto specifico ancora da scrivere, che rende percorribile quindi una marcia indietro) e con l'obbligo di indicare nelle dichiarazioni i propri conti corrente, Tremonti ha superato Visco in vampirismo fiscale. Ma oggi nel far filtrare tutta la sua irritazione il premier ridicolizza se stesso. Che altro poteva aspettarsi da Tremonti e Befera? Possibile che in un momento così delicato per la maggioranza, dopo tutte le accuse al ministro di agire troppo di testa sua, e dopo il gravissimo precedente della riscossione forzata dopo soli 60 giorni dall'avviso di accertamento, lo si lasci a scrivere in completa solitudine gli emendamenti sulla lotta all'evasione? Anche l'idea di "scorta" di aumentare di due punti percentuali l'Iva per soli tre mesi rivela un dilettantismo sconcertante o un rincoglionimento senile, dato che posticipare le fatture di tre mesi sarebbe un gioco da ragazzi.

Ma ciò che mi fa più impazzire di rabbia è che sono riusciti a spostare il dibattito pubblico e l'attenzione dei media e dei cittadini dal vero problema, e cioè l'insostenibilità per lo Stato e per i cittadini di questi livelli di debito e di spesa pubblica, a quella che in realtà è solo una delle tante distorsioni che ne conseguono. Sono riusciti cioè a far passare per la causa, o per una delle cause principali, una delle conseguenze - l'evasione fiscale - dell'enorme spesa pubblica e degli insostenibili livelli di tassazione che richiede.

Tra un piagnisteo e l'altro nessuno dice che a fronte dell'ennesima spremitura dei contribuenti la spesa pubblica continuerà a crescere nei prossimi anni fino a sfiorare i 900 miliardi, perché nessuno dice che i «tagli» riguardano l'aumento tendenziale della spesa e non gli euro sonanti che vengono effettivamente spesi ogni anno.

Non si stanno accorgendo, o fingono di non accorgersene, che il Paese è fiscalmente stremato, che nuovi aumenti di tasse, o l'inasprimento dei controlli, sono misure criminogene, faranno scattare presso i contribuenti ulteriori meccanismi di autodifesa, indurranno molti ad evadere, quindi non produrranno il gettito atteso, oltre a deprimere ulteriormente un'economia già asfittica.

Evasione ed elusione in Italia sono così estese e capillari, così sistemiche, che non può trattarsi di un problema "antropologico" (il nostro scarso senso civico), ma di un problema squisitamente economico. Al netto di furbi e delinquenti, sono forme di autodifesa dalla voracità predatoria dello Stato. Se improvvisamente la cosiddetta "lotta all'evasione" dovesse avere successo, vedremmo precipitare la nostra economia, chiudere migliaia di aziende e la perdita di milioni di posti di lavoro, regolari o in nero che siano. Sì, a livello sistemico l'evasione è l'anticorpo che sviluppa il corpo sociale per rendere ancora possibili, convenienti, le attività produttive, e il sommerso non è che una forma di welfare contro la disoccupazione a cui ci condannerebbe la rigidità del mercato del lavoro legale.

Per descrivere l'avvitamento su stessa della coalizione di governo si presta benissimo la critica che indirizzò McCain al suo partito nel 2008: "Al governo per cambiare lo Stato, lo Stato ha cambiato il centrodestra". E' questo che è accaduto negli anni e credo che ormai la situazione sia irrecuperabile. Tra l'altro, il nuovo amore del centrodestra per le tasse e per lo stato di polizia tributaria avrà l'effetto di dare la stura ai più bassi istinti statalisti della sinistra, provocando uno slittamento complessivo dello spettro politico verso lo statalismo. Arriveremo al punto in cui la patrimoniale apparirà come la misura più liberale a disposizione.

Thursday, September 01, 2011

La rapina perfetta

Come facilmente prevedibile, con il dietrofront sull'Irpef è stato tolto dalla manovra l'aspetto più scabroso e solo quello più vistosamente sputtanante per il Pdl, ma le nostre tasche sono tutt'altro che al sicuro. Per far quadrare i conti, infatti, s'inasprirà la lotta all'evasione fiscale. Al che, detta in termini così generici, non avrei nulla in contrario. Bisogna vedere però come le intenzioni si declinano nella realtà. «Non siamo per lo stato di polizia tributaria», ripete Berlusconi, ma è esattamente questo lo spirito che ha animato negli scorsi mesi l'operato del ministro Tremonti e dell'Agenzia delle Entrate. Emblematico il colpo di mano con il quale si è passati alla riscossione forzata, senza alcun ulteriore preavviso, dopo soli 60 giorni (termine poi emendato a 180 giorni) dall'avviso di accertamento, a prescindere dall'esito di un eventuale ricorso. In pratica, l'atto di accertamento assume valenza di titolo esecutivo, e in caso di ricorso il contribuente dovrà comunque pagare a titolo provvisorio il 50% del dovuto (dovuto secondo il Fisco).

Stanti tali precedenti, sapere che il ministro dell'Economia e il direttore Befera «stanno scrivendo i provvedimenti» non ci fa dormire sonni tranquilli. Lo stesso premier, inoltre, ricorda di avere «sempre in canna» il colpo dell'aumento dell'Iva. La sensazione quindi è che dobbiamo aspettarci nuovi odiosi strumenti di polizia tributaria. Ma ancor più grave è che sia ripartito persino il dibattito sulla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi, la barbarie di cui si rese promotore il viceministro Visco nel 2008.

Va bene la stretta sulle società di comodo alle quali molto spesso vengono intestati immobili e beni di lusso per non pagare le tasse e per avvantaggiarsi nelle graduatorie d'accesso ai servizi pubblici gratuiti. Va bene affinare gli strumenti d'incrocio dei dati sui redditi dichiarati e i beni posseduti. Vanno bene persino le «manette» nei confronti dei grandi evasori. Ci sono però dei principi dai quali non si può derogare: nessuna misura esecutiva - né la confisca, tanto meno l'arresto - può scattare senza che in caso di contenzioso si sia espresso un giudice terzo. Bisogna quindi eliminare la riscossione dei tributi quando si è in pendenza di giudizio, almeno fino al primo grado. Non può pagare il cittadino i ritardi dello Stato. E inoltre no al ricorso, in alcuna forma, alla delazione fiscale o alle gogne mediatiche, strumenti degni della Stasi della Germania Est.

Purtroppo, l'operazione di propaganda che rischia di riuscire agli statalisti di ogni colore politico, di destra e di sinistra, è di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle responsabilità dello Stato, dei governi passati e presenti, ad una demagogica caccia all'evasore. Si vuol far passare l'idea che dell'enorme debito pubblico accumulato negli ultimi decenni, e quindi della situazione di crisi in cui siamo, i colpevoli siano gli evasori della porta accanto e non, invece, i nostri amministratori, la nostra classe politica, che attraverso la spesa pubblica "compra" il consenso elettorale. A dispetto dei piagnistei per i «tagli», nei prossimi anni la spesa pubblica, se calcolata in euro veri, sonanti, aumenterà fino a quasi 900 miliardi di euro. Dobbiamo mettercelo bene in testa una volta per tutte: non esiste "lo Stato", né è possibile individuare un interesse che sia davvero "generale" (al massimo esiste un interesse "dei più"), ma una cerchia relativamente ristretta di uomini e donne che fanno gli interessi loro e, nella migliore delle ipotesi, di chi li ha eletti. L'evasore viola la legge, certo, ma non si può sostenere che rubi agli altri, perché fino a prova contraria si tratta sempre di soldi che si è guadagnato con attività lecite. E' chi amministra lo Stato, piuttosto, che effettua una "rapina" legalizzata.

E' grave quindi il solo ipotizzare la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi. Sarebbe un atto incivile e criminale: lo Stato che non si fa scrupolo di incitare all'invidia sociale, alla lotta di classe tra i suoi cittadini, pur di reperire ulteriori quattrini da sperperare mentre riesce ad allontanare da sé lo sguardo sospettoso dell'opinione pubblica. Se passa, sarà la rapina perfetta, quella in cui i rapinati nemmeno si accorgono di esserlo e si mettono ad accusarsi tra loro.

Thursday, June 03, 2010

Non cadiamo nel tranello

Berlusconi può essere criticabile per non aver dato seguito, abbassando le tasse, a quel concetto espresso nel 2004 e ripetuto in tante altre occasioni («se lo Stato mi chiede il 50% e passa di tasse è una richiesta scorretta e io mi sento moralmente autorizzato a evadere, per quanto posso»), ma non per essersi contraddetto con la smentita di martedì sera a Ballarò, o con le misure anti-evasione adottate dal suo governo con questa manovra. Interpretare quella smentita come un'abiura di quanto affermato anni fa, oltre che un errore, significherebbe cadere nell'inganno dialettico teso dagli amanti delle tasse, che per delegittimare un argomento sacrosanto ed efficace lo bollano pretestuosamente come incitamento all'evasione.

Quello usato innanzitutto dai liberali - e poi da Berlusconi - non è mai voluto essere un argomento per giustificare l'evasione fiscale, tanto meno per sostenerla, ma una pura constatazione: e cioè che una pressione fiscale avvertita come eccessiva e ingiusta rende moralmente e socialmente più accettabile evadere il fisco. Credo sia una realtà, un sentimento diffuso, di cui abbiamo esperienza nella vita di tutti i giorni. E' un fatto da cui trarre delle conseguenze, non una giustificazione né un incitamento. Nello smentire che lo sia non c'è contraddizione. La contraddizione che si può imputare a Berlusconi, semmai, è di non averne ancora tratto le dovute conseguenze, cioè di non avere ridotto le tasse.

Tasse basse e spese bene accrescono la «morale tributaria», osserva oggi Francesco Forte, su il Giornale. La nostra Costituzione prescrive che «tutti sono tenuti alle spese pubbliche in relazione alla loro capacità contributiva». Ma «una vasta dottrina tributaria afferma che le imposte con aliquote molto alte, che privano sostanzialmente il contribuente del suo diritto di proprietà e di iniziativa o della retribuzione del lavoro, sono incostituzionali».

Sia chiaro, a me non piacciono né la retorica anti-evasione del governo, né la caccia alle streghe praticata in concreto. Primo, perché inasprendo la repressione (magari anche in modo costoso) puoi recuperare qualche spicciolo, ma il più efficace strumento di contrasto dell'evasione rimane uno solo: cominciare a chiedere il giusto (massimo il 33% ai ricconi), dopo di ché sì, puoi pretendere che tutti paghino ed essere duro con chi evade. Secondo, la mia impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine si rischia un effetto depressivo. L'ho già scritto più volte: con l'elevata pressione fiscale e contributiva, i costi occulti dell'inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, della rigidità del mercato del lavoro e della scarsa competitività, l'evasione è spesso l'unico modo per fare attività economica, impresa e lavoro. Per questo concordo con Enzo: «Quando per un liberale il problema principale diventa l'evasione fiscale e non l'entità del prelievo, vuol dire che ha già abdicato ai suoi principi».

Non bisogna però scordare che tra la soglia della tracciabilità abbassata a 5 mila euro da Tremonti e quella a 500 o 100 euro di Prodi-Visco c'è (ancora) una grande differenza. E il governo di centrosinistra quando si trovò per le mani il famoso "tesoretto", i soldi recuperati dall'evasione, lo dilapidò in spese improduttive e assistenziali, come accrescere le finestre di pensionamento, abolire lo "scalone" Maroni, assumere in massa i precari della scuola.

Wednesday, May 26, 2010

Sano rigore, ma senza ambizioni

Molte cose buone nella manovra correttiva varata ieri - alcune sia pure simboliche o poco più (come i tagli agli emolumenti di politici, partiti, magistrati e supermanager), ma autentiche sconosciute nel nostro Paese - e due critiche sostanziali. La prima, la mancanza di coraggio nei tagli. Nella situazione in cui è il nostro Paese, qualsiasi taglio alla spesa pubblica, a prescindere, è cosa buona e giusta, e spesso molto "costosa" politicamente. Tanti piccoli tagli (stretta su enti locali, ministeri, pubblico impiego, invalidità, farmaci, e a grande richiesta soppressione di enti inutili e 10 mini-province) che producono nell'insieme un taglio significativo del deficit (1,6% in due anni), ma non risolutivo. Nel senso che un governo di centrodestra dovrebbe nutrire l'ambizione dell'abbattimento del debito pubblico, almeno di programmarlo, e non del mero contenimento. Per questo, serve intervenire in profondità nei pilastri della spesa, riformandoli radicalmente. Mi riferisco a sanità e pensioni, apparati dello Stato, privatizzazioni.

La riforma Brunetta, per esempio, come abbiamo già osservato, è finalizzata a far funzionare meglio le amministrazioni pubbliche, ed è certo importante e auspicabile introdurre un buon meccanismo di incentivi-disincentivi, ma non mira al dimagrimento dell'apparato statale in termini quantitativi e qualitativi. E' una responsabile impostazione "statalista", di chi crede nei servizi statali e cerca di farli funzionare. All'Italia servirebbe invece, in una qualche misura, uno "smantellamento".

Adesso possiamo ripetere quanto ci apparve chiaro fin dall'inizio: non aver approfittato della crisi per fare le riforme più "costose" politicamente, sostenendo che non si potevano fare proprio a causa della crisi, è stato un errore. Perché ora la crisi del debito ci ha presi in contropiede e nell'urgenza non si sono potute mettere in campo, ammesso che avessero voluto, riforme strutturali che non erano state preparate. Ma nel valutare con occhio critico la manovra tremontiana bisogna sempre tener conto delle direzioni in cui hanno spinto e spingono le forze politiche, interne alla stessa maggioranza o dell'opposizione. Insomma, le alternative politiche concrete (non quelle auspicabili), hic et nunc, a Tremonti. Guardiamoci in faccia: tranne qualche volenteroso blog liberale, chi davvero vuole tagli alla spesa più coraggiosi, e traumatici, di quelli di Tremonti? E quanti, invece, tra i suoi critici, sarebbero pronti a gridare alla "macelleria sociale"?

Al ministro va riconosciuto infatti il merito di aver resistito alle tentazioni interne e alle pressioni esterne, ieri di quanti avrebbero voluto che si rispondesse alla crisi con cospicue misure di stimolo, che gli altri Paesi si sono potuti permettere - sia pure con effetti dubbi - ma che ci avrebbero condannati al destino della Grecia; oggi di chi cerca di salvare il proprio orticello dalla scure della manovra. Ormai note le reiterate richieste di Bersani - addirittura fino a ieri - per «soldi freschi» da mettere in un «vero pacchetto di stimolo». Ma le spinte dall'interno del governo e della maggioranza non sono di segno molto diverso. Come emerge dai resoconti passati, così come di questi giorni, le tensioni e i contrasti con Tremonti sono originati da tentativi di limitare e ammorbidire i tagli, non da richieste di intervenire più in profondità sulla spesa. Fa eccezione Berlusconi, che ha chiesto al ministro di rendere possibile il taglio delle tasse.

Se agisce piuttosto bene sul fronte del deficit, il principale difetto della manovra - e siamo alla seconda critica, e alla seconda mancata ambizione - è sul versante della crescita. Non può sfuggire la fiscalità di vantaggio per il Sud prevista almeno come possibilità - a quanto pare di capire sarà concessa a discrezione delle regioni interessate, che potranno ridurre o azzerare una tassa sostitutiva dell'Irap - ma la manovra interviene sul numeratore del rapporto deficit-Pil, non sul denominatore. Ed è il denominatore la chiave di volta, la bacchetta magica. Quel Pil che non riuscendo più a farlo crescere, qualcuno vorrebbe liquidare come indicatore antiquato. Peccato che i nostri creditori guardino innanzitutto alla nostra capacità di creare ricchezza con i soldi che ci prestano. Se da un lato la situazione dei conti pubblici e la crisi non consentono di ridurre le tasse, dall'altro è anche vero che riducendo le tasse si può rilanciare la crescita, che a sua volta, in modo più indiretto ma persino più efficace, può aiutare la finanza pubblica.

Il problema però è capire come crescere e questo non è affatto scontato. Parlare di crescita è facile, tutti ne parlano, ma bisogna distinguere tra chi propone cosa. Bisogna fare attenzione, perché in Italia coloro che battono sul tasto della crescita si dividono in due tipologie: nella maggioranza dei casi purtroppo il partito della crescita nasconde un partito della spesa, cioè di chi è convinto che una politica per la crescita sia quella dei pacchetti di "stimoli". Soldi che vengono da tagli alla spesa o da nuove entrate per alimentare altra spesa. Questa è redistribuzione, nella migliore delle ipotesi una politica per la crescita dirigista e altamente inefficiente. E non manca chi usa lo slogan delle "riforme strutturali" a vanvera, perché di moda, ma poi sarebbe il primo a parlare di "macelleria sociale" nel caso in cui certe riforme si facessero per davvero.

Il giudizio sulla manovra dipende molto quindi da cosa si deciderà di fare con i 24 miliardi di euro incassati. Se saranno quasi interamente utilizzati per ridurre la spesa e il deficit, bene; se saranno in parte utilizzati per la crescita, ma producendo la solita spesa di "stimolo", male; se saranno investiti almeno in parte in una riforma fiscale anche graduale, o nella riduzione del cuneo fiscale, allora benissimo, perché è il modo "sano" per crescere.

Ultimo appunto, la conversione che Tremonti ha imposto al governo e persino a Berlusconi sulla tracciabilità, un tabù cui eravamo affezionati: tra la soglia dei 5 mila euro e i 500 o i 100 euro di Visco c'è (ancora) una grande differenza, ma diciamo che questo governo fa un ulteriore passetto verso quello «Stato di polizia tributaria» che giustamente si rimproverava alla coppia Prodi-Visco di volere. Personalmente, ho una visione opposta sul problema dell'evasione e dell'economia sommersa. Considerando l'enorme spesa pubblica, e dunque l'incredibile quantità di sprechi e inefficienze, c'è da dubitare che ogni singolo cent recuperato vada a miglior causa (sia in termini morali che di efficienza economica) rispetto a quella cui lo avrebbe destinato l'evasore, sia che lo impiegasse per l'acquisto di un nuovo yacht, sia per mandare avanti la sua azienda (con annessi lavoratori).

Rimane un espediente demagogico, quello della lotta all'evasione, ma evasione e sommerso oggi rendono possibile impresa e lavoro laddove con i costi imposti dallo Stato non sarebbero possibili. Sono in realtà spesso, soprattutto al Sud, una costosa ma forse indispensabile forma di ammortizzatori sociali. E visto l'elevato livello di tassazione, l'impressione è che più si incrudelisce la lotta, più nel medio-lungo termine avrà un effetto depressivo.

Wednesday, March 11, 2009

Perdono il pelo ma non il visco: Franceschini dichiara guerra al ceto medio

Un incentivo in più per darsi alla macchia

Archiviata la proposta dell'assegno di disoccupazione, di cui abbiamo già avuto modo di parlare, Franceschini riesuma il centrosinistra di Visco e scimmiottando Obama propone di aumentare le tasse ai "ricchi" (!?) per aiutare i più poveri. Un «contributo straordinario» per il 2009: due punti percentuali in più di aliquota Irpef sui redditi superiori ai 120 mila euro per reperire 500 milioni da destinare al contrasto della povertà estrema.

Demagogia assoluta. Effettivamente, se si prendono in considerazione le dichiarazioni del 2006 per l'anno d'imposta 2005 (dati del Dipartimento delle Finanze), aumentando del 2% l'aliquota del 43 per cento che si applica sulla parte eccedente i 75 mila euro di reddito, si ricaverebbero circa 500 milioni di euro in più di imposta lorda. Tuttavia, non è assolutamente detto che aumentando l'aliquota marginale, a un universo così ristretto di contribuenti (tra i 177 mila e i 200 mila) si ricavi un gettito superiore.

Innazitutto, perché non siamo nel 2005 ma in un periodo di crisi più profonda. Poi, perché il solo annuncio di un simile aumento può indurre i contribuenti interessati a imboscarsi in parte o in tutto, oppure a sfruttare al massimo deduzioni e detrazioni (già mi pare di sentirle le preghiere ai commercialisti: "Mi raccomando, faccia come vuole purché restiamo entro i 119.990 euro"). Per non parlare dell'effetto negativo sui consumi (e quindi sul gettito Iva) che potrebbe avere l'aumento delle tasse sui contribuenti più propensi a consumare.

Ma il punto è: sono davvero questi "i ricchi"? Già oggi, i contribuenti con un reddito imponibile di 120 mila euro, che Franceschini chiama "ricchi", si vedono sottrarre dal fisco oltre il 37%, ritrovandosi con poco più di 75 mila euro. Siamo in pieno ceto medio. Inoltre, i redditi superiori ai 100 mila euro in Italia sono già una razza in via d'estinzione e la proposta di Franceschini sarebbe solo un incentivo in più per darsi alla macchia. La percentuale dei contribuenti che dichiarano redditi superiori ai 100 mila euro è stranamente bassa in Italia (rispetto agli Usa, per esempio): lo 0,8%. Tanto da far pensare che simili proposte finiscono per "punire" solo i pochi onesti (o costretti, perché lavoratori dipendenti) che dichiarano quei redditi, mentre tutti gli altri "ricchi" si imboscano.

Ma evidentemente con la sua proposta il segretario del Pd cerca anche di imitare il presidente americano Barack Obama, che per finanziare una parte del fondo iniziale di 634 miliardi di dollari per la sua riforma sanitaria, aumenterà le tasse sui redditi superiori ai 200 mila dollari per i singoli e ai 250 mila per le coppie, il 2% delle dichiarazioni, quelle degli americani più ricchi. L'aliquota marginale massima del 35% salirà al 39,6%.

Ebbene, balza subito agli occhi una differenza abissale nel concetto di ricchezza. In America un presidente di sinistra non si azzarda a definire "ricchi" i single che guadagnano meno di 200 mila dollari (circa 158 mila euro); in Italia ci vanno di mezzo tutti quelli che guadagnano 120 mila euro, single o con famiglia a carico. Ammesso e non concesso che la politica fiscale di Obama sia opportuna, quella di Franceschini è un grossolano attacco al ceto medio.

In Italia i contribuenti più ricchi, che dichiarano più di 100 mila euro l'anno, sono circa 300 mila, lo 0,8% (ma c'è da scommettere che i voti sono molti di più!), e assicurano all'erario solo il 15,8% dell'imposta complessiva (circa 19,8 miliardi di euro). Negli Stati Uniti, considerando gli ultimi dati disponibili (2006), l'1% dei contribuenti più ricchi ha versato invece il 40% del gettito complessivo. Ma di questo 1% fanno parte i cittadini americani che dichiarano un reddito superiore ai 388 mila dollari, mentre in Italia per arrivare alla quota dell'0,8% dei contribuenti più ricchi bisogna considerare anche chi dichiara un reddito di "soli" 100 mila euro (126 mila dollari).

A dichiarare un reddito superiore ai 200 mila dollari (circa 158 mila euro) è addirittura il 7% dei contribuenti americani, che assicura il 62% del gettito complessivo dell'imposta sul reddito individuale, 522 miliardi di dollari. Ebbene, gli italiani che dichiarano un reddito simile, superiore ai 150 mila euro (200 mila dollari equivalgono a 158 mila euro), sono lo 0,3% (114 mila) e versano solo il 9,7% dell'imposta complessiva (circa 12,2 miliardi di euro).

Per ottenere 10 miliardi di euro - per esempio, per finanziare una riforma degli ammortizzatori sociali - da questa fascia di contribuenti più ricchi, la stessa a cui Obama ha deciso di aumentare le tasse per finanziare il suo piano sanitario, occorrerebbe quasi raddoppiare l'aliquota. Per arrivare al 53% di tutto il gettito bisogna prendere in considerazione le tasse pagate dal 10% dei contribuenti italiani più ricchi, ben sotto la soglia dei 70 mila euro.

Sorge spontaneo chiedersi dove siano finiti i "ricchi" in Italia. O nel nostro paese c'è un problema di scarsa creazione della ricchezza e di uno scarso accumulo di capitali; oppure le aliquote sono troppo alte e i contribuenti più ricchi investono i loro guadagni in modi che gli permettono di non farli figurare come reddito imponibile. Probabilmente le due spiegazioni non si escludono.

Tuesday, November 25, 2008

Il governo sceglie di non scegliere

Il governo varerà entro la fine della settimana il pacchetto anti-crisi, ma alcune misure sono già state anticipate negli incontri con le parti sociali e gli industriali. Aspettiamo, quindi, per un giudizio definitivo, ma una prima valutazione non può che essere nel complesso negativa.

Positive la detassazione dei premi di produttività, la possibilità per le imprese di detrarre punti Irap dall'Ires, l'introduzione dell'Iva di cassa e la liberalizzazione dei saldi. Positivi anche lo sblocco dei pagamenti ai privati da parte delle pubbliche amministrazioni e lo stanziamento di 16,6 miliardi di euro per infrastrutture, i cui effetti però non saranno a breve termine.

La «social card» e il bonus fiscale per le famiglie con figli a carico e i pensionati sono diretti ai poverissimi (e presumibilmente a qualche evasore fiscale che dichiara un reddito al limite della sussistenza) e avranno quindi un impatto irrilevante sulla domanda.

La conversione per legge dei mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso, oltre a fare carta straccia di contratti liberamente sottoscritti tra le parti, rischia di essere tardiva, visto che il costo del denaro sta diminuendo, ed è una vera e propria beffa nei confronti di chi dall'inizio si è sobbarcato un mutuo a tasso fisso. Chi restituisce a costoro il denaro speso in più rispetto a quanti oggi passano comodamente a tasso fisso dopo aver usufruito del tasso variabile in tempi migliori?

In generale, se il pacchetto anti-crisi del governo si ridurrà a questo, si tratterà dell'ennesima non scelta tra la disciplina di bilancio e il sostegno alla domanda. Purtroppo, come tutti ma proprio tutti i governi, anche questo sta commettendo l'errore di disperdere le scarse risorse disponibili in una serie di misure che avranno impatto nullo o scarsissimo sulla domanda, senza alcun grande progetto o riforma su cui investire, e per di più mettendo a rischio l'obiettivo della riduzione del debito pubblico sotto il 100% del Pil.

I nostri governi - di qualsiasi colore politico - non sanno far altro che varare pacchetti-fotocopia che danno l'elemosina ai poverissimi (ammesso che la maggior parte non siano evasori o pensionati che lavorano in nero), e che ignorano la classe media. Rischia di essere questo il primo grande errore del governo, che non tarderà a determinare il primo serio calo dei consensi. Berlusconi chiede ai cittadini-consumatori di avere fiducia, ma è il governo per primo a non avere fiducia in loro. Se avesse fiducia nei consumi, infatti, saprebbe che riducendo le tasse al ceto medio (e non solo a quei pochi che dichiarano l'inverosimile reddito di 6 mila euro l'anno) sosterrebbe la crescita aumentando nel medio-lungo periodo anche il gettito fiscale.

Evitare aiuti e sussidi, scrive oggi Piero Ostellino, «alla produzione di beni e di servizi che non rispondono più alla domanda, perché il mercato ne è saturo, o perché i consumi si sono temporaneamente orientati altrove». Per esempio, il mercato delle auto potrebbe essere saturo, perché dopo dieci anni di crescita è probabile che il parco auto sia stato quasi interamente rinnovato e in un periodo di crisi la gente ci pensa due volte prima di cambiare un'auto di soli tre o quattro anni. Più utile sarebbe invece tagliare le tasse, perché la riduzione delle tasse è un intervento non distorsivo del mercato, ma anzi è sempre «market oriented, in quanto i cittadini-consumatori indirizzerebbero la loro maggiore capacità di spesa, soprattutto verso prodotti di largo consumo e secondo le proprie esigenze».

UPDATE 18:48: Nell'audizione di oggi dinanzi alla Commissione Lavoro della Camera, il dott. Ignazio Visco, vice direttore generale della Banca d'Italia, ha auspicato «una riduzione del prelievo fiscale sul lavoro», misura che «evita distorsioni e incentiva la crescita» e che a suo avviso «andrebbe applicata alla platea più vasta possibile» di lavoratori. Invece, «misure selettive che stimolino la contrattazione integrativa, in deroga ai principi di neutralità del prelievo, sarebbero giustificate solo se contribuissero a innalzare la produttività». Perché «il rischio - ha avvertito - è che parte significativa delle agevolazioni vada a beneficio di imprese che avrebbero comunque registrato guadagni di produttività». I provvedimenti cui sta pensando il governo, di sgravio dei premi aziendali, «possono avere effetti redistributivi regressivi, concentrandosi tra i dipendenti delle grandi imprese dove le retribuzioni sono già più elevate, e possono determinare comportamenti opportunistici».

Inoltre, secondo Visco (da non confondere con Vincenzo), «per il buon funzionamento del mercato del lavoro, appare essenziale perseguire una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta soprattutto ad affermare l'universalità della copertura assicurativa, che ora varia tra settori e tipi di occupazione ed esclude ampie fasce di lavoratori». Per «attutire i costi sociali del processo di ristrutturazione delle imprese e riallocazione del lavoro», anzi migliorandone gli esiti in termini di efficienza. «Come mostra anche l'esperienza di molti Paesi europei - ha sottolineato - una riforma in questa direzione è il necessario complemento di un mercato del lavoro flessibile; contribuisce a svilupparne appieno i benefici, favorendo la ricollocazione dei lavoratori verso attività, settori e imprese maggiormente produttivi».

Tuesday, May 06, 2008

La trasparenza è una buona idea, ma iniziamo dall'esattore...

... non dal contribuente. A giudicare da come il Wall Street Journal, in uno degli editoriali di oggi, commenta la pubblicazione on line dei redditi dichiarati nel 2005 da 38 milioni di italiani, una cosa simile non dev'essere nemmeno lontanamente possibile negli Stati Uniti, al contrario di quanto Visco e il direttore dell'Agenzia delle Entrate hanno falsamente dichiarato in questi giorni per difendersi dalle polemiche. E' l'ultima follia, che il WSJ definisce «income voyeurism», del Governo Prodi.
«... the final act of a politician desperate to translate his principles into action. During his two years in office, Mr. Prodi has tried, without much success, to crack down on the favorite Italian pastime of tax dodging. His government appears to see this parting gift as a last attempt to shame Italians into paying their taxes. The apparent idea was to get Italians to use the tax records to spy on each other and report discrepancies between their neighbors' stated income and lifestyles».
«Se il governo ha intenzione di rendere più trasparenti i documenti finanziari dell'Italia, un modo migliore per iniziare sarebbe quello di spiegare perché lo stato italiano deve consumare il 48% del Pil».

Wednesday, April 30, 2008

L'ultimo morso del vampiro Visco

Per fortuna ce lo siamo tolti di vista, speriamo una volta per tutte. Ma Visco il "vampiro" ci saluta con l'ultimo, per la verità annunciato, morso: dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti on line.

«Un fatto di trasparenza, di democrazia, non vedo problemi: c'è in tutto il mondo, basta vedere qualsiasi telefilm americano», dice l'ex viceministro. Iniziativa «mai sottoposta all'attenzione del Garante della privacy», replica il Garante stesso, il quale però - si ricorda nei provvedimenti di pubblicazione - avrebbe fornito il proprio via libera con pareri del 17 gennaio 2001 e del 2 luglio 2003.

Non so come funzioni negli Stati Uniti (anche se non credo che le dichiarazioni siano on line), ma in ogni caso speriamo che il nuovo governo cancelli quanto prima questa ennesima aberrazione del "terrorismo" fiscale di Visco, capace solo di scatenare invidie e delazioni (che per lo più si rivelerebbero infondate, con aggravio per l'Agenzia delle Entrate) tra vicini di casa, parenti e colleghi di lavoro.

E per una volta siamo d'accordo con Beppe Grillo, che pone una questione che non ci pare affatto secondaria: «Dopo l'indulto che ha liberato le carceri questo ex governo di imbelli, presuntuosi e deficienti fornisce ai criminali le informazioni sul reddito e l'indirizzo di casa dei contribuenti. Pagare le tasse così è troppo pericoloso, meglio una condanna per evasione fiscale che una coltellata o un rapimento». Secondo Grillo, infatti, con la pubblicazione online dei redditi «i rapimenti di persone saranno facilitati, il pizzo potrà essere proporzionato al reddito dichiarato. La criminalità organizzata non dovrà più indagare, presumere. Potrà andare a colpo sicuro collegandosi al sito dell'agenzia delle entrate. I nullatenetenti e gli evasori non avranno comunque nulla da temere. Chi paga le tasse sarà punito, chi ne paga molte potrà essere sequestrato, taglieggiato, rapinato».

Le dichiarazioni dei redditi sono già oggi pubbliche e accessibili, ma pubblicarle on line è cosa ben diversa. Chiunque volesse, può sapere quanto dichiara un suo concittadino, ma deve inoltrare una richiesta formale per essere a sua volta identificato. La tracciabilità del richiedente e le sue motivazioni sono (almeno lo spero) garanzie dovute ai contribuenti su dati comunque così sensibili.

Saturday, March 01, 2008

Visco prepara il suo ultimo colpo di coda. Ma al Pd conviene?

Visco potrebbe volersi giocare un ultimo colpo di coda. Tiene nel cassetto, in attesa di accertamenti, una lista con centinaia di nomi, tra cui quelli di alcuni politici, che avrebbero un conto nel Liechtenstein. Anche se di per sé avere un conto nel Liechtenstein non vuol dire essere evasori fiscali, di certo è sufficiente per scatenare la riprovazione e il sospetto di quei settori di opinione pubblica - purtroppo ampi in Italia - mossi da invidia sociale. Come ha osservato Panebianco sul Corriere, potrebbe scatenarsi una «civile e garbata» caccia all'uomo. Questa «specie di lista Mitrokhin» fiscale potrebbe giocare il ruolo che in altre campagne elettorali hanno giocato gli avvisi di garanzia.

Molto dipenderà dall'uso che Visco intenderà fare di questa lista, dal tempismo con il quale deciderà di rendere pubblici i nomi dei politici coinvolti. Quando verranno svelati i nomi? Prima o dopo il deposito ufficiale delle liste? Quanto prima del voto?

Se, guarda un po', i doverosi "accertamenti" del Ministero dovessero protrarsi per troppi giorni, osserva Panebianco, «non ci sarebbe verso di evitare un pesante inquinamento della campagna elettorale. Il minimo è che gli accertamenti sui politici siano immediati e che questo argomento possa essere subito tolto dal confronto». Altrimenti, «il sospetto di strumentalizzazioni in atto diventerà legittimo».

Se un politico presente nella lista, ipotizza Panebianco, dovesse tacerlo al proprio partito e farsi candidare, come potrà quel partito difendersi da un sicuro danno d'immagine una volta che quel nome dovesse uscire all'indomani della presentazione delle liste?

E' vero che molti italiani sembrano facili prede di un irrefrenabile sentimento di invidia sociale, ma se Visco dovesse decidere di accendere la miccia e giocarsi questa lista come arma di propaganda elettorale, gli effetti potrebbero anche ritorcersi contro il Pd. Berlusconi infatti potrebbe rivoltare la questione a suo vantaggio accusando di nuovo Visco e la sua parte politica di terrorismo fiscale, annullando d'un colpo tutti i tentativi di Veltroni di presentarsi con un nuovo approccio sul tema tasse.

Insomma, converrebbe davvero al Pd? Molti elettori di sinistra si accanirebbero contro i presunti evasori, soprattutto se molti dei nomi politici nella lista dovessero appartenere al PdL, ma il Pd dovrà dire addio ai voti moderati e ai sogni di sfondamento al centro.

Al grido «lunga vita ai paradisi fiscali», «lunga vita alla libertà dei contribuenti», l'ex ministro Antonio Martino ha spiegato al Corriere quanto negativa sia l'idea, sempre strisciante tra Roma, Berlino e Parigi, «dell'armonizzazione fiscale in Europa». Un'idea che tentò persino Berlusconi, ricorda, il quale pensò così di poter abbassare le tasse agganciandosi alle aliquote tedesche.
«Lo dissuasi. Gli spiegai che con un sistema unico ci sarebbe da parte dei governi nazionali una spinta ad alzare la pressione fiscale. E a quel punto per i cittadini europei sarebbe la fine. Mentre in un regime di concorrenza fiscale, se uno Stato tassa troppo, prima o poi vede ridurre la propria base di contribuenti. E' con la concorrenza che si limita lo strapotere pubblico e si tutela la libertà dei cittadini».
Per questo i pochi paradisi fiscali europei, ma anche stati dove la tassazione è bassa, come Gran Bretagna e repubbliche baltiche, sono preziosi e i grandi Paesi come Germania, Francia e Italia dovrebbero prendere esempio da questi per attrarre capitali invece di darsi alla "caccia alle streghe" fiscali. E Martino va oltre. «Difendo quei Paesi dove viene salvaguardato strenuamente il segreto bancario, altro principio di civiltà e di garanzia per i contribuenti». Persino ovvio che bisogna combattere l'evasione, ma l'ex ministro ricorda come questa lotta non sia mai stata un'esclusiva del centrosinistra e come Ricolfi abbia autorevolmente calcolato in soli 2 miliardi di euro i ricavati di Visco e Prodi dalla lotta all'evasione.

Una lotta nella quale è determinante anche la pressione fiscale, «che in Italia è arrivata al 43,3% ed è diventata intollerabile con il centrosinistra al governo». A tali livelli non solo piccole e grandi forme di evasione non sono moralmente condannate da gran parte della cittadinanza, rendendo più difficile scovare gli evasori, ma si rendono persino necessarie per l'efficienza del nostro sistema produttivo.

Insomma, potremmo presto accorgerci di essere giunti al paradosso di dover ringraziare quegli imprenditori che non si sono rassegnati a chiudere i battenti, a non far crescere la propria impresa, a non poter destinare neanche un euro in R&S, a causa di una pressione fiscale che dagli utili - tolti i costi e il guadagno - drena proprio quella quota di risorse che ogni impresa dovrebbe sempre impiegare per gli investimenti e l'innovazione allo scopo di rimanere competitiva. E abolendo il sostituto d'imposta avremmo un'importante controprova. Quanti lavoratori dipendenti pagherebbero fino all'ultimo centesimo le tasse che oggi decurtano anche più del 30% i loro stipendi non certo ricchi, se ne fossero pienamente consapevoli?

Monday, February 18, 2008

Ferrara 2008 come Visco 2006?

Ferrara sta alla possibile rimonta di Veltroni su Berlusconi oggi, come Visco a quella di Berlusconi su Prodi nel 2006.

Semplicemente accostare la "battaglia culturale" di Ferrara - che non è solo «contro l'aborto», ma al di là delle intenzioni furbescamente proclamate è anche punitiva e criminalizzante nei confronti delle donne - semplicemente accostarla, dicevo, al PdL, potrebbe risultare letale per Berlusconi; esattamente come furono letali per Prodi le uscite "terroristiche" di Visco sulle tasse nel 2006, accompagnate dagli autogol di Bertinotti sulla tassa di successione e sulle rendite finanziarie. Di quel 20-30% di elettori ancora incerti la metà sono donne.

Paolo Mieli lo ha già capito e sta dando una mano a Giuliano Ferrara, in versione ormai del tutto "pannellizzata".

Sunday, December 16, 2007

Mr. Spocchia. E gli schiaffoni sono due

Ma lui resta col suo muso arrogante inchiodato al suo posto. L'impermeabilità della nostra classe politica a qualsiasi ammissione delle proprie responsabilità è uno degli elementi che rendono gli italiani «depressi e arrabbiati», come ha scritto l'altro giorno il New York Times.

Quelli compiuti dal Ministero del Tesoro, di cui Padoa-Schioppa è il titolare, responsabile politico e amministrativo, allontanando prima il consigliere Rai Petroni, poi il generale della Guardia di Finanza Speciale, non sono errori politici, che pure rientrano in una complessa attività di governo. Sono atti illegali, abusi di potere dichiarati tali dai Tribunali competenti. E in qualsiasi paese democratico le dimissioni sarebbero l'unica via, invocata dalla stampa, indicata dalla politica per salvaguardare la propria credibilità, e praticata dal ministro non "coinvolto", ma responsabile.

Di quanti atti illegali il ministro Padoa-Schioppa dovrà ancora macchiarsi, approfittando del suo ufficio per avvantaggiare la parte politica oggi al governo, perché qualcuno abbia un sussulto di dignità?

E' vero che ombre piuttosto consistenti si addensano sull'operato del generale Speciale, che per la Procura militare di Roma, secondo quanto riportava tempo fa Carlo Bonini, sarebbe responsabile del più tipico dei peculati - e dei più diffusi, temiamo, nella Guardia di Finanzia - ma è anche sotto gli occhi di tutti come la sua rimozione non fosse affatto dovuta a questi presunti illeciti, ma all'aver in qualche modo intralciato il viceministro Visco nei suoi tentativi di proteggere Unipol dalle indagini della Finanza.

Tuesday, June 12, 2007

Padoa-Schioppa ha perso la calma

Un po' di approssimazione. La tensione fa brutti scherzi. Fatto sta che il ministro Padoa-Schioppa evidentemente sta perdendo la calma, insieme alla residua credibilità di integerrimo euroburocrate. Prima si è visto sospendere dal Tar la rimozione di un consigliere di amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni; poi è stato tirato in mezzo al caso Visco-Guardia di Finanza; si è rifiutato di sottoscrivere - evento rarissimo - un rapporto dell'Ocse che si limitava a ricordarci ciò che tutti sanno: che la riforma delle pensioni va accelerata. La settimana nera del ministro si era chiusa con quel goffo attacco al generale Roberto Speciale, con il quale credeva di aver chiuso il caso a favore del governo.

Ieri è arrivata la doccia fredda dalla Corte dei Conti, a confermare quanto tutti avevamo capito ma il Governo si rifiutava di ammettere: cioè che per fretta e incompetenza mancava qualcosa nell'atto amministrativo con il quale il governo aveva sostituito il generale Speciale con il generale D'Arrigo a capo della Guardia di Finanza.

L'ufficio controllo preventivo di legittimità della magistratura contabile ha infatti deciso di chiedere chiarimenti sulla regolarità del decreto di nomina del generale D'Arrigo. I rilievi dovrebbero essere formalizzati oggi al Ministero dell'Economia, che avrà 30 giorni di tempo per rispondere. Il Governo, fa sapere il portavoce Sircana, risponderà oggi stesso ai rilievi. Se i chiarimenti o gli elementi integrativi risulteranno convincenti, allora il provvedimento di nomina sarà registrato. Altrimenti, la decisione toccherebbe al collegio della Sezione di controllo.

Il ministro in aula aveva ignorato le molte richieste di chiarimento sugli atti emanati dal governo e autorevoli esponenti della maggioranza, come l'on. Violante, avevano negato con insistenza in televisione che vi fossero problemi.

Il problema invece c'era, eccome. Il decreto di nomina di D'Arrigo avrebbe dovuto essere preceduto da un altro provvedimento, motivato, di revoca del generale Speciale. Il provvedimento varato dal Governo e controfirmato il 2 giugno scorso dal Presidente della Repubblica, invece, era unico. «Se i rilievi della Corte dei Conti - ha spiegato il costituzionalista Sergio Fois - sono per mancanza o insufficienza di motivazioni, il provvedimento va reiterato». Insomma, l'atto va emanato ex novo e serve una nuova firma di Napolitano.

Thursday, June 07, 2007

Si tengano la poltrona, ma la faccia l'hanno persa

E' andata a finire nell'unico modo in cui poteva andare a finire. Nessuna sorpresa, ieri, al Senato. Venga messo a verbale che la mozione approvata - l'unica - dalla maggioranza, non contiene alcun apprezzamento alla Guardia di Finanza, ma solo all'operato del Governo, e la si finisca lì.

Una piccola, patetica sorpresa, la scelta del ministro Padoa-Schioppa di andare all'attacco, perdendo così l'ultimo angolo di faccia che gli era rimasto, dopo che al Generale Speciale, per telefono (parole non smentite), aveva molto all'italiana assicurato: «... noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione». La sistemazione era alla Corte dei Conti (poi rifiutata da Speciale), il supremo organo di controllo degli atti amministrativi.

Decisamente, qualcosa non torna. Per smontare il suo lungo e retorico, quanto inutile, discorso, e lasciare in mutande il ministro, basta chiedersi come abbia potuto egli stesso proporre il Generale Speciale per quell'alto incarico alla Corte dei Conti, mentre di lui pensava tutto il male possibile. Ieri sera, in aula al Senato, lo ha accusato di una gestione «opaca» e «personalistica» della Guardia di Finanza, piena di favoritismi compiuti usando in modo disinvolto trasferimenti, premi, ed encomi, «venute meno le regole etiche e deontologiche»; e di «mancanza di lealtà» nei riguardi dell'autorità politica, per l'«assenza di una comunicazione serena, di trasparenza, di prudenza e di riservatezza».

Se il comportamento di Speciale fosse stato davvero degno di tali gravi accuse, non sarebbe stato difficile per il Governo sostituirlo esibendo ottime motivazioni, ben prima che scoppiasse sui giornali il caso con Visco, né raccogliere le prove sufficienti a deferirlo agli organi di giustizia civile e militare, anziché proporgli una promozione alla Corte dei Conti.

Sotto il peso di questa semplicissima contraddizione crolla tutta la requisitoria del ministro, insieme a ogni residua briciola di credibilità.

Non sfugga che Padoa-Schioppa ha anche garantito «la legittimità sostanziale e formale» dell'atto del governo. Ci auguriamo per lui che si sia accertato dell'intenzione della Corte dei Conti di ricevere il provvedimento, qualunque esso sia (perché ancora non ci è dato sapere cosa precisamente disponga), conferendo con l'onorevole Luciano Violante, che nel pomeriggio, alla Camera, incontrava per l'appunto i magistrati della Corte, per raccomandarsi, supponiamo, e trovare un appiglio giuridico.

Wednesday, June 06, 2007

Dilettanti: maldestri e arroganti

Non riescono a governare neanche se stessi

Seduta sospesa, oggi al Senato, e poi ripresa. Tutte le opposizioni avevano chiesto di rinviare il dibattito sul caso Visco-Guardia di Finanza a quando fossero emersi elementi di fatto più precisi sugli atti giuridici varati dal Governo e fosse stata possibile la presenza in aula di Prodi, oggi impegnato al G8.

Qual è il problema? Manca il decreto di destituzione del Generale Roberto Speciale dal comando della Guardia di Finanza, perché ci si aspettava che accettasse il «contentino» alla Corte dei Conti. Decreto che, come atto amministrativo, deve contenere delle motivazioni ed essere sottoposto al giudizio della Corte dei Conti (l'organo di controllo per gli atti amministrativi corrispondente alla Corte costituzionale per quelli legislativi). Questo decreto di revoca non c'è e quindi è probabile che la Corte dei Conti rinvii al mittente anche quello di nomina del Generale D'Arrigo, perché se lo accettasse si troverebbero due generali nella stessa carica. Nel frattempo, le deleghe sulla Guardia di Finanza saranno restituite a Visco.

Da tutto questo affiora un Governo palesemente e gravemente incompetente delle più basilari procedure amministrative, fatto di dilettanti allo sbaraglio, maldestri persino nel tutelare se stessi. Stupisce che Padoa-Schioppa accetti di mettere la faccia su questo «squallore», come lo ha definito in aula Andreotti, e sconcerta il ruolo da utile idiota del presidente della Repubblica Napolitano, che ha firmato l'atto di nomina del Generale D'Arrigo senza preoccuparsi di quello di revoca dall'incarico del Generale Speciale e che, cadendo dalle nuvole, ha detto nei giorni scorsi di non voler entrare nella vicenda. Abbiamo un presidente che si limita a firmare ciò che gli passano senza rendersi conto di cosa si tratti e senza esercitare la sua fondamentale funzione di controllo del rispetto delle regole.

Chi si farà avanti per certificare il decesso?

Romano ProdiDall'inizio il problema è stato sempre lo stesso: come ridurre i danni e liberarsi in fretta del cadavere?

Ma che tonti, che balordi, certi blog di centrodestra (qui ce n'è un'alta concentrazione), che non hanno capito nulla dell'articolo di D'Avanzo su la Repubblica, lo hanno scambiato per una banale difesa d'ufficio di Visco e del Governo sulla vicenda che ha portato alla destituzione del Generale Speciale. Eppure, bastava farsi prendere meno dai cori da curva sud, leggere meglio, unire i puntini dalla A alla Z, come ci ha aiutato a fare ieri mattina Massimo Bordin, in quella rassegna radiofonica dove le trame più oscure della nostra politica diventano improvvisamente tutte trasparenti e persino ovvie.

Parlavamo, tempo fa, della debolezza del partito-Repubblica nei confronti dell'attivismo del partito-Corriere. Ebbene, uno strattone, e bello forte, l'ha tirato il partito-Repubblica. La P-Scalfari ha ripreso a colpire. Non per difendere, semmai per affossare il Governo Prodi.

Il teorema dell'«agglomerato» di potere occulto, dissepolto da D'Avanzo, è ovviamente merce avariata, ma dinanzi a certo giornalismo non è importante capire se la ricostruzione regge, piuttosto guardare chi va a colpire. D'Avanzo imputa al Governo Prodi di voler proteggere quell'«agglomerato» ancor più del passato governo di centrodestra e chiede all'Esecutivo di «rendere conto delle sue scelte contraddittorie». Un duro atto d'accusa, per il reato più grave che possa esistere agli occhi di ogni "sinistrese": la collusione con i poteri occulti e deviati dello Stato.

Perché? Semplice. Prodi sta mandando a puttane il Partito democratico, sta soffocando il neonato nella culla. Da una parte con un'azione di governo scellerata, suicida, con la sua pretesa di tirare a campare per tutta la legislatura, che condannerebbe a dissanguamento certo i partiti costretti a sostenerlo; dall'altra, ostinandosi a voler essere anche il leader del Partito democratico. In questo modo il Pd perderebbe la partita ancor prima di scendere in campo. In proposito sondaggi e urne sono chiarissimi. Delle due l'una: o la nascita del Partito democratico si rinvia a fine legislatura, col rischio che se Prodi cade si ritrovano tutti impreparati; oppure si fa subito, ma allora serve un leader, che non può essere Prodi.

D'altra parte, ricorda Giuliano Ferrara, l'editore di Repubblica l'aveva spiegato per bene alla vigilia delle elezioni, e D'Avanzo non ha fatto altro che scrivere di conseguenza: «Prodi amministra il caseggiato, si stagliano all'orizzonte due leader di una nuova generazione, Veltroni e Rutelli, e il Partito democratico è uno strumento utile di cui prendere anche la tessera, a patto che sia la numero Uno».

Ecco «perché... a nome di chi e contro chi» è stato scritto quell'articolo «fantastico». Ed è evidente «perché adesso». Perché «le cose vanno davvero male... Prodi non regge, e non dà quel che avrebbe dovuto dare, non si può essere troppo generosi quando si si è deboli. Il pericolo di un ritorno del Cav. è giudicato grave e imminente. Ecco la nuova P2».

A sentire Cossiga, che quando è in forma di cose ne tira fuori, «è in corso un regolamento di conti nel centrosinistra che parte da lontano e arriva fino al caso Unipol. E chi lavorò per far affossare la scalata Unipol alla Bnl? La Margherita, con Rutelli e Parisi».

Anche per Oscar Giannino l'articolo di D'Avanzo rappresenta «un triste ammainabandiera. Una specie di 8 settembre. Lo scioglimento delle righe di un esercito che si era presentato come determinato e compatto, e che si scopre giorno dopo giorno sempre più privo di fiducia nei suoi capi e nella linea di operazioni».

«Tutti ormai lo ammettono, nei Palazzi romani, in primis molti leader dell'attuale maggioranza. Prodi è bollito, non regge più». Ed è stata la Repubblica a «puntare contro il governo Prodi non un fucile sia pure ad alta precisione, ma una batteria di obici ad alzo zero, promettendo di far fuoco e fiamme anche nei prossimi giorni. Ed è un'accusa mica da ridere, quella che ha sparato il quotidiano di Carlo De Benedetti», spiega Giannino su Libero: «Hanno accusato il governo Prodi e il premier in persona di essere peggio del governo di Arnaldo Forlani, che nel 1981 venne travolto nel discredito popolare per il montare della questione P2... evocare l'ombra della P2 per i propri lettori e per il popolo della sinistra è qualcosa di gravissimo, di incommensurabilmente più temibile che presentare il bilancio di una coalizione debole e divisa, o sottolineare la ripulsa espressa alle urne amministrative...».

Il governo Prodi, è l'accusa, «appena entrato in carica, invece di affondare il coltello risanatore in questo marcio annidato tra generali della Finanza, ha preferito invece stringere con esso un cinico patto di potere basato sulla reciproca non belligeranza».

Se quella di D'Avanzo, ovviamente, non è che scadente marmellata complottistica, non sfugge però il suo obiettivo politico. Nota Giannino, che «i leader del centrosinistra da settimane hanno affidato ai grandi giornali sfoghi anonimi sul fatto che Prodi è arrivato al capolinea, e sembra non rendersene conto», così come hanno fatto «banchieri pubblici e privati».

Il poveretto è morto e non se n'è accorto, e quelli non sanno come sbarazzarsene: un "classico". Che sarebbe andata a finire così, su questo blog, lo avete cominciato a leggere già da molto tempo prima delle elezioni, quando i leader del centrosinistra mi parevano intenti alla riduzione del danno, nell'attesa di capire come liberarsi del futuro premier. Ma anche subito dopo il voto, quando ipotizzavo la fine anticipata del prodismo rispetto al berlusconismo, quando prospettavo un'uscita di scena indecorosa, o sottolineavo l'esistenza di un vero e proprio "caso Prodi", premier notoriamente incapace da sempre, e per di più già cotto.

Oggi, dopo il voto alle amministrative e il caso Visco-Guardia di Finanza, le campagne sui costi della politica e le critiche di Montezemolo, nonché l'affondo di Repubblica, la fine imminente è un'evidenza sotto gli occhi di tutti, tanto da averci indotto, giorni fa, a parlare di «governo con il morto», proprio perché ormai il problema è come liberarsi di un cadavere che scotta e l'impressione è che i parenti siano costretti ancora per un po' a fingere che sia politicamente vivo. Un po' più a lungo che per un week end.

Non sarà oggi, ma si tratta, ormai, solo di capire chi dovrà sbrigare le ultime formalità per la tumulazione del poco compianto cadavere politico di Romano Prodi. «Dentro l'Unione tutti hanno elaborato un piano di fuga per salvarsi "in extremis"», scriveva Minzolini su La Stampa. C'è da augurarsi che gli «ultimi giapponesi» abbiano fatto bene i loro conti.

Monday, June 04, 2007

Schiaffo morale al governo

Con lettera indirizzata al ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale ha annunciato la rinuncia all'incarico presso la Corte dei Conti, conferitogli venerdì scorso dal Governo come dorato risarcimento per la destituzione dal comando dell'Arma, subita per aver denunciato le pressioni ricevute dal viceministro Visco in difesa di Unipol.

Una mossa ampiamente prevista, quella dell'ex comandante, che ricorrerà al Tar del Lazio: «Non sono interessato a svendere la mia dignità e nessun incarico può riparare l'oltraggio che ho ricevuto», avrebbe detto al presidente della Commissione Difesa del Senato, Sergio De Gregorio.

Nell'intervista rilasciata al Corriere pochi giorni fa era già chiaro che Speciale avrebbe venduto cara la pelle:
«Da quello che ho capito, mi cacciano con effetto immediato... Ho già parlato con insigni giuristi, i quali mi hanno detto che se faccio ricorso non c'è partita. Vinco alla grande. Qui siamo proprio fuori da ogni regola giuridica... Io avrei una parola per definire quello che hanno fatto, ma non la posso dire. Allora mi limito a dire che il provvedimento è immotivato. Non c'è una ragione. È un atto irrazionale, forse preso sull'onda dell'emozione. Io ho fatto il mio dovere e mi sbattono fuori. Eh, no. Io mi devo tutelare. E lo farò».
L'ha fatto innanzitutto riportando le imbarazzanti parole usate dal ministro Padoa-Schioppa nel presentargli il "compromesso": «Siamo arrivati a un punto in cui bisogna prendere una decisione, allora la cosa migliore sarebbe che lei presentasse una lettera di dimissioni e noi in cambio avremo un occhio di riguardo, le troveremo una buona sistemazione». Un "italian style" da cui in pochi hanno la forza di dissociarsi.

«Un baratto. Di questo si tratta. E allora prima che io accetti un baratto ci penserò mille volte». Ci ha pensato e ha detto no. Ora, come nel caso del consigliere Rai Petroni, il Tar del Lazio potrebbe reintegrare nel suo ruolo anche l'ex comandante della Finanza, e sarebbe per il Governo un colpo di quelli che difficilmente si incassano senza patire serie conseguenze.

UPDATE ore 20,41: Il generale Speciale invece del Tar sceglie la pensione anticipata:
«Non voglio che nessun italiano possa immaginare che resti abbarbicato alla poltrona. Mi ha destituito un Governo legittimo del mio Paese e io sono un soldato, sbatto i tacchi ed obbedisco, ma non mi chiedano nient'altro, perché mi hanno violentato, non mi hanno consentito neanche l'onore delle armi e, nonostante ciò, esco a testa alta e a schiena diritta».

Friday, June 01, 2007

Ritorsione del Governo. Radicali? Non pervenuti

«Non ci crederete, ma i radicali sono al governo. Non la sinistra radicale che ha perlomeno il merito di farsi sovente nominare: dico i radicali del fu Marco Pannella, il leader che può sopravvivere a tutto fuorché a se stesso. I radicali sono rientrati in Parlamento dopo dieci anni, e sono al governo per la prima volta dopo trenta: ma non lo sa nessuno. Pannella ha deciso che affidabilità verso Prodi significhi paresi politica, subalternità a un governo che dei diritti civili se ne sbatte altamente...»

Neanche aveva finito, Filippo Facci, di scrivere queste parole, che stamattina si svolgeva un vertice dell'Unione sul caso Visco-Guardia di Finanza. Presenti, si leggeva nelle cronache, tutti i segretari di partito e, comunque, tutti i partiti rappresentati. E invece no, nessuno ha convocato la segretaria dei Radicali italiani, né qualche altro esponente radicale.

E' andato Boselli, ma per lo Sdi o per la Rosa nel Pugno? Anche se fosse per la Rosa nel Pugno sarebbe grave, perché il soggetto non ha vita democratica e nessuno ha eletto Boselli segretario.

Questi sono i problemi, che tanti radicali avvertono e che Pannella elude nella sua lettera «a, su» e contro Capezzone. Sei mesi di lotta nonviolenta per la moratoria Onu sulla pena di morte. Ok, benissimo, ma fingendo di non far parte della maggioranza e di non essere al governo, appartenenza di cui però gli elettori chiederanno conto. Una condotta subalterna che ha prodotto i risultati di stamattina: neanche convocati al vertice di maggioranza.

Un vertice in cui viene presa una decisione gravissima, ratificata nel pomeriggio dal Consiglio dei Ministri, in cui siede anche Emma Bonino, di cui, però, non c'è traccia. Dopo il clamore suscitato dalle accuse mosse a Visco da un generale della Guardia di Finanza, per aver esercitato pressioni su di lui allo scopo di proteggere Unipol, il viceministro oggi ha rimesso la delega sulla Guardia di Finanza. Ma allo stesso tempo, puntuale è scattata la vera e propria ritorsione del Governo, che ha rimosso dal comando della GdF il suo principale accusatore, il generale Roberto Speciale, spedito alla Corte dei Conti. Al suo posto, il generale Cosimo D'Arrigo.

Thursday, May 24, 2007

Politica spazzatura

Montagne di immondizia in CampaniaNon tanto che Visco abbia fatto quel che più d'un generale della Guardia di Finanzia lo accusa di aver fatto - cioè di aver imposto con la minaccia la rimozione dei comandanti della GdF in Lombardia che avevano osato indagare sulla scalata a Bnl di una società, Unipol, legata al suo partito - ma che una volta beccato sia ancora lì, tranquillo al suo posto, con governo e coalizione al completo a fargli da scudo; l'emergenza rifiuti, il degrado e la criminalità a Napoli, che non hanno impedito a Rosa Russo Iervolino e ad Antonio Bassolino - che da sindaco prima, da governatore poi, ha avuto nelle mani un potere pressoché assoluto per vent'anni - di entrare a far parte del Comitato dei 45 per il Partito democratico; e gli allarmanti dati Istat sull'aumento della povertà in Italia. Sono tutti segni dell'inarrestabile decadimento del nostro ceto politico.

Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.

«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».

Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.

Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.

Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?

Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.

Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.

Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.

Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.

Saturday, May 19, 2007

Un evasore su tre. E' l'Italia che non si ferma

Il Dipartimento per le politiche fiscali, guidato da Visco, stima che l'evasione fiscale abbia raggiunto livelli fino al 27% del Pil. Musica per le orecchie del viceministro. In realtà servirebbe qualcuno che gli spiegasse che una cifra così elevata denota un'evasione sistemica dovuta a un disagio diffuso e non il vizio socialmente riprovevole di qualche furbo da stanare.

Altri dati provenienti dal dipartimento di Visco confermano quest'analisi: il 50% delle società si dichiara in perdita o con reddito nullo. Al Nord si evade meno che al Sud e i settori in cui si evade maggioramente sono quelli dell'agricoltura, del commercio, dei servizi e delle costruzioni.

No. E' l'Italia che reagisce allo Stato predone. Significa che l'economia reale cresce molto più dei dati ufficiali, nonostante gli ostacoli frapposti dalla politica. La gran parte di quel 27% è una ricchezza che se sottoposta all'attuale regime fiscale semplicemente non verrebbe prodotta. Spesso infatti, per molti lavori - l'artigianato, l'agricoltura, o certi servizi - evadere o meno il fisco è la differenza che passa tra esserci o non esserci. Ogni produzione, si tratti di beni materiali o di servizi, ha una soglia di costi oltrapassata la quale semplicemente nessuno riterrà conveniente accollarsi. Il risultato è che non avremmo quel bene o quel servizio. Quindi, il paradosso è che almeno la metà di quel 27% che Visco s'illude di acchiappare, scomparirebbe nel nulla appena fosse davvero in grado di esigerlo.

E' per questo motivo che qualsiasi politico di buon senso che voglia prosciugare quel 27% di Pil di evasione e addirittura aumentare ancor di più il gettito nelle casse dello Stato è sull'imponibile che dovrebbe concentrarsi, per ampliarlo, perché l'aumento oltre certi limiti delle tasse provoca o la recessione o ulteriore evasione, con il conseguente aumento dei costi per combatterla. E tra le due, io scelgo la seconda.

Per fortuna, tra il sopravvivere e lo scomparire molti scelgono di sopravvivere, pur rischiando l'illegalità, altrimenti ci troveremmo con livelli di disoccupazione da rivolte sociali. E non si spiega, se non con il sommerso e il lavoro nero, come mai il Sud con gli indici di disoccupazione che si ritrova non esploda. La società reagisce, l'istinto dell'uomo a lavorare, produrre, innovare, per campare o arricchirsi, prevale e l'Italia, poco, ma si muove e si reinventa, pur nell'illegalità cui la partitocrazia costringe la vita civile del nostro paese.

Il mercato nero non è che la reazione dei sistemi economici a un proibizionismo imposto dal potere statale. E' così diffuso il lavoro nero perché evidentamente la rigidità cui è costretto quello legale rende il lavoro una merce proibitiva, di fatto proibita. I bisogni degli individidui generano lo spaccio di lavoro illegale.

Quando capiremo che l'evasione contro lo Stato predone è disobbedienza civile allora saremo salvi.

Ma il Governo Prodi non si accontenta di aumentare lo strangolamento fiscale. Una nuova aberrante misura contro il lavoro sommerso pretende che sia stabilito per legge il numero di lavoratori di cui un'azienda si avvale. Si chiamano «indici di congruità» e li ha inventati il ministro del Lavoro Damiano prendendo esempio dai già noti «studi di settore»: "vi diremo noi quanti dipendenti dovranno assumere le vostre imprese per non essere considerate fuori legge".

Verranno create categorie di artigiani, commercianti, imprese edili, sulla base del fatturato, della localizzazione, dell'attività e di altri parametri, alle quali corrisponderà un preciso un numero minimo di dipendenti. In sostanza il Governo pretende di decidere a tavolino il numero "giusto" di lavoratori di cui si avvale un'azienda: se fatturi X, allora non potrai avere meno di dipendenti Y. Anche se i tuoi dipendenti sono più bravi ed efficienti.

Un'operazione di pianificazione, di livellamento sociale verso il basso, di arroganza statalista e dirigista di uno Stato che pretende di saper gestire meglio dei cittadini il mercato del lavoro. E, quindi, l'ennesima misura che scoraggia la crescita delle imprese e della produzione, la ricerca dell'efficienza.